giovedì 30 dicembre 2010

THANK YOU commuove con delicatezza e amorevolezza


Una bimba si ferma a fare popò in un campo, mentre la madre le sta vicino. Visto che ci sono, per non annoiarsi, ripassano insieme alcune regole fondamentali che la madre le fa ripetere ogni mattina prima di andare a scuola: primo. Spazzolino da denti e forbicina per le unghie - non devo usare quelle degli altri e non devo prestare i miei; secondo. Quando sanguino devo solo usare il fazzoletto che mi ha dato mamma, poi metterlo in una busta di plastica dopo averlo usato e portarlo a casa; terzo. Anche se c’è uno sfregio e sanguino non devo accettare aiuto dagli altri. È per via del segreto di famiglia, le rivela la mamma, quando si mostra dispiaciuta di non potersi eventualmente far aiutare dagli amici: lei è una bambina speciale, un angelo del paradiso che ha fatto un errore ed è stato rimandato sulla terra. La mamma non glielo dice, ma quella bambina speciale, Bom (il cui nome significa primavera), è sieropositiva, infettata per una trasfusione a causa di un errore di una dottoressa in ospedale.

Dopo una prima puntata un po’ confusionaria e poco chiara, si può vedere racchiuso in questo inizio della seconda puntata tutto lo spirito di Thank you (Gomapseumnida), il k-drama vincitrore nel 2007 dell’Amnesty International Award scritto dalla sceneggiatrice di I’m sorry I love you e A love to kill. Thank you è una storia tenera e caparbia, dolce e potente, e di un romanticismo scritto con understatement.  Min Ki Seo (Jang Hyuk) è un medico molto apprezzato, ma con un caratteraccio, che perde per malattia la dottoressa di cui era innamorato, Prima di morire lei gli chiede di scusarsi per lei con una bimba, a cui ha modo di regalare un orso di peluche grande quanto lei, ma a cui non fa in tempo a parlare di quello che rimpiange: un suo errore le ha trasmesso l’HIV. Solo alla fine verrà fuori questa richiesta di perdono: Min Ki Seo conosce la piccola Bom (Seo Shin Ae) e la madre Lee Young Shim (Gong Hyo Jin), che, sola, si è resa insensibile agli uomini e si dedica anima e corpo alla adorabile figlioletta (custodendo in segreto la verità della sua malattia) e al vecchio nonno che soffre di uno stato di demenza molto avanzato. Vive con poveri mezzi, su un’isola rurale di natura rigogliosa e mari cristallini, la Blue Island.

La semplicità e l’affetto reciproco di madre e figlia travolgono  Min Ki Seo e i due personaggi di innamorano, ma la storia d’amore, davvero, è fatta di parole non dette, frasi non pronunciate, brevi intensi momenti che li avvicinano ma potrebbero non arrivare mai a compimento. Ed è una storia di ignoranza prima e accettazione poi quella di Thank you: da parte della comunità, di Bom e della sua malattia. Spezza il cuore quella bimba che si scopre respinta dagli amici più cari, quando la notizia della sua malattia si sparge nel villaggio. Piena di vita, radiosa, pura nel riso e nel pianto, conquista senza riserve. Nella sua ingenuità, nelle sue piccole deliziose malizie di bimba (farsi portare al parco giochi dicendo di non volerlo lei, ma il suo orsacchiotto), nel suo rapporto con gli adulti, scritto in modo molto realistico, sul confine fra la realtà e la magia della comprensione infantile (il considerare “angeli” le figure maschili che le sono vicine). Seo Shin Ae dimostra una intelligenza d’attrice ben al di là dei suoi anni, e l’intero cast brilla. Memorabile anche la figura del nonno e la sua passione per i “le choco pie”, le tortine al cioccolato. Levità e lieve umorismo colorano momenti di grande pregnanza e intensità. Il padre biologico di Bom, le sue scelte da ragazzo, il suo volersi riscattare nel presente, pure sono parte di una narrazione che commuove con tanta delicatezza e amorevolezza, svelando riserve e impeti del cuore umano. Alla quarantaquattresima edizione dei Paek-Sang Arts Awards, la serie ha vinto per la miglior sceneggiatura.

Si può vedere in streaming online in originale coreano con i sottotitoli in inglese qui.

lunedì 27 dicembre 2010

WINTER SONATA: il più classico melodramma coreano



Romantica, lirica, con un tono dolcemente melodrammatico, Winter Sonata, fiction sud-coreana o k-drama, come vengono chiamate, racconta la storia d’amore fra Yujin (Choi Ji Woo) e Joon Sang (Bae Yong Joon). Scritta da Oh Soo-yeon (Four Sisters, Love Letter, Wedding), con il titolo originale di Gyeoul Yeonga (겨울연가), questa serie in 20 puntate è la seconda in un ciclo dedicato alle quattro stagioni, tutte sotto la direzione dell’apprezzato regista Yoon Seok-ho. Le vicende coprono un arco di molti anni e hanno inizio quando il giovane Joon Sang si trasferisce in un nuovo liceo, in un paesino dove ha chiesto alla madre di poter studiare convinto di trovare il padre che non ha mai conosciuto. A scuola frequenta le lezioni e il club radiofonico e qui conosce quelli che diventeranno i suoi più cari amici e appunto l’amore della sua vita, con cui trascorre momenti indimenticabili. Un giorno, mentre si reca ad un appuntamento con Yujin viene investito e muore. Salto in avanti di dieci anni. Yujin è una apprezzata architetto. Le viene chiesto di lavorare a un progetto di un centro con Lee Min-Hyung che assomiglia incredibilmente al suo amore scomparso. Si innamora anche di lui, ma tutto complotta perché siano separati: prima Oh Chelin (Park Sol-Mi), la sua amica, e fidanzata di Min-Hyung (Park Yong Ha), che pure innamorata da ragazzina di Joon Sang non vuole che un altro uomo ancora le preferisca Yujin; poi Sang-Hyuk, amico d’infanzia di Yujin, da sempre innamorato di lei, con cui ora lei è fidanzata e con cui vuole costruire una vita insieme; infine i genitori di entrambi - dopo che Min-Hyung ha avuto un incidente e ha scoperto di essere Joon Sang, privo di memoria dopo il primo incidente – quando erroneamente si credeva che in due innamorati fossero fratellastri (da parte di padre). Superano ogni ostacolo e malinteso, ma Min-Yung scopre di avere problemi di salute e di rischiare la vista se non la vita. Si dicono addio: lui va negli USA  a farsi operare, lei in Francia a studiare. In chiusura nuovo salto a tre anni dopo: Yujin ritrova Min-Hyung/Joon-Sang. Ha costruito la casa dei sogni che Yujn aveva progettato. Ora è cieco. La serie finisce con l’uno nelle braccia dell’altra.

La trama, pur narrata con lentezza e nella quotidianità, è piena di colpi di scena che tengono fino all’ultimissismo momento con il fiato sospeso. È coinvolgente e trascinante, zeppa di momenti dolci e intensi. E castissimi. I personaggi si baciano tre volte in 20 ore, e non vanno oltre. E anche quei baci sono labbra che appena si sfiorano. Si abbracciano, il resto delle volte. È quasi esagerato per una sensibilità occidentale, ma non toglie nulla all’intensità delle emozioni narrate, fatte di desiderio e di sguardi e di lacrime. Molte lacrime. Qualcuno ha scherzato dicendo che dovevano ribattezzarla “Winter Sfigata”. I momenti d’amore sono costruiti su eventi minimi e ordinari, su oggetti ed elementi quotidiani: prendere l’autobus insieme, andare in bicicletta, passeggiare, giocare con la neve… i piccoli pupazzi di neve che Yujin e Joon-Sang costruiscono, il ciondolo della stella Polaris che Min-Hyung le regala, il pezzo di un puzzle, la musica del pianoforte, la manopola di neve che Joon-Sang doveva tornare a Jujin…

Forte, fortissimo, il senso stagionale dell’inverno che ammanta di bianco tutto, è lo scenario in cui si svolgono le vicende, ma molto di più, ne è partecipe e soggetto principe. Altrettanto forte il tema della memoria (Yujin che non dimentica, l’amnesia di Joon-Sang, i puzzle, il passato dei genitori). E intenso il senso del destino e del fato che tesse la vita dei protagonisti al di là anche delle loro azioni. Oltre ai due chiari protagonisti, anche Oh Chelin e Sang-hyuk hanno un forte rilievo e vengono ritratti come persone umane. Sang-hyuk è innamoratissimo e molto paziente, ma non è immune ad errori anche gravi e a richieste che magari poi ritira, ma che dimostrano che è un personaggio in se stesso, non un mero ostacolo alla felicità degli innamorati. Lo stesso vale per Oh Chelin. Accanto a loro, che sono veri e propri comprimari, anche i personaggi minori brillano, da gli altri amici di scuola che alla fine trovano la felicità insieme, Jin-Suk (Lee Hye-Eun) e Yong-Kuk (Ryu Seung-Soo), i genitori di Sang-Hyuk, le madri dei due protagonisti, i loro colleghi di lavoro e perfino il loro vecchio insegnante di scuola. Un po’ pesante, per l’eccessiva ripetitività, la colonna sonora. Quante volte mai si potrà ascoltare “My Memory”?

Prodotto dalla KBS nel 2002, Winter Sonata, nel suo genere e nella sua semplicità è un vero piccolo capolavoro, nella recitazione, nella sceneggiatura, nella scenografia, nella regia. Un italiano è colpito anche da molti elementi cultural-antropologici di una società con regole tanto diverse: Yujin che in ritardo a scuola è costretta a mettersi in ginocchio con le braccia alzate dal suo insegnante, i ragazzi che puliscono le aule, il bruciare qualcosa per un funerale, la festa di fidanzamento ufficiale, l’inginocchiarsi dei personaggi uno davanti all’altro, i sentimenti di obbligazione e di onore differenti… È affascinante anche solo da questo punto di vista. Winter Sonata è anche però stato un megasuccesso in tutta l’Asia, facendo diventare delle superstar i suoi protagonisti. I luoghi dove sono state girate le scene sono diventati meta di turisti, ed in loco è stata perfino realizzata una statua di Yuiin e Joon-Sang. Della serie inoltre è stato realizzato un musical ed è previsto un film. I materiali legati alla serie e i gadget si sprecano. Al regista infine è stato dato il riconoscimento del Premio Presidenziale per il contributo alla nazione nell’effetto di promuovere la cultura nazionale all’estero.  

Come ha osservato un acuto post, questo k-drama affronta il tema dell’amore sotto varie prospettive: primo amore, amore possessivo, amore dei genitori, amore dei figli, amore perso, amore vero… con Joon Sang come modello di uomo sensibile, intelligente, bello e di successo capace di amare la sua donna con gentilezza e comprensione. Seok Ho si dimostra maestro del melodramma attraverso l’uso del simbolismo (la stella polare che rappresenta Joon Sang, il pezzo mancante del puzzle che rappresenta Yu Jin nella vita di Joon Sang, la prima neve invernale che rappresenta i due amanti), parallelismi, ripetizioni e tempistica. Si toccano molti temi: la dualità positiva e negativa in ciascuno di noi, i problemi di identità, le differenti reazioni alla perdita dell’amore, l’amore incestuoso, il fato che prevale…

Online, trovate la serie qui: in originale coreano con i sottotitoli in inglese. I giapponesi ne hanno anche fatto una versione anime, disponibile in streaming con i sottotitoli in italiano.

giovedì 23 dicembre 2010

THE VAMPIRE DIARIES: l'amore è un orrore



A quanto pare gli ascolti sono stati minori rispetto alle aspettative. Stranamente. Dimenticatevi comunque di Twilight, se volete un’umana e un vampiro innamorati che si fanno gli occhi dolci potete affondare i denti nel nuovo The Vampire Diaries (Italia1, mercoledì, prima serata) la nuova serie firmata da Kevin Willamson (Scream, Dawson’s Creek), basata sui libri dallo stesso titolo (Il diario del vampiro, in italiano) di L.J. Smith, editi in Italia dalla Newton Compton usciti prima, almeno in originale, della saga di Bella ed Edward. Elena Gilbert (Nina Dovrev) è un’adolescente che ha perso i genitori quando la loro auto è precitata giù da un ponte in un lago. Lei e il fratello Jeremy (Steven R. McQueen) vivono con una zia poco più grande di loro. Al liceo si iscrive un nuovo ipnotico giovane, Stefan Salvatore (Paul Wesley, di Sentieri che ha interpretato già un uomo lupo in Wolf Lake e un mezzo angelo in Fallen). Subito scocca la scintilla. In realtà, anche se si tiene a dieta di umani, Stefan è un vampiro ed Elena ricorda in modo impressionante la donna di cui lui era innamorato nell’Ottocento. A Mystic Falls, la cittadina dove sono ambientate le vicende (in realtà le riprese sono state fatte a Vancouver), arriva a creare scompiglio il fratello di lui, Damon (Ian Somerhalder, Lost, Tell me you love me) che si diverte a stuzzicare e provocare Jeremy. Come commenta Bonnie (Katerina Graham), l’amica sensitiva di Elena, dopo che una loro compagna è stata ritrovata mezza morta con nel collo sue grossi fori, è solo l’inizio. La mitologia dei vampiri non viene molto rivista: hanno lo sguardo ipnotico, non possono entrare in casa se non sono invitati, hanno un udito e olfatto acutissimi e occhi che si trasformano quando il loro lato non-morto prende il sopravvento. Si aggirano fra cimiteri, si trasformano in corvi, appaiono con profusione di nebbia. La sola novità, per così dire (ma si è già vista in Angel) è che possono sopravvivere anche alla luce del sole fintanto che indossano uno specifico anello. Il telefilm in onda negli USA sulla CW, rete che raccoglie un bacino di giovanissimi, non mira ad essere originale, ma una ha la mistica dei succiasangue e cavalca la moda del momento per raccontare un storia d’amore per ragazzi, che parlano con una maturità maggiore di quella che hanno, come vuole da sempre la firma di Kevin Wllimson, frasi piene di riferimenti alla cultura pop, storia fatta di sguardi sostenuti più a lungo del dovuto e lunghe pagine di riflessione sui rispettivi diari (ben inquadrati nel pilot). Siamo lontani da Buffy o da True Blood. Su Ol3Media, volendo, trovate un mio approfondimento sulla serie.

mercoledì 22 dicembre 2010

I migliori programmi TV del 2010 secondo FRESH AIR


Ecco finalmente anche un’altra delle più attese graduatorie della stagione, i migliori programmi secondo David Bianculli, critico di Fresh Air, fondatore di  TVWorthWatching.com e professore associato di TV e cinema alla Rowan University nel Jew Jersey.


Breaking Bad
The Choir
The Daily Show with Jon Stewart
Dexter
Friday Night Lights
Glee
The Good Wife
Mad Men
Modern Family
Rescue Me
True Blood
30 Rock

Pur non essendo stati inclusi nella lista dei migliori 12, una menzione è andata anche a:
The Walking Dead
Nurse Jackie
United States of Tara
Treme
Boardwalk Empire

COUGAR TOWN: Courtney Cox e l'amore con uomini più giovani


Cougar Town è la cittadina della Florida dove sono ambientate le vicende di una nuova sit-com con questo stesso titolo, prevista in onda su Canale5 dal 27 dicembre (ore 14.15, al posto di Centovetrine in pausa natalizia), ma fa riferimento anche al fatto che in inglese è chiamata una “cougar” (un puma, una “cugara” ha azzardato qualche settimanale femminile coniando un neologismo) è una donna che sta con un uomo più giovane di lei. Courtney Cox (Friends, Dirt) è Jules Cobb una donna sola quarantenne, con un figlio adolescente, Travis (Dan Byrd di Aliens in America) che non trova un uomo della sua età con cui uscire perché escono tutti con donne più giovani. E così, sfidata a farlo da un vicino di casa e incoraggiata da un’amica,  si lancia, esce con uno più giovane, così come fanno molte altre. La sensazione per lei è esilarante, ma ci sono anche diversi problemi organizzativi, tanto più che non vorrebbe sbandierarlo ai quattro venti.  Prima di ogni cosa, la Cox non è credibile nel ruolo della donna che si lamenta del suo ventre troppo abbondante o della pelle delle braccia cascante, perché semmai ha un look troppo “anoressico” e si vede che va in palestra almeno un giorno sì e uno no. Certo l’età avanza anche per lei, e certe insicurezze fisiche per esserci non serve che abbiano un vero fondamento, ma qualcun altro nella parte sarebbe risultato più credibile. Anche a prescindere da ciò, salvo l’occasionale risata, non si è convinti e il tono è troppo crasso. O almeno questa è la sensazione in prima battuta. La protagonista sembra più disperata che “empowered”. Bill Lawrence (Scrubs) ha scritto di meglio. La serie sta però andando bene.

martedì 21 dicembre 2010

I migliori programmi TV del 2010 secondo ENTERTAINMENT WEEKLY


Anche la lista dei migliori dieci programmi dell’anno secondo Ken Tucker, stimato critico di Entertainment Weekly, è finalmente uscita. Ecco le sue scelte:

1. Breaking Bad
2. Fringe
3. The Good Wife
4. Le sit-com del giovedì della NBC: 30 Rock, Parks and Recreation, Community
5. Mad Men
6. Justified
7. Friday Night Lights
8. Modern Family
9. Men of a Certain Age
10. Work of Art: the next great artist

lunedì 20 dicembre 2010

I migliori programmi TV del 2010 secondo l'HOLLYWOOD REPORTER



Il principale critico televisivo dell’Hollywood Reporter, Tim Goodman, sceglie i suoi migliori programmi del 2010. Sono i seguenti:

  1. Breaking Bad
  2. Mad Men
  3. The Pacific
  4. Treme
  5. Lost
  6. The InBetweeners
  7. Boardwalk Empire
  8. Men of a Certain Age
  9. 30 Rock
  10. Terriers
  11. Modern Family
  12. The Walking Dead
  13. Sons of Anarchy
  14. Louie
  15. Parks and Recreation
  16. The Life and Times of Time (a pari merito)
  17. It’s Always Sunny in Philadelphia
  18. Life (di Discovery Channel) e Great Migrations (di Nat Geo, a pari merito)

I migliori programmi TV del 2010 secondo TIME



Il Time ha scelto come suoi dieci migliori programmi dell’anno i seguenti:

  1. Breaking Bad
  2. Mad Men
  3. Parks and Recreation
  4. Louie
  5. Boardwalk Empire
  6. Party Down
  7. The Pacific
  8. The Good Wife
  9. Rubicon
  10. Terriers

Ha poi compilato anche una lista di quelli che ritiene i migliori 10 episodi di serie tv.

domenica 19 dicembre 2010

Una sola stagione per l'elegante, lento RUBICON


Non è arrivata come una gran sorpresa la cancellazione di Rubicon, il telefilm che in Italia ha debuttato alla fine di ottobre su Joi ed è andato in onda negli USA sulla AMC (Mad Men, Breaking Bad, The Walking Dead). È difficile: elegante ma lento, lentissimo. È voluto, è il suo stile, il suo modo di creare quella che è l’atmosfera principale che si gusta, quella del sospetto e della paranoia, ma sottile, sbieca. L’ispirazione dichiaratamente è quella di molti film classici degli anni ’70 come Tutti gli uomini del presidente o I tre giorni del condor. E all’inizio non si ha molto chiaro, anche qui volutamente, che cosa stia succedendo. Questo non pregiudica la possibilità di godersi quello che accade, grazie anche alle relazioni fra i personaggi, costruite in modo molto sottile, spesso al confine fra il detto e il non detto, fra il saputo e l’insinuato. Quest’ultimo, devo ammettere, è uno degli aspetti che più mi ha appassionato. È un programma, come lo ha descritto il Miami Herald, con “la lucidità di un film d’arte cecoslovacco a cui sono stati tolti i sottotitoli”, anche se alla fine quello stesso giornale lo stronca dicendo che “non supera mai le sue allusioni di grandeur. Offre molte sinistre  inquietudini, poca azione – una collezione senza fine di criptici sguardi furtivi e buie inquadrature di corridoi stretti e ombrosi.” Osservazioni con un loro fondamento che giustificano lo scarso successo del telefilm.

Protagonista principale è Will Travers (James Badge Dale di The Pacific) un analista di dati per una fittizia agenzia di spionaggio chiamata American Policy Institute (API) che ha perso moglie e figlia nell’attacco dell’11 settembre. Nell’incipit un potente miliardario si toglie la vita, e la moglie, Katherine Rhumor (Miranda Richardson), trova sulla sua scrivania un quadrifoglio. Poco dopo, il mentore di Will muore in quello che è solo apparentemente un incidente ferroviario. A Will viene offerta una promozione da parte del suo capo, l’enigmatico Kale Ingram (Arliss Howard in uno dei personaggi più affascinanti e intriganti della serie), che lo fa spiare dalla collega Maggie Young (Jessica Collins di The Nine), che è anche attratta da lui. Will e i colleghi – Grant Test (Christopher Evan Welch), Miles Fiedler (Dallas Roberts di The L Word) e Tanya MacGaffin (Lauren Hodges) visionano un’infinità di carte provenienti da CIA, FBI e quant’altri e cercano di ricostruire le informazioni di intelligence, e quando scoprono sui diversi giornali internazionali un pattern nei cruciverba, cominciano a districare una possibile cospirazione. Will poi, che indaga anche segretamente per conto suo, si vede seguito e ascoltato da cimici messe in ufficio e a casa.

Il telefilm, ideato da Jason Horwitch, che ha poi lasciato il programma per divergenze creative per lasciarlo nelle mani del produttore esecutivo Henry Bromell (Homicide, Brotherhood), è esplicitamente post-Bush e post-24 nel modo in cui prende posizione contro la tortura. Attraverso le parole di Miles la posizione dello show è che non si può e non si deve ricorrere alla tortura, e non tanto per proteggere chi la subisce, che magari se la merita anche, ma per proteggere l’umanità di chi sarebbe costretto a perpetrarla.

Il titolo fa chiaramente riferimento al fiume Rubicone e alla famosa espressione di “attraversare il Rubicone” riferita a Giulio Cesare, che lo ha appunto attraversato nel 49 a.c., azione considerata un atto di guerra dal momento che era proibito all’esercito da parte del senato Romano. Il senso è quello di attraversare un punto di non ritorno; per dirla con le parole di Bromell: “avevano sempre paura che l’esercito romano prendesse un giorno il sopravvento, che è esattamente quello che è avvenuto (…) e quello è stato il momento in cui la repubblica è finita e l’impero – che è la dittatura – è cominciato”.


sabato 18 dicembre 2010

TRASFORMAT: i vip deformati


Enrico Papi, che conduce il gioco con la sua solita pimpante e giocosa verve, dice che l’idea è nata da sua figlia, ancora un bambina.  Sarà che sto perdendo il contatto con la sensibilità dei giovanissimi, ma non mi fa impazzire Trasformat (Italia1, ore 20.30), nonostante il titolo davvero geniale. Eppure deve aver saputo cogliere quello che funziona nell’umore generale, perché è un successo, nonostante una illuminazione che mi pare sotto tono rispetto alle possibilità. Il principio è sufficientemente semplice: i volti di personaggi famosi vengono storpiati e camuffati e i concorrenti (quattro in partenza, uno alla fine), a cui vengono assegnate in partenza 20 vite che perderanno via via che commetteranno errori, devono individuare di chi si tratta. Ci sono quattro manche e giochi come faccia di gomma, faccia a faccia (il duello fra i due concorrenti rimasti), faccia di cubo (il finale in cui su ogni faccia del suddetto esaedro c’è un nome da scoprire per portare a casa il premio finale, con possibilità dell’aiuto di rendere più chiara l’immagine, rivelare la voce e sapere un indizio). I protagonisti da scoprire sono sempre allargati, truccati, arricchiti di dettagli visuali,  trasformati in modo vario – puffizzati, profumizzati, clownizzati, etnicizzati, invecchiati, contadinizzati… - cosa che dovrebbe essere il buffo valore aggiunto all’idea di scoprire chi sono.  Raffaella Fico è la valletta-corpo, lì solo per far vedere i prodotti da vincere, mercificata pure lei per gli sguardi interessati; Katia Follesa (quella del duo Katia e Valeria, per intenderci) è la presenza comica. Che in un simile orario e contesto ci sia una donna che non è lì solo in una funzione di ammiccamento sessuale è un grande, gradito passo avanti. Forse anche in questo caso dobbiamo pensare al fatto che Papi ha una figlia? Qualunque sia la ragione, la approvo. Peccato solo che Katia non faccia ridere. Non qui, almeno.

venerdì 17 dicembre 2010

SAG Awards 2011: le nomination


Sono uscite le nomination per gli Screen Actor's Guild Awards 2011.
Ecco di seguito quelle relative alla televisione:

Miglior Performance di ensamble in una serie drammatica

"Boardwalk Empire"
"Dexter"
"The Good Wife"
"Mad Men"
"The Closer”

Miglior Performance di ensamble in una serie comica

"30 Rock"
"The Office"
"Glee"
"Modern Family"
"Hot in Cleveland"

Miglior attore (drama)

Steve Buscemi, "Boardwalk Empire"
Bryan Cranston, "Breaking Bad"
Michael C. Hall, "Dexter"
Jon Hamm, "Mad Men"
Hugh Laurie, "House"

Miglior attrice (drama)

Julianna Margulies, "The Good Wife"
Elisabeth Moss, "Mad Men"
Glenn Close, "Damages"
Mariska Hargitay, "Law & Order: Special Victims Unit"
Kyra Sedgwick, "The Closer"

Miglior attore (commedia)

Alec Baldwin, "30 Rock"
Steve Carell, "The Office"
Chris Colfer, "Glee"
Ty Burrell, "Modern Family"
Ed O'Neill, "Modern Family"

Miglior attrice (commedia)

Betty White, "Hot in Cleveland"
Sofia Vergara, "Modern Family"
Tina Fey, "30 Rock"
Edie Falco "Nurse Jackie"
Jane Lynch, "Glee"

Miglior attore (film TV o miniserie)

John Goodman, "You Don't Know Jack"
Al Pacino, "You Don't Know Jack"
Dennis Quaid, "You Don't Know Jack"
Edgar Ramirez, "Carlos"
Patrick Stewart, "MacBeth"

Miglior attrice (film TV o miniserie)

Claire Danes, "Temple Grandin"
Catherine O'Hara, "Temple Grandin"
Julia Ormond, "Temple Grandin"
Winona Ryder, "When Love Is Not Enough"
Susan Sarandon, "You Don't Know Jack"

I migliori programmi TV del 2010 secondo POPMATTERS



PopMatters sceglie come migliori programmi TV del 2010:

  1. Luther
  2. Nurse Jackie
  3. Mad Men
  4. Boardwalk Empire
  5. True Blood
  6. The Office
  7. Sons of Anarchy
  8. Spartacus
  9. So you think you can dance
  10. Hawaii Five-0

I migliori programmi TV del 2010 secondo TV GUIDE


I migliori programmi TV del 2010 secondo TV Guide sono:

Mad Men
The Good Wife
Justified
Boardwalk Empire
Glee
Breaking Bad
Modern Family
Hawaii Five-0
The Walking Dead
Community
Damages
Parks and Recreations
Terriers
Nikita
The Big C

martedì 14 dicembre 2010

Le nomination ai GOLDEN GLOBE 2011


Sono state annunciate le nomination ai Golden Globe del 2011, i premi della stampa straniera presente ad Hollywood. I vincitori verranno rivelati il 16 gennaio in una cerimonia condotta da Ricky Gervais. Ecco di seguito i nominati nelle categorie televisive:  

Miglior serie televisiva (Drama):
"Boardwalk Empire"
"Dexter"
"The Good Wife"
"Mad Men"
"The Walking Dead"

Miglior serie televisiva (Commedia o Musical):
"30 Rock"
"The Big Bang Theory"
"The Big C"
"Glee"
"Modern Family"
"Nurse Jackie"

Miglior attore in una serie televisiva (Drama):
Steve Buscemi, "Boardwalk Empire
Bryan Cranston, "Breaking Bad"

Michael C. Hall, "Dexter"
Jon Hamm, "Mad Men"
Hugh Laurie, "House"

 Miglior attrice in una serie televisiva (Drama):
Julianna Margulies, "The Good Wife"
Elisabeth Moss
, "Mad Men"
Piper Perabo, "Covert Affairs"
Katey Sagal, "Sons of Anarchy"
Kyra Sedgwick, "The Closer"

Miglior attore in una serie televisiva (Commedia o Musical):
Alec Baldwin, "30 Rock"
Steve Carell, "The Office"

Thomas Jane, "Hung"Matthew Morrison, "Glee"
Jim Parsons, "The Big Bang Theory"

 Miglior attrice in una serie televisiva (Commedia o Musical):
Toni Collette, "The United States of Tara"
Edie Falco, "Nurse Jackie"
Tina Fey, "30 Rock"
Laura Linney, "The Big C"
Lea Michele, "Glee"

 Miglior attore non protagonista (Televisione):
Scott Caan, "Hawaii Five-0"
Chris Colfer, "Glee"
Chris Noth, "The Good Wife"
Eric Stonestreet, "Modern Family"
David Strathairn, "Temple Grandin"

Miglior attrice non protagonista (Televisione):
Hope Davis, "The Special Relationship"
Jane Lynch, "Glee"
Kelly MacDonald, "Boardwalk Empire"
Julia Stiles, "Dexter"
Sofia Vergara, "Modern Family"



lunedì 13 dicembre 2010

Stato e sopravvivenza delle SOAP OPERA: un dibattito



Henry Jenkins, professore di comunicazione, giornalismo e arti cinematografiche alla University of Southern California, ospita nel suo blog – Confessions of an Aca-Fan – un dibattito molto corposo e pieno di stimoli sullo stato e la sopravvivenza delle soap opera, insieme ai partecipanti al libro The Survival of Soap Opera: Transformations For a New Media Era, di cui ho parlato in un precedente post. Si sofferma su quesiti differenti, in quattro parti, ciascuna dedicata a una delle sezioni del libro.

Prima parte (dove partecipo anch’io) sullo stato: in che condizioni sono le soap americane in questo momento; e come si può spiegare la diminuita popolarità del genere e il declino degli ascolti; che posto occupano nell’ambito della cultura americana delle ultime decadi; in che modo i tagli del budget hanno influito sulla qualità dei programmi; quali sono le differenze fondamentali fra le soap di oggigiorno e quelle del passato.
Parte seconda sulla storia e l’eredità culturale: perché la loro storia è vitale per la loro sopravvivenza; come la loro storia viene utilizzata in modo da rendere giustizia al genere; perché ignorano o usano male il proprio passato; quale relazione c’è con altre forme di narrazione serializzata.
Parte terza sui nuovi trend nella produzione e distribuzione: esperimenti narrativi di successo e interessanti strategie di distribuzione; i fallimenti più rovinosi; le lezioni da imparare da successi e fallimenti; l’impatto della narrazione transmediale; come le modifiche nella distribuzione hanno avuto impatto nel modo in cui i fan trovano e condividono i contenuti. 
Parte quarta sull’importanza dei fan: come si è evoluto nel tempo il rapporto con i fan; come è cambiato il rapporto fra i fan; come viene accolto il feedback da parte degli autori;  che impatto ha avuto il fatto che l’audience delle soap è invecchiata; in che modo i produttori dovrebbero prestare attenzione ad un pubblico diverso da quello che considerano il loro target desiderabile.

TEEN MOM: un reality sulle mamme adolescenti


È la realisticità, qualche volta perfino la crudezza, la caratteristica principale del reality dal feeling documentaristico Teen Mom (Mamma adolescente), lo spin off di MTV della fortunata serie sullo stesso principio 16 and pregnant (16 anni e incinta). Quattro madri adolescenti vengono seguite nella vita di tutti i giorni, non priva di difficoltà, mostrata senza ricoprire di zucchero le situazioni: Maci (19 anni), madre single di Bentley, che porta in tribunale il padre perché almeno la aiuti con il mantenimento; Amber (20 anni), madre di Leah, che cerca di diplomarsi e ha una relazione non sempre facile con il proprio fidanzato; Farrah (19 anni), madre di Sophia, bimba il cui padre è morto di incidente durante la gravidanza di Farrah, che vive con la madre, la quale è pure stata arrestata per violenza domestica nei confronti della figlia; Catelynn (18 anni), che ha deciso di fidanzarsi con il padre di sua figlia Carly che entrambi stanno considerando di dare in “adozione-aperta”. Il programma ha avuto molto successo, tanto che qualcuno ha temuto l’effetto di rendere glamour l’essere mamme a una simile età. Non sono favole però, ma è uno sguardo onesto e forse proprio per questo l’impatto è forte. Si tratta di un reality educativo, tanto che, almeno negli USA, viene reso disponibile anche materiale informativo, online e nelle scuole, in collaborazione con la National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancies (Campagna Nazionale per Prevenire le Gravidanze degli adolescenti e non pianificate). Ci si è anche domandati, nelle situazioni di rischio per i bebè, quale confine fra l’intervenire e documentare adottino coloro che registrano il programma: la risposta è stata chiaramente quelli della troupe interverrebbero in reali situazioni di pericolo. E non perché si sia costretti da una politica del network comportarsi così, ma perché semplicemente è una ragione di decenza umana. Su Entertainment Weekly, che vi ha dedicato un articolo il primo di ottobre, ci si è anche interrogati su quale sarà la reazione dei figli, una volta cresciuti, nel vedere i propri genitori alle prese con loro da neonati: come li giudicheranno?

domenica 12 dicembre 2010

I migliori programmi TV del 2010 secondo l'AFI


Come ogni anno, l'American Film Institute (AFI) ha scelto quelli che ritiene essere i 10 programmi televisivi migliori dell'anno (senza una graduatoria particolare). Il 14 gennaio si terrà una cerimonia per onorarli. Sono, in ordine alfabetico:

The Big C
Boardwalk Empire
Breaking Bad
Glee
Mad Men
Modern Family
The Pacific
Temple Grandin
30 Rock
The Walking Dead.

venerdì 10 dicembre 2010

THE GATES: una serie con poco mordente



Ogni volta che vedo l’attore Frank Grillo non riesco a non pensare a un aneddoto dei tempi in cui interpretava Hart in Sentieri. I costumisti spesso capitava che gli dicessero “Oggi solo i pantaloni, Grillo”, perché non aveva un corpo proprio da buttare, e spesso e volentieri recitava mezzo nudo. Non in The Gates – Dietro il cancello, il telefilm in onda su Fox dallo scorso 15 novembre, dove interpreta Nick Monohan, un serioso capo della polizia che si trasferisce insieme alla sua famiglia in una piccola comunità, impenetrabile dall’esterno, nota appunto come The Gates, I Cancelli, che si chiudono sui misteri che si svolgono all’interno alla fine di ogni puntata. Ideato da Grant Scharbo e Richard Hatem, la serie è un po’ Dark Shadows (la soap gotica degli anni ’60 rivisitata in versione serale negli anni ’90) e un po’ Twilight, con un pizzico di Desperate Housewives e di Happy Town nelle atmosfere, ma non coinvolge molto, e alla fine si trascina un po’ lenta dietro le indagini del suddetto poliziotto che cerca di scoprire chi ha ucciso il suo predecessore. Accanto ai più usuali vampiri, licantropi e streghe (con tanto di pozioni), si nota qualche tentativo di rinnovare anche in TV la mitologia ed ecco che di una delle protagoniste giovani si parla di “succube” (cosa che pure richiama la saga di Stephenie Meyer). Una serie con tanti dentoni per succhiare sangue e sbranare, ma  con ben poco mordente. 

mercoledì 8 dicembre 2010

Nomination ai premi della WRITERS GUILD OF AMERICA



La Writers Guild of America, ha annunciato le nomination per quelli che ritiene essere i migliori programmi dell’anno, ovviamente dal punto di vista della sceneggiatura, campo di loro competenza. Il maggior numero di menzioni è andato a “Breaking Bad”, “30 Rock”, “Broadwalk Empire” e “Modern Family”. I vincitori per il 2010 verranno rivelati il 5 febbraio 2011

Serie drammatica
"Boardwalk Empire"
"Breaking Bad"
"Dexter"
"Friday Night Lights"
"Mad Men"

Serie comica
"30 Rock"
"Glee"
"Modern Family"
"Nurse Jackie"
"The Office"

Nuova serie
"Boardwalk Empire"
"Justified"
"Men of a Certain Age"
"Treme"
"The Walking Dead"

Episodio di una serie drammatica
"Boom" ("The Good Wife")
"The Chrysanthemum and the Sword" ("Mad Men")
"The End" ("Lost")
"Help Me" ("House")
"I.F.T." ("Breaking Bad")
"I See You" ("Breaking Bad")

Episodio di una serie comica
"Anna Howard Shaw Day" ("30 Rock")
"Earthquake" ("Modern Family")
"Nightmayor" ("The Sarah Silverman Program")
"Starry Night" ("Modern Family")
"When It Rains, It Pours" ("30 Rock")
"Wuphf.com" ("The Office")

Forma lunga, Originale
"The Special Relationship"
"You Don't Know Jack"

 Forma lunga, Adattamento
"The Pacific," "Part Four,"
"The Pacific," "Part Eight,"
"The Pillars of the Earth"
"Temple Grandin"

Animazione
"Lrrreconcilable Ndndifferences" ("Futurama")
"Moe Letter Blues" ("The Simpsons")
"O Brother, Where Bart Thou?" ("The Simpsons")
"The Prisoner of Brenda" ("Futurama")
"Treasure Hunt" ("Back at the Barnyard")

Commedia/Varietà (serie)
"Penn & Teller: Bullshit!"
"Saturday Night Live"
"The Colbert Report"
"The Daily Show with Jon Stewart"

Commedia/Varietà (speciale)
"The Simpsons 20th Anniversary Special - In 3-D On Ice!"
"Jimmy Kimmel Live: After the Academy Awards"

Serial del Daytime
"Così Gira il Mondo"
"General Hospital"
"Una Vita da Vivere"

Sul sito della WGA  si trova la
lista completa (compresi documentari, news e programmazione per l’infanzia).

Maschilismo e misoginia in THE WALKING DEAD


È terminata con un gran botto, in senso letterale, la prima stagione di The Walking Dead, la serie ambientata in una terra post-apocalittica brulicante di zombie composta da soli 6 episodi. Già al debutto mi ero domandata se avessero un senso tutto il maschilismo e la misoginia che avevo notato nel telefilm. Praticamente comincia con il protagonista, uno sceriffo, che spara una pallottola in fronte a una bambina di età delle elementari. Ha lunghi capelli biondi, pigiamino rosa e vestaglia pesante, ciabattine a coniglietto e orsacchiotto tenuto con una mano. Certo, è uno zombie, ma questo non la rende meno riconoscibile nei suoi tratti di genere sessuale e non impedisce a Rick (Andrew Lincoln), prima di riconoscerla come una non-morta, di chiamarla “little girl”, bambina.

La prima vera conversazione fra Rick e il suo collega Shane (Jon Bernthal), in un pilot avaro di dialoghi, vede quest’ultimo, un co-protagonista, chiedersi quale sia la differenza fra uomini e donne. Nella sua esperienza non ha mai conosciuto una donna che sappia spegnere la luce. La trova sempre accesa, e tutte le donne sono così, argomenta, è una ragione di cromosomi: a lui tocca spegnere quelle che trova accese e suggerisce che bisognerebbe rimproverarle ricordando che se loro e ogni altro “paio di tette” a questo mondo si ricordassero che l’interruttore va in due direzioni non ci sarebbero problemi di riscaldamento globale. Lui, naturalmente, nel farlo effettivamente presente, ne dà una versione più gentile, dice, ma lei lo incalza con una voce da “Esorcista” (che lui imita) dicendogli che le ricorda suo padre. E lui vorrebbe dirle “Bitch (come sostantivo lo traduciamo pur sempre “cagna”, “puttana”, “stronza”, “sgualdrina”, in italiano), vuoi dirmi che hai sentito questa cosa per tutta la vita e sei così dannatamente stupida da non sapere ancora come spegnere la luce?”. Rick, seduto accanto a lui nella pattuglia della polizia, ride. E sarebbe in fondo politicamente scorretto, ma divertente, se fosse una battuta, se non fosse che all’inizio della conversazione specifica che non è una battuta, ma una conversazione seria. Dopo il “sermone” (un’autodefinizione di Shane) Rick dice che la sua donna spegne le luci, ma poi manifesta la sua insoddisfazione al fatto che lei vuole che lui “parli” e quando lo lui fa, lei sembra sempre irritata da quello che dice e lui non capisce perché. Lei,  davanti al bambino, si è domandata se a lui interessi veramente di loro o meno. Lui non farebbe mai una cosa tanto crudele e questa è la differenza fra uomo e donna, per lui. Una conversazione del genere, nel pilot, chiaramente mette in cornice il tipo di relazione uomo-donna che si concepisce. E non serve essere chissà che femminista per cogliere il forte tono da uomo di Neandertal.

A rinforzare il concetto di dominazione maschile sulla donna arriva la scena di sesso nella seconda puntata. Rick è creduto morto e Shane fa sesso con Lori (Sarah Wayne Callies), moglie dell'amico. A ulteriori visioni mi è sembrata sufficientemente innocente, ma l’effetto in un primo momento è stato di una certa violenza, non solo perché lui la prende alle spalle tappandole la bocca e buttandola sull’erba (l’intento era giocoso, anche se lei si è inizialmente spaventata), ma perché la scena finisce con lui che la gira e lei è schiacciata sull’erba del bosco in cui si trovano.

È nella terza puntata (“Tell it to the frogs”) però che in qualche modo la questione viene affrontata. L’ecologia della serie, se così vogliamo chiamarla, è così fortemente improntata sul maschilismo repressivo che le stesse protagoniste lo commentano: gli uomini sono quelli che prendono le decisioni, sono i soggetti dell’azione, si accaparrano le armi e si occupano dei mezzi di trasporto; le donne sono impegnate a cucinare, a lavare i panni, a stirare, a stare con i bambini. A un certo punto un gruppo di donne è impegnato a lavare presso il fiume, mentre Shane gioca nell’acqua con il figlio di Rick, e il marito di una delle donne le controlla da distante. Una osserva che comincia a interrogarsi sulla divisione del lavoro. Una delle altre, nel commentare la situazione, si limita a dire: “Il mondo è finito, non hai ricevuto il promemoria?”. “E così e basta”, incalza un’altra, che sappiamo, e scopriremo meglio in seguito, essere vittima di costante abuso e violenza da parte del marito. Questa alla fine è la spiegazione che la serie dà: è la fine del mondo, è un mondo brutale e ingiusto, dove a comandare è chi è più bestia degli altri e in cui gran parte della popolazione che cammina ha il cervello di uno zombie in senso letterale. Non ci si può aspettare nulla di diverso. Avrebbe senso, se non fosse che… non ne ha.

Queste sono parole; la storia, e l’etica del programma, dicono una cosa molto diversa. Se fosse vero, lì dove i viventi cercano di preservare quello che li rende tali, quello che li rende umani, come il cercare di dare sepoltura ai cadaveri, ad esempio, cercherebbero di preservare la parità come qualcosa di valore, come qualcosa di “naturale”, non concessa a piacimento dall’uomo. Nei dettagli invece, si costruisce una smaccata, fortissima, sinceramente insultante misoginia. Si trova nella conversazione fra Shane, Lori e suo figlio, in cui Lori parla di sé dicendo “I’m a girl”  - sono una femmina, intende, ma usa "bambina", non donna, per riferirsi a se stessa. Certo, si può controbattere, lo fa per mettersi a livello del figlio, ma comunque… Shane poco dopo chiama il bimbo “little man”, piccolo uomo. Si trova nella frase di Lori che chiede spiegazione a Rick del perché voglia tornar nella città brulicante di zombie dopo che si sono appena ritrovati: “make me understand”, gli dice. Certo è il verbo corretto, “fammi capire”, ma non posso non notare la scelta di quel “make me”, quasi da imposizione. Si trova nella conversazione fra Lori e suo figlio, dove lei va per dirgli di non essere preoccupato per il padre ed è lei che, mezza con le lacrime agli occhi, finisce per essere consolata e rassicurata da lui. Non dubito che i bambini sappiano essere saggi e più forti dei genitori in alcune occasioni, ma qui il messaggio sembra un altro. E quando Andrew, il marito violento di una delle donne, insulta e aggredisce Andrea (Laurie Golden), una del gruppo che si oppone al fatto che lui ordini alla moglie di venir via, dopo averle rimproverate perché mentre lavoravano si erano messe a ridere, quatto donne adulte riescono a mala pena a tenergli testa, e interviene Shane a ‘ravanarlo’ di botte per salvare le “damigelle in difficoltà”. La forza bruta prevale sulla ragionevolezza qui, ma è un mondo tale in partenza, non un mondo reso tale dagli zombie, fra i quali peraltro sembra esserci parecchia parità, al contrario. Son tutti amenti allo stesso modo. Perfino quando le donne sono lì che lavano e si raccontano che cosa manca loro della vita precedente, e una dice la macchinetta del caffè, l’altra il computer e i messaggini e una confida “il vibratore”, incalzata anche dalla vittima di violenza domestica che ammette che manca anche a lei – cosa che provoca l’ilarità generale poi rimproverata loro  da Andrew – viene da chiedersi se dovesse proprio mancare quello che  in fondo è un simbolo di sessualità maschile, ma qui mi sembra forzare troppo la lettura in senso univoco. Ammetto che ci ho pensato però. Quando ti senti insultato, rischi di leggere tutto in quella prospettiva. Diciamo che non arriva come una sorpresa il fatto che Shane tenti di violentare Lori, in “TS-19” (1.06).

Il problema non è che The Walking Dead mostri il maschilismo. Ci mancherebbe altro. Il mondo ne è pieno e va benissimo che ci sia spazio per rappresentare anche quello. Il problema è che The Walking Dead non solo non propone alternative, non sembra nemmeno vederne di possibili. A The Walking Dead sembra che maschlismo e misoginia piacciano parecchio. A me no.


lunedì 6 dicembre 2010

RAGAZZE A CUI PIACCIONO I RAGAZZI A CUI PIACCIONO I RAGAZZI



Sul Sundance Channel il 7 dicembre debutta un nuovo reality dal titolo Girls who like boys who like boys (Ragazze a cui piacciono i ragazzi a cui piacciono i ragazzi), tratto da un libro dallo stesso titolo, una collezione di saggi di esperienze personali, “una celebrazione di una delle più importanti relazioni nella vita di una ragazza eterosessuale – il suo migliore amico gay”. “(N)è il genere sessuale né la sessualità possono mai dettare in pieno chi abita i nostri cuori”, scrive Armistead Maupin (Tales of the city) nell’introduzione al libro. In TV, se pensiamo a questo genere di relazioni, vengono in mente alcuni personaggi di fiction: Grace Adler e Will Truman (Will & Grace), Carrie Bradshaw e Stanford Blatch (Sex and the city), Mary Ann Singleton e Michael Tolliver (Tales of the City).

Qui i protagonisti sono: David e Elisa, che gestiscono un negozio di abbigliamento vintage e si sono conosciuti quasi 30 anni fa ai tempi dell’università; Nathan e Crystal, pezzi grossi dei media e votati “coppia di potere dell’anno” da una rivista gay di New York, che vedono la loro relazione modificata dalla richiesta che lui le fa di avere da lei un bambino; Sahil e Rosebud, che vengono da due mondi completamente diversi, ma entrambi attori, con lui che fa i primi passi nell’accettare la propria sessualità; Joel e Sarah, lui “accasato” o quasi e autore di successo, lei, che un po’ gli invidia una vita che vorrebbe per sé, che lo aiuta a organizzare il suo matrimonio e si prende cura della madre affetta dal Parkinson.

A giudicare dal buzz intorno al programma e dal numero di fan sulla pagina Facebook, si direbbe giù un successo.