venerdì 9 novembre 2018

GOD FRIENDED ME: ateismo vs. fede



È una sorta di Ultime dal Cielo in salsa religiosa God Friended Me, o forse, meglio ancora, è un più scettico e disincantato Joan of Arcadia nell’epoca dei social network, e pur presentando storie banali o comunque costruite ai limiti della credibilità, riesce ad essere amabile e giocoso a sufficienza da non alienare il pubblico di fronte ad un dibattito anche importante, quello fra atei e religiosi. Nonostante la premessa, o forse proprio per quella, spinge verso l’idea dell’esistenza di Dio, ma è aperta al confronto, al dibattito, all’incontro fra i due versanti ideologici.

Miles Finer (Brandon Michael Hall, The Mayor), figlio di un predicatore, il reverendo Arthur (Joe Morton), è un ateo convinto e ha un podcast in cui parla apertamente di queste sue convinzioni. Un giorno riceve una richiesta di amicizia su Facebook da parte di Dio. Lui rifiuta, ma l’Altissimo non molla l’osso finché lui non accetta. Seguono dei suggerimenti di amicizia che Miles si vede costretto ad accettare, finendo per conoscere le persone in questione e per aiutarle. La prima che incontra, Cara Bloom (Violett Beane, The Flash), è una giornalista con il blocco dello scrittore che grazie a lui re-incontra la madre che l’aveva abbandonata anni prima, e presto diventa una presenza importante nella sua vita. A raccogliere le sue confidenze è anche l’esperto di computer Rakesh (Suraj Sharma), che cerca con e per lui, di scoprire chi si nasconde dietro all’account “Dio”. Miles è convinto si tratti di una burla, ma allo stesso tempo non può non guardare con sospetto come segni di un Essere Alto elementi ed accadimenti che incrocia nella vita. La sorella Ali (Javicia Leslie) spinge perché padre e figlio riprendano dei rapporti più stretti.

In un mondo, e in un contesto come gli Stati Uniti, così polarizzato sulle tematiche religiose, è apprezzabile una serie che riesce a evitare predicozzi, ma a portare ragioni e argomentazioni sia per credere che per non credere in Dio, umanizzando l’altra parte qualunque sia quella di partenza. Anche lì dove c’è candore non è ebete creduloneria. Gli attori, Brandon Michael Hall in primis, sono convincenti e riescono a infondere i personaggi non solo di umanità, ma anche di un pizzico di umoristico distacco e sospetto di fronte alla bizzarria della situazione, che però indagano razionalmente. Un feel-good drama sull’americana CBS ideato da Steven Lilien e Bryan Wynbrandt.  

mercoledì 31 ottobre 2018

SORRY FOR YOUR LOSS: una serie sul lutto

È stata costruita con sensibilità e acume la serie Sorry for you loss, trasmessa su Facebook Watch (canale televisivo di Facebook: qui il link per vederla), per una prima stagione di 10 puntate che ha raccolto eccellenti recensioni. Gli argomenti principali sono il lutto, la depressione e il suicidio, per cui evidentemente non si tratta di tematiche allegre. Il registro è drammatico, ma non da svenamento, il tocco non è esattamente leggero, ma non è nemmeno tale da provocare acuto dolore nello spettatore.

Leigh Shaw (Elizabeth Olsen) è recentemente rimasta vedova, si è presa un’aspettativa dal lavoro di giornalista di una rubrica di consigli per il sito web Basically News e si è trasferita a vivere con la madre Amy (Janet McTeer), che gestisce una sua palestra, la Beautiful Beast, e la sorella Jules (Kelly Marie Tran), ex alcolista che lavora come insegnante di fitness presso la madre. Leigh, fresca del lutto - il titolo è l’equivalente italiano di “spiacenti della tua perdita” e la sigla di fissa su questa scritta fra una serie di messaggi di condoglianze che appaiono e scompaiono dallo schermo – rivive nei ricordi il marito Matt (Mamoudou Athie), un insegnante di inglese con ambizioni da fumettista che soffriva di seri problemi di depressione, e cerca di superare il lutto, grazie anche alla presenza del fratello di lui, Danny (Jovan Adepo), con cui però ha un rapporto conflittuale. Rimane il dubbio: la morte di Matt è stata incidente o suicidio?

Ideata da Kit Steinkellner, la serie tocca un tema caldo del momento nel panorama televisivo, quello del lutto, presente in forme diverse, ma in qualche caso unito ai temi della depressione e del suicidio come qui. Possiamo pensare a titoli come The First, A Million Little Things, Kidding, The Haunting of Hill HouseThis is us

Gli aspetti affrontati sono molti: di chi è e a chi appartiene il lutto, che non è l’esclusiva di una sola persona, la presenza o l’assenza degli altri come testimoni della propria sofferenza, l’effetto sugli altri e la reazione e le aspettative altrui al proprio dolore, il senso e la risposta alle condoglianze, i tempi necessari a superare una perdita, il comparare il dolore (“tu puoi avere un altro marito, io non posso avere un altro fratello” – 1.01), il che cosa sia di conforto, lo sforzo personale per superare la sofferenza, il significato degli oggetti legati ai ricordi, la consapevolezza che molto delle persone non si conosce, i piccoli dettagli,  le reazioni emotive inaspettate, come ci comportiamo con chi ci è vicino in momenti in cui siamo fortemente provati e vulnerabili, la ricerca di senso, il desiderio di rendere onore alla persona venuta a mancare, la felicità e le aspettative realistiche dalle relazioni, le cicatrici…

La protagonista, coraggiosamente da parte della narrazione, non è solo triste, ma è un groviglio di emozioni, ed è intrattabile, a lungo, prende male tutto quello che le dicono. Il riportare alla memoria è centrale: talvolta è un ricordo cosciente, a volte compiuto, altre volte volatile, in qualche caso è a cascata – un pettitino trovato in un cassetto innesca il ricordo delle nozze, poi del funerale (1.08) – o frammentario e fuggevole – Leigh non ricorda la battuta che Matt le ha raccontato quando si sono conosciuti a un party, che poi finalmente le sovviene (1.10).

Il parlare, o il non farlo, è una colonna importante di riflessione. In un gruppo di auto-aiuto la vedova condivide le proprie emozioni, ma nella vita reale spesso preferisce tecere, mentire o comunque non dire della morte del proprio marito. A chi dirlo? Quando dirlo? Si dice o non si dice per se stessi o per gli altri? “Qualche volta l’atto più generoso è tenersi le cose per sé” (1.07) viene detto ad un certo punto (con echi trasversali rispetto alle storyline della puntata). Se non dirlo alla donna che ora vive felice nella casa che tu abitavi con lui può avere senso (1.09), non rivelarlo all’uomo con cui fai l’amore e che vorrebbe una storia con te sembra irrispettoso (1.10). Si ha occasione di meditare a lungo su questi aspetti visto che la ritrosia verbale è reiterata.

“Se il dolore finisce, lui è andato” (1.10). È una serie dolorosa, sul dolore. Il senso è che la morte non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo, è imparare a vivere di nuovo con il dolore, a sopravvivere, a superarlo (1.01), mantenendo intatto il legame con la persona persa. È anche addentrarsi, come nelle favole si entra nella foresta, nel luogo che in assoluto fa più paura, per scoprire chi si è (1.10). Anche come spettatori.    

domenica 21 ottobre 2018

SINGLE PARENTS: genitori soli che si aiutano


“Single Parents” avrebbe funzionato meglio come dramedy che come sit-com, perché l’idea forte di base e un certo tenero sostegno amicale ci sono, ma l’umorismo scarseggia, e lì dove non fosse così forzato, non apparirebbe patetico, come talvolta succede.

Will Cooper (Taran Killam), un divorziato trentenne con una bimba, Sophie (Marrow Barkley), incontra un gruppo di altri genitori soli, che lo accolgono nella loro cerchia di mutuo-supporto e storie di vita condivise: Angie (Leighton Meester, Gossip Girl), è una madre che ha difficoltà a riprendere una vita sentimentale attiva, con il figlio Graham (Tyler Wladis) iper-attaccato a lei; Douglas (Brad Garrett, Tutti amano Raymond) è un vedovo poco avvezzo alla paternità, con due gemelle, Emma (Mia Allan) e Amy (Ella Allan); Poppy (Kimrie Lewis) che lavora in un bar, è la madre single di Rory (David Trey Campbell), un esuberante bimbo con il pallino della moda; Miggy (Jake Choi) è il neopadre tontolone dell’infante Jack.

Ha una certa dolcezza questa creazione di Elizabeth Meriwether (New Girl) e J.J. Philbin, e un giusto pizzico di stramberia. La recitazione è buona e il cameratismo fra i genitori coinvolgente. Nel mix, stona giusto il genitore di origina asiatica Miggy che mentalmente non è troppo brillante perché sembra una fotocopia dell’equivalente personaggio di The Good Place. Le vicende, cosa originale, danno spazio anche ai soli bambini, in un buon equilibrio. I grandi imparano a svolgere bene il loro ruolo di genitori, senza per questo sacrificare la propria identità. Sull'americana ABC. 

lunedì 15 ottobre 2018

COUNTERPART: psicologico ed esistenzialista

È stato un’ode alla gentilezza e un elogio alla mitezza “Counterpart”, il thriller-spionistico-fantascientifico di Starz di cui è già prevista una seconda stagione (dal 9 dicembre negli USA). Il ritmo di  questa creazione di Justin Marks è lento: è un po’ Rubicon, la serie che ricorda di più stilisticamente, un po’ The Americans, con una spruzzata di Kieslowski, di Mr Robot (ma con più tenerezza), di 12 Monkeys (dove la variabile in gioco è il luogo invece del tempo), di Wayward Pines

Howard Silk (uno spettacoloso JK Simmons, vincitore di un Oscar per Whiplash, che merita di essere nominato all’Emmy alla prossima occasione) è un funzionario di basso grado che da una vita lavora presso una agenzia delle Nazioni Unite di base a Berlino, l’Ufficio di Interscambio, ignaro di quello che è lo scopo del suo lavoro. Presto viene a scoprire che, nel 1987, un gruppo di scienziati ha accidentalmente creato un mondo parallelo. A partire da quella data, la realtà si è copiata in un doppione che sta ora progressivamente divergendo, e c’è un passaggio che permette alle due realtà di comunicare, e i rapporti fra le due parti sono segretamente gestite da autorità diplomatiche a questo preposte. ATTENZIONE, SPOILER DI TRAMA NEL RESTO DI QUESTO PARAGRAFO. L’altra parte (il mondo Prime), decimata da una letale influenza, ne dà la colpa alla parte matrice (il mondo Alfa), e intende preparare attacchi terroristici per ritorsione. E una scuola segreta addestra fin da piccoli i bambini a diventare come i loro alter ego, per poi mandarli a rimpiazzarli in qualità di spie. Howard è un uomo dolce e pacato che si reca tutti i giorni in ospedale a far visita alla moglie Emily (Olivia Williams), in coma, profondamente innamorato di lei. Presto incontrerà il suo corrispondente, che al contrario di lui è tosto e ha fatto carriera, e, nonostante le resistenze del direttore della strategia, Peter Quayle (Harry Lloyd), viene coinvolto nei progetti del suo doppio, del suo “counterpart”, e si scoprirà altro della moglie, che un’assassina, Baldwin (l’italiana Sara Serraiocco, Francesco) è stata mandata ad uccidere. Lo stesso Peter scoprirà che la propria moglie, Clare (Nazanin Boniadi), non è chi lui credeva di essere.

Che l’ambientazione sia Berlino, un tempo divisa in due realtà diverse da un muro, non è casuale, ovviamente: identità e doppio sono in primo piano, l’allegoria della Guerra Fredda è esplicita. Il tono è vagamente filosofico, esistenzialista, di riflessione su che cosa ci renda noi stessi e quanto le scelte che facciamo ci modellino, su quanto l’ambiente in cui viviamo condizioni quello che diventiamo, sull’importanza di vivere per se stessi e non a imitazione di altri, sulla sostanza verso l’apparenza, su quali valori rendano una persona degna di ammirazione, sull’opacità dei rapporti umani, sull’amore…  e lo fa con delicatezza, e con una modulazione apparentemente minima, dimessa, ma che assorbe completamente l’attenzione dello spettatore. Il colore dominante si direbbe il grigio.

Le due realtà, e in particolare Howard, sono in un certo senso uno specchio distorto l’una dell’altra e paradossalmente è proprio in questa distorsione che è possibile vedersi meglio: esaminare se stessi e immaginare un’alternativa a quello che si è. Questo è ciò che affascina gli autori in primo luogo ed il loro oggetto di interesse principale. È la realtà psicologica il fulcro della narrazione, più che non l’azione, ridotta all’essenziale.  

Forse non per il palato di tutti, ma una delle migliori serie del 2018. Ideale per il binge-watching. 

domenica 7 ottobre 2018

THE GOOD DOCTOR (2.02): mutilazione genitale, consenso, menzogna


È cominciata molto sottotono la seconda stagione di The Good Doctor, ma si è subito ripresa con una memorabile, potente seconda puntata scritta da David Shore (House).

Continuo a ripensare a quell’episodio che ha toccato temi importanti e ha dimostrato come questa serie, non eccelsa ma significativa come tavola rotonda sullo Zeitgeist contemporaneo, riesca ad avere momenti che si elevano dall’ordinario.

Nella puntata in questione, “Middle Ground” (2.02), una delle storie principali riguardava la mutilazione genitale femminile.
ATTENZIONE SPOILER. Una ragazza minorenne, Asha/Mara (Camille Hyde) si rivolge al pronto soccorso per chiedere la ricostruzione vaginale, dopo che una mutilazione genitale che i genitori le hanno fatto fare all’età di due anni, l’ha lasciata piena di cicatrici. Lei si vergogna e non accetta quello che le stato perpetrato e chiede aiuto. Pur sapendo che la ragazza è minorenne e ha dato un nome finto, la dottoressa Audrey Lim (Christina Chang) finge di non accorgersene per poterla aiutare senza dover allertare i genitori. Fatta l’operazione, la ragazza si sveglia con fortissimi dolori e risulta chiaro che il motivo è che la mutilazione non è stata completa e rimane del tessuto nervoso sensibile. A questo punto i genitori devono necessariamente essere coinvolti. Le soluzioni, da un punto di vista medico, sono due: o si ricostruisce salvando i nervi che ci sono, con la possibilità di recuperare la sensibilità al piacere; o, cosa chirurgicamente più semplice, si finisce quello che è stato cominciato e si rimuovono tutti i nervi. La dottoressa spinge per la prima opzione. La ragazza, sedata perché sopporti i dolori, svegliata appositamente, di fronte ai genitori dice di volere la seconda. Non convinta, Audrey chiede di sentire la ragazza da sola, e lei ribadisce che non se la sente di tradire la sua cultura e la tradizione. La chirurga, a dispetto di quello che le ha detto la ragazza, mente e dice che lei è favorevole per la prima opzione. Quindi viene fatta una ricostruzione. Al risveglio, tutto è andato bene. I genitori di lei non vengono messi al corrente, ma la Mara si accorge di quale operazione sia stata fatta: le era stato spiegato che per la ricostruzione avrebbero preso del tessuto dall’interno della sua guancia, e toccandosi la guancia con la lingua ha capito. Sorride e ringrazia la dottoressa.

Questa vicenda, è stata significativa in sé e per sé nel contenuto, perché affronta un tema importante e poco dibattuto e fin troppo presente, denunciandone la barbarie e la criminalità. Ma, per quanto sia significativo esplorare diritti umani, si è andati al di là del trattare un social issue importante. Altre questioni sono emerse, anche con l’eco della storia parallela. Il dottor Shaun Murphy (Freddie Highmore) si accorge che un inserviente dell’ospedale soffre di cancro al pancreas. Vogliono fargli dei test, ma senza spiegargli la vera ragione per non spaventarlo. Il giovane medico, nonostante le buone intenzioni, non riesce a mentire - ma nella sua parabola di apprendimento alla fine della puntata invece ce la fa  - e glielo rivela. L’uomo in questione viene spinto ad operarsi, pur non volendolo, dai familiari che vogliono per lui una vita più lunga che l’alternativa consentirebbe, solo pochi mesi di vita. Sebbene l’operazione vada bene, ci sono delle complicazioni e lui muore. La famiglia si colpevolizza, ma Shaun mente dicendo che l’uomo in realtà l’operazione la voleva.

Attraverso entrambe queste storie, si esamina un concetto molto attuale nel dibattito sociale, trasversalmente presente nella società odierna (penso all’ambito del sesso, ma non solo), e molto più labile di quanto normalmente possa sembrare: quello del consenso. Qui, si mostra come il consenso non sia così lineare e apparentemente scontato, ma si presti a delle aree grigie più significative di quanto normalmente non si ammetta, e di come talvolta un sì non sia del tutto convinto. Qui si affronta una tematica morale importante, e si ammette che non ci sia una risposta bianca o nera.

Il secondo grande tema affrontato, che in questo caso si intreccia al primo, e che è un grande favorito dell’autore già dai tempi del dottor House, è quello della menzogna. È sempre la cosa giusta dire la verità? Quando è lecito mentire e quando è bene dire la verità? Che cosa ci fa decidere per l’una o per l’altra cosa? Qui, da entrambe le storie, alla fine si giunge alla conclusione che non è rilevante dire la verità se questa non aiuta. Va bene mentire. Devo dire che non sono del tutto a mio agio con questa conclusione. Non so se la condivido. Tuttavia, non posso negare che qui io abbia trovato corretta moralmente la soluzione dei personaggi. Indipendentemente dalla mia posizione in proposito penso che sia fantastico che la serie riesca porci davanti a questioni etiche così quotidiane e rilevanti.

Penso che sia stata una puntata coraggiosa su più livelli, e rispetto al tema della menzogna in particolare, penso che si sia adottata una prospettiva di fatto abbastanza impopolare. È più comune sentire difesa la verità sempre e comunque. Qui i personaggi optano per la soluzione opposta, con delle implicazioni anche deontologiche importanti. Mi è tornata in mente una citazione di Brian Kinney in Queer As Folk, a cui ho ripensato più volte negli ultimi mesi, ovvero che, parafrasando, non è mentire se la sola verità che riescono ad accettare è la loro. Mi ha sempre fatto pensare molto, e qui penso che si adatti alla prima delle due storie raccontate. 

Di fatto io non sono sicura che avrei agito con i personaggi, ma mi piace essere messa nella posizione di interrogarmi su che cosa avrei fatto io e essere lasciata in sospeso a riflettere su quale sia il comportamento morale più giusto. Penso che questo sia uno dei grandi poteri della televisione e della narrazione in generale. Qui, la serie ha davvero dimostrato un potenziale realizzato, mostrando come anche serie di fatto qualitativamente meno ambiziose di molte altre possano offrire intrattenimento pregnante.

giovedì 4 ottobre 2018

OSSERVATORIO TV 2018: online il libro


È ora online il libro "Osservatorio TV 2018". Qui potete scaricarlo gratuitamente. Io partecipo con due saggi.

Sotto, l'indice:

Presentazione di Barbara Maio
Introduzione di Lorna Jowett
Bates Motel (A&E 2013) Kelly Andrade
Black-ish (ABC 2015) Giada Da Ros
Dark (Netflix 2018) Sara Mazzoni
Erased (Netflix 2017) Lorenzo Manuel D’Anna
Happy Valley (BBC 2014) Daniela Pizzuto
Inhumans (ABC 2017) Barbara Maio
La Casa di Carta (Antena 3/Netflix 2017) Désirée Favero
Mr.Robot (USA Network 2015) Giada Da Ros
Outlander (Starz 2014) Ellen Nerenberg
Shameless US (Showtime 2011) Désirée Favero
  
Buona lettura!

lunedì 1 ottobre 2018

MANIFEST: un pilot deludente



È stata una delusione il pilot di Manifest (sulla NBC negli USA, su Mediaset Premium in Italia, con una sola settimana di distanza dall’originale), descritto in partenza come un Lost al contrario con l’aggiunta di un pizzico di This is us, ed il motivo principale è che, seppure sia stato fatto un lavoro anche dignitoso, è stato molto ordinario  e insipido su ogni livello: sceneggiatura e dialoghi, regia, recitazione…

La premessa è di per sé intrigante. Un gruppo di persone a bordo di un aereo in volo dalla Jamaica a New York, il Montego Air Flight 828, attraversa una turbolenza piuttosto pesante, ma che si risolve nell’arco di poco tempo. Una volta atterrati, i passeggeri vengono accolti con shock dalle autorità e poi dai familiari, che non sanno spiegarsi che cosa sia successo: se per chi era in volo sono stati attimi, a terra sono trascorsi più di 5 anni, durante i quali tutti loro sono stati presunti morti. Ben Stone (Josh Dallas, Once Upon a Time) e il figlioletto Cal (Jack Messina), che soffre di cancro, ora ritrovano rispettivamente una moglie e una madre, Grace (Athena Karkanis), e una figlia e una sorella gemella, Olive (Luna Blaise), cresciuta, e la scienza avanzata al punto da poter potenzialmente salvare la vita di Cal. La sorella di Ben, Michaela (Melissa Roxburgh), una poliziotta, viene a sapere che il fidanzato Jared (J.R. Ramirez) è diventato detective e si è sposato con la sua migliore amica. Sia lei che Ben poi hanno perso la madre. La ricercatrice medica Saanvi (Parveen Kaur) realizza che il lavoro da lei fatto prima di “scomparire” è stato nel frattempo messo a frutto permettendo di curare molti pazienti pediatrici. Le autorità cercano di capire che cosa sia capitato e intanto tutti i “sopravvissuti” cominciano a sentire delle voci che danno loro dei comandi su cose da fare.   

La serie ideata da Jeff Rake (The Mysteries of Laura) accenna appena allo sconvolgimento emotivo da cui sarebbero realisticamente travolti i protagonisti, per concentrarsi molto di più sul fatto che percepiscono questi comandi che li aiutano a sventare pericoli o risolvere problemi nel mondo che li circonda, confusi dal loro ruolo in quello che li rende una sorta di “eroi involontari”. Stanno forse impazzendo?  

L’influsso di Lost è evidente non solo per il fatto che si tratta di un volo aereo con un twist poi sovrannaturale, ma anche dall’attenzione ad esempio ai numeri che compaiono ai protagonisti, a partire proprio da quel Flight 828, che poi viene rivisto in altre occasioni, compresa una  citazione biblica amata dalla madre dei protagonisti,  Romani 8:28:  “tutto concorre al bene”. Il confronto con la serie di culto è devastante per Manifest. Chi dimentica l’occhio di Jack che si apre, nel modello emulato? Qui alla fine della visione non rimane nella memoria alcuna scena o fotogramma, salvo forse la bella scritta del titolo, nella title card. È assente ogni brivido, ogni autentica tensione, per lo spettatore: un peccato mortale con materiale di questo potenziale.

La rende tediosamente terribile la prospettiva che si trasformi in una missione della settimana spiritual-sovrannaturale, se non addirittura religioso-cristiano, qualcosa di, è il caso di dirlo, di manifesto – Daniel Fienberg ricorda appropriatamente su The Hollywood Reporter che il Manifest del titolo, ovviamente la lista dei passeggeri di un volo,  non può non far ricordare che la teoria del “Destino Manifesto” è la nozione che l’espansione coloniale bianca attraverso il Nord America era voluta da un potere superiore. Da leggere le sue osservazioni sul tema della religiosità nel pilot della serie.  

lunedì 24 settembre 2018

SHARP OBJECTS: feroce e intenso



Dolorosa. Elegante. Quieta. Atroce. Asciutta. Sorprendente. È stata tutto questo l’intensa, pacata miniserie Sharp Objects dall’omonimo romanzo - “Sulla Pelle” in italiano - di Gillian Flynn, anche sceneggiatrice in alcune delle puntate, ma portato sullo schermo da per la HBO da Marti Noxon (Dietland, Buffy) e Jean-Marc Vallée, regista di tutte otto le puntate come era già stato per Big Little Lies.

Siamo a Wind River; una piccola comunità del Missouri. Un giovane donna è stata assassinata e le sono stati tolti tutti i denti, e un’altra è scomparsa, e poi lei pure viene trovata uccisa, e Camille Parker (una Amy Adams che sa essere un nervo scoperto e mostra che vale tutte le 5 nomination agli Oscar ricevute nella sua carriera) è una giornalista che viene mandata dal suo capo-mentore-amico Frank (Miguel Sandoval) a scrivere un reportage sugli eventi perché si tratta della sua città natale, dove ancora risiede la sua famiglia. Camille, che beve come una spugna e ha un passato di intenso autolesionismo –l’intero suo corpo è un groviglio di cicatrici che di è autoinfllitta scrivendosi delle parole sulla pelle e che nasconde sotto gli abiti – con il ritorno a casa deve fare i conti con i demoni riaffioranti del passato, e in particolare con la madre Adora (Patricia Clarckson), che già ha perso una figlia, Marian, in circostanze misteriose, e con la sorellastra adolescente Amma (Eliza Scanlen), che a casa si sottomette al ruolo di santerellina impostale dalla famiglia, ma che, fuori con le amiche nel passatempo cittadino del pattinaggio a rotelle, rivela una capricciosa anima persa più oscura e pericolosa. Oltre al capo della polizia locale (Matt Craven), indaga sul caso il detective Richard Willis (Chris Messina).

ATTENZIONE SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO. “Non dirlo alla mamma”, sono le parole pronunciate in chiusura di “Milk” (1.08). Nell’ultimo minuto, per non dire nel’ultimo secondo, Camille capisce che è la sorella l’assassina; e per non lasciare il dubbio che si tratti solo di un suo sospetto, a metà dei titoli di coda finali, si ha un piccolissimo inserto in cui la si vede insieme alle amiche commettere il delitto. Nella puntata precedente (1.07) si era scoperto che era stata invece la madre a causare la morte delle figlia adolescente anni prima. Soffrendo di Sindrome di Munchausen per procura, la avvelenava per potersene prendere cura, come da anni ormai faceva con Amma e prova ora a fare con Camille. 

Non è però tanto il giallo il fulcro di interesse delle vicende, quanto la psiche torturata e l’universo interiore di Camille. I ricordi le affiorano alla memoria come stilettate, in fugacissimi intrusivi frammenti mnemonici che a flashback le compaiono davanti agli occhi come potrebbe accadere a ciascuno di noi. Non c’è un ricordo passato completo e compiuto, ci sono dettagli elicitati da una parola, o un banalissimo stimolo di qualunque altro tipo. È la vita passata che intrude in quella presente e la riempie di significati altri, in questo caso penosi, spesso insopportabili.  

Con un’eleganza anche più raffinata di quella che Vallée ci aveva mostrato in Big Little Lies si scava in emozioni intense e multivalenti e si indaga la difficoltà di creare intimità. Quello che si dice in fondo è come l’essere veramente nudi consista nel rivelare se stessi nella propria vulnerabilità, come sia difficile lasciarla vedere - in questo senso la scena intima fra Camille e John Keene (Taylor John Smith), il fratello della seconda vittima sospettato di averla uccisa, in 1.07 è stata un vero capolavoro -  e come sia difficile prendersene cura - come mostra l’allontanamento di Richard da Camille in chiusura. Rabbia,  manipolazione, negazione, il morso dei problemi mentali, il desiderio di popolarità e i mostri che ne derivano sono in primo piano. Una thriller psicologico feroce che non mola mai la presa.

martedì 18 settembre 2018

EMMY AWARDS: i vincitori

Photo credit: Chris Pizzello/Invision, via Associated Press


Sono state consegnate giorno 17 i prestigiosi premi Emmy. Qui avevo indicato le nomination. Sotto, i vincitori:

Miglior serie drammatica: Game of Thrones
Miglior attore in un drama: Matthew Rhys - The Americans
Miglior attrice in un drama: Claire Foy - The Crown
Miglior attore non protagonista in un drama: Peter Dinklage - Game of Thrones
Miglior attrice non protagonista in un drama:  Thandie Newton - Westworld

Miglior comedy: The Marvelous Mrs. Maisel
Miglior attore in una comedy: Bill Hader - Barry
Miglior attrice in una comedy: Rachel Brosnahan - The Marvelous Mrs. Maisel
Miglior attore non protagonista in una comedy: Henry Winkler - Barry
Miglior attrice non protagonista in una comedy: Alex Borstein - The Marvelous Mrs. Maisel

Limited Series: The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Film per la TV : USS Callister: Black Mirror
Miglior attore in una Limited Series o Film per la TV : Darren Criss - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Miglior attrice in una Limited Series o Film per la TV: Regina King - Seven Seconds
Miglior attore non protagonista in una Limited Series or Film per la TV: Jeff Daniels - Godless
Miglior attrice non protagonista in una Limited Series o Film per la TV: Merritt Wever - Godless

Nella foto, Amy Sherman-Palladino, autrice di The Marvelous Ms Maisel, che ha vinto anche per la sceneggiatura del pilot della serie. Per altri vincitori, si veda qui.

lunedì 10 settembre 2018

THE END OF THE F***ING WORLD: una perla


È una autentica perla, The End of The F***cking World (Netflix), ideata da Jonathan Entwistle, perché crea qualcosa di bello e prezioso da una situazione molto dolorosa. Ammetto che, nonostante le recensioni entusiaste, non credevo l’avrei apprezzata sulla base della premessa, e invece mi ha conquistato con una dolcezza capace di emergere da amarezza e violenza e con la sua intensità, commovendomi anche con un toccante finale. 

James (Alex Lawther) è una sorta di Dexter adolescente: è formalmente un “bravo ragazzo” che però è desensibilizzato e distaccato rispetto a quello che avviene nel mondo esterno, e la sola cosa che lo interessi è uccidere. La fa da quando era piccolo, con piccoli animali. Alyssa (Jessica Barden) è una diciassettenne arrabbiata con il mondo e ribelle che non sopporta il neopatrigno e decide scappare di casa per raggiungere il proprio padre biologico. Quando James incontra Alyssa e lei lo manda a quel Paese con una teminologia più colorita della mia, si piacciono: lui la vede perfetta come sua prima possibile vittima umana, lei si sente al sicuro con lui e comincia a considerarlo il suo ragazzo e decidono di scappare insieme.   

Quello che ne segue è una storia di innamoramento e di auto-scoperta non priva di tristezza e di momenti esilaranti, piena di vulnerabilità e di forza, di stupore e di sottili rivelazioni. Nella loro fuga on the road succedono diverse cose, una particolarmente imponente, e questo cambierà il loro modo di sentire se stessi e gli altri. Esplorando i temi della crescita, del ruolo dei genitori nella propria vita, della violenza, si costruisce una vicenda forse contortamente, ma assolutamente romantica. E si celebra il potere delle connessioni umane di svelarti a te stesso e di farti capire chi sei e che cosa vuoi davvero.

Come spettatore non riesci a non compartecipare nelle sorti dei personaggi anche di fronte ai loro riprovevoli comportamenti. La recitazione è eccellente – interessante la scelta di farli parlare senza guardarsi, a lungo, nelle puntate iniziali soprattutto - e la sobria scarna calibrazione dei personaggi secondari pure: Phil (Steve Oram), il padre di James; Gewn (Christine Bottoley), la madre di Alyssa; Tony (Navin Chowdhry) il patrigno; Eunice Noon (Gemma Whelan) e  Teri Donoghue (Wunmi Mosaku), le poliziotte sulle tracce dei due ragazzi.

Le otto puntate, di circa 20 minuti l’una, di questa British dramedy che ha il gusto di una commedia dark, sono basate su una graphic novel di Charles S. Forman.  

domenica 2 settembre 2018

VIDA: una vitale serie messicano-americana



Due sorelle che si rivolgono appena la parola, Emma (Mishel Prada) e Lyn (Melissa Barrera), tornano nel vecchio quartiere ispanico nell’Est di Los Angeles dove un tempo vivevano, Boyle Heights, per l’improvvisa morte della madre Vidalia, il cui nomignolo dà il titolo alla serie Vida.

Al loro arrivo incontrano la “compagna di stanza della madre”, Eddy (Ser Anzoatugui), che si rendono conto presto esserne stata la moglie. A quest’ultima Vida ha lasciato in eredità una parte del bar di famiglia e una serie di appartamenti, che per il resto vanno divisi fra le due figlie e che però non sono finanziariamente floridi. Eddy non vuole vendere e le sorelle devono decidere che cosa fare: Emma, che ha un lavoro a Chicago e che da ragazzina era stata mandata via dalla madre per una ragione che scopriremo solo in chiusura del primo arco, è piuttosto fredda e operativa e non sembra sentire una grande connessione con i locali; Lynn, più giovane e sprovveduta, lascia fare alla sorella ed è più che altro desiderosa di riconquistarsi il suo vecchio amore Johnny (Carlos Miranda), senza tener conto che lui ora ha una fidanzata ed è in attesa di un figlio. Alcuni investitori sono interessati alle proprietà, ma la comunità Latinx – dove Latinx è il modo gender-neutrale per latino o latina -  in cui vivono è in subbuglio perché vedono queste offerte economiche come un modo di mandare via la loro gente distruggendo così la loro cultura e il loro stile di vita. Voce di questo dissenso, con un suo popolare vlog, è la giovane arrabbiata Mari (Chelsea Rendon). 
  
Ideata da Tanya Saracho sulla base del racconto Pour Vida di Richard Villegas Jr., questa serie, del canale Starz con un cast interamente ispanico, affronta molti temi della vita, come è evidente dal titolo: della famiglia, della casa e dell’amore, del diventare adulti, del denaro e della gentrificazione, dell’identità culturale e sessuale (“Non mi identifico in niente, sono solo me” dice Emma in 1.03); e il tema della morte, sia come lutto, ma soprattutto nel senso di indagare il modo migliore per onorare la memoria di un persona amata che si è persa. Ci si concentra sulle vite intime di pochi personaggi, prevalentemente donne, sullo sfondo di un contesto sociale molto definito, offrendo una sorta di commentario biunivoco. E i momenti personali mostrati sono sia emotivi – particolarmente toccante e delicata l’esplorazione della sofferenza di Eddy, anche in contrasto con quella delle figlie di Vidalia – che sessuali – le scene di sesso sono molte, sia etero che omo, e sorprendentemente esplicite.  

L’uso della lingua anche è calibrato in un misto di americano, Spanglish, spagnolo non sottotitolato (un po’ alla Junot Diaz), con anche molto slang messicano che riflette l’autentico modo di parlare di alcune aree losangeline. Gli sceneggiatori infatti sono tutti Latinx, americani di origine dominicana, cilena, salvadoregna e messicana. E, come spiega l’autrice in un’intervista all’Hollywood Reporter (THR), cercano di riappropriarsi del termine derogatorio “pocha” che i messicani usano nei confronti dei messicano-americani, a indicare che sono una sorta di ibrido, né di qui né di lì, usandolo in un nuovo modo.

Il miscuglio culturale e linguistico rende questa fugace serie un’esperienza sorprendentemente stimolante e inusuale. C’è da rallegrarsi che alle sei puntate della prima faccia seguito una confermata seconda stagione.  

sabato 25 agosto 2018

RISE: dimenticabile


Bene che sia finito come ha fatto, Rise: applausi del pubblico, inchini dei ragazzi che nella serie hanno messo in scena lo spettacolo, commozione dei presenti e dello spettatore a casa e l’annuncio da parte del’autorità che il programma di teatro della scuola verrà tagliato, così come la serie non tornerà per una seconda stagione. Non dispiace, va bene così. Ispirata al libro Drama High di Michael Sokolove, che raccontava una storia vera, ha detto ciò che doveva, e ha calato il sipario.

Letteralmente dal primo secondo si vede che l’autore è lo stesso di Friday Night Lights, Jason Katims, per il modo in cui sceglie di introdurre la cittadina dove sono ambientate le vicende, e in seguito lo si sente nel modo di costruire le relazioni personali, ma si è rimasti distanti da quei vertici, mancando di mordente, fuori da alcuni momenti. In questo caso l’ambientazione è quella di una piccola comunità operaia di Stanton, dove il denaro scarseggia. Un ambizioso professore di lettere, Lou Mazzuchelli (Josh Radnor, Mercy Street, How I met your mother), “Mr Mazzu”, prende la direzione del dipartimento teatrale del liceo dove lavora sostituendo Tracey Wolfe (Rosie Perez) che decide di rimanere con lui e di spalleggiarlo. Vuole mettere in scena lo spettacolo Spring Awakening (Risveglio di Primavera) e, anche se i ragazzi raccolgono la sfida con entusiasmo, molti genitori si oppongono strenuamente al progetto perché ritengono che le tematiche affrontate siano inappropriate: aborto, abuso, suicidio, sesso, omosessualità…Alla fine è un successo.

Molte di queste questioni riguardano i ragazzi da vicino. Non hanno vite facili. A Lilette Suarez (Auli’i Cravalho, in originale la voce della protagonista principale del film della Disney diventato Oceania in italiano), viene offerto il ruolo principale di Wendla. Lei dopo la scuola lavora come cameriera con la madre Vanessa (Shirley Rumierk) con cui vive, che ha una relazione con l’allenatore della squadra di football della scuola, Sam Strickland (Joe Tippet), cosa che non viene presa bene dalla figlia di quest’ultimo, Gwen (Amy Forsyth). Il ruolo di protagonista principale maschile viene dato a Robbie Thorne (Damon J. Gillespie), star della squadra di football, che ha una madre che sta morendo di SLA e un padre che lo spinge ad eccellere nello sport e non vede di buon occhio la sua nascente relazione con la protagonista dello spettacolo. Gordy (Casey Johnson), il figlio maggiore di Mr Mazzu, ha problemi di alcool, e si sente inizialmente messo da parte quando il padre e la madre Gail (Marley Shelton) decidono di accogliere in casa Maashous Evers (Rarmian Newton), un adolescente senzatetto che per il club di teatro è addetto alle luci. Sam Saunders (Ted Sutehrland), attratto dal compagno Jeremy (Sean Grandillo), attraverso lo spettacolo si vede costretto ad affrontare il suo mai ammesso orientamento sessuale, di fronte alle pressioni contrarie di una famiglia cattolica molto conservatrice. Sasha Foley (Erin Kommor) scopre di essere incinta, ma non può contare affatto sul sostegno del padre con cui vive, mentre lo trova in Tracey e Michael (Ellie Desautels), uno studente transgender.   

Un po’ come nello spettacolo teatrale con cui si intreccia – che a conoscerlo bene sicuramente dà una lettura più pregnante a tutto – le situazioni complicate della vita sono molte e si affastellano in questa ennesima versione di studenti del liceo alle prese con il mondo dello spettacolo (dal classicone Fame al neo-classico Glee), e le riflessioni sull’arte come specchio della realtà e come palco, è il caso di dirlo, che ci fa riflettere su quello che viviamo mettendo in risalto il nostro vissuto, non si riesce ad essere particolarmente originali, pregnanti o incisivi, di fatto. Dimenticabile.