martedì 12 maggio 2015

THE GOOD WIFE: la sesta stagione


The Good Wife è sempre così denso e articolato che tante volte non ne scrivo proprio per una sorta di timore reverenziale. Ogni puntata meriterebbe una complessa analisi. Anche con la sesta stagione si è confermata una delle migliori serie in circolazione. Con la scesa in campagna elettorale di Alicia in lizza come Procuratore dello Stato la serie si è fatta ancora più politica di quanto non fosse già e ha ben esaminato i labili, porosi confini fra il mondo della gestione della cosa pubblica e quello della legge, fra giustizia e criminalità  - anche con la prima metà della stagione che ha visto Cary Agos (Matt Czuchry) ingiustamente dietro le sbarre, o nel rapporto di tutti i personaggi con lo scomodo Bishop (Mike Colter) -, fra ruoli personali e pubblici. Mi sono molto interrogata, ad esempio, su che cosa intendessero realmente dire in “Read Meat” (1.16) quando Alicia (Julianna Margulies) e Finn (Matthew Goode), dopo la vittoria di lei, uccidono vari nemici in un videogioco, mentre Diane (Christine Baranski), riluttantemente in compagnia repubblicana a seguito del marito Kurt (Gary Cole), si unisce a una battuta di caccia con il potente Gil Berridge (Oliver Platt). Sembra quasi che il senso sia che la politica vera è in fondo un gioco e che la vera politica “accade” spesso altrove, nelle occasioni sociali.

Se c’è una e una sola lezione che mi porto dietro da questa stagione è che non c’è spazio in politica per l’ironia, quel “sorriso della ragione” che tanto mi sta a cuore. Alicia ha dovuto impararlo in fretta. Sempre di più e in modo sempre più esplicito hanno messo in primo piano il tema delle modalità di costruzione e controllo della narrativa: la costruzione ad uso del pubblico di come i personaggi pubblici vengono costruiti per essere percepiti in un modo piuttosto che in un altro e la manipolazione a proprio vantaggio della prospettiva in cui una “storia” (personale, politica, sociale) va raccontata per veicolare il messaggio voluto. Tutto è narrativa e come la costruisci fa la differenza fra vincere e perdere, fra persuadere o dissuadere. Come ci si gioca il rapporto fra sostanza e apparenza può essere tutto. Nella rivalità elettorale fra Alicia e Frank Prady (David Hyde Pierce), che cercano di essere corretti l’uno nei confronti dell’altra, e attraverso i consigli professionali di Johnny (Steven Pasquale), si ritorna con insistenza su questo punto, così come emerge nel rapporto con la stampa, in particolare con Petra Moritz (Lily Rabe) che intervista Alicia dopo la vittoria. Ma puntare il dito su un dettaglio specifico è superfluo, perché tutta la serie, davvero, esplora questa tematica in modo intenso. E affidandola spesso alle esagerate preoccupazioni di Eli (Alan Cumming) si fanno notare strategie e tattiche in modo estremamente umoristico. Le scene con lui, così come quelle con David Lee (Zach Grenier), sono dosate con il contagocce, ma forse anche per questo sempre attese e godibilissime.

Si fa notare anche la concezione per cui la legge deve essere equa, non impersonale. È sempre personale, altrimenti sarebbe senza significato, per parafrasare quanto detto da Diane Lockhart (6.18). Ed è interessante anche notare come il praticarla porti Alicia a non considerarla più come una cosa buona, ma neutrale, anche consapevoli che ciò che è giusto e ciò che è legale non sempre vanno a braccetto (6.21). 

Continua poi il forte interesse per il collegamento fra legge e tecnologia. Un esempio è stato quello sul malfunzionamento di un arma realizzata in casa con una stampante 3D con le istruzioni trovate online (1.15). E, anche se solo accennato, è affascinante il rapporto con la religione. Non si può non notare che, mutatis mutandis, The Good Wife e The Americans affrontano la stessa tematica di giovani adolescenti che si avvicinano alla fede lì dove i genitori sono indifferenti o contrari. Grace, la figlia di Alicia, ha una crisi di fede poi nel corso di questa stagione, ma la tematica è rimasta aperta.
L’attesa uscita di scena di Kalinda (6.20) è stata costruita in modo certosino e credibile, e non è mancato un momento di commozione quando, apparentemente rivolta a Grace, la figlia di Alicia, si è rivolta in camera e ha detto al pubblico il suo “goodbye” definitivo, pur comparendo anche nelle due puntate successive. Ben calibrata poi la “solidificazione” nel cast di Finley “Finn” Polmar, entrato nella scorsa stagione.  


Una stagione avvincente, con un cast sempre superbo, guest star comprese, per un programma pregno che mi lascia sempre ispirata. E una finale che, ancora una volta, sorprende e si apre a mille nuove possibilità. 

martedì 5 maggio 2015

A to Z: inizialmente deliziosa, poi piatta


Non rimpiango che abbiano cancellato A to Z, ideata da Ben Queen, dopo una sola stagione di 13 episodi.
 
Questa rom-com, narrata in originale dalla voce di Katey Segal (Sons of Anarchy), ha come protagonisti Andrew (Ben Feldman), una ragazzo che lavora presso una agenzia di incontri sentimentali chiamata Wallflower, e Zelda (Cristin Milioti), un’avvocatessa che lavora nell’edificio di fronte al suo, tanto che se si telefonano possono guardarsi dalla finestra. In due si innamorano e si frequentano, come si dice nella sigla, per 8 mesi, 3 settimane, 5 giorni e un’ora e il programma è la cronistoria della loro relazione, dalla A alla Z, che peraltro sono anche le iniziali dei nomi dei protagonisti, se non si fosse notato.
 
Ad affiancarli ci sono i rispettivi migliori amici, Stu (Henry Zebrowski) e Stephie (Lenora Crichlow), un tempo una coppia, ma ora ai ferri corti, ma con qualche occasionale residua scintilla fra loro. Completa il cast la temibile Lydia (Christina Kirk) il capo di lui, uno dei suoi personaggi più riusciti della serie, costantemente in bilico fra il desiderio di essere temuta e (segretamente) benvoluta e completamente impreparata nel gestire i suoi dipendenti, fra cui spicca la coppia costituita da Lora (Hong Chau) e Dinesh (Parvesh Cheena), veri esperti di computer sempre appiccicati l’uno all’altra.

La storia era zuccherosa, ma non guastava,  era partita in modo delizioso, piena di romanticismo e lieve umorismo, ma l’entusiasmo si è presto sgonfiato su entrambi i fronti, e nonostante l’occasionale guizzo – come il riferimento al Bechdel Test (1.08) - è sempre rimasta piuttosto piatta. 

martedì 28 aprile 2015

MASTERS OF SEX: la seconda stagione


Attenzione spoiler. La seconda stagione di Masters of Sex si è tenuta qualitativamente sullo stesso livello della prima – di cui ho parlato estesamente in Osservatorio TV del 2014. Come avevano promesso gli autori però, si è concentrata su aspetti diversi rispetto alla prima, e in particolare sulla relazione, progressivamente sempre più intima, fra i protagonisti principali, William Masters e Virginia Johnson, esaminata in dettaglio, soprattutto attraverso il loro rapporto lavorativo-personale degli incontri clandestini in un hotel ad Alton. La scrittura qui ha raggiunto livelli davvero impareggiabili, e penso in particolare alla puntata “Fight” (2.03) scritta da Amy Lippman (Party of Five), quasi un bottle episode, in cui i due si rivelano l’un l’altra con sullo sfondo il contrappunto di un tanto scontro di boxe che va in onda sullo schermo della TV nella camera d’albergo in cui si trovano, tanto reale quanto metaforico – il tema della mascolinità nello specifico è eviscerato in modo acuto qui.
Nello stesso episodio il “caso medico” di un bimbo nato con organi sessuali ambigui ha reso la puntata ulteriormente pregnante su un altro livello, tratteggiando con pennellate tanto essenziali quanto efficaci la tematica molto attuale della discriminazione e della necessità di giustizia sociale nei confronti delle persone transgender.  Accanto a questa si è continuato ad approfondire quella già toccata nella prima stagione dell’orientamento sessuale. La terapia di conversione di Barton (Beau Bridges) seguita da un frustrato tentativo di fare l’amore con la moglie Margaret (Uallison janney) – doloroso da guardare per la sua violenta autenticità - e il suo successivo tentato suicidio sventato dalla figlia Vivian (Rose McIver) hanno aperto la stagione e veicolato l’uscita di scena di questi personaggi per altri vincoli contrattuali degli attori: Beau Bridges e Allison Janney sono impegnati sul fronte delle sit-com, e Rose McIver è diventata la protagonista di iZombie. Il testimone della famiglia Scully lo hanno raccolto Betty (Annaleigh Ashford) ed Helen (la comica Sarah Silverman in un ruolo drammatico), in una storia lesbica di forzate menzogne che ha danneggiato tutti.   
Il fondo della serie è rimasto quello che Bill ha bene espresso in una intervista per una stazione televisiva: “L’obiettivo è provocare una conversazione sulla sessualità umana che non sia condotta in sussurri fatti sottovoce. Il vocabolario del sesso (…) dovrebbe essere comune. (…) La censura perpetua la vergogna, che a sua volta favorisce l’ignoranza, e l’ignoranza impedisce il cambiamento, per cui è una traiettoria pericolosa ritirarsi intimiditi dal linguaggio del corpo” (2.11) È perfino sorprendente quanto ancora attuali siano le sue parole. E il come parlarne è emerso proprio rispetto al medium televisivo con Bill inizialmente riluttante,  poi comunque impacciato, a spiegare la propria ricerca attraverso un mezzo che, ancora agli esordi, doveva autocensurarsi molto e utilizzare circonlocuzioni e modalità costrittive e antitetiche all’essenza del messaggio che il ricercatore voleva trasmettere.
Questo arco è stato di fatto diviso in due parti, con uno stacco temporale di alcuni mesi fra la prima e la seconda parte della stagione – la prima fase si è chiusa con la morte per cancro della dottoressa DePaul (Julianne Nicholson): l’intenso rapporto fra lei e Virginia è culminato con decisioni difficili da entrambe le parti (Lillian di non continuare la terapia chemoterapica, Ginny di non chiamare i soccorsi quando l’ha trovata morente) che hanno mostrato quanta forzo e rispetto ci fosse in entrambe. E la seconda parte, con il dottor Masters che all’improvviso si è trovato non solo medico e scienziato, ma uomo incapace di avere un’erezione se non masturbandosi, ha spinto i due ricercatori verso una nuova tappa dei loro studi, quella non solo di osservare e descrivere il sesso da un punto di vista fisiologico, ma di cercare delle soluzioni per coloro che soffrono per disfunzioni di varia natura nel campo della sessualità. L’eterodosso approccio di Virginia alla psicologia ha reso giustizia sia a quest’ultima come disciplina autonoma con forti potenzialità che all’ignoranza dell’epoca sull’argomento.
Diverse altre le storie sono state sotto i riflettori: dal dottor Austin (Teddy Sears) che si è visto costretto a cedere alle avance sessuali del suo capo, Flo (Artemis Pebdani);  alle difficoltà fisico-relazionali di Barbara (Betsy Brandt), nuova segretaria, e Lester (Kevin Christy), documentarista del loro lavoro, poi divenuti pazienti; al fratello di William, Francis (Christina Borle, Smash), e l’alcolismo suo (di Francis) e del padre; fino alla storia di scoperta della realtà nera da parte di Libby (Caitlin Fitgerals), che si immagina dispensatrice di buone maniere e saggezza nei confronti della sua giovane baby sitter Coral (Keke Palmer) e scopre un mondo a colori e si impegna accanto al fratello di lei Robert (Jocko Sims) per la causa dell’uguaglianza razziale, su esempio e guida di Martin Luther King. La sua trasformazione è stata graduale e insieme alla maggiore consapevolezza c’è stata anche una certa disillusione: “Forse questa è la chiave, lasciar andare un qualche ideale per vivere la vita che hai, non la vita che pensavi che avresti avuto, per finalmente accettare ciò che è” (2.12).  
Su tutto però brillano sempre loro: William Masters e Virginia Johnson, e il merito è sì della scrittura, e nella regia – si pensi solo anche al significato e alla potenza dell’immagine Bill inginocchiato davanti a Ginny per praticarle sesso orale in “Giants” (2.05) - ma molto anche degli interpreti, sempre eccellenti,  Michael Sheen e Lizzy Caplan.
Il 12 luglio la serie torna con una terza stagione.

lunedì 20 aprile 2015

THE MESSENGERS: mal realizzata


Avrebbero fatto meglio a mandare in onda le prime due puntate una attaccata all’altra, probabilmente, perché il pilot di The Messengers da solo non svolge la sua funzione: spiegare che cosa vuol essere la serie. Per questo risulta lento e fuori fuoco. L’idea portata sullo schermo da Eoghan O’Donnell poteva anche essere entusiasmante, peccato che sia stata così mal scritta. Quando un uomo scopre che la moglie incinta in realtà l’ha ingravidata il padre e questi, senza il minimo cenno di ironia, gli dice che in fondo che il bambino sia suo figlio o suo fratello non importa perché sarà pur sempre di famiglia, si tocca il fondo con quella che potrebbe facilmente essere una delle peggiori battute dell’anno.

Un meteorite, o qualcosa di relativamente similare, cade sulla terra lasciando un grosso cratere. Coperto di sporco, non visto, ne esce  un uomo, L’Uomo (Diogo Morgado). Si mente alla popolazione su quello che è accaduto, ma i militari si fiondano sul luogo. Al momento dell’impatto si sprigiona un potente onda che investe e fa morire alcune persone che si risvegliano subito dopo. Si tratta di Erin (Sofia Black-D’Elia), mamma dell’Arizona, che vuole proteggere la figlia dal comportamento negativo dell’ex-marito poliziotto; di Vera (Shantel Van Santen), una radio-astronoma del New Mexico, il cui figlio è scomparso anni prima e che, per ritrovarlo, viene presto indirizzata da un’infermiera in coma, Rosa (Anna Diop); di Joshua (Jon Fletcher), tele-evangelista di seconda generazione del Texas, la cui moglie aspetta un bambino; di Peter (Joel Courtney), un ragazzo del Arkansas che vive in una casa-famiglia, è vittima di bullismo da parte dei compagni di scuola e ha un tentato suicidio alle spalle; di Raul (JD Pardo), un agente federale che si trova in Messico sotto copertura. Geograficamente insomma siano sul confine fra Stati Uniti e Messico. Al loro risveglio i protagonisti hanno dei poteri, anche se non se ne rendono ancora conto, e anche a noi non è così chiaro del tutto in che cosa consistano. Se li si guarda attraverso specchi, vetri, lenti si vede che delle enormi ali hanno dietro la schiena e questo significa che in qualche modo sono diventati degli angeli.

In un cliffhanger che nonostante il contenuto della rivelazione risulta fiacco, la puntata si chiude con un voice over di Joshua (per noi, nella diegesi è invece una voce che proviene dal televisore) che lancia un avvertimento: il Diavolo è qui in carne ed ossa, usa contro di noi i nostri segreti e le nostre paure, è tentazione e peccato, è il male incarnato, è il principe delle tenebre. Intanto, c’è un movimento di camera che si avvicina per un primo piano dell’Uomo, a cui gli occhi diventano neri e poi cominciano a fiammeggiare -  è il Lucifero meno carismatico della storia.

Che i protagonisti sono angeli dell’apocalisse e che il loro compito sarà combattere, e si spera sconfiggere, il demonio, non si viene a sapere se non dai flash che annunciano la puntata successiva e dal materiale promozionale. Ecco perché dico che il pilot non ha saputo svolgere il suo compito. La recitazione è passabile, ma non di più, e del resto saranno anche angeli, ma non si possono pretendere miracoli lì dove il materiale non lo consente. The Messengers, che va in onda sulla CW, è il classico esempio di una buona idea andata sprecata perché non la si è saputa realizzare.  

giovedì 16 aprile 2015

PEABODY AWARDS: i vincitori


Sono appena stati annunciati i vincitori dei Peabody Awards. Sotto (in ordine alfabetico) i vincitori e qui maggiori dettagli. Proprio belle le scelte, le condivido.

The Americans
Black Mirror
Fargo
The Honorable Woman
Inside Amy Schumer
Jane the Virgin
The Knick
Last Week Tonight with John Oliver
Rectify
Personal Award: Sir David Attenborough
Institutional Award: Afropop Worldwide

mercoledì 15 aprile 2015

ORPHAN BLACK: un poster nuovo per ogni episodio

 
Orphan Black, che riparte con una terza stagione il prossimo 18 aprile, farà uscire ogni settimana un poster diverso con indizi su quello che avverrà nella puntata successiva.
Sopra vedete il primo, ma potrete via via trovare gli altri cliccando qui.

mercoledì 8 aprile 2015

UPFRONTS 2015 - 2016: USA NETWORK

 
La maggior parte degli upfronts, ovvero delle presentazioni dei nuovi programmi televisivi scelti per la stagione 2015-2016, sarà presentata a maggio. Intanto però abbiamo quelli del USA Network. La programmazione di questa rete, sulla base degli anni passati, non è mai stata di eccellenza, ma allo stesso tempo non è nemmeno mai stata becera. Non si vedranno programmi di questa rete sulle passerelle delle premiazioni, ma spesso ci sono idee solide che vengono realizzate in modo dignitoso e anche apprezzabile (un esempio recente è Satisfaction). I programmi che seguono sulla carta sono sicuramente accattivanti e originali. Cerco di non farmi troppe illusioni aspettandomi una qualità eccelsa (ma sono prontissima a ricredermi), ma voglio sperare che siano comunque buone serie. La fonte delle notizie è in questo caso l’Hollywood Reporter e per notizie più dettagliate le trovate qui.  Per ora non sono disponibili foto. Se/quando lo fossero le aggiungerò a questo stesso post, eventualmente.
Allora, di seguito ci sono le nuove serie presentate (è previsto anche un reality che non indico).
 
PARADISE PICTURES
Siamo a Hollywood, negli anni ’40, nell’età dell’oro della “fabbrica dei sogni”, prima della fine del monopolio degli studios, della lista nera e dell’arrivo della televisione, e un gruppo di persone ambiziose cerca di scalare i vertici dell’ambiente. L’autore è Rick Muirragui (Suits).
 
STARCHITECTS
Scritto da Mark Steilen (Mozart in the Jungle), questo workplace drama serializzato è ambientato del mondo dell’architettura internazionale e del design e segue l’ascesa di giovani architetti di talento in uno studio di Los Angeles dove la competizione è feroce.  
 
AMPED
Un nevrotico uomo di famiglia compra online una “smart pill”, una pillola che lo aiuta a diventare più brillante e focalizzato, ma ottiene più di quello che si aspettava, ottenendo molta forza e potere. Basato su un fumetto di prossima uscita di Eric Kripke (Supernatural), intende esaminare i portentosi alti e gli umilianti bassi dell’essere un supereroe nella vita reale.
 
THE TAP
Siamo all’Università di Yale, nel 1969, e si esplora il culmine delle rivoluzioni politiche e culturali dell’America di quegli altri attraverso uno studente, Jay Butler, reclutato contemporaneamente dalla CIA e dalla Skull and Bones.  La serie è scritta da Andrew Lenchewski (Royal Pains) e Aaron Tracy (Law and Order: SVU).
 
MYTHOS
Dalla penna di Spenser Cohen (Macklemore’s Big Surprise), questa serie è ambientata in un mondo in cui tutto ciò che abbiamo creduto essere un mito in realtà è una verità segreta custodita dai membri di due gruppi rivali che hanno idee opposte su quello che debba essere il destino dell’umanità. Nel mezzo di ritrova Nate Brigman, uomo ordinario catapultato in circostanze straordinarie dalla misteriosa scomparsa della moglie.  Fra i produttori esecutivi c’è Charlize Theron (Monster).
 
AWOL
Un ex-militare torna a casa ma ha difficoltà a reinserirsi e a mantenere la sua famiglia. Disperato, entra in contatto con la criminalità di Los Angeles dove utilizza il suo expertise miliare in modi inaspettati. È scritto da Carey e Shane Van Dyke (Chernobyl Diaries).
 
SWAMPLANDIA!
Sviluppato per la TV da Liz Tigelaar (Life Unexpected), sulla base dell’omonimo best-seller finalista al Pulitzer di Karen Russell, si concentra sulla famiglia Bigtree, proprietaria di una parco a tema in cui si fa wrestling con gli alligatori. Sono stati colpiti di recente da una tragedia e faticano a mantenersi quando alla palude arriva la concorrenza.
 
COOLEY & THE TANK
Pensato come omaggio alla decade che ha portato alla televisione moderna, Cooley & The Tank va dietro le quinte di un telefilm di detective degli anni ’80 e esplora le vite dei due attori protagonisti, fra cui non scorre buon sangue. Autori sono Daniel Arkin e Anton Cropper (Suits).  
 
MILE HIGH
Due migliori amici, un broker di Wall Street e un imprenditore in difficoltà, decidono di avviare una attività di vendita di marijuana in Colorado, dove è legale, ma sebbene gli affari siano lucrativi e in crescita, devono vedersela sia con pericolosi criminali che con le forze dell’ordine. La serie è scritta da Josh Parkinson (Eastbound & Down).
 
THE RECESSIONISTAS
Scritto da Melissa London Hilfers, sulla base di un libro della dirigente di Wall Street Alexandra Lebenthal, questo drama segue le vicende un gruppo di donne dell’elite di Manhattan e dei loro mariti senza scrupoli che lavorano a Wall Street e mostra come devono adattarsi alla nuova situazione subito dopo il tracollo finanziario del 2008. È una limited series.

mercoledì 1 aprile 2015

DOWNTON ABBEY: la quinta stagione

 
È stato da poco annunciato che la prossima stagione di Downton Abbey, la sesta, sarà l’ultima, e va bene così, ritengo, perché ha fatto il suo corso.
La quinta stagione intanto è stata davvero impeccabile, molto misurata e senza quei cedimenti melodrammatici che in passato ne hanno indebolito la vocazione.
Di questa porzione della storia ho particolarmente apprezzato che siano state affrontate due tematiche. La prima è quella della vergogna personale e sociale, con storie come il passato in carcere di Miss Baxton (Raquel Cassidy),  la storia di droga di Thomas (Rob James-Collier) o il figlio fuori dal matrimonio di Edith (Laura Carmichael). La seconda è il nuovo ruolo che le donne cominciano ad avere nella società, e le nuove libertà, con Cora (Elisabeth McGovern) che esce di casa da sola, Daisy (Sophie McShera) che decide di studiare matematica per migliorare se stessa e le proprie possibilità lavorative in futuro, e Mary (Michelle Dockery) che concepisce il sesso come slegato dal matrimonio e rivendica per sé la possibilità di goderselo facendo uso di anticoncezionali.
La puntata finale dello speciale natalizio è stata lussureggiante, in un tripudio di sensi e di equilibrata perfezione, con l’appagamento emotivo di “lieto fine” che la serie tende di regola ad abbracciare, e che qui, con la pacata unione di Carson (Jim Carter) e Mrs Hughes (Phyllis Logan), è stata particolarmente gradita.

mercoledì 25 marzo 2015

iZOMBIE: la prossima Veronica Mars?



In iZombie, il nuovo telefilm della CW, una aspirante cardiochirurgo,  Olivia “Liv” Moore (Rose McIver, Masters of Sex), viene attaccata ad un party e diventa una zombie. Abbandona così la sua promettente carriera per lavorare in obitorio, dove può soddisfare senza problemi la sua necessità di nutrirsi di cervelli umani che lei mescola a noodles e salse piccanti. Come effetto collaterale della sua alimentazione ha delle visioni della vita delle persone a cui appartenevano e si finge una sensitiva per aiutare il detective Clive Babineaux (Malcolm Goodwin) a risolvere i suoi casi, su suggerimento del suo capo, il dottor Ravi Chakrabarti (Rahul Kohli), che ha capito da solo la situazione. Questi è convinto che prima o poi troveranno una cura per la sua condizione, ma lei non se lo aspetta e lascia il suo fidanzato, ora ex, Major (Robert Buckley). La trasformazione di Liv, che dall’esterno viene scambiata per una emo o una appassionata di cultura goth, non passa inosservata alla madre Eva (Molly Hagan) e alla sua migliore amica Peyton (Aly Michalka, Hellcats), che credono soffra di disturbo post-traumatico da stress per l’aggressione subita al party. A farla diventare una non-morta è stato il temibile Blaine (David Anders, Alias) da cui si sente ancora perseguitata.
La serie è basata su fumetti ideati da Chris Robertson e Michael Allred, e questa origine è rammentata dagli stacchi fra una scena e l’altra, riprodotti proprio a fumetto, con una modalità che fa ripensare a Heroes. A portare questa creazione sul piccolo schermo è stato Rob Thomas, l’ideatore di Veronica Mars, insieme a Diane Ruggiero-Wright, che pure ha lavorato per la stesso cult, e le impronte digitali si vedono tutte - il vibe è quello, con tanto di massime brillanti citabili, riferimenti a cultura high- e lowbrow, umorismo, dinamiche frizzanti, avventura, cuore, un pizzico di inegnuità e, è proprio il caso di dirlo, cervello.  
Davvero potrebbe essere la prossimo Veronica Mars, o la prossima Buffy, tutto dipende da come verrà sviluppata. Nel pilot la storia criminale è stata piuttosto scontata e pedestre, e l’intenzione è di tenersi sul procedurale, ma se riesce ad evitare di essere troppo formulaica, il potenziale per diventare must-see-TV c’è.       
Sotto, un promo sottotitolato in italiano:

domenica 22 marzo 2015

HOW TO GET AWAY WITH MURDER: una serie feroce


È terminata con due colpi di scena potenti la prima stagione di How to get away with murder,  Le regole del delitto perfetto in italiano, una serie la cui poetica si può probabilmente riassumere in una delle frasi pronunciate dalla protagonista nell’ultima puntata (1.15) a circa dieci-quindici minuti dalla fine:  “Non c’è verità in un’aula di tribunale, c’è solo la vostra versione della verità contro la loro; è così che funziona la giustizia: non è che cosa è giusto o equo, ma è chi racconta la storia più convincente”. Nei casi di tribunale che discutono, nelle loro vite private, e in modo meta-testuale nel racconto che guarda lo spettatore, la filosofia è che si deve raccontare la storia che ha più senso e che ci permette di andare avanti, e a ripeterla a sufficienza diventerà realtà.  
La serie ha come protagonista Annalise Keating (Viola Davies), brillante avvocato difensore pronta a tutto per i suoi clienti. Insegna anche all’università, e ogni anno seleziona gli studenti più dotati per seguire con lei i suoi casi. Si tratta di Connor Walsh (Jack Falehee), ragazzo gay pronto a usare la propria sessualità per ottenere quello che vuole; Michaela Pratt (Aja Naomi King), ambiziosa sul lato professionale e prossima alle nozze; Laurel Castillo (Karla Souza), ragazza quieta che ha un rapporto conflittuale con la famiglia;  Asher Millstone (Matt McGorry, Orange is the New Black), figlio di un rinomato giudice; e Wes Gibbins (Alfred Enoch), che la docente prende sotto la sua ala protettrice. Con Annalise, che nella vita personale ha una storia extramatrimoniale con il detective Nate Lahey (Billy Brown), lavorano Frank Delfino (Charlie Weber) , pronto a fare il lavoro sporco, e Bonnie Winterbottom (Liza Weil, Gilmore Girls), altro avvocato, ma non brava quanto Annalise.
Tutta la prima stagione, nella sua storia orizzontale, ruota intorno all’omicidio di una studentessa universitaria, Lila, della cui morte viene accusata Rebecca (Katie Findlay), vicina di casa di Wes e presto sua fidanzata. È nel cercare di proteggere lei che Wes e tutti i ragazzi tranne Asher, che ne resta all’oscuro, uccidono accidentalmente il marito di Annalise, Sam Keating (Tom Verica, American Dreams), che lei sa aver avuto una storia con la ragazza uccisa, che aveva messo incinta. I ragazzi si liberano del cadavere e comincia per loro la paura di essere scoperti. Il resto della stagione, al di là della storia verticale della singola puntata, cerca di ricostruire che cosa sia realmente accaduto e chi sia il vero colpevole (si scopre nell’ultima puntata), con una narrazione che per la prima parte della stagione (le prime nove puntate andate in onda nel 2014) ha presentato gli eventi solo in modo frammentario,  procedendo a ritroso con progressive rivelazioni che sono partite dal momento in cui hanno cercato di sbarazzarsi del cadavere. Una ricostruzione unitaria è avvenuta solo prima della pausa invernale.      
Ci sono molti aspetti che questo progetto di ShondaLand (la compagnia di Shonda Rhimes che è qui produttrice esecutiva) ideato da Peter Nowalk che funzionano a dovere: l’uso de tempo, con scarti che rendono le vicende dinamiche a sufficienza senza essere confuse; la sensazione di tensione e urgenza costanti; la diversità nel cast; l’idea che la realtà spesso non è così come sembra;  le magnifiche scene di sesso (e penso a Connor in particolare); il profondo senso di infelicità che attanaglia tutti i personaggi, Annalise e Bonnie in primis; la costruzione narrativa in sé e per sé che è chiaro essere timonata con destrezza e senza incertezze.
Eppure, non mi è piaciuto. E forse per me le ragioni sono solo l’irruente leggerezza con cui di fatto vengono trattate questioni complesse, accennate ma mai davvero approfondite, l’aggressività dell’atmosfera, e l’etica che sta a fondo del programma, che impila menzogna su menzogna, come modalità di sopravvivenza, ma alla fine come stile di vita. Annalise è un avvocato feroce almeno quanto How to Get Away with Murder è una serie feroce. Forse è un pregio, ma non posso dire mi piaccia.

mercoledì 11 marzo 2015

MAISON CLOSE - La Casa del Piacere: la prima stagione


Si è da poco chiusa su La Effe la prima stagione di Maison Close – La Casa del Piacere (Canal+, 2010), che ora la rete fa seguire, senza soluzione di continuità, dalla seconda stagione. Siamo nella capitale francese, nel 1871, poco dopo l’esperienza della Comune di Parigi e, come è facile capire dal titolo, siamo in un bordello, il Paradis. Padrona è Hortence Gaillac (Valérie Karsenti), lesbica innamorata di una delle prostitute più apprezzate di questa casa di tolleranza di lusso, Véra (Anna Charrier). Quest’ultima vorrebbe essere libera, e per un momento quasi ci riesce - il tema della libertà è molto presente in questa serie ideata da Jacques Ouaniche, che ritrae queste professioniste del sesso come prigioniere e vittime, spesso pressate dai debiti a quel genere di vita. Una di queste è Rose (Jemima West), arrivata in città in cerca della madre, che faceva il mestiere. La sua verginità messa all’asta al maggior offerente è emblematica di questa schiavitù. Un’altra delle ragazze protagoniste, Angèle (Blandine Bellavoir), sogna di costruirsi una vita con l’uomo di cui è innamorata. Margerite (Catherine Hosmalin) apre la porta ai clienti e si assicura che le ragazze righino dritto. Per il resto ci pensa la legge, molto rigida nei loro confronti.
La serie parte con un’estetica da telenovela, sia nell’aspetto narrativo che in quello stilistico, da cui si affranca un po’ nel corso delle puntate, anche se mai del tutto. Ho trovato coraggioso ad esempio che abbia cercato di affrontare il tema della prostituzione di bambine (1.07), salvo poi risolvere la questione con modalità da feuilleton tutto raggiri, coincidenze e omicidi. È magari anche avvincente, ma un maggiore realismo sarebbe risultato più di impatto. Per questo la serie non convince mai del tutto.
C’è poco coinvolgimento emotivo con i personaggi e in parte questo è dovuto al fatto che i rapporti fra di loro sono poco approfonditi. Si sviluppano infatti magari anche sul piano della trama e dell’intrigo, ma da un punto di vista relazionale sono abbastanza piatti o proprio inesistenti. I personaggi fra loro di fatto, pur condividendo uno spazio fisico ristretto, risultano abbastanza isolati. I momenti in cui la serie è riuscita infatti a elevarsi è lì dove è stato creato un ponte fra loro (come è stata la conversazione fra Véra e Rose, stese a letto a giocare e scambiarsi due chiacchiere). Il più delle volte, al di là delle macchinazioni, non condividono realmente aspetti della vita. Questo l’ho percepito come un grosso difetto della sceneggiatura, anche perché non mi pare realizzato volontariamente con il senso di dire che in quel genere di ambiente, pur nella vicinanza fisica con altre persone che condividono la tua stessa sorte, in realtà sei solo e abbandonato e spesso disperato, perché non trovi né amicizia, né amore, né alcuna intimità emotiva.
Alcuni colpi di scena li ho trovati exploitative, come si direbbe in inglese, ovvero un po’ “approfittatori”, per facile effetto shock del momento e per mandare avanti il plot, ma con scarso peso umano. L’ho pensato nella modalità in cui hanno fatto perdere la verginità a Rose, ma lì l’ho condonato perché mi è parso voler essere un mezzo per caricare emotivamente il suo personaggio come qualcuna che di fatto è fatta schiava contro la sua volontà. Emblematica però per me è stata a questo proposito la vicenda dell’acido gettato in faccia a una delle ragazze (1.02) come forma di ritorsione di un malvivente verso Hortence. Al di fuori dalla funzionalità per la trama, c’è stata troppa poca empatia da parte delle colleghe per quello che aveva vissuto la ragazza, per l’atto subito, per il futuro che le sarebbe aspettato, per i possibili risvolti per loro stesse se si fosse ripresentata la situazione. Mi ha immediatamente richiamato una vicenda similare, mutatis mutandis, in Bomb Girls, dove una delle operaie rimane sfigurata sul lavoro. Lì siamo su un altro pianeta. Pur non essendo nemmeno stato sviluppato in modo particolarmente approfondito, con poche pennellate lì si è reso il dramma della persona che qui non c’è.
La cosa che ho invece trovato interessante è il fatto che salvo pochissime  eccezioni, Pierre Gaillac (il fratello di Hortense, effettivo proprietario del bordello) e Brise Caboche (l’innamorato di Angèle) in particolare, o pochi clienti, di per sé gli uomini non esistono, sono solo una sorta di massa indistinta e casuale e non hanno un vero senso, ma sono relegati a quel ruolo che di solito hanno le donne nel film medio. Sono tutte femmine e questo è sì voluto, per come l’ho percepito, e l’ho trovato interessante.  
Per quanto riguarda specificatamente la messa in onda da parte di La Effe, mi ha scandalizzato che sia stato indicato come un programma adatto a “bambini accompagnati”: a un certo punto devono essersene resi conto perché in chiusura di stagione hanno cambiato e lo hanno indicato come adatto solo a un pubblico adulto; mi ha vagamente insultato la pubblicità che diceva che “essere donne è sempre stato un lavoro a tempo pieno”, facendo equivalere l’essere donne all’essere prostitute (e lo dico pur non provando io riprovazione morale per la prostituzione); e ho invece apprezzato molto l’acuto suggerimento commercial-letterario, giustapposto al programma, di leggere Il Petalo Cremisi e il Bianco di Michel Faber, libro che si avvicina alla serie per tematica ed epoca, e che ho amato molto.      

martedì 3 marzo 2015

THE ODD COUPLE: stantia

 
Niente, Matthew Perry proprio non riesce a trovare un progetto degno del suo talento comico, nemmeno con il recentissimo The Odd Couple, rifacimento di quella “strana coppia” che già era diventata una sit-com di successo  negli anni ’60-’70 che era basata su una commedia di Neil Simon. Quella volta Oscar Madison e Felix Unger erano interpretati rispettivamente da Jack Klugman e Tomy Randall, questa volta il ruolo del disordinato giornalista sportivo radiofonico spetta a Matthew Perry e quella dell’ossessivamente ordinato fotografo a Thomas Lennon. Gli amici Teddy (Wendell Pierce, Treme) ed Emily (Lindsay Sloane, Weeds), e l’assistente di Oscar, Dani (Yvette Nicolle Brown, Community), completano il cast.  
La serie, sviluppata per la TV dallo stesso Perry con Danny Jacobson, è trita e stantia, anche se è bello notare che non è più tabù parlare di omosessualità. Si è sempre presunto che il personaggio di Felix fosse segretamente gay. Qui, con umorismo ben riuscito – uno dei punti più riusciti di un pilot forzato e caricaturale -,  si discredita quella teoria.  Salvo qualche raro momento non si ride. Meglio recuperare l’originale.