martedì 9 febbraio 2016

MERCY STREET: la medicina ai tempi della Guerra di Secessione americana

 
Siamo nel 1862, durante la guerra di Secessione americana in Mercy Street, la nuova serie con una prima stagione di 6 puntate in onda sull’americana PBS. E siamo ad Alexandria, in Virgina, in una cittadina della Confederazione (quindi degli Stati sudisti e schiavisti) occupata dall’Unione (quindi dagli Stati nordisti abolizionisti).
Mary Phinney (una Mary Elizabeth Winstead che interpreta un personaggio realmente esistito che ha lasciato documentazione di sé in forma di diari) è una giovane vedova antischiavista che decide di prestarsi come infermiera. La sovrintendente Dorothea Dix (Cherry Jones), le ricorda che loro sono solo “strumenti di misericordia e speranza”, nient’altro, e la manda al Mansion House Hospital, un ex-albergo convertito in ospedale dove lavorano il dottor Jedediah Foster (Josh Radnor, How I Met Your Mother), che ha problemi di dipendenza da morfina, e il più sbrigativo medico militare James Green (Norbert Leo Butz, Bloodline), mentre a prendersi cura delle anime c’è il cappellano Henry Hopkins (Luke MacFarrlane, Brothers and Sisters).
 Essendo stata nominata capo-infermiera, si trova in conflitto con una delusa Anne Hastings (Tara Summers), che aveva lavorato un Florence Nightingale nella Guerra di Crimea, ma viene sostenuta da Samuel Diggs (McKinley Belcher III) un giovane nero libero, esperto in medicina perché cresciuto nella casa di un medico. Quest’ultimo è attratto da Aurelia (Shalita Grant, NCIS: New Orleans), che scappata dalla schiavitù cerca di costruirsi una vita da donna libera, ma viene molestata e violentata dall’uomo per cui lavora, Silas Bullen (Wade Williams). L’hotel ora convertito in nosocomio militare  è di proprietà della famiglia Green. James Green (Gary Cole), cerca di temporeggiare per tenere a galla gli affari e si ricicla come venditore di bare, mentre il figlio maggiore soffre al sentirsi un codardo per non essere andato in guerra, la figlia minore ha il suo promesso fra i feriti e la figlia maggiore Emma (Hannah James), innamorata di Frank Stringfellow, (Jack Falahee, How to Get Away with Murder),  si reca come volontaria per dare sollievo in particolare ai soldati della Confederazione, che vengono trascurati a favore di quelli dell’Unione. Sarà Mary a guidare Emma.
Ideata da Lisa Wolfinger e David Zabel, inzialmente questa serie voleva essere un docudrama sulla medicina durante la Guerra Civile americana, ma poi è stato trasformato in una fiction che è una mescolanza di The Knick (e condividono come consulente medico storico il dottor Stanley Burns), di Via Col Vento e dei prodotto cultural-filosofici dell’intellighenzia dell’epoca – la Winstead si è preparata leggendo fra l’altro Hospital Sketches di Louisa May Alcott, Radnor immergendosi nella Confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas De Quincey.  (Washington Post).
Le vicende si mantengono in un buon equilibrio fra accessibilità e accuratezza storica, con venature sentimentali, ma l’ambizione narrativa non raggiunge il livello a cui la si vede tendere. Le grandi tematiche su cui fa leva la storia, in particolare la condizione delle donne, quella dei neri, la rudimentalità della medicina, l’abuso di sostanze da parte della classe medica e l’aborto (1.02) sono le stesse affrontate dalla ben superiore The Knick, ambientata circa mezzo secolo più tardi, di cui sembra essere una fotocopia sbiadita.  Nondimeno si affronta intanto un periodo storico in fondo poco visitato dalla serialità americana –sorprendentemente visto che non manca generalmente oltreoceano una spiccata tendenza auto-celebrativa – e poi l’affrontare tematiche come gli echi della guerra e il costo psicologico che ha su chi la combatte; il suicidio (1.04); l’importanza dell’alimentazione , la scarsità e i criteri di allocazione delle risorse; le alleanze in tempo di guerra e i compromessi; la moralità e le priorità che si danno nelle cure in riferimento alla posizione ideologica o affettiva dei coinvolti;  la mascolinità; la schiavitù e quanto il passaggio alla libertà sia, pure agognato, tanto individualmente quanto socialmente difficile e a maturazione progressiva; il rapporto fra le donne e la modalità in cui gestiscono “sorellanza” e conflitti; tradizioni intellettuali e culturali.   
Per ora non è dato sapere se ci sarà una seconda stagione.

martedì 2 febbraio 2016

GALAVANT: la seconda stagione

 
Galavant ha appena chiuso una esilarante seconda stagione di amore, avventura, complotti, musica e canzoni. Si ride di gusto e si piange di commozione, non c’è un personaggio che non coinvolga, e i riferimenti metatestuali sono così brillanti e riusciti che c’è da emozionarsi anche solo per quelli. Il dialogo è affilato e non perde un colpo, e le storie sono solide. I numeri musicali li si vorrebbe sentire ancora e ancora. Mascherata da situazioni apparentemente e volontariamente stupide ci sono  emozioni reali presentate con l’abito della fiaba.
Incarna “la decostruzione del mito della principessa” Isabella (Karen David), per sua stessa ammissione (2.10), ma questo non le impedisce di avere amore e felicità, fra le altre cose, anzi. Questo arco è stato costruito sul tentativo di Galavant (Joshua Sasse) e Isabella di tornare finalmente insieme, nonostante un primo bacio non proprio entusiasmante, tecnologia poco-cooperativa anche quando ha alle spalle un pizzico di magia, una corona controlla-mente del wedding planner  e mago malvagio Chester Wormwood (Robert Lindsay), e la morte temporanea dell’eroe titolare infilzato da una spada per errore dal fido Sid (Luke Youngblood) . Il regno di Valencia ha fatto guerra a quello di Hortensia, e fra un esercito di zombie che si rianima alla parola “amore” e battaglie combattute con mestoli e padelle in mancanza di armi migliori, si è arrivati al lieto fine.   
Chef Vincenzo (Darren Evans) e Gwynne (Sophia McShera)  hanno avuto un ruolo più defilato, e  al contrario più rilievo ha avuto buffone di corte Steve (Ben Presley).  Ad emergere in quest’arco sono stati però Madalena (Mallory Jansen) e Gareth (Vinnie Jones), super-malvagi non poi così cattivi, che finiscono per innamorarsi l’uno dell’altra, e nel caso di lei si fanno sedurre dalle oscure forze del male (conosciute come D’Dew, Dark Evil Way).
E come una vera star però ha brillato soprattutto Re Richard (uno spettacolare Timothy Omundson), che ha avuto un meritato spazio più ampio. Seguito da un unicorno (attratto dai bambini a dagli uomini che non hanno perso la loro verginità) e con una fede incrollabile in Tad Cooper che lui ritiene un drago e tutti gli altri solo una lucertolona, quest’anno ha anche trovato l’amore in Roberta (Clare Foster) ed è stato riconosciuto come “il solo vero re che li unirà tutti", come recita la spada che solo lui riesce a estrarre senza fatica dalla roccia. Sono i momenti di ingenua tenerezza, senza vergogna, che hanno sempre reso il suo personaggio un po’ infantile e  terribilmente adorabile. E quello è rimasto, consentendo però anche una grande trasformazione del personaggio in un “vero uomo”.
Kyle Minogue, Matt Lucas, Robert Lindsey e Weird Al Yankovic sono state guest star.
La serie era stata data per cancellata alla fine della prima stagione, e invece è riuscita a tornare per una seconda. Speriamo che la magia si ripeta. Non tutte le puntate hanno convinto allo stesso modo, ma alcune sono state perfino sorprendentemente perfette. Galavant si può guardare e riguardare, e non si smette di ridere con gusto, leggerezza e un pizzico di follia.    

giovedì 14 gennaio 2016

SHADOWHUNTERS: pseudo-straordinarietà


Shadowhunters, che ha appena debuttato su Freeform (nuovo nome di ABC Family) ed è l’adattamento televisivo da parte di Ed Decter di The Mortal Instruments di Cassandra Clare (saga in Italia conosciuta proprio come Shadowhunters), ha come protagonista Clary Fray (Katherine McNamara), una giovane studente d’arte di Brooklyn che al compimento del diciottesimo anno di età, scopre di essere una shadowhunter (una cacciatrice di ombre), una mezza umana-mezza angelo che protegge gli esseri umani dai demoni.

Sua madre Jocelyn (Maxim Roy), che ora è stata rapita, per proteggerla l’ha tenuta all’oscuro  fino all’ultimo e non fa in tempo a spiegarle tutto che lei scopre la verità in modo un po’ rocambolesco. Il suo primo assaggio lo ha quando, inaspettatamente, fuori da un locale, il Pandemonium, riesce grazie a superpoteri che non sa ancora di avere a vedere alcuni come lei - Jace Wayland (Dominic Sherwood), Isabele Lightwood (Emeraude Toubia) e Alec Lightwood (Matthew Daddario) – che dovrebbero essere invisibili ai comuni mortali, i “mondani”.  In quel nightclub, con la pelle tatuata da rune magiche,  li vede uccidere numerosi demoni con spade di luce, anche se è disorientata e non capisce che cosa stia succedendo. Presto si unirà a loro, anche per riuscire a sconfiggere il temibile Valentine (Alan van Sprang) che è a caccia di una solo artefatto: la Coppa Mortale.  Il suo migliore amico Simon Lewis (Alberto Rosende), segretamente ma visibilmente innamorato di lei, vorrebbe tenerla lontana da quel mondo, e lei non si fida dell’unico di cui sua madre le ha detto di poter credere, Luke Garroway (Isaiah Mustafa), un poliziotto che investiga su omicidi demoniaci.

Non ho letto i libri e non avevo alcuna nozione precedente alla visione sulla mitologia della storia che, sebbene non chiarissima, in partenza è stata sufficientemente accattivante da farmi pensare che forse avrei anche provato a seguirla se fossi stata adolescente. Da adulta però, non c’è abbastanza da tenermi incollata alla saga di un pulcino spaurito che deve diventare improvvisamente grande affrontando mostri più grandi di lei per i quali non è preparata, attorniata da ragazzetti gnocchi troppo sicuri di sé. 

La narrazione è velocissima  e la ultracinetica regia di McG, che altrove non mi è dispiaciuta,  qui non lascia spazio per fiatare e seguire sul serio quello che sta accadendo o per distinguere un’atmosfera dall’altra. Se Clary ha avuto qualche reazione emozionale dalla sua scoperta e dallo stravolgimento del suo mondo non si è davvero avuta l’occasione di scoprirlo. I personaggi sono molto stereotipati e si taglia più di spada che di lingua. Ci si prende incredibilmente sul serio – Buffy come madrina di tute le eroine, avrebbe dovuto insegnare a fare di meglio. In più momenti mi ha fatto ripensare a Le Nove Vite di Chloe King, che in paragone ne usciva sicuramente vincitrice. La pseudo-straordinarietà di una fantasia di eroismo non compensa la poca sostanza e l’inesistente umanità emozionale che trancia in partenza ogni possibilità di creare un legame con i personaggi in modo tale che importi qualcosa di loro. Almeno al pilot. 

La prima stagione è di 13 episodi.

martedì 12 gennaio 2016

DOCTORS scrive una storia su un paziente di CFS/ME

 
Doctors, la soap opera medica britannica in onda sulla BBC1 che intreccia le vite di un gruppo di medici e loro collaboratori a quelle dei pazienti affidati alle loro cure, ha avuto come protagonista un malato di CFS/ME nella puntata del 4 dicembre scorso, ovvero un paziente di Sindrome da Fatica Cronica o Encefalomielite Mialgica. Nel Regno Unito è la seconda dicitura quella più comune, diversamente dal resto d'Europa, ma forse per semplicità il programma ha optato per la prima, nominando però anche la sigla della seconda. 
 
In "The Power of You" (Serie 17, episodio 152 di 217), , scritto da Tina Walker e con la regia di Sarah Punshon, Adam Coltrane (Neil McKinven) deve appoggiarsi all'aiuto della figlia universitaria Ellie (Alex Critoph) per riuscire ad andare avanti. Prevede di vendere casa e trovarne una più adatta alle sue esigenze. Riesce ancora a lavorare, anche se prevede di dover essere presto costretto a rinunciarvi, ed è per la gran parte del tempo confinato a casa, si sposta con fatica sulle gambe e guidare gli è difficoltoso. Riesce ancora a farlo, ma gli costa molto. Ha dolori, giramenti di testa. È insomma quello che da un punto di vista medico, per quando la dicitura non renda giustizia al grado di sofferenza, quello che secondo le scale attuali viene definito un paziente moderato, in una scala che prevede i gradini lieve (si riescono a condurre gran parte delle attività),  moderato, severo (si è confinati a letto), e molto severo (non si è autonomi nemmeno nelle funzioni di base, come mangiare o lavarsi).  Per inciso, per quanto non sia di fatto rilevante, quello del personaggio rappresentato è il grado di malattia in cui mi ritrovo io in questo momento, mutatis mutandis. 
 
Arriva in visita la ex-moglie, Faye Durran (Sara Stewart), ora scrittrice di successo che si è trasferita in California. È autrice di un libro, il cui titolo è quello della puntata dell'episodio, che invita a superare la malattia con la forza della positività, ed è lì per invitarli al suo nuovo imminente matrimonio. Adam vuole tenere nascosto il suo stato di salute e dare la colpa del suo stato a un’influenza passeggera, ma quando la figlia dice di non poter partecipare alle nozze (perché deve prendesi cura del padre che non è autonomo) e vede dei medicinali in giro, capisce che qualcosa non va e pretende delle spiegazioni. E così glielo dicono.
 
"La Sindrome da Fatica Cronica non è una malattia" si affretta a commentare lei. "È una serie di sintomi per cui non si riesce a trovare una causa." E dopo che si è accertata che i medici abbiamo escluso ogni altra causa accusa "E sei felice di accettare questa etichetta?". A nulla serve la voce della figlia che dice "Importa come viene chiamata? Papà è malato, veramente malato". Adam chiede alla figlia di scusarsi con la madre a cui Ellie ha dato dell "ignorante" ed "egoista" per non volere che la lei si prenda cura del padre e per il fatto che insiste che venga al matrimonio quando è evidente che non può per fondati motivi. 
 
In una scena successiva, la scrittrice si reca dal medico del suo ex, la dottoressa Emma Reid (Dido Miles). Fra le due c'è la seguente conversazione: 
 
Dr Reid: Ms Durran, come posso aiutarla?
 
Faye Durran: può aiutarmi dicendo al mio ex-marito che non soffre di una malattia che non esiste, che è stata inventata dall'establishment medico per pararsi il loro collettivo didietro. Adam non guarirà mai finché lei gli fa credere che ha la Sindrome da Fatica Cronica (detto con aria sprezzante). 
 
Dr Reid: temo di non avere la libertà di discutere la condizione di salute di Adam con lei. Tuttavia, posso dirle che la Sindrome da Fatica Cronica è una patologia neurologica riconosciuta. 
 
Faye Durran: una patologia per cui non c'è un test, nessun criterio diagnostico universalmente riconosciuto, nessun accordo su che cosa in effetti la scateni e la perpetui, e in aggiunta a tutto, non riuscite nemmeno a mettervi d'accordo su come chiamarla.
 
Dr Reid: solo perché è difficile da diagnosticare, non significa che...
 
Faye Durran:  è una barzelletta. Nel sostenere questa finzione state creando un esercito di vittime inermi e li state derubando dei mezzi per la loro guarigione. 
 
Dr Reid: che sarebbero?
 
Faye Durran: il modo in cui pensano, a liberarsi di queste credenze che li tengono malati e inermi
 
Dr Reid:  in modo che migliorino con la forza di volontà.
 
Faye Durran:  l'effetto placebo dimostra la capacità della mente di influenzare il corpo, nel bene e nel male.
 
Dr Reid: son a favore della positività, ma penso che. la stia portando un po' oltre.
 
Faye Durran: dodici anni fa dono andata dal mio medico con I sintomi di cancro alle ovaie. Ne sono uscita con una ricetta per stitichezza. Sei mesi dopo hanno trovato un tumore grande come un melone durante un'ecografia per gravidanza. Invece di avere il mio bambino, ho avuto un'isterectomia e ho avuto la rimozione delle ovaie. La chirurgia radicale e la chemioterapia potranno avermi salvato la vita, ma sono stata io che ho rimesso di nuovo insieme i pezzi.
 
Dr Reid: non dubito che quello sia stato un periodo molto traumatico per lei, ma trattare le persone con la CFS come se in qualche modo non stiano provando in modo forte abbastanza è sbagliato. 
 
A questo segue una scena medico-paziente in cui la dottoressa fa rendere conto ad Adam che i successi della sua ex-moglie sono dovuti tanto al suo modo di pensare positivo quando a tutto il sostegno su più fronti che lui le ha dato negli anni. Fuori dall’ufficio i due ex-coniugi si affrontano e poi a casa c'è la riappacificazione della crisi e lei si dimostra disposta ad aiutarlo. 

Se si esclude la chiusura un po' affrettata, sono rimasta soddisfatta di quest'episodio e della rappresentazione della CFS/ME che ne è stata fatta, anche in considerazione delle costrizioni di spazio. Le vicende necessariamente erano intramezzata con altre storie ed altri personaggi, e nella manciata di minuti disponibili si è fatto un buon lavoro. 
 
Dal punto di vista dei sintomi si è puntato sulla fatica, come è giusto, e l'attore ha saputo renderla in modo adeguato. Sembrava normale, ma non solo è stato ripetuto in più occasioni che aveva una autonomia di movimento limitata, ma si è visto che in qualche occasione usava il girello, si appoggiava quando stava in piedi, quando era seduto tendeva a piegarsi in avanti o a scivolare indietro sulla poltrona, tutte strategie piuttosto realistiche. Rispetto agli altri sintomi, salvo un accenno ai giramenti di testa che sono la punta di diamante dell'intolleranza ortostatica, e il fatto che lo si vede star peggio dopo che è uscito per andare dal medico e avere la discussione con la moglie, e in qualche modo questo può riassumere il sintomo cardine del malessere post-sforzo, si è deciso di puntare sul dolore. È vero che c'è e son consapevole che per chi non conosce la malattia questo fa "più impressione" di altri sintomi più difficili di regola da sopportare, ma come sempre mi rammarico che non si sia dato un peso almeno un po' più deciso ai disturbi cognitivi, che sono estremamente invalidanti e problematici. Bastava fargli dire una parola per un'altra e farlo poi correggere, o fargli una pausa per un vuoto di memoria. Ad un certo punto lo si vede con in mano il libro dell'ex-moglie. L'incapacità di leggere o di farlo a lungo sarebbe stato in sintomo perfetto da indicare, ma qui per come è realizzato, sembrava più indicare lo sconforto per il contenuto del testo "se vuoi star meglio puoi" che non la difficoltà funzionale a fruire di quel testo. Sono però forse sofismi da parte mia.
 
Il programma ha saputo toccare il punto nevralgico della questione in questo momento, sputando tutte le accuse dettate dal pregiudizio, raccogliendole e ribattendo con la ritirata fermezza e decisa competenza del medico di fronte al profano: è una malattia serie e invalidante. Tanto mi basta. Bravi. 
 
Sotto, la puntata completa.


lunedì 11 gennaio 2016

GOLDEN GLOBE AWARDS 2016: i vincitori

 
Sono stati consegnati questa scorsa notte i Golden Globes, premi della stampa straniera presente ad Hollywood. Di seguito, la lista dei vincitori nelle categorie relative alla televisione. Qui l’elenco completo che include il cinema.
 
Miglior Serie TV, Drama
Mr. Robot


Miglior Serie TV, Comedy

Mozart in the Jungle


Miglior Film-TV o Limited-Series
Wolf Hall
 
 
Miglior performance di un attore in una serie TV, Drama
Jon Hamm, Mad Men


Miglior performance di un’attrice in una serie TV, Drama
Taraji P. Henson, Empire



Miglior performance di un attore  in una serie TV, Comedy
Gael Garcia Bernal, Mozart in the Jungle
 
Miglior performance di un’attrice in una serie TV, Comedy
Rachel Bloom, Crazy Ex Girlfriend



Miglior performance di un attore non-protagonista in una Serie, Limited-Series o Film-TV 
Christian Slater, Mr. Robot

Miglior performance di un’attrice non protagonista in una Serie, Limited-Series, o Film-TV 
Maura Tierney, The Affair
 

Miglior performance di un attore in una Miniserie o Film per la TV
Oscar Isaac, Show Me a Hero

Miglior performance di un attore in una Miniserie o Film per la TV
Lady Gaga, American Horror Story: Hotel
 

lunedì 4 gennaio 2016

I migliori programmi del 2015 secondo FRESH AIR

 
Termino la segnalazione di liste del’anno con quella di Fresh Air. David Bianculli, critico della trasmissione, ha scelto:
1.       Better Call Saul
2.      Fargo
3.      Justified
4.      The Good Wife
5.       The Daily Show with Jon Stweart
6.      Mad Men
7.       The Wlaking Dead
8.      Louie
9.      The Man in the High Castle
10.   Episodes, e a pari merito, Inside Amy Schumer

mercoledì 30 dicembre 2015

I migliori programmi del 2015 secondo THE HOLLYWOOD REPORTER


Come ogni anno Tim Goodman, principale critico televisivo di The Hollywood Reported, si è rifiutato di scegliere solo 10 migliori programmi dell’anno. E quest’anno, con l’abbondanza di TV di qualità che c’è, ne ha scelti ben 46, pur riconoscendo di averne esclusi altri anche meritevoli (qui le motivazioni per ciascun programma). Il senso è di premiare l’eccellenza, senza essere vincolati ad un numero arbitrario. E ha fatto una lista diversa per i programmi dei network (che seguono regole diverse).
Senza ulteriore indugio, le sue scelte sono state:
  1. Fargo
  2. The Leftovers
  3. Mad Men
  4. The Americans
  5. Louie
  6. Mr Robot
  7. Transparent
  8. Rectify
  9. Veep
  10. UnREAL
  11. Orange is the New Black
  12. Jane the Virgin
  13. The Jinx
  14. Silicon Valley
  15. You’re the Worst
  16. Review
  17. Master of None
  18. Catastrophe
  19. Casual
  20. Game of Thrones
  21. Orphan Black
  22. Narcos
  23. The Knick
  24. Sense8
  25. It’s Always Sunny in Philadelphia
  26. Justified
  27. Moone Boy
  28. Jessica Jones
  29. Unbreakable Kimmy Schmidt
  30. Better Call Saul
  31. Penny Dreadful
  32. Humans
  33. Homeland
  34. Red Oaks
  35. The Man in the High Castle
  36. Halt and Catch Fire
  37. Outlander
  38. Archer
  39. Sex&Drugs&Rock&Roll
  40. Shameless
  41. Manhattan
  42. Wolf Hal
  43. Show Me a Hero
  44. Bloodline
  45. Fortitude
  46. Togetherness
Per i programmi in onda sui network ha scelto:
  1. Jane the Virgin
  2. Brooklyn Nine-Nine
  3. Fresh Off the Boat
  4. Crazy Ex-Girlfriend
  5. Black-ish
  6. Bob’s Burger
  7. The 100
  8. Parks and Recreation
  9. The Blacklist
  10. American Crime
  11. Elementary
  12. Empire
  13. Person of Interest
  14. The Flash
  15. Gotham
  16. Arrow
Dal canto suo, Daniel Fienberg, altro critico di punta del giornale, si è limitato a 10 programmi, nella sua lista, ma ne ha promessa poi una seconda di altri 10 che hanno mancato la prima per un soffio. Le sue scelte sono state:
  1. The Jinx
  2. Fargo
  3. The Leftovers
  4. Mad Men
  5. Review
  6. BoJack Horseman
  7. Last Week Tonight with John Oliver
  8. Justified
  9. Rectify
  10. Black-ish

sabato 26 dicembre 2015

I migliori programmi TV del 2015 secondo ENTERTAINMENT WEEKLY


Ecco di seguito la lista dei migliori programmi dell’anno secondo Melissa Maertz, critica di Entertainment Weekly.

1.     Mr Robot
2.    The Jinx
3.    Show Me a Hero
4.    Better Call Saul
5.    Catastrophe
6.    Master of None
7.    UnREAL
8.    Unbreakable Kimmy Schmitdt
9.    Difficult People
10. Togetherness

E le scelte di Jeff Jensen per la stessa rivista.

1.     Mr Robot
2.    Unbreakable Kimmy Schmidt
3.    Master of None
4.    Documentary Now
5.    Crazy Ex-Girlfriend
6.    iZombie
7.    The Man in the High Castle
8.    UnREAL
9.    The Grinder
10. Marvel’s Jessica Jones


lunedì 21 dicembre 2015

I migliori programmi TV del 2015 secondo TV GUIDE


Ecco di seguito, la lista dei 20 migliori programmi del 2015 secondo TV Guide. Qui il link al loro articolo.  

1.       Mr Robot
2.      Fargo
3.      Unbreakable Kimmy Schmidt
4.      Better Call Saul
5.       Master of None
6.      Marvel’s Daredevil
7.       You’re the worst
8.      Veep
9.      Mad Men
10.   Transparent
11.    Marvel’s Jessica Jones
12.   The Leftovers
13.   The Americans
14.   Empire
15.    Last Week Tonight with John Oliver
16.   Justified
17.    Jane the Virgin
18.   The Jinx
19.   Catastrophe
20.  BoJack Horseman