mercoledì 26 novembre 2014

HELIX: un Walking Dead dei poveri


Attenzione, spoiler. Helix, la serie di “catastrofismo medico” ideata da Cameron Porsandeh, e con Ronald D. Moore (Battlestar Galactica, Caprica) come produttore esecutivo, ha deluso, dopo un inizio promettente. Avevo postato i primi 15 minuti, che erano stati mostrati in anteprima.
Una squadra di medici dei CDC di Atlanta si reca si una base nell’Artico, dove c’è stata un’inspiegata epidemia virale, per comprenderla e contenerla.   A capo della spedizione c’è il dottor Alan Farragut (Billy Campbell, Once and Again – Ancora una Volta), che è accompagnato dalla dottoressa Julia Walker (Kyra Zagorsky), sua ex-moglie, e da un giovane medico che nasconde di avere un tumore e che è interessata sentimentalmente a lui, la dottoressa Sarah Jordan (Jordan Hayes). La postazione scientifica dove arrivano è guidata dal glaciale e reticente dottor Hiroshi Hataki (Hiroyuki Sanada, Lost), che chiaramente ha condotto esperimenti segreti. Presto ci scappa anche il morto, o meglio la morta, fra l’equipe arrivata ad indagare. Fra i contagiati c’è pure il fratello di Alan, il dottor Peter Farragut (Neil Napier).
Il grosso mistero scientifico alla fine è risultato essere uno studio sperimentale per rendere gli esseri umani immortali, o quasi. In modo piuttosto cheap, a rivelare questa immortalità sono occhi che improvvisamente diventano cerulei. Julia e Hataki fanno parte di questi essere modificati. L’aspetto potenzialmente più interessante era quella più squisitamente medico, e per un motivo specifico. È comune, nelle rappresentazioni di malattia, mostrare in modo visivamente fragoroso la devastazione che porta, come una possessione da parte di corpi estranei, in qualche maniera. Questa spettacolarizzazione di un agente patogeno che ti attacca qui ha fatto un passo oltre, cosa che da un punto di vista concettuale poteva essere molto fertile. I virus qui, di fatto, attaccando gli uomini si “personificano”. A quel punto le persone agiscono come agente infettivo, e si comportavano anche nel rapporto fra sé come, appunto, virus. Se questo aspetto, che si è anche esplicitato, fosse stato più focale, le conseguenze narrative dell’allegoria avrebbero potuto essere brillanti. Il risultato invece  è stato quello di uomini-zombie, in un una sorta di Walking Dead dei poveri.
Nelle sue fondamenta la serie ha evidentemente anche tracciato legami molto radicati da un punto di vista personale, nell’intenzione di creare un reticolo intenso per un maggiore risultato drammatico, ma tutto è rimasto di fatto superficiale, e sarebbe stato meglio forse evitarlo. Quello dei legami familiari è stato un tema forte (anche con una storia di bambini rapiti), ma ha finito per essere ridondante – e poco convincente - , nel svelare in corso di prima stagione che in realtà Hataki è il padre, che lei non sapeva di avere, di Julia. Alcune atmosfere alla Lost, ad esempio, il fatto che Julia trovasse nella base chiari segni di sé da bimba, quando riteneva di non esserci mai stata, alla fine si sono sgonfiate in una rivelazione anticlimatica della più trita delle soap opera.
Ci sono stati anche passaggi intriganti: le prime puntate hanno creato colpi di scena di vera suspense (penso ai falsi positivi e falsi negativi nei test sul contagio), l’inusuale musica  è stata usata con originalità… Il finale di stagione, con Julia che sembra a capo di una corporation in immortali, ha stimolato la curiosità per vedere il prosieguo, in una confermata seconda stagione. La prima però non ha convinto a sufficienza. Io passo.   

martedì 18 novembre 2014

Muore a 77 anni GLEN A. LARSON

Il mondo della TV piange la scomparsa di un autore molto prolifico, Glen A. Larson. A lui si ascrivono popolarissime serie come l’originale Battlestar Galactica, Quincy, Buck Rogers, Magnum P.I., Supercar, Simon and Simon, Operazione: pericolo!, L’uomo da sei milioni di dollari, Caccia al ladro, Il Virginiano, McCloud, Manimal, Automan, Trauma Center, Masquerade, Cover Up, Il Fuggitivo e molte altre ancora. È morto di cancro lo scorso 14 novembre a 77 anni.

sabato 15 novembre 2014

La parodia di SETH MEYERS ad Aaron Sorkin: geniale


 
Quando pensi che non possano più superarsi nel fare parodie ad Aaron Sorkin, ecco che arriva quella di Seth Meyers che è una geniale goduria e lo prende in giro, come ha acutamente osservato l’Hollywood Reporter, “nel modo più meta possibile”, nel modo più metatestuale possibile cioè.
Lo sketch del Late Night è costruito come uno stralcio da una puntata di Sorkin, ma non solo, ne enuncia ad alta voce i tropi e topoi rendendoli parte del tessuto diegetico della scena e cita altre parodie venute prima: da quella di Inside Amy Schumer, a quella di 30 Rock, citata da Sorkin stesso che qui come lì fa un cameo nel ruolo di se stesso.  
La trovate sotto. Davvero fantastica.   

lunedì 10 novembre 2014

OL3MEDIA è online: SPORT & MEDIA

 
È online, e scaricabile gratuitamente, il nuovo numero di Ol3Media, dedicato a “Sport & Media” e curato da Barbara Maio.
Io partecipo con un pezzo dedicato alla serie televisiva coreana Basketball.
Lo trovate qui.  Buona lettura.

venerdì 7 novembre 2014

MANHATTAN LOVE STORY: la prima cancellazione della stagione


Dopo sole 4 puntate, Manhattan Love Story è stata la prima delle nuove serie della stagione 2014-2015 a venire cancellata.  
Dana (Analeigh Tipton) è una ragazza del Sud un po’ ingenua che si ritrova a lavorare nella Grande Mela. Un po’ spaesata trova l’appoggio di una coppia di amici, Amy  (Jade Catta-Preta) e David (Nicolas Wright), e incontra Peter (Jake McDorman), che lavora insieme al fratello (il David di cui sopra) e la sorellastra Chloe (Chloe Wepper) nell’ufficio del padre. Inaspettatamente si piacciono e decidono di frequentarsi e noi, oltre agli eventi, riusciamo a sentire anche in voice-over alcuni dei loro pensieri.
Questa rom-com ideata da Jeff Lowell non era sicuramente la peggiore fra le nuove proposte. Non era chissà che divertente, ma aveva un pizzico di dolcezza. Come sempre programmi abominevoli continuano quando altri, magari non eccezionali ma dignitosi, finiscono al macero in men che non si dica.  

mercoledì 5 novembre 2014

LEZIONI DI PULP FICTION di Giuseppe Cozzolino


 
Segnalo con piacere il nuovo Vlog di Giuseppe Cozzolino, impegnato su YouTube con le sue “Lezioni di Pulp Fiction”. Su cinema, fumetti e serie TV. Sotto, la prima puntata.

lunedì 27 ottobre 2014

CONSTANTINE: vecchio e polveroso

 John Constantine (Matt Ryan) è un esorcista e maestro di arti oscure che prende sotto la sua ala protettrice la figlia di un amico da poco scomparso, Liv (Lucy Griffiths), una ragazza che, grazie alla sua guida, si rende conto che, toccando un medaglione, riesce a vedere le anime intrappolate sulla terra che vivono in una realtà parallela alla nostra. Le sue gocce di sangue su una piantina riescono perfino a scivolare verso luoghi dove accadranno fatti terribili che loro potrebbero evitare. Lei insiste perché combattano il male insieme. E questa, almeno sulla base del pilot, doveva essere la via seguita dalla serie Constantine, in onda dal 24 ottobre sull’americana NBC.
Sulla base di quanto riportato dall’Hollywood Reporter però, gli autori Daniel Cerone e David S. Goyer – che hanno tratto la serie dal famoso fumetto Hellbazer, da cui è stato tratto anche un film – hanno poi deciso di andare in una direzione diversa: le scene finali del pilot sono state ri-girate e Liv uscirà di scena. Verrà al suo posto dato moto rilievo a Zed (Angelica Celaya) che diventerà il suo braccio destro e darà un taglio più umoristico alle vicende.  Il centro rimarrà comunque Constantine che vive nel senso di colpa di non aver potuto proteggere la bambina Astra, trascinata all’inferno. A proteggerlo ed aiutarlo ci sono Manny (Harold Perrineau, Lost), un angelo che spesso si rivolge a lui attraverso il corpo di altre persone di cui prende possesso temporaneamente, l’amico Chas (Charles Halford) e l’esperto di computer un po’ nevrotico Ritchie Simpson (Jeremy Davies, Lost).
La recitazione è dignitosa anche se il protagonista forse manca di carisma e la trama dal pilot è sembrata anche ricca di potenzialità, sebbene sia da vedere che direzione prenderà in seguito, visto il ripensamento dell’ultim’ora, cosa che a dire il vero non è mai un buon segno. I veri problemi sono però altri: la sceneggiatura e l’aspetto visivo. I dialoghi sono banali e puramente di servizio, l’illuminazione è inesistente e la regia, che pure nel pilot ha avuto anche due guizzi positivi (la scena del treno e quella del cerchio di fuoco), è fiacca. Le immagini paiono vecchie, stanche, polverose. Magari la serie avrà successo,  grazie al traino del fumetto, ma non per meriti televisivi, almeno per quello che si può vedere in partenza.   

martedì 21 ottobre 2014

MADAM SECRETARY: ambiziosa, ma dolorosamente inadeguata

 
Se dal pilot non si era sicuri se Madam Secretary volesse essere The West Wing o Scandal, alla terza puntata si è capito che vorrebbe essere il primo, ma che non ne ha le capacità. Purtroppo. Una grave crisi internazionale viene risolta scambiando un favore politico con un voto scolastico: una A in un esame universitario. Risibile.
 
Questa nuova creazione di Barbara Hall (Joan of Arcadia) vede come protagonista una sempre convincente Tèa Leoni nel ruolo di Elizabeth McCord, ex-agente della CIA, per molti anni docente universitaria di storia, che viene richiamata dal presidente in carica, Conrad Dalton (Keith Carradine), a ricoprire il suolo di Segretario di Stato, dopo che il suo predecessore è stato assassinato ( e sul come e perché c’è un po’ di mistero). La serie segue un modello un po’ alla House: il caso politico è presentato nel teaser pre-sigla e sviluppato nella puntata autoconclusiva, e ad arco c’è la vita professionale e personale della protagonista, un po’ Hilary Clinton, un po’ Condoleezza Rice. C’è anche un pizzichino di Homeland.
 
Nelle vicende di politica internazionale c’è poca visione. Ci sono semplificazioni imbarazzanti che, considerato quello che c’è in TV ultimamente, non sono semplicemente accettabili. Manca chiaroscuro, ed è troppo flebile la percezione che ci sia dell’altro indefinibile ad di là di quello che vediamo. Manca profondità insomma. L’eccellente Zeljko Ivanek – come dimenticarlo nella prima stagione di Damages? – che ha il ruolo di Russell Jackson, capo del personale della Casa Bianca, con cui Elizabeth ha degli scontri, è usato poco e male, con scene striminzite che non dicono nulla. Non si capisce che cosa ci stia a fare lì. Lo stesso si può dire dello staff di supporto al lavoro: Nadine Tolliver (Babe Neuwirth), suo capo del personale; Matt Mahoney (Geoffrey Arend), scrittore di discorsi; Blake Moran (Erich Bergen), suo assistente; Daisy Grant (Patina Miller), coordinatrice della stampa. È ben chiaro chi è chi, ma dopo cinque puntate i personaggi sono ancora troppo indefiniti, tanto che le relative posizioni potrebbero risultare quasi intercambiabili e i passaggi personali intesi in senso leggero e semi-umoristico sono patetici.  
 
Sul fronte di casa, dove la protagonista assorbita dal suo ruolo di Segretario di Stato si sente manchevole, da un lato il rapporto con il marito Henry (Tim Daly), docente universitario di storia, è eccessivamente edulcorato; dall’altro quello della coppia con i tre figli, Allison (Katherine Herzer), Jason (Evan Roe) e Stephanie (Wallis Carrie-Wood) è superficiale. Non si può dire tutto, ma non si vede il substrato. Da un facile paragone con The Good Wife (serie a cui è associata nella programmazione sulla CBS) ne rimane annientata.
Madam Secretary ha molta ambizione, ed è sotto molti aspetti magnifico che si corrano dei rischi nel produrre serie che hanno come protagoniste donne brillanti che non siano il solito avvocato o poliziotto. Ben venga rispetto al trito formulaico gialletto della settimana. Allo stesso tempo rispetto al potenziale della premessa è dolorosamente inadeguata.

venerdì 17 ottobre 2014

ORANGE is the NEW BLACK: la vulnerabilità umana dietro le sbarre

 
In Orange is the New Black, ideata da Jenji Kohan (Weeds), e ispirata all’omonimo memoir di Piper Kerman,  Piper Chapman (Taylor Schilling) è una giovane professionista che deve mettere in pausa il suo lavoro e la sua relazione con il fidanzato Larry (Jason Biggs, American Pie), uno scrittore freelance, per scontare una pena di 15 mesi in un carcere federale per aver trasportato dieci anni prima una valigia piena di soldi per quella che all’epoca era la sua fidanzata, Alex Vause (Laura Prepon, That ‘70s Show), una spacciatrice internazionale di droga, che ritrova in prigione.
Il senso profondo della serie mi sembra potersi enucleare da un breve discorso che Piper rivolge a una ragazzina sulla sedia a rotelle, che insieme ad alcuni coetanei, è portata in visita al carcere per venire spaventata, in modo che serva da deterrente a comportamenti che li possano condurre lì. Nonostante altre detenute cerchino di fare del loro meglio, mostrando la mancanza di privacy e come facilmente potrebbero piegarle ai loro desideri sessuali, la ragazzina si mostra indifferente e superiore. Piper, nella puntata “Bora Bora Bora” (1.10), le dice:  
“Sono come te, Dina. Anch’io sono debole. Non riesco a vivere tutto questo senza qualcuno da toccare, senza qualcuno da amare. Che sia perché il sesso attutisce il dolore o perché sono un mostro cattivo in cerca di scopate, non lo so, ma quello che so è che ero qualcuno prima di venire qui. Ero qualcuno con una vita che avevo scelto per me stessa, e ora, ora si tratta solo di superare la giornata senza piangere, e ho paura. Ho ancora paura, ho paura di non essere me stessa qui dentro e ho paura di esserlo. Non sono le altre persone ad essere la parte che fa più paura del carcere, Dina, è il venire faccia a faccia con chi sei veramente, perché quando sei dietro queste mura non c’è nessun posto in cui correr via, anche se potessi correr via. La verità ti raggiunge qui dentro, Dina, ed è la verità che ti renderà la sua puttana”. (La traduzione è mia, per cui quella ufficiale italiana può bene essere lievemente diversa).
Penso davvero che in queste parole ci sia il senso profondo della serie: l’isolamento feroce a cui costringe il carcere, emozionale e fisico,  e la paura, non solo e non tanto per la durezza delle relazioni e della vita all’interno della struttura, ma perché è una situazione limite da vivere. Fa uscire il peggio e il meglio di te. Questo si vede di continuo, nel corso delle vicende, che seguono una struttura ad arco nella stagione, ma si concentrano anche spesso in puntate diverse su persone diverse. All’interno della diegesi, le donne non si conoscono a sufficienza da sapere le ragioni per cui sono finite dentro, ma le vediamo noi, attraverso flashback che ci spiegano che persone erano e perché han fatto quello che hanno fatto. E vediamo che cosa sono ora, così come vediamo come sta cambiando Piper, fino a un finale di stagione che colpisce davvero molto. Potente e memorabile. 
Si tratta di personaggi tridimensionali,  che siano dirigenti della struttura carceraria – il supervisore Sam (Michael J Harney), sposato con un ucraina, che inizialmente prende di buon occhio Piper; George “Pornstache – Pornobaffo” Mendez (Pablo Schreiber), secondino corrotto che abusa costantemente e viscidamente della sua posizione; John Bennet (Matt McGorry), guarda carceraria con una gamba artificiale che inizia una relazione segreta con una delle donne che deve vigilare; Jo Caputo (Nick Sandow); Natalie “Fig” Figueroa (Alisia Reiner);  Susan Fischer (Lauren Lapkus) - o altre detenute: c’è la russa Galina “Red” Reznikov (Kate Mulgrew, nota soprattutto per essere stata il capitano Cathryn Janeway in Star Trek: Voyager), che dirige la cucina; Suzanne “Crazy Eyes” Warren, che si infatua di Piper e la vorrebbe come sua moglie; Tiffany “Pennsatucky” Dogget (Taryn Manning), estremista religiosa con problemi di squilibrio mentale; Nicky Nichols (Natasha Lyonne) ex-tossicodipendente; Sophia Burset (Laverne Cox), una transgender (e l’attrice è stata la prima attrice trans a ricevere una nomination all’Emmy, con questo ruolo) che lavora come estetista e parrucchiera; Lorna Morello (Yael Stone), che guida il pulmino del carcere e sogna il suo matrimonio anche dopo che il fidanzato smette di venire a trovarla in carcere;  Tasha “Taystee” Jefferson (Danielle Brooks), che trova più facile la vita in carcere che fuori e lavora in biblioteca; Dayanara “Daya” Diaz (Dascha Polanco), una giovane ispanica, la cui madre pure si trova in carcere con lei, che comincia una relazione con una delle guardie carcerarie; Miss Claudette Pelage (Michelle Hurst), l’anziana compagna di cubicolo di Piper, che ha ucciso un molestatore di minorenni; Poussey Washingon (Samira Wiley); Carrie “Big Boo” Black (Lea DeLaria); Yoga Jones (Constance Shulman)…
Sembrano tante vite a cui appassionarsi, e sono tante, ma non ci si perde. Tutto è organico e naturale. Conosciamo varia umanità, costretta a interagire in un modo in cui altrimenti non sarebbe costretta a fare. E ci sono i gruppi: le bianche, le nere, le ispaniche… persone a cui non pestare i piedi, a cui devi favori, con cui sorgono scontri e rivalità… persone che cercano di mantenere la propria umanità, anche lì dove le circostanze a volte lo rendono arduo. La sigla (sotto), che mostra labbra, occhi, nasi e volti di vere carcerate, chiarisce l’intento realistico di ritrarre vite vere, donne di varie età, forme, dimensioni, estrazione, condizioni personali, come troppo poco spesso di vede in TV.
La serie si fa notare sotto tanti aspetti, anche per come tratta il sesso, o per il ruolo che assumono gli oggetti comuni, nelle vicende. Viene generalmente indicata come comedy, alle varie premiazioni, ma è più certamente un drama, al massimo un dramedy, o almeno così la leggo io. L’umorismo che c’è è sottile e velato. Allo stesso tempo “questa non è Oz”, come dice la guardia Sam a Piper nel loro primo incontro (1.01), con riferimento al carcere di massima sicurezza nella celeberrima serie TV carceraria firmata da Tom Fontana Oz, che alcuni critici televisivi all’epoca suggerivano di guardare con un secchio accanto in cui poter vomitare, all’occorrenza. Non è altrettanto cruda, insomma. Se dovessi scegliere una e una sola parola per indicare ciò che rappresenta e mostra, sceglierei “vulnerabilità”.     


domenica 12 ottobre 2014

FOREVER: chi dice che si vive solo una volta?

 
Mark Twain diceva che ci sono solo due cose certe nella vita: la morte e le tasse. Per Henry Morgan (Ioan Gruffudd), della nuova serie della ABC Forever, solo la seconda parte della proposizione è vera, perché di morire proprio non vuole saperne. O meglio, lui "muore" anche, salvo poi risvegliarsi sempre, e non invecchiare mai. La sola altra informazione, che ripete ad inizio di ogni puntata, dicendo che questo alla fine ci rende edotti sulla sua condizione quanto lui, è che si sveglia sempre nudo e nell'acqua. Nel tentativo di risolvere questa situazione che si protrae da ben 200 anni, è diventato medico legale a New York, e si considera una specie di studioso della morte.
Non è la prima volta che in TV compare un personaggio che si rifiuta di morire (New Amsterdam con un Nicolaj Coster Waldau pre-Game of Thrones è l’esempio più vicino), ma metto in realtà la serie ideata da Matt Miller nel calderone che contiene Bones e Castle. Vederli non cambia la vita ma, se si è un vena di uno scacciapensieri di poco più di 40 minuti con un giallo da risolvere stile Settimana Enigmistica, è perfetto. È più Sherlock Holmes che procedurale di ultima generazione.
Certo, quello che dà linfa vitale ai sopracitati Bones e Castle non è solo l'aspetto investigativo, ma il dinamico rapporto fra i partner della serie, e qui, se il britannico Gruffudd ha molta verve, la collega poliziotta recentemente vedova, la detective Jo Martinez (Alana de la Garza) è un po' legnosa. L'intesa fra i due c'è perché così è scritto sulla carta, ma non si va più di là. Quello che compensa è il rapporto con un antiquario ormai anziano, Abe (Judd Hirsch), che Henry conosce da quando era in fasce, dato che lui non invecchia, e che è l'unico a conoscere il suo segreto. Viene tenuto come a latere, ma è il rapporto emozionale clou della serie, anche in considerazione del fatto che Henry, insieme alla moglie Abigail (MacKenzie Mauzy, Lizzie in Sentieri, Phoebe in Beautiful) lo aveva adottato dopo averlo salvato da un campo di concentramento ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Con una lieve tonalità comica è invece declinato quello con il giovane collega assistente di laboratorio Lucas Wan (Joel David Moore).
Il mistero auto-coclusivo della settimana, zigzagato da occasionali flashback sulle vite passate del nostro protagonista, è accompagnato da un pizzico di riflessione su vita e morte, ovviamente, ed è punteggiato da un'essenziale storia ad arco che vede il protagonista contattato da un ignoto personaggio, “Adam” (Adrian Pasdar), che si trova nel suo stesso frangente, solo che questi è un immortale di 2000 anni.
Se Forever venisse cancellato domattina probabilmente non ci si accorgerebbe nemmeno, ma ha un certo je ne se quoi che lo fa emergere rispetto alla massa amorfa dei tanti programmi similari.

mercoledì 8 ottobre 2014

OSSERVATORIO TV 2014: scaricabile gratuitamente


È uscito il nuovo libro digitale di "Osservatorio TV". Edizione 2014. Se avete piacere di scaricarlo (e leggerlo) gratuitamente, lo trovate qui (meglio con browser diversi da Internet Explorer, che a volte dà problemi).

Io partecipo con due pezzi, uno su MASTERS OF SEX (sui pionieri della ricerca sulla sessualità umana William Masters e Virginia Johnson, ispirato all'omonima biografia) e uno su SWITCHED AT BIRTH (serie adolescenziale interessante per la rappresentazione della Cultura Sorda).

Ecco, di seguito, l’indice. Buona lettura.
 
 

Presentazione di Barbara Maio
Introduzione di Guglielmo Pescatore
 
Agents of S.H.I.E.L.D. (ABC – 2013) Biancalisa Nannini 
Black Mirror (Channel 4 – 2011) Miriam Visalli 
Broadchurch (ITV - 2013) Attilio Palmieri 
Glee (Fox – 2009) Clarissa Clò 
Enlightened (HBO - 2011) Barbara Nazzari 
Les Revenants (Canal + - 2013) Giorgio Busi-Rizzi
Masters of Sex (Showtime – 2013) Giada Da Ros 
Mistress (ABC - 2013) Francesca Calamita  
Orange is the New Black (Netflix – 2013) Martina Baratta 
Peaky Blinders (BBC – 2013) Barbara Maio 
Ray Donovan (Showtime – 2013) Ellen Nerenberg 
Switched at birth (ABC Family– 2011) Giada Da Ros 
The Bridge (FX - 2013) Gabriele De Luca 
The Confession (DBG – 2011) Giacomo Tagliani 
Top of the Lake (Sundance Channel - 2013) Chiara Checcaglini
Under the Dome (CBS - 2013) Alice Casarini 
Warehouse 13 (SyFy – 2009) Oriele Orlando 

sabato 4 ottobre 2014

STALKER: da evitare

 
In Stalker, nuova serie della CBS, i protagonisti sono due poliziotti, il detective Jack Larsen (Dylan McDermott, Hostages, American Horror Story) e la tenente Beth Davies (Maggie Q), che indagano su casi di stalking, quindi di persecuzione e molestie in senso ampio. Da quel che si capisce dal pilot, lei ne è stata a sua volta vittima, mentre lui è in qualche modo carnefice, visto che non riesce a liberarsi dell'ossessione della sua ex e di suo figlio. Il suo trasferimento sul lavoro è motivato dal seguirli dopo che loro lasciano la città proprio per evitarlo.
Kevin Williamson (Dawson’s Creek, Scream), ideatore e produttore esecutivo che ha avuto l'idea dopo che lui stesso dopo Scream 2 ha avuto un'esperienza di questo tipo con un appassionato dell'horror un po' troppo zelante, ha comunque assicurato, parlando con TV Guide, che Jack non è così fuori di testa come potrebbe apparire di primo acchito e che il suo personaggio rimane comunque l'eroe della situazione così come Beth travalica quello che è il suo ruolo professionale diventando un po’ una vigilante.
La serie è stata brutalmente stroncata (su Metacritic ha ricevuto un infimo 17 su 100), definita la peggiore della stagione, da evitare, vile e manipolatrice, nel senso che sfrutta facili paure e altrettanto facili schemi narrativi. Tutto vero, ma non è peggio di molte, troppe, ore di TV sulla stessa impronta.