domenica 20 gennaio 2019

PURE: comunità mennonita e spaccio di droga


È stata un crescendo la costruzione di Pure, serie della canadese CBC, rinnovata per una seconda stagione da WGN America. Dopo un pilot lento e poco denso si sarebbe stati tentati di gettare la spugna, ma al termine delle sei puntate si vogliono rivedere i personaggi scritti da Michael Amo con la regia di Ken Girotti.

Siamo in una comunità mennonita canadese. Il nuovo pastore locale, Noah Funk  (un Ryan Robbins che ben trasmette la mite intensità e la lacerazione del protagonista) viene coinvolto suo malgrado in un giro di criminalità legata allo spaccio di droga con un boss di stanza in Messico, Eli Voss (Peter Outerbridge). Cercano di aiutarlo la moglie Anna (Alex Paxton-Beesley) e il fratello Abel (Gord Rand).  Per proteggere la propria famiglia e i fedeli che vedono in lui una guida, decide di collaborare con la polizia  per raccogliere prove e assicurare alla giustizia i criminali tornando a una vita di lavoro, servizio e preghiera. Bronco Novak (AJ Buckley), che da ragazzo era interessato a sua moglie, lo arruola come informatore per la DEA, i cui contatti vengono gestiti dall’agente texana Phoebe O’Reilly (Rosie Perez). La figlia di Noah, Tina (Jessica Clement), che è interessata sentimentalmente al figlio di Bronco, con cui va a scuola, Ben (Aaron Hale), scopre molto della situazione, diversamente dal fratello Isaac (Dylan Everett) che, pronto per il battesimo, ambisce a una vita negli ideali in cui lo hanno cresciuto.

Ispirata da un reale ring di operazioni di contrabbando di marijuana e cocaina  fra gruppi mennoniti del Messico e del Canada, la serie ha ricevuto critiche dalla comunità di appartenenza perché li metteva in cattiva luce sulla base di disdicevoli eventi di cronaca, vedendo in questo alla fine un’occasione di apprendimento – “Chiaramente, non siamo immuni dallo stereotipare altri gruppi. Spero che Pure ci aiuti a riflettere su quello che stiamo provando. Spero che ci renda più consapevoli di quello che noi stessi presumiamo degli altri”, scrive Dan Dyck, direttore delle relazioni e comunicazioni della Chiesa Mennonita del Canada (qui).

Un altro motivo di scontento è stato che la serie si permette troppe licenze poetiche nella rappresentazione della vita (i mezzi di trasporto, gli abiti, il rapporto con la tecnologia…) e del credo religioso. Uno storico dei Memmoniti, Sam Stainer – le sue recensioni di ciascuna puntata si possono trovare sul suo sito a partire dalla prima – critica ad esempio il fatto che si confondono gruppi religiosi diversi, mischiando i Mennoniti del Vecchio Ordine con gli Amish del Vecchio Ordine e Mennoniti Low German. C’è stata però ricerca alla base: gli attori parlano anche il Low German usato nella realtà, con sottotitoli in inglese. E gli autori si sono difesi dall’accusa dicendo che è stata una scelta volontaria, di tipo etico, per non implicare nessuna autentica comunità nelle vicende della finzione e infatti la “colonia” da loro rappresentata, quella degli Edenthaler, non esiste.

Quale sia la scelta morale più giusta, in queste circostanze, è difficile a dirsi, ma certo questo è un buon terreno di riflessione in proposito. Io personalmente tenderei a trovare più adeguata una rappresentazione veritiera di uno specifico gruppo, anche lì dove lo dipingesse in modo negativo, pur capendone i rischi connessi. È più probabile che dia credito a quello che vedo nei termini della loro dottrina, che non che corra il rischio di estendere il marciume di un gruppo a tutti gli altri. Anche perché se ho deciso di  dare una possibilità alla serie non è certo per vedere l’ennesima storia di spaccio di droga – già di suo argomento di scarso interesse per me, figurarsi con tutte quelle che già ci sono – ma per scoprire, antropologicamente potremmo dire, una cultura marginale che mi intriga.

La curata cinematografia ben esalta le bellezze scenografiche della Nova Scotia, dove sono state fatte le riprese, sebbene l’ambientazione sia di fatto nell’Ontario rurale. Le vicende prendono il via con l’esecuzione di una famiglia Messicano-Mennonita in fuga. Il bimbo Ezechiel riesce a fuggire e viene accolto dalla colonia locale guidata da Funk, ma la famiglia Epp, che lavora con Voss, vuole riprendersi il bambino. Le vicende sono lente, impantanate, e sono più le relazioni personali, e in particolare l’attrazione nascente fra Tina e Ben, a  costituire ragione di interesse. Nel corso della storia però si cresce, in spessore emotivo anche, con due puntate conclusive davvero appassionanti. A questo punto, la psicologia di primari e comprimari è ben delineata, e ci sono stati dei passaggi davvero mirabili come il confronto fra Anna e Joey Epp (Dylan Taylor): (Attenzione spoiler) lei lo seduce facendogli credere di volerlo come il padre dei suoi figli, se fosse mancato il marito, e lui ammazza il fratello Gerry per impedirgli di uccidere la famiglia Funk, ma lei si ritrae con conseguente disperazione di lui. Ben costruito ed eseguito. O come l’incontro-scontro fra Voss e Noah in cui fede, famiglia e morale vengono discussi apertamente e due filosofie opposte incarnate e vissute. I rapporti fra i coinvolti scorrono profondi ed emergono un poco alla volta.

La narrazione alla fine è coinvolgente e, con uno stile sommesso, potente. Bisogna arrivare alla fine però, perché sula base della prima metà della stagione non ci si sarebbe scommesso. La scrittura si prende i suoi tempi, ma allo stesso tempo ha un'essenzialità che non lascia spazio a divagazioni. Pare ci siano anche riferimenti alle scritture e alla “mitologia religiosa” del gruppo – come nel caso di Noah messo al rogo – che io, da me, non sono in grado di cogliere.
       
E parte della forza del programma sta proprio nel mostrare come sia difficile rimanere virtuosi anche lì dove è il proprio obiettivo principale, finché il contesto che ti circonda ti costringe da altre parti. Noah Funk letteralmente supplica Voss di permettergli di tornare alla vita onesta che desidera condurre. Bello il titolo perché in Pure ben si agglomera la purezza della droga alla purezza come valore di una comunità che vi aspira.

venerdì 11 gennaio 2019

THE KOMINSKY METHOD: la vecchiaia secondo Lorre


The Kominsky Method (su Netflix) è la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che il suo autore, Chuck Lorre (qui il mio post a proposito del profilo del New Yorker su di lui nel 2011), non è diventato famoso a caso, nonostante la critica snobbi regolarmente programmi formalmente molto tradizionali come Two and a Half Men e The Big Bang Theory a cui il suo nome è associato.

Qui, Lorre sa essere esilarante, profondo e attuale affrontando un momento della vita ancora troppo tabù in televisione: la vecchiaia.

Sandy Kominsky (Michael Douglas, ultrasettantenne) è un attore ormai anziano, con problemi di prostata, che ha avuto solo un fuggevole successo calcando le scene, ma che ha un suo apprezzato studio di recitazione. Tre volte divorziato e con una figlia adulta, Mindy (Sarah Baker), che lo aiuta nel lavoro, sviluppa un interesse sentimentale per una sua allieva, Lisa (Nancy Travis), una donna ormai matura. Il suo migliore amico è il suo agente, Norman Newlander (Alan Arkin, ultraottantenne), che rimane presto vedovo della moglie di una vita, Eileen (Susan Sullivan), e ha un rapporto difficile con la figlia Phoebe (Lisa Edelstein, House, The Good Doctor), che ha problemi di lunga data di dipendenza da sostanze. I due uomini si sostengono vicendevolmente, incontrandosi spesso anche solo per un drink da Musso & Frank, dove vengono serviti regolarmente da un cameriere che sta a mala pena in piedi lui stesso.

Molta della serie - che dicono faccia trasparire una subcultura di Los Angeles, elemento che io non sarei in grado di valutare da sola - poggia sull’amicizia fra i due uomini: è  una sorta di aggiornata e meno brontolona “Strana Coppia” di Neil Simon, come ha notato più di qualcuno, con la conoscenza delle reciproche idiosincrasie e anche la capacità di manipolarsi perché ci si frequenta da sempre: imperdibile il loro ping-pong sul un enorme prestito in danaro di Norman che è un favore senza condizioni, di pura generosità, dove entrambi leggono bene quel “senza condizioni” come la condizione più onerosa di tutte, insopportabile. Scene impagabili davvero. Una colonna portante è anche quella sugli acciacchi dell’età, con un misto di irrisione e di cum-patio: scatologia mista ad empatia. Si ride di e con i personaggi, ma ci si lascia prendere anche dalla melanconia della perdita: della propria prestanza fisica, delle proprie occasioni, del tempo che si ha davanti, delle persone amate… lutti che sono anche lo spettro di altri a venire.

La constatazione finale è che si ha paura, che è normale avene perché il mondo la fuori fa paura, ma si supera perché non siamo soli, ma presenti nell’amicizia l’uno per l’altro. “Io ti vedo. Tu mi vedi?” chiede Sandy a Nathan a pochi minuti dalla fine dell’ultima puntata. Esserci. Questo, rivela in segreto, è il metodo Kominksy. Sandy è anche una versione più gentile e moderata (e per qualche critico meno riuscita) di Cousineau, l‘equivalente personaggio portato sulla scena da Henry Winkler in Barry. Come acting coach, il protagonista vede l’attore come creatore, la recitazione come un’estensione della vita, ma alla fine come persona che rivela se stessa nella propria intimità e vulnerabilità. Si riconoscono le debolezze e si affrontano.

Tante sono le guest star che interpretano se stesse (come Elliott Gould, Patti LaBelle o Jay Leno) o un personaggio, come Danny DeVito, nel ruolo di un urologo che sottopone Sandy ad un esame rettale: c’è chi ha visto con sfavore una simile scena, come esempio di una comicità crassa. Io al contrario ci vedo proprio quell’autoironia necessaria per non vivere con svilimento certe realtà dell’invecchiamento, bello perché vero e vagamente imbarazzante, esempio concreto del metodo del titolo.

Potrebbe chiudersi qui, con una sola stagione, questa serie, ma io mi auguro continui.

lunedì 7 gennaio 2019

GOLDEN GLOBE AWARDS 2019: i vincitori

Credits: Paul Drinkwater/NBC Universal via Getty Images


Sono stati consegnati ieri sera i Golden Globe, premi della stampa straniera presente ad Hollywood. I vincitori per la categorie televisive li leggete sotto. Per la lista di tutti, comprese le categorie cinematografiche, potete vedere qui.

Miglior serie TV – drama: The Americans
Miglior performance di un attore in un drama: Richard Madden (Bodyguard)
Miglior performance di un’attrice in un drama: Sandra Oh (Killing Eve)

Miglior serie TV – comedy o musical: The Kominsky Method
Miglior performance di un attore in una comedy o musical: Michael Douglas (The Kominsky Method)
Miglior performance di un’attrice in una comedy o musical: Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel)

Miglior Limited Series o film TV: The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Miglior performance di un attore in una limited series o film TV: Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story)
Miglior performance di un’attrice in una limited series o film TV: Patricia Arquette (Escape at Dannemora)
Miglior performance di un attore non protagonista in una limited series o film TV: Ben Whishaw ( A Very English Scandal)
Miglior performance di un’attrice non protagonista in una limited series o film TV: Patricia Clarkson (Sharp Objects)


domenica 30 dicembre 2018

IL MEGLIO DEL 2018: la lista delle liste


Liste liste liste… a fine anno tutti compilano la propria. Tutte sono incomplete, specie ora che stare dietro a tutti i programmi è diventato impossibile, e tutte sono parziali. Eppure le ho sempre trovate utili, un faro per orientarsi nel mare magnum delle proposte. Se un titolo comincia a comparire molte volte vuole dire che probabilmente vale davvero la pena, e se un critico che stimo e con cui sono in sintonia segnala una chicca poco nota, magari un’occhiata la do.

Come ha acutamente osservato Tim Goodman dell’Hollywood Reporter in un pezzo che medita sul compito in via di cambiamento del critico televisivo nel mutevole paesaggio visuale contemporaneo, sempre più ricco di opzioni, il ruolo di questa figura è sempre più quello di diventare dei “curatori”, segnalando quello che merita di essere preso in considerazione, e le liste in questo senso hanno un peso sempre più rilevante.

Di solito ne leggo e ne segnalo diverse. Quest’anno invece segnalo solo una lista delle liste, compilata da Metacritic, che raccoglie quelle dei maggiori punti di riferimento del settore (già 104  liste individuali al momento del mio scrivere) e che sulla base di un sistema di attribuzione di punti a seconda della posizione in graduatoria rivela i preferiti assoluti.

La lista viene modificata fino a tutto gennaio, per cui vi invito a seguire il link e verificare voi stessi le posizioni, ma per ora, per il 2018 i migliori sono stati valutati i seguenti:

  1. Atlanta
  2. Killing Eve
  3. The Americans
  4. The Good Place
  5. Barry
  6. Pose
  7. Better Call Saul
  8. Sharp Objects
  9. Succession
  10. The Good Fight
  11.  GLOW
  12.  Homecoming
  13.  BoJack Horseman
  14.  The Haunting of Hill House
  15.  The Marvelous Mrs Maisel
  16. The Assasination of Gianni Versace
  17. Lodge 49
  18. Queer Eye
  19. Big Mouth
  20. One day at a time

sabato 22 dicembre 2018

I MIGLIORI NUOVI PROGRAMMI del 2018, secondo me


Come sempre, scegliere i programmi migliori dell’anno è un’impresa e mi limito solamente, come mia tradizione, a segnalare quelli che ritengo essere i debutti più interessanti. Quest’anno ne segnalo davvero parecchi, e senza un ordine particolare. Naturalmente mi limito alla fiction, alla narrativa cioè (a scanso di equivoci visto che in Italia c’è la tendenza a interpretare il termine come riferito alle produzioni nostrane). C’è una piccola incursione di un programma di tipo diverso, ma per il resto rimango fedele alle serie. Come i migliori romanzi sono “menzogne” che raccontano la verità meglio di quanto non farebbe un programma che formalmente vuole raccontare il vero, e sono forme di “design esperienziale”, “luoghi in invenzione di forme di esperienza”, per  usare le parole di Maria Pia Pozzato (in Mondi Seriali - Percorsi semiotici nella fiction, da lei co-curato insieme a Giorgio Grignaffini - Link Ricerca - RTI, 2008) . Riescono davvero a essere arte.

I migliori nuovi programmi del 2018 per me sono:

Counterpart: tecnicamente ha debuttato nel 2017, ma gran parte della prima stagione è comunque andata in onda nel 2018, quindi la facciamo entrare. Ne ho parlato qui.

Succession: il racconto delle vicende della famiglia Roy, magnati dei media, nei suoi risvolti personali e di lotte intestine per il potere, è cresciuto progressivamente fra feroce dramma e humor tagliente.

L’amica geniale: trasmette alla perfezione le atmosfere del libro di Elena Ferrante. Se lo avete amato, non rimarrete delusi dalla trasposizione su schermo.

The End of the F***ing World: una gemma di cui ho parlato qui. Nonostante il finale è prevista una seconda stagione. Anche questa serie tecnicamente ha debuttato in Inghilterra nel 2017, ma per l’Italia su Netflix è stata resa disponibile solo del 2018, quindi la inserisco volentieri comunque.

Patrick Melrose: qui.

Sharp Objects: qui.

Pose: ne ho scritto qui. Sono stata indecisa se inserirlo nella lista o no, perché ha una narrazione molto di “conforto”, molto anni ’80  - periodo in cui di per sé è ambientata, quindi è come se in un certo senso dicesse che una certa epoca va anche ricordata con l’estetica che le apparteneva - e di buoni sentimenti. Stilisticamente e contenutisticamente è superata, si direbbe. Eppure, mostra il valore di un simile modo di raccontare, parla di un argomento attualissimo e rilevante ovvero dell’essere transessuali e di identità personale. E l’ho apprezzata anche perché conosco nella vita reale persone che afferiscono in senso ampio a quel mondo e ci ritrovo le realtà umane ed emozionali che mi sono state raccontate e in questa prospettiva lo trovo molto vero. Qui davvero si ha quel “design esperienziale” di cui sopra.

Homecoming: del thriller psicologico di Amazon Prime con Julia Roberts e la regia di Sam Esamil (Mr Robot) spero di parlare prossimamente.

Sorry for your loss: qui.

Kidding: qui.


The Haunting of Hill House: una dramma familiare mascherato da “storia di fantasmi”. Quelli autentici sono quelli personali. 

E sebbene non sia una serie, assolutamente imperdibile è pure Nanette, lo spettacolo di stand-up della comica lesbica originaria della Tasmania Hannah Gadsby (su Netflix) che, arrabbiata con gli uomini eterosessuali bianchi (e con motivo, come sentirete, non prendetevela se appartenete alla categoria), parla dell’essere gay, di identità, di bullismo, di omofobia, dell’essere donne, del significato di fare comicità e di raccontare storie, di arte (non vedrò più Van Gogh e Picasso senza pensarla)… Ci sono esilaranti battute e dolorosa rabbia, si ride di gusto e ci si commuove. Un must-see.


Poi, sono stata indecisa, non le inserirei probabilmente fra le migliori dell’anno, ma sicuramente meritano per me una menzione onorevole le seguenti serie, sulle quali spero di avere occasione di scrivere qualcosa in un futuro prossimo, se non l'ho già fatto. So che forse pure mi pentirò di non averle inserite nella lista principale. Sono:

The Kominsky Method
Wanderlust
Vida: qui.
The Assasination of Gianni Versacequi

Purtroppo non sono ancora riuscita a vedere titoli molto apprezzati e inseriti nelle liste dei migliori di molti come Barry (il pilot mi è piaciuto molto), Forever (anche qui il pilot mi è piaciuto molto)Killing EveEscape at Dannemora, Lodge 49, A very English Scandal, Schitt’s Creek… prossimamente magari… e vi saprò dire che ne penso.

Voi? Quali nuovi programmi del 2018 avete preferito?


sabato 15 dicembre 2018

MANIAC: un trial fallito


In Maniac un gruppo di scienziati ha messo a punto e sperimentano su cavie umane volontarie tre pillole (A, B e C) che hanno l’obiettivo di risolvere i problemi mentali che li affliggono: la prima espone il problema, la seconda propone scenari alternativi per affrontarlo, la terza permette di trovare una soluzione e superare il problema. Ingerendole, attraverso l’analisi di un megacomputer “umanizzato”, il GRTA, in cui il progettista ha infuso la personalità della madre psicoterapeuta, e attraverso situazioni di realtà virtuale che i protagonisti vivono nella propria mente,  si “guarisce”.

Alla sperimentazione della Naberdine Pharmaceutical Biotech (NPB) partecipano Annie Landsberg (Emma Stone), che ha una diagnosi di disturbo di personalità borderline e ha perso la sorella in un grave incidente d’auto e non riesce a superare il lutto, e Owen Milgrim (Jonah Hill), a cui è stata diagnosticata una schizofrenia, poco apprezzato dalla ricca famiglia e in particolare dal padre Porter (Gabriel Byrne), che ritiene di avere nella vita una grande missione di salvare il mondo. A seguire i loro progressi sono gli scienziati Azumi Fujita (Sonoya Mizuno), che sente una forte pressione dai superiori a fare un buon lavoro, e James Mantleray (Justin Theroux, The Leftovers), che ha sempre avuto un complesso di inferiorità nei confronti della famosa madre Greta (Sally Field) e che finisce per innamorarsi della macchina che ha costruito.

Remake di un’omonima serie norvegese di Espen PA Lervaag, questa proposta targata Netflix era molto attesa perché a co-scriverla insieme a Patrick Somerville è stato Cary Fukunaga, qui pure regista di tutte le puntate così come per la prima celebrata stagione di True Detective. La reazione generale è stata uno scarso apprezzamento del contenuto, stringi stringi abbastanza vacuo e nemmeno troppo originale, ma un godimento a livello estetico dell’aspetto visivo. Personalmente non ho apprezzato nessuno dei due elementi e l’ho considerato solo una grande perdita di tempo. 
 
Certo, c’è irrisione dei generi parodistici e bizzarria negli scenari virtuali immaginati, c’è empatia nei confronti del dolore psichico provato, c’è motteggio delle soluzioni semplici della pillola risovi-tutto e valorizzazione dei rapporti umani. Il tono si tiene in un buon equilibrio fra canzonatura e dolore e solitudine, in un intento comunque chiaramente comico: questo si vede. Gli attori svolgono un lavoro eccellente e Justin Theroux in particolare, dopo il ruolo iperdrammatico di The Leftovers, dimostra una notevole verve comica. Sia sul piano della forma che nel contenuto però non c’è niente che Legion non abbia già detto e meglio – incluse le scelte scenografiche e più genericamente di look di una ambientazione futuristico-vintage. Certo, quest’ultimo si prende forse troppo sul serio in proporzione, e fa voli pindarici psichedelici in cui è molto più facile perdersi, ma è allo stesso tempo molto più appagante.   

Se il trial clinico della finzione, a dispetto di tutto, ha portato a qualche risultato, non lo stesso mi sento di dire del trial televisivo.

lunedì 10 dicembre 2018

I programmi dell'anno secondo l'AMERICAN FILM INSTITUTE



Ogni anno l’American Film Institute sceglie 10 programmi che ritiene siano stati significativi da un punto di vista artistico o culturale.

Per il 2018, i premiati dall’AFI Awards sono stati:

THE AMERICANS
THE ASSASSINATION OF GIANNI VERSACE: AMERICAN CRIME STORY
ATLANTA
BARRY
BETTER CALL SAUL
THE KOMINSKY METHOD
THE MARVELOUS MRS. MAISEL
POSE
SUCCESSION
THIS IS US

Per i premiati nel cinema, e per il premio speciale, si veda a questo link.

giovedì 6 dicembre 2018

KIDDING: dolente e dolce



Kidding (dell’americana Showtime), che in italiano (su Sky Atlantic) ha preso il sottotitolo de “Il fantastico mondo di Mr Pickles”, mostra un Jim Carrey, che interpreta il protagonista principale, in quello che è il suo aspetto drammatico migliore: vulnerabile, amabile, addolorato, ingenuo.  

Jeff Piccirillo (Jim Carrey) è il presentatore di un programma televisivo per bambini in cui interagisce con pupazzi animati, il “Mr Pickles’ Puppet Time”, di grande successo: è adorato dal pubblico ed è un impero multimilionario. Lui, come il suo alter-ego televisivo, Mr Pickles – pickle significa “cetriolino sottaceto” in inglese – è un grande propugnatore di buoni sentimenti, fare la cosa giusta, comportarsi bene, con generosità e gentilezza. Jeff è nella vita reale quello che vende nella finzione dello schermo. Ora però è in crisi: aveva due figli, Will e Phil (Cole Allen), gemelli, e uno dei due è morto in un incidente d’auto un anno prima e lui è ancora in lutto, inoltre è ancora innamorato della sua ex-moglie, Jil (Judy Greer), un’infermiera che si sta rifacendo una vita con un altro uomo. Sebastian Piccirillo (Frank Langella), suo padre, ma anche produttore esecutivo dello show, è preoccupato tanto per lui personalmente, quanto per la sorte del programma se Jeff continua a comportarsi in modo strano, per quella che è un’impresa di famiglia, visto che la sorella di Jeff, Deidre (Catherine Keener), pure ci lavora, realizzando i vari pupazzi. Lei stessa sul fronte di casa non ha una vita facile: la figlia Maddy (Juliet Morris) vede il padre in una situazione sessuale compromettente con un’altra persona e comincia ad averne conseguenze nel comportamento.  

Il cuore di questa serie ideata da Dave Holstein consiste nella distruzione di un uomo buono: cerca di essere sempre al suo meglio, ma la vita gli riserva cocenti batoste. Nonostante le ammaccature, prova a rispondere ugualmente agli eventi con gentilezza – paga perfino le spese dell’uomo che ha ucciso suo figlio -, ma la verità è che dentro di lui si formano pensieri e sentimenti negativi e distruttivi, causati dall’infelicità e dalla rabbia. Non siamo in una storia di supereroi in cui assistiamo alla genesi di un supervillain, ma di fronte a un uomo comune, reale. E un uomo a cui il mondo guarda come a un faro per come bisogna comportarsi per essere brave persone e per essere felici, cose che si crede debbano coincidere, compito che sente come una responsabilità.

Un concetto ricorrente nelle puntate, espresso attraverso il programma per bambini -  in cui Jeff vorrebbe poter parlare di morte, ma dove glielo impediscono per timore di alienare il pubblico dei più piccini -, è che “ogni dolore ha bisogno di un nome”. È importante saper descrivere i propri sentimenti per saperli elaborare e gestire. È legittimo avere un lato oscuro e ammettere di averlo, è umano. Fingere di non avere sentimenti negativi è una finzione distruttiva, e verso l’autodistruzione va infatti, tristemente, il protagonista. Nella season finale ha un tracollo da cui sarà difficile farlo uscire.

Che cosa ci renda umani è un’altra idea reiterata. Jeff viene anche deriso o ignorato o attaccato per il suo essere educato. In più modi gli viene detto che non viene visto realmente come un uomo e lui insiste sul fatto che lo è, solo che è un tipo diverso di uomo. Anche se non è solo in un’unica modalità che viene affrontato questo argomento, un modo importante in cui viene fatto è attraverso il sesso. Di fronte a chi lo vede come un essere asessuato o comunque asessuale, lui ribadisce che invece è un uomo con dei desideri carnali, e non è questo a renderlo meno una brava persona. La serie, che riprende questo tema anche con il figlio del Mr Pickle giapponese (a coloro che lavorano al programma nel Sol Levante viene richiesto il voto di castità), mostra scene di sesso piuttosto esplicite e niente affatto puritane. Essere maschi veri non significa essere cafoni: un bel concetto da far passare.

Ci si sofferma tanto sul dolore: anche attraverso la figura di una donna malata di cancro con cui Jeff intesse una relazione, o con quella di un fan nel braccio della morte (1.08) che richiede la sua presenza al momento della sua esecuzione (in una toccante, commovente puntata contro la pena di morte come raramente se ne vedono).

Alla fine dei conti il programma, dolente e dolce, crede del kintsugi, un concetto che nella diegesi (1.07) entra in modo esplicito dando una evidente chiave di lettura  alla serie intera. Alle 10 puntate della prima stagione ne farà seguito una confermata seconda.    

lunedì 26 novembre 2018

A DISCOVERY OF WITCHES: anemico e privo di magia



È anemico e privo di magia A Discovery of Witches, descrizioni non proprio incoraggianti considerato che si tratta di una serie con vampiri e streghe. Già dal pilot sembrava un trippone a tinte rosa alla maniera dei film per la TV basati sui libri di Rosamunde Pilcher o affini, ma alcune recensioni dicevano che la narrazione cominciava a prendere quota al terzo episodio (sarà che c’è il primo bacio fra i protagonisti) e ho tenuto duro e continuato la visione. Talvolta programmi claudicanti all’inizio svelano il proprio potenziale in corso di via, a darci un’opportunità. Non in questo caso.

Basata sulla trilogia All Souls di Deborah Harkness  - la prima stagione corrisponde al primo libro, “Il libro della Vita e della Morte” in italiano - questa produzione britannica vede come protagonisti una potente strega riluttante ad usare i propri poteri, Diana Bishop (Teresa Palmer), professoressa di storia a Yale che studia alchimia ad Oxford, e Matthew Clairmont (Matthew Goode), vampiro ultracentenario e professore di biochimica. Diana, inconsapevolmente, facendo ricerca alla Biblioteca Bodleiana, riesce a riesumare un antico testo magico che tutti vogliono, Ashmore 782, e finisce per attirare l’attenzione di Matthew. I due, travolti dall’attrazione e dalla passione, si innamorano perdutamente, nonostante ci sia uno specifico divieto a che streghe e vampiri, fra cui ci sono contrasti che si perdono nella notte dei tempi, intreccino legami.   

La narrazione e i dialoghi sono scialbi e tediosi, e a dispetto degli studi della protagonista, non c’è alcuna alchimia fra lei e la sua controparte maschile, un vero peccato mortale lì dove quella è in fondo la vera raison d’être che giustifica le intricate vicende di demoni assortiti e le preoccupazioni della potente “congregazione”.  Quando fanno l’amore per la prima volta è tutto molto tiepido e dimenticabile. Ci si rifà un pochino nel settimo episodio, dove la regia di Sara Walker mette un po’ più di passione e verve nel rapporto intimo fra i due. La puntata tutta si eleva un poco dalle precedenti, con Diana che, insieme alle zie, “rivede” i suoi genitori, tragicamente scomparsi, e fa delle scoperte sul suo passato.

In apparenza la serie è patinata, con gloriosi setting scenografici, a partire dall’italianissima Venezia, ma non si può nemmeno dire che la cinematografia riesca ad elevarli al di là di un banale sfondo descrittivo di servizio. La recitazione è dignitosa per non dire proprio buona (penso alle zie in particolare), ma l’unico a spiccare è solo Matthew Goode che non solo è attraente e affascinante, ma mostra un maggiore investimento nel personaggio. Diana in proporzione è spenta. Non credo sia solo una mia  risposta ormonale giudicare più convincente lui di lei.
    
C’è poco da cercare metafore e sottotesto qui - si potrebbe facilmente parlare di “miscegenation”, mescolanza razziale cioè, amicizia, potere – perché è il testo proprio ad essere manchevole. La trama c’è, ma non c’è molto di più che si possa dire. La prima stagione termina con un grosso cliffhanger destinato a risolversi con la seconda stagione, che però personalmente non sarò così masochista da guardare.

Per utilizzare un termine davvero tecnico: una lagna.   

sabato 17 novembre 2018

THE FIRST: la prima missione umana su Marte


The First, la serie di Beau Willimon (House of Cards) ambientata in un futuro prossimo che ruota intorno alla prima missione dell’uomo su Marte, è molto austera e mesta. Forse anche per questo è stata accolta con favore, ma tiepidamente. Il fallimento delle aspettative, la disillusione dei sogni infranti, l’insuccesso, le delusioni, il lutto, ma anche l’arte, l’ambizione e che cosa la alimenta, il sacrificio: queste sono le tematiche principali della prima stagione. Io l’ho apprezzata più della media, ma è indubbio che è una cappa depressiva che lascia pochi spazi di respiro. Nonostante termini con un successo, è un feel-bad show.

Il razzo con a bordo le prime persone dirette su Marte esplode per un errore umano. Tom Hagerty (Sean Penn), il comandante della missione da poco rimpiazzato, si reca agli uffici della Vista, la compagnia che in collaborazione con la NASA gestisce la missione, per dare il proprio sostegno alla CEO Laz Ingram (Natascha McElhone, Californication), che tende ad essere molto distaccata da un punto di vista emozionale. L’opinione pubblica si interroga sulla ragionevolezza del progetto di fronte ad un rischio di vite e un dispendio economico così elevati. Gli astronauti però credono fortemente nel proprio progetto e lo difendono. Fra loro ci sono Kayla Price (LisaGay Hamilton, House of Cards, The Practice), che sul posto di lavoro deve fare in conti con questioni di discriminazione e graduatorie di potere; Sadie Hewitt (Hannah Ware), le cui aspirazioni spaziali mettono in crisi il rapporto sentimentale; Nick Fletcher (James Ransone) e Aiko Hakari (Keiko Agena, Gilmore Girls). Hagety viene messo a capo della nuova missione, ma la sua situazione è complicata sul fronte di casa: la moglie Diane (Melissa George, Grey’s Anatomy), che soffriva di depressione, si è tolta la vita, e la figlia Denise (Anna Jacoby-Heron), con cui c’è un rapporto conflittuale, si è data alla droga, riuscendo a disintossicarsi solo di recente.

Le puntate della serie sono un conto alla rovescia al nuovo lancio che si verifica senza intoppi nella sesaon finale – se non lo segnalo come spoiler è perché è autoevidente che lì si sarebbe andati a parare, altrimenti non ci sarebbe stata serie. Questo è un momento in cui si può finalmente tirare un sospiro di sollievo, anche se non assistiamo all’effettivo successo dell’arrivo su Marte, che suppongo sia materia per la seconda stagione. In mezzo a tecnologia futuribile molto ghiotta, in primo piano ci sono vicende umane. E in fondo ad animare il programma è anche un certo ottimismo. I protagonisti credono fortemente a quello a cui dedicano la propria vita, investono nel potere dell’immaginazione nel realizzare qualcosa di grande: il credere viene prima del vedere, sentenzia Laz (1.05). Non è un ottimismo scintillante, ma uno che sguazza nel dolore e deve farsi strada con le unghie per procedere, che deve imporsi e deve imporre agli altri rinunce gigantesche aggrappandosi alla sola forza dell’ideale.

Grazie anche a performance di rara intensità introspettiva, questa serie di Hulu mette la lente di ingrandimento sulla fatica dell’uomo, personale e collettiva, per raggiungere i propri obiettivi, per raggiungere le stelle.

venerdì 9 novembre 2018

GOD FRIENDED ME: ateismo vs. fede



È una sorta di Ultime dal Cielo in salsa religiosa God Friended Me, o forse, meglio ancora, è un più scettico e disincantato Joan of Arcadia nell’epoca dei social network, e pur presentando storie banali o comunque costruite ai limiti della credibilità, riesce ad essere amabile e giocoso a sufficienza da non alienare il pubblico di fronte ad un dibattito anche importante, quello fra atei e religiosi. Nonostante la premessa, o forse proprio per quella, spinge verso l’idea dell’esistenza di Dio, ma è aperta al confronto, al dibattito, all’incontro fra i due versanti ideologici.

Miles Finer (Brandon Michael Hall, The Mayor), figlio di un predicatore, il reverendo Arthur (Joe Morton), è un ateo convinto e ha un podcast in cui parla apertamente di queste sue convinzioni. Un giorno riceve una richiesta di amicizia su Facebook da parte di Dio. Lui rifiuta, ma l’Altissimo non molla l’osso finché lui non accetta. Seguono dei suggerimenti di amicizia che Miles si vede costretto ad accettare, finendo per conoscere le persone in questione e per aiutarle. La prima che incontra, Cara Bloom (Violett Beane, The Flash), è una giornalista con il blocco dello scrittore che grazie a lui re-incontra la madre che l’aveva abbandonata anni prima, e presto diventa una presenza importante nella sua vita. A raccogliere le sue confidenze è anche l’esperto di computer Rakesh (Suraj Sharma), che cerca con e per lui, di scoprire chi si nasconde dietro all’account “Dio”. Miles è convinto si tratti di una burla, ma allo stesso tempo non può non guardare con sospetto come segni di un Essere Alto elementi ed accadimenti che incrocia nella vita. La sorella Ali (Javicia Leslie) spinge perché padre e figlio riprendano dei rapporti più stretti.

In un mondo, e in un contesto come gli Stati Uniti, così polarizzato sulle tematiche religiose, è apprezzabile una serie che riesce a evitare predicozzi, ma a portare ragioni e argomentazioni sia per credere che per non credere in Dio, umanizzando l’altra parte qualunque sia quella di partenza. Anche lì dove c’è candore non è ebete creduloneria. Gli attori, Brandon Michael Hall in primis, sono convincenti e riescono a infondere i personaggi non solo di umanità, ma anche di un pizzico di umoristico distacco e sospetto di fronte alla bizzarria della situazione, che però indagano razionalmente. Un feel-good drama sull’americana CBS ideato da Steven Lilien e Bryan Wynbrandt.  

mercoledì 31 ottobre 2018

SORRY FOR YOUR LOSS: una serie sul lutto

È stata costruita con sensibilità e acume la serie Sorry for you loss, trasmessa su Facebook Watch (canale televisivo di Facebook: qui il link per vederla), per una prima stagione di 10 puntate che ha raccolto eccellenti recensioni. Gli argomenti principali sono il lutto, la depressione e il suicidio, per cui evidentemente non si tratta di tematiche allegre. Il registro è drammatico, ma non da svenamento, il tocco non è esattamente leggero, ma non è nemmeno tale da provocare acuto dolore nello spettatore.

Leigh Shaw (Elizabeth Olsen) è recentemente rimasta vedova, si è presa un’aspettativa dal lavoro di giornalista di una rubrica di consigli per il sito web Basically News e si è trasferita a vivere con la madre Amy (Janet McTeer), che gestisce una sua palestra, la Beautiful Beast, e la sorella Jules (Kelly Marie Tran), ex alcolista che lavora come insegnante di fitness presso la madre. Leigh, fresca del lutto - il titolo è l’equivalente italiano di “spiacenti della tua perdita” e la sigla di fissa su questa scritta fra una serie di messaggi di condoglianze che appaiono e scompaiono dallo schermo – rivive nei ricordi il marito Matt (Mamoudou Athie), un insegnante di inglese con ambizioni da fumettista che soffriva di seri problemi di depressione, e cerca di superare il lutto, grazie anche alla presenza del fratello di lui, Danny (Jovan Adepo), con cui però ha un rapporto conflittuale. Rimane il dubbio: la morte di Matt è stata incidente o suicidio?

Ideata da Kit Steinkellner, la serie tocca un tema caldo del momento nel panorama televisivo, quello del lutto, presente in forme diverse, ma in qualche caso unito ai temi della depressione e del suicidio come qui. Possiamo pensare a titoli come The First, A Million Little Things, Kidding, The Haunting of Hill HouseThis is us

Gli aspetti affrontati sono molti: di chi è e a chi appartiene il lutto, che non è l’esclusiva di una sola persona, la presenza o l’assenza degli altri come testimoni della propria sofferenza, l’effetto sugli altri e la reazione e le aspettative altrui al proprio dolore, il senso e la risposta alle condoglianze, i tempi necessari a superare una perdita, il comparare il dolore (“tu puoi avere un altro marito, io non posso avere un altro fratello” – 1.01), il che cosa sia di conforto, lo sforzo personale per superare la sofferenza, il significato degli oggetti legati ai ricordi, la consapevolezza che molto delle persone non si conosce, i piccoli dettagli,  le reazioni emotive inaspettate, come ci comportiamo con chi ci è vicino in momenti in cui siamo fortemente provati e vulnerabili, la ricerca di senso, il desiderio di rendere onore alla persona venuta a mancare, la felicità e le aspettative realistiche dalle relazioni, le cicatrici…

La protagonista, coraggiosamente da parte della narrazione, non è solo triste, ma è un groviglio di emozioni, ed è intrattabile, a lungo, prende male tutto quello che le dicono. Il riportare alla memoria è centrale: talvolta è un ricordo cosciente, a volte compiuto, altre volte volatile, in qualche caso è a cascata – un pettitino trovato in un cassetto innesca il ricordo delle nozze, poi del funerale (1.08) – o frammentario e fuggevole – Leigh non ricorda la battuta che Matt le ha raccontato quando si sono conosciuti a un party, che poi finalmente le sovviene (1.10).

Il parlare, o il non farlo, è una colonna importante di riflessione. In un gruppo di auto-aiuto la vedova condivide le proprie emozioni, ma nella vita reale spesso preferisce tecere, mentire o comunque non dire della morte del proprio marito. A chi dirlo? Quando dirlo? Si dice o non si dice per se stessi o per gli altri? “Qualche volta l’atto più generoso è tenersi le cose per sé” (1.07) viene detto ad un certo punto (con echi trasversali rispetto alle storyline della puntata). Se non dirlo alla donna che ora vive felice nella casa che tu abitavi con lui può avere senso (1.09), non rivelarlo all’uomo con cui fai l’amore e che vorrebbe una storia con te sembra irrispettoso (1.10). Si ha occasione di meditare a lungo su questi aspetti visto che la ritrosia verbale è reiterata.

“Se il dolore finisce, lui è andato” (1.10). È una serie dolorosa, sul dolore. Il senso è che la morte non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo, è imparare a vivere di nuovo con il dolore, a sopravvivere, a superarlo (1.01), mantenendo intatto il legame con la persona persa. È anche addentrarsi, come nelle favole si entra nella foresta, nel luogo che in assoluto fa più paura, per scoprire chi si è (1.10). Anche come spettatori.