martedì 29 novembre 2016

GILMORE GIRLS: A YEAR IN THE LIFE: magico


È stato perfetto, assolutamente perfetto, il ritorno su Netflix di Gilmore Girls, conosciuto in Italia con il titolo infantilizzante di Una mamma per amica, in quattro puntate speciali che hanno preso il nome di “A Year in the Life” (Un anno nella vita), “Di nuovo insieme” in italiano. Il lancio è stato il 25 novembre. La serie originaria, che aveva debuttato nel 2000, era durata 7 stagioni, ma l’ideatrice Amy Sherman-Palladino aveva lasciato, per dispute contrattuali, alla fine della sesta, e non ha potuto terminarla come aveva sempre pensato. Questa è stata l’occasione per il suo riscatto e per mettere sulla bocca dei personaggi quelle famose ultime quattro parole che ha detto di avere avuto presenti da sempre e che sono diventate una specie di piccolo mistero della serie. Non le rivelerò. Hanno chiesto hai fan di fare una solenne promessa di non farlo, e tengo fede all’impegno. Dico solo che le ho trovate appropriate, perché chiudono un po’ il cerchio, così come questi quattro nuovi appuntamenti (di 88 - 122 minuti) si aprono al gazebo dell’immaginaria Stars Hollow dove sono ambientate le vicende, e lì si chiudono. Si comincia con “Inverno”, poi “Primavera”, “Estate” e “Autunno”, la prima e l’ultima scritte e dirette dall’ideatrice, la seconda e la terza da Daniel Palladino, il marito da sempre coinvolto nella produzione come sceneggiatore/regista/produttore esecutivo.

Due precisazioni, prima di procedere. La prima è che ho seguito questa nuova tranche in originale, come ho fatto sempre in passato (pur avendo anche seguito molte puntate in italiano, occasionalmente). E ho scelto di non usare i sottotitoli italiani perché, anche a causa della velocità del dialogo, usarle le due lingue contemporaneamente sarebbe stato insostenibile. Se perciò la versione nostrana abbia in qualche modo alterato, e in che modo, il prodotto, non sono in grado (almeno in questi momento) di valutarlo. La seconda è che sono una fan della serie, e come tale ho cercato di gustarmela, ma come critica e come studiosa di media ho partecipato anni fa a una raccolta di saggi critici pubblicata dalla Syracuse University Press intitolata “Screwball Television: Critical Perspective on Gilmore Girls”, curato da David Scott Diffrient e David Lavery. È un progetto di cui vado fiera, e che sicuramente caldeggio a chi è in grado di leggere in inglese. Lì ho analizzato l’utilizzo a doppia lama dell’impianto liturgico e ritualistico della narrativa televisuale, una struttura per ragioni varie (incluso il formato) in gran parte scardinato nel revival, ma presente nel substrato della memoria dello spettatore, e rilevante nella visione: ora qui, in ogni caso, non mi soffermerò su questo.

Si erano lasciate le protagoniste principali che si dicevano un temporaneo addio. Mamma Lorelai (Lauren Graham) salutava la figlia Rory (Alexis Bledel) che aveva deciso di unirsi alla campagna elettorale di Obama. Si riprende con Rory che torna a casa brevemente a trovare la madre, e c’è un magnifico scambio iniziale, fortemente metatestuale, in cui le due donne osservano come sembra che siano passati anni da quando non si sono viste. Rory è ora laureata a Yale in giornalismo (ma non ha ancora una laurea specialistica, scopriamo poi), e sta cercando di sfondare come scrittrice. Ha pubblicato un pezzo per il New Yorker e sta cercando un ingaggio permanente in qualche rivista di successo. Lorelai vive con Luke e continua a condurre il suo bed & breakfast, il Dragonfly Inn. Il vero cambiamento riguarda anche fortemente nonna Emily (Kelly Bishop): è rimasta vedova. Edward Herrmann, che interpretava nonno Richard, è scomparso l’ultimo del’anno del 2014. Acutamente, i personaggi non tornano per il funerale, ma come nella vita reale, già del tempo è passato da quel momento che viene però ricordato e i cui effetti si sentono tutt’ora. La puntata è stata dedicata all’attore scomparso e il palpabile lutto è autentico, un po’ anche per noi spettatori. Io specificatamente poi ammetto di non aver potuto far a meno di pensare all’improvvisa scomparsa questa scorsa estate di David Lavery, uno dei due curatori del libro di cui sopra, a cui ero legata d’amicizia e che pure era ormai nonno. Che non fosse qui a vedere il ritorno delle ragazze Gilmore ha aggiunto una nota di tristezza.

Si è riso e si è pianto molto in queste quattro stagioni (atmosferiche, non televisive), per le bizzarre situazioni che sempre hanno caratterizzato la vita di questa confettosa cittadina del Connecticut, e per i momenti di crisi della propria vita e di perdita di orientamento, il senso profondo di questo revival, ritengo. La vera sensazione però è stata quella di un grande forte abbraccio per la gioia di aver rivisto tanti voti noti e amati, perché c’erano tutti, assolutamente tutti, ed è stato fantastico. Ovviamente Lorelai e Rory e Luke (Scott Patterson) e Emily; naturalmente i ragazzi ora uomini che negli anni si sono contesi il cuore di Rory: Dean (Jared Padalecki, Supernatural), Jess (Milo Ventimiglia, This is us) e Logan (Matt Czuchry, The Good Wife), con uno studiato equilibrio nella presenza di ciascuno, con scambi adeguati alla natura del loro rapporto - con chi finirà Rory, ci si è sempre chiesti: il risultato finale a me soddisfa; una fugace apparizione di Sookie (Melissa McCarthy, un po’ in forse inizialmente, visto il successo avuto successivamente dall’impegnatissima attrice), con magnifiche torte e riferimenti agli esordi; ma anche Michel (Yanic Truesdale) sempre snob e supponente; Paris (Liza Weil, How to get away with murder) arrabbiata e dittatoriale; Kirk (Sean Gumm), con l’ennesimo nuovo lavoro; Lane (Keiko Agenas), con la sua musica e un orecchio per l’amica; Taylor (Michael Winters), con i suoi progetti di miglioramento della città e le sue riunioni cittadine (e un musical!); la rigida Mrs Kim (Emily Kuroda), e un’istantanea apparizione del mai-visto-prima Mr Kim; Doyle (Danny Strong) la cui carriera nella finzione è quella dell’interprete nella realtà; la studiosissima April (Vanessa Marano, Switched at Birth); Miss Patty (Liz Torres), Jackson (Jackson Bellevile), Babette (Sally Struthers), Christopher (David Sutcliffe), Gypsy (Rose Abdoo), Caesar (Aris Alvarado), Francie (Emily Bergl, Men in Trees), Mitchum (Greg Henry), il preside della Chilton (Dakin Matthews), Paul Anka il cane e molti altri ancora. Alla fine perfino Richard. E le strade, i negozi, il gazebo…Che tripudio. Ogni momento è stato un ricordo, un piacere, una gioia, quasi da far mancare il fiato. Fino alla canzone finale che ci ha accompagnato negli anni come sigla, “Where you lead” (e la cantante che la interpreta, Louise Goffin, che fa una comparsa del ruolo della sorella del menestrello ufficiale della città).

A questa sensazione di sorpresa continua si sono aggiunti i numerosi cameo. Ci sono stati attori che hanno avuto ruoli nella serie Bunhead, sempre ideata da Amy Sherman-Palladino e con Kelly Bishop nel cast: Sutton Foster (Younger), Julia Goldani Telles (The Affair), Bailey De Young, Stacey Oristano. Ci sono stati attori Parenthood, del cui cast faceva parte Lauren Graham nel ruolo di Sarah Braverman. Ecco Mae Whitman, che interpretava la figlia di Sarah, Jason Ritter che interpretava un suo innamorato, Peter Krause che interpretava suo fratello ed è il suo compagno nella vita…  In qualche caso, magari questi attori recitano solo in una scena, ma la testa dello spettatore è come una pallina di flipper. Ci sono varie guest star (si veda qui e qui).  Alex Kingston (ER) ha un ruolo ricorrente, Christian Borle (Smash) partecipa al musical, Ray Wise (Twin Peaks) è un vecchio amico di Emily… Carolyn Hennesy, che qui ha il piccolo ruolo di Toni, del gruppo delle Figlie della Rivoluzione Americana a cui partecipa Emily, è un’attrice nota per il ruolo dell’avvocatessa Diane Miller in General Hospital, Nancy Linary, che qui interpreta Martha dello stesso gruppo, pure viene da lì e a venire presa in considerazione per unirsi a loro è una giovane donna interpretata da Julie Berman, la prima Lulu adulta di General Hospital. Nella serie originaria c’erano menzioni a questa soap. Che sia quello il collegamento? In più, ora come allora i riferimenti diretti e le citazioni alla cultura colta e pop sono costanti e sbalorditivi. Come non elettrizzarsi a sentire il “cinque per cinque” di Buffy, citata anche in un’altra situazione (in una esilarante battuta di Paris), o non sorridere che venga citato Narcos, che appartiene al carnet di Netflix. Intossicante. Tutto con dialoghi recitati alla velocità delle luce, da sempre cifra stilistica della serie.

La critica che è in me non ha visto tutto perfetto. Si è stati narrativamente solidi e qualcosa di nuovo si è anche detto, ma c’è stata qualche titubanza nella carburazione e c’è stata qualche rara sbavatura. Ammetto di avere anche qualche altra perplessità. Nondimeno, la fan che è in me è rimasta completamente e profondamente appagata. Voglio di più, voglio nuovi episodi. La chiusura si apre a nuovi scenari. Amy Sherman-Palladino (si veda THR, ma attenzione che è un articolo con spoiler) non ha escluso la possibilità, ma prima voleva vedere come sarebbero andate queste puntate. Sembra che, genericamente parlando, siano andate molto bene. Ora lei è impegnata con un nuovo pilot per la Amazon, The Marvelous Mrs Maisel, e anche una buona parte del cast è impegnato in altri progetti. Da qualche parte Scott Patterson ha ipotizzato la concreta fattibilità di un ritorno periodico in questa stessa modalità, se non proprio la ripresa di una serie vera e propria. Incrociamo le dita. Gilmore Girls: A Year in the Life è stato magico.

lunedì 21 novembre 2016

YOU ME HER: la prima commedia poliromantica


È la prima commedia poliromantica della TV seriale la deliziosa e coinvolgente You Me Her (Audience - DirecTV), che parla di un amore a tre – sulla stessa tematica la NBC sta lavorando al dramedy Love, Sex and Neighbors, e Shameless affronta la questione nella sua settima stagione (si veda THR in proposito).  

Jack (Greg Poehler, Welcome to Sweden) e Emma (Rachel Blanchard, Fargo) sono felicemente sposati, ma faticano ad avere un figlio e il motivo è che fanno ormai poco sesso. Manca la scintilla. Il fratello di lui, Gabe (Kevin O’Grady), gli suggerisce di procurarsi una escort e, sebbene Jack non sia troppo convinto, lui ci prova e così conosce Izzy (Priscilla Faia, Rookie Blue), studentessa neofita della professione che esplicitamente non prevede comunque il sesso fra le sue prestazioni. Izzy piace subito molto a Jack, ed è reciproca. Trascorrono una serata a bere e chiacchierare, finiscono per baciarsi e vanno un po’ oltre finché lui non mette un freno alla cosa, preso dal senso di colpa. A casa confessa tutto a Emma che, incuriosita, decide di fissare un appuntamento anche lei per conoscere Izzy e su lei pure fa un’eccellente impressione. Emma rivela chiaramente chi è e perché ha voluto conoscerla e, dopo un “lavoro di piede” sotto il tavolo, finiscono per amoreggiare nel bagno del locale dove si erano date appuntamento. Jack ed Emma si “risvegliano” sessualmente l’uno con l’altra ed Emma ammette con il marito di essere bisessuale. I giochi sono fatti, tutti e tre sono interessati. E se Jack ed Emma decidono di aprire il loro matrimonio a una terza partner, Izzy pure è intrigata e trascura quello che dovrebbe essere il suo ragazzo, Andy (Jarod Joseph), perché completamente presa dalla coppia che ha conosciuto. Inizialmente loro propongono di vedersi con lei a pagamento, in seguito, quando è chiaro che tutti e tre si stanno innamorano, rinunciano a quest’idea e cominciano a frequentarsi sentimentalmente e sessualmente.

Ideata e interamente scritta nella sua prima stagione da John Scott Shepherd e ispirata a un articolo apparso su Playboy dal titolo “Sugar on Top” di John H. Richardson, la serie funziona per due ragioni fondamentali. La prima è che è autenticamente romantica e coinvolgente, la seconda è che è realistica nel presentare una relazione non-monogamica nella società contemporanea. E la si mostra come una relazione legittima ed etica, non un tradimento di un più elevato ideale monogamico che è stato tradito.

Jack ed Emma sono elettrizzati da come si sentono in compagnia di Izzy. È palpabile il senso di esaltazione amorosa, di positivo nervosismo nell’anticipare nuovi incontri. C’è una dimensione fisico-sessuale che è riscoperta di intimità e si mostra come  il sesso può rinvigorire un rapporto, ma questo non è fine a se stesso. I tre si scoprono felici e soddisfatti, c’è un senso di risveglio di passione e di comprensione e amore reciproci. Anche se la serie non usa mai il vocabolo in modo esplicito, si mostra l’applicazione di quella che è una parola chiave nella comunità del poliamore, ovvero “compersione”, che è un po’ l’opposto della gelosia, anche se può convivere anche con questa, ed è “lo stato di gioia empatica che si prova quando una persona che amiamo è felice con un altro suo partner”. (Poliamore – Glossario).

Per tutti loro c’è anche sorpresa nel provare delle emozioni profonde e trasformative in senso positivo in spazi che le convenzioni sociali normalmente non concedono. Jack ed Emma devono ripensare il proprio matrimonio come lo hanno sempre concepito, e Izzy tende, forse anche perché più giovane, a buttarsi a capofitto nelle cose, è affamata di connessione, ma rischia anche molto. Socialmente non è una cosa accettata facilmente: gli amici della coppia sanno e li coprono, ma loro si vedono anche costretti mentire su chi è Izzy per loro. E finiscono per essere ricattati dalla figlia di una vicina di casa. Non vivono nel mondo delle favole, ma nel mondo reale e hanno molto da perdere. Lei è un architetto con prospettive di avanzamento di carriera, lui un assistente rettore di una scuola superiore che ha come motto “integrità, onore, tradizione, eccellenza”. Nel pilot la telecamera – la regia è per tutte le puntate della prima stagione di Nisha Ganatra - mette in evidenza il primo e il terzo termine come a sottolineare che la sua condotta di vita può potenzialmente metterlo in contrasto contro questi principi che dovrebbe incarnare, specie in un momento in cui lo stanno prendendo in considerazione per una promozione. Izzy dal canto suo si sente in balia delle decisioni di due persone che già sono una coppia assodata. Va in profonda crisi, in alcuni momenti, e l’amica e compagna di stanza Nina (Melanie Papalia), nonché collega escort, ne raccoglie le confidenze.

Da parte di tutti e tre c’è una certa dose di coraggio nel concedersi la libertà di esplorare i propri desideri di fronte all’atteggiamento giudicante e disapprovante, potenziale o reale, della società che li circonda,  e l’onesta intellettuale ed emotiva di ammettere che potrebbero trovare la felicità e l’amore al di fuori delle norme culturali in cui sono immersi e che finora hanno condiviso, anche se loro stessi non lo avevano previsto. Parte della forza di You Me Her è l’abilità di presentare queste tematiche con cuore, ma anche con molto umorismo. Quando ad esempio tutti e tre fanno l’amore insieme per la prima volta (1.06) e le circostanze fanno sì che si presenti tutto il vicinato, con loro imbarazzati a cercare di spiegare la situazione, si rimane divertiti, oltre a vederlo come una sintesi in piccolo della posizione che si sentono di avere nei confronti della società più in generale.

“I love you”, si dice in inglese. “I love you more” (Ti amo di più) rispondeva sempre l’altro della coppia. Entra una terza persone e, come dicono i poster promozionali della serie, non si risponde “I love you too” (Ti amo anch’io), ma, con un omofono, “I love you two” (Amo voi due). 

mercoledì 9 novembre 2016

BRAINDEAD: un divertissement politico-fantascientifico


Non arriva né con sorpresa né con delusione la cancellazione dopo una sola stagione di Braindead (CBS, Rai4 in Italia con il sottotitolo “Alieni a Washington”), ideata dai coniugi King già autori di The Good Wife. La serie, sebbene solida, non è riuscita ad essere quella graffiante satira dell’attualità che ci si aspettava fosse, nondimeno ha comunque trasmesso con ironia il messaggio che voleva far passare: la politica americana, o forse la politica in genere, è contagiata da un virus, quello dell'estremismo. E quando questo accade, non importa se si è di destra o di sinistra, ma c’è una sorta di coincidentia oppositorum.  
Questo concetto la serie lo trasmette in modo allegorico: insetti di provenienza aliena, che hanno la forma di una sorta di formiche, arrivano sulla Terra e entrando nella testa delle persone attraverso le orecchie e si mangiano metà del loro cervello. I sintomi del "contagio", che può portare addirittura all'esplosione della testa, sono eloquenti rispetto al loro significato metaforico: perdita di equilibrio, incapacità di sentire, aggressività, disinteresse per l’intimità... oltre ad altro. Gli sceneggiatori acutamente ricordano, facendo diventare testo il metatesto (1.10), che la cultura letteraria ha fornito vari esempi di insetti usati evocativamente in maniera similare, e si citano lo scarafaggio di Kafka, le farfalle di Nabokov, il Grillo Parlante di Collodi.

Siamo a Washington. Laurel Healy (la deliziosa Mary Elizabeth Winstead), una documentarista per cui scarseggia il denaro per finire il progetto che le sta a cuore, decide di lavorare per il fratello Luke (Danny Pino), un politico democratico, ascoltando le richieste e le lamentele degli elettori. Nonostante l’opposta posizione politica, stringe amicizia e poi comincia ad avere un interesse sentimentale per Gareth (Aaron Tveit), capo del personale del rivale del fratello, Red Wheatus (Tony Shalhoub, Monk). Laurel si rende presto conto che alcune persone hanno cominciato a comportarsi in modo strano, e investiga insieme a Gustav (Johnny Ray Gill) e Rochelle (Nikki M. James) su questi insetti, che sono attratti dalla pancetta, amano la musica di The Cars, depongono le uova in fiori di ciliegio e hanno progetti di espansione sulla terra tanto che hanno progettato serre e disegnato i distretti elettorali come cerchi nel grano. Per non attrarre troppo l’attenzione parlando di creature aliene, si cercano esempi molto concreti e si citano la malattia di Lyme e il virus Zika (1.05 e oltre).

Molto è l’umorismo, a partire dall’originalissima modalità del riassunto delle puntate precedenti, realizzato in forma canora, e in un caso fatto della puntata un'altra vecchia serie televisiva, Gunsmoke, che si era preferito vedere al posto (1.11), ma questo non impedisce di trattare tematiche serie, come la tortura (1.07), la manipolazione delle informazioni (1.08), la cavillosità pretestuosa di certe argomentazioni (1.05), l’ostruzionismo, la guerra… Si carbura forse un po’ lentamente, ma in conclusione si rimane comunque appagati da quello che in definitiva è un piccolo divertissement a sfondo politico-fantascientifico.    

venerdì 4 novembre 2016

THIS IS US: famiglia, amore, vita


ATTENZIONE SPOILER. This is us (NBC) narra in parallelo le vicende di quattro persone nate lo stesso giorno, e fra loro c’è un collegamento particolare. Questo si sapeva già prima del debutto della serie. Alla fine del pilot si scopre il collegamento, che una sapiente messa in scena ha saputo celare fino in ultimo: le vicende non sono contemporanee, e le persone in questione sono un padre e i suoi tre figli.

Jack (Milo Ventimiglia, Heroes, Gilmore Girls) Pearson, nel 1980, giorno del suo 36esimo compleanno, diventa padre. La moglie Rebecca (Mandy Moore) aspettava 3 figli, concepiti in occasione del 14esimo Super Bowl, ma uno muore al momento del parto e decidono così di adottare un bebè nato quello stesso giorno, ma abbandonato dai genitori biologici. Al giorno d’oggi, i tre figli sono adulti. Kate (Chrissy Metz) è una donna che lavora come assistente per il gemello, che sin da bambina ha problemi di seria obesità, stato che si riflette sulla sua autostima; ad un gruppo di supporto di persone con problemi di peso incontra Toby (Chris Sullivan) che diventa il suo ragazzo. Kevin (Justin Hartley), il gemello, è un attore che è diventato famoso recitando il ruolo di “The Manny”, un au pair in una popolare sit-com; insoddisfatto della sua carriera e della scarsa considerazione che hanno di lui professionalmente, cerca di dare una svolta alla sua vita cercando ruoli più seri. Randall (Sterling K. Brown), che inizialmente doveva essere chiamato Kyle perché i figli avessero tutti l’iniziale K, ma che poi ha ricevuto il nome scelto dai genitori biologici, nero cresciuto in un mondo di bianchi, è un uomo d’affari di successo; da bambino è stato ritenuto più dotato del normale e mandato in una scuola apposita e da adulto fatica a spiegare quello che fa (1.06) ma è un “weather trader”, e da quello che si capisce è un operatore finanziario che si occupa di transazioni economiche legate al tempo atmosferico; è sposato con Beth (Susan Kelechi Watson) da cui ha due figlie, Annie (Faithe Herman) e Tess (Eris Baker); dopo varie ricerche riesce a trovare il padre biologico, William Hill (Ron Cephas Jones), detto Shakespeare, ex-tossicodipendente che ora ha un cancro allo stomaco al quarto stadio, che accetta di vivere con loro per recuperare per quanto possibile il tempo perduto.

Ideata da Dan Fogelman (Pitch, Galavant, e al cinema Cars e Crazy, Stupid, Love), la serie è un po’ il nuovo Parenthood e un po’ thirtysomething (Ken Olin è alla regia della seconda puntata): atmosfera familiare e buoni sentimenti, ma non a tutti i costi e senza ragione, ma nel tentativo di mostrare persone che cercano di essere al proprio meglio, pur con gli errori, le insicurezze, le delusioni e le batoste del quotidiano, con le gioie e i dolori della vita.  Qui si trova originalità nel taglio inusuale di guardare in contemporanea la vita di genitori e figli in modo sincronico, mostrando che cosa devono affrontare nel momento corrispondente d’età anagrafica. È illuminante e in questo modo si riesce a mette in una certa misura le persone sullo stesso piano.

Si esplicita un ulteriore livello della poetica in chiusura di “The Game Plan” (1.05). Kevin mostra alle nipotine un dipinto fatto da lui che illustra quello che gli ha evocato il copione dello spettacolo teatrale in cui è impegnato. È un sovrapporsi si linee variopinte intrecciate fra loro nel modo più incasinato possibile, in stile Pollock, per intenderci. Il senso è che la vita è piena di colori e quando arriviamo aggiungiamo il nostro colore al dipinto. E anche se la tela non è molto grande, va avanti sempre all’infinito. Ciascuno ha la propria parte di quadro, ma ci siamo tutti ovunque. C’eravamo prima di nascere e ci siamo dopo morti. E i colori che aggiungiamo sono aggiunti l’uno sull’altro, finché alla fine non siamo nemmeno più colori differenti, siamo un’unica cosa, un unico dipinto. Le persone che non sono più con noi perché non sono più in vita sono ugualmente con noi, ogni giorno, e ciascuno ha il suo spazio e ci incastriamo anche se non capiamo ancora come. Le persone che amiamo muoiono, ma questo, anche se non possiamo più vederle o parlare con loro, non significa che non siano ancora nel dipinto. Questo è il senso di tutto. “Non c’è morte. Non c’è tu, o me o loro. C’è solo noi. E questa disordinata, selvaggia, colorata, magica cosa che non ha inizio e non ha fine è proprio qui. Penso che siamo noi”. Infatti, come dice il titolo della serie: questo siamo noi.            

sabato 29 ottobre 2016

THE A WORD: l'autismo in primo piano


Già rinnovata per una seconda stagione, The A Word (BBC1), ha come protagonisti un bimbo autistico – la A del titolo sta appunto per ‘autismo’ - e i suoi familiari ed è stata sviluppata e interamente scritta da Peter Bowkers sulla base di una serie israeliana, Yellow Peppers di Keren Margalit.

Joe Hughes (Max Vento) ha 5 anni. Trascorre gran parte del suo tempo con delle enormi cuffie sulle orecchie, ascoltando canzoni di cui conosce testi e autori, e cantandole a voce alta – la colonna sonora che accompagna le vicende ha una certa pregnanza. Lo fa per tagliare fuori il mondo. Lo incontriamo la prima volta che cammina solo per una solitaria via immersa nella rigogliosa, fredda, silenziosa natura del Lake District nel nord-ovest dell’Inghilterra, finché un camioncino non lo va a riprendere e lo porta a casa. Glielo vedremo fare più volte nel corso delle 6 puntate della prima stagione, così come lo vedremo chiudere ogni volta la porta del tutto prima di aprirla per entrare da qualche parte. È un bambino diverso. E i familiari inizialmente non vogliono accettarlo, ma alla fine devono ascoltare le parole degli esperti. È bravo, gentile e affettuoso, ma ha significativi problemi di comunicazione, ha difficoltà nel processo uditivo, non nel senso di non riuscire a sentire, ma nel dar senso a ciò che sente e del dare priorità a quel che sente, ha difficoltà nella risposta emozionale e comportamenti di auto-rassicurazione. In una parola è autistico, ho meglio è nello spettro dell’autismo perché, spiegano e ribadiscono, non si tratta di un singolo disturbo e non è una malattia, ma si tratta di una serie di comportamenti che creano difficoltà nella comunicazione sociale. La diagnosi è dura per tutta la famiglia.

Mamma Alison (Morven Christie) in particolare non vuole l’etichetta, perché teme che la comunità del paese dove vivono finisca per ridurre suo figlio solo a quello. Cerca di fare il meglio per il piccolo, a rischio di prevaricare gli altri, e trascurando anche la figlia sedicenne Rebecca (Molly Wright) i cui problemi diventano invisibili.  Dopo che la sua prima storia di sesso e amore finisce male riesce a confidarsi più che con i genitori con gli zii che sono venuti a vivere vicini, Eddie (Greg McHugh) che ora gestisce il birrificio di famiglia, fratello della madre, e sua moglie Nicola (Vinette Robinson), che cerca la riconciliazione dopo averlo tradito. Per papà Paul (Lee Ingleby) si tratta del primo figlio biologico e quasi vorrebbe farne un altro per avere una seconda possibilità, pur essendo oberato di lavoro per l’imminente apertura di un gastropub. Nonno Maurice (il sempre eccellente Christopher Eccleston, in un cast tutto molto solido) non sempre ha il miglior rapporto con i figli (Alison e Eddie), pur cercando a modo suo di essere presente per il nipotino e la famiglia. Non  ha ancora superato del tutto la morte della moglie e instaura una relazione con la sua insegnante di musica Louise (Pooky Quesnel), che ha un figlio con la sindrome di Down.

Si comincia a parlare parecchio di autismo in TV, e il modello più vicino che viene alla mente in questo caso è quello di Parenthood, visto anche il similare approccio attraverso la lente del nucleo familiare. Ci sono diversi parallelismi. Qui in The A Word spesso ci sono domande e non risposte. Quale è il tipo di scuola migliore? Meglio lasciare Joe in una scuola “normale”, educarlo in casa o mandarlo in una scuola specializzata a trattare casi simili al suo? (1.02) Che tipo di sentimenti prova il piccolo? Troppi, troppo pochi? Bisogna forzarlo a provarne, a mostrarli? (1.05) Che tipo di relazioni e di vita potrà avere? C’è un Joe più reale di quello che si vede dentro quello che traspare? Per un momento (1.04) Alison si illude che possa essere miracolosamente guarito – gli aneddoti e qualche articolo di letteratura parlano di situazioni in cui, in momenti di febbre alta, i soggetti hanno una diminuzione della loro sintomatologia, cosa che accade a lui. Quale delusione risvegliarsi la mattina successiva e vedere che quella gioia era un’illusione, frammenti di una realtà che devono rassegnarsi a non poter avere. Il grande tema di fondo, legato alla sua situazione specifica, ma anche a quella di tutti i familiari, è quello della comunicazione, di come sia difficoltosa e poco lineare. Messi intorno a un tavolo da una terapeuta, le modalità di ciascuno di gestire il relazionarsi reciproco, talvolta disfunzionale, emergono esplicitamente.

La serie non ha soluzioni facili. È stata criticata perché manca di umorismo, quando certi comportamenti degli autistici spesso provocano involontaria ilarità, e perché nell’essere accurata è stata troppo da manuale, quando il fatto che c’è uno spettro dell’autismo significa proprio che c’è una certa varietà di fenotipi comportamentali, diciamo così, che hanno la propria specifica individualità. (The Guardian) Rimane spazio per superare questi eventuali limiti in stagioni successive. Il prisma dei rapporti familiari e interpersonali in generale sono quello che brilla in questa serie. Spesso i momenti migliori si hanno non quando si guarda direttamente alla tematica scelta, ma quando si mostra la quotidianità che nulla ha a che vedere con quello, ma che ne viene condizionata.

giovedì 20 ottobre 2016

Un Natale BLACKISH: "Stuff - Roba" (2.10)


Devo ammettere che una delle riflessioni più originali e stimolanti della seconda stagione di Black-ish è stata quella sul Natale. Il senso della puntata natalizia standard è molto simile a quella del senso comune in cui si lamenta che si è perso lo spirito del Natale facendolo diventare una cosa puramente commerciale, e si finisce grosso modo con la stessa quantità di doni sotto l’albero solo conditi di maggiore consapevolezza del senso ultimo della festa. Qui sembra prima facie che accada la stessa cosa, ma il discorso messo in scena è molto più sottile. 

Gli adulti della famiglia si lamentano della scarsa considerazione che i ragazzi danno a qualunque cosa ce non sia avere moltissimi regali e per di più quelli che vogliono loro. Sono interessati solo alla roba – “Stuff” (2.10), roba, è proprio il titolo della puntata. Il nonno (Laurence Fishburne) propone un Natale alla vecchia maniera in cui ciascuno ha un solo regalo e la cena è pollo fritto ordinato pronto e mangiato dal cartone, proprio come quelli dell’infanzia di Dre (Anthony Anderson). Lui li detestava. Riceveva sempre e solo cetriolini sottaceto e difende il diritto e il piacere di avere tutti quei doni – sia per il lui stesso che adora vedere il volto soddisfatto dei suoi figli sia per loro che se li godono. Entrambi i genitori trovano triste che ci sia un solo oggetto sotto l’albero e, sebbene ufficialmente si segua il piano del nonno, alternativamente organizzano nella cabina-armadio un Natale segreto, più contenuto ma comunque “commerciale”. Il Natale alla vecchia maniera è un fallimento, nessuno ne coglie il senso, ma quando cercano di ripiegare sul Natale alla nuova maniera il risultato non è migliore. Non c’è soddisfazione nel volto dei giovani, irriconoscenti. Zoe (Yara Shahidi), ad esempio, si lamenta che ha ricevuto un iPhone 6 e non un iPhone 6S. come aveva espressamente richiesto. Come uscire dall’impasse?

È il confronto dalle due generazioni di adulti che porta alla soluzione. Nonno Earl confessa al il figlio che anche a lui non è mai piaciuta la celebrazione della festa così come la facevano, ma non poteva permettersi altro e si vergognava troppo per ammetterlo, così cercava di spacciarlo per il modo migliore. Regala al figlio i pattini che per anni da bambino questi gli aveva chiesto e i figli a turno promettono che cercheranno di apprezzare di più quello che ricevono.

La radicalità della puntata sta nella sua laicità. I Johnson, come molte persone, festeggiano il Natale come una sorta di ricorrenza civile volta a mostrare l’affetto fra le persone attraverso lo scambio di doni, più che non nel suo significato cristiano. Qui accade proprio questo, e senza scuse o finzioni. Questo fatto è enfatizzato da nonna Ruby (Jenifer Lewis). Lei è l’unica del gruppo che si può considerare effettivamente religiosa. E come festeggia il Natale? Dal momento che è il genetliaco di Gesù, prepara una torta di compleanno con tanto di candeline, e non solo canta “happy birthday” al  “Gesù nero”, come lo chiama lei, di fronte alla faccia perplessa e vagamente disdegnata della nuora Bow (Tracee Ellis Ross), ma intona anche  “perché è un bravo ragazzo” al suo Salvatore nella perplessità generale. Il distacco da qualunque idea di religiosità è piuttosto marcato.

Non a tutti piacerà, ma devo dire che io, che ne condivido lo spirito, lo apprezzo molto. Questo testo comunque si innesta su un discorso più ampio sulla religiosità che meriterebbe un approfondimento separato.

sabato 15 ottobre 2016

DIVORCE: intrappolati e infelici


Si identificherà anche come comedy, per quanto magari nera, ma non c’è praticamente nulla di umoristico in Divorce (HBO), la nuova serie ideata da Sharon Horgan (autrice dell’esilarante Catastrophe) che vede Sarah Jessica Parker (la ben nota Carrie di Sex and the City) nel ruolo di Frances, una newyorkerse matura con due figli adolescenti che decide in divorziare dal marito Robert (Thomas Haden Church).

Che finisca per comunicarglielo mentre stanno letteralmente portando via in barella dietro di lei il marito di un’amica, Diane (Molly Shannon), e che abbia l’illuminazione di non amare più il consorte, pur avendo di fatto da tempo una relazione extraconiugale con un professore (Jemaine Clement, Flight of the Conchords), nel momento in cui Diane spara al marito che non sopporta in occasione della festa per il proprio cinquantesimo compleanno, è il segno evidente da principio di quanto irrealistica si presenti la serie e di quanto viscidi si concepiscano i rapporti. Più e più volte in corso di via viene da esclamare “ma andiamo!”. Forse sono questi i momenti che si suppone debbano essere divertenti. E quando il marito le fa della avances di sesso orale in modo esplicito per farle cambiare idea, la messa in scena lascia perfino disgustati. Lei in realtà si ritira infastidita, e forse provocare questa sensazione era l’obbiettivo, ma invece di segnalare una perdita di intimità fisica, il risultato finale è solo quello di creare repulsione. Non aiuta il fatto che i due attori sembrino recitare con “tonalità” diverse e, forse sono io, dato che leggo ovunque opinioni diverse dalla mia, ma il suo stile distaccato e vagamente sarcastico non mi provoca ilarità, me lo fa sentire annoiato.

Non che sia tutta da buttare. Pepite preziose qui e lì ci sono anche – una di queste c’è quando un’amica le dice che divorziare in questo momento della vita significa solo essere soli da più vecchi, sebbene la conversazione che segue pure permetta ben poco di empatizzare con il personaggio della protagonista. Dal pilot si ha una distinta, precisa percezione di come ci si può trovare intrappolati in una vita che non si vuole in un’età in cui le prospettive altre non sono così brillanti, e in un momento in cui non si è forse ancora disperati, ma non si è felici. Che le cose possano essere diverse forse è solo un’illusione per andare avanti. Questo è il nucleo pregnante che magari si riuscirà a esplorare meglio in puntate successive, ma la narrativa è altrimenti priva di immaginazione quando si tratta di svelare che cosa si perda nel divorziare o che cosa di guadagni, umanamente parlando.

L’ambientazione è di grande atmosfera e il rapporto con i figli è promettente, ma nella pletora di proposte allettanti nel panorama televisivo autunnale, non vale la pena riservare a questa serie un secondo sguardo.  

lunedì 10 ottobre 2016

BLACK-ISH: una brillante seconda stagione


La celebrata “Hope” (2.16) è con ogni probabilità il vertice della eccellente seconda stagione di Black-ish. Papà Dre (Anthony Anderson), Mamma Rainbow (Tracee Ellis Ross), la primogenita Zoey (Yara Shahidi), il figlio Junior (Marcus Scribner), i gemelli Jack (Miles Brown) e Diane (Marsai Martin) e i nonni Pops (Laurence Fishburne)  e Ruby (Jenifer Lewis) sono in soggiorno davanti alla TV e gli adulti cercano di spiegare a figli e nipoti come mai ci sono molti giovani arrabbiati, come reazione all’ennesimo evento di violenza da parte di poliziotti nei confronti di neri disarmati. Punteggiano la puntata riferimenti a “Between the world and me” di Ta-Nehishi Coates, libro mostrato anche fisicamente. E si discute seriamente, fra le molte battute. È stata una volta in più quello che la sit-com è riuscita spesso ad essere sin dal suo esordio e in modo acuto in questo secondo round: attuale, pregnante, rilevante. Lo è in generale per la cultura americana e anche specificatamente in questo caso per la cultura Afro-Americana. I Johnson sono neri, e giustamente non vogliono fingere di non esserlo anche se si è nella cosiddetta società post-razziale.

In “The Word” (1.01) si è discusso su chi e quando può usare l’epiteto fortemente razzista e insultante che inizia con la lettera enne, in americano, quella che appunto chiamano “the n word”, dopo che il piccolo usa la parola in uno spettacolo scolastico; in “Rock, Paper, Scissors, Gun” (2.02) si è affrontato il tema dell’opportunità di tenere o meno un’arma in casa, per ragioni di sicurezza per la propria famiglia, con Dre favorevole, e Bow contraria; in “Keeping up with the Johnsons” si sono trattate questioni di danaro, tema in realtà trasversale in molte delle puntate – la serie ripudia la romanticizzazione facilona della povertà, visto come cosa sofferta in più occasioni (si pensi anche alla 2.10, su cui farò un post apposito, o a 2.22 o alla finale 2.24); in “Sink o Swim” (2.14), oltre a posizionarsi contro gli stereotipi razziali – dei neri come mangiatori d’anguria o incapaci di nuotare, attività che non avrebbero mai avuto il tempo di apprendere impegnati nel loro “tirocinio non pagato”, come scherzosamente è definita la schiavitù – ci si scaglia anche contro gli stereotipi di genere: i gemelli, seguendo le proprie inclinazioni, si scambiano le attività che la nonna e la comunità vuole loro imporre in base al loro sesso, lui cucina e lei si dà al salvataggio; Dre si definisce un femminista, ma in casa si discute ferocemente se sia opportuno o meno per la moglie prendere il cognome del marito in “Johnson & Johnson” (2.20), perché lui lo vorrebbe, ma lei no; il ruolo della paternità (2.04) e della maternità, le cure mediche e i check up dei neri (2.03), il ruolo del barbiere della comunità (2.08), l’amicizia (2.11), l’educazione dei figli (2.19)…

C’è una prospettiva multi-generazionale e spesso, con foto dei tempi andati, si dà proprio anche una prospettiva storica. Si riportano fatti veri, spesso con molta ironia. Le risate infatti sono abbondanti, anche per i commenti spesso esageratamente razzisti o comunque fuori dalla realtà nera dei colleghi di lavoro di Dre, esilarante coro greco sulle vicende, anche per le reiterate situazioni di assoluto egoismo della vendicativa e tremendissima piccola Diane, anche per le disfunzionali dinamiche suocera-nuora che elevano l’insulto a arte umoristica nella tradizione de I Jefferson,  anche infine per l’autentica capacità espressiva attoriale, e penso in particolare alla magnificamente plastica Ross, o Deon Cole, che interpreta Charlie, a cui basta un’espressione degli occhi per elicitare il riso. Non sono mancate nemmeno parodie su modalità narrative specifiche, come quella del documentario (in 2.17 con Diane che deve fare un documentario appunto su Jack che gioca a basket) o quella del promo elettorale (in 2.18, con Diane impegnata in una sua personalissima campagna).

Un tema emerso in modo esplicito è la pressione a essere un modello per una comunità nera in mancanza di una pluralità di opzioni. Gli Obama vengono menzionati in più di un’occasione  - e i Johnson si vestono anche come  la famiglia Obama per Halloween (2.06) – ma è alla TV che molto si guarda. Casi giudiziari recenti a parte, pure menzionati, ci si inchina dinanzi a “I Robinson” che sono stati un faro da cui si vuole raccogliere la staffetta – ne ripropongono perfino  la sigla, con loro stessi come protagonisti, in pochi secondi che mostrano una volta di più la loro eccellenza (2.21). In alcuni di questi dibattiti, davvero il metatesto si fa testo. Si menzionano comunque altri show “neri”, che siano i più recenti Scandal (2.03) ed Empire (2.08) o i più vintage Arnold o Good Times (2.24). È chiaramente uno show con una propria consapevole identità televisiva, conscio anche dell’eredità che reclama.

Nominata all’Emmy come miglior serie comica, Black-ish, non ha portato quest’anno a casa una statuetta che avrebbe facilmente meritato per una stagione che è stata vincente su tutta la linea: vibrante, appassionata, intelligente, amorevole, esilarante.

martedì 4 ottobre 2016

MACGYVER (2016): stantio


I cosiddetti MacGyverismi ammetto che lasciano sempre un po’ di stucco, ma il nuovo MacGyver, reboot dell’omonima serie TV degli anni ’80 con Richard Dean Anderson, delude moltissimo, anche se alla fine del pilot si spiega l’origine della Phoenix Foundation per cui l’eroe ha sempre lavorato e anche se si intravedono alcune delle sue caratteristiche distintive (la sua riluttanza all’uso delle armi da fuoco, ad esempio). Non è solo che non si rende giustizia all’iconico personaggio ideato da Lee David Zlotoff, è che il risultato è proprio pessimo.

Il giovane Angus MacGyver (Lucas Till), che qui non ha problemi a presentarsi col suo nome di battesimo, mentre nell’originale questo è un gran segreto per lungo tempo, dopo studi all’MTI, esperienza militare e trofei vari vinti in campo scientifico, lavora ora per il segretissimo Dipartimento di Servizi Esterni, al cui vertice c’è Patricia Thornton (Sandrine Holt, Hostages), che deve occuparsi dei soliti progetti di distruzione o conquista del mondo da parte di cattivi di turno. Accanto a lui troviamo Jack Dalton (George Eads, CSI), abile con le armi, e la sua ragazza Nikki (Tracy Spirikados, Revolution). Per la fine del pilot lei è uscita di scena (o forse no?) e al suo posto come analista informatica entra l’hacker fino ad allora tenuta in carcere di massima sicurezza, Riley Davis (Tristin Mays). Mac, come lo chiamano come nomignolo, ha poi un compagno di stanza (il cui ruolo sembra quello di consentire un momento leggero-comico), Wilt (Justin Hires).

Non si capisce davvero perché la CBS abbia deciso di riesumare quello che ha tutta l’aria di uno zombie, se non voleva impegnarsi a fare sul serio. Nessuno si aspetta cronaca vera, ma i personaggi sono così inverosimili da apparire risibili (un esempio per tutti Riley e la sua uscita dal carcere), quasi parodistici. Le vicende sono trite e il dialogo sono puramente di servizio – e nella prima puntata che esordisce con delle scene girate sul lago di Como non si ha avuto nemmeno l’accortezza di assumere degli under-five (così nel sistema americano vengono contrattualmente definiti quegli attori che sono più di mere comparse, ma hanno meno di 5 battute) che sapessero pronunciare l’italiano in modo decente.


Un primo pilot era stato cestinato perché non convinceva. Forse sarebbe stato meglio fare lo stesso con questo. Il cast è anche più che dignitoso, ma la qui non si dice nulla che non sia stato già detto, e meglio, in passato. Questa incarnazione sviluppata da Peter M. Lenkov  odora già di stantio. 

domenica 25 settembre 2016

THE NIGHT OF: tensiva, intensa, trascinante


È dedicata alla memoria di James Gandolfini The Night Of, eccellente limited series della HBO ideata da Steven Zaillian (Shindler’s List, che ha firmato la regia di 7 puntate su 8) e Richard Price (The Wire, che ha scritto o comunque co-scritto insieme al collega tutti gli episodi) sulla base della serie della BBC Criminal Justice. Il compianto attore qui doveva avere una parte (un diverso pilot era già stato girato) e risulta comunque tutt’ora fra i produttori esecutivi.
Un mite giovane studente universitario americano di origine pakistana, musulmano che vive con i genitori Salim e Safar (Peyman Moaadi e Joorna Jagannathan) nel Queens, Nasir “Naz” Khan (Riz Ahmed) una sera decide di prendere in prestito per andare a una festa il taxi che il padre usa per lavoro. Scambiandolo per un effettivo taxista, sale sul veicolo una ragazza, Andrea (Sofia Black D’Elia), e dopo aver conversato finiscono a casa di lei. Su istigazione della ragazza lui consuma delle droghe e fanno sesso. La mattina dopo lui si sveglia in una stanza diversa dalla camera da letto, ricordando molto poco. Vi si reca per salutare la giovane, ma la ritrova riversa sul letto morta, in un bagno di sangue, accoltellata numerose volte. Preso dal panico, scappa, portandosi dietro l’arma del delitto. Al suo arresto, quasi fortuito, lo interroga il detective Dennis Box (Bill Camp), ormai prossimo alla pensione. L’accusa è portata avanti dall’assistente procuratrice distrettuale Helen (Jeannie Berlin). Si prende a cuore il suo caso e si offre a difenderlo l’avvocato John Stone - John Turturro, nel ruolo che doveva appunto essere dell’amico scomparso Gandolfini, che doveva essere inizialmente sostituito da Robert DeNiro prima che questi vi dovesse rinunciare per altri impegni (SFGate) -, un uomo divorziato e solo,  un legale che si occupa di casi minori e che gode di scarsa stima presso i colleghi, e una persona che ha terribili problemi di dermatite, che colpisce prevalentemente i piedi, cosa che lo costringe ad andare in giro con i sandali, a peregrinare fra vari tentativi di soluzione e a frequentare gruppi di auto-aiuto. A prendere la direzione del suo caso per la difesa sarà poi un’avvocatessa con poca esperienza, Chandra (Amara Karan), scelta per la sua etnicità. In carcere Naz accetta presto la protezione di un potente criminale ex-campione di boxe, Freddy (Michael Kenneth Williams).
Sicuramente una delle migliori dell’anno, priva di cadute di stile o di tono, The Night Of è una criminal story con attenzione sì all’aspetto procedurale, ma non come sinonimo di “formulaico”, come troppo spesso ormai viene inteso quel termine; si avvicina filosoficamente, come ha notato il New York Times, al podcast Serial, a Making a Murderer di Netflix, alle recenti serie su OJ Simpson. Lenta, tensiva e meticolosa nella costruzione dei dettagli,  è prevalentemente un character study, uno studio su come il sistema carcerario può trasformare una brava persona in un criminale, su come gli ingranaggi della giustizia, anche quando tutti o quasi cercano di agire al meglio delle proprie possibilità, possano portare a risultati men che perfetti, e su come anche la miglior intenzionata delle persone agli occhi del mondo possa apparire come un perdente. Non sfugge a nessuno come i tormenti cutanei dell’avvocato siano una metafora di quello a cui si assiste. Secondini e carcerati vengono spesso dallo stesso ambiente, ci sono scambi di favori reciproci. Tutti i coinvolti sono esseri umani – si tiene nel rapporto il fatto che un poliziotto novellino ha vomitato sulla scena del crimine (1.03), perché è umano – e ciascuno di  loro ha la propria legittima prospettiva – una conferenza stampa in seguito all’arresto (1.03) viene proprio vista da diverse prospettive: i carcerati, i familiari, tutti i coinvolti nel perseguire o difendere l’accusato.
La realtà ritratta dietro le sbarre è brutale, severa, de-umanizzante. Un ragazzo viene preso a calci da un atro perché sta male (1.02). I secondini nel loro discorso di apertura avvisano che se qualcuno oserà alzare le mani su di loro, avranno le ossa spaccate e saranno mandati in ospedale. È un quotidiano sopravvivere, fra angherie, violenze e alleanze. A volte aiuta la droga. Ogni sguardo può fare la differenza. E gli sguardi qui contano, anche fuori dal carcere, siano quelli di Naz con Chandra, o di Naz con la madre – lui rimane ferito nel rendersi conto che lei ha dubbi su di lui e sulla sua innocenza. Noi stessi ne abbiamo. La serie lascia intendere che è innocente, anche perché lui si crede tale, ma in corso di via c’è sempre un minimo di sospetto che possa poi di fatto essere anche colpevole, dato che sotto l’effetto di droghe non ricorda tutto ciò che è avvenuto. In fondo la soluzione è irrilevante. Conta di più quello che l’evento ha provocato, nella vita di Naz, ma anche di chi lo circonda. La madre è costretta ad andare a pulire i bagni per racimolare del denaro. Il padre si trova nei guai con i co-proprietari del taxi che guida per lavoro, dal momento che il veicolo in questione fa parte delle prove e non può essere utilizzato. Vorrebbero che denunciasse il suo stesso figlio per furto. “Guarda che cosa ha fatto a tutti noi” gli dicono. È solo imputato, ma già solo questo si ripercuote sull’intera comunità, in una società già islamofobica.
Le due vere stelle, sottili quanto brillanti, sono Ahmed che interpreta Naz, e Turturro nel ruolo di Stone. Il primo è eccellente, anche attraverso dialoghi molto succinti, a mostrare la trasformazione da innocente (in tutti i sensi) ragazzo – un “unicorno” lo definisce Freddy (1.08) – a uomo indurito e disilluso, costretto per sopravvivere a comportamenti che mai avrebbe messo diversamente in atto e nel mostrare la crescente consapevolezza di quello che l’ambiente che lo circonda gli richiede. Il secondo è un uomo sconfitto e solo che sa di essere meglio di quanto gli altri non credano e che cerca di aiutare il suo prossimo (che siano i suoi assistiti, la collega o un gatto a cui vuole evitare la morte in quanto randagio, e di cui cerca di prendersi cura pur essendo allergico). È un personaggio tenero e tragico, agrodolce, che potrebbe rischiare di risultare patetico se non fosse per l’interpretazione impeccabile di Turturro, che riesce a trasmettere nella trasandatezza del suo personaggio tutta la stanchezza per le ingiustizie quotidiane. Semplicemente spettacoloso. Sostenute puntata dopo puntata queste interpretazioni realizzano un ricamo sottile e prezioso di cicatrici di vita.
Il tono è cupo, totalmente privo di glamour, ma un’ineccepibile illuminazione fa sì che ci sia molto nitore. Nell’insegnargli a sopravvivere, il grande tema di fondo, Freddy suggerisce a Naz alcuni titoli di narrativa: L’arte della Guerra di Sun Tsu (anche titolo della puntata 1.04) Il richiamo della foresta di London (titolo scelto anche per la season finale) e L’altra faccia di mezzanotte di Sidney Sheldon. L’attenzione alla narrativa, e a come le vicende vengono raccontate, si nota in filigrana nella costruzione di accusa e difesa, dove in una certa misura la verità è irrilevante, viene ribadito al di qua e al di là delle sbarre, perché non lo aiuta. Conta la storia che si racconta. E la storia, o meglio le storie in competizione che costituiscono “The Night Of” - “La notte in questione”, potremmo tradurre, parole che Stone pronuncia nella sua arringa finale riferendosi ovviamente alla notte che ha portato Naz in tribunale - sono squisitamente costruite. Una visione trascinante.

lunedì 19 settembre 2016

EMMY AWARDS 2016: i vincitori


Sono stati consegnati ieri gli Emmy del 2016, in una cerimonia presentata da Jimmy Kimmel. Sotto, l’elenco dei vincitori.

Miglior serie drammatica

Game of Thrones

Miglior attore protagonista - drama

Rami Malek (Mr. Robot)

Miglior attrice protagonista - drama

Tatiana Maslany (Orphan Black)

Miglior attore non protagonista - drama

Ben Mendelsohn (Bloodline)

Miglior attrice non protagonista - drama

Maggie Smith (Downton Abbey)

Miglior sceneggiatura – drama

David Fellowes e D.B. Weiss, Game of Thrones (Battle Of The Bastards)

Miglior regia – drama

Miguel Sapochnik, Game of Thrones (Battle of the Bastards)



Miglior serie comica

Veep

Miglior attore protagonista – comedy

Jeffrey Tambor (Transparent)

Miglior attrice protagonista - comedy 

Julia Louis-Dreyfus (Veep)

Miglior attore non protagonista - comedy 

Louie Anderson (Baskets)

Miglior attrice non protagonista - comedy

Kate McKinnon (Saturday Night Live)

Miglior sceneggiatura – comedy

Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None (Parents)

Miglior regia – comedy

Jill Soloway, Transparent (Man on the Land)



Miglior Limited Series

The People v. O.J. Simpson

Miglior attore in una Limited Series o Film TV

Courtney B. Vance, The People v. O.J. Simpson

Miglior attrice in una Limited Series o Film TV

Sarah Paulson, The People v. O.J. Simpson

Miglior attore non protagonista in una Limited Series o Film TV

Sterling K. Brown, The People v. O.J. Simpson

Miglior attrice non protagonista in una Limited Series o Film TV

Regina King, American Crime

Miglior sceneggiatura in una Limited Series, Film o Speciale Drammatico

D.V. DeVincentis, The People v. O.J. Simpson (Marcia, Marcia, Marcia)

Miglior regia in una Limited Series, Film o Speciale Drammatico

Susanne Bier, The Night Manager

Miglior serie di varietà sketch

Key and Peele

Miglior serie di  varietà talk

Last Week Tonight with John Oliver

Miglior Regia per un  varietà

Grease: Live

Miglior sceneggiatura per uno special di varietà

Patton Oswalt: Talking for Clappping

Miglior Reality – competizione

The Voice

Miglior Film TV 

Sherlock: The Abominable Bride





domenica 11 settembre 2016

THE PATH: la religione dei Meyeristi


È la religione il fulcro dell’interesse di The Path (sul servizio Hulu), che sbircia dietro le porte chiuse di una setta, o  meglio un “movimento”, come ribadiscono loro ad ogni piè sospinto. L’ideatrice Jessica Goldberg  giura che non intende parlare di Scientology in forma mascherata, e c’è da crederle ma solo fino a un certo punto. Certi aspetti richiamano in modo diretto il controverso culto, come l’utilizzo di aggeggi elettronici alla maniera degli e-meter, gli incontri simil-auditing, la gerarchia su più livelli, lo shunning, ovvero il rigetto sociale totale dal contatto con in membri della  comunità religiosa nel momento in cui ne si rinnegano i principi, anche se è vero che che quest’ultima non è una pratica solo di Scientology (basti pensare agli Amish, che pure la praticano). Il suo punto è proprio questo: la mitologia di ciascuna religione sarà anche diversa, ma per la maggior parte hanno elementi in comune: rituali da svolgere, specie in occasione di momenti significativi della vita; aspirazioni comuni; linguaggio e immaginario condiviso;  sistemi per punire chi commette “infrazioni”; concezioni definite su quello che accadrà dopo la morte; gestione del rapporto con coloro che non credono e con i materiali che non seguono i propri principi. Questo a lei interessa indagare e, vissuta a contatto con molte religioni differenti, ha voluto idearne una sua, anche per far fronte a una sua personale profonda crisi spirituale.

I Meyeristi hanno come proprio libro sacro “La Scala”, ovvero le rivelazioni che sta facendo a tappe il loro guru, Stephen Meyer (Keir Duella), che immagina una metaforica scala verso l’illuminazione, un percorso in cui salire superando dolori e negatività verso l’autoconsapevolezza nella Luce. All’inizio della serie tutti lo credono in Perù, intento a scrivere gli ultimi “scalini” della scala, in realtà è in coma. I Meyeristi prendono i voti al compimento del sedicesimo anno di età. I loro leader sono i “Guardiani della Luce”. Il simbolo è un occhio circondato di raggi. La loro “croce” sono delle  pietre, che in qualche caso, quando intraprendono “il cammino” (1.08), mettono in uno zaino e lasciano ad ogni tappa spiritualmente significativa che fanno lungo la via. Il loro modo di confessare le trasgressioni è di “unburden”, ovvero liberarsi di un fardello, “alleggerirsi”, direi, in mancanza al momento dl mio scrivere di una traduzione ufficiale italiana. Sono divisi in una rigida gerarchia.  Quelli che non credono sono per loro gli “ignoranti sistemiti” (IS) e coloro che voltano le spalle alla propria religione i “negatori”. Si aspettano un’apocalisse causata dall’uomo. Dopo la morte si riuniranno insieme nel “Giardino” che hanno costruito insieme sulla terra. La sceneggiatura spiega questi principi in modo naturale attraverso le dinamiche che si creano fra i  personaggi.

Siamo in una piccola comunità del nord-est degli Stati Uniti. Eddie (Aaron Paul, Breaking Bad e Big Love, per citare una serie di cui ha fatto parte che pure aveva la religiosità come tema forte) è un convertito con un passato difficoltoso che ora è sposato con una delle leader del movimento in cui è sempre cresciuta, Sarah (Michelle Monaghan), di cui è di fatto innamorato anche il numero due dei Meyeristi (secondo solo a Meyer stesso), Cal (Hugh Dancy, Hannibal), ex-alcolista che ha trovato redenzione nella fede e che ha un altissimo R10 nella gerarchia. Tutti e tre sono consapevoli del difficile, delicato equilibrio che c’è fra loro, dovuto al profondo legame di Sarah con Cal. Sarah, una R8,  è la più ardente dei tre nella fede. Eddie, un R6,  è in un momento di grande crisi spirituale, perché ritiene, dopo l’estasi  e le visioni causate delle droghe che gli sono state date in Perù, che la Luce in realtà sia una bufala, e il sospetto accresce quando lo contatta la moglie di un ex-fedele, Alison  Kemp (Sarah Jones), che si è tolto la vita e che lei non crede possa averlo fatto se non spinto. Fino a poco prima della finale, Eddie arriva alla conclusione che per lui sua moglie e i suoi figli, la sua famiglia, sono la sua verità, mentre Sarah vuole disperatamente che anche lui creda che la loro importanza sta anche nel fatto che sono parte di qualcosa di più grande di loro stessi (1.09). Lei vede codardia nelle persone che mancano di convinzione, lui ritiene naturale e salutare il dubbio, l’interrogarsi se si stia operando secondo i propri ideali. Cal, estremamente carismatico, da un lato vive la pressione della politica che si accompagna all’essere il leader del gruppo, dall’altra deve resistere al forte richiamo autodistruttivo del suo passato. A vedere chiaro questo suo aspetto è la giovane Mary Cox (Emma Greenwell) che lui ha salvato dalle grinfie del padre che la costringeva a prostituirsi da quando era ragazzina e per cui lei ha una attrazione molto forte. Eddie e Sarah hanno due figli, una bimba e un giovanotto, Hawk (Kyle Allen) per cui sta arrivando il momento in cui deve lasciare la scuola per prendere i voti, cosa che scalpita per fare finché non si innamora di una compagna di scuola, Ashley (Amy Forsyth) che non ne condivide la fede. Intanto un agente dell’FBI, Abe Gaines (Rockmond Dunbar, The Mentalist), la cui figlia appena nata ha problemi di cuore potenzialmente fatali, cerca di infiltrarsi nel movimento perché sospetta che le loro attività non siamo legali.

La serie, che ha fra i produttori esecutivi Jason Katims (Friday Night Lights, Parenthood), ha la sua forza nell’analisi psicologica dei personaggi, recitati in modo spettacoloso da tutti gli interpreti principali, ma anche nell’analisi sociologica del fenomeno della fede, sia negli aspetti positivi che negativi, non divisi in modo manicheo, ma integrati l’uno all’altro. Tutti i personaggi quanto meno si sforzano di essere onesti e di vivere in modo autentico la propria fede facendo una differenza positiva nel  mondo. Tutti loro hanno aspettative e interessi personali che li mettono in conflitto con quanto la religione chiede loro. L’amore, il matrimonio, l’adolescenza, l’identità, l’indottrinamento, il rapporto fra sè e struttura sociale, l’ambizione, il potere, il dolore, la natura umana… sono tutti aspetti che vengono indagati.  Non è tutto bene, come non è tutto male. Una serie notevole, che a dispetto di un tono in fondo quasi sommesso, scava con molta forza e acquista vigore con il procedere delle puntate.