domenica 15 luglio 2018

THE HANDMAID'S TALE: la seconda stagione



Magnifica. La seconda stagione di The Handmaid’s Tale (sui cui, volendo, avevo scritto il mio saggio per Osservatorio TV 2017 alla fine della stagione di debutto), è riuscita anche meglio della prima, un risultato raro per qualunque serie, dove il secondo atto di regola comporta una flessione, il cosìdetto sophomore slump,  e tanto più per una che deriva da un libro tanto celebrato e amato come quello della Atwood. Dirlo suona come un’eresia, ma c’è stato più respiro, e Gilead è stato (nel linguaggio e nella rappresentazione) meno una scatola fuori dal tempo, più un regime che ha le sue radici nel presente che conosciamo e che ha delle copie carbone alternative nella realtà che ci circonda. Al suo credo di fiction speculativa - narrazione perciò che basa le proprie radici su eventi non inventati, ma che con un altro volto sono comunque comparsi nel percorso della storia umana - si è rimasti fedeli. L’esordio, in una stagione che si è fatta anche più brutale, è una finta impiccagione delle ancelle che si erano ribellate all’uccisione di una compagna, che non può non richiamare alla mente la mancata esecuzione di Dostoevskij. “Unwoman” (2.04) non può non far ripensare ai troppi campi di lavoro degli intellettuali e degli ostili ai regimi che la storia umana ha visto. 

Fra i temi forti di questa stagione a spiccare primo fra tutti è stato quello della maternità, con June e Serena in primo piano, nel suo valore essenziale e primario. Viscerale.  La season finale, “The Word” (2.13), con una scelta controversa, è un inno a questo ruolo umano. Eccellente la scelta di far partorire June (una Elisabeth Moss degna dell’Emmy) sola e completamente nuda in “Holly” (2.11). Si parla spesso di nudità più o meno gratuita. La scelta di mostrare un parto nel modo primordiale in cui è stato fatto qui si è rivelata coraggiosa e originale, sorprendentemente  - davvero con sorpresa mi sono resa conto guardandola di quanto al contrario normalmente sia coperto e asettico il corpo femminile in un momento tanto esplosivo e lacerante e coinvolgente. Concentrati sull’evento nascita il corpo femminile rimane in qualche modo dietro le quinte nonostante tutto, solitamente.  C’è il dolore, ma non c’è veramente il corpo, il più delle volte. Qui sì, ed è stato potente e vero. Necessario. Tutta la puntata, scritta da Bruce Miller e Kira Snyder, ha brillato, nonostante di fatto io, rispetto alle altre della stagione, non sia stata del tutto convinta dal tono una punta più melodrammatico e con una regia e un simbolismo alla Soprano che mi hanno traslata verso altre atmosfere.

Qui si è citata la Atwood in quel suo “Racconto, dunque sei”, che incarna la poetica degli autori (tutti, possiamo dire, televisivi e librari), il credo in uno storytelling che crea l’altro attraverso la forza del proprio racconto. Anche lì dove la storia è magari zoppicante o mutilata, come qui la definisce Offred. Narrare significa esistere, significa essere, per chi racconta e per chi ascolta, significa credere nella presenza in un altro. E come corollario, leggere e scrivere significano vivere.    
Una delle immagini più potenti della seconda stagione di The Handmaid’s Tale, è l’immagine finale di “After” (2.07). Con il comandante ferito, Serena (Yvonne Strahovski) prende la situazione nelle proprie mani e chiede a June, che era una redattrice, di aiutarla a fare dei tagli a un documento per diminuire la sicurezza diramata nelle strade. “I need a pen”, dice lei, quindi “ho bisogno di una penna”, “mi serve una penna”. Ad un cenno affermativo di Serena, la telecamera indugia in quel prezioso delicato momento in cui ne sceglie una fra addirittura tre. A lei scrivere, così come leggere, in quanto ancella è proibito. È una penna a scatto, e qui c’è la geniale sublime inquadratura (la regia è di Kari Skogland), in cui lei, sta per schiacciare il tasto. L’enfasi su questo momento in cui ci si sofferma con lentezza non è dovuto solo al fatto che per la protagonista è un momento di gioia e di cambiamento, ma perché fare quel gesto di pressione sul pulsante rimanda in modo diretto al finale della puntata precedente, “First Blood” (2.06) dove un’ancella aveva un dito sul pulsante di una bomba che ha fatto saltare per aria tutti. Usare una penna è come usare una bomba. Un momento “alla Malala” potremmo dire, visivamente commovente e ineccepibile.

Sono stati importanti la violenza, il femminismo, il futuro,  il senso di colpa del sopravvissuto, l’amore – si pensi all’accostamento dei due matrimoni in “Seeds”, quello asettico e infelice di Nick (Max Minghella, cotta televisiva del momento per l’umanità che riesce a veicolare), contro quello felice e di amore nelle colonie, giudicato contro natura, e seguito da un funerale; o alla fuga di Eden (Sidney Sweeney), moglie fedifraga,  costretta a morire annegata per amore, insieme al suo uomo.

Una delle esplorazioni più interessanti e sottili e complesse in cui si è inoltrata questa stagione è stata anche quella sulla collaborazione, la complicità e la solidarietà femminile, di come sia necessaria e a volte difficile. Dal lavoro delle donne in “Women’s work” (2.08) appunto, con la figura di un medico neonatale donna a cui viene impedito per il suo genere sessuale di svolgere ciò in cui era la più brava, alla rete di Marte che permette a June di mettere in salvo la propria figlia. Serena più di tutti ha incarnato, e pagato sulla carne, la doppia direzione da cui una donna è contesa – presa a cinghiate dal marito (2.08) e mutilata (2.13) per aver cercato di essere agente per se stessa e per le altre donne, e complice di un regime opprimente, lì dove partecipa all’attivo stupro di June o ne respinge i vari momenti di mano tesa. È invitata a fuggire, decide di rimanere; è artefice di quel mondo, ne implora uno diverso per la figlia Nicole. Da certe situazioni non si scappa, ma si cambia.

“Mi dispiace che ci sia così tanto dolore in questa storia” dice ad un certo punto (2.11) la protagonista in voice-over, aggiungendo che ha cercato di metterci anche cose belle. È vero che #maiunagioia sarebbe un tag appropriato al tono delle vicende. Sebbene evidentemente non ci sia posto per l’umorismo, bene si evidenzia l’impossibilità intrinseca di l’ironia nei regimi totalitari. Se, come diceva Victor Hugo, la libertà comincia dall’ironia, una forma in più di oppressione è proprio data da questa asfissiante mancanza di quel “sorriso della ragione”.

Molto d’altro ci sarebbe da dire (anche sul comandante Fred e sulla costruzione della mascolinità, su Emily, Janine, il neoarrivato comandante Joseph Lawrence, zia Lydia), in un testo ricchissimo di spunti. Capita che occasionalmente qualche serie mozzi letteralmente il fiato. Rimango per un momento quasi sospesa. Quando mi capita mi rendo conto di star guardando grande televisione. In questa stagione, con questa serie. è felicemente capitato. 

venerdì 13 luglio 2018

EMMY AWARDS: le nomination


Sono state annunciate le nomination agli Emmy, premi giunti ala loro settantesima edizione che verranno consegnati in una cerimonia il prossimo 17 settembre. Ecco, sotto, chi se li contenderà:

Miglior serie drammatica

The Americans
The Crown
Game of Thrones
The Handmaid's Tale
Stranger Things
This Is Us
Westworld

Miglior attore in un drama

Jason Bateman - Ozark
Sterling K. Brown - This Is Us
Ed Harris - Westworld
Matthew Rhys - The Americans
Milo Ventimiglia - This Is Us
Jeffrey Wright - Westworld

Miglior attrice in un drama

Claire Foy - The Crown
Tatiana Maslany - Orphan Black
Elisabeth Moss - The Handmaid's Tale
Sandra Oh - Killing Eve
Keri Russell - The Americans
Evan Rachel Wood – Westworld

Miglior attore non protagonista in un drama

Nikolaj Coster-Waldau - Game of Thrones
Peter Dinklage - Game of Thrones
Joseph Fiennes - The Handmaid's Tale
David Harbour - Stranger Things
Mandy Patinkin - Homeland
Matt Smith - The Crown

Miglior attrice non protagonista in un drama

Alexis Biedel - The Handmaid's Tale
Millie Bobby Brown - Stranger Things
Ann Dowd - The Handmaid's Tale
Lena Headey - Game of Thrones
Thandie Newton - Westworld
Yvonne Strahovski - The Handmaid's Tale




Miglior comedy

Atlanta
Barry
black-ish
Curb Your Enthusiasm
GLOW
The Marvelous Mrs. Maisel
Silicon Valley
Unbreakable Kimmy Schmidt

Miglior attore in una comedy

Anthony Anderson - black-ish
Ted Danson - The Good Place
Larry David - Curb Your Enthusiasm
Donald Glover - Atlanta
Bill Hader - Barry
William H. Macy - Shameless

Miglior attrice in una comedy

Pamela Adlon - Better Things
Rachel Brosnahan - The Marvelous Mrs. Maisel
Allison Janney - Mom
Issa Rae - Insecure
Tracee Ellis Ross - black-ish
Lily Tomlin - Grace and Frankie

Miglior attore non protagonista in una comedy

Louie Anderson - Baskets
Alec Baldwin - Saturday Night Live
Tituss Burgess - Unbreakable Kimmy Schmidt
Tony Shalhoub - The Marvelous Mrs. Maisel
Kenan Thompson - Saturday Night Live
Henry Winkler - Barry

Miglior attrice non protagonista in una comedy

Zazie Beetz - Atlanta
Alex Borstein - The Marvelous Mrs. Maisel
Aidy Bryant - Saturday Night Live
Betty Gilpin - GLOW
Leslie Jones - Saturday Night Live
Kate McKinnon - Saturday Night Live
Laurie Metcalf - Roseanne
Megan Mullally - Will & Grace




Limited Series

The Alienist
The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Genius: Picasso
Godless
Patrick Melrose

Film per la TV

Fahrenheit 451
Flint
Paterno
The Tale
USS Callister: Black Mirror

Miglior attore in una Limited Series o Film per la TV

Antonio Banderas - Genius
Darren Criss - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Benedict Cumberbatch - Patrick Melrose
Jeff Daniels -The Looming Tower
John Legend - Jesus Christ Superstar
Jesse Plemons - USS Callister: Black Mirror

Miglior attrice in una Limited Series o Film per la TV

Jessica Biel - The Sinner
Laura Dern - The Tale
Michelle Dockery - Godless
Edie Falco - Law & Order True Crime: The Menendez Murders
Regina King - Seven Seconds
Sarah Paulson - American Horror Story: Cult

Miglior attore non protagonista in una Limited Series or Film per la TV

Jeff Daniels - Godless
Brandon Victor Dixon - Jesus Christ Superstar
John Leguizamo - Waco
Ricky Martin - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Edgar Ramirez - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Michael Stuhlbarg - The Looming Tower
Finn Wittrock - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story

Miglior attrice non protagonista in una Limited Series o Film per la TV

Sara Bareilles - Jesus Christ Superstar Live In Concert
Penelope Cruz - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Judith Light - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Adina Porter - American Horror Story: Cult
Merritt Wever - Godless
Letitia Wright - Black Museum: Black Mirror




Programma animato
Big Hero 6
Bob's Burgers
Rick and Morty
The Simpsons
South Park


Per la lista completa dei nominati si veda qui, su TV Guide. Il programma con il maggior numero di nomination è Il Trono di Spade.

sabato 7 luglio 2018

UPFRONTS 2018-2019: THE CW




La CW agli upfronts ha presentato i seguenti programmi:

 
Charmed. È stato descritto come un reboot “femminista” della popolare serie fantasy su tre sorelle streghe, con alcune varianti: è cambiata l’ambientazione, infatti siamo nella cittadina di finzione di Hilltowne, ad esempio, e una delle tre sorelle è lesbica. Le vicende, re-immaginate da Jennie Snyder Urman (Jane the Virgin, Emily Owens MD), prendono il via dalla morte misteriosa della madre delle tre ragazze. Qui il promo.


All American. Precedentemente conosciuto con il titolo “Spencer”, questo drama ideato da April Blair e  prodotto da Greg Berlani è ispirato alla vita del difensore della NFL Spencer Paysinger. Le vicende si focalizzano su un giocatore di football del liceo (Daniel Ezra, The Missing), di un quartiere povero, che viene reclutato da una squadra di un liceo di Beverly Hills. Taye Diggs interpreta l’allenatore.  Qui il promo.


Legacies. Ideato da Julie Plec, è lo spin-off di The Originals e si concentra sulla successiva generazione di esseri sovrannaturali che frequentano la Salvatore School per i Giovani e Dotati.


Per mid-season sono invece previsti:

In the Dark. Prodotta dalla Red Hour di Ben Stiler e ideata da Corinne Kingsbury (che ha anche Fam al debutto nel prossima stagione televisiva), questa serie con toni da commedia si concentra su un’irriverente donna cieca (Perry Mattfeld) che ritiene di essersi imbattuta nell’assassinio di un suo amico, uno spacciatore. I poliziotti non le credono, anche perché il corpo non si trova, per cui decide di mettersi lei stessa sulle tracce dell’assassino, con l’aiuto del suo cane guida Pretzel.  


Roswell, New Mexico. Semi-reboot della serie culto Roswell, questa versione di Carina MacKenzie (una sceneggiatrice di The Originals) è sempre un adattamento dei romanzi Roswell High di Melinda Metz e si concentra su personaggi lievemente più vecchi: la figlia di immigrati irregolari (Jenine Mason, Grey’s Anatomy) torna nella sua città d’origine e scopre che la sua cotta di un tempo (Nathan Parsons, The Originals) è, segretamente, un alieno. E non è il solo.

mercoledì 27 giugno 2018

UPFRONTS 2018-2019: FOX



La Fox  agli upfronts ha presentato i seguenti programmi:

The cool kids. Ideata da Charlie Day (It’s Always Sunny in Philadelphia), è una sit-com multi-camera che segue le vicende di un gruppo di anziani di una casa di riposo che hanno formato dei gruppetti un po’ come se fossero al liceo. Qui il promo.


Rel. Lil Rel Howery (Get Out, The Carmichael Show) interpreta un alter ego di se stesso. Dopo che ha scoperto che la moglie lo tradisce con il barbiere, cerca di ricostruirsi una nuova vita da padre single a Chicago. E deve trovarsi un nuovo barbiere! Sinbad interpreta il padre. Showrunner è Mike Scully (I Simpson, Parks and Recreation). Qui il promo.


Last Man Standing. È il revival della nota sit-com andata in onda per sei stagioni sulla ABC e ora passata a Fox. Qui il promo.  


E per midseason sono previsti:

The Passage. La serie è basata sulla trilogia libraria scritta da Justin Cronin e adatta per la TV da Liz Heldens. L’agente federale Brad Wolgast (Mark-Paul Gosselaar) si ritrova a fare da padre surrogato a una ragazzina di 10 anni che è il soggetto cavia di un esperimento governativo segreto che ha il potenziale di eliminare tutte le malattie, ma anche di distruggere l’intera razza umana. I libri hanno un taglio sovrannaturale e non è chiaro in che misura sarà così per la serie: si menziona una “pericolosa nuova razza di esseri” simil-vampiro, però. Fra i produttori c’è Ridley Scott. Qui il promo.


Proven Innocent. È un procedurale legale ideato da David Elliot, ambientato in uno studio che rappresenta clienti accusati ingiustamente. Nel cast ci sono Rachelle Lefevre (Under the Dome) e Vincent Kartheiser (Mad Med). La serie è prodotta da Danny Strong. Qui il promo.

mercoledì 20 giugno 2018

UPFRONTS 2018 - 2019: NBC



La NBC agli upfronts ha presentato i seguenti programmi:

I feel bad. È una commedia scritta da Aseem Batra, sulla base di un libro di Orli Auslander, e prodotta da Amy Poehler. Protagonista è una donna – mamma, moglie, amica, figlia, capo – che si ritrova spesso a dispiacersi per la varie situazioni della vita. Qui il promo.   

Manifest. È stato definito una sorta di Lost al contrario. Un aereo ricompare dopo essere misteriosamente scomparso senza alcuna traccia cinque anni prima. Per i passeggeri però si è trattato di un istante. La serie segue le vite di alcuni di loro dal momento del loro ritorno a casa dove, nel frattempo, le cose sono cambiate. La serie, scritta da Jeff Rake (The Tomorrow People), è prodotta da Robert Zemeckis. Qui il promo.

New Amsterdam. Si tratta di un procedurale medico ambientato in un centro d’elite modellato su un centro realmente esistente, il Bellevue di New York, il più vecchio ospedale pubblico del Paese. La serie è anche ispirata dal memoir di un medico che vi lavorava, Eric Manheimer, che è produttore. Qui il promo.

Per mid-season sono invece in palinsesto:

Abby’s. Ideata da Josh Malmuth (Superstore, New Girl) e prodotto da Mike Schur (Parks and Recreation, The Good Place), si tratta di una sit-com multi-camera ambientata, alla Cheers, in un bar di San Diego, dove si ritrovano clienti abituali e dove sono banditi i cellulari.   

The Enemy Within. Un’agente della CIA diventata una traditrice (Jennifer Carpenter, Dexter) viene liberata dalla prigione di massima sicurezza dove sta scontando l’ergastolo da un’agente dell’FBI che la vuole come assistente nel catturare un pericoloso criminale. La serie è ideata da Ken Woodruff (Gotham).  

The InBetween. In questo procedurale, una giovane donna non solo vede i morti, ma riesce pure a comunicare con loro e aiuta la polizia di Los Angeles a risolvere i crimini più svariati grazie al suo dono. La serie è ideata da Moira Kirland (Madam Secretary).   

The Village. Questa serie, un po’ alla This is us, segue le vite di un gruppo i persone che vivono nello stesso complesso di appartamenti a Brooklyn. Ci sono una madre single che cresce una figlia adolescente incinta, un veterano di guerra ferito, uno studente in legge che vive con una persona molto più vecchia, un immigrato illegale… La serie è ideata da Mike Daniels (Sons of Anarchy, Shades of Blue).  


Per il 2019 è poi prevista:

The Gilded Age. Ordinata direttamente a serie senza neanche un pilot, è ideata da Julian Fellowes ed è descritta come la versione americana di Downton Abbey ambientata nella New York del 19° secolo. Si seguono le vicende di una ricca famiglia di un magnate delle ferrovie. Le puntate saranno 10. 

domenica 10 giugno 2018

Addio a ANTHONY BOURDAIN: appunti sulla quinta stagione di NO RESERVATIONS


Photo credit: CNN

Si rincorrono i tributi alla memoria dello chef-narratore e personalità televisiva Anthony Bourdain, che si è tolto la vita nei giorni scorsi. Mi piaceva molto e mi ha rattristato la sua scomparsa. Mi sono resa conto che “avevo nel cassetto” alcuni “appunti”, scritti ancora nel 2011, sulla quinta stagione di No Reservations with Anthony Bourdain. Non li avevo mai pubblicati perché mi mancavano delle puntate da vedere. Non importa, lo faccio ora anche così. È il mio piccolo modo di rendergli omaggio.

Ogni città ha uno stile e un’atmosfera tutta sua e Bourdain ne tiene conto nel modo con cui la racconta. Scrive, viaggia, mangia… e parla con le persone, famose al grande pubblico e famose per coloro per cui cucinano ogni giorno, fosse anche solo per i propri familiari. Le relazioni fra le persone sono importanti tanto quanto il cibo, si costruiscono attraverso di esso e rendono l’esperienza del suo consumo più ricca e intensa. E lui vi si sofferma, chiedendo spiegazioni, accomodandosi intorno al tavolo delle case che la gente apre per lui mettendosi così a sua disposizione. Un misto di vita sociale e di esperienze gustative casalinghe. In un mondo globale si mostra l’eccezionalità dei luoghi singoli, dove permangono tradizioni conservate spesso da tempi immemorabili. Irripetibili. Il locale sopravvive su tutto con la sua ricchezza, particolarità, gusto.

Mexico (5.01). Prendersi il tempo di fare le cose per bene. Ore di lento sobbollire. Persone che ti parlano attraverso il cibo, ti dicono qualcosa su di sé, della propria famiglia, del loro Paese, della loro zona, della loro città, e alcuni dei venditori di cibo di strada più veloci del mondo. Guida è il suo amico-cuoco Martin, entrato negli Stati Uniti in modo illegale a 17 anni, per poi trovare successo dietro ai fornelli e riuscire a ottenere in seguito la cittadinanza. Dieci anni ci sono voluti perché tornasse nel suo Paese la prima volta. Un corrida, le tacos, bevande impronunciabili, l’isola delle bambole, dove bambole mostruose tengono lontani gli spiriti… Le mani del Messico: persone che fanno le cose a mano, tutto a mano, quello stesso giorno;  il passaggio del cibo da una mano all’altra. L’abile preparazione dei piatti, sapori, consistenze, colori, dice qualcosa di personale: da dove viene il cuoco, qui è dove sono stato, questa è la mia storia, questo è quello che amo.

Venezia (5.02). Un ritratto incantato fra calli e canali, fra gli echi del passato e le suggestioni del presente, fra palazzi, ristoranti e tavole di casa in giardino e trattorie e bacari. In Piazza San Marco, alla Giudecca, a Burano, a Marghera, al Lido… Si scopre la Venezia più tipica, dai cicchetti (che però sono bicchierini alcolici, non stuzzichini, nel solo piccolissimo fraintendimento in un abbondantissimo rincorrersi di specialità) alle ombre, dalle moleche  al fragolino, al fegato alla veneziana, alle sarde in saor, baccalà mantecato, bigoli in salsa, risotto Go e pasta: perché “senza la pasta la vita è un peccato contro Dio e tutto ciò che c’è di buono e decente a questo mondo”. Veneziani come artisti, in cucina e fuori, con passione, pazienza, e la piccola presunzione di essere migliori degli altri. È catturata nella sua essenza e scoperta di nuovo anche per chi la conosce bene, con osservazioni pregnanti e un sapiente uso di filtri che trasmette il senso della storia e della civiltà che si condensa sulle superfici di Venezia. Una lettura colta e golosa.

Washington DC (5.03). Città visibile e invisibile, di potere e di impotenza, città dove ci sono bellissimi monumenti a rappresentare bellissime idee: così la descrive Bourdain dopo un inizio in cui le interruzioni di aerei, elicotteri, macchine, sirene, bambini hanno bloccato qualunque ripresa. Dal locale di chili esistente dai tempi di Martin Luther King, all’apparente banale tipico hamburger vicino al “museo delle spie” sulla cui “arte” impara qualche trucco, alla conversazione con George Pelecanos, al pollo di cui tutti parlano, al megacentro di specialità vietnamite fra cui uno dei tanti locali tipici prepara carne cruda molto lunga da masticare accanto a formaggio fatto in casa, da raccogliere con un pane spugnoso e immergere in una salsa fatta fermentare perfino con la coca-cola, agli artistici assaggini di un raffinato mini bar, all’ex-galeotto che lavora in una cucina che non solo aiuta gli affamati, ma insegna un mestiere ai fornelli e offre un futuro a persone che non ne avrebbero uno diversamente… La capitale non è solo potere e politica, ma gente comune, con passati talvolta difficili, che lavora duramente.

Le Azzorre (5.04). Il verde, l’Oceano, la natura rude, i “buchi” nella terra che odorano come se le terra scoreggiasse, le isole sperdute dove si mangiano frutti di mare, la terra incontaminata e i sapori che mescolano oceano e Mediterraneo, staccandosi da quest’ultimo e dal vicino Portogallo in modo deciso, nella percezione di una identità autonoma.

Chicago (5.05). La sola altra metropoli degli Stati Uniti, secondo il conduttore, a parte New York. I migliori hot-dog del mondo e il miglior panino, una bomba chiamata “i tre porcellini”, e una quantità di cibi da strada “cattivi” in senso buono e cibi iper-raffinati di pesce e frutti di mare, o di cucina “terroristica”, dove anche il menù è commestibile. Una metropoli, ma rilassata.

Food Porn (5.06). Cibo e pornografia usano un “linguaggio visuale” simile e in questo parallelo tracciato da Bourdain è facile vedere fino a che punto: dalle inquadrature dei dettagli, ai mugugnii di piacere, al money shot dei programmi televisivi. Ma pornografia è anche piacere di guardare senza poi di fatto fare, e quello è anche il senso di “pornografia del cibo” in questa puntata: i cuochi più diversi preparano per Bourdain (mentre lui li guarda da una sala cinematografica) quello che è per loro il non plus ultra del cibo, siano capelli d’angelo in una salsa di ricci di mare e una copertura di caviale o sia un uovo basotto ricoperto da una fonduta di formaggio e scaglie di tartufo nero. Giapponese, coreano, francese e italiano che trovano unità creativa sotto lo stesso menù al Momofuku per un originalissimo pantagruelico pasto che vede il cuoco dichiarare che pane e burro sono per lui la pornografa del cibo. Il maiale usato in tutte le sue parti, dalla coda ripiena al naso, da una impossibile ghiottoneria all’altra appoggiate, una volta cotte, in modo da  ricostruire l’animale su un tagliere che ne riproduce l’immagine, pezzo per pezzo: sono la specialità di un gruppo di cuochi che se lo consumano mezzi nudi. Cioccolata trattata in modo tale da sembrare gioielli. Il porno personale di Bournain: pho vietnamita, una zuppa di pasta lunga, carne, verdure e ingredienti vari – calda, gustosa, “slurp”osa. E si vuole una versione culinaria di qualche feticcio? Basta andare magari in Corea o in qualche altra parte del mondo dove i piatti qui guardati sono comunemente apprezzati – insetti compresi. Piacere, voluttà, peccato. A volte viene in forma semplice, altre volte in vesti sofisticate. Un’orgia di cibo di proporzioni epiche.

Filippine (5.07). Polpettine di pollo fritte immerse in salse e mangiate da un lungo stuzzicadenti, tofu con sciroppo di tapioca bevuto da un bicchierino di plastica, “pansit” (tagliolini di pasta di riso conditi in modo vario)… Un giro in una “dampa”, mezzo mercato, mezzo locale dove ti cucinano a piacimento ciò che hai comprato. Un vero melting pot in cui è difficile indicare le influenze culinarie e in cui il cibo nazionale è l’adobo (ovvero qualunque combinazione di cibo passata con aglio, cipolla, peperoncini piccanti, salsa di soia). Tanto latte di cocco. Sisig.

La Manhattan che sta sparendo (5.08), lo Sri Lanka (5.09)

Vietnam (5.10). Un viaggio fra passato e presente, un Paese dove la guerra del Vietnam è chiamata “la Guerra americana”, dove marito e moglie subito dopo sposati hanno dovuto combattere uno contro l’altro negli scontri fra Vietnam del Nord e del Sud. Un Paese brulicante di gente dove Bourdain pensa di magari trasferirsi un anno con la famiglia e dove dice addio a una cuoca che  si è presa cura di lui e di cui incontra la famiglia e alle cui ceneri rende omaggio.  Un Paese dove la gente vive ancora in gran parte come un secolo fa e dove il tempo si ferma il lasso di una deliziosa minestra calda, un Paese che sembra immune alla globalizzazione salvo poi scoprire nel centro boutique di Dolce & Gabbana, Luis Vuitton, Gucci. Le campagne delle risaie, il locale dove si cucina illegalmente che si nasconde per il tempo di un passaggio della polizia per poi riprendere alacremente, le baguette farcite di ogni ghiottoneria…

Chile (5.11), Australia (5.12), la Rust Belt (5.13), Cibo di strada (5.14), San Francisco (5.15), la Tailandia (5.16), Montana (5.17), Domande Scottanti (5.18), Quartieri Esterni di New York (5.19).

Sardegna (5.20). Casa. È quella la sensazione che dà a Bourdain la Sardegna, e per una ragione molto specifica. Sua moglie Ottavia è italiana e i suoi familiari abitano in Sardegna. È perciò tutta la famiglia quella che lui ha reclutato per portarci in provincia di Nuoro, ad Oristano e in altre località dell’isola. Pane Carasau con pecorino, salumi e vino rosso; malloreddus; pasta con la bottarga che gli mette la scintilla negli occhi; ricotta fresca ricoperta con un filo di miele; carne d’asino. Di specialità ne assaggia molte, come sempre, gira per le strade, ammira i graffiti sui muri, conversa infilando qui e lì una parola di italiano. E coglie al volo il fatto che per molti italiani, con una cucina così, uscire a mangiare al ristorante è quasi un “character flaw”, un difetto del carattere. Come è vero!

Come sempre, anche per la quinta stagione, di 20 puntate, tanti luoghi, tante ghiottonerie e tanta cultura.