martedì 26 aprile 2016

GAYCATION: la condizione LGBTQ in giro per il mondo


In Gaycation (su Vice) Ellen Page (Juno) e il suo migliore amico Ian Daniel vanno in giro per il mondo a scoprire come vivono le comunità LGBTQ nei vari Paesi e che difficoltà devono affrontare. Incontrano attivisti e gente comune, ma anche persone ostili alla comunità gay, per capire un po’ la situazione di fatto, le aspirazioni e i punti di vista di tutti, nella prospettiva antropologica e culturale locale.
Ne esce una serie documentaristica che da un lato è “leggera”, perché è una gaycation dopotutto, una vacanza gay, di scoperta e di gioia, ma da un altro lato è “pesante” nel senso migliore del termine per il valore che ha, ed è potente e intensa, perché fa emergere questioni dolorose di discriminazioni, violenza, repressione e mancata accettazione. Sono storie umane.
Per il momento le puntate sono state 4. Sono andati in Giappone, Brasile, Giamaica e Stati Uniti - i link vi portano alle puntate su YouTube. Traspare che Ellen e Ian sono amici sinceri. Hanno una facilità di contatto fisico l’uno con l’altra e una fluida consapevolezza di cadere sul morbido nell’interazione personale che è evidentemente molto naturale e navigata e  magnifica da vedere e dà loro forza nell’affrontare anche i momenti più difficili.
Spesso a fine puntata, ma non solo, vengono presentate situazioni davvero intense. In Giappone un giovane uomo decide di fare coming out con la madre. Non vuole essere da solo nel momento in cui lo fa, perché non sa che reazione aspettarsi. Si rivolge perciò ad un’agenzia che affitta familiari ed amici (sic!) per le persone che non ne hanno. Si aggregano anche i due conduttori che si trovano a disagio nel dover essere presenti a una circostanza tanto intima fra due familiari. Lo fanno con gran rispetto, onore pure. In Brasile incontrano un uomo, che maschera in parte il proprio volto per non rivelare la propria identità, che dichiaratamente odia tutti i gay, tanto più dopo che ha beccato in flagrante il figlio che lo è, e che ha lasciato il Paese evitando ogni successivo contatto con la propria famiglia. Quest’uomo dedica la sua vita a uccidere quanti più gay riesce. Ne ha già eliminati diversi. È palpabile  la paura della giovane attrice che fino a quel momento non ha rivelato il suo orientamento sessuale, che si rivolge a chi sta facendo le riprese chiedendo e chiedendosi se sia pericoloso per lei, e per l’amico che è lì con lei, rivelarlo.
In voice-over la Page fa alcune riflessioni su quello che vede e sente e vive. Uno degli aspetti più audaci è stato quello di affrontare a viso aperto persone che attivamente militano contro i diritti delle persone LGBTQ in politica – nella puntata sugli Stati Uniti affronta Ted Cruz, candidato alle presidenziali 2016 per i repubblicani - e comunque nella propria vita quotidiana Si tratta di conversazioni aperte e civili, ma immagino che, guardare in faccia persone che esplicitamente ti respingono per quello che sei, sia molto duro e ti mini nel tuo essere in un modo che si trascina nel tempo. Per questo l’ho molto apprezzata e in un certo senso mi sono sentita riconoscente, come spettatrice, perché ha avuto il coraggio di farlo.    
Un viaggio stimolante ed edificante, che lascia anche disillusi, ma di cui c’è bisogno. Spero ci siano altre puntate in futuro, anche se non sembrano previste.  

martedì 19 aprile 2016

Premio Pulitzer a EMILY NUSSBAUM


È andato alla critica televisiva del New Yorker Emily Nussbaum il premio Pulitzer per la critica. Qui il link a lei dedicato in questa circostanza, con i suoi lavori. Qui un pezzo del Washington Post che spiega perché chi si occupa di televisione ha ragione di rallegrarsi.

È il secondo anno di seguito che questo premio va a una donna che si occupa di televisione. Lo scorso anno il premio è andato a Mary McNamara, del Los Angeles Times.  

lunedì 18 aprile 2016

GAME OF SILENCE: overplotting e poco spessore

 
Basata su una serie turca, Suskunlar, a sua volta basata su una storia vera, Game of Silence parla di un gruppo di ragazzini preadolescenti che vengono messi in riformatorio per aver causato gravi lesioni a una donna in seguito a un incidente con un auto che evidentemente non potevano ancora guidare, ma che avevano sottratto per salvare la fidanzatina di uno di loro dalla madre alcolista, salvo poi far scappare la ragazzina per evitare almeno a lei le conseguenze dell’acaduto.  Sbattuti nella Quitman Youth Detention Facility, in Texas, subiscono violenze e abusi di ogni tipo da parte dei secondini, con il benestare del direttore della prigione che, se gradiva qualche fanciullo in particolare, se lo faceva portare ai suoi party (con conseguenze di violenza sessuale che lasciano immaginare).
A 25 anni di distanza ormai i giovani amici si sono fatti una loro vita. Boots (Derek Phillips), che è stato uno di questi “favoriti” del direttore del carcere, un giorno incrocia uno dei secondini, prende una mazza da golf e quasi lo ammazza. È così che gli altri del gruppo, Shawn (Larenz Tate) e Gil (Michael Raymond-James), decidono di contattare Jackson Brooks (David Lyons), che è ora uno stimato avvocato che sta per sposarsi con la collega Marina (Claire Van Der Boom). Lui rivede tutti, compresa quella che un tempo era la sua ragazza, Jessie (Bre Blair), che ora sta con Gil, e si fa convincere prima a difendere Boots, poi comunque a vendicarsi del direttore Roy Carroll (Conor O’Farrell) che nel frattempo si è dato alla politica. Fra flashback e ulteriori sottotrame che comprendono il traffico di droga e una sollevazione al penitenziario, la vicenda si fa ulteriormente complicata, fra segreti e appunto i silenzi del titolo.
Sviluppata per la NBC da David Hudgins, nonostante la buona recitazione, la storia non convince. Si pecca sicuramente di overplotting, ovvero di un inutile “eccesso di trama” che appesantisce senza ragione una costruzione narrativa che non lascia peraltro alcuno spazio a un minimo di approfondimento psicologico. I cattivi della situazione sono perfino ridicolmente privi di spessore, sottigliezze o sfumature non esistono, ogni passaggio è rimarcato in modo molto pesante per essere sicuri che capiamo bene che sono successe cose davvero terribili che meritano una vendetta altrettanto terribile, ma i crimini sono pure di un orribile molto generico e “di circostanza” su cui si insiste quasi con gusto sadico. Le donne sembrano più un “segnaposto” che altro. Di suo comunque non è inguardabile, ma è un thriller spedito e pieno di colpi di scena - anche se chi ha continuato la visione oltre al pilot suggerisce che spesso sono scontati o poco verosimili - per cui è perfetto per chi non ha troppe pretese e si accontenta di una trama avvincente.

martedì 12 aprile 2016

THE LEFTOVERS: la seconda stagione


Premesso che il fulcro della riflessione di The Leftovers - Svaniti nel Nulla, come già nella  prima stagione, è il dolore umano, e primariamente il dolore della perdita, ho concepito la seconda stagione quasi come una antitesi fichtiana alla tesi della prima stagione e a quella che mi aspetto essere la sintesi della prevista terza e ultima. Forse è azzardato e lascio questa osservazione solo come suggestione. I personaggi, che vivono “vite di quieta disperazione”, per dirla alla Thoreau, in questo arco cercano un distacco, una separazione da quella che è posta come la nota distintiva intrinseca della condizione umana, ovvero il lutto, qui collettivo e permanente.
ATTENZIONE: SPOILER SIGNIFICATIVI DI TRAMA IN QUESTO PARAGRAFO. Kevin Garvey (Justin Theroux) e la compagna Nora Durst (Carrie Coon), insieme al bebè che era stato lasciato davanti alla loro porta e alla figlia adolescente di lui,  si trasferiscono a Jarden, in Texas, una cittadina circondata dal parco nazionale di Miracle (Miracolo) e non toccata dall’improvvisa dipartita che ha coinvolto il 2% della popolazione in tutto il resto del mondo il 14 ottobre. Per questa ragione è considerato quasi un luogo sacro, meta di pellegrinaggio, anche se per poterci abitare la procedura è difficile e complicata, e solo coloro che hanno il permesso e indossano un braccialetto specifico intorno al polso possono farlo. Ci sono guardie e cancelli. Gli altri bivaccano nei paraggi, ammassati in tende e roulotte, coinvolti in diverse attività – alcuni letteralmente messi alla gogna. Kevin ha delle visioni di Patti Levin (Ann Dowd) la leader dei Guilty Remnants, i Colpevoli Sopravvissuti, che lui ha ucciso, che lo tormentano. Si rivolge a un “guaritore”, Virgil (Steven Williams) per liberarsene e riuscirà a farlo solo morendo, sebbene solo temporaneamente (nello straordinario episodio capsula – un trend del momento peraltro - “Assassino Internazionale”, 2.08). Nella nuova location si è trasferito anche Matt (Chris Eccleston) con la moglie catatonica Mary (Janel Moloney), anche se poi lui è costretto a rimanere fuori. Lei rimane incinta e a fine stagione si sveglia. Vicini di casa di Kevin e Nora sono i Murphy, John (Kevin Carroll) e Erika (Regina King), la cui figlia Evie (Jasmin Savoy Brown), insieme a due amiche, scompare, pochi  giorni dopo l’arrivo di Kevin e solo  alla fine si scopre che ha inscenato lei la propria dipartita per aggregarsi ai Guilty Remnants. Laurie (Amy Brennenan) ha lasciato la setta e con l’aiuto del figlio Tom (Chris Zylka) cerca di far evadere da quella prigionia ideologica altri membri. Quest’ultimo si propone come un santone in grado di liberare le persone dal dolore abbracciandole ma, considerandosi una frode, ci rinuncia. Megan (Liv Tyler) al contrario diventa sempre più attiva nei Colpevoli Sopravvissuti - l’autore Damon Lindelof al New York Times ha spiegato come sia stato progressivamente più interessato all’idea della radicalizzazione all’interno delle nascenti religioni - ed entra forzosamente a Jardin per distruggerla.
Se la serie ideata da Damon Lindelof (Lost) e Tom Perrotta nella prima stagione era basata sull’omonimo libro di quest’ultimo, la seconda ha presentato materiale originale. La narrazione si è fatta più vicina a quella di Lost, più frastagliata, meno unitaria, più onirica e allucinatoria, a momenti visionaria, straniante ed alienante. La “distruzione” di Jardin, dovuta non a una paventata bomba, ma a una sovversione dell’idea di possibile isolamento dal dolore, ha l’aspetto de “La Strada” di Cormac McCarthy (Il libro, non ho visto il film). Il racconto è fortemente simbolico e a momenti espressionista, aiutato da una colonna sonora intensamente evocativa e da un uso dell’audio parlato “a intermittenza”, che temporaneamente scompare sopraffatto da altri codici espressivi in alcune porzioni di scene. Si utilizzano filtri che danno un valore pittorico alla cinematografia. Ci sono riferimenti biblici: uno per tutti la “miracolosamente” incinta Mary - Maria perciò - che peregrina col marito in cerca di un alloggio che nessuno riesce a trovarle in “Non c’è posto nella locanda” (2.05). C’è un’ambizione diacronica che si espande alla notte dei tempi: “L’asse del mondo” (2.01) debutta letteralmente ai tempi dell’uomo (o forse dovremmo dire della donna) delle caverne. La scrittura sembra quasi costruita come placche tettoniche e c’è uno slittamento narrativo e di piani di realtà che non solo evoca fortissimamente Lost, come dicevamo più sopra, e la paternità di Lindelof in questo caso è indubbia, ma che in questo momento solo programmi come Mr Robot o Penny Dreadful, mutatis mutandis, eguagliano, serie con cui condivide l’aspirazione a dilatarsi nella spiegazione della vita tout court.    
“Non capisco che cosa stia succedendo” dice John Murphy a Kevin Garvey in “Sulla via di Casa” (2.10). “Nemmeno io” gli risponde lui. È una serie in cui probabilmente si è destinati a rimanere frustrati se di vuole che tutto sia perfettamente intellegibile. Bisogna più farne esperienza. La nuova sigla di apertura (diversa perciò da quella della prima stagione) ha la canzone “Let the Mystery Be” di Iris DeMent come traccia musicale. Il testo dice “Everybody’s wondering when and where they all came from / Everybody’s worrying about where they’re gonna go when the whole thing’s done / But no one knows for certain and it’s all the same to me / I think I’ll just let the mystery be” ovvero “Tutti si domandano quando e da dove vengano / Tutti si preoccupano su dove andranno quando tutto sarà finito / Ma nessuno lo sa per certo e per me è tutto lo stesso / Penso che semplicemente lascerò che sia un mistero”. Questo lasciare che sia un mistero è una sorta di prerequisito epistemologico, per così dire, nella fruizione delle puntate. Allo stesso tempo comunque la serie, proprio come Lost, non si presta ad una visione casuale, ma ingaggia se non proprio quello che Jason Mittell chiama un “fandom forense”, quanto meno una visione fortemente interpretativa.
Forse, come è stato suggerito (Den of Geek!) la serie è almeno in parte una sorta di test di Rorschach televisivo. Io ho dato un mio significato a quello che ho visto, e di fondo questo è che tutti hanno subito una perdita, un dolore, un lutto, più o meno intenso ed esplicito. Nessuno può ritenersi immune da questo, nessuno è “miracolato” e nessuno può tenersi perciò al riparo dalla possibilità che questo accada di nuovo in futuro, tanto più escludendo gli altri (come si cerca di fare a Jardin, con il cancello, il ponte, le guardie…), o fingendo di avere una soluzione (come faceva Tom). Ci sarà sempre chi ci ricorderà che non siamo immuni (i Guilty Remnants).  Accadono i miracoli, talvolta (Matt e Mary), non sappiamo perché o per come, ma dai terremoti della vita (e qui ce n’è più di qualcuno) non abbiamo scampo. Le sole realtà che fanno la differenza, e che dobbiamo difendere con tutti noi stessi dalla folla che avanza feroce e da chi ne mette in dubbio la legittimità (Nora col bambino nella finale di stagione) sono la famiglia e la casa. Kevin è costretto a cantare “Homeward Bound” (Diretto verso casa) di Simon & Garfunkel nel karaoke dell’aldilà per salvarsi la vita in “Sulla via di casa” (2.10) e in chiusura, ferito, è a casa che ritrova tutti i suoi affetti, sebbene uno isolato dall’altro, nella modalità in cui la telecamera ce li mostra.
Di The Leftovers ho preferito la prima stagione alla seconda. Non di meno ci sono stati momenti di questa che ho considerato autentica arte – non so come si possa vedere “Assassino Internazionale” (2.08) e non pensare che la TV è arte. Si è davanti a un testo denso, superbamente recitato, che lascia frastornati e pesti, ma che io lascio trasudi in me anche nelle sue possibili incoerenze.    
Nella serie la dicitura “14 ottobre” viene utilizzata alla maniera dell’11 settembre, ma è evidente che non c’è un significato politico o storico specifico in questo caso. Il 14 ottobre è appunto il lutto qualunque esso sia. Questa stagione in particolare invita a intendere la perdita proprio in senso molto più ampio del solo perdere una persona (se ha un significato quello che Evie e le sue amiche hanno fatto nell’inscenare la loro scomparsa è proprio quello). Chiudo perciò con un’osservazione a latere sulla nuova sigla (sotto) che non centra propriamente con la serie, ma a cui ho pensato spesso in questi mesi. I fotogrammi che si susseguono sono varie foto da cui sono quasi “ritagliate” le persone svanite: di loro si vede solo un contorno con dentro il vuoto. Nel documentario sulla CFS/ME intitolato “Forgotten Plague”, una malata – una ex- radiologa di un ospedale di Boston costretta a lasciare il lavoro a causa della patologia – dice: “È come se fossimo scomparsi. Come se fossimo spariti dalla vista e fossimo stati dimenticati”. La trovo un’osservazione molto vera per tutti i malati di questa patologia di cui soffro io stessa. È un’invalidità invisibile (perché non si vede e perché rende i malati, spesso costretti a letto per anni, invisibili) e costringe le persone ad essere assenti, a “perdersi la vita”, come spesso i pazienti si esprimono. Scompariamo dalle attività del mondo. Mi ritrovo fortemente in quelle parole e sentendo e leggendo quel passaggio non riesce a non venirmi in mente regolarmente questa sigla, e con lei la serie.   

sabato 9 aprile 2016

THE CATCH: il quadro del pilot

 
È di Maria Kreyn l’evocativo quadro “Alone Together - Soli insieme” che compare nel pilot di The Catch con un ruolo rilevante e simbolico per la narrazione. Per altri suoi dipinti – anche “Event Horizon” appare nel pilot - , si veda il suo sito.  
 

mercoledì 6 aprile 2016

YOUNGER: la seconda stagione


Con la seconda stagione, si è affermata come una vera erede di Sex and the City la brillante e dinamica Younger, sguardo alla vita personale e professionale dei Millennials. Questa idea è rimbalzata un po’ ovunque, e ovviamente va al di là del fatto di essere stata ideata dallo steso autore Darren Star o di condividerne la storica costumista Patricia Field.
Ci sono amicizia e relazioni professionali fra donne, molto candore nel comunicarsi le reciproche opinioni e molto affetto nel sostenersi, e un linguaggio vivace e pieno di riferimenti e battute. Kelsey (Hilary Duff) si rifiuta di mettere al suo matrimonio un vestito troppo rivelatore e commenta all’amica che non vuole che sua nonna veda la sua “Hello Kitty” (2.10), intendendo sue parti intime. Anche solo commento di questo tipo dà molto brio al dialogo. E basta lo sguardo sdegnato e snob di Diana (una eccellente Miriam Shor), che quest’anno si è lanciata in una relazione con uno scrittore ilarmente iper-femminista, o quello basito di Liza (la sempre convincente Sutton Foster) ad assicurare uno humor sagace.   
Ci si è fatti più espliciti nelle situazioni sessuali: si è dovuta gestire l’attenzione dedicata alle parti intime di Charles (Peter Hermann) sul web (2.04); la maglietta sul “burro al tartufo” (2.05) – senza farvi googlare il significato come suggerisce la serie, Urban Dictionary dice che quando tiri fuori il pene dall’ano e lo infili della vagina, la sostanza burrosa e marroncina intorno ad essa è il “burro al tartufo”; lo scrittore agricoltore che Liza trova in intimità con una pecora (2.09)…  
I social media, come è normale che sia, fanno da padrone e in questo mostrano come è cambiato anche, in loro virtù, il modo di forgiare relazioni. Continuano i riferimenti più o meno diretti all’effettivo mondo letterario entro cui la fittizia casa editrice Empirical lavora – chiarissimo, quasi smaccato, quello a Martin e al Trono di Spade in “Secrets & Liza” (2.11), ad esempio.
Alla fine della scorsa stagione Josh (Nico Tortorella) ha scoperto la verità sull’età di Liza e sulla sua vita e noi, attraverso di lui, abbiamo dovuto fare i conti con la menzogna che è alla base della serie. Riusciamo a tenere per la protagonista anche se è evidente che non sta facendo una bella cosa nelle persone della sua vita a cui dice di tenere. E siamo combattuti come lei su chi potrebbe essere il suo partner ideale: Josh o Peter?
La serie è gustosa e leggera, ma allo stesso tempo riesce a riflettere sulle relazioni, sull’invecchiare, sulle pressioni sociali, sulle scelta della vita, sull’essere donne.

lunedì 28 marzo 2016

FLAKED: un "traumedy"


In Flaked, con una prima stagione di 8 puntate su Netflix, siamo a Venice, immersi nella rilassata atmosfera delle zone di spiaggia nel sud della California. Chip (Will Arnett, Arrested Development) è un ex-alcolista che 10 anni prima ha ucciso una persona guidando ubriaco. Ora partecipa agli incontri dell'anonima alcolisti, beve solo kombucha e caffè al locale Free Coffee e va in giro in bicicletta per la piccola comunità dove ha un negozio in cui vende sgabelli realizzati da lui stesso. Almeno finché qualcosa non va storto. Va a letto con Kara (Lina Esco), musicista incontrata all’AA, ma è attratto da London (Ruth Kearney), una cameriera che piace pure al suo migliore amico e vicino di casa Dennis (David Sullivan). Nella sua vita ci sono anche due amici, Cooler (George Basil) e il suo ex-sponsor, il poliziotto George (Robert Wisdom).
Ideato da Will Arnett e Mark Chappell (The Increasingly Poor Decisions of Todd Margaret), si tratta di un dramedy dove l’accento è più sull’aspetto drammatico che su quello comico, o meglio ancora, è quello che qualcuno ha chiamato un traumedy, ovvero un programma che parte dai traumi e le tragedie del protagonista per cavarne po’, dalle mille amarezze, delle venature comiche ed ironiche. È, in questo, sulla linea di molti altri recenti show, come Togetherness, Girls, Baskets, Looking o Love, che, spesso senza apparente direzione, sono vagamente esistenzialisti e navigano le insoddisfazioni della vita tenendosi giusto a galla per poco, mostrando come facilmente sconfiggono le piccole quotidianità di una vita da adulti non troppo convinti.
Qui la recitazione è ottima, ma i passaggi fra un momento e l’altro inizialmente li ho trovati un po’ troppo messi in scena. La sensazione di fondo è quella di una certa superficialità programmatica, una sorta di lasciarsi vivere. Non riesce ad essere pregnante o acuto o originale come altri, ma come ha ben osservato Indiewire, è un programma di persone infelici che mentono continuamente per mantenere la dignità o per auto-preservazione e in questo riesce a catturare molte delle sfumature del dover avere a che fare con una dipendenza da sostanze. Inoltre ha messo in scena il problema molto attuale ma poco trattato della gentrificazione.
Le recensioni sono state tiepide ma, a coglierne lo spirito, piace quella sensazione di esistenza sfuocata che, come ricorda il protagonista nel pilot, ora sei costretto a vivere e magari capisci solo in seguito.   

martedì 15 marzo 2016

AMERICAN CRIME: una fenomenale seconda stagione


Squillo di un telefono. Schermo nero con trascritto quanto udiamo.

-       113. Qual è l’emergenza?
-       Io…uhh…
-       Pronto?
-       Voglio denunciare uno stupro.

A pronunciare questa frase è una voce di donna. Poi si stacca su un campo di basket, dove dei liceali stanno giocando una partita.

Così comincia la fenomenale seconda stagione della serie antologica American Crime che ha lo stesso cast della prima stagione, ora in ruoli differenti. Siamo a Indianapolis, in Indiana (USA) e presto scopriremo che a essere stata violentata non è la donna che abbiamo sentito fare la denuncia, ma un ragazzo minorenne, violentato da un coetaneo appartenente alla squadra di pallacanestro del suo liceo.  Durante un party Taylor Blaine (Connor Jessup) è stato drogato e si è abusato di lui e sono state scattate delle foto poi inviate come messaggio fra ragazzi. Scopertolo, la madre Anne (Lili Taylor) vuole denunciare l'accaduto anche contro l’iniziale resistenza della vittima.  La scuola da lui frequentata da poco, la Leyland School, una scuola privata per gente danarosa dove lo ha iscritto a suon di sacrifici la madre cameriera, vorrebbe evitare la cattiva pubblicità per timore di macchiare la propria reputazione e di perdere le sovvenzioni. La preside Leslie Graham (Felicity Huffman) chiede al coach Dan Sullivan (Timothy Hutton) di prendere provvedimenti e, in mancanza di meglio.  viene sospeso il capitano della squadra che è colui che ha dato la festa, Kevin LaCroix (Trevor Jackson). I suoi genitori, Terri (Regina King, che per la prima stagione ha vinto l’Emmy) e Michael (André L. Benjamin), anche sulla base di considerazioni razziali (sono neri e come tali maggiormente vittima di pregiudizi), temono che questo evento segni per sempre il suo futuro. L’accusato alla fine è un altro giocatore, Eric Tanner (Joey Pollari), che si scopre così essere gay.

Tanto per cominciare l’argomento dello stupro nei confronti degli uomini è davvero raro. Quello che negli anni mi è rimasto più impresso è quello di Kingpin, in carcere, una toccata e fuga brutale, ma incisiva. Il più recente è stato quello infarcito di tortura di Outlander. Qui l’evento non si mostra, è quello che accade poi che è sotto i riflettori ed è trattato in modo tanto certosino quanto sensibile e acuto - dalla gran quantità di persone con cui si deve parlare e con cui ci si vede confidare quando si vorrebbe semplicemente che tutto andasse via e venisse dimenticato, alla necessità di avere a che fare con la stampa; dalla difficoltà a chiamarlo stupro quando si tratta di un uomo, all’indagine sui comportamenti e atteggiamenti della vittima prima dell’evento e alla loro messa in discussione; dalla possibilità di “aree grigie” fra consenso e no alla difficoltà di trovare la verità…  E lo stupro qui è poi anche il punto di partenza per parlare di violenza nelle scuole in senso più ampio. Altri sono peraltro gli eventi e le storie minori, su cui non mi soffermo per evitare spoiler.

Le tematiche affrontate sono moltissime: il rapporto fra genitori e figli e  l’educazione; le famiglie e il modo in cui reagiscono per proteggere i propri membri; le relazioni e il sesso; la distinzione fra fatti e pettegolezzi, come separarli e gestirne la percezione all’esterno; come si costruiscono le narrative degli eventi e come le si possono cambiare modificando il modo in cui si parla di quello che accade; il cyber bullismo e l’hacking; l’omofobia; come le azioni e il comportamento di ciascuno vengono lette in modo diverso a seconda della razza a cui appartieni e come, proprio per questo, abbiano conseguenze diverse; i pregiudizi;  il ruolo delle istituzioni; come essere leader; come si intersecano le dimensioni personali e sociali e come si condizionano a vicenda; la violenza; come il futuro a lungo termine di una persona può essere condizionato da decisioni prese da ragazzi; il peso e i danni delle accuse; quello che diciamo e non diciamo; le variabili socio-economiche della propria vita; l’arte…  

La recitazione di tutto il cast è eccellente e in particolare, al di fuori di quelle dei veterani (Hutton, Huffman e Taylor brillano sempre),  mozzano il fiato per intensità le interpretazioni dei due attori  che nelle vicende sono vittima e stupratore, Connor Jessup e Joey Pollari. La narrazione riesce anche del difficilissimo compito di farci “simpatizzare” non solo con le vittime, ma anche con i carnefici, con lo stupratore Eric prima e con l’attore di violenza nella scuola Taylor poi.  

Da un punto di vista stilistico è stata conservata la stessa tecnica utilizzata della prima stagione, ovvero l'elisione di alcuni fotogrammi o la sovrapposizione fra momenti diversi di audio e video, anche se è stata utilizzata con maggior parsimonia rispetto al passato. Si è invece usata fortemente quella che è considerata quasi una firma distintiva del programma ovvero le sequenze molto lunghe senza stacchi, una pratica che, è stato notato, vincola i personaggi allo spazio, con conseguenze inaspettate. Un mirabile esempio è quello dei quasi quattro minuti e mezzo di un balletto in 2.05. Questo, peraltro un commento artistico intradiegetico, mostra anche i modi in cui la serie cerca di trovare soluzioni innovative e originali per raccontare la sua storia, come lo è stato l’incipit della 2.04, un momento di slap poetry, con nessuno dei personaggi della serie, in quello che Pollari chiama “il contenuto come forma” (Arts.Mic), o come lo è stato inserire interviste ai sopravvissuti alla sparatoria del liceo di Columbine del 1999 e di vittime di bullismo LGBT in 2.08, con la regia di Kimberly Peirce (Boys Don’t Cry). Quello che è stato distintivo di questa stagione è stato un grande utilizzo dei primissimi piani e la forte focalizzazione  sui volti dei protagonisti, lasciando non visti i personaggi minori: nelle conversazioni con i pubblici ufficiali, spesso di questi si mostrano sono dei pezzi di viso o di mani senza un'identità. Nel momento in cui Taylor fa la sua denuncia di stupro (2.02) gli viene spiegato che deve fare un test del sangue sia per ragioni tossicologiche, che per il DNA: in questo caso la telecamera e sempre su di lui, mentre della persona che gli spiega queste procedure si sente solo la voce. 

 “‘Raccontare storie, come ogni altra forma d’arte, ha l’innata abilità di trasformare e di espandere la tua esperienza,’ ha detto la Huffman. ‘Questo porta comprensione e di solito ciò che segue alla comprensione è l’empatia. E quando le persone hanno empatia l’una per l’altra, i muri cadono e diventiamo più uniti. Si spera che stiamo diventando più comprensivi e capaci di accettazione. Almeno, quello è l’obiettivo.’” (BuzzFeed) Quell’obiettivo qui è stato centrato, direi. La conclusione poi è stata in linea con la poetica dell’autore John Ridley, disinteressato alla risoluzione. L’arte per lui non riguarda il rispondere alle domande, ma il porle.

martedì 8 marzo 2016

JOSS WHEDON sull'uguaglianza

 
"L’uguaglianza non è un concetto. Non è qualcosa per cui dovremmo impegnarci. È una necessità. L’uguaglianza è come la gravità. Ne abbiamo bisogno per ergerci su questa terra come uomini e donne, e la misoginia che c’è in ogni cultura non è una parte autentica della condizione umana. È vita sbilanciata, e quello squilibrio sta succhiando via qualcosa dall’animo di ogni uomo e donna che deve affrontarla. Abbiano bisogno dell’uguaglianza. Tipo subito." - Joss Whedon
 
Buon 8 marzo a tutte le donne e a tutti gli uomini che si battono per la parità.

venerdì 4 marzo 2016

BASKETS: amarezza venata di umorismo di un Pierot moderno


L'amarezza venata di umorismo è la nota distintiva di Baskets, la nuova serie di FX.  E non sorprende, se si pensa che a ideare la serie sono stati Louis CK (Louie), Zach Galifianakis e Jonathan Krisel (Portlandia, Man Seeking Woman) che è anche regista di tutti gli episodi dell’intera prima stagione.
Protagonista della serie è Chip Baskets (un dolente, pungente Galifianakis) che nella vita sogna di fare il clown professionale, con il nome di Renoir, e che per questo è stato a Parigi dove ha cercato di seguire un corso apposito, con insuccesso vista anche la sua inesistente conoscenza della lingua. Tornato negli Stati Uniti riesce solo a trovare lavoro, assunto da Eddie (Ernest Adams), come pagliaccio in un rodeo, dove si fa ammaccare corpo ed ego per quattro dollari all'ora, fra capitomboli, incornate e inclementi reazioni del pubblico. Penelope (Sabina Sciubba), la donna a cui lui ha chiesto di sposarlo, ha accettato solo per poter avere la carta verde, ma gli ha già detto esplicitamente che appena trova qualcuno di migliore lo lascia. Quando lei gli chiede 40 dollari per abbonarsi al canale HBO, lui deve chiederli in prestito al fratello gemello (sempre interpretato da Galifianakis), Dale  - e Chip e Dale sono in inglese quello che in italiano sono Cip e Ciop - con cui ha un pessimo rapporto.  Ad interessarsi a lui è Martha (Martha Kelly), un’addetta alle assicurazioni che diventa  valvola di sfogo delle sue frustrazioni e sua unica amica, a parte la sola altra donna della sua vita, per cui pure costituisce una delusione, sua madre Christine, interpretata da Louie Anderson, incredibilmente convincente nel ruolo di una donna – se non fosse per la voce quasi non te ne accorgeresti.
Chip Baskets è una specie di Pierot moderno, un clown triste, distrutto e sconfitto dalla vita, che lo abbatte e svilisce in una situazione che “è solo permanente”,  come dice lui stesso in riferimento al luogo in cui vive. Completamente assorbito dalle sue umiliazioni e dal suo dolore, non riesce a scamparle al punto di diventare occasionalmente patetico, ma resiste nonostante tutto.   
Sono diverse le tematiche affrontate dalla serie: le aspirazioni deluse; le amarezze della vita; la solitudine; la rabbia; i sacrifici in nome dell’arte a cui ci si dedica, invisibile agli altri, spesso ottusi; la frustrazione di non riuscire a trasmettere la bellezza e la grandezza del proprio sentire; la gentilezza, messa in contrasto ad una agire crudo e noncurante, cafone anche; la mescolanza di riso e dolore nel quotidiano.  
Si sente l’influenza di programmi autoriali come Louie, Girls, Togetherness, con momenti di grande pathos e riflessione esistenziale mischiati a commedia dell’assurdo, momenti di farsa e umorismo di tipo fisico per una produzione agrodolce sull’insoddisfazione di cui si rimane assolutamente soddisfatti.

giovedì 25 febbraio 2016

ANGIE TRIBECA: gustosissima parodia poliziesca

 
Ideata da Steve Carell e Nancy Walls Carell,  Angie Tribeca è una gustosissima parodia di procedurali polizieschi andata in onda sull’americana TBS. Angie Tribeca  (interpretata da Rashida Jones) e il suo nuovo collega Jay Geils (Hayes MacArthur) sono agenti della RHCU, che sta per Really Henious Crime Unit (Unità di Crimini Davvero Odiosi) della polizia di Los Angeles. Investigano su ogni tipo di omicidio sotto la direzione del tenente Pritkin “Chet” Atkins (Jere Burns). Ad aiutarli ci sono il collega DJ Tanner (Deon Cole, già esilarante in Black-ish) col suo partner canino David Hoffman (Jagger), di cui capisce al volo ogni abbaiata – ed è reciproca; e ci sono due abili medici legali, il dottor Edelweiss (Alfred Molina) e la serissima dottoressa Monica Scholls (Andréè Vermuelen).  
Moltissime sono le guest star, da James Franco a Gary Cole, da Lisa Kudrow a Bill Murray, da Adam Scott a molti altri ancora in una girandola di ruoli che spremono gag visive e verbali in ogni possibile angolazione – la serie è spassosa da vedere e rivedere per poter cogliere tutto. Il tono, per chi la ricorda, è più quello della serie TV Police Squad! (diventata in italiano Quelli della Pallottola Spuntata)  che non di Brooklyn Nine-Nine che, pur umoristica, è meno demenziale e più workplace comedy.
Molto dell’umorismo è creato dalla caricatura di tropi o comunque vezzi classici del genere poliziesco, come ad esempio una lo è stata conversazione in cui tutti iniziavano la propria frase con “con il dovuto rispetto” (1.01) o l’inseguimento di criminale di turno che, da parte del poliziotto, è diventata una serie di esagerati esercizi ginnici inutili alla situazione (1.01); ci sono i tormentoni e liturgie che si rafforzano nell’umorismo a mano a mano che si rivedono, a partire dalla sigla -  che ha un audio di un urlo che, ad ogni inizio di puntata o quasi, viene ripreso da qualcuno che sta gridando per qualche ragione (in 1.03 ad esempio un agente si è schiacciato le dita in uno schedario)  -  e nelle varie situazioni (il collega che vomita ogni volta che arrivano sulla scena dell’omicidio, il patologo che entra in sena ogni volta con una invalidità diversa che poi risulta finta); c’è la resa letterale di espressioni che, legata all’inglese, difficilmente riuscirà altrettanto divertente in italiano; c’è nonsense.
Si va dal raffinato al casereccio. Tutto è lecito per far ridere, e ci si riesce bene. La recitazione non ha una sbavatura. Le puntate della prima stagione sono 10.

martedì 16 febbraio 2016

VINYL: sesso, droga e rock & roll negli anni '70

 
È la classica triade sesso, droga e rock & roll, infarcita di atmosfere mafiose, il piatto forte della nuova attesissima serie della HBO Vinyl, ambientata nel mondo discografico degli anni ’70 e ideata da, nell’ordine in cui appaiono nei credits finali: Mick Jagger – il cui figlio James, bravo attore, ha pure un ruolo nei panni di Kip Stevens, musicista ancora grezzo che spera di sfondare con la band The Nasty Bits; Martin Scorsese (Boardwalk Empire in TV) – regista del notevole pilot, ricco di emozionanti inquadrature e tagli originali; Rich Cohen e Terence Winter (Boardawalk Empire, The Sopranos).
Siamo nel 1973, in una New York livida e derelitta. Richie Finestra (Bobby Cannavale, Boardwalk Empire, Third Watch, in un ruolo che incarna alla perfezione, finalmente protagonista) è un italo-americano che non ha la stoffa per diventare un musicista lui stesso, ma ha gusto e orecchio da vendere. Negli anni ’50 scopre il talento di un cantante di blues, Lester Grimes (Ato Essandoh) e ne diventa il manager, salvo poi lasciarlo legato a un contratto che lo vincola a canzonette che non desidera cantare nonostante le promesse di portarlo con sé. Seguendo l’insegnamento di chi gli dice che gli artisti con cui ha a che fare non sono suoi amici ma semplici prodotti, si costruisce una compagnia discografica, la American Century, che ora è in cattive acque ed è alla disperata ricerca di nuove voci, se non altro per figurare come un’azienda valida da poter essere venduta per un profitto. Richie vuole che i suoi collaboratori e dipendenti vadano per la strada, per la città, in cerca di future star capaci di sfondare, e a capire che cosa intenda sembra essere solo Jamie Vine (Juno Temple), la Peggy Olson (di Mad Men) della situazione, una donna che comincia distribuendo panini, ma ha ambizioni di carriera serie. Sul lato professionale al suo fianco c’è l’amico-collega Zak Yankovich (un Ray Romano che si è già ampiamente provato in ruoli drammatici con Parenthood e ancora più con il rimpianto Men of a Certain Age). Sul lato personale c’è la moglie Devon (Olivia Wilde, House) che ha un passato come membro della Factory di Andy Wharhol.
La serie cerca di fare per una decade, gli anni ’70, quello che Treme ha fatto per un luogo, New Orleans, ovvero mettere al centro di tutto la musica. Con riferimenti colti e appassionati, impregna e satura le vicende. A questo si aggiunge la frenesia e il delirio che vi si accompagnano, senza rivestimenti zuccherini, ma carichi di stati alterati di coscienza, carburati da abbondanti droghe di ogni tipo. L’eccitazione sonora si può facilmente trasformare in rissa, o in orgia. L’eccesso all’inseguimento di una passione, alternato a momenti atmosferici e quasi lenti, da riflessione, costituisce la cifra stilistica più riuscita della narrazione, che è però minata nell’originalità del gusto da una “Soprano-izzazione” delle vicende, problema che già gravava Boardwalk Empire. C’è una costante atmosfera da mafia anche lì dove magari la mafia nemmeno c’è.
Ad un certo punto c’è pure un omicidio, nel corso della prima puntata, un evento superfluo, e inutilmente violento, che peraltro chiude una scena scritta in modo anacronistico. Il personaggio che poi verrà ucciso con fare di disprezzo verso il Connecticut (Stato dove vive il protagonista) commenta che è un luogo dove vivono solo “ciucciacazzi” (parola loro) che abitano nei boschi e persone con la malattia di Lyme. Siamo nel 1973 però, e l’epidemia, se così possiamo chiamarla, di borrelliosi che colpisce la cittadina di Lyme che poi dà il nome alla malattia è del 1975.
Vinyl manderà magari in brodo di giuggiole i veri appassionati di musica, ma quello che ha da dire sembra già consunto, e mostra l’ebbrezza e l’intossicazione dell’esperienza artistico-musicale, ma non riesce a trasmetterla allo spettatore, al di là dello squallore.