venerdì 21 aprile 2017

FAMOUS IN LOVE: poco verosimile e rozza


In Famous in Love, Paige Townsen (Bella Thorne), senza la “d” finale nel cognome, come ripete di continuo durante il pilot,  è una studentessa con aspirazioni d’attrice che viene convinta dalla sua migliore amica, Cassie (Georgie Flores), a fare un’audizione per Locked, l’adattamento cinematografico di una saga YA molto popolare, e viene presa per una parte che la farà diventare famosa, a dispetto della favorita Alexis (Niki Koss). Tutti sono immediatamente colpiti dalla sua spontaneità e da come rende il dialogo credibile, compreso il protagonista con cui recita, Rainer Devon (Carter Kenkins). Le due amiche non sono immuni al suo fascino, anche se Paige ha una nascente storia sentimentale con un caro amico con cui divide l’appartamento in cui vive, Jake Salt (Charlie DePew),  uno sceneggiatore teatrale in erba – triangolo bello e servito. Nel film della finzione il triangolo sarà invece con Jordan (Keith T. Powers), che ha una complicata storia col rivale. La madre di Rainer, Nina Devon (Perrey Reeves), produttrice del film che ha necessità abbia successo, cerca di difenderlo dai giornalisti di gossip.  

Sviluppata per il canale Freeform  - le 10 puntate della prima stagione sono state rilasciate il 18 aprile 2017 - da I. Marlene King (Pretty Little Liars) sulla base dell’omonimo libro di Rebecca Serle, la serie adolescenziale nuota nei cliché, a partire dall’ingenuo talento che è troppo eccezionale per non essere riconosciuto. Per quanto in partenza non ci sia aspetti realismo, e si sappia che il percorso è quello del sogno realizzato che però ti rivela la pochezza umana di un ambiente che divora l’anima ed che il programma è destinato a un target di giovanissimi che magari questa storia non l’ha sentita ancora, la vicende sono blande e senza mordente. All’occasionale entusiasmo per il mondo glamour di belli e famosi e all’eccitazione per le nuove esperienze si alternano scene orride come quella di Nina che in un locale pubblico prende per la palle un giornalista scandalistico minacciandolo di violenza ancora peggiore in una scena che vorrebbe far capire la spietatezza dell’ambiente, ma che risulta solo tragicamente ridicola. Da vergognarsene.

La recitazione è accettabile, e forse anche di più per quanto riguarda i giovani, un po’  meno per il cast adulto, ma la serie, a giudicare dal pilot, è tutta molto. pre-confezionata, poco verosimile e un po’ rozza.

giovedì 13 aprile 2017

BIG LITTLE LIES: irresistibile


Basato sul libro “Piccole Grandi Bugie” di Liane Moriarty, Big Little Lies è stato previsto come miniserie, quindi come una sola stagione autoconclusiva (7 puntate), ma non sono pochi quelli che come me si augurano che alla HBO ci ripensino e trovino un modo per continuare una serie che, liberata dall’omicidio che alimenta la trama della prima stagione, ha comunque ampio potenziale per continuare a indagare la realtà messa in scena con successo. Anzi, se vogliamo, senza la parte investigativa, che è in fondo il pretesto per entrare nelle vite di queste persone,  la serie ne guadagnerebbe anche, per quanto la parte di thriller sia stata decisamente appagante. Qualche speranza c’è (si legga qui in proposito).  

Jane (Shailene Woodley) è una madre single, che era rimasta incinta in seguito a uno strupro, che si trasferisce nella piccola comunità di Monterey (California) insieme al figlio Ziggy (Iain Armitage). Il primo giorno di prima elementare, il piccolo viene accusato dalla compagna Amabella (Ivy George) di aver cercato di strozzarla e la madre della piccola, Renata Klein (Laura Dern),  sposata con Gordon (Jeffrey Nordling), vuole tenerlo a distanza. Dal momento che non ci sono vere prove, e che Ziggy è un bambino sensibile che dice di non averlo fatto, la madre le crede e riceve il sostegno e l’amicizia di altre due madri. Si tratta di Madeline (Reese Whitherspoon), sposata in seconde nozze con Ed (Adam Scott), dopo il divorzio da Nathan (James Tupper), risposatosi con Bonnie (Zoë Kravitz), e con una figlia adolescente, Abigail (Kathryn Newton), dal primo marito e una bimba, Chloe (Darby Camp), compagna di classe di Ziggy, che si dedica agli spettacoli teatrali della scuola; e di Celeste (Nicole Kidman), madre di due gemelli, una ex-avvocatessa che per far piacere al marito Perry (Alexander Skarsgård) ha rinunciato al lavoro fuori casa e che ha con lui un rapporto violento. I loro rapporti vengono messi in scena nella consapevolezza che qualcuno di loro, non sappiamo chi, è stato ucciso: questo inquadra e interrompe occasionalmente le vicende con i brevi flash di interviste che gli investigatori fanno alle persone della comunità, che danno la propria opinione su quello che sapevano.

Il cast di nomi di prim’ordine è indubbiamente un catalizzatore di attenzione per questa serie che, di fatto, sarebbe stata forte a sufficienza anche senza cotante star. David E. Kelley, ideatore e sceneggiatore della totalità delle puntate (e la regia è tutta di Jean-Marc Vallée), è sempre stato un autore di prim’ordine, basti pensare ai vari Picket Fences, Chicago Hope e The Practice. Dopo Ally McBeal però era “andato un po’ a male”, nel senso che si era fatto troppo spesso prendere la mano dai suoi tic letterari e umoristici ed era diventato inguardabile, accumulando parecchi insuccessi (Snoops, The Wedding Bells, The Brotherhood of Poland, New Hampshire, Harry’s Law, The Crazy Ones). Qui, ora, sembra tornato in forma smagliante ed è facile ricordarsi quanto acuto ha sempre saputo essere.

La serie esamina i rapporti di una piccola comunità, di come piccole eventi possano portare a cascata conseguenze massicce, di come qualcuno possa facilmente venire ostracizzato. Un tema fondante è quello della violenza domestica, un argomento tradizionalmente molto difficile ma portare sullo schermo trattato con realismo e intelligenza. Si mostra come possa esserci un’escalation di violenza anche fra persone che magari in partenza si amano genuinamente e di come non sia facile uscire da situazioni simili anche quando dall’esterno sembrerebbe la cosa scontata da fare. Con Ziggy frutto di uno stupro, rimane sempre in sottofondo la percezione che forse, nella sua apparenza mite, il piccolo porta in sé i geni di qualcuno violento, mentre i figli Celeste e Perry, che vivono in un contesto violento anche quando i genitori fanno tutto per nasconderlo, magari crescono apparentemente come bambini normali. Importano genetica o ambiente? Con la fine (1.08) a questo viene in qualche modo data una risposta. Si è sottilissimi nel far riflettere su diversi aspetti. Così come  si parla molto di educazione dei figli – Abigail, ad esempio, decide di mettere all’asta la sua verginità su Internet per dare i proventi ad Amnesty International come forma di protesta per lo sfruttamento sessuale che c’è nel mondo, cosa non incontra il favore dei genitori e crea contrasti fra i genitori divorziati su come va gestito – e del ruolo dei genitori nella vita dei figli – Renata e Jane alla fine sono due madri entrambe preoccupate del possibile bullismo nei confronti dei propri figli-, di rapporti di coppia, di amicizia fra donne. Si è onesti e pregnanti con un commento sociale e intimo psicologicamente acuto. Si aggiungano scenari mozzafiato ed il gioco è fatto: irresistibile.

lunedì 3 aprile 2017

Z: le vite di Zelda e Francis Scott Fitzgerald


Farà tornare voglia di leggere capolavori della letteratura americana come Di qua dal Paradiso, Belli e Dannati, e Tenera è la Notte, se mai ce ne fosse bisogno, la serie Z: the beginning of everything, ideata per Amazon da Dawn Prestwich e Nicole Yorkin sulla base del libro “Z: a novel of Zelda Zitzgerald” di Therese Anne Fowler e dedicata alla vita di eccessi e grande scrittura di Zelda Fitzerald e del consorte Francis Scott Fitgerald, i sui capolavori letterari sono tutt’ora celebrati (Il Grande Gatsby su tutti).
La serie debutta quando Zelda  - una radiosa, perfetta Christina Ricci - è ancora  una giovanissima Southern Belle, una bellezza del Sud, in una Montgomery (Alabama) vincolata a rispettabili rituali borghesi, che fa preoccupare i genitori per il suo comportamento ribelle: non arriva mai puntuale a cena, scappa di nascosto, indossa calze velate, va con le amiche a strombazzare il clacson e a imbarazzare i ragazzi che si recano dalle prostitute, svolazza fra una festa e l’altra. È proprio in una di queste occasioni mondane che incontra quello che diventerà l’amore della sua vita, quel Francis Scott  - David Hoflin, che sembra un casting poco azzeccato a prima vista, ma che decolla poi con una solida padronanza delle insicurezze, oltre che dell’ambizione e della voglia di divertirsi del suo alter ego reale - che per ora è solo un soldato che aspira a diventare il grande scrittore che sa di essere, ma che gli editori respingono. Il padre di lei (David Strathairn), un giudice severo, teme che il giovanotto non vada bene sufficienza per la figlia.
Nel corso della prima stagione li vediamo frequentarsi, sposarsi, amarsi, e dedicarsi a una vita di party frenati, alcool e droga nella spregiudicata e snobistica New York, fra momenti di grande intimità e gioia di vivere, e momenti di solitudine e paura, fama e debiti. Il loro rapporto matrimoniale, e la loro complicità verso il mondo esterno, diventa presto il fulcro delle vicende. Così come vediamo lei essere la musa di lui, non solo per la sua presenza nella sua vita, ma per le sue osservazioni, in lettere e diari, che diventano per lui spunto nella sua scrittura. Come è stato osservato da molti, la serie non riesce seriamente a cogliere a pieno la loro alchimia però, intrappolati in caratterizzazioni superficiali e “generiche”, e non riesce a trasmettere che cosa li abbia fatti diventare sul serio icone dei Ruggenti Anni Venti e allo stesso tempo simboli della Generazione Perduta, con il mondo postbellico solo come scenario dipinto, per così dire, e con un cast di supporto molto solido, ma facilmente dimenticabile.
Nel tumulto delle loro vite, di lei non ci sono ancora i segni dello squilibrio mentale degli anni successivi, di lui si vedono sicuramente le premesse dei problemi di alcolismo. Zelda era non convenzionale e un’acuta osservatrice, con molto più potenziale di quanto la gente intorno a lei le riconoscesse di avere. Questo traspare, così come la sua vulnerabilità, ma Z non riesce ad essere la rivelazione che potrebbe essere: si coglie che Francis Scott non era solo un narcisista arrogante e che Zelda non era solo una capricciosa flapper, ci sono momenti di genuino insight, ma se la coppia risplendeva nell’elite culturale dell’epoca, non lo stessa sorte ha la serie, pur buona.

sabato 25 marzo 2017

TABOO: pesante


Nella serie Taboo, prodotta da BBC1 ed FX, siamo nella prima metà della seconda decade dell’Ottocento. James Delaney (Tom Hardy, The Revenant), creduto morto da tempo, torna dall’Africa nella madre patria Inghilterra in occasione del funerale del padre, morto per avvelenamento da arsenico. Eredita un piccolo ma strategico pezzo di terra, Nootka Sound, che è conteso dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, che sono in guerra. A difendere gli interessi della Corona in particolare è la Compagnia delle Indie Orientali, alla cui presidenza c’è Sir Stuart Strange (Jonathan Pryce, l’Alto Passero di Game of Thrones), che cerca con ogni mezzo di fargli cedere l’immobile. Fra loro c’è un forte braccio di ferro fatto di astuzie e violenze, a cominciare, dopo che si rifiuta di cedere, dal suo tentato omicidio, che costringe il protagonista a rivolgersi al medico americano Dumbarton (Michael Kelly, House of Cards).  In occasione della divisione dell’eredità salta fuori anche la vedova del defunto, Lorna Bow (Jessie Buckley), un’attrice. Nel tornare a casa, James ricontatta anche la sorellastra Zilpha Geary (Oona Chaplin) – quando è entrata in scena sembrava Amy Winehouse in “Back to Black” -, con cui ha avuto una relazione incestuosa. Il marito di lei, Thorne (Jafferson Hall, Vickings), non lo sopporta, e dal canto suo James, che è tornato non tutto apposto con la testa e con visioni e poteri sovrannaturali, la possiede in forma “telepatica”. Il fedele servitore Brace (David Hayman) conosce importanti segreti del passato dell’uomo.

Ideata dal Tom Hardy insieme al padre Edward Hardy e a Steven Knight (Peaky Blinders), la serie colpisce in positivo prevalentemente per la scenografia, mentre rimane la sensazione che sia altrimenti più pretenziosa che altro e che si prenda troppo sul serio. Un forte gusto per la violenza e la brutalità - gli scontri fisici fra Delaney e i suoi attentatori (1.04), il waterboarding e altre forme di tortura (1.07), la violenza domestica ai danni di Zilpha e il suo esorcismo (1.04) - e un gusto quasi felliniano per atmosfere al limite del grottesco - dalla raffigurazione delle prostitute, agli incontri di travestiti, alla rappresentazione quasi disturbante del principe reggente - aggiungono ai toni cupi un senso allucinatorio e demoniaco, e una perenne sensazione di minaccia e putrefazione. Sebbene Hardy sia un’eccellente presenza scenica sotto più punti di vista, Delaney è il tipo perennemente brooding che si esprime con poco più di monosillabi. La trama, svolta in modo lento, è avvincente ma il risultato, seppur con i suoi meriti, è ugualmente pesante.

I poteri magici sessuali dell’uomo potranno forse far riferimento alla figura folcloristica dell’incubo ma, sebbene meno risibile, non mi è sembrata più convincente, concettualmente parlando perché visivamente siamo ovviamente su un altro pianeta, di quella di Cruz Castillo e Sandra  Mills nella soap opera Santa Barbara (negli anni ’80), dove lei godeva per via telepatica quando lui faceva l’amore con la moglie Eden. Alcuni storici (cfr The Telegraph) poi si sono rammaricati della rappresentazione storicamente inaccurata della Compagnia delle Indie Orientali, dipinta come un incrocio fra la CIA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, e la più potente e malvagia multinazionale sul pianeta, cosa che non era.

Alle 8 puntate della prima stagione è previsto che  seguano altre due stagioni.


mercoledì 15 marzo 2017

FLEABAG: una dark comedy dolorosa ed esilarante


Nel pilot della serie comica Fleabag (BBC3, Amazon), la protagonista arriva a casa del padre nel mezzo della notte e gli dice: “Ho l’orribile sensazione di essere una donna avida, pervertita, egoista, apatica, cinica, depravata e moralmente corrotta che non può nemmeno definirsi una femminista”. “Beh”, esita un momento il padre, “Hai preso tutto da tua madre”. All’autodemolizione del personaggio, di cui non a caso non conosciamo mai il nome (così come accade per altri all’interno della serie), ma solo il nomignolo del titolo, che potremmo tradurre in italiano come “sacco di pulci”, “topaia”, “cesso”, segue una battuta che, se fa ridere, è allo stesso tempo spietata. Rende bene il tono della serie che è inteso come uno studio sul dolore, sulla difficoltà di esprimerlo, sulle maschere e le strategie usate per coprirlo, e che, pur cedendo alla malinconia e a molta drammaticità, assicura risate vigorose, non mancando mai di lasciare come preminente un forte senso umoristico e ironico, accentuato dalla tecnica di rompere la quarta parete, per commentare con lo sguardo e le parole quanto accade e cercare la complicità dello spettatore. Se in House of Cards, che pure usa questa tecnica, accade occasionalmente, qui è un elemento ricorrente, usato con sagacia e efficacia.

Fleabag -  a cui dà il volto Phoebe Waller-Bridge, che ha sviluppato la serie sulla base di un’opera teatrale da lei stessa scritta e interpretata -  è una giovane londinese che gestisce da sola, dopo che la sua amica e partner in affari Boo (Jenny Reinsford) è accidentalmente morta, un locale in crisi che ha come logo e leit motiv un simpatico porcellino d’India. Ha perso la madre in giovane età, e nella sua vita ci sono la sorella Claire (Sian Clifford), bella, posata e di successo, sposata con Martin (Martin Gelman),  il padre (Bill Paterson) emotivamente distante e una matrigna (Olivia Colman) passivo-aggressiva che lei non sopporta e da cui ruba una piccola scultura a inizio di stagione. Ha una serie di relazioni con uomini diversi: da tempo, a intermittenza, con Harry (High Skinner); brevemente con “il roditore dell’autobus” (Jamie Demetriou), un ragazzo dai denti sporgenti; con l’attraente “arsehole guy” (Ben Aldridge), dove il nickname potrebbe sì significare “il tipo stronzo”, ma qui è da intendersi in modo più letterale come il “ragazzo del buco del culo” per il fatto che ama il sesso anale. Nella sua vita ha un posto anche il manager di una banca (Hugh Dennis) a cui lei si rivolge, senza successo, per un prestito.

Fleabag si comporta come una ragazzina dispettosa e un po’ fuori di testa, pronta sempre a combinarne una, allegramente diabolica, offensiva anche, o comunque senza filtri o senso di appropriatezza - la “sorpresa” nella doccia fatta al suo fidanzato fa scompisciare dal ridere anche solo a pensarci ed emblematico è il suo comportamento in occasione di una sorta di ritiro in cui a lei a alla sorella viene richiesto di rimanere in silenzio. Agisce con distacco e menefreghismo, è triste, auto-distruttiva e intensamente sola  - in fondo il suo rompere la quarta parete è un segno di alienazione, quasi un appigliarsi a un esterno dove la sua realtà non le basta. È cupa e briosa allo stesso tempo. Con una riuscita mescolanza di commedia e tragedia si parla di fragilità e connessione umana.  “Penso che [il mio obiettivo] fosse davvero di parlare di amicizia in un modo che evitasse il sentimentalismo delle migliori amiche per sempre, e anche di mostrare come possiamo darla per scontata, e la perdita, la profonda perdita di qualcuno che ti conosce meglio di chiunque altro” (AV Club)Una dark comedy che è uno dei migliori debutti del 2016.   

sabato 4 marzo 2017

TIMELESS: avventure in viaggio nel tempo


È il genere di telefilm che non è soddisfatto se non c’è almeno una scazzottata o una sparatoria a puntata: tenuto a mente questo, Timeless ha quella stessa certa ingenua godibilità che hanno i suoi precursori di storie di viaggio nel tempo come Quantum Leap o Voyagers! - I Viaggiatori del Tempo

Garcia Flynn (Goran Višnjić, ER) ruba dai laboratori dell’ideatore Connor Mason (Paterson Joseph) una macchina del tempo, intenzionato a modificare il passato per scopi personali, e il governo arruola la professoressa di storia Lucy Preston (Abigail Spencer, Rectify), il militare della Delta Force Wyatt Logan (Matt Lanter, 90210) e l’ingegnere Rufus Carlin (Malcolm Barrett, The Hurt Locker) per fermarlo, utilizzando il prototipo di una navicella più piccola, una “Lifeboat”, una scialuppa di salvataggio. I tre vengono affidati a un’agente del dipartimento di sicurezza nazionale, Denise Christopher (Sakina Jaffrey), e fra i programmatori c’è la fidanzata di Rufus (Claudia Doumit).

Ideata da due nomi di rilievo dell’industria televisiva, Shawn Ryan (The Shield) e Eric Kripke (Supernatural, Revolution), lo storytelling rimbalza con agilità di puntata in puntata in diversi momenti storici (in gran parte legati agli Stati Uniti): il disastro Hindenburg (1.01), l’assassinio di Lincoln (1.02), lo scandalo Watergate (1.06), la missione dell’Apollo 11 (1.08), Bonnie e Clyde (1.09), Jesse James (1.12), Al Capone (1.15)… Alla narrativa verticale autoconclusiva se ne affianca una orizzontale carburata dalla presenza di una società segreta, la Rittenhouse, che nel tempo cerca di dirigere gli eventi storici a proprio piacimento agendo per scopi che sono ovviamente loschi, nebulosi e segretissimi. Lucy scopre di essere più collegata a tutto questo di quanto vorrebbe, e Flynn è in possesso di un diario scritto nel futuro di Lucy che dimostrerebbe come lui in realtà è dalla parte della ragione.
 
Gli spostamenti nel tempo sono molto meccanici: l’apparecchio con cui si muovono è una grande palla che si apre come un occhio, circondata da due fasce metalliche che ruotano vorticosamente. È quasi pittoresca nel suo essere all’antica e quasi umoristica per come causa una folata di vento sui presenti quando parte. Si sorride, e in questo caso è voluto, anche dei nomi finti che i personaggi si attribuiscono chiamandosi come persone o figure della cultura pop.

Tutti i protagonisti – interpretati da un solido cast - sono in qualche maniera motivati da ragioni familiari. Il cattivo della situazione Flynn vuole cambiare gli eventi che hanno portato al potere la Rittenhouse, colpevole a suo dire dell’assassino di sua moglie e figlia, che vuole riavere; Wyatt, vedovo inconsolabile, pure vuole riportare in vita la moglie; Lucy, il cui primo viaggio ha cancellato la sorella dall’esistenza, vuole che possa esserle restituita; Rufus, che in quanto nero non vede di buon occhio dover andare in epoche storiche in cui la vita per quelli con il suo colore di pelle era anche peggiore di ora, e che è l’unico in grado di pilotare la navicella, viene costretto a registrare quanto avviene nel passato sotto minaccia di violenza alle persone a cui tiene.

C’è l’eterno dilemma etico-morale di questo genere di avventure, ovvero se sia giusto e legittimo modificare il passato, e una certa sincera fiducia che quello che ci tramandano i libri di storia sia la verità.  Ne esce un’avventuretta gradevole, ma poco più. Se una qualche riflessione su come si sono modificati i costumi e sull’impatto sociale di determinati eventi c’è, è solo tangenziale e superficiale. 

giovedì 23 febbraio 2017

CRAZY EX-GIRLFRIEND: la seconda stagione


Apprezzata dalla critica, e per questo rinnovata per una terza stagione nonostante i numeri dicano che sia la serie meno vista della TV, Crazy Ex-Girlfriend ha appena concluso una seconda stagione che, ancora una volta, risulta altalenante, al di fuori dei numeri musicali che riescono sempre a convincere (The Math of Love Triangle; Remember that we suffered; il goduriosamente meta “Who’s the new guy”…). A momenti brillanti e di grande impatto per il loro significato culturale, ne seguono altri in cui il livello sembra quasi amatoriale e fastidiosamente ingenuo. Lascia decisamente frustrati in molti momenti, ma alla fine vale comunque la pena.

La nuova sigla di apertura, con il suo balletto vagamente anni ’30, segnala che siamo in una nuova fase. Il controverso titolo assume ora un nuovo significato. Dal testo della canzone veniamo indirizzati a vedere nella protagonista solo in fondo una persona trascinata dai sentimenti: l'amore ti rende pazzo, per cui chiamarla pazza significa solo definirla innamorata. Veniamo spinti contemporaneamente a mettere in dubbio questo assunto: “sono solo una ragazza innamorata”, “non posso essere ritenuta responsabile delle mie azioni”, “non ho problemi sottostanti da affrontare / sono carina da matti e adorabilmente ossessionata”. Se nel corso della stagione Rebecca (Rachel Bloom) sembra raggiungere un maggior equilibrio rispetto al passato, con la conclusione si torna a delle atmosfere più dark. Il senso ironico di questa parte del testo canoro è in qualche modo sempre sotto la superficie della narrazione, ma esplode con il finale dove, insieme al riprendere esplicitamente nel dialogo diegetico la dicitura “non ho problemi sottostanti da affrontare”, il fatto che non abbia difficoltà psicologiche irrisolte si rivela in tutta la sua falsità. Non solo si scopre un passato finora ignorato della protagonista che ha trascorso un periodo in ospedale psichiatrico, ma Rebecca affonda miseramente di fronte a un fresco caso di quello che è il reiterato dolore della sua vita, l'abbandono da parte di tutti gli uomini a cui ha voluto bene, a partire dal padre (John Allen Nelson).

Sognare e volere e combattere contro i mulini a vento per qualcosa che non si riesce mai ad ottenere, guardando ai segni e credendo fideisticamente alla magia dell’amore, è stato sempre il motore della vita di Rebecca. Le conseguenze di questo atteggiamento sono state il filo conduttore della narrazione così come in generale lo è stato il riflettere sui nostri desideri di forzare le relazioni lì dove è evidente che non vogliono andare. Il tema lo si affronta con Rebecca, ma anche nel rapporto fra Paula (Donna Lynne Champlin) e Darryl (Pete Gardner) – grandiosa in proposito “You’re My Best Friend (and I Know I’m Not Yours)” (2.11) – o Trent (Paul Welsh) e Rebecca. L’amicizia e il suo significato, e in particolare anche l’amicizia fra donne (“Friendtopia”), è stata una bella, forte tematica della stagione, con l’inaspettato, riuscito avvicinamento con Valencia (Gabrielle Ruiz) e temporaneo doveroso allontanamento con Paula. Coltivare un rapporto sereno con le altre donne ha anche permesso a Rebecca di ricostruirsi un'identità, cercando di non farla dipendere esclusivamente da un amore romantico con un uomo. Il sottotesto femminista si è fatto più forte e, citando espressamente la “bad feminist” di Roxane Gay (2.05), si è ammessa la vulnerabilità del cercare di conciliare l'importanza di empowerment con ragionevoli desideri che in apparenza potrebbero contrastare con principi di indipendenza. Proprio in prospettiva femminista ha deluso l’idea di far diventare Heather (Vella Lovell) la ragazza immagine per una lavanda vaginale, considerato che sono considerate dannose per le donne.

Notevole è stata invece la scelta di mostrare la decisione di Paola di abortire (2.04). La modalità in cui questo è avvenuto, in modo relativamente poco drammatico, come una scelta pragmatica di una donna adulta che sa quello che vuole - nel suo caso è già madre, sa di non poterselo economicamente permettere e vuole continuare a studiare per diventare avvocato e seguire il sogno di una vita (“Maybe this dream” in 2.02 )-, è stato rincuorante ed è in linea con quanto gli studi sull'aborto dimostrano essere spesso questo tipo di scelte (si legga in proposito, volendo, Pro di Katha Polit). Una storyline similare c’è stata in Jane the Virgin (con il personaggio di Xiomara), sempre della CW, e non si può che applaudire questa tendenza che è evidentemente una scelta del network.

L'uscita di scena di Greg (Santino Fontana), è stato un duro colpo per la serie, perché ha eliminato una delle colonne portanti del programma. È stata realizzata in modo acuto, rivelando una mai ammessa dipendenza da alcool del personaggio. ATTENZIONE SPOILER. Diversamente dal colpo di scena dell'ultima puntata, che vede Josh (Vincent Rogriguez III) optare per un futuro - decidere di farsi prete - che esce dal nulla, totalmente ingiustificato se non ai fini di un colpo di scena scioccante, la rivelazione relativa a Greg è stata inaspettata, ma ha avuto senso. Josh, che è stato esplorato più approfonditamente, è sempre stata la fantasia romantica per eccellenza per Rebecca, ma con lui non ha mai avuto una vera intesa. E il venir meno di Greg ha reso deprimente per lo spettatore seguire un amore per cui non c'era intesa. In questo davvero, la serie si presenta come l'anti rom-com. La chiusura di stagione lascia intendere che la direzione in cui vogliono andare è quella di esplorare ulteriormente l'eterna ossessione di Rebecca per Josh, prima espressa come amore, d’ora in poi come vendetta. Il potenziale per un vero rapporto romantico però c’è con la nuova entrata del capo di lei, Nathaniel (Scott Michael Foster, Greek), succube dell’approvazione di un padre per il quale non sarà mai efficiente a sufficienza (“Man nap” in 2.12 è un must). I due personaggi, hanno una fantastica dinamica di odio-amore, e una formidabile intesa fisica – esplorata in modo esilarante da “Let’s have intercorse”. Le scintille ci sono già state e in fondo il senso sella serie non è quello di non credere nell’amore, ma di non credere in una fantasia precostituita dell’amore da cui far dipendere tutto il resto come se potesse far sparire ogni altro problema dalla propria vita (“We’ll Never Have Problems Again”).

mercoledì 15 febbraio 2017

LEGION: una giostra delirante e appagante


Bastano in primi tre minuti di Legion, in cui in flash successivi che ne ripercorrono la vita - sublime la staffetta fra le scene -, si vede il protagonista passare da un bellissimo sdentato bebè sorridente a un giovane uomo ricoverato in un ospedale psichiatrico, per decidere che questa è una serie che vale la pena vedere: inventiva, sperimentale e con una regia da capogiro. È mozzafiato nell’essere cervellotica e allucinatoria (sebbene non ermetica come il remake de Il Progioniero), e con un pizzico di giocosità, ma con una visione precisa.

Ideata da Noah Howley (Fargo) per FX sulla base di un personaggio dei fumetti della Marvel creato da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz, la serie è ambientata in un universo parallelo a quello dei film degli X-Men. David Haller (uno Dan Stevens che sembra fortemente ringiovanito rispetto al ruolo di Downton Abbey che lo ha reso famoso) è un mutante con poteri mentali, fra cui la telecinesi e la telepatia, a cui è stata diagnostica una schizofrenia paranoide sin da bambino. Spesso per lui il confine fa realtà e illusione è molto labile. Nell’ospedale psichiatrico in cui è ricoverato, il Clockworks, diventa amico di Lenny (Audrey Plaza, Parks and Recreation), un’eterna ottimista nonostante i problemi di alcol e droga, ma la sua vita cambia completamente quando lì conosce Syd Barrett (Rachel Keller)  - il suo nome è un omaggio al musicista dei Pink Floyd la cui musica è stata anche di ispirazione per la serie – che diventa la sua “fidanzata” e che non vuole in alcun modo essere toccata (quando accade si capisce il perché). In realtà, anche se ancora non se ne rende conto, ha dei superpoteri, ed è per questo che viene sottoposto a intensivi colloqui da parte dall’Interrogatore (Hamish Linklater, The New Adventures of Old Christine). Alla fine del pilot, aiutato a scappare, conosce una terapeuta che diventerà importante per il suo futuro, Melanie Bird (Jean Smart). Lo scienziato Cary Loudermilk (Bill Irwin), la savant Kerry Loudermilk (Amber Midthunder) e Amy Haller (Katie Aselton), la sorella maggiore di David, completano il cast che circonda il protagonista.

Se un simile personaggio in TV forse non sarebbe stato possibile prima di Mr Robot, un giovane uomo che scopre che quella che credeva la sua debolezza è in realtà ciò che lo rende unico e speciale è ormai un classico nella genesi dei supereroi. Non c’è niente di veramente nuovo su questo fronte perciò. Stevens è abile nel precipitare il suo personaggio in momenti di cupa disperazione seguiti da altri di sorridente equilibrio. Ma anche qui, c’è un certo spassoso distacco da quello che nel mondo reale sarebbe un doloroso vissuto le cui cicatrici sarebbero ben più radicate dell’eyeliner sotto gli occhi di Lenny e gli psichiatri beni più competenti e meno supponenti – almeno si spera – di quello fa la lezioncina a Syd su come tutti gli animali abbisognino di contatto fisico per sentirsi amati. La normalità denigrata come qualcosa a cui uno viene costretto – citando Einstein e Picasso come esempi di persone che normali non erano – suona abbastanza trita. Non è in questo che la serie sorprende a abbaglia.

Quello che qui è straordinario è come si è scelto di raccontare la diversità del personaggio. La narrazione si affida alla scomposizione e alla distorsione, e diventa disorientante, un trip fantasmagorico nelle allucinazioni visive e uditive del personaggio che prendono forma anche per lo spettatore in una giostra delirante che nel suo vorticare mescola pensieri, immagini, e suoni, va avanti e indietro, dentro e fuori la mente del protagonista. La regia imprime un moto ad una trottola di tagli e movimenti di camera e scenografia e uso delle luci e dei costumi, ora moderni ora retrò, da vertigine. Matt Zoller Seitz (Vulture) ci vede gli influssi di Wes Anderson e Bob Fosse. Quello che è certo è che questo è il punto di forza. Se le otto puntate previste per la prima stagione si mantengono sul tracciato del pilot sarà una autentica goduria.     

giovedì 9 febbraio 2017

STRANGER THINGS: nostalgico


Siamo nel 1983, in una cittadina dell’Indiana chiamata Hawkins. Un ragazzino di 12 anni, Will Byers (Noah Schnapp), svanisce misteriosamente nel nulla. Lo cercano sia la madre Joyce (Winona Ryder), disperata, che si rivolge al capo della polizia Jim Hopper (David Harbour), sia i compagni di giochi, Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo) e Lucas (Caleb McLaughlin) che si imbattono in una ragazzina con i capelli rasati a zero, Undici, Eleven detta El (Millie Bobbie Brown) in originale, con poteri mentali particolari, fra cui la telecinesi, scappata da un laboratorio dove una serie di scienziati faceva esperimenti su di lei cercando di potenziare e usare queste sue capacità. A dirigere l’agenzia governativa segreta è un uomo che la ragazzina chiama papà, il dottor Martin Brenner (Matthew Modine). Loro, così come il fratello di Will, Jonathan (Charlie Heaton), e la sorella di Mike, Nancy (Natalia Dyer), entrambi adolescenti, scoprono in modo separato, per poi unire le forze, che il ragazzino è stato rapito da una mostruosa creatura - un enorme mostro antropomorfo con la testa che sembra una pianta carnivora gigante -, e portato nel “sottosopra”, una specie di dimensione parallela.

Stranger Things, ideata dai fratelli Matt e Ross Duffer, una delle serie più apprezzate del 2016, è prima di ogni cosa un’operazione nostalgica. Insieme alla collocazione temporale recupera lo spirito narrativo e riproduce gli stilemi estetici di quell’epoca. Le storie si prendono sul serio, senza ironia, ma anche senza cinismo, e il gusto è quello di una storia per ragazzi. È sicuramente apprezzabile anche da un adulto, ma ha la sensibilità, l’innocenza e l’ingenuità di una avventura ancora infantile, un po’ alla Spielbergiana maniera, uno degli autori qui più evocati (c’è la piccola Eleven in vestito e parrucca alla ET, tanto per dirne una), insieme a Stephen King. Entro questi limiti, che qui vengono fatti diventare punti di forza, la serie è estremamente ben realizzata, compatta, senza sbavature. È una storia multi generazionale – gli adulti, gli adolescenti, i pre-adolescenti – e di amicizia, che permette di superare il bullismo e di sconfiggere i mostri. I personaggi vivono situazioni inquietanti, ma non sono abbandonati a loro stessi, e trovano sostegno e una soluzione.

Prelapsario, ha definito Emily Nussbaum il loro mondo di walkie-talkie, telefoni fissi e ragazzini che girano ovunque a piacimento in bicicletta. Ha acutamente osservato come c’è un raro rispetto per il dolore di tutti, adulti e ragazzi. Joshua Rothman, sempre sul New Yorker, lo vede come un esperimento profondamente americano, dove l’ottimismo si scontra con l’atavismo, dove personaggi odierni coraggiosi, egualitari, aperti, onesti, si contrano con l’orrore alla Lovecraft-maniera dove nell’esplorare l’universo scopriamo che la normalità è l’orrore, non la bellezza,  e caratterizzato dall’indifferenza del cosmo, la vastità del tempo e la natura come qualcosa di alieno, cose che sono la memoria di un passato turbolento e paranoico. Il presente insomma si scontra con il passato, con paure che speravamo di esserci lasciati alle spalle.

Una parte di me non è certa di quanto il mostro sia inteso esplicitamente come il prodotto della violenza prodotta dalla figura paterna sulla piccola Eleven – volendo del patriarcato sulle giovani donne – o quanto meno la fuga, se non la creazione del mostro, siano dovuti ai ripetuti abusi, ma in questo c’è sicuramente anche un margine, nella seconda stagione promessa da Neflix dopo il successo delle 8 puntate della prima stagione, per un possibile ritorno di Eleven che si sacrifica in conclusione per salvare tutti.  

giovedì 2 febbraio 2017

RIVERDALE: un teen drama imbevuto di citazioni


Dopo un’estate trascorsa a lavorare per l’azienda di costruzione del padre Fred (Luke Perry, Beverly Hills, 90210) per “costruirsi il carattere”, periodo durante il quale ha avuto una relazione sessual-sentimentale con la sua insegnante Geraldine (Sarah Habel), l’adolescente Archie Andrews (KJ Apa) ricomincia la scuola. Viene incoraggiato a giocare a football, ma il suo cuore lo spinge a dedicarsi alla musica, nonostante non abbia fortuna nel cercare di far cantare i suoi testi alla band più popolare della scuola, Josie and the Pussicats, di cui leader è Josie (Ashleigh Murray). Betty Cooper (Lili Reinhart), che si sforza di essere una persona perfetta e che ha da tempo una cotta per lui, è spinta dal suo migliore amico gay Kevin (Casey Cott) a dichiarasi, e lei è incerta se farlo o meno, specie ora che in città è arrivata la bellissima e abbiente Veronica (Camilla Mendes), proveniente da New York insieme alla madre Hermione (Marisol Nichols), dopo che si è lasciata alle spalle uno scandalo che riguarda il padre. Le due ragazze diventano subito amiche, sebbene la madre di Betty, Alice (Mädchen Amick, Twin Peaks), cerchi di metterla in guardia. Come racconta il narratore della serie Jughead (Cole Sprouse), amico di Archie, quella appena passata non è stata un’estate come le altre. La comunità si è appena ripresa dalla tragica morte, il 4 luglio, in circostanze mai del tutto chiarite, di un ragazzo il cui corpo non è stato ritrovato, Jason Blossom. Gli è sopravvissuta la sorella gemella, Cheryl (Madelaine Petsch), ricca e maleducata, che non è la sola in città a mantenere dei segreti su che cosa sia veramente successo il giorno della scomparsa del fratello. Siano a Riverdale.

La nota principale del nuovo teen drama della CW (di cui Netflix ha acquisito i diritti di distribuzione internazionale) è quanti echi rimanda. Già i personaggi non sono degli originali, ma sono basati esplicitamente su quelli dei classici fumetti della casa editrice Archie Comics  - gli stessi nomi di Archie, Betty e Veronica, coinvolti in un triangolo amoroso, sono forse familiari a tutti, anche a quelli che i fumetti non li hanno mai letti; il personaggio di Archie ha debuttato nel 1941. Nel DNA della serie però si riconoscono facilmente, anche senza citazioni dirette (pur visibili nel casting adulto, ad esempio), ma solo per le formulazioni dei dialoghi e per le pure sensazioni evocate, i molti progenitori, da Berverly Hills, 90210 (basterebbe la giacca indossata dal protagonista), a Dawson’s Creek (la storia d’amore con l’insegnante), The OC (la ragazza arrivata da fuori), Gossip Girl (il narratore, la mean girl), Pretty Little Liars (il compagno di scuola scomparso), Twin Peaks (il cadavere, l’epoca evocata), Peyrton Place (i segreti), Happy Days (il locale dove si ritrovano i ragazzi), Mad Men (a Betty si nomina Batty Draper)… Fra parentesi ho indicato un piccolo aggancio, ma l’homage va più a fondo di un unico elemento. Ogni puntata poi rende ossequio a un diverso film: River’s Edge, The Last Picture Show,  Body Double, Touch of Evil(EW) E i riferimenti espliciti al’immaginario culturale high e low brow sono innumerevoli.

Siamo indubbiamente nella seconda decade degli anni 2000, e si è più dark, ma l’estetica (nella scenografia e nei costumi ad esempio) e una qualche sensibilità emozionale riportano a galla il periodo a cavallo fra la fine degli anni ‘40 e gli inizi degli anni ‘50. Il retrogusto pure è quello che si associa a quegli anni, una sorta di innocenza che è anche perfezione apparente che maschera inconfessate pulsioni e verità di cui ci si vergogna. Imbevuta com’è di passato, la serie fatica a dimostrarsi originale, ma riesce ad esserlo a sufficienza da avere qualcosa da dire. Non ha il sapore di un pastiche, se non nella misura in cui nel volto di un bimbo si vedono i tratti dei genitori. Ha detto bene Entertainment Weekly (link sopra) dichiarandola una serie post-tutto e “la somma di tutti i trend: estensione del franchise, adattamento di un fumetto, cripto serial adesca-teorie, audace storia d’amore YA, e decostruzione densamente ironica. Riverdale è acutamente consapevole di ciò: codificata entro il suo essere un pulp giovanile solidamente soddisfacente c’è una astuta parodia di se stessa e del lavoro di reinvenzione”.

Portata sullo schermo da Roberto Aguirre-Sacasa (anche direttore creativo per la Archie Comics) e con l’instancabile Greg Berlanti come produttore esecutivo, è una storia di scoperta di se stessi in primo luogo, con in questo l’adolescenza come luogo biografico principe, e di disvelamento. Una critica interessante è venuta da parte di chi ha lamentato il fatto che si sia deciso, almeno nel corso della prima stagione, di considerare il personaggio di Jughead come eterosessuale, quando secondo il canone è asessuale, cosa di cui tutti, dagli autori agli attori, sono di fatto consapevoli. La comunità asessuale, fortemente sottorappresentata, è ragionevolmente rimasta delusa da quella che poteva essere un’occasione importante di visibilità. (Si legga in proposito l’interessante articolo su Polygon). Ci dovrebbe però essere un margine per cambiare traiettoria in futuro.

È difficile valutare se questa serie diventerà un culto per le nuove generazioni, ma le premesse ne garantiscono quantomeno il potenziale. Della prima stagione di questo mistery a tinte soap sono previste 13 puntate.  

mercoledì 25 gennaio 2017

INSECURE: esperienze di una donna afro-americana contemporanea


Ideata da Issa Rae e Larry Wilmore e in parte basata sulla webserie della Rae The Misadventures of Awkward Black Girl, Insecure (della HBO) è una comedy sulle esperienze di una donna afro-americana contemporanea: lavoro, amore, amicizie, vita sociale… Da un lato è fortemente intrisa di cultura e sensibilità nera (nel seguirlo in originale lo si nota anche molto nell’aspetto linguistico, anche da una cosa banalissima come il riferirsi delle donne l’una all’altra come “bitch” o agli uomini come “nigger” –  in un qualunque altro contesto termine diversamente fortemente insultante); dall’altro ha un potenziale di “relazionalità” molto più ampio. Riesce a gestire l’equilibrio fra i due aspetti in modo mirabile.

Issa (Issa Rae) lavora per un’associazione no-profit, la We Got Y’All, che si occupa di aiutare e potenziare le prospettive future per studenti delle medie svantaggiati perché provenienti da quartieri di minoranza etnica. Lei è la sola afro-americana dello staff e per questo la sua opinione viene considerata come di particolare rilievo, allo stesso tempo viene anche percepita un po’ come un’aliena –  in qualche caso viene in mente un parallelismo con black-ish, anche se lì si cerca un più esplicito umorismo. In particolare Issa collabora con Frieda (Lisa Joyce). Nella vita privata, convive con Lawrence (Jay Ellis), a inizio serie disoccupato e a una impasse rispetto  ai propri sogni professionali che non decollano. Il loro rapporto procede ad alti e bassi e non si può negare che lei abbia ancora una certa attrazione per il suo ex-compagno di liceo e college, Daniel (Y’Lan Noel). All’epoca erano cosiddetti “amici con benefici” (amici di letto, come si direbbe in italiano). Issa sfoga le sue frustrazioni componendo canzoni rap amatoriali che solitamente recita di fronte allo specchio – una storyline riguarda proprio la sua canzone “Broken Pussy” (Figa Rotta) - e si confida con le amiche. Fra tutte spicca Molly (Yvonne Orji), avvocatessa di successo, dalla disastrosa vita personale: agogna con tutte le sue forze una relazione stabile, ma non riesce mai a formarne una.

Nelle 8 puntate che compongono la prima stagione, vediamo Issa e Molly sia in contesto lavorativo che personale, e hanno più successo nel primo ambito che nel secondo. Entrambe fanno errori e si comportano anche male. ATTENZIONE SPOILER. Issa tradisce Lawrence andando a letto con Daniel (1.05) e poi, pentita, lo ignora, e quando lui finalmente la affronta, lei lo liquida senza troppe cerimonie con un “Eri un prurito che avevo bisogno di grattare” (1.07). Molly viene umiliata da un amico (1.05) che si fa passare per il  suo fidanzato perché pensa così di “salvarla” dall’imbarazzo di non avere un uomo; in Jared (Langston Kerman) trova un brav’uomo da cui è pure attratta, ma prima lo scarica perché non ha, sulla carta, il grado di istruzione che ritiene adeguato, poi dopo un ripensamento si raffredda nuovamente (1.06) perché, come lei confessa di aver avuto una esperienza lesbica ai tempi dell’università, lui dice di averne avuta una gay e questo la spiazza, e quando poi cerca di tornare con lui lo fa perché ha deciso di “abbassare i suoi standard” e glielo dice in un modo che è  grossolanamente insultante.

Insecure mostra le insicurezze di due donne adulte con una voce molto distintiva. Parla di essere neri in un mondo di bianchi (a Molly, ad esempio, viene chiesto di parlare a una giovane stagista nera su come questa si comporta proprio per via di una “dissonanza culturale” che i colleghi percepiscono), ma si parla fortemente di amicizia, e di sessualità: ci sono scene, basti pensare alla 1.08, in cui gli atti sono molto espliciti, e il ruolo della sessualità è in generale significativo. Si riflette anche sulla sessualità in rapporto alla mascolinità (1.06). Quando le amiche si confrontano sulla confidenza di Jared a Molly sul fatto di aver avuto un’esperienza omoerotica, emerge un doppio standard fra uomini e donne, e  dopo l’appassionata difesa di Issa di non ricadere in stereotipi eteronormativi e di ricordarsi che la sessualità è fluida, la risposta delle amiche è sia di consapevolezza, sia in qualche modo di vaga bonaria derisione del tono accademico dell’amica.

Si sono richiamate alla mente Girls, Girlfriends, Sex and the City, in diverse recensioni, e ce ne sono sicuramente echi in questa commedia che riesce però a staccarsi da eventuali modelli e a risultare fresca, coinvolgente, autentica. Di efficace complemento anche la musica originale di Raphael Saadiq. Consulente musicale è Solange Knowles (che è stata parte delle Destiny’s Child).

La serie è stata rinnovata per una seconda stagione. 

lunedì 16 gennaio 2017

PITCH: baseball e femminismo


È terminata con il futuro della protagonista in bilico così come quello della serie, la prima stagione di Pitch (dell’americana Fox) che ha raccolto buoni consensi di critica – era una delle più attese del 2016 – ma ascolti minori del previsto.

Ginny Baker (Kylie Bunbury) è una giocatrice di baseball che diventa la prima donna a venire assunta come lanciatrice da una squadra della Major League, quella dei Los Padres di San Diego. Fin da piccola il padre (Michael Beach), ora scomparso, intuendone le potenzialità, l’ha allenata duramente – se doveva scegliere fra il ballo scolastico e gli allenamenti, erano sempre questi ultimi ad avere la meglio (1.04). Da adulta a prendersi cura dei suoi interessi professionali è la sua agente, Amelia Slater (Ali Larter), che insieme ad Eliot (Tim Jo), che diventa direttore dei social media, lascia la sua carriera precedente per dedicarsi completamente al nuovo astro nascente dello sport. La posizione di Ginny non è facile, anche perché si ritrova in un ambiente, anche storicamente, completamente maschile. Del fatto che non sia una situazione usuale sono molto consapevoli tutti, in primis il manager generale, Oscar Arguella (Mark Consuelos, All My Children) e il presidente ad interim Charlie Graham (Kevin Connolly, Entourage). Presto Ginny guadagna la stima del capitano della squadra, Mike Lawson (Mark-Paul Gosselaar, noto soprattutto per il suo ruolo di Zack in Saved By the Bell / Bayside School), che è alla fine della carriera, e dell’allenatore Al (Dan Lauria). Fra i colleghi trova un vecchio compagno di quando giocava in squadre minori, Blip Sander (Bo McRae), che, con la moglie Evelyn (Meagan Holder), è per lei un vero amico. Il fratello Will (BJ Britt), che agli inizi seguiva la sua carriera, è più interessato a sfruttare la sua fama che altro, messo alle strette da debiti contratti con persone con pochi scrupoli.

È probabilmente dai tempi di Friday Night Lights che non c’è una serie così fortemente incentrata sullo sport. In questo caso, come in quello, non è necessario conoscerne le regole per apprezzare quello che accade, ma di certo aiuta a comprendere finezze e riferimenti. E come in quel caso la vita personale dei protagonisti è centrale. Qui, essenziale è specificatamente Ginny in quanto donna. La serie è consapevole della politica di genere e delle filosofie femministe, anche con riferimento specifico a dibattiti molto attuali. Il personaggio stesso nella diegesi è cosciente che è come se facesse una dichiarazione per il fatto stesso di esistere. Diventa un simbolo e un modello da emulare per milioni di ragazzine. Come viene vista e trattata proprio in quanto femmina è occasione di ripetuta riflessione. Al deve scusarsi pubblicamente (1.02) per aver fatto delle osservazioni su di lei che la riducono a suo solo aspetto fisico. È una giocatrice, ma allo stesso tempo un brand. Questo le provoca anche momenti di panico: si sente sopraffatta dalla responsabilità che sente addosso.  Essendo la prima, infrange il cosiddetto soffitto di cristallo, e uno spot che prepara su di lei una nota marca di scarpe (1.06) la dipinge proprio come una pioniera che con la sua pallina lanciata verso l’alto spacca un muro di vetro.

La serie è davvero molto attenta alla questione femminista e non solo è quasi emozionante per come trasmette un messaggio di empowering, ma diventa soggetto attivo di un dibattito che intende cambiare la conversazione. In un momento in cui nella realtà americana è molto presente il problema degli stupri nei campus universitari e in cui c’è il riverbero del danno delle parole dell’allora ancora candidato alla presidenza Trump che diceva che le donne basta “afferrarle per la figa” per far fare loro quello che si vuole, dichiarazioni da lui definite come semplici chiacchiere da spogliatoio, e in un’epoca in cui si ragiona sul modello di mascolinità che si vuole proporre, ha una pregnanza non da poco entrare in quel tipo di spogliatoi per sentirne le chiacchiere. Che gli autori del programma facciano dichiarare alla giovane sportiva, in occasione della sua ospitata nella diegesi al live di Jimmy Kimmel, che “una donna non è responsabile del fatto che la assalgano sessualmente perché era nello spogliatoio sbagliato. Questo non solo è sbagliato, è pericoloso. Non dobbiamo assicurarci che ogni ragazza entri nella stanza giusta, dobbiamo assicurarci che ogni ragazzo sappia che è sbagliato stuprare” (1.02). Queste parole hanno se non il senso di una risposta, sicuramente quello di una presa di posizione.

Che per superare atteggiamenti di “due pesi due misure” ci voglia il sostegno e l’impegno di tutti si è ben visto, ad esempio, un una puntata come “San Francisco” (1.07). C’è il rischio che delle foto nude di Ginny vengano rese pubbliche contro la sua volontà. I manager sono preoccupati. Nella discussione su come gestire la situazione, sottolineano ad Amelia che gli uomini non vengono resi oggetto come le donne. “Thanks for mansplaining that to me!” replica lei. “Grazie di spiegarmelo!” tradurrei in italiano in mancanza di soluzioni migliori. In inglese viene utilizzato però il neologismo “mansplaining”, che si usa quando un uomo assume nei confronti di una donna un tono di spiegazione su un argomento che presumibilmente lei conosce meglio di lui.  Si trattava di un selfie e Ginny senza imbarazzo dichiara “It’s my body, it’s my business – È il mio corpo, sono affari miei”, mostrando una forte consapevolezza del proprio potere sul proprio corpo, terreno di battaglie femministe da sempre. Lì dove si vede che è la collaborazione di tutti che porta a demolire double standard sessisti è quando per sostenerla l’intera squadra decide di posare nuda. In generale, si riesce ad evitare di essere didattici perché si mostra la necessità della parità, per una vita sana, per un buon lavoro.

L’infanzia e i suoi risvolti nell’età adulta (con i flashback non solo di Ginny, ma anche di Mike), la lealtà familiare e amicale, il rapporto con i media, il rapporto fra il singolo e il gruppo, l’amicizia uomo-donna ed eventualmente i rapporti sentimentali (con il rapporto fra Ginny e Mike che ha sempre anche un sottotesto di potenziale intesa romantica) sono pure argomenti di molto rilievo. Ideata da Dan Fogelman (This is us, Galavant) e Rick Singer, Pitch è distante dai vertici raggiunti dalla summenzionata Friday Night Lights, ma  nondimeno è un racconto solido.