mercoledì 19 luglio 2017

TREDICI: le ragioni di un suicidio


ATTENZIONE SPOILER. In 13 reasons why (su Netflix, graficamente scritto come “Th1rteen R3asons Why”), diventato semplicemente Tredici in italiano, Hannah Baker (Katherine Langford) è un’adolescente che si è appena tolta la vita. Dietro di sé ha lasciato, con un gusto un po' retrò, una serie di audiocassette da lei registrate, in cui ad ogni lato del nastro accusa per la sua scelta un diverso compagno di scuola. A turno le persone vengono istruite ad ascoltare quello che lei ha detto, seguendo anche una mappa e, dopo aver sentito tutto, a passare i nastri alla persona successiva. Ora è il turno – e attraverso di lui il nostro - di Clay Jensen (Dylan Minnette), l’undicesimo, che lavorava con lei come maschera in un cinema e che era innamorato di lei. La cosa lo sconvolge e ascolta tutto in piccole dosi, fra titubanze, desiderio di parlarne con altri,  dubbi su come decidere di comportarsi. A sostenerlo c’è l’amico Tony (Christian Navarro). Hannah dice la verità? Mente? Ogni puntata è dedicata a una diversa persona della sua vita: Justin Foley (Brandon Flynn), con cui ha vissuto il suo primo bacio e che poi ha diffuso pettegolezzi sessuali sul suo conto (1.01); i migliori amici con cui si incontrava regolarmente al coffee shop Monet’s e dalla quale si è sentita tradita, Jessica Davis (Alisha Boe) e Alex Standall (Miles Heizer, Parenthood) – 1.02 e 1.03; Tyler (Devin Driud) il fotografo dell’annuario scolastico che le faceva stalking (1.04); Courtney (Michele Selene Ang), la ragazza apparentemente sempre gentile che ha sparlato di lei pur di non rivelare di essere lesbica (1.05); Bryce Walker (Justin Prentice) che l’ha violentata (1.12)... Intanto i genitori di lei, Olivia e Andy (Kate Walsh e Brian D’Arcy James), che non hanno nemmeno ricevuto un biglietto d’addio, disperati, fanno causa alla scuola, perché hanno ragione di credere che la figlia fosse vittima di bullismo. Tutti si chiedono quanto conoscessero la ragazza.

Tratta dal libro per giovani adulti “Tredici” di Jay Asher (Mondadori), e sviluppata per la TV da Brian Yorkey (che nel 2010 come drammaturgo ha vinto il Pulitzer), la serie prima facie parla di suicidio. Ed è indubbio che questo sia uno dei temi trattati. Il liceo frequentato dalla ragazza è sconvolto dall’evento, gli studenti vengono incoraggiati a parlare dell'argomento e genitori, insegnanti e studenti lo affrontano in più occasioni e in più modalità. La serie però, di fatto, affronta altre tematiche. Una è quella della banalità delle azioni quotidiane e di come possono portare delle cicatrici profonde per qualcuno che è vulnerabile. Di come le micro-aggressioni giornaliere, se non gestite, possano diventare qualcosa di mastodontico. Del potere dei segreti, dei pettegolezzi, delle parole. Hannah aveva apparentemente una vita normale, senza particolari problemi, sono proprio questi piccoli atti che si accumulano l'uno sull'altro ad averla distrutta. Non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. E si è trovata isolata.

Il tema di fondo è lo stupro, sono le violenze e le molestie verbali e sessuali.  Anna Silman (The Cut) dice bene quando osserva che “il messaggio che il programma riesce davvero a trasmettere ha a che fare con la misoginia: come la persistente oggettificazione può erodere l’autostima di una donna, e dei molti modi in cui falliamo nei confronti delle giovani donne nel propagandare una cultura del silenzio. (…) Il programma prende molti dei termini di moda che in questo momento turbinano nello spirito del tempo della cultura giovanile americana – mascolinità tossica, cultura dello stupro, far impazzire qualcuno, cyber bullismo, slut-shaming – e mostra come sono messi in scena nei corridoi della scuola, perpetrati da una gamma di complicati teen-ager che trascendono gli usuali archetipi da spogliatoio”. Viene ben illustrato come il peso dello status e del potere di qualcuno può avere effetto sigli altri e di come la “passività individuale e la negazione di gruppo” possa offrire protezione a predatori e facilitatori.  

Nonostante qualche voce fuori dal coro, la maggioranza ha amato e apprezzato la serie. Uno degli aspetti più interessanti per me è come si passi di continuo fra il momento attuale e i ricordi di cose avvenute nel passato quando la protagonista era in vita. Questo avviene costantemente, la ma l’aspetto originale è il fatto che i ricordi nascano da una sorta di straniamento del protagonista maschile che forzatamente e dolorosamente rievoca situazioni del passato, che vede in una nuova luce, o che vorrebbe anche dimenticare o che vorrebbe aver vissuto in modo diverso. Questa tecnica apparentemente trita di costanti flashback è proprio resa fresca da questa associazione di recupero della memoria da parte del personaggio. E il senso di perdita è proprio stato costruito su questa modalità apparentemente ingenua. Hannah poi, come narratrice inaffidabile, riesce a trasmettere bene il processo di soggettivizzazione delle esperienze. E trasporta lo spettatore in un percorso di empatia più che di conoscenza (Silman).  

C’è chi ha lamentato il fatto che la serie renderebbe affascinante il suicidio. Non mi sembra proprio. Al di là dell’opportunità di avvertire il pubblico del tipo di contenuto che si sta per affrontare, e dei riferimenti a cui rivolgersi se si stesse pensando di farla finita, aggiunti poi da Netflix in apertura delle puntate e sicuramente essenziali, si fa un ottimo lavoro nel focalizzare la conversazione su un tema che storicamente è sempre stato molto difficile affrontare proprio per timori di emulazioni. L’obiettivo qui è proprio quello di non nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che il problema non esista, quando invece è così rilevante. Se legittimamente si potrebbe impedirne la visione a un pubblico eccessivamente giovane, penso che sarebbe proprio uno di quei programmi che andrebbero guardati a scuola e discussi, con insegnanti e genitori.  

Anche la resistenza di alcuni per una seconda stagione, già confermata, motivata dal fatto che la serie avrebbe già detto tutto quello che c’era da dire, non la condivido. Potenzialmente c’è ancora molto terreno inesplorato. 

venerdì 14 luglio 2017

Nomination agli EMMY 2017


Sono state annunciate le nomination agli Emmy, giunti alla loro 69esima edizione. Potevano venir nominati i programmi andati in onda fra il 1° giugno 2016 e il 31 maggio 2017. I premi verranno consegnati il 17 settembre. Il 16 dello stesso mese saranno consegnati quelli per le categorie delle “Creative Arts”.

Saturday Night Live e Westworld hanno ricevuto il maggior numero di nomination (22) in tutte le categorie, seguiti da Stranger Things e FEUD: Bette and Joan (18) e Veep (17). Ad avere le maggiori nomination per piattaforma sono state: HBO (110), Netflix (91) ed NBC (60).

Sotto trovate la lista dei nominati per alcune delle principali categorie. Per la lista completa dei nominati, vedete questo link.  

Miglior drama

“Better Call Saul” (AMC)
“The Crown” (Netflix)
“The Handmaid’s Tale” (Hulu)
“House of Cards” (Netflix)
“Stranger Things” (Netflix)
“This Is Us” (NBC)
“Westworld” (HBO)

Miglior attrice protagonista in un drama

Viola Davis (“How to Get Away with Murder”)
Claire Foy (“The Crown”)
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)
Keri Russell (“The Americans”)
Evan Rachel Wood (“Westworld”)
Robin Wright (“House of Cards”)

Miglior attore protagonista in un drama

Sterling K. Brown (“This Is Us”)
Anthony Hopkins (“Westworld”)
Bob Odenkirk (“Better Call Saul”)
Matthew Rhys (“The Americans”)
Liev Schreiber (“Ray Donovan”)
Kevin Spacey (“House of Cards”)
Milo Ventimiglia (“This Is Us”)

Miglior attore non protagonista in un drama

John Lithgow (“The Crown”)
Jonathan Banks (“Better Call Saul”)
Mandy Patinkin (“Homeland”)
Michael Kelly (“House of Cards”)
David Harbour (“Stranger Things”)
Ron Cephas Jones (“This Is Us”)
Jeffrey Wright (“Westworld”)

Miglior attrice non protagonista in un drama

Ann Dowd (“The Handmaid’s Tale”)
Samira Wiley (“The Handmaid’s Tale”)
Uzo Aduba (“Orange Is the New Black”)
Millie Bobby Brown (“Stranger Things”)
Chrissy Metz (“This Is Us”)
Thandie Newton (“Westworld”)

Miglior comedy

“Atlanta” (FX)
“Black-ish” (ABC)
“Master of None” (Netflix)
“Modern Family” (ABC)
“Silicon Valley” (HBO)
“Unbreakable Kimmy Schmidt” (Netflix)
“Veep” (HBO)

Miglior attore protagonista in una comedy

Anthony Anderson (“Black-ish”)
Aziz Ansari (“Master of None”)
Zach Galifianakis (“Baskets”)
Donald Glover (“Atlanta”)
William H. Macy (“Shameless”)
Jeffrey Tambor (“Transparent”)

Miglior attrice protagonista in una comedy

Pamela Adlon (“Better Things”)
Tracee Ellis-Ross (“black-ish”)
Jane Fonda (“Grace and Frankie”)
Lily Tomlin (“Grace and Frankie”)
Allison Janney (“Mom”)
Ellie Kemper (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)

Miglior attore non protagonista in una comedy

Alec Baldwin (“Saturday Night Live”)
Louie Anderson (“Baskets”)
Ty Burrell (“Modern Family”)
Tituss Burgess (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Tony Hale (“Veep”)
Matt Walsh (“Veep”)

Miglior attrice non protagonista in una comedy

Kate McKinnon (“Saturday Night Live”)
Vanessa Bayer (“Saturday Night Live”)
Leslie Jones (“Saturday Night Live”)
Anna Chlumsky (“Veep”)
Judith Light (“Transparent”)
Kathryn Hahn (“Transparent”)


Miglior Limited Series

“Big Little Lies” (HBO)
“Fargo” (FX)
“Feud: Bette and Joan” (FX)
“The Night Of” (HBO)
“Genius” (National Geographic)

Miglior attor in una limited series

Riz Ahmed (“The Night Of”)
Benedict Cumberbatch (“Sherlock: The Lying Detective”)
Robert De Niro (“The Wizard of Lies”)
Ewan McGregor (“Fargo”)
Geoffrey Rush (“Genius”)
John Turturro (“The Night Of”)

Miglior attrice in una limited series

Carrie Coon (“Fargo”)
Felicity Huffman (“American Crime”)
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
Jessica Lange (“Feud”)
Susan Sarandon (“Feud”)
Reese Witherspoon (“Big Little Lies”)


Miglior Film TV

“Black Mirror: San Junipero”
“Dolly Parton’s Christmas Of Many Colors: Circle Of Love”
“The Immortal Life Of Henrietta Lacks”
“Sherlock: The Lying Detective (Masterpiece)”
“The Wizard Of Lies”

Miglior Variety Talk

“Full Frontal With Samantha Bee” (TBS)
“Jimmy Kimmel Live!” (ABC)
“Last Week Tonight With John Oliver” (HBO)
“Late Late Show With James Corden” (CBS)
“Real Time With Bill Maher” (HBO)
“The Late Show with Stephen Colbert” (CBS)

Miglior serie Variety a Sketch

“Billy On The Street” (truTV)
“Documentary Now!” (IFC)
“Drunk History” (Comedy Central)
“Portlandia” (IFC)
“Saturday Night Live” (NBC)
“Tracey Ullman’s Show” (HBO)

Miglior reality - competizione

“The Amazing Race” (CBS)
“American Ninja Warrior” (NBC)
“Project Runway” (Lifetime)
“RuPaul’s Drag Race” (vh1)
“Top Chef” (Bravo)
“The Voice” (NBC)

venerdì 7 luglio 2017

THE LEFTOVERS: la terza e ultima stagione


ATTENZIONE SPOILER. È terminata su una nota positiva la terza e ultima stagione di The Leftovers il sui senso ultimo, attraverso Kevin (Justin Theroux) e Nora (Carrie Coon) che ora anziani si ritrovano, è stato quello di dire che, anche se non li dimenticheremo mai, dobbiamo avere il coraggio di lasciarci alle spalle chi è scomparso ed esserci gli uni per gli altri nel presente, amandoci al meglio delle nostre capacità. E in modo davvero geniale si è riusciti sia a dare una spiegazione di tutto, sia allo stesso tempo di lasciare il sospetto che nulla sia vero. Quello che conta è che si scelga di crederci. Questo in fondo è il senso della religione, sembrano voler dire, non conta se sia vero o no, conta se ci si creda o no. La disamina dello spirito religioso è in fondo una delle correnti forti sottese al programma. E l’intera stagione è stata incentrata sulle storie – religiose o meno che siano - che ci raccontiamo per riuscire a dare un senso alla vita.

Nora la vediamo mentre si appresta a eseguire una procedura che la catapulterà nella stessa dimensione dove si ritiene sia finito il 2% della popolazione a suo tempo scomparsa. Il vano che le permetterà di trasportarsi sta per riempirsi di uno speciale liquido che pare acqua, e all’ultimissimo istante le sentiamo gridare “s...”. E lì si stacca la scena. Quella esse sta per “stop”? Ha deciso di rinunciare all’ultimo momento?  Quando la rivediamo anni dopo,  ormai incanutita, racconta a Kevin di essere andata dall’altra parte, di aver trovato un mondo speculare in cui era scomparso il 98% della popolazione. Ha visto il lutto generale. Ha ritrovato i suoi figli e suo marito, ma non si è voluta rivelare perché si è resa conto che ormai avevano una loro nuova vita, felice per quel che poteva esserlo. Ha ricontattato lo scienziato responsabile della tecnologia che l’ha portata lì per farsi rimandare indietro. È vera la sua storia o è frutto della sua immaginazione o è comunque qualcosa che racconta anche se stessa per sopravvivere? Kevin decide di crederle, sta a noi decidere se vogliamo fare altrettanto.

Gli autori sono stati autenticamente geniali proprio perché non solo sono riusciti a lasciare nell’incertezza con un espediente sufficientemente banale in apparenza, ma anche perché in quella stessa incertezza è trattenuto e condensato il significato ultimo della serie tutta. “Let the Mistery be” (Lascia che il mistero sia) di Iris DeMent  dice la canzone che è stata la sigla della seconda stagione e che viene ripresa in chiusura di una terza che ha deciso ad ogni puntata di cambiare tema musicale.  (La musica è stata sempre usata in modo sublime, e sull’ultima puntata si legga il lunghissimo, ma appassionante articolo di Vulture).

The Leftovers è talmente densa e concettosa, allucinatoria e perennemente ai limiti dell’onirico, da rendere mastodontico ogni tentativo di esegesi che non sia disposto ad accuratamente analizzare ogni puntata ed ogni passaggio. Non ha senso e ne ha completamente. I riferimenti religiosi sono numerosi, si pensi anche solo al diluvio universale che è stato un po’ il filo conduttore dell’ultima stagione ambientata in Australia,  alla capra della season finale, su cui i partecipanti ad una festa caricano delle collane che rappresentano i propri peccati, e al fatto che iniziamo questo arco con “il libro di Kevin” e lo chiudiamo con “il libro di Nora”. È una serie difficile, criptica, degna erede di quella angoscia esistenziale che ha caratterizzato già Lost. E non è stata da meno nella stagione conclusiva, con puntate indimenticabili come “Crazy Whitefella Thinking” (3.03), come “It’s a Matt, Matt, Matt, Matt World” (si veda qui, e su cui si potrebbe innestare tutta una riflessione su autorialità e critica) o come l’apocalittica “The Most Powerful Man in the World (And His Identical Twin Brother)”, risposta-prosieguo alla celebrata puntata “International Assassin” (2.08). Il cast è superbo, anche quando è costretto ad autentici tour de force.

È un elusivo vangelo quello che mettono in scena Damon Lindelof e Tom Perrotta. Doloroso e poetico, che va vissuto più che analizzato. È arte. 

mercoledì 28 giugno 2017

HUMANS: la seconda stagione


La seconda stagione di Humans continua a deludere lì dove ancora si vedono contatti con l’originale Ӓkta Människor, brilla invece dove se ne affranca, pur proponendo una visione del rapporto uomo-macchina molto più tetro della serie madre.

Alfa e omega di questo arco sono stati all’esordio il risveglio di alcuni synth che acquisiscono coscienza  e in chiusura l’awakening di tutti grazie all’inserimento di un codice da parte di Mattie (Lucy Carless) con il mondo che di fatto cambia completamente volto in un istante, e lascia alla terza (confermata) stagione il compito di affrontarne le conseguenze. Risvegliarsi, che cosa significhi avere coscienza e che rapporto c’è fra robot e umani sono stati il grande nucleo di riflessione: Hester (Sonya Cassidy), un’operaia ora cosciente, è arrabbiata e violenta e vuole uccidere gli esseri umani; dall’altro lato dello spettro, c’è Anita/Mia (Gemma Chan) -  tradita da Ed (Sam Paladio, Nashville) che, pur agli esordi di un rapporto d’amore con lei, la vende per denaro -  che non esita a rinunciare alla propria vita se questo significa salvare quella dell’umana Laura (Katherine Parkinson). Chi si è appena risvegliato è come una bambino e parte del problema è capire come educare qualcuno che ha appena preso coscienza di sé, come trasmettergli dei valori. Nella finale (2.08) si cita Gandhi e si riflette sul ruolo della violenza nei cambiamenti e su che valore abbiano le vite degli uni per gli altri, nella loro intrinseca diversità.

Da Real Humans, è stata tratta la storyline che vede un synth chiedere il riconoscimento del loro stato di coscienza e, sulla base di quello, di diritti pari a quelli degli esseri umani. Che cosa ci rende umani? Se lì la vicenda si è chiusa con successo, ed è stata argomentata da un punto di vista filosofico in modo molto accorato, qui non ha avuto molto senso. Niska (Emily Berrington) chiede di essere valutata per capire se sia cosciente, ma la sua motivazione, immolarsi per i suoi simili, non convince, considerato che l’unica conseguenza personale che le avrebbe portato sarebbe stata quella di venir giudicata come umana in un caso di omicidio. In gioco c’era anche una storia d’amore con una donna, Astrid (Bella Dayne), che l’aveva fatta innamorare per la prima volta, ma la scelta di lei come personaggio e le sue motivazioni stavano poco in piedi. L’hanno sottoposta a test per valutare le sue reazioni e risposte, misurarne l’empatia, la capacità di reagire a immagini, musica, ricordi… Per quanto dichiari che la sua vita è sempre stata essere spaventata, ferita e arrabbiata, di come si sia sentita stuprata e si parli di etica e di Hegel, alla fine i tentativi di dimostrazione, pur sensati, nella loro costruzione sono stati piuttosto inutili e privi di consistenza. E completamente inefficace Laura nel suo ruolo di avvocato.

Pure dall’originale svedese arriva l’idea di esseri umani che cercano di comportarsi come sintetici. Se lì veniva trattato come una sorta di cosplay di simpatizzanti per la causa dei postumani, qui si patologizza la questione mettendo in campo un ipotetico Disturbo Giovanile di Indentificazione con i Sintentici – e ne soffre tanto la piccola della famiglia Hawkins, Sophie (Pixie Davis), quanto Renie (Laetitia  Wright, Cucumber e Banana), una compagna di classe di Toby (Theo Stevenson). Il taglio dato alle vicende ha avuto del merito, e anche dei momenti riusciti – in 2.06, ad esempio, c’è stato il primo food fight, una lotta con il cibo fra i membri della famiglia Hawkins, che per me abbia avuto un senso positivo che non facesse rimpiangere l’inutile spreco di alimenti - anche se nel trattare l’aspetto psicologico non ci si è impegnati troppo. Ma forse questo risente di quella enorme cappella fatta in 2.01, dove Laura e Joe (Tom Goodman-Hill), nel richiedere aiuto per la propria relazione, finiscono per avere come psicoterapeuta di coppia, pronta a sputare statistiche e ricavare “suggerimenti” dal suo ampio catalogo digitale, una sintetica. Se mettono una macchina in una delle professioni che probabilmente più di ogni altra richiede intuito e finezza umana nel cogliere le sottigliezze, e che è molto poco “meccanica”, è evidente che la si dice lunga sulla scarsezza dell’impostazione psicologica degli autori.

Se ci sono persone che vogliono essere macchine, ci sono macchie che anelano ad essere umane, e il filo narrativo della poliziotta Karen (Ruth Bradley) e il suo amore per Pete (Neil Maskell), con il suo tragico epilogo, è stata un vero punto di forza. Meglio ingegnata e riuscita dell’originale, oltre che più realistica, è stata anche la tematica del trasferimento di coscienza. Se Real Humans vedeva in questo caso vicende al limite del ridicolo con una messa in scena quasi casalinga, qui si è immaginata una scienziata, la dottoressa Athena Morrow (Carrie-Anne Moss, Jessica Jones), che ha dedicato la vita a quest’obiettivo ed è riuscita a creare una intelligenza artificiale, che chiama “V”, per conservare l’identità della figlia Virginia (prima in coma, poi morta), ed è alla ricerca di un corpo in cui poterla installare. Viene lavorativamente corteggiata da una grande corporation tecnologica, la Qualia – un nome che denota una certa finezza filosofica, con riferimento al pensiero di Frank Jackson, le cui speculazioni riecheggiano nella serie -, guidata da Milo (Marshall Allman), che prevede macchine senzienti bambino/a il cui corpo viene aggiornato ogni anno per simularne la crescita fisica. Qui pure si riesce ad offrire una nuova stimolante prospettiva rispetto alla fonte primigenia.

Molti altri sono i quesiti messi in campo: si possono risolvere i problemi dell’umanità con la tecnologia? Qual è il modo di trovare un proposito e un significato alla propria vita? Che peso hanno i nostri sentimenti, il piacere, la gioia? Che rapporto c’è fra mente e corpo? Anche nella seconda stagione perciò, la serie risulta intellettualmente gravida di spunti, ma ancora una volta nonostante tutto non riesce a trascinare come potrebbe. Forse, come già osservavo per la prima stagione, la mia visione è ancora troppo offuscata dall’ombra dell’antenato. 

martedì 20 giugno 2017

TCA AWARDS: le nomination


Sono uscite le nomination per i premi della TCA, l’associazione dei critici televisivi americani e canadesi, che verranno consegnati il 5 agosto prossimo. Qui sotto i nominati per le varie categorie. La fonte della notizie, dove è possibile avere altri dettagli, è questa.

Miglior performance in un drama

Sterling K. Brown, “This Is Us,” NBC
Carrie Coon, “The Leftovers” & “Fargo,” HBO & FX
Claire Foy, “The Crown,” Netflix
Nicole Kidman, “Big Little Lies,” HBO
Jessica Lange, “Feud: Bette And Joan,” FX
Elisabeth Moss, “The Handmaid’s Tale,” Hulu
Susan Sarandon, “Feud: Bette And Joan,” FX

Miglior performance in una comedy

Pamela Adlon, “Better Things,” FX
Aziz Ansari, “Master of None,” Netflix
Kristen Bell, “The Good Place,” NBC
Donald Glover, “Atlanta,” FX
Julia Louis-Dreyfus, “Veep,” HBO
Issa Rae, “Insecure,” HBO
Phoebe Waller-Bridge, “Fleabag,” Amazon

Miglior programma di news e informazione

“Full Frontal With Samantha Bee,” TBS (2016 Winner in Category)
“Last Week Tonight With John Oliver,” HBO
“The Lead With Jake Tapper,” CNN
“O.J.: Made in America,” ESPN
“Planet Earth II,” BBC America
“Weiner,” Showtime

Miglior reality

“The Circus,” Showtime
“The Great British Baking Show,” PBS
“The Keepers,” Netflix
“Leah Remini: Scientology and the Aftermath,” A&E
“Shark Tank,” ABC
“Survivor: Game Changers,” CBS

Miglior programma per ragazzi

“Daniel Tiger’s Neighborhood,” PBS (2016 Winner in Category)
“Doc McStuffins,” Disney Junior
“Elena of Avalor,” Disney Channel
“Odd Squad,” PBS
“Sesame Street,” HBO
“Speechless,” ABC


Miglior nuovo programma

“Atlanta,” FX
“The Crown,” Netflix
“The Good Place,” NBC
“The Handmaid’s Tale,” Hulu
“Stranger Things,” Netflix
“This Is Us,” NBC

Miglior film, miniserie o speciale

“Big Little Lies,” HBO
“Fargo,” FX
“Feud: Bette and Joan,” FX
“Gilmore Girls: A Year in the Life,” Netflix
“The Night Of,” HBO
“Wizard of Lies,” HBO

Miglior drama

“Better Call Saul,” AMC
“Stranger Things,” Netflix
“The Americans,” FX (2015 & 2016 Winner in Category)
“The Crown,” Netflix
“The Handmaid’s Tale,” Hulu
“This Is Us,” NBC

Miglior comedy

“Atlanta,” FX
“black-ish,” ABC (2016 Winner in Category)
“Fleabag,” Amazon
“Master of None,” Netflix
“The Good Place,” NBC
“Veep,” HBO

Programma dell’anno

“Atlanta,” FX
“Big Little Lies,” HBO
“Stranger Things,” Netflix
“The Handmaid’s Tale,” Hulu
“The Leftovers,” HBO
“This Is Us,” NBC

domenica 18 giugno 2017

AMERICAN CRIME: la terza stagione sulla schiavitù moderna


Sempre potente e appassionante nella sua dolorosità, American Crime ha terminato la terza stagione come aveva chiuso la seconda, con una sospensione, con alcuni dei personaggi di fronte a un giudice in un'aula di tribunale. Il grande tema di questo segmento è stato la schiavitù moderna: dei lavoratori agricoli, dei lavoratori del sesso, dei lavoratori domestici. La serie ha fornito aridi dati con lucidità, ma poi li ha soprattutto incarnati in vicende umane fatte di disperazione. E alla fine, ha mostrato come gli ingranaggi del sistema distruggano tutti, non solo le presunte vittime, ma come anche i più idealisti alla fine cedano sotto la pressione di una realtà che non lascia scampo a nessuno.

ATTENZIONE SPOILER

Luis Salazar (Benito Martinez) viene dal Messico in cerca del figlio scomparso e finisce per farsi assumere per raccogliere pomodori, in una fattoria dove gli operai sono costretti a lavorare in condizioni estreme per quasi nulla, fra ricatti, violenze e abusi di ogni sorta. Scoprirà che lì il figlio è morto, la stessa sorte che tocca al giovane Coy Henson (Connor Jessup), che reclutato da Issac Castilo (Richard Cabral), viene spinto a far uso di quella droga da cui cerca di liberarsi, malato e sfruttato. Vengono in mente le vicende dei neri negli anni successivi alla fine della schiavitù, vengono in mente passaggi di “Furore” di Steinbeck. Quando scopre che le morti che avvengono nella fattoria di proprietà della sua famiglia acquisita non vengono nemmeno riportate dai giornali, e si rende conto delle condizioni in cui sono costretti a vivere gli operai, Jeannette (Felicity Huffman) si impegna perché vuole cambiare le cose.  
La diciassettenne Shae (Ana Mulvoy-Ten) è esplicita. “mi scopo uomini nei vicoli perché è meglio di quello da cui vengo” (3.04) – finisce prima incinta, poi ammazzata per uno screzio insulso, il suo cadavere buttato nel fiume. L’assistente sociale Kimara Walters (Regina King), che disperatamente vuole un bambino ma non ha il denaro per i trattamenti di fertilità necessari, si fa in quattro rispondendo anche alle chiamate notturne degli adolescenti che vivono allo sbando, cercando loro un tetto temporaneo, e aiutandoli e indirizzandoli come può.
Clair Coates (Lili Taylor) è apparentemente una donna agiata, ma è costantemente vittima dell’abuso verbale, emotivo e psicologico, del marito Nicholas (Timothy Hutton), divorato dalle preoccupazioni di un’azienda che sta fallendo, che le dice che non vale nulla e che la tratta come una parassita. Assume una tata di Haiti, Gabrielle Durand (Mickaële X. Bizet), perché viva con loro in modo che il figlio possa imparare il francese da una parlante nativa. Dice a tutti che la donna è un’autolesionista, quando è lei (si scopre in chiusura, ma i segnali c’erano) che le procura ferite e bruciature di ogni tipo.

American Crime ci dice che nella sola North Carolina il 39% dei 150.000 contadini dello Stato riportano di essere stati oggetto di traffico illegale o di aver ricevuto abusi di altro tipo: fisici, sessuali, minacce di morte, furto salariale, esposizione a sostanze chimiche e pesticidi dannosi…In un buisiness che porta all’economia americana 200 miliardi di dollari. (3.02)  E ammonisce che il cibo sulle nostre tavole viene a un prezzo che non possiamo vedere. Lo stesso gli abiti e gli oggetti. Qual è il costo che si paga per vivere come facciamo? Chi lo paga? Possiamo decidere di ignorarlo. Tutti facciamo finta di non saperlo a volte, ma non possiamo essere ignoranti (3.03) Dopo quello che la serie ha mostrato attraverso le sue storie, ovvero come per molti non ci sia una vera scelta e che sia solo fra morire di fame o vendersi, fra vivere o morire, si sgonfiano da sole nella loro insignificante cecità di fronte alla realtà del mondo le dichiarazioni di due uomini bianchi che, a un party di beneficenza, si lamentano del fatto che il cosiddetto “privilegio del maschio bianco” sarebbe un mito, a loro modo di vedere, e che quella che chiamiamo “moderna schiavitù” il resto del mondo lo chiama “lavoro o “impiego”.

E se la schiavitù moderna è una crisi urgente, la serie non ha soluzioni facili.  Kimara viene messa davanti a una scelta da una collega, Abby Tanaka (Sandra Oh, Grey’s Anatomy): mentire, dicendo che alla sua fondazione lei invia perché abbiano un letto un certo numero di persone che di fatto non raggiunge. (3.06) Abby le spiega che non ricevono il denaro se non raggiungono un certo numero di invii, ma non possono accettare quel numero di invii se non ricevono il denaro. Che cosa fare?

In conclusione,  i personaggi che più hanno lottato cedono. Kimana, dopo che Dustin (Kurt Krause) confessa quello che è accaduto a Shae, alla fine accetta una proposta di lavoro di Abby chiedendo una somma di denaro molto maggiore di quella che le era stata proposta per andare a lavorare con lei: quel denaro così non andrà a quei giovani di strada per cui si è sempre battuta, ma almeno lei potrà permettersi di pagarsi quei trattamenti che le daranno la possibilità di rimanere incinta. Jeannette, che aveva lasciato il marito Carson (Dallas Roberts) e denunciato le pratiche nella fattoria, rimane senza via d’uscita economica; per poter chieder l’affidamento dei figli della sorella Raelyn (Janel Moloney), finita in carcere per problemi di droga, decide di “tornare all’ovile” e di sostenere la famiglia da cui si era allontanata.

La serie, ricca di dettagli e sfumature, brilla aprendo le menti, ma spezzando il cuore perché mostra un mondo spietato dove la giustizia ci prova anche, ma troppo spesso fallisce e distinguere i “buoni” dai “cattivi” a volte è davvero impossibile.  

venerdì 9 giugno 2017

MASTERS OF SEX: la quarta stagione


Che Masters of Sex abbia chiuso dopo la quarta stagione non sorprende né dispiace, perché, come è stato evidente proprio dall’ultimo segmento, ha detto ormai tutto quello che aveva da dire.

L’arco conclusivo si è aperto con William (Michael Sheen) e Virginia (Lizzy Caplan) che non riescono a stare insieme, ma nemmeno separati, e professionalmente assumono un’altra coppia, tale anche nella vita anche se all’inizio lo tengono nascosto, Nancy Leveau (Betty Gilpin) e Art Dreesen (Jeremy Strong), per riuscire a portare avanti il sodalizio almeno nel lavoro d’ufficio e verso il mondo esterno - perché sono un brand, uno “stile di vita”. Virginia si propone per una rubrica su Playboy (4.01), ma la vogliono solo in coppia con lui, lui arrestato ubriaco viene costretto a seguire degli incontri dell’AA, dove lo prende sotto la sua ala protettiva Louise (Niecy Nash). L’arco si è chiuso poi con i due protagonisti che si ritrovano da un punto di vista emozionale e che si sposano. Si è riusciti, cosa che temevo non facessero, e che suona finto ma è verissimo rispetto alla verità biografica del vero Masters, a introdurre una vecchia fiamma di lui, Dody (Keli O’Hara): da adolescente le si era dichiarato chiedendo di sposarlo mandandole dei fiori in ospedale, dove lei era ricoverata. Lei non li aveva mai ricevuti, lui aveva creduto che lei non fosse interessata, lei che lui l’avesse lasciata: non si sono più rivisti e ciascuno è andato per la propria strada. Nella vita reale, i due, in tarda età, finiscono per sposarsi, e nella finzione se non altro hanno modo di chiarirsi. Si è mostrata così una di quelle situazioni ambigue in cui talvolta ci si ritrova nella vita vissuta: le vicissitudini si sono svolte in un certo modo senza che si riesca veramente a spiegare il perché, anche se a posteriori sembra assurdo e insensato. Provi a dare una spiegazione, ma non ne esce nulla che non sia fumoso e inconcludente. Questo è stato reso bene.

Per il resto questa stagione ha toccato temi anche importanti che poteva approfondire e invece ha trascurato: il rischio che compiere atti intimi dietro a un vetro possa farlo diventare una performance (4.08), il rapporto fra terapeuti e pazienti, tematiche sessuali varie che come professionisti i personaggi incontrano, come può essere il rapporto fra violenza e desiderio (4.03) o i limiti e le aspettative sessuali all’interno delle coppie  - quest’ultima affrontata davvero solo con la coppia di collaboratori Nancy ed Art, in una bella, triste storia di ambizione, manipolazione e insicurezza, e forse un po’ con i genitori di lei. Accenni in queste direzioni per il resto sono diventate occasioni mancate. Alla fine, perfino la necessità da parte dei due sessuologi di proteggere la propria eredità scientifico-culturale è giocata più come un tentativo da parte di Ginny di riavvicinarsi a Bill che come un’autentica esigenza intellettuale.

La serie per il resto si è spesa su temi che già in passato le erano stati cari, ovvero l’emancipazione femminile e la questione omosessuale. La prima è stata affrontata soprattutto attraverso Libby (Caitlin FitzGerald), che partecipa con altre donne a un gruppo di consapevolezza e scopre il senso del “bruciare i reggiseni”, trova il coraggio di chiedere a Bill di gratificarla con del sesso orale come mai avevano fatto durante il loro matrimonio, sempre troppo formale e convenzione, cosa di cui si rammarica, intraprende una relazione con l’avvocato di Bill e si sperimenta anche come figlia dei fiori e come naturista / nudista,  decidendo di tornare all’università per perseguire una carriera giuridica. Il suo personaggio rimane però sempre troppo isolato e le sue esperienze faticano ad avere la risonanza che avrebbero potuto con lei come emblema di un’epoca.

Il tema dell’omosessualità si mostrato prismaticamente con l’editore dei libri della coppia incapace di ammettere la propria tendenza, ma soprattutto con la gravidanza e la successiva morte per parto di Helen (Sarah Silverman), ripudiata dai genitori perché lesbica, e le acrobazie legali messe atto da Betty (Annaleigh Ashford) per riuscire a crescerne il bebè. Dove la serie si è impegnata è nel cercare di rendere credibile una passaggio della vita reale che ha lasciato tutti perplessi e sconcertati. William è sempre stato fortemente convinto che non esistono “devianti sessuali”: lo siamo tutti, dal momento che non c’è una norma. (4.05). Eppure in seguito lui proporrà la terapia di conversione per gli omosessuali, come modalità per “curarli”. Il passaggio fra una posizione e l’altra, che rimane un po’ come una macchia sul suo lavoro, non è mai stato del tutto chiaro come si sia verificato nella vita e la serie ha provato ad abbozzare una sorta di spiegazione di come questo potrebbe essere avvenuto.

Nei punti oscuri o grigi di vite di persone che hanno tenuto molto alla segretezza, la serie riesce a costruire delle ipotesi credibili. Quello che non è riuscita a fare, fuori dalla prima stagione, è stato riuscire ad essere pregnante e rilevante quanto avrebbe potuto. In definitiva sono stati personaggi e storie con cui si è trascorso con piacere il proprio tempo, ma che non dispiace lasciar andare.      

lunedì 29 maggio 2017

UPFRONTS 2017 - 2018: THE CW



La CW ha presentato agli upfronts i seguenti programmi.
Valor. È un drama militare. I piloti d’elicottero di una un’unità d’elite chiamata Shadow Riders vengono mandati in missione segreta, ma finisce male e solo due rientrano, la marescialla Nora Madani e il suo comandante, il capitano Leland Gallo. Fra i due c’è un avvicinamento e saranno combattuti fra dovere, onore e desiderio.



 
Dynasty. È il reboot della classica soap opera del prime-time. Fallon Carrington si aspetta di diventare il nuovo capo delle imprese di famiglia, ma quando il padre Blake fa una riunione di famiglia con lei e il fratello Steven non è per annunciare la sua promozione, ma per presentare la sua nuova moglie, Cristal. È battaglia.






Black Lightning. Jefferson Pierce ha un segreto: ha avuto in dono il superpotere di controllare l’elettricità e lo usa per fare il vigilante e rendere sicure le strade della sua città mascherandosi da Black Lightning. Lo fa per salvare la sua famiglia e la sua comunità. La serie è prevista per mid-season.





Life Sentence. Stella (Lucy Hale) ha trascorso gli ultimi 8 anni credendo di stare per morire per un cancro. Quando scopre che in realtà è guarita, deve affrontare la nuova vita e i segreti che per proteggerla i familiari le hanno tenuto segreti.  È prevista per mid-season.


mercoledì 24 maggio 2017

UPFRONTS 2017 - 2018: CBS


La CBS ha presentato agli upfronts i programmi indicati sotto. La rete non rende disponibili su YouTube i trailer delle serie per chi è in Italia. Alcuni li trovate qui.  
Drama

Seal Team. Ricca d’azione, questa serie segue le operazioni ad alto rischio di una delle forze speciali d’elite più famose al mondo, quella dei Navy Seals, compreso lo stress di altra natura che loro e le loro famiglie devono affrontare sul fronte di casa: mantenere segreti, venir informati della partenza all’ultimo momento, la consapevolezza che ogni missione potrebbe essere l’ultima…Nel cast David Boreanaz.


Wisdom of the crowd. Un’icona della tecnologia di Silicon Valley (Jeremy Piven), impegnato a scoprire l’assassino della figlia, lancia una nuova compagnia e crea una piattaforma mondiale in cui le persone possono inviare e valutare le prove. Insieme a uno staff di specialisti, rivoluziona il modo di investigare i crimini. 

S.W.A.T. Ispirato dalla serie televisiva e dal film con lo stesso nome, questo poliziesco vede il tenente Daniel “Hondo” Harrelson (Shemar Moore) a capo di una unità altamente qualificata che deve operare nella comunità dove è cresciuto. Si vede diviso e in equilibrio fra la lealtà alla strada, dove i poliziotti a volte sono visti come il nemico, e quella nei confronti dei colleghi. Come comandante incoraggia  comunicazione e rispetto invece di forza e aggressione, ma quando c’è una crisi, tutti sono pronti a mettere in atto la loro preparazione tecnica.

Instinct. Previsto per mid-season, e precedentemente noto con il titolo di Killer Instint, è l’adattamento di un romanzo di James Patterson e ha come protagonista Alan Cumming. Un ex-agente della CIA diventato professore torna alla sua vecchia vita per aiutare la polizia di New York a catturare un serial killer.  


Comedy

Young Sheldon.  È lo spin-off di The Big Bang Theory. Shledon Cooper (Iain Armitage) ha 9 anni (siamo nel 1989) e ha appena cominciato il liceo, con quattro anni in anticipo, insieme al fratello maggiore molto meno brillante di lui, mentre la sorella gemella è ben contenta di rimanere in quarta elementare. La madre, molto religiosa, cerca di prepararlo a quello che lo aspetta, perché si rende conto che il figlio sarà anche un piccolo genio, ma non è  in grado di leggere i segnali delle persone che lo circondano. Jim Parsons (Sheldon adulto) fa il voice-over. 

9JKL. Basato sulle esperienze della vita reale di Mark Feuerstein, produttore esecutivo e interprete, questa sit-com ha come protagonista un attore in un momento di pausa professionale da poco divorziato che torna a casa: va vivere in un appartamento posizionato fra i propri genitori e la famiglia del fratello. Mentre si rialza da un momento no, deve imparare a trovare un equilibrio fra la sua indipendenza e la presenza un po’ invadente dei familiari che lo amano, ma letteralmente lo circondano.

Me, Myself & I. La vita di Alex Riley (Bobby Moynihan) viene esaminata in tre momenti diversi: nel 1991, quando ha 14 anni, e lui e sua madre si trasferiscono a Los Angeles quando lei si risposa; nel presente, a 40 anni, in un momento di stasi personale e professionale; nel 2042, a 65 anni, quando si rende conto che per essere felice deve mettere da parte il lavoro presso la sua azienda di successo e dedicarsi alla sua vera passione: le invenzioni.     

By the Book. Questa sit-com multi-camera (ma inizialmente concepita come single-camera) era precedentemente nota come Living Biblically ed è tratta dall’omonimo libro di A.J. Jacob. Un uomo (Jay R. Ferguson), decide di provare a vivere secondo le regole della Bibbia. La serie è prodotta da Johnny Galecki (il Leonard di The Big Bang Theory) ed è prevista per mid-season.