mercoledì 25 marzo 2015

iZOMBIE: la prossima Veronica Mars?



In iZombie, il nuovo telefilm della CW, una aspirante cardiochirurgo,  Olivia “Liv” Moore (Rose McIver, Masters of Sex), viene attaccata ad un party e diventa una zombie. Abbandona così la sua promettente carriera per lavorare in obitorio, dove può soddisfare senza problemi la sua necessità di nutrirsi di cervelli umani che lei mescola a noodles e salse piccanti. Come effetto collaterale della sua alimentazione ha delle visioni della vita delle persone a cui appartenevano e si finge una sensitiva per aiutare il detective Clive Babineaux (Malcolm Goodwin) a risolvere i suoi casi, su suggerimento del suo capo, il dottor Ravi Chakrabarti (Rahul Kohli), che ha capito da solo la situazione. Questi è convinto che prima o poi troveranno una cura per la sua condizione, ma lei non se lo aspetta e lascia il suo fidanzato, ora ex, Major (Robert Buckley). La trasformazione di Liv, che dall’esterno viene scambiata per una emo o una appassionata di cultura goth, non passa inosservata alla madre Eva (Molly Hagan) e alla sua migliore amica Peyton (Aly Michalka, Hellcats), che credono soffra di disturbo post-traumatico da stress per l’aggressione subita al party. A farla diventare una non-morta è stato il temibile Blaine (David Anders, Alias) da cui si sente ancora perseguitata.
La serie è basata su fumetti ideati da Chris Robertson e Michael Allred, e questa origine è rammentata dagli stacchi fra una scena e l’altra, riprodotti proprio a fumetto, con una modalità che fa ripensare a Heroes. A portare questa creazione sul piccolo schermo è stato Rob Thomas, l’ideatore di Veronica Mars, insieme a Diane Ruggiero-Wright, che pure ha lavorato per la stesso cult, e le impronte digitali si vedono tutte - il vibe è quello, con tanto di massime brillanti citabili, riferimenti a cultura high- e lowbrow, umorismo, dinamiche frizzanti, avventura, cuore, un pizzico di inegnuità e, è proprio il caso di dirlo, cervello.  
Davvero potrebbe essere la prossimo Veronica Mars, o la prossima Buffy, tutto dipende da come verrà sviluppata. Nel pilot la storia criminale è stata piuttosto scontata e pedestre, e l’intenzione è di tenersi sul procedurale, ma se riesce ad evitare di essere troppo formulaica, il potenziale per diventare must-see-TV c’è.       
Sotto, un promo sottotitolato in italiano:

domenica 22 marzo 2015

HOW TO GET AWAY WITH MURDER: una serie feroce


È terminata con due colpi di scena potenti la prima stagione di How to get away with murder,  Le regole del delitto perfetto in italiano, una serie la cui poetica si può probabilmente riassumere in una delle frasi pronunciate dalla protagonista nell’ultima puntata (1.15) a circa dieci-quindici minuti dalla fine:  “Non c’è verità in un’aula di tribunale, c’è solo la vostra versione della verità contro la loro; è così che funziona la giustizia: non è che cosa è giusto o equo, ma è chi racconta la storia più convincente”. Nei casi di tribunale che discutono, nelle loro vite private, e in modo meta-testuale nel racconto che guarda lo spettatore, la filosofia è che si deve raccontare la storia che ha più senso e che ci permette di andare avanti, e a ripeterla a sufficienza diventerà realtà.  
La serie ha come protagonista Annalise Keating (Viola Davies), brillante avvocato difensore pronta a tutto per i suoi clienti. Insegna anche all’università, e ogni anno seleziona gli studenti più dotati per seguire con lei i suoi casi. Si tratta di Connor Walsh (Jack Falehee), ragazzo gay pronto a usare la propria sessualità per ottenere quello che vuole; Michaela Pratt (Aja Naomi King), ambiziosa sul lato professionale e prossima alle nozze; Laurel Castillo (Karla Souza), ragazza quieta che ha un rapporto conflittuale con la famiglia;  Asher Millstone (Matt McGorry, Orange is the New Black), figlio di un rinomato giudice; e Wes Gibbins (Alfred Enoch), che la docente prende sotto la sua ala protettrice. Con Annalise, che nella vita personale ha una storia extramatrimoniale con il detective Nate Lahey (Billy Brown), lavorano Frank Delfino (Charlie Weber) , pronto a fare il lavoro sporco, e Bonnie Winterbottom (Liza Weil, Gilmore Girls), altro avvocato, ma non brava quanto Annalise.
Tutta la prima stagione, nella sua storia orizzontale, ruota intorno all’omicidio di una studentessa universitaria, Lila, della cui morte viene accusata Rebecca (Katie Findlay), vicina di casa di Wes e presto sua fidanzata. È nel cercare di proteggere lei che Wes e tutti i ragazzi tranne Asher, che ne resta all’oscuro, uccidono accidentalmente il marito di Annalise, Sam Keating (Tom Verica, American Dreams), che lei sa aver avuto una storia con la ragazza uccisa, che aveva messo incinta. I ragazzi si liberano del cadavere e comincia per loro la paura di essere scoperti. Il resto della stagione, al di là della storia verticale della singola puntata, cerca di ricostruire che cosa sia realmente accaduto e chi sia il vero colpevole (si scopre nell’ultima puntata), con una narrazione che per la prima parte della stagione (le prime nove puntate andate in onda nel 2014) ha presentato gli eventi solo in modo frammentario,  procedendo a ritroso con progressive rivelazioni che sono partite dal momento in cui hanno cercato di sbarazzarsi del cadavere. Una ricostruzione unitaria è avvenuta solo prima della pausa invernale.      
Ci sono molti aspetti che questo progetto di ShondaLand (la compagnia di Shonda Rhimes che è qui produttrice esecutiva) ideato da Peter Nowalk che funzionano a dovere: l’uso de tempo, con scarti che rendono le vicende dinamiche a sufficienza senza essere confuse; la sensazione di tensione e urgenza costanti; la diversità nel cast; l’idea che la realtà spesso non è così come sembra;  le magnifiche scene di sesso (e penso a Connor in particolare); il profondo senso di infelicità che attanaglia tutti i personaggi, Annalise e Bonnie in primis; la costruzione narrativa in sé e per sé che è chiaro essere timonata con destrezza e senza incertezze.
Eppure, non mi è piaciuto. E forse per me le ragioni sono solo l’irruente leggerezza con cui di fatto vengono trattate questioni complesse, accennate ma mai davvero approfondite, l’aggressività dell’atmosfera, e l’etica che sta a fondo del programma, che impila menzogna su menzogna, come modalità di sopravvivenza, ma alla fine come stile di vita. Annalise è un avvocato feroce almeno quanto How to Get Away with Murder è una serie feroce. Forse è un pregio, ma non posso dire mi piaccia.

mercoledì 11 marzo 2015

MAISON CLOSE - La Casa del Piacere: la prima stagione


Si è da poco chiusa su La Effe la prima stagione di Maison Close – La Casa del Piacere (Canal+, 2010), che ora la rete fa seguire, senza soluzione di continuità, dalla seconda stagione. Siamo nella capitale francese, nel 1871, poco dopo l’esperienza della Comune di Parigi e, come è facile capire dal titolo, siamo in un bordello, il Paradis. Padrona è Hortence Gaillac (Valérie Karsenti), lesbica innamorata di una delle prostitute più apprezzate di questa casa di tolleranza di lusso, Véra (Anna Charrier). Quest’ultima vorrebbe essere libera, e per un momento quasi ci riesce - il tema della libertà è molto presente in questa serie ideata da Jacques Ouaniche, che ritrae queste professioniste del sesso come prigioniere e vittime, spesso pressate dai debiti a quel genere di vita. Una di queste è Rose (Jemima West), arrivata in città in cerca della madre, che faceva il mestiere. La sua verginità messa all’asta al maggior offerente è emblematica di questa schiavitù. Un’altra delle ragazze protagoniste, Angèle (Blandine Bellavoir), sogna di costruirsi una vita con l’uomo di cui è innamorata. Margerite (Catherine Hosmalin) apre la porta ai clienti e si assicura che le ragazze righino dritto. Per il resto ci pensa la legge, molto rigida nei loro confronti.
La serie parte con un’estetica da telenovela, sia nell’aspetto narrativo che in quello stilistico, da cui si affranca un po’ nel corso delle puntate, anche se mai del tutto. Ho trovato coraggioso ad esempio che abbia cercato di affrontare il tema della prostituzione di bambine (1.07), salvo poi risolvere la questione con modalità da feuilleton tutto raggiri, coincidenze e omicidi. È magari anche avvincente, ma un maggiore realismo sarebbe risultato più di impatto. Per questo la serie non convince mai del tutto.
C’è poco coinvolgimento emotivo con i personaggi e in parte questo è dovuto al fatto che i rapporti fra di loro sono poco approfonditi. Si sviluppano infatti magari anche sul piano della trama e dell’intrigo, ma da un punto di vista relazionale sono abbastanza piatti o proprio inesistenti. I personaggi fra loro di fatto, pur condividendo uno spazio fisico ristretto, risultano abbastanza isolati. I momenti in cui la serie è riuscita infatti a elevarsi è lì dove è stato creato un ponte fra loro (come è stata la conversazione fra Véra e Rose, stese a letto a giocare e scambiarsi due chiacchiere). Il più delle volte, al di là delle macchinazioni, non condividono realmente aspetti della vita. Questo l’ho percepito come un grosso difetto della sceneggiatura, anche perché non mi pare realizzato volontariamente con il senso di dire che in quel genere di ambiente, pur nella vicinanza fisica con altre persone che condividono la tua stessa sorte, in realtà sei solo e abbandonato e spesso disperato, perché non trovi né amicizia, né amore, né alcuna intimità emotiva.
Alcuni colpi di scena li ho trovati exploitative, come si direbbe in inglese, ovvero un po’ “approfittatori”, per facile effetto shock del momento e per mandare avanti il plot, ma con scarso peso umano. L’ho pensato nella modalità in cui hanno fatto perdere la verginità a Rose, ma lì l’ho condonato perché mi è parso voler essere un mezzo per caricare emotivamente il suo personaggio come qualcuna che di fatto è fatta schiava contro la sua volontà. Emblematica però per me è stata a questo proposito la vicenda dell’acido gettato in faccia a una delle ragazze (1.02) come forma di ritorsione di un malvivente verso Hortence. Al di fuori dalla funzionalità per la trama, c’è stata troppa poca empatia da parte delle colleghe per quello che aveva vissuto la ragazza, per l’atto subito, per il futuro che le sarebbe aspettato, per i possibili risvolti per loro stesse se si fosse ripresentata la situazione. Mi ha immediatamente richiamato una vicenda similare, mutatis mutandis, in Bomb Girls, dove una delle operaie rimane sfigurata sul lavoro. Lì siamo su un altro pianeta. Pur non essendo nemmeno stato sviluppato in modo particolarmente approfondito, con poche pennellate lì si è reso il dramma della persona che qui non c’è.
La cosa che ho invece trovato interessante è il fatto che salvo pochissime  eccezioni, Pierre Gaillac (il fratello di Hortense, effettivo proprietario del bordello) e Brise Caboche (l’innamorato di Angèle) in particolare, o pochi clienti, di per sé gli uomini non esistono, sono solo una sorta di massa indistinta e casuale e non hanno un vero senso, ma sono relegati a quel ruolo che di solito hanno le donne nel film medio. Sono tutte femmine e questo è sì voluto, per come l’ho percepito, e l’ho trovato interessante.  
Per quanto riguarda specificatamente la messa in onda da parte di La Effe, mi ha scandalizzato che sia stato indicato come un programma adatto a “bambini accompagnati”: a un certo punto devono essersene resi conto perché in chiusura di stagione hanno cambiato e lo hanno indicato come adatto solo a un pubblico adulto; mi ha vagamente insultato la pubblicità che diceva che “essere donne è sempre stato un lavoro a tempo pieno”, facendo equivalere l’essere donne all’essere prostitute (e lo dico pur non provando io riprovazione morale per la prostituzione); e ho invece apprezzato molto l’acuto suggerimento commercial-letterario, giustapposto al programma, di leggere Il Petalo Cremisi e il Bianco di Michel Faber, libro che si avvicina alla serie per tematica ed epoca, e che ho amato molto.      

martedì 3 marzo 2015

THE ODD COUPLE: stantia

 
Niente, Matthew Perry proprio non riesce a trovare un progetto degno del suo talento comico, nemmeno con il recentissimo The Odd Couple, rifacimento di quella “strana coppia” che già era diventata una sit-com di successo  negli anni ’60-’70 che era basata su una commedia di Neil Simon. Quella volta Oscar Madison e Felix Unger erano interpretati rispettivamente da Jack Klugman e Tomy Randall, questa volta il ruolo del disordinato giornalista sportivo radiofonico spetta a Matthew Perry e quella dell’ossessivamente ordinato fotografo a Thomas Lennon. Gli amici Teddy (Wendell Pierce, Treme) ed Emily (Lindsay Sloane, Weeds), e l’assistente di Oscar, Dani (Yvette Nicolle Brown, Community), completano il cast.  
La serie, sviluppata per la TV dallo stesso Perry con Danny Jacobson, è trita e stantia, anche se è bello notare che non è più tabù parlare di omosessualità. Si è sempre presunto che il personaggio di Felix fosse segretamente gay. Qui, con umorismo ben riuscito – uno dei punti più riusciti di un pilot forzato e caricaturale -,  si discredita quella teoria.  Salvo qualche raro momento non si ride. Meglio recuperare l’originale.  

venerdì 27 febbraio 2015

Ci lascia Leonard Nimoy: RIP

 
È mancato oggi, a 83 anni, l’attore Leonard Nimoy, che interpretava il signor Spock nello Star Trek originario.
È stato, ed è, una vera icona della televisione. Io ho un passato da trekkie sfegatata e questa è sicuramente una morte che mi addolora. RIP.
Ai suoi fan, una sua frase classica: “vita lunga e prospera”.

martedì 24 febbraio 2015

SATISFACTION: mi ha soddisfatta

 
“Il sesso non è il vero barometro di un matrimonio, la conversazione lo è.” (1.06); “Siamo soli nella vita: l’amore, il matrimonio…è solo una distrazione” (1.06). Questo paio di citazioni, tratte dalla serie Satisfaction, rendono bene qual è il fulcro di interesse della serie: il senso e il ruolo delle relazioni sentimentali nella propria realizzazione personale, la comprensione di che cosa ci dà soddisfazione nella vita e nei rapporti umani, e la ricerca di che cosa realmente vogliamo. Come esplicitano sul sito ufficiale della serie, la domanda che si pongono è: che cosa fai quando avere tutto non è abbastanza? La canzone della sigla d’apertura è la notissima “(I Can Get No) Satisfaction”.  Si risponde attraverso gli accadimenti, attraverso espliciti scambi verbali in proposito, e attraverso conversazioni che il protagonista principale ha con un monaco buddista con cui si confida per avere una guida spirituale.
Neil Truman (Matt Passmore) scopre un giorno per caso che la moglie Grace (Stephanie Szostak) paga uno gigolò, Simon (Blair Redford, Switched at Birth, The Lying Game), per andare a letto con lei. Va in crisi, e all’insaputa della moglie, lo diventa lui stesso, lavorando part-time per Adrianna (Katherine LaNasa), una madame che gestisce un giro di escort maschi.  Neil in questo modo cerca di capire sia se stesso che le esigenze della moglie, perché ci tiene a mantenere e preservare il matrimonio, rendendolo felice. La figlia adolescente della coppia intanto, Anika (Michelle DeShon), sogna una carriera come cantautrice, e certe volte trova più facile confidarsi con la zia Stephanie (Deanna Russo) che con la madre.
Ad eccezione del pilot, la titolazione delle singole puntate comincia regolarmente con tre puntini di sospensione. Idealmente seguono il titolo del programma per poi continuarlo. Soddisfazione… attraverso l’ammissione (1.02), attraverso la competizione (1.03) attraverso la scoperta di sé (1.04), attraverso la partnership (1.05), e via dicendo.
Difficilmente vedremo questo drama ideato da Sean Jablonski sulle passerelle delle premiazioni – potrebbero esserci più chiaroscuri, la recitazione pur buona potrebbe essere più memorabile, le ambiguità relazionali potrebbero essere più marcate, i dialoghi più pregnanti… - ma nondimeno ha una sua dignitosa solidità e una certa schietta onestà nel trattare l’argomento del titolo. E le 10 puntate che hanno debuttato lo scorso luglio sull’americana USA Network affrontano un tema poco battuto, portando una cerca ventata di novità.
Posso dirlo, mi ha soddisfatta, e a sufficienza da proseguire a seguirlo nella seconda stagione. 

venerdì 13 febbraio 2015

GALAVANT: esilarante e un po' scemo

 
Il mio approccio a Galavant è stato più o meno di questo tipo: minuto zero - un musical medievale, speriamo non sia troppo pesante, ma guardiamolo, che così almeno se è un trippone lagnoso lo tiro via dall'elenco delle cose da guardare. Minuto due - sembra buffo. Minuto quattro - colpo di scena, chi se lo sarebbe aspettato? Minuto otto - che ridere, è troppo divertente. Lo guardo di sicuro tutto. Minuto dodici - è fantastico, voglio già rivederlo, e non intendo un'altra puntata, ma proprio questa stessa. Sono conquistata. Minuto venti - a cavoli, la cosa si fa pure intrigosa. Non vedo l’ora di seguire la prossima puntata.
Ideato da Dan Fogelman, e con le canzoni del compositore Alan Menken e del librettista Glenn Slater, Galavant è appunto un musical sull’omonimo eroe, detto Gal (Joshua Sasse) che, deluso in amore quando la sua amata Madalena (Mallory Jansen) per ragioni di fortune economiche gli preferisce re Richard (Timothy Omudson), si lascia andare. Finché non entra in scena la principessa Isabella di Valencia (Karen David) che si rivolge a lui chiedendogli un aiuto che non vuole dare e che solo una menzogna lo convince a prestare. E lui si mette all’opera, affiancato dallo scudiero Sid (Luke Youngblood).
Un po’ storia Disney, un po’, come ha detto TV Guide, un amalgama di tono e genere fra The Princess Bride, i Monty Pyphon e Once Upon a Time - C’era una volta, questa favola comico-musicale della ABC ha amore, avventura, e divertimento. Anche i personaggi minori, come il cuoco (Darren Evans),  sono uno spasso, e non mancano guest star d’eccezione (John Stamos è un cavaliere che sfida Galavant, Ricky Gervais è il Mago Xanax, Hugh Bonneville un pirata, Anthony Stweart Head il padre del protagonista, Sophie McShera è Gwynne, la domestica di cui è innamorato Chef…). Riesce a mescolare bene humor a tenerezza, e in questo fa davvero faville il regnante in carica, insieme alla sua guardia del corpo numero uno, Gareth (Vinnie Jones). Anche la morale, con un cavaliere che non deve nascondere i propri sentimenti per essere un vero eroe, è apprezzabile e un gradito aggiornamento rispetto ai mores del passato.  
Nei testi della canzoni si son fatti riferimenti meta-testuali, compreso l’ammettere che se torneranno per una seconda stagione (la prima è andata in onda per 8 puntate sulla ABC) dipenderà dagli ascolti. Che dire, speriamo. Autoconsapevole e autoironico, è un po’ scemo a tratti, ma conscio di essere scemo e deliziato dell’essere scemo.
Sotto il video ufficiale che dà inizio alle vicende (non mi odiate se non riuscirete più a togliervelo dalle orecchie). 

lunedì 9 febbraio 2015

GIRLFRIENDS' GUIDE TO DIVORCE e TOGETHERNESS: colpevoli di spreco


 
Girlfriends’s Guide to Divorce (le due foto sopra, puntata 1.04) e Togetherness (le due foto sotto, puntata 1.02), ripetete con me: è immorale buttare via cibo perfettamente commestibile, senza una reale ragione che ne giustifichi lo spreco. Essere arrabbiati (caso uno) o volersi mettere a dieta (caso due) non si qualificano minimamente come tali.  
Questo malcostume, per non dire di peggio, segnalato da me anche in altre occasioni (ad esempio qui, in Homeland), continua.


venerdì 6 febbraio 2015

DOMINION: fragile


Le recensioni erano negative e, forse per le basse aspettative, mi aveva favorevolmente colpito il pilot di Dominion, che poi invece ha deluso, nella prima stagione di soli otto episodi a cui comunque farà seguito una seconda. 
Basata sul film del 2010 Legion, e ideata da Vaun Wilmott, questa serie apocalittico-sovrannaturale ha una premessa intrigante: Dio scompare e la colpa viene data agli esseri umani che lo hanno deluso. Gli angeli, di vario livello, si dividono in due fazioni: quella guidata da l’Arcangelo Michele(Tom Wisdom)  è a favore dell’umanità; quella che segue l’Arcangelo Gabriele (Carl Beukes) invece vuole distruggerla per punirla. A Vega però (un tempo Las Vegas), una delle poche città sopravvissute e ora fortificate, vive il prescelto, il sergente Alex Lannon (Christopher Egan), che ha sul corpo dei tatuaggi che solo lui riesce a leggere con impresse le “parole del Padre” che dovrebbero portare l’umanità alla salvezza. Parallelamente alla battaglia fra le due fazioni, c’è anche un’intensa attività politica a capo della città, che vede come figure di spicco il generale Edward Riesen (Alan Dale, The OC, Lost) e il console David Whele (Anthony Head, Buffy), scaltro amministratore . Il primo è Lord della città e suo comandante militare, nonché padre di Claire (Roxanne McKee), insegnante e sua erede politica, innamorata, ricambiata, del “prescelto”. Il secondo è un potente senatore il cui figlio, William (Luke Allen Gale), promesso e poi sposo di Claire, è il leader spirituale della Chiesa del Salvatore, ma segretamente un accolito dell’Arcangelo Gabriele.   
Il reticolato di base, abbastanza complesso, non regge a causa di una recitazione fiacca, ad esclusione dei due anziani politici – Head e Dale sono sempre convincenti. Il prescelto in particolare manca di carisma, e non si capisce davvero perché lo abbiamo selezionato per il ruolo, se non per il fatto che aveva avuto un ruolo relativamente similare nel rimpianto Kings, dove pure era l’anello debole. Spunti interessanti ce ne sono anche: gli angeli come forze oscure, ad esempio, o il rapporto con il “padre”, tema pregnante della serie, con Dio padre che abbandona l’umanità e il prescelto che è stato abbandonato da suo padre e lui stesso che in finale di stagione (1.08) si vede costretto ad abbandonare il proprio figlio non ancora nato… La sceneggiatura però è fragile e i dialoghi completamente dimenticabili per cui la portata dell’idea, potenzialmente potente, non ne viene sorretta.

mercoledì 28 gennaio 2015

BACKSTROM: insipido


Nonostante il solido cast, Backstrom, serie sviluppata da Hart Hanson (Bones) sulla base di libri gialli svedesi scritti da Leiss G.W. Persson, è assolutamente trascurabile, cosa che di suo non le sarà di impedimento dal diventare un successo, temo.

Le attrattive, chiamiamole così, del protagonista, il tenente Everett Backstrom (Rainn Wilson, The Office, Six Feet Under) dovrebbero essere la sua odiosità, il suo menefreghismo e il suo pessimismo: beve, fuma, mangia male compromettendo la sua salute, fa altro quando dovrebbe lavorare, è offensivo e pensa che tutte le vittime di omicidio stringi stringi se la siano cercata…ma riesce a risolvere i casi più complicati. Qualcuno lo ha paragonato a un moderno tenente Colombo, ma io non ci vedo alcuna similarità. Un paragone più azzeccato sarebbe con House, ma non ci si avvicina nemmeno per sbaglio. La sua presunta brillantezza, è molto, molto, offuscata.

Le vicende su cui investigare sono insipide, risolte in modo forzato, e in generale i rapporti con gli altri personaggi sono troppo “generici”. Nulla da segnalare né nella dinamica con la detective Nicole Gravely (Genevieve Angleson), né con il detective John Almond (Dennis Haysbert, 24). Spicca forse quella con il ragazzo che, da quello che si accenna nel pilot, dovrebbe essere un suo figlio avuto da una prostituta, Gregory Valentine (Thomas Deller), che è il suo punto di collegamento con l’altro lato della legge. Forse poteva diventarlo quello con il medico che lo visita nella prima puntata, il dottor Deb (Rizwan Manji), ma questi è indicato solo come attore ospite.

Non basta un caratteraccio a creare un affascinante anti-eroe. 

martedì 27 gennaio 2015

GIRLS: donne "post-ferite"

Leslie Jamison è entrata nel 2014 nella lista che il New York Times stila ogni fine anno sui libri più notabili con il suo The Empaphy Exams, che al mio scrivere ancora non mi risulta disponibile in traduzione italiana. Questi “Esami di Empatia” sono una raccolta di saggi che in modo più o meno diretto hanno a che vedere con questo tema. Nella sezione intitolata “Grand Unified Theory of Female Pain” (Grandiosa Teoria Unificata del Dolore Femminile), l'autrice dedica un segmento che è sottotitolato “Wound #7” (ferita numero 7) alla serie televisiva Girls. Per quanto il pezzo faccia una digressione in termini più ampi rispetto alla serie che di fatto usa come pretesto ed esempio, mi pare ne dia una lettura molto originale e acuta, e perciò riporto sotto, nella mia traduzione, il brano in proposito (che si trova all’80% nell’edizione Kindle in cui lo sto leggendo io).
Eccolo:
Ora abbiamo un programma televisivo chiamato Girls, su ragazze che soffrono, ma costantemente disconoscono la loro sofferenza. Litigano sull’affitto e i ragazzi e il tradimento, yogurt rubato e i modi in cui l’auto-compatimento struttura le loro vite. “Sei una grande, brutta ferita!” grida una. L’altra le urla di risposta: “No, sei tu la ferita!” E così palleggiano, avanti e indietro: Tu sei la ferita; tu sei la ferita. Sanno che alle donne piace reclamare il monopolio sull’essere ferite, e lo fanno notare l’una all’altra.
Queste ragazze non sono tanto ferite quanto post-ferite, e vedo le loro sorelle ovunque. L’hanno superato. Non sono una persona melodrammatica. Dio aiuti la donna che lo è. Quello che chiamerò “post-ferita” non è un cambiamento nel sentire profondo (comprendiamo che queste donne ancora soffrono), ma uno spostamento che distanzia dall’emozione ferita - queste donne sono consapevoli che “l’essere ferite” è strafatto e sovrastimato. Sono sospettose del melodramma, per cui al posto rimangono insensibili o argute. Le donne post-ferite fanno battute sull’essere ferite o diventano impazienti nei confronti delle donne che soffrono troppo. La donna post-ferita si comporta come se anticipasse certe accuse: non piangere troppo forte, non fare la vittima, non recitare di nuovo il solito ruolo. Non domandare antidolorifici di cui non hai bisogno; non dare a quei medici un’altra ragione per dubitare delle altre donne che finiscono sui loro lettini per una visita. Le donne post-ferite scopano uomini che non le amano e poi se ne sentono lievemente tristi, o semplicemente indifferenti, più di ogni cosa rifiutano di preoccuparsene, rifiutano di soffrirne – oppure sono infinitamente auto-consapevoli della posa che hanno adottato se si concedono questa sofferenza.
La posa post-ferita è claustrofobica. È esausta, dolore che diventa implicito, sarcasmo che gira rapidamente sui tacchi di qualunque cosa possa sembrare auto-compatimento. Lo vedo nelle scrittrici donne e nelle loro narratrici donne, collezioni di storie su donne vagamente insoddisfatte che non possiedono più pienamente i propri sentimenti. Il dolore è ovunque e non è da nessuna parte. Le donne post-ferite sanno che gli atteggiamenti di dolore fanno il gioco di concezioni dell’essere donna limitate e antiquate. Il loro dolore ha un nuovo linguaggio nativo parlato in diversi dialetti: sarcastico, apatico; opaco; cool e arguto. Stanno in guardia contro quei momenti in cui il melodramma o l’auto-compatimento rischiano di spezzare le curate cuciture del loro intelletto. Dovrei piuttosto chiamarla una cucitura. Ci siamo cucite da sole. Portiamo tutto alla macina.   

venerdì 23 gennaio 2015

EPISODES 4.02: amara e graffiante

 
 Episodes  è, anche in questa sua quarta stagione, autenticamente esilarante. Ci sono momenti in cui si scoppia in fragorose risate a voce alta. Forse anche per questo motivo si può concedere momenti di graffio puro, amari, amarissimi, in cui si riflette e basta, e questi sono potenti, come è il caso della scena finale della puntata 4.02.
A inizio di stagione Matt (Matt LeBlanc) si rende conto che l'uomo che gestiva il suo denaro, ora defunto, colpevole di appropriazione indebita, lo ha alleggerito di 32 milioni di dollari. È una tragedia per lui, e nonostante Sean (Stephen Mangan) e Beverly (Tamsin Greig) gli facciano notare che è ancora un uomo molto ricco, avendo perso solo metà del patrimonio, lui non si dà pace. Lo scoppiettante ping-pong verbale fra i tre, con la coppia che gli ricorda che ha ancora un ingente capitale e lui che ribadisce loro che però ha perso tantissimo, è da manuale, è da scompisciarsi: scritta bene e recitata anche meglio.
Sulla base di questa premessi, i consulenti, di Matt lo invitano a fare dei tagli finanziari, ma lui non si sente di eliminare nessuna delle voci che gli sottopongono: non il vigneto che produce bottiglie che portano il suo nome, che è in perdita, e gli costa $1100 a bottiglia; non l'aereo privat;, non la collezione di auto; non altro.
L'ultima scena vede lui recarsi sulla spiaggia dove un lavorante anziano sta raccogliendo delle alghe secche e pulendo. Matt gli dice che è dispiaciuto, che ha avuto guai finanziari, ma che volevano addirittura far rinunciare all'aereo, e deve pur porre una linea di demarcazione da qualche parte, per cui è dispiaciuto ma, nonostante diciotto anni di servizio per lui, deve licenziarlo, aggiungendo che se vuole può magari tenersi il rastrello, anche non fosse suo. E andandosene, all'uomo che ascolta e basta e non proferisce parola, suggerisce ancora qualche ultimo lavoro da fare. È agghiacciante; non fa ridere. Se qualcuno riesce a ridere è un riso amaro come pochi. È una accusa al vetriolo contro quel sistema di show-business e star-system che questa sit-com abbraccia e costantemente deride. È una detonazione che si sente forte e chiara. Ammirevole anche LeBlanc che si presta nel ruolo di un esagerato se stesso, e veri maestri gli autori.
La sottovalutata "Episodes" si conferma una delle migliori serie comiche in circolazione.