lunedì 28 settembre 2020

TCA Awards 2020: i vincitori

In ritardo rispetto al solito e senza cerimonia a causa della pandemia da COVID-19, ma comunque una settimana prima della consegna degli Emmy, il 14 settembre, sono stati rivelati i vincitori dei TCA Awards, ovvero i premi dei critici televisivi americani e canadesi della Television Critics Association.

Eccoli sotto:

Programma dell’anno: Watchmen (HBO)

Miglior Nuovo Programma: Watchmen (HBO)

 

Miglior Drama: Succession (HBO)

Miglior Film o Miniserie: Watchmen (HBO)

Miglior Comedy: Schitt’s Creek (Pop TV)

 

Miglior News a e Informazione: The Last Dance (ESPN)

Miglior Reality: Cheer (Netflix)

Miglior programma per ragazzi: Molly of Denali (PBS Kids)

Miglior  Sketch/Varietà: A Black Lady Sketch Show (HBO)

 

Miglior interpretazione  in un  Drama: Regina King (Watchmen, HBO)

Miglior interpretazione  in una Comedy: Catherine O’Hara (Schitt’s Creek, Pop TV)

 

Premio alla carriera: Alex Trebek

Heritage Award: Star Trek (CBS)


Personalmente sono soddisfatta delle scelte. Come tutti mi inchino al genio narrativo di Damon Lindelof. Io stessa avevo indicato l’attualissimo pregnante Watchmen fra le serie migliori del 2019. Ne avevo parlato qui. Se Succession non avesse portato a casa il riconoscimento come miglior serie drammatica sarei davvero rimasta sorpresa e delusa. Dal poco che ho visto di Schitt’s Creek pure sono soddisfatta.

Il solo risultato che avrei voluto diverso è quello della categoria “Miglior nuovo programma”, dove avrei voluto vincesse The Great, questo anche perché Watchmen ha già vinto in molte altre categorie e presumibilmente non avrà una seconda stagione. Qui, trovate insieme ai vincitori anche l’elenco dei nominati.

lunedì 21 settembre 2020

EMMY AWARDS 2020: i vincitori

 

Sono stati consegnati ieri gli Emmy Awards, gli Oscar del piccolo schermo. Ecco sotto la lista dei vincitori principali. Qui l’elenco completo, anche dei nominati. Posso solo commentare che ha vinto chi avrei fatto vincere io, almeno per quanto riguarda le categorie principali.


Miglior drama: Succession (HBO)

Miglior attrice, Drama: Zendaya, “Euphoria”

Miglior attore, Drama: Jeremy Strong, “Succession”

Miglior attrice non protagonista, drama: Julia Garner, “Ozark”

Miglior attore non protagonista, drama: Billy Crudup, “The Morning Show”

Miglior sceneggiatura per un drama: Jesse Armstrong, Succession (“This Is Not for Tears”)

Miglior regia per un drama: Andrij Parekh, Succession (“Hunting”)

 

 

Miglior  Comedy: Schitt’s Creek (Pop)

Miglior attrice, comedy: Catherine O’Hara, “Schitt’s Creek”

Miglior attore, comedy: Eugene Levy, “Schitt’s Creek”

Miglior attrice non protagonista, comedy: Annie Murphy, “Schitt’s Creek" 

Miglior attore non protagonista, comedy: Daniel Levy, “Schitt’s Creek”

Miglior sceneggiatura per una  comedy: Daniel Levy, Schitt’s Creek (“Happy Ending”)

Miglior regia per una comedy: Andrew Cividino and Daniel Levy, Schitt’s Creek (“Happy Ending”)

 


Miglior Limited Series: Watchmen (HBO)

Miglior attrice,  Limited Series o TV Movie: Regina King, “Watchmen”

Miglior attore, Limited Series o TV Movie: Mark Ruffalo, “I Know This Much Is True”

Miglior attrice non protagonista, Limited Series o Movie: Uzo Aduba, “Mrs. America”

Miglior attore non protagonista, Limited Series o Movie: Yahya Abdul-Mateen II, “Watchmen”

Miglior sceneggiatura per una Limited Series: Damon Lindelof and Cord Jefferson, Watchmen (“This Extraordinary Being”)

Miglior regia per una Limited Series: Maria Schrader, Unorthodox


martedì 15 settembre 2020

THE MAN IN THE HIGH CASTLE: se avessero vinto i nazisti

 

The Man in the High Castle, L’Uomo nell’Alto Castello, la produzione Amazon Prime basata sull’omonimo romanzo di Philip K. Dick del 1962 (La Svastica sul Sole in italiano), è una ucronia in cui le forze dell’asse hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale: gli Stati del Pacifico sono sotto il controllo giapponese, mentre la gran parte del resto degli Stati Uniti, salvo una piccola zona neutrale, sono sotto il controllo dei tedeschi. Roosevelt è stato assassinato e i nazisti hanno sganciato una bomba atomica su Washington.

 

Nelle quattro stagioni di 10 puntate ciascuna di cui si compone, il punto di forza di questa creazione di Frank Spotnitz è una trama molto solida e ben recitata: in generale la narrazione è molto appagante perché ben strutturata e ricca di colpi di scena imprevedibili che la rendono sia facile da seguire e in un certo senso entusiasmante, oltre che molto pregnante rispetto al commento che offre metaforicamente sulla realtà contemporanea. Visivamente è più ordinaria.

 

Prima sotto il potere del Führer Hitler (Wolf Muser, Santa Barbara) poi, dopo la morte di questi, di Himmler (Kenneth Tigar), seguiamo le vicende dell’Obergruppenführer delle SS, John Smith (Rufus Sewell, Victoria), che fa poi carriera, che vive inizialmente in periferia poi a Manhattan insieme alla sua famiglia, che ama molto: la moglie Helen (Chelah Horsdal) e tre figli, Thomas (Quinn Lord), membro della gioventù hitleriana, Amy (Gracyn Shinyei) e Jennifer (Genea Charpentier). Sua principale “avversaria” nel corso del tempo è la partigiana Juliana Crain (Alexa Davalos) che all’inizio delle vicende è legata a Frank Frink (Rupert Evans), il cui nonno ebreo lo mette a rischio di discriminazione, ma che viene presto intrigata da Joe Blake (Luke Kleintank), perennemente in bilico su da che parte stare. Fra i migliori amici di Juliana e Frank c’è Ed McCarthy (DJ Qualls), che avvia una collaborazione con Robert Childan (Brennan Brown), un pavido, ma astuto  antiquario che vende cimeli americani ai giapponesi. Presto la resistenza, e nella quarta stagione la BCR (Black Communist Rebellion), si fa più organizzata ed è oggetto di repressione tanto da parte tedesca quanto da parte nipponica. Su quel versante, due leader sono il Ministro del Commercio Nabosuke Tagomi (Cary-Hiroyuki Tagawa), poi una figura positiva, e l’ispettore capo della Kenpeitai di stanza a San Francisco Takeshi Kido (Joel de la Fuente), che si riscatta solo alla fine: “questi imperi per cui combattiamo sono solo castelli di sabbia. Solo le onde sono eterne” (4.08).

 

I film in possesso dell’uomo nell’alto castello del titolo, su cui da un lato i nazisti, dall’altro la resistenza cercano di mettere le mani, ritraggono versioni alternative della storia, della realtà. Se nella diegesi questo si spiega per la presenza di un multiverso, per cui in ogni universo parallelo ci sono varie alternative di noi, il senso per noi è che immaginare delle alternative alla realtà presente permette di attivarsi per cambiarla, per avere una Storia (passato condiviso) e una storia (narrazione) differenti. Vedere film cambia le menti delle persone, e questo è la precondizione perché ci possano essere dei cambiamenti, delle scelte diverse. Mondi paralleli, fra virgolette, mondi diversi sono nei fatti resi possibili grazie alle nostre scelte. Questo è il senso ultimo di quello che la serie dice: quello che accade non è nelle mani di Dio, è nelle nostre mani. E suppongo che si potrebbe fare un’analisi nei termini dei “mondi possibili” di Eco. 

 

La serie è particolarmente riuscita nel mantenere il protagonista nazista principale in una situazione ambigua. Evita di cadere nella trappola del “nazista buono”, che sarebbe un ossimoro e moralmente discutibile, tuttavia riesce a non renderlo nemmeno un irredimibile cattivo, nel momento in cui lo mostra come un uomo che, sconfitto e costretto ad accettarli per sopravvivere, non ha sempre creduto buoni i principi del Reich, salvo poi sostenerli e rendersi conto alla prova dei fatti quanto siano deleteri. E quando la sua famiglia rischia di venire compromessa dai principi, lui non mostra dubbio alcuno su che cosa sceglie: le persone amate. Contemporaneamente, facendo carriera, e volendo mantenerla, e temendo anche per la propria incolumità, non arriva a disconoscerli e a rinunciare al suo ruolo. In questo senso, la recitazione di Rufus  Sewell è particolarmente sensibile, perché infonde costantemente il personaggio della crescente consapevolezza di essere in trappola in una realtà che ha aiutato a creare e che mantiene, ma di cui vede l’obbrobrio. Questo si estende anche ad Helen, la più coraggiosa alla fine nell’interrogarsi sul che cosa siano diventati e sul cercare di arrestare questo processo che riconosce come criminale.

 

Uno degli aspetti salienti è che si guarda non al nazismo dei grandi eventi (veri o immaginati che siano), ma a quello domestico, quello della vita quotidiana delle persone comuni, di coloro che poi non lo vivevano così male perché in una situazione di privilegio rispetto a quelli braccati come topi. Questo si riflette nella messa in scena. Sebbene si evochino i grandiosi scenari del potere, la gran parte delle scene avviene in uffici, case, camere d’albergo, seminterrati, baracche…  Per certi aspetti fa più effetto vedere la madre di famiglia leggere l’etichetta di un indumento e vedere che c’è una sigla che sta ad indicare che è realizzato da mani ariane, che l’ennesima esecuzione. Sa essere raggelante, ma in questa domesticità ci si rende anche conto del perché ha potuto attecchire. E perché ignoriamo realtà altrettanto terribili intorno a noi.   

 

In maniera molto forte poi, si esamina la conseguenza della riflessione critica dei figli sui genitori. I figli vivono le conseguenze delle scelte materne e paterne, e non sono belle. Sono il seme della distruzione di quel regime, che evidentemente non può essere sostenuto. Nella seconda stagione, lo si esplicita nella scelta del figlio di John, che è idealmente imbevuto degli ideali nazisti, in uno dei twist della stagione più inattesi e coinvolgenti, forse dovrei dire sconvolgenti perché coerenti. In seguito la figlia maggiore di John in particolare comincia ad accorgersi delle menzogne, e della propaganda. Venuta in contatto con un’alternativa, vede la realtà e per quella che è. E su questo si può riflettere come sia facile mantenere dei regimi totalitaristici e dispotici lì dove non c’è permeabilità con delle alternative. Helen si rende conto che ha perso anche la figlia più piccola alla fine, perché la sua mente appartiene invece allo Stato, che le ha fatto il lavaggio del cervello. Il figlio di Takeshi Kido è considerato un eroe di guerra, ma soffre di disturbo post-traumatico da stress, e reagisce con violenza verso queste emozioni distruttive che non riesce a controllare.

 

La parte distopico-fantascitifica pure è coerente col disegno di dominio del mondo del Reich e la forza del programma sta proprio nel riuscire ha mostrare la pericolosità di certe idee nella confezione di un’avventura molto godibile.

 

sabato 5 settembre 2020

THE BOOTH AT THE END: un patto per ottenere ciò che desideri


Che cosa saresti disposto a fare per ottenere quello che desideri? È questa l’idea centrale intorno a cui ruota The Booth at the End, ideato da Christopher Kubasik.

Un uomo (Xander Berkeley), senza nome, propone alle persone che si rivolgono a lui un patto. Se loro eseguono esattamente quello che lui chiede, otterranno per certo quello che vogliono, qualunque cosa essa sia. In cambio vuole solo essere tenuto al corrente ed essere aggiornato sui dettagli. I compiti che affida sono semplici o difficili, atroci o piacevoli, non c’è una regola. Lui apre un quaderno da qui legge quello che devono fare, e in cui segna quello che i suoi clienti gli raccontano. 

Chi è? Non si sa. È forse Dio? È il diavolo alla Faust di Goethe? “Come so che non sei il diavolo?”, gli chiede una. “Non lo sai”, risponde. È uno sceneggiatore? Uno psicoterapeuta? La propria coscienza resa visibile, i propri meccanismi mentali a volte assurdi resi concreti? È l’intermediario di qualcuno? È la materializzazione del fato eschileo come suggeriscono su FestivaldelNerd? O magari è un esperimento di Milgram, per l’era digitale, come propone Lucy Mangan sul Guardian? Non abbiamo una risposta. Non solo, dice esplicitamente che non possiamo saperlo. E questa incognita gnoseologica è una delle cifre stilistiche su cui fonda la propria forza la narrazione.

C’è il padre che vuole che il figlio non muoia di leucemia, la ragazza che desidera essere la più bella, l’uomo che agogna che una  donna vista nel poster di una rivista si innamori di lui, la suora che ha perso la fede che vuole ritrovare Dio… E i compiti possono essere i più vari, da aiutare una vecchina ad attraversare la strada, a rapinare una banca, a piazzare una bomba o uccidere qualcuno…

Lui, l’uomo al tavolo al fondo di una archetipa diner americana, non costringe nessuno. Chiede ripetutamente ai propri clienti se vogliono continuare, non affida mai missioni impossibili, solo compiti che spesso le persone non vogliono svolgere, questo sì. Sta a loro decidere che cosa fare. Loro hanno la scelta. Vogliono davvero quello che hanno detto di volere? A che cosa sono disposti per averlo? Possono abbandonare i propri propositi in ogni momento, e sono liberi di scegliere come mettere in atto il piano, hanno libero arbitrio di cambiare idea e chiedere cose differenti. E non è detto che quello che vogliono poi non lo ottengano comunque, indipendentemente dall’accordo stipulato.   

Lui, di sè, non dice nulla. Nemmeno a Doris (Jenni Blong), cameriera della tavola calda, che cerca di capire chi è e di far sì che lui si apra con lei. Così come dichiara rigorosamente di non sapere molte delle cose che gli domandano, di come stiano andando, o su chi siano le persone con cui vengono in contatto.

La serie è costruita esclusivamente sui dialoghi fra l’uomo e i propri clienti, è quindi puramente conversazionale, quasi teatrale.  Non vediamo accadere niente, e tutto è ricostruito nella nostra fantasia attraverso le parole. Ci si interroga proprio sul desiderio, sulle scelte, sulla natura umana e su quello che saremmo disposti a fare per ottenere determinate cose. Io per me stessa credo di sapere bene a che cosa sarei disposta e a che cosa no. Però sarebbe diverso se avessi la certezza di avere quello che voglio?

E le storie, scopriamo pian piano, almeno alcune di esse, sono collegate. A un uomo viene chiesto di uccidere una bambina, a un altro di proteggerla. È la vita.

Purtroppo su Amazon Prime, dove è disponibile la prima, tutta con la regia di Jessica Landaw, di due stagioni di cinque puntate ciascuna, è possibile solo seguirla in italiano. Mi rammarico di questo non tanto per principio, perché è più bello avere l’opzione di vederla anche in originale (che solitamente scelgo), tanto più con un cast di prim’ordine come in questo caso, quanto perché la versione doppiata è mal sincronizzata, e questo un po’ rovina la qualità della fruizione.

È un racconto che è contemporaneamente intimo, perché poche cose ci rivelano a noi stessi come i desideri, ma anche molto distaccato, teso. Non sembra tradire emozioni il man at the booth, se non curiosità e sorpresa, e non giudica chi ha di fronte, né per quel che vengono a chiedergli, né per come decidono di attuare i propri compiti. Si pongono questioni filosofiche, esistenziali, etiche, sebbene ci sia un fondo in qualche modo sovrannaturale. C’è anche un’estetica molto “ordinaria”, quotidiana. A dispetto della premessa, non c’è niente di cervellotico.

Leggo su Wikipedia che il regista italiano Paolo Genovese ne ha tratto ispirazione per un suo film, The Place. La serie intanto, che è del 2010, è affascinante. Da non perdere. E se mi dispiace che sia stata cancellata dopo dope due stagioni, mi auguro di poter almeno vedere presto almeno la seconda, per ora inedita.

mercoledì 26 agosto 2020

AVENUE 5: delude, ma migliora


In Avenue 5, avventura comica di Armando Iannucci (Veep), siamo in un futuro in cui gli esseri umani vanno in crociera nello spazio.

A causa di una momentanea perdita di gravità artificiale e della morte dell’ingegnere capo, la nave interplanetaria del titolo, di proprietà dell’egocentrico, odioso  multimilionario Judd (Josh Gad), che pure è a bordo, si ritrova molti gradi fuori rotta, e al capitano Ryan (Hugh Laurie, House), che presto si rivela essere qualcuno di diverso da quello che tutti pensano che sia, tocca l’amaro compito di annunciare che il previsto viaggio di 8 settimane intorno a Saturno, si prolungherà: ci vorranno addirittura circa tre anni per tornare sul pianeta Terra. Equipaggio e passeggeri devono tenere la calma e imparare a convivere, ma sono arrabbiati.

Se le sparate del mercuriale, viziato Judd vengono gestite alla meno peggio dalla sua assistente personale Iris (Suzy Nakamura), al rapporto con la clientela è preposto Matt (Zach Woods, Silicon Valley), i cui tentativi di calmare tutti spesso hanno l’effetto opposto a quello desiderato, e la matura Karen (Rebecca Front) si fa portavoce delle esigenze dei passeggeri, fra cui il suo stesso marito Frank (Andy Buckley) e la coppia in crisi Mia (Jessica St. Clair) e Doug (Kyle Bornheimer, Worst Week). Chi cerca di venire a capo della situazione con delle soluzioni sono, sulla Terra, Rav Mulcair (Nikki Amuka-Bird), a capo della missione e sempre più stressata, anche per il costante scarto di tempo in cui avvengono le comunicazioni fra lo spazio e la base, e sulla nave la giovane ingegnera Billie (Lenora Crichlow, A to Z), anche se il suo contributo vorrebbe poterlo dare anche l’ex-astronauta Spike (Ethan Phillips). Ad alleggerire la tensione ci prova il giovane cabarettista Jordan (Himesh Patel).

Questa comedy inizialmente delude, ma prende vigore a mano a mano che procede. E anche se è facilmente interpretabile in modo metaforico-politico da Judd a Trump il passo non è lungo – non è sempre del tutto chiaro quale sia l’obiettivo della satira. Diversi dei personaggi (Judd, il capitano Ryan e Matt, in particolare) incarnano l’ossimoro fra quello che sono e quello che professionalmente dovrebbero essere chiamati ad essere: sono una farsa, l’assurdo di una società per cui è sempre più difficile distinguere realtà e apparenza – a questo proposito la season finale (1.08), in cui ciascuno reagisce in modo diverso all’ipotesi che la situazione in cui si trovano sia una simulazione, è emblematica. E una delle tematiche più interessanti che sono emerse è quella della competenza, e di come se non è esteticamente appetibile viene tenuta nascosta, e si premia invece la facciata più accattivante, anche se nasconde inettitudine.

Forse complice il fatto che in quarantena ho seguito la serie, in quella prospettiva si legge facilmente: persone bloccate in modo imprevisto in uno stesso ambiente, e persone a cui tieni che sono distanti. Con un tocco di antropologia sociale non indifferente (non credo di averne visto uno su questo principio dai tempi di Caprica), il capitano, il  cui matrimonio viene messo in crisi dalla situazione, è sposato non con una, ma con due persone – e i coniugi che gli chiedono il divorzio sono sulla terra.

Occasionalmente caustica, l’ilarità si potenzia nel tempo, e non solo perché conosciamo di più i personaggi, ma perché si riesce a costruire mungendo il più possibile umorismo da una stessa idea. Un esempio concreto è il fatto che ad un certo punto la nave deve espellere la cacca dei passeggeri che finisce, per effetto della gravità creata dal veicolo aerospaziale stesso, a rotearle intorno. La merda è davvero terreno fertile per battute e situazioni che montano con il tempo in vis comica – e causa di risate non solo scatologiche, ma anche allegoriche – e che mostrano l’abilità degli autori che, appunto, da una occasione iniziale continuano a cavare spunti.   

Scrive poi bene Troy Patterson sul New Yorker, che richiama ora l’Aereo più pazzo del mondo, ora Pirandello, Star Trek e Love Boat, quando dice che “(i) personaggi consumano un sacco di aria riciclata per criticare l’uno la dizione dell'altro, a lamentarsi del tono, a controllare le sfumature di connotazione, a sbuffare sul "gergo", a misurare la gestazione delle pause ricche di significato e, in generale, a trovare le figure retoriche gli uni degli altri”. Sebbene fino in fondo non convinca del tutto, non è sicuramente una commedia di autori alle prime armi e, rinnovata per una seconda stagione, avrà tempo di aggiustare la rotta.

domenica 16 agosto 2020

THE UNICORN: ricominciare dopo un lutto


Rinnovata per una seconda stagione, The Unicorn ha come protagonista Wade (Walton Goggins, The Shield, Justified), vedovo e ora padre single di due ragazzine adolescenti, Grace (Ruby Jay) e Natalie (Makenzie Moss), che cerca di capire come andare avanti dopo la morte della moglie. È quello che il suo gruppo di amici definisce un “unicorno” (da cui il titolo), ovvero una brava persona, senza grilli per la testa,  devota alla famiglia e con un buon lavoro – è un architetto paesaggista – che è in cerca di una nuova relazione e non ha paura di impegnarsi: una creatura elusiva che tutte le donne cercano, una rarità insomma. Un DILF (la versione maschile di MILF), come ha scherzato qualcuno. E i suoi tentativi di avviare una nuova relazione, sebbene con riluttanza, e il suo ruolo genitoriale ora che è sua sola responsabilità sono il fulcro di questa commedia scaldacuore dove il grande motore che fa sì che la vita continui è l’amicizia. Wade può infatti contare sul supporto, e le spinte, di Forrest (Rob Corrdry, The Daily Show with Jon Stewart) e Delia (Michaela Watkins, Casual), lui specialista in risorse umane, lei pediatra, e di Ben (Omar Benson Miller) e Michelle (Maya Lynne Robinson), genitori oberati di quattro figli.

La serie di ritrova necessariamente ad affrontare il tema della perdita. In 1.03 il protagonista viene spinto dagli amici a rivolgersi a un gruppo di aiuto-aiuto di persone che hanno perso il  proprio partner di vita, come modo di affrontare la propria rabbia. Il primo impatto non è dei migliori, perché le vedove son tutte donne, parlano molto di sesso e sebbene lui non sia puritano, si sente fuori luogo. Ci riprova però e riesce a trovare una connessione proprio sul tema della rabbia, trova la legittimazione a provarne – ha diritto di essere arrabbiato di quello che gli è successo -  e a sfogarla in modo produttivo. La figlia minore a sua volta trova il modo di manifestare la propria rabbia per le cose che stanno cambiano e per il modo in cui lei si sente lasciata in disparte.

In realtà però non è tanto il lutto a farla da padrone. Altrimenti, come After Life, ben ha dimostrato recentemente, uscire con qualcuno che ha appena subito la perdita di una persona tanto amata tanto facile non è. Qui è trascorso più di un anno dal funerale e sono le piccole grandi quotidianità delle vita ordinaria a dominare la scena, in particolare la difficoltà a trovare una persona con cui si possa davvero andare d’accordo al punto da condividere la vita su base stabile, con la prospettiva di una persona ormai matura. La forza del programma è quella di trattare con una certa intelligenza la propria premessa: anche nel mostrare l’inesperienza del protagonista  in certi aspetti dell’educazione delle proprie figlie, ma di non lo fanno apparire un’inetto ai fini di strappare una facile risata.

Nulla di quanto accade sulle schermo è in realtà particolarmente divertente. Si sorride, ma non ci sono grandi risate, ma c’è un tono fine e gentile che la rende amabile. E in finale di stagione (1.18), in cimitero, grazie a una puzzola, si mette in campo quello che con ogni probabilità potrà essere l’interesse sentimentale (Natalie Zea) del protagonista nel prosieguo delle vicende.

Ideata da Bill Martin, Mike Schiff e Grady Cooper, questa sit-com non rivoluziona certo il genere, ma rinverdisce il classico “una famiglia di amici” con un cast davvero di prim’ordine.  

giovedì 6 agosto 2020

THE GREAT: godibilissima


Huzzah!”, come esclamano di continuo i suoi personaggi,  “urrà!”: l’esilarante, effervescente The Great (dell’americana Hulu) è stata rinnovata per una seconda stagione. Una postilla al titolo di dice che è “una storia occasionalmente vera” questa rivisitazione della vita di Caterina di Russia ad opera di Tony McNamara, sceneggiatore australiano noto per la serie Doctor, Doctor, ma soprattutto per la nomination all’Oscar per La Favorita , che l’ha basata su una sua precedente opera teatrale del 2008.

Siamo nella Russia del XVIII° secolo. La diciannovenne (nelle vicende)  Caterina (Alle Fanning), una principessa tedesca (in realtà prussiana), sposa Pietro III (Nicholas Hoult), figlio di Pietro il Grande (questo nella serie, non nella storia vera, dove gli era nonno materno). Colta e imbevuta di idee illuministe, vuole portare grandi rinnovamenti, ma si trova dinanzi all’inettitudine a allo scarso interesse del consorte, più interessato a gozzovigliare che altro, e a dilettarsi sotto le lenzuola con la moglie del suo amico Grigor (Gwilym Lee), Georgina (Charity Wakefiled), cosa che entrambi accettano per lo status che ne hanno come conseguenza, ma lui in particolare molto a denti stretti. Caterina studia la possibilità di prendere lei il trono, supportata da quelli di cui si circonda a corte, fra cui Marial (Phoebe Fox), una nobildonna caduta in disgrazia per i torti del padre a Pietro, ora sua cameriera, e il verginale, pavido, studiosissimo conte Orlo (Sacha Dhawan), consigliere imperiale. Il marito poi le “regala” un amante con cui divertirsi, Leo (Sebastian De Souza) e inizialmente lo accoglie con riluttanza, ma poi fra i due nasce l’amore. Questo con grande dispiacere del generale Velementov (Douglas Hodge), che ha una cotta per lei, ed è spesso impegnato in guerra – che stanno perdendo contro gli svedesi. A dare dritte alla futura imperatrice è la zia del sovrano (Belinda Bromilow, consorte nella vita reale dell’ideatore), mentre chi la osteggia è l’arcivescovo “Archie” (Adam Godley, Lodge 49) che come capo della chiesa è ostile ad ogni innovazione che la donna propone: l’arte, la scienza, la stampa…

Gli interpreti dei due protagonisti principali recitano davvero alla perfezione, con grande verve, i propri ruoli: se tutti sono molto abili nel riuscire a far passare come sono “ostaggi” dei capricci del sovrano, la Fanning riesce a trasmettere l’entusiasmo e la voglia di innovazione mescolati alla realizzazione continua che la sua ingenuità si scontra con una realtà molto gretta – rendersi conto appena arrivata che le sue dame di compagnia non sanno leggere è un colpo – ed è contemporaneamente appassionata, e sognatrice, ma allo stesso tempo molto concreta e calcolatrice, se necessario; Hoult sceglie non solo di rendere il suo personaggio capriccioso e infantile, ma anche completamente disinibito e, nel suo egocentrismo totalmente autoassorbito e perennemente autocelebrativo che non riesce nemmeno a immaginare che tutti non lo adorino, riesce a infondere umanità. Se non fosse così perfettamente calibrato potrebbe riuscire facilmente odioso, invece riesce perfino a elicitare tenerezza.

Sono convincenti nella più assurda delle situazioni e hanno un tempismo comico invidiabile. Non credevo che avrei mai potuto ridere così tanto nel sentire citato Diderot, ma quando nel pilot, lei ne legge un passaggio al marito, la reazione di lui è particolarmente incisiva per il lasso di tempo che ha saputo tenere prima della risposta. E ugualmente sul tempo è giocata la “prima notte” dei reali. Marial vuole assicurarsi che la madre abbia informato Caterina su che cosa aspettarsi la prima volta. Lei sembra più informata del necessario perfino: fa una lunga, lunghissima descrizione poetica su quello che si aspetta. Non solo il lungo soffermarsi sui particolari è buffo in sé e per sé, ma rende cocente la delusione dell’atto successivo, che avviene in modo particolarmente crudo e sbrigativo. Il riso diventa presto amaro.

C’è  anche parecchia brutalità nella serie tutta – uno per tutti le deste decapitate dei nemici offerte insieme al dessert (1.02) – e si affrontano anche tematiche che hanno rilevanza nella contemporaneità – in “A Pox of Hope” (1.07), quando il servo Vlad (Louis Hynes, Una serie di sfortunati eventi) contrae il vaiolo, si parla di variolizzazione, e c’è una sorta di discussione fra vax e no-vax ante-litteram.

C’è sufficiente irriverenza nella scrittura e messa in scena che non si corre il rischio di prendere per vere quelle che sono evidenti licenze poetiche ai fini di ilarità. In questo modo e attraverso questo filtro si nascondono però molte verità storiche che vanno al di là degli eventi, ma che riguardano gli atteggiamenti egli elementi culturali che informano un periodo storico, come nel caso del dispotismo o della misoginia, del potere e dell’ambizione, della cultura e delle idee, della crudeltà senza senso e dei meccanismi di forza che li tengono in vita, della diversa percezione di ciò che è pubblico o privato, dell’opulenza oziosa della classe dirigente in contrasto con la sorte dei sottoposti, della forzata ipocrisia della corte, da cui spesso dipendeva la vita stessa, che è qui un filo conduttore importante.

A tratti assurda, anacronistica e rozza, confezionata in un look ricercato, è una satira affilata capace di tenere salde le redini e piena di sorprese, con momenti anche romantici (penso al doloroso finale): godibilissima. E per me, senza ombra di dubbio, una delle serie migliori dell’anno. 

lunedì 27 luglio 2020

MRS. AMERICA: ratifica dell'ERA - la seconda ondata femminista e l'opposizione



Se descrivo Mrs America (sull’americana Hulu) come il corso di storia, di scienze politiche, di femminismo, di attivismo e di narrativa biografica che ritengo che sia, lo faccio sembrare un polpettone lagnoso e quello, al contrario, non ritengo lo sia: è una sagace, appassionante battaglia per i diritti delle donne, e con una prospettiva inaspettata che dà peso e rilievo anche a chi quella lotta l’ha combattuta e persa. Si rimane con il fiato sospeso, anche se si sa già come va a finire. E i parallelismi con la contemporaneità rendono tutto ancora più pregnante. Quali di quelle conversazioni sono conversazioni che facciamo tutt’ora? La reazione alla finzione della narrativa possiamo anche intenderla come un potenziale test di Rorschach sulla propria posizione rispetto alle questioni trattate.  

Siamo negli USA, negli anni ’70 (si procede cronologicamente a partire dal ’71). I grandi nomi della seconda ondata femminista Gloria Steinem (Rose Byrne, Damages), Betty Friedan (Tracey Ullman, The Tracey Ullman Show), Bella Abzug (Margo Martindale, The Americans, The Good Wife), Shirley Chisholm (Uzo Aduba, Orange is the New Black), Jill Ruckelshaus (Elizabeth Banks)    si stanno battendo per far ratificare da tutti gli Stati americani, perché sia considerato costituzionale, l’ERA, ovvero l’Equal Rights Emendment, l’emendamento sulla parità dei diritti, approvato da entrambi i rami del Congresso in modo bipartisan e perfino sostenuto dal presidente repubblicano, ma osteggiato da chi sente minacciata la famiglia americana tradizionale, capitanato dalla reazionaria Phyllis Schlafly (Cate Balchet) che ha fondato l’Eagle Forum, un gruppo conservatore, sostenuta a denti stretti dal marito Fred (John Slattery, che dopo Homefront e Mad Men si sta facendo tutte le decadi) e contornata da altre donne che ne condividono i principi, come Alice Maccray (Sara Paulson, American Horror Story) e Rosemary Thomson (Melanie Lynskey).

Le puntate si aprono con il disclaimer che si tratta di eventi realmente accaduti, ma con un margine di invenzione, se non altro rispetto alle conversazioni a porte chiuse. La creazione di Dahvi Waller è particolarmente interessate nel taglio proprio perché, pur dedicando ogni puntata a una icona del movimento per i diritti delle donne, per terminare poi con una visione corale, sceglie di guardare molto a chi si è battuto intensamente contro, mostrando intanto anche le ragioni, non sempre retrograde e ottuse, di queste persone: casalinghe con poca esperienza fuori dall’ambiente domestico si sentivano minacciate e in fondo giudicate come poco importanti da parte di donne agguerrite che cercavano un proprio ruolo fuori dalle mura domestiche, ridicolizzate per essere orgogliose del loro ruolo di casalinghe, quando altrettanto legittima doveva essere giudicata la loro aspirazione di realizzarsi come madri e mogli. Si mostrano attivamente le donne come ultimo baluardo del patriarcato: hanno paura di perdere l’amore e la protezione dell’uomo e si fa vedere come siano state sfruttate le loro paure, ritraendole con un misto di ingenuità e di finto perbenismo (condiscendenza? Non mi pare), ma illustrando come nella concretezza quello che facevano non era lavoro casalingo, ma in tutto e per tutto quello che facevano le femministe a loro opposte: il contenuto era in senso inverso, ma il tipo di impegno era lo stesso.

Bella Abzug lo dice chiaro e tondo a tre di loro (fa cui Alice e Rosemary). Parlando di Phylis Schlafly, la dichiara come una femminista a tutti gli effetti, anzi come forse la donna “più liberata” d’America. Vogliono stare a casa con i propri figli, non essere donne che lavorano, dichiarano. E lei le incalza con una serie di domande su quello che dicono di aver imparato da lei, conoscendo bene la risposta: vi ha insegnato come fare lobbismo sui legislatori? Vi ha insegnato come stendere un comunicato stampa? Come rispondere alle domande dei giornalisti, come procurarsi le interviste televisive? Come preparare e far quadrare un bilancio? Ovviamente sì. Per cui può solo commentare: “Congratulazioni, siete donne che lavorano” (1.07).

Il femminismo non è evidentemente una cosa unica, e l’autrice riesce a mostrare questo aspetto, e a far emergere questioni cruciali trasversali (aborto, lavoro), ma anche ben a mostrare esigenze variegate (le nere, le lesbiche), come si sia cercato il compromesso e come nella negoziazione certi interessi, tutti riconosciuti importanti e validi nella ricerca di giustizia e uguaglianza, alcuni siano stati sacrificati o abbiano rischiato di esserlo a favore di altri per paura di perdere tutto. Ci sono molti punti di vista, e la serie cerca di mantenerli. Era un movimento magari caotico, ma idealmente inclusivo, se non consapevolmente ancora intersezionale, e con molti obiettivi. Di contrasto gli oppositori ne avevo uno e uno solo: fermare le femministe.

C’è chi si è risentito di una visione forse troppo generosa nei confronti della Schlafly, che sarebbe stata dipinta come un’antieroina. In realtà l’autrice non le fa sconti. Non ci si fa scrupoli nel ritrarla come una persona che sì è una brillante organizzatrice, ma è una donna assetata di potere, manipolatrice e ipocrita – che non riconosce che, se riesce a portare avanti la battaglia che le sta a cuore è anche perché ha l’aiuto della cognata Eleanor: Jeanne Tripplehorn (Big Love) ha saputo molto espressivamente mostrare l’amarezza e la delusione di sentirsi disprezzata e ignorata pubblicamente, alla prova dei fatti, quando privatamente le si faceva credere il contrario. Si allude più volte all’uso strumentale da parte della Schlafly di estremismi e fanatismi (l’appoggio del Klu Klux Klan, ad esempio), delle fake news e della volontaria distorsione delle informazioni a proprio vantaggio. Il rancore, il risentimento e la rabbia schiumavano cristalline nella recitazione di una fulgida Cate Blanchett, e non sono passate nemmeno inosservate per Alice, che la Paulson ha reso un personaggio molto acuto, rendendo più che credibile il suo cambiamento di posizione, pur nel non rinnegare il proprio percorso. Insieme a quella della Martingale, queste sono state le interpretazioni più riuscite, in un cast in cui scegliere la migliore è veramente volersi fare del male.  

La Waller (si ascolti l’intervista per TV Top 5: qui) riconosce che il punto di vista privilegiato della Schlafly è stato scelto per riconoscerne l’appeal nella consapevolezza che ad ogni rivoluzione fa da contrappeso una controrivoluzione per cui è necessario capirla per sapersene difendere, per evitare di essere compiacenti. C’è sempre  il rischio di tornare indietro rispetto ai progressi fatti. 

Molta della riflessione si concentra proprio sulle dinamiche di potere, sulle strategie politiche e comunicative, sulle modalità per vincere - ad esempio si dice che le persone a cui si presta attenzione sono quelle che vincono, quindi può essere rilevante a chi viene riservata attenzione; si riflette sull’importanza della presenza fisica, sul potere dell’impatto emozionale… - , sulla retorica, sui concetti che fanno parte del DNA culturale di un’epoca e non necessariamente sono sempre esplicitati, ma sono comunque “nell’aria”. È un testo denso proprio perché si fa carico delle filosofie che lo animano.

La palette di colori usati richiama quelle dell’epoca, e alla mente affiorano programmi come Good Girls Revolt (che tratta tematiche affini) o Swingtown (che tratta tematiche differenti, ma è ambientato nella stessa epoca – nel caso si legga un mio saggio in proposito qui). La sigla, che meriterebbe un pezzo a sé, usa come musica “A Fifth of Beethoven” di Walter Murphy, un pezzo strumentale disco-funk che adattava il primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven, uscito in origine nel 1976. So per certo che questa stessa musica è stata usata in passato (forse proprio negli anni ’70) da un altro telefilm, ma nonostante mi sia scervellata non poco per cercare di ricordarlo o recuperare quale fosse ne sono uscita a mani vuote. Anzi, se qualcuno lo ricorda e me lo segnala mi fa un piacere.

Mrs America è stata concepita come una miniserie, ma non si esclude un approccio antologico, con nuove stagioni. Da parte mia sarebbero benvenute.

domenica 19 luglio 2020

UPLOAD: vita dopo la morte, amore, economia


Siamo nel 2033. Sul punto di morte i dati personali e la memoria di ciascuno può essere caricata (uploaded) su un computer in modo da poter continuare a vivere in forma virtuale attraverso un avatar. Questa è la premessa di Upload, un originale Amazon che riprende una tematica, quella della vita dopo la morte in forma alternativa e delle interazioni digitali, affrontata ormai da parecchie serie che vengono inevitabilmente richiamate: Black Mirror in primis, e specificatamente  il celebrato episodio “San Junipero” ma non solo, poi Altered Carbon, Äkta Människor, Westworld, e per certi aspetti anche The Good Place, Forever , Devs e Osmosis

Un giovane programmatore di computer, Nathan (Robbie Amell), muore prematuramente in circostanze sospette – una macchina che si guida da sola fa un incidente, evento molto poco probabile: che sia un omicidio? La ragazza di lui, la danarosa Ingrid (Allegra Edwards), con cui ha sempre avuto più un’intesa fisica che una vera comunione personale, ne fa digitalizzare la coscienza e lo carica nella costosa ed elegante Lake View, modellata sui grand hotel vittoriani statunitensi e canadesi, a sue spese e sotto il suo controllo. Nell’aldilà virtuale, tutti hanno come riferimento al servizio clienti un proprio “angelo” che si presenta ogni qual volta lo convocano. Per Nathan si tratta di Nora (Andy Allo, un’attrice che potrebbe facilmente aver fatto il casting per il ruolo di Lucca Quinn in The Good Fight, tanto ricorda Cush Jumbo). Fra i due non dovrebbe esserci un rapporto personale, ma nasce e anche qualcosa di più di un’amicizia. Fuori dal lavoro Nora si vede con una sorta di fidanzato occasionale e per il resto cerca di convincere il padre morente a non rinunciare alla possibilità di caricarsi in una di queste opzioni alternative alla morte, timorosa di perderlo, mentre lui non ne vuol sapere, perché crede che morendo si riunirà alla moglie defunta che amava.

La serie costruisce un giallo sulla dipartita del protagonista proprio al minimo sindacale, ed è evidente che lascia eventuali soluzioni per la confermata seconda stagione. L’aspetto meglio riuscito, per quanto non chissà che innovativo o trascinante, è quello romantico fra Nora e Nathan. In un’epoca in cui la possibilità delle relazioni istantanee è spesso la regola, creare ostacoli e conflitti che facciano tenere che una coppia stia insieme è sempre più complicato, ma è l’abbiccì per far appassionare il pubblico. Qui il fatto che lei sia in una situazione lavorativa in cui non può fraternizzare con i clienti è vissuta come un problema, ma in fondo di poco conto, ma ragionevolmente il fatto che lui sia morto e lei no crea un ostacolo non da poco. E che non sia l’amore delle storia che si tramanda nei secoli ci sta anche: sono dolci, stanno bene insieme e si conoscono un po’ alla volta. Hanno una bella intesa. Funziona.

L’interesse principale nella riflessione del programma ideato da Greg Daniels (The Office, Parks and Recreation) però sembra essere economico. Solo chi è danaroso a sufficienza può permettersi una vita dopo la morte magnifica e se non si paga extra non si possono avere tante scelte opzionali, ed evitare pop-up e pubblicità. Chi può permettersi solo pochi giga al mese, rimane bloccato, in un limbo, nel tempo che gli rimane, se li ha terminati: il mondo di chi ha “tre generazioni di giga illimitati” e ha viste mozzafiato non è il mondo di finestre che danno sul grigio dei “due giga al mese”. Mutatis mutandis, Altered Carbon è stato più brutale e incisivo nel mostrare questi problemi, ma questa rappresentazione è decisamente più vicina alla nostra esperienza della realtà fatta quotidianamente con cellulari, web e app varie. La possibilità di vita qui è veramente proporzionale a quando gonfio è il portafogli. E se a pagare è qualcun altro, sei alla sua mercé. In questo caso si tratta di una fidanzata che magari non ti piace poi come crede e a cui non interessi più di tanto, ma se ti metti a contrariarla, non ci mette niente a cancellarti definitivamente. C’è chi vuole che la vita digitale dopo la morte fisica sia un’opzione per tutti – è un diritto umano, protestano con i cartelli alcuni dimostranti. Ci parla del nostro presente, della nostra realtà e di come le disuguaglianze economiche creano una vita diversa da quella che potenzialmente ciascuno potrebbe avere.

Si mettono in campo tante questioni legate al tema: finitezza e significato della vita, vita dopo la morte, coscienza, amore, rapporti a distanza…tutto trattato in modo lieve e con un pizzico di umorismo: è epidermico, aspetto che ne costituisce al contempo la forza e la debolezza.

sabato 11 luglio 2020

THE RIGHTEOUS GEMSTONES: satira tamarra

Pur capendone lo spirito satirico, apprezzandone la recitazione del notevole cast, e godendo degli inaspettati colpi di scena, non mi sono appassionata all’apprezzato The Righteous Gemstones (HBO), il cui tono iperbolicamente parodistico mi ha infastidita più che farmi ridere.

I Gemstones sono una famiglia di televangelisti. Dopo la scomparsa dell’amatissima e riverita moglie Aimee-Leigh (Jennifer Nettles), con cui ha costruito un impero religioso, il patriarca Eli (John Goodman, Roseanne) manda avanti la sua chiesa con migliaia di fedeli con l’aiuto dei suoi tre figli: Jesse, (Danny McBride), sposato con Amber (Cassidy Freeman), e con un rapporto conflittuale con il figlio maggiore Skyler (Skyler Gisondo), qui motore di molte delle vicende; Judy (Edi Patterson), che si sente sempre poco validata, sposata con un uomo mite perennemente fuori posto, BJ (Tim Baltz); e Kelvin (Adam DeVine, Modern Family), che si occupa dei più giovani e ha preso sotto la sua ala protettrice Keefe (Tony Cavalero), ex-seguace del demonio. I tre fratelli non fanno che litigare come bambinetti. A provare risentimento nei loro confronti è il fratello delle defunta, “Baby” Billy Freeman (Walton Goggins, The Unicorn), per il fatto che era lui con la sorella che aveva lanciato un brand che si è sentito sottrarre da Eli, grazie a lei diventato ricchissimo.

La scena iniziale dell’ultima puntata (1.09) incarna bene quello che la serie è nella sua essenza. Aimee-Leigh è appena spirata e tutti i familiari sono riuniti intorno al suo letto. Si prendono per mano per dedicarle un’ultima preghiera di saluto. Un’ape comincia a ronzare sulla defunta e poi fra loro, e nel tentativo sempre più maldestro e aggressivo di scacciarla, finiscono per vandalizzare la stanza dell’ospedale, davanti allo sguardo scioccato del personale. È eccessiva. In questo sovrabbondare di reazione c’è l’ilarità e in questo specifico esempio riesce. La vicenda viene ripresa più in là nella puntata: Baby Billy viene colpito da un fulmine e rischia di morire. Di nuovo, un’ape si poggia sulla sua fronte e qualcuno sta per schiacciarlo, ma Eli lo ferma. È un momento spirituale di riconciliazione. Perché le vicende sono infuse anche di momenti umanamente toccanti. Sono evidenti e sentiti, ma in qualche modo le due parti non si incollano bene fra loro, e l’effetto è di stonatura, per me.

Nel titolo questi predicatori vengono definiti “righteous”, ovvero virtuosi, retti, giusti, un termine classico sulla bocca delle congregazioni religiose. Quella parola di fronte ai fatti diventa presto grottesca. La facciata si sgretola immediatamente. Sono arraffoni, avidi, vendicativi, lussuriosi, pieni di sé, fedigrafi, corrotti, venali…perfino assassini. Si credono superiori, in uno zelo spocchioso, e il loro narcisistico ego è spassoso quando messo dinanzi alla reazione degli altri personaggi. Sono peccatori, e che peccatori. Si sono creati una vita opulenta predicando ciò che non praticano, ma in cui in fondo in fondo forse credono anche, e questo li redime – forse un po’ troppo. Jesse tradisce la moglie fra prostitute e sniffate di coca, cosa che lo porta a venire ricattato e a cercare di nascondere tutto. Quando pentito cerca di fare ammenda con Amber si ride anche che lei lo impallini sulle chiappe (scena che non può non avermi fatto tornare alla memoria Minx che nel 1986 in Santa Barbara ha fatto lo stesso, per altri motivi, con CC Capwell). Nel rapporto personale la redenzione ci sta anche, ma per tutto quello che ne è conseguito, non si vede vera consapevolezza, da parte del programma. Tutto scivola via. Forse non conosco a sufficienza di prima mano questo tipo di realtà io, per percepirne i graffi inferti dalla serie, che qui e lì riveste le vicende di parallelismi biblici – nella funzione pasquale, Skyler come Giuda sarebbe stato evidente anche se non lo avessero in qualche modo esplicitato.  

Gli accostamenti di questa creazione di Danny McBride (Eastbound & Down, e qui interprete di Jesse) a The Sopranos e Succession hanno senso, perché sembra esserne una versione tamarra, gridata e ridicola. Si mostra quanto siano patetici, ma si fatica ad andare oltre.   

venerdì 3 luglio 2020

CHERISH THE DAY: ogni puntata un giorno di una coppia

Ha avuto il sapore di un romanzo, per me, la prima stagione della nuova creazione di Ava DuVernay (Queen Sugar, When They See Us), Cherish the Day, che racconta la vita di una coppia guardando in ciascuna puntata a un solo giorno nel corso della loro relazione – nel primo arco di otto episodi si sono coperti 5 anni. Ogni stagione intende avere personaggi diversi, e in questo senso è definita una serie antologica. Il titolo è tratto da un’omonima canzone di Sade che funge da sigla.

Nella prima tranche si è trattato di Gently James (Xosha Rochemore) ed Evan Fisher (Alano Miller). Lei è una giovane donna indipendente che ama viaggiare; si prende cura di una anziana leggenda del cinema, Miss Luma (Cicely Tyson), condannata in carriera a ruoli secondari e all’oblio in quanto nera; vive con il genitore affidatario che l’ha cresciuta, Ben (Michael Beach), ex membro di una gang e ora fattorino. Lui è un laureato di Stanford (scherzosamente lo chiamano proprio “Stanford”, come lui chiama lei “Carson” per il quartiere da cui proviene) che viene da una famiglia danarosa e che ambisce a fare successo creando una propria app.

La storia si snoda attraverso dei momenti topici – l’incontro avvenuto in biblioteca (1.01), la prima volta che fanno l’amore (1.02), la conoscenza con i genitori di lui in occasione del loro quarantesimo anniversario (1.03); la proposta di matrimonio (1.04); i preparativi per le nozze (1.05); la crisi (1.06); la terapia di coppia (1.07); il re-incontro a distanza di tempo da quando di sono separati (1.08). Quello che può essere accaduto fra un momento e l’altro sta a noi capirlo e ricostruirlo.

C’è molto realismo nel trattare il rapporto di coppia e, mettendo la  lente di ingrandimento sugli snodi e sui momenti nevralgici, si riesce a mostrare che cosa fa sì che ci siano delle svolte in una direzione o in un’altra, oltre a soppesare in che modo si costruisce ed evolve un rapporto. Viene definita una serie “romantica”, ma il motivo per cui io sono restia a definirla tale è perché a quel termine do un’accezione un po’ di edulcorazione dell’amore, cosa che qui non c’è affatto. Si guarda al rapporto, che capita sia prevalentemente di natura sentimentale-romantico-sessuale, ma è di vita in senso ampio.

Qui i due protagonisti vengono da ambienti molto diversi e parte della riflessione si poggia proprio sulla capacità di incontrarsi e di superare queste diversità, lì dove sono un ostacolo, o di farle essere motivo di arricchimento reciproco. La madre si lui, Marilyn (Anne-Marie Johnson)  non approva il rapporto (1.03). Le basta sentire che Gently non è stata al college o accorgersi che ha un tatuaggio per non vederla come una compagna adatta al figlio. Qui, nello specifico nella puntata scritta da Chloé Hung, lo spettatore lo capisce anche prima dell’interessata, grazie a un sapiente uso del non detto e da come il detto viene espresso. La differenza, e come possa costituire una difficoltà, c’è in ogni dettaglio della preparazione delle nozze. Nella puntata scritta da Sylvia L. Jones (1.05) si rende tangibile attraverso gli oggetti fisici di vita. La scelta fra possibili tipi di torta rappresenta le diversità culturali, familiari e di educazione fra i due come meglio non poteva avvenire. Il padre di lei glielo fa notare: ci sono dolci ugualmente buoni, ma sono fatti con ingredienti diversi e non tutti sono per lo stesso palato, alla fine è una questione di scelte.

Si indaga che cosa sia importante nella vita di una coppia, a che cosa dar  valore, che peso abbiano le aspirazioni di ciascuno e in che modo trovare un equilibrio. E, quasi sempre, si esaminano queste questioni nell'incontro e scontro delle due metà della coppia, messa l’una davanti all’altra con molta onestà.

Francamente non mi hanno convinto più di tanto come duo. Gli attori sono stati molto convincenti, e hanno una buona intesa “chimica” fra loro –  vedendoli ci si rende conto anche di quanto siano troppo rare belle scene d’amore per le coppie nere. In definitiva, pur capendone razionalmente le basi però, non vedevo questo grande amore, o perché l’uno dovrebbe essere così interessato all’altra. Il comportamento di lei in particolare mi irritava, di fronte a quello più accomodante di lui. Ma questa è una sensibilità personale. Non dubito che per molti possa essere l’opposto. In fondo comunque il fatto che non fosse il grande amore travolgente per cui uno fa il tifo, ma uno dei tanti amori in cui si inframmezzano le banali quotidianità e diversità di carattere penso sia il senso della serie, e in questa prospettiva non l’ho considerato un difetto.  

giovedì 25 giugno 2020

SPINNING OUT: pattinaggio su ghiaccio e disturbo bipolare



In Spinning Out (su Netflix) siamo in una innevata Idaho, negli USA. Kat Baker (Kaya Scodelario), che ha problemi di disturbo bipolare e pratica atti di autolesionismo come mordersi, è una pattinatrice di figura che ha paura di fare i salti dopo che tempo prima un errore l’ha lasciata distesa sul ghiaccio in una pozza di sangue per una ferita alla testa. Vorrebbe abbandonare tutto, ma ha molto talento e l’allenatrice Dasha (Svetlana Efremova) le propone di cominciare a pattinare in coppia con il talentuoso e danaroso Justin (Evan Roderick), che spera in una nuova compagna e che vuole riscattarsi agli occhi del padre James (David James Elliott, JAG). Anche la sorella Serena (Willow Shields) pattina e, sebbene non abbia quel quid che tutti vedono in Kat, è molto brava, ma viene spinta all’eccesso dalla madre Carol (January Jones, Mad Men), tanto da farla anche finire al pronto soccorso. Quest’ultima, che pure soffre di disturbo bipolare e spesso e volentieri non prende i farmaci, ha dovuto rinunciare ai suoi sogni olimpici quando è rimasta incinta e da un lato prova risentimento, dall’altro agogna a realizzare i propri sogni in modo vicario proprio attraverso le figlie.

Il titolo Spinning out di questa serie, ideata da Samantha Stratton, gioca un po’ sul doppio senso di roteare sul ghiaccio e di “sbandare” emotivamente: erede probabilmente delle atmosfere familiari difficili di I, Tonya non va infatti sulla favola rassicurante di principesse sul ghiaccio. Il tono è spesso piuttosto pensante. Il fulcro della storia è proprio legato alla bipolarità di due dei personaggi principali: quando la madre torna a prendere i farmaci e la vediamo “normalizzarsi” nelle reazioni comportamentali, tocca alla figlia smettere di prenderli nell’errata convinzione che la aiutino a migliorare la performance atletica, salvo poi crollare. Per quello che posso saperne dell’argomento, mi pare ben trattato, anche nel mostrare lo stigma che vi associa e che fa sì che i personaggi non si sentano di parlarne apertamente.

Un altro tema caro all'autrice e ben calibrato è la pressione delle aspettative dei genitori sui figli, e questo non solo attraverso le insistenti spinte su Kat e Serena, ma anche attraverso gli occhi  di Jenn Yu (Amanda Zhou) che per non deludere i genitori continua ad allenarsi nonostante problemi all’anca, contro le indicazioni dell’ortopedico e nonostante rischi di perdere così anche la capacità di camminare. È un tema che emerge sempre più spesso ultimamente (penso ad una storia di Sex Education sul nuoto) dove appunto si sottolineano non tanto gli enormi sacrifici personali a cui gli sportivi si sottopongono nel perseguimento di un proprio obiettivo, come ci hanno tanto abituati gli anime giapponesi degli anni ’70 e ’80, ma il pungolo delle persone care che hanno investito economicamente e emotivamente nel successo della propria prole e il fardello che questo, senza che spesso se ne avvedano, costituisce per i figli.

Molti anni fa ho letto la biografia della pattinatrice Ekaterina Gordeeva, My Sergei (qui su Amazon). Una delle cose che ricordo mi aveva colpito era stato sentirle dire come era pratica comune nel pattinaggio di coppia che i maschi facessero cadere di proposito le femmine nei sollevamenti. Qui non si vede mai nulla di tutto questo. Justin e Kat, che hanno una storia sentimentale a intermittenza, sono sempre professionali sul ghiaccio. Una problematica a cui si è invece alluso molto, cosa che mi fa pensare che accada più di quanto io non ne fossi consapevole in modo esplicito e che probabilmente emerso di più in tempi recenti, è il possibile abuso (o quanto meno molestia) da parte degli allenatori nei confronti delle ragazze (o ragazzi) che si prendono a carico. Qui gli allenatori hanno comunque ruoli semi-genitoriali, come si dice accada spesso in quel mondo: sia nel caso di Dasha nei confronti di Justin, che ha perso la madre, sia nel caso dell’allenatore di Serena, Mitch (Will Kemp). Quest'ultima, che nel vortice dei drammoni familiari rimane abbandonata un po’ a se stessa, finisce comunque vittima di un predatore, ma non il suo coach.  

Anche altre storie minori - Dasha che ha  perso i contatti con l’amore lesbico di tanti anni prima; la matrigna di Justin, Mandy (Sarah Wright Olsen) che tiene segreta al marito una precedente gravidanza; Marcus (Mitchell Edwards), l’amico di Kat impiegato nel ristorante dove lei lavora come cameriera – non aiutano ad alleggerire la tensione e sanno troppo da riempitivo. E nel caso di Marcus, che rinuncia a una borsa di studio in medicina per entrare nella squadra di sci, si ha troppo la sensazione che sia un segnaposto per avere un nero nel cast, quando si poteva riflettere proprio sul fatto che è un mondo molto bianco, da cui storicamente effettivamente  i neri sono stati tagliati fuori. Anche solo mostrarlo una volta con degli sci, invece che sempre e solo al bar a servire cocktail, avrebbe potuto renderlo più credibile.

Non ci sarà una seconda stagione. Va bene così. Intrattiene, ma si può passar oltre.