lunedì 17 giugno 2019

THE ORVILLE: la seconda stagione


Se fossimo in un fumetto ambientato a Paperopoli, questo sarebbe il  momento in cui io sarei costretta a mangiarmi il cappello. La ragione è la mia condanna della serie The Orville (Fox), che qui mi rimangio. Ho continuato a seguirla nonostante l’avessi stroncata al debutto della prima stagione, e non posso negarne dei pregi, nonostante di fatto io continui a pensare quello che ho scritto allora. 

La ragione è che The Orville è più Star Trek delle più recenti incarnazioni di Star Trek stesse. Con la vocazione all’esplorazione. Lo spirito è quello, aggiornato ai giorni nostri, e lo stile dello storytelling è quello, anche nella gestione del rapporto fra plot verticale e orizzontale. Le battute continuano il più delle volte ad essere a mala pena tiepide, ma qui l’obiettivo non è ridere, è solo allentare la tensione drammatica con quel tipo di “scemata” che magari si farebbe in un gruppo di amici. Anche se ci scappa qualche irrisione ben piazzata, come Dolly Parton presa come inno di rivolta (2.12), o WTF (what the fuck – ma che cazzo) interpretato come Wireless Telecommunication Facility (Struttura di telecomunciazione wireless), che ci fa pensare a quante cantonate è facile prendere interpretando il passato con gli occhi del presente.

La solidità del racconto varia a seconda di chi la scrive. Non è mai alta televisione, il più delle volte si sospira proprio per la sua mediocrità, ma ha punti di forza: nell’episodio autoconclusivo presenta la sua favoletta morale confezionata in modo allegorico, ma diretto ed efficace, con la critica alla realtà contemporanea molto evidente, che è nella tradizione della saga e del genere sci-fi più in generale; nella poiesi dell’equipaggio la narrazione è porosa, nel senso che c’è un “ideale spazio vuoto” in cui lo spettatore si possa immaginarsi come personaggio altro, presente nel propria fantasia con loro, coinvolto nelle loro vicende, elemento spesso trascurato nelle indagini televisive, ma significativo nella costruzione del fandom e nell’appagamento del fan, specie giovane mi verrebbe da dire pensando a me bambina; c’è più in primo piano una considerazione dell’equipaggio non solo come personale scientifico e militare, ma come esseri viventi che interagiscono e imparano a conoscersi.

Potrebbe facilmente esserci più spessore. Nella seconda stagione, ATTENZIONE SPOILER, in “Identity” (parte I e parte II, 2.08 e 2.09) si arriva su Kaylon-1, il pianeta di Issac (Marc Jackson), dove abita una razza non biologica che vede quelli che lo sono come inferiori. La terrificante scoperta che viene fatta è stata costruita con acume: Kai (Ty Finn), il figlio più piccolo della dottoressa Finn (Penny Johnson Jerald), si cala in una botola. Scherzosamente mi viene da dire che non è grande a sufficienza per aver seguito Lost ed essere sospettoso delle botole a prescindere, ma soprassediamo. Si addentra in una caverna e vediamo che rimane sorpreso e impaurito, ma non sappiamo perché, poi in un momento subito successivo lo vediamo scioccato e ancora non sappiamo perché. Quando la madre, insieme a Bortus (Peter Macon) e Talla (Jessica Szohr, Gossip Girl) lo trova, e vengono indirizzati a guardare, con tanto di dito puntato, da horror, ci viene svelata la prima parte di quello che ha visto il bambino: teschi e ossa che nemmeno nella Cattedrale di Otranto o al Duomo di Gemona del Friuli. Ma si aspetta ancora per il secondo passaggio, si contatta la nave e solo allora si mostra in tutta la sua portata l’’orrore, che noi vediamo quando viene trasmessa al ponte di comando: montagne a perdita d’occhio di resti simili. La tensione della rivelazione di un olocausto che ha sterminato l’intera razza biologica che ha costruito quella attuale dei kayloniani c’è stata. E l’impatto visivo è stato forte. Il regista Jon Cassar si è anche divertito un bel po’ nel pim pum pam (termine tecnico) dello scontro fra navi dell’unione, kayleiane e krill nella seconda parte. L’evidenza di un genocidio non si è portata dietro tutto quella riflessione che ha dato un Battlestar Galactica, che ha usato pure questa metafora, ma nessuno nemmeno si aspetta una cosa del genere.

Intanto si ha contatto con una “razza” aliena che vuole sterminare gli esseri biologici perché inferiori e la ratio che li spinge ad una tale epurazione è che gli esseri umani (e per estensione tutti gli altri) hanno comportamenti che portano alla schiavizzazione dei propri simili e si fanno la guerra: ma non è una contraddizione logica condannare qualcuno per quello che loro stessi compiono? E anche ammesso e non concesso che ci siano esseri superiori e inferiori, sulla base di quale principio l’essere superiori giustifica la soppressione degli inferiori? Il fatto che creerebbero potenziale destabilizzazione sembra un po’ deboluccia come argomentazione. Quello che però è mancato e poteva esserci con pochissimo è l’interrogarsi su che cosa sia l’intelligenza. Essere intelligenti non è solo avere un mucchio di informazioni e fare bene i calcoli. E poco importa se si è dei genocidi, si è comunque più intelligenti. L’intelligenza morale e l’empatia sono forme di intelligenza, e non mostrarlo, o quanto meno non porsi degli interrogativi sulla definizione e la natura dell’intelligenza e su come la valutiamo e misuriamo è…beh, poco intelligente. Questa è l’occasione sprecata di The Orville che ha davanti a sé un problema filosofico che non ha saputo non dico approfondire e discutere, ma nemmeno accennare o suggerire. Grave. Tragico. Non si è fatto né nella prima parte, scritta da Brannon Braga e Andre Bormanis, né nella seconda parte scritta da Seth MacFarlane, che in fondo per la sua creatura ha scritto alcune delle puntate più riuscite della seconda stagione. E il problema si è ripetuto altrove, basti pensare anche a come si è affrontato il tema della malattia quando l’addetta alla sicurezza Alara viene costretta a lasciare il lavoro per problemi di salute. Bisogna ammette però in questo caso che non si potevano in generale avere chissà quali aspettative dalla puntata “Home” (2.03), scritta da Cherry Chevapravatdumrong, una delle peggiori di questo ciclo.

Uno degli episodi più riusciti, “Lasting Impressions” (2.11), invece, scritto da Seth MacFarlane, riesce ad incorporare delle pillole di riflessione filosofica: L’idea di fondo era forte e lineare: viene recuperata una capsula del tempo con degli oggetti risalenti alla nostra epoca. Se la storia secondaria, umoristica, vedeva i mocleiani scoprire il piacere e la dipendenza dal fumo, la primaria si è concentrata su Gordon Malloy che immette un telefono cellulare con tutti i suoi dati nel simulatore, ricreando così in virtuale la vita di Laura (Leighton Meester, Gossip Girl), che ha lasciato a testimonianza di sé. Si innamora di questa donna e si ha l’occasione di riflettere su più temi: dall’aristotelico “uomo come essere sociale”, all’impatto degli altri nelle nostre vite e della nostra su quella degli altri (un tema ripreso nella due puntate finali di “viaggio nel tempo” – 2.13, 2.14), al ricordo di noi e dalla portata temporale di quello che facciamo… Dolce, romantico, semplice, efficace.

Lo stesso dicasi per un altro tema caro alla serie, quello della discriminazione di genere. In “Sanctuary” (2.12), scritta da Joe Menosky con la regia di Jonathan Frakes (sì, il comandante Riker della Next Generation), si scopre una colonia di mocleiani femmine, scappate dal proprio pianeta dove, in quanto considerate più deboli e inferiori, sarebbero state assegnate ad una chirurgia ricostruttiva per trasformarle in maschi. Chiedono di essere riconosciute come Stato, ma Moclon si oppone e minaccia di uscire dall’Unione Planetaria, ricordando che loro producono la gran parte delle armi di cui l’Unione ha bisogno. La brillantezza qui è stata sì di mettere in scena valori versus interessi, ma anche quella di mostrarsi consapevoli del delicato bilanciamento fra tolleranza culturale e negligenza etica. Ed è bastata una sola frase del capitano nel dire questa cosa a sintetizzare la tensione filosofica in proposito.

Quello che si è riusciti a fare bene è fare il verso, ma senza essere poi così parodistici se si prende una prospettiva antropologica, alle tradizioni klingoniane, quando l’equipaggio si reca sul pianeta Moclus, da cui viene Bortus per una cerimonia in cui lo si assiste pisciare, cosa che la sua specie fa solo una volta all’anno, con un rituale apposito, Ja’loja (2.01). E si riprende la tematica sulla sessualità in senso ampio con “Deflectors” (2.07 – in italiano è diventata “Scudi” invece di “Deflettori”, ma probabilmente perché anche in originale originariamente era indicata come “Shilelds” (“scudi” appunto) sull’attrazione etero-erotica considerata innaturale e illegale su Moclus, e con “Primal urges – Bisogni primordiali” (2.02) sulla dipendenza dalla pornografia di Bortus. E poi il senso dell’oroscopo (2.05) e la complessità delle relazioni sentimentali umane, dal rapporto fra Ed (Seth MacFarlane) e Kelly (Adrianne Palicki) a quello fra la dottoressa Finn e Isaac (2.06 e successive).

Alla fine, mi accorgo di desiderare merchandising della serie, e se non è un segno che ne sono presa a dispetto della valutazione intellettuale più o meno positiva, non so quale lo sia. Attendo una terza stagione.

venerdì 7 giugno 2019

SHRILL: "Hey, sono grassa"


La protagonista di Shrill, Annie (Aidy Bryant, Saturday Night Live, anche ideatrice), che da bambina andava in piscina da sola di notte ma fingeva di non volerlo fare di giorno perché si vergognava a farsi vedere perché grassa, passa una giornata autenticamente gioiosa ad un pool party di gente sovrappeso, tanto che si dimentica della corsa in bici programmata dal suo capo Gabe (John Cameron Mitchell, The Good Fight) come “divertimento forzato” inteso a promuovere la salute dei dipendenti e arriva in ritardo, ricevendo da questi una veemente lavata di testa all’insegna di “corpi pigri, menti pigre”. Rientrata a casa, si sfoga con le amiche che erano a quella festa, in un misto di rabbia e sconforto, e dice (nella mia traduzione):

“Ha fatto intendere che devo essere meno grassa per fare un buon lavoro. Dio, come se non fosse duro a sufficienza che scriva costantemente dell’epidemia di obesità come fosse questa cosa astratta e distante, quando quella sono io, sapete, io sono l’epidemia di obesità, e tu mi conosci. Ero alla festa oggi e c’erano così tante persone che semplicemente vivevano nel proprio corpo e si godevano la vita e questo è stato così fottutamente incredibile per me. E OK, va bene amico, va bene cazzo, argomento originale, non mi dire, non pensi che l’intero mondo mi dica costantemente che sono un grasso pezzo di merda che non ci prova abbastanza? Ogni fottuto giornale e pubblicità e strani annunci personalizzati che mi dicono di congelare il mio grasso o bere tè fino a farmi cacare il cervello dal culo. E a questo punto potrei essere una fottuta nutrizionista professionista perché sto letteralmente facendo formazione da quando ero in quarta elementare, che è la prima volta in cui mia mamma mi ha detto che avrei dovuto  mangiare solo una tazza di K Special e non la cena che aveva preparato per tutti gli altri, in modo da essere un pochino più piccola e così da piacere ai cazzo di ragazzi. (…) Onestamente, non la biasimo nemmeno. Perché, perché è una prigione della mente, sapete? Che ogni cazzo di donna ovunque è stata programmata a credere, sapete? E ho sprecato così tanto tempo, ed energia e soldi per che cosa? Per che cosa? Sono grassa. Sono fottutamente grassa. Hey, sono grassa” (“Pool”, 1.04)

Una delle amiche le risponde che avrebbe voluto che qualcuno le dicesse una cosa del genere quando era giovane. Anche lei, ammette, perché si sarebbe risparmiata tanto tempo e dolore.

Questo monologo contiene il nucleo tematico della commedia di Hulu, con una prima stagione di 6 puntate di mezz’ora ciascuna basata sul libro Shrill: Notes from a Loud Woman di Lindy West (che non mi risulta disponibile in edizione italiana). Si parla dell’essere grassi; delle micro e macro-umiliazioni e del body shaming condotto talvolta in modi sottili con quelli che sono solo all’apparenza dei compimenti e che provengono da ogni dove, dall’estraneo che si permette di forzarti a condividere la propria opinione sul tuo corpo, al familiare che ricorda episodi sgradevoli, al ragazzo che frequenti, in questo caso Ryan (Luka Jones), che si vergogna di presentarla agli amici e la fa uscire dal retro; in un mondo che spinge ad essere magre a tutti i costi, si affronta il problema di riuscire ad avere una buona autostima e la difficoltà, paradossalmente, ad essere viste: all’amica del cuore Fran (Lolly Adefope) confessa che ha pensato, rispetto ad andare a letto con un ragazzo, che  “c’è un certo modo in cui il corpo dovrebbe essere e io non sono quello. E che forse se fossi stata dolce a sufficienza e gentile a sufficienza e rilassata a sufficienza con qualunque ragazzo, che quello sarebbe stato sufficiente per qualcuno” – 1.01; si mostrano i problemi a venire considerate, sia sul lavoro, dove come aspirante giornalista impiegata per “The Weekly Thorn” fatica a far accettare delle proprie idee per dei pezzi, sia dal farmacista che non le spiega che la pillola del giorno dopo non funziona con persone sopra un certo peso (cosa che la porta a rimanere incinta e ad abortire), sia dal mondo della moda che non prevede vestiti decenti per chi è sopra una certa taglia (cosa in cui è invece impegnato il programma); l’esclusione, etero o autoimposta; i canoni di bellezza… C’è dolore, ma c’è anche cuore e umanità,  e si parla di amore, amicizia, con un sapore anche alla Girls.

Quella della protagonista è una parabola di comprensione e accettazione di sé e, anche se non mi hanno lasciato soddisfattissime le scene finali della prima stagione per un atto di vandalismo che, per quanto emotivamente giustificabile, io avrei preferito che evitassero, in questo percorso che attiene alla politica dell’identità si vede come sia liberatorio accettare quello che si è e l’etichetta che ti viene affibbiata.

Nell’interessante intervista fatta ad Aidy Bryant a Fresh Air (puntata del 14 marzo 2019) vengono fate notare alcune intenzioni che ho ritrovato nella visione: l’importanza di imparare a respingere le posizioni altrui, non solo ad evitarle standosene zitti; la difficoltà di vedere qualcuno in un’altra luce quando l’hai visto in un certo modo per tanto tempo; la necessità di ascoltare – anche da un punto di vista sociale: è difficile far capire ai gruppi dominanti, che non hanno mai dovuto farlo, che è necessario sentire le voci di persone a cui in passato non si è mai ritenuto rilevante prestare ascolto, e imparare da loro.

Una serie acuta e rivelatoria.

mercoledì 29 maggio 2019

THE GOOD FIGHT: la terza stagione


Nella sua terza stagione The Good Fight riesce ad essere una delle migliori serie in circolazione, ricca di riferimenti a The Good Wife, ma ormai anche completamente affrancata dalla serie madre. Lo studio legale in questo arco ha un nuovo inizio, e ricominciando si interroga sulla propria identità, soprattutto razziale e politica, due dei pilastri di speculazione su cui poggia l’intera narrazione.  

Si continua con l’ossessione per Trump, in modo scoperto, con tanto di nomi e cognomi, e immagini, e la tensione a trovare un modo per fermarlo, per diminuire il suo margine di approvazione pubblica. Scrive bene Haaretz (qui) quando dice che la serie è un “porno politico” con un feticcio per l’attuale presidente e la sua famiglia, che a volte è oppressivo (e ipocrita – secondo loro, non me in questo caso), ma intelligente.

La serie indaga i comportamenti, interrogandosi su quanto politiche o meno debbano essere certe scelte e mostrando quanto possa essere labile il confine. Un misterioso personaggio (che poi si rivela essere una persona diversa da chi diceva di essere), fa notare a Diane (Christine Baranski), Liz (Audra McDonald) e a un gruppo di altre donne come i democratici parlino come se Trump fosse il nemico, ma che non si comportano come se lo fosse, che ci sono nuove regole: “muoviti velocemente, sii brillante, attacca, menti, non farti beccare”. E Diane, assetata di giustizia, disperata di non vederla, e aizzata anche ad ammettere che Trump vince perché vede la vita come una battaglia e usa la forza, viene tentata da queste nuove regole: il fine giustifica i mezzi? Si cita Machiavelli in più di un’occasione e, cosa più importante, si mostra nel concreto, nell’individuale, come certi meccanismi, giusti o sbagliati che siano, funzionano.

Il personaggio viene forse moralmente “sporcato” per un po’, ma per lo spettatore è affascinante osservare proprio l’illustrazione di dinamiche che accadono nella realtà, dove il “che cosa” facilmente fa da prepotente nei confronti del “come”. Chi vince? Come vince? Il solo modo di vincere è rinunciando a comportarsi in modo etico? Io personalmente non sono di questa scuola, ma vedere un personaggio, che pure non lo è, essere tentato in questa direzione è affascinante. Diane flirta con il giocare scorretto, ma non viene compromessa. Di fronte alla possibilità di manomettere gli strumenti elettronici per togliere voti a Trump (3.07), prende le distanze, non solo perché è illegale, ma perché sbagliato. “I nostri voti contano” dichiara con idealismo, anche se poi le sue parole servono un fine opposto a quello in cui lei crede.

Si dà voce, in un equilibrio sbalorditivo di pressioni concorrenti, alle ragioni che spingono coloro che optano per la via scorretta: Che cos’è la democrazia? Per tanti neri non esiste perché viene loro impedito il voto e non è solo un aneddoto: imbrogliare non è forse correggere un imbroglio e assicurare che così giustizia sia fatta? È probabile che Trump vinca nel 2020 e i democratici non vogliono vederlo perché vivono in una bolla, ma per quelli consapevoli l’ansia è tanta e qui viene esposta in tutta la sua capacità corrosiva. E insieme a questa anche la rabbia. Si dice che sia un argomento scomodo quello della rabbia, specie femminile. Qui si permette che emerga, attraverso Diane, ancora una volta, che impara a sfogarla tirando delle accette, ma anche attraverso Maia (Rose Leslie), che si ribella a ingranaggi che, ingiustamente, l’anno usata.

Si scava a fondo sulle dinamiche razziali - uno degli argomenti principali, e mi dispiace dedicarvi così poca riflessione -  all’interno dell’ufficio, fa bianchi e neri, fra neri e “troppo poco neri”, come proprio Lucca (Cush Jumbo) viene considerata (1.10), quando proprio perché nera si mette in dubbio che sia la madre del proprio figlio (3.04). E quello che si vede non è bello, anche di fatto in un ambiente che tiene all’uguaglianza.

Un nucleo importante di riflessione è stato quello su mascolinità: Diane (3.01) si domanda che cosa sia successo agli uomini, che fine abbiano fatto gli uomini “veri”, che identifica con Paul Newman e Burt Lancaster, uomini come suo marito, uomini che credono nella verità, e che si comportano in modo onesto, lenti ad arrabbiarsi, responsabili e non facili a piagnucolare. “Quand’è che Trump e Kavanaugh sono diventati la nostra idea di uomo afflitto? Labbra che tremano, che incolpano tutti tranne se stessi?” Sembra quasi una laudator temporis acti.

Lucca dal canto suo ha sollevato l’eterno dibattito fra carriera e famiglia, fra prendersi cura del piccolo Joseph da poco nato e il proporsi come legale di punta che si occupa di divorzi per lo studio.
Attraverso la storia del deceduto Carl Reddick, icona dei diritti civili che ora si scopre molestasse diverse donne dell’ufficio, un importante messaggio, che si ripropone nell’arco della storia umana, ma che raramente ho visto affrontato è stato il fatto che “le persone che cambiano la storia e fanno del bene non sono tutte buone” (3.01), ovvero è importante saper riconoscere quello che di buono qualcuno ha fatto, senza per questo negare quello che di male ha magari pure fatto, e una persona non è una santa da ammirare incondizionatamente solo perché ha fatto qualcosa di grandioso per l’umanità. Questo è riconoscere l’essere umano come tale, con chiaroscuri, ed è riconoscere che aver fatto del bene non significa non aver fatto anche del male. La serie in questo senso ha il coraggio di dibattere questi temi senza svilirli.

“Le storie battono sempre i fatti”  si dice in 3.02. Il potere della narrazione e il ruolo che raccontare una storia in un modo invece che in un altro ha nell’influenzare l’opinione è essenziale, ed è una tematica che ci portiamo dietro già dai tempi di The Good Wife, di cui questa serie è lo spin-off. La terza stagione introduce Roland Blum (un sempre esaltante Michael Sheen, Masters of Sex), nel ruolo di un avvocato eccentrico, blandamente egotico e sopra le righe che collabora con Maia in una causa di omicidio. Teatrale, fuori dagli schemi e malato con la necessità di usare costantemente supposte di morfina, pronto a usare qualunque mezzo per vincere, ricopre qui una posizione similare a quella che aveva Micheal J. Fox in The Good Wife, e lui è il giullare triste che crede nel potere poietico di una storia ben raccontata. Assume un attore, Gary Carr (Downton Abbey, come funzionalmente ricordato dalla diegesi stessa) nel ruolo di se stesso, che ha un breve ma significativo scambio verbale con Lucca (3.07):

Lucca: questo è il motivo per cui non mi piace la televisione, perché è una menzogna.
Gary: però che cosa non è una menzogna di questi tempi. La politica, l’arte, la scienza. Tutto è televisione. 
Lucca: e questa è una cosa buona?
Gary: no, è una cosa importante da sapere.

E con questo si ragiona sul ruolo della serie, sul ruolo delle immagini, sulla competenza e la percezione di competenza (anche nella presidenza Trump), nel ruolo dei media e delle fake news, uno degli altri punti caldi di riflessione.

Il “previously” (nelle puntate precedenti), ci viene mostrato all’interno di uno schermo televisivo che ci riporta concettualmente ad una finzione che in corso di diegesi rischiamo di dimenticare, vista l’attualità degli argomenti.  E, un po’ al Black-ish, il plot si prende il lusso di una pausa educativa di animazione canora, “The Good Fight Short”, in siparietti di spiegazione.

Il tempo atmosferico pure è stato centrale in questa stagione: pioggia e grigio, praticamente senza sosta, e i fulmini globulari che quasi atterriscono i personaggi. Un brutto  tempo dello spirito. Si sopravvive fregandosene (3.10), è la ricetta che Lucca suggerisce a Marissa (Sarah Steele), si sconfigge solo con l’amore, si rende conto Diane serie di fronte alla iniziale perplessità di Boseman (Delroy Lindo). L’obiettivo rimane lo spesso: continuare nella “giusta lotta”.  

lunedì 20 maggio 2019

IL TRONO DI SPADE: la conclusione


SPOILER PER CHI NON HA VISTO L’ULTIMA PUNTATA

Sono probabilmente nella minoranza, ma sono rimasta soddisfatta di come si è chiuso Game of Thrones. La sera prima dell’ultima puntata (8.06), ovvero ieri, stavo riflettendo su come l’aspetto più elettrizzante in fondo  fosse il senso di eccitazione generale, il coinvolgimento globale, nei confronti di una storia su cui moltissimi erano investiti e su cui era un piacere stare a parlare e a discutere, senza confini. L’ho provato altre volte, ma mai probabilmente in questa dimensione, sentendo che effettivamente c’era tutto il mondo che guardava. Questo è il potere della  televisione, o forse ancora meglio, come in fondo ha detto nella diegesi dell’ultima puntata la serie stessa, questo è il potere delle storie, della narrazione. Per cui, con questa ratio, non posso che accettare il modo in cui hanno deciso di concluderla e che cosa hanno scelto di dire. E sorridere poi nel vedere Samwell (John Bradley) consegnare a Tyrion (Peter Dinklage) un libro con “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”, nome del ciclo di romanzi da cui è tratto Il Trono di Spade.

La prima metà della puntata è stata epica, e con una cinematografia impeccabile, precisa, mozzafiato. Molte sono state le immagini memorabili. Quadri. Jon (Kit Harington) che uccide Dany (Emilia Clarke),  pugnalandola, dopo un bacio che seguiva la sua dichiarazione che lei sarebbe stata per lui sempre la sua regina, sa anche di leggenda giapponese, e chiude degnamente questo segmento di trama. Ci sono stati echi di storia e di politica, importanti semi di riflessione filosofica. 

E tutta la seconda parte, più mesta, più dimessa e prosaica, più quotidiana e realistica anche, aveva il tono di una coda, ma ha chiuso sufficienti storie, e dato sufficienti risposte, compresa la possibilità per Jon di salutare finalmente Ghost, il suo metalupo, cosa di cui si erano lamentati tutti che non l’avesse fatto precedentemente. La quiete e la ricostruzione dopo la tempesta. E con gli Stark in fondo si era aperto, con loro si è chiuso. 

Rimane una delle serie migliori di sempre, nonostante la fine abbia scontentato molti. In particolare, la rotta presa da Daenerys, nella penultima puntata “The Bells – Le campane” (8.05), ha fatto arrabbiare tanti. Io penso che fosse una svolta coerente, per quanto forse affrettata. E per Cersei (Lena Headey), il più shakespeariano dei personaggi, una fine tragica era nelle stelle - che sia stata mitigata dall’abbraccio finale con l’amato Jamie (Nicolaj Coster-Wandau) in un destino comune è stato commovente. Del resto credo che sia una di quelle situazioni in cui difficilmente tutti rimangono contenti - si legga in proposito l’equilibrato pezzo del critico di punta dell’Hollywood Reporter, Tim Goodman. Per parafrasare quello che Tyrion dice in conclusione, forse il fatto che nessuno sia completamente contento è un segno che è stata la decisione migliore. 

 Io ero convinta che sul trono si sarebbe seduta una donna,  ma in realtà va bene così. Nessuno ha davvero avuto il trono di spade perché è stato squagliato da Drogon. Bran (Isaac Hempstead Wright) non avrebbe avuto un senso nella narrazione se non fosse diventato a questo punto lui re dei sei regni, con il settimo, quello del Nord, con Sansa (Sophie Turner) come regina. Tyrion mano del re; Jon “esiliato” fra i Guardiani della Notte, che sceglie di andare oltre la Barriera; Arya (Maisie Williams), come una novella Cristoforo Colombo, che naviga ad ovest di Westeros.

Gli autori David Benioff e D.B. Weiss (tra l’altro sceneggiatori e registi della finalissima) hanno detto la loro e hanno il mio applauso. Per una conclusione diversa, ai fan scontenti rimane la fan fiction, a George R.R. Martin di terminare i suoi libri. 

sabato 18 maggio 2019

THE BIG BANG THEORY: la finalissima


Mi sono commossa guardando l’ultimissima puntata, in due parti (12.23 - 12.24) , di The Big Bang Theory, la sit-com multi-camera più longeva della TV, con 12 stagioni e 279 puntate. Alla fine è stata un inno all’amicizia, all’esserci gli uni per gli altri negli alti e bassi della vita, anche nei momenti in cui magari si fatica a sopportarsi a vicenda, felici non solo per le proprie gioie ma anche per quelle degli altri.

SPOILER PER CHI NON AVESSE VISTO L'ULTIMA PUNTATA.
L’episodio conclusivo ha riservato gradite sorprese. Amy (Mayim Bialik) e Sheldon (Jim Parsons) vincono il Nobel, con lei che nel momento dei ringraziamenti caldeggia le giovani donne a perseguire studi e carriera in ambito scientifico, se è quello che desiderano - tema caro alla serie già in passato -,  e Sheldon che mette da parte il discorso preparato (un tropo semmai ce n’è stato uno) e uno dopo l’altro rende onore a tutti gli amici che negli anni gli sono stati vicini, dichiarando a tutti che vuole loro bene: Raj (Kunal Nayyar), Bernadette (Melissa Rauch), Howard (Simon Helberg), Penny (Kaley Cuoco), Leonard (Johnny Galecki) e la moglie Amy. Un modo per lo show e gli spettatori di fare vicariamente lo stesso. E poi tutti seduti su e intorno al mitico divano a mangiare e chiacchierare, sulla canzone della sigla: assolutamente perfetto. 

Una nota felice, ma lievemente stonata, è stata l’annunciata gravidanza di Penny, ma solo perché aveva sempre detto di non volere figli e il cambiamento di rotta non è stato coerente o giustificato. Ma ammetto che ho già pensato a un revival fra vent’anni con il nascituro che fa roteare gli occhi per criticare la gang al completo. 

Non ci si è dimenticati della natura geeky del programma e guest star è stata nientemeno che Buffy l’ammazzavampiri in persona, Sarah Michelle Gellar, anche se in differenti circostanze  ci sarebbe stato più entusiasmo, qui onestamente l’attenzione era concentrata sul sestetto; o al limite sui comprimari, ma già si era provveduto nella puntata precedente a sistemare Stuart (Kevin Sussman) che ha deciso di andare a vivere con la sua ragazza.

Rimane il segreto del cognome da signorina di Penny, ma - rullo di tamburi - hanno aggiustato l’ascensore! Doveroso, ma in qualche modo anche inaspettato. 

Uno speciale dietro le quinte e sul set, Unraveling the Mystery: A Big Bang Farewell, ha ripercorso dei momenti topici e l’ultima vanity card di Chuck Lorre, co-ideatore insieme a Bill Prady, non poteva essere più azzeccata e irrisoria: il cast inginocchiato a lasciare impronte delle proprie mani con i didietro per aria e la didascalia che dice “The Ends”.

L’impronta vera è quella bei nostri ricordi. La serie non ha mai ricevuto grandi riconoscimenti da parte della critica, ma penso che ci sia anche un valore nel diventare un grande successo per aver saputo catturare l’immaginazione collettiva ed essere diventata un punto di riferimento.

Ne avrei di critiche su quello che è stato mostrato in questi anni, ma in questo momento voglio essere solo una fan dispiaciuta di un’era che si chiude, ma comunque appagata. Grazie, The Big Bang Theory, per le risate e l’amicizia.

martedì 14 maggio 2019

LOVE, SEX & ROBOTS: inconcludente


È stata in gran parte inconcludente e dimenticabile la serie antologica Love, Death & Robots, ideata da Tim Miller, e prodotta fra gli altri anche da David Fincher, con 18 corti autoconclusivi (della durata di massima dai 5 ai 20 minuti) di animazione e live action, che volevano essere una re-immaginazione di un reboot da tempo in gestazione del loro film animato Heavy Metal.

Visivamente è anche accattivante, perché stupisce per le abilità tecniche dell’animazione e perché lascia che ogni singola puntata abbia una propria identità autoriale, con stili differenti, dal disegno a mano, al rotoscopio, al disegno da videogioco. Fanno immediata simpatia i robottini di “Tre robot”, così come si riconoscono immeditamente Samira Wiley (Orange is the New Black e The Handmaid’s Tale) in “Dolci 13 anni” e Mary Elizabeth Winstead (Braindead) in "L’era glaciale"; si rimane a bocca insieme ai personaggi nel vedere un canyon animarsi dei fantasmi degli abitanti acquatici di un fondale oceanico in “La notte dei pesci”; si elicita l’estetica cinese nelle vicende di una Huli Jing, volpe a nove code tipica di quella tradizione, in “Buona caccia”. 

È narrativamente che questi corti sono deludenti, con l’eccezione del poetico e pregnante “Zima Blu”. Si può anche ammettere che hanno un racconto forte, nel senso che è compatto, al sodo, essenziale - per quanto io non sia mai stata una grande appassionata della “letteratura stitica”, per usare una definizione dello scrittore Michel Faber. Alla fine però le storie sembrano fine a se stesse, senza un perché, come la, per me inutile, insulsa “Guerra Segreta”, su un plotone dell’Armata Rossa che in Siberia dà la caccia ai demoni, o il divertissement de “il dominio dello yogurt”, dove dello yogurt modificato da alcuni scienziati diventa senziente e conquista il dominio del mondo lanciarsi poi nello spazio. Mah…Si rimane sempre come se mancasse una conclusione, qualcosa da dire che non sia già stato detto altrove meglio.

Anche il titolo appare fuorviante. Ci sono robot, ma poco amore e tante morti, ma morti numeriche, non intellettualmente o emotivamente coinvolgenti. Sono prevalentemente storie a sfondo militare, di violenza viscerale, e piene di sessismo. Sarà che sono una donna più vicina ai 50 che ai 40, ma l’idea di cartoni di intrattenimento adulto, che come concetto non mi dispiace, non è per me vedere donne squartate e qualche tetta.

Per una lettura della serie acuta e approfondita, che riecheggia la mia posizione, consiglio le notevoli osservazioni di Sara Mazzoni (qui e qui), che ha saputo argomentare con molta competenza; per una prospettiva opposta si legga invece Luca Liguori (qui) che esamina puntata per puntata quello che definisce un capolavoro di animazione, sensualità e fantascienza.

Si legge in giro che l’ordine di visione cambia per ciascuno spettatore, nel senso che l’algoritmo di Netflix li propone sulla base dei supposti gusti dell’utente. Il primo episodio per me è stato “Oltre aquila”. L’idea è accattivante, ma non posso dire che ci abbiano azzeccato granché, per quel che mi riguarda. 

domenica 5 maggio 2019

MODERN FAMILY (10.21) e THE BIG BANG THEORY (12.21): scelte etico-morali che lasciano perplessi


Nella recente “Commencement – La cerimonia di consegna del diploma” (10.21) di Modern Family, scritta ad Eric Dean Seaton, Gloria (Sofia Vergara) corrompe una serie di persone per far ottenere ai suoi familiari dei vantaggi: al figlio più piccolo la cintura gialla di karate, a Manny (Rico Rodriguez) l’assicurazione di non essere eliminato dai tagli che vengono fatti al suo corso universitario, al marito la possibilità di tenere un discorso in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi… La giustificazione che lei porta è che tiene troppo ai sogni delle persone che ama per lasciarli al caso, e questa è un’assicurazione che tutto vada come vogliono. Stiamo scherzando?

Il piccolo di famiglia, Joe (Jeremy Maguire), si sente una frode quando viene a saperlo, e soprattutto il figlio maggiore si indigna. La madre è colombiana ed è cresciuta in un ambiente dove questo era necessario per sopravvivere, probabilmente, fanno intendere scherzando con la frase di un monologo di un spettacolo a cui Manny partecipa, però è deluso dal fatto di non riuscire per merito, eventualmente. Eppure, alla fine nessuno rinuncia a quello che ho ottenuto in questo modo. Non mi sembra una cosa divertente da mostrare.

Si capisce che Gloria ha un problema e lo fa un po’ come un tic, ma forse questo aggrava ancora di più la situazione, perché è offensivo nei confronti della cultura da cui il personaggio proviene - che la serie sia problematica per come rappresenta la cultura sudamericana è assodato da tempo.

Non ho potuto non chiedermi se il fatto che queste corruzioni avvenissero in ambito scolastico non fosse un sostegno indiretto alle vicende giudiziarie delle attrici Felicity Huffman e Lori Loughlin, accusate di aver pagato tangenti per far ammettere i propri figli in prestigiosi college. E il fatto che Gloria usasse degli orologi preziosi come oggetto di corruzione non ha potuto non ricordarmi le critiche rivolte a Sharon Stone, anni fa, che prima dei Golden Globe aveva regalato a tutti i membri della stampa straniera presenti ad Hollywood, che consegna quei premi, degli orologi di valore. Non che eventualmente questo cambi qualcosa, ma ci ho pensato.

In Modern Family c’è troppo poco disgusto per il comportamento di Gloria e ancor meno interesse nel rimediarlo, e questo è grave.  Ammetto di essere rimasta basita. 

Pure problematica ho trovato la più recente puntata di the Big Bang Theory, “The Plagiarism Schism” (12.21), scritta, fra soggetto e dialogo, da ben sei sceneggiatori diversi della serie. Sheldon (Jim Parsons) ed Amy (Mayim Bialik) grazie al loro articolo sulla super-asimmetria sono presi in considerazione,  ormai da qualche puntata, per il premio Nobel. Due altri studiosi accidentalmente provano la teoria e finisce che, pur non sapendone e non capendone niente, rischiano di essere loro quelli premiati dal Nobel. Nell’episodio in questione, i protagonisti vengono a sapere che uno dei due, Pemberton (Sean Astin), in passato ha plagiato la sua tesi di laurea. Vorrebbero rendere pubblica questa scorrettezza, però non si sentono di farlo perché farebbero la figura di quelli che usano delle informazioni per screditare un collega a proprio favore. Si capisce perché non vogliano farlo: il loro comportamento sembrerebbe motivato da vendetta personale. Anche affrontarlo rispetto la questione è dibattuto perché finirebbe per sembrare un ricatto.

Si propone di denunciare la cosa Leonard (Johnny Galecki), al loro posto, perché ritiene così di tutelare i propri amici. Anche qui, loro si oppongono. Tutti concludono che sarebbe un comportamento scorretto denunciare il plagio, perché rovinerebbe la vita di Pemberton. È ragionevole che ci si interroghi sulle conseguenze che riferire una cosa del genere possa avere sulla credibilità di uno studioso e sulla sua carriera. Tuttavia, senza ulteriori preoccupazioni, la questione è guardata solo dal punto di vista individuale, non sociale e collettivo. Certo, rilevano che il personaggio  non sarebbe professionalmente dov’è senza quell’imbroglio illegale e immorale, e questo è una cosa negativa. Tuttavia nessuno pone la questione nei termini di danno alla collettività, nel fatto che qualcuno vada avanti non per merito ma per un comportamento scorretto, e nessuno ritiene che sia bene non coprirlo da omertà o connivenza, ma che sia importante riportarlo perché nel momento in cui si viene a sapere di un reato, è bene appunto denunciarlo. Umanamente sarà ragionevole preoccuparsi delle conseguenze negative che la persona in questione ne avrà,  ma moralmente segnalare una simile notizia non solo non è scorretto, è dovuto. In conclusione riescono  a salvare capra e cavoli facendo denunciare Pemberton dal collega, moralmente rimangono sulla stessa posizione. Sono rimasta molto perplessa.

È evidente che nessuna delle due serie è The Good Place, che fa del ragionamento etico e morale il suo fulcro, e che può avere il lusso di permettersi di meditare a fondo su argomenti di questo tipo, però nel momento in cui queste questioni si decide di affrontarle, sarebbe bene riflettere un po’ di più su quello che si vuole dire. Sia nel caso di Modern Family che di The Big Bang Theory, io sono rimasta profondamente scontenta di scelte morali che ritengono inadeguate. Più che altro perché, indipendentemente dalle scelte fatte poi dai personaggi, non sono state nemmeno prese in considerazione prospettive necessarie per fare una valutazione appropriata. 

lunedì 29 aprile 2019

CRAZY EX-GIRLFRIEND finale: "l'amore romantico non è una fine"


L’apprezzata Crazy Ex-Girlfrind, che ha avuto il dubbio onore si essere ufficialmente la serie meno vista dei network, ha chiuso la quarta stagione di 17 puntate seguite dalla registrazione di uno spettacolo musicale messo in scena dal cast in un effettivo teatro, con un messaggio chiaro e deciso, nelle parole della protagonista: “l’amore romantico non è una fine. Non per me né per nessun altro qui. È solo una parte della vostra storia – una parte di quello che siete”.

All’esordio, Rebecca Bunch (Rachel Bloom) era un’avvocatessa infelice che aveva deciso di trasferirsi a West Covina, in California, perché lì viveva l’uomo che da ragazzina l’aveva fatta innamorare. In sua compagnia era l’ultima volta che era stata felice, e nel corso delle stagioni aveva fatto di tutto per conquistarlo, con una serie di detour sentimentali e crisi personali, fra cui notabilmente un tentato suicidio e la straziante canzone in cui nel ritornello dice a se stessa “You stupid bitch” (tu stupida stronza) con grande odio per se stessa. Era la classica eroina che punta tutto sull’amore, con grossi problemi di autostima. Nel tempo è cresciuta e si è evoluta, fino ad arrivare a questa conclusione che mi pare significativa, ma soprattutto originale.

Nel sottofinale, deve scegliere fra le attenzioni amorose dei tre uomini che le hanno fatto battere il cuore nel corso delle vicende: Josh (Vincent Rogriguez III), Greg (Skyler Astin in questa stagione, precedentemente era stato interpretato da Santino Fontana)  e Nathaniel (Scott Michael Foster). Come di fatto era anche immaginabile per chi coglieva lo spirito della serie che, nel tarpare gli illusori slanci romantici autolesionistici della protagonista, è stata attenta a dire sempre che non c’è destino, ma che dobbiamo assumerci la responsabilità della nostra felicità, Rebecca non ha scelto nessuno dei tre.

Quello che è stato significativo è che si sia scelto di dire, non che bastiamo a noi stessi e stiamo bene da soli, negando perciò legittimi desideri di amore romantico e di connessione umana sentimentale, ma che quello non è tutto, è solo una parte, bellissima e speciale, ma appunto solo una parte.

Crazy Ex-Girlfriend è stata tante cose: commedia femminista, esilarante musical, drammatica descrizione di problemi psicologici seri, acuta decostruzione dei meccanismi narrativi e stilistici con grande autocoscienza metatestuale, riflessione sull’identità personale, commento culturale su femminilità e mascolinità, meditazione sull’importanza delle fantasie e dei sogni, esame degli influssi culturali che influenzano le nostre vite, ode all’amicizia… E alla fine di tutto, davvero, questa è la bella eredità che lascia agli spettatori: ci dice che l’amore romantico c’è, esiste, ma la vita non è una favola, non c’è solo quello. Di più, è bello che non esista solo quello.   

venerdì 19 aprile 2019

COUNTERPART: la seconda stagione


Riprende da dove ha lasciato la seconda stagione di Counterpart (Starz) la serie spionistico-fantascientifica  (ne ho parlato qui) che vede due mondi che sono uno la copia dell’altro, il mondo Alpha e quello Prime, in comunicazione fra loro attraverso intricate relazioni diplomatiche. C’è forse stata più azione in questo arco,  ma il tono è rimasto quello di prima, cogitabondo e greve, apparentemente lento, sebbene accada molto.

In questa stagione assistiamo alla “origin story” della creazione dei due mondi, nella puntata “Twin Cities” (2.06), scritta dall’ideatore Justin Marks qui anche al suo debutto come regista. L’episodio si apre significativamente  nella Berlino Est del 1987 (quindi prima della caduta del muro che divide le due città “gemelle”, a cui fanno eco quelle della fantasia della serie), quando per un errore tecnologico, a cui assiste Yanek (James Cromwell), si creano due mondi che sono l’uno lo specchio dell’altro, e a questo punto, dopo una parte involontaria, ne segue una volontaria.

ATTENZIONE SPOILER. I due Yanek decidono di coinvolgere il proprio staff e portare avanti un esperimento, da scienziati quali sono. Un gesto banalissimo - uno dei due decide di acquistare una cassetta musicale alla figlia, l’altro no – diventa esiziale. Questo infatti porterà delle conseguenze enormi nelle loro vite. In una versione il figlio muore (la sorella, che sta ascoltando musica con gli auricolari, non si accorge di quello che gli sta capitando), nell’altra no (la sorella, che sta non sta ascoltando musica, si accorge e lo salvano).

E da questo evento più stravolgente si instaura una terza fase, che nasce dal raffronto della propria vita con quella dell’altro: insieme al dolore nasce l’invidia e il risentimento e diventano Caino e Abele, e tradiscono se stessi e i principi dell’esperimento. In quella che è una delle migliori puntate della stagione ci si interroga sulla natura umana e su quello che è un tema portante, ovvero sul modo in cui le circostanze ci rendono chi siamo.  

Dice bene poi Scott Tobias su Vulture quando afferma che lo show “rende metafisica la lotta umana”, nel momento in cui le persone non sono solo in conflitto gli uni con gli altri, ma con se stessi e le proprie contraddizioni. E Counterpart è esplicito esso stesso, per bocca dei propri personaggi, nel rivelare come l’allotropia del reale porta una crisi esistenziale perché mette ciascun “allotropo umano” di fronte all’interrogativo se il suo doppio sia migliore o peggiore di sé, se abbia fatto delle scelte più o meno sagge: è meglio l’Howard Silk (J.K. Simmons) che vede il mondo con chiarezza e distacco, che affronta la moglie Emily (Olivia Williams) quando vede che lei gli mente con la successiva dissoluzione del proprio matrimonio, o è meglio quello che guarda gli eventi con empatia, e sceglie di non chiedere spiegazione alla moglie per i propri comportamenti e costruisce un rapporto con lei che non è di totale condivisione come potrebbe essere? In “In from the cold”, scritta da Erin Levy (2.08), che vede le due coppie scambiate, si medita con grande pregnanza su questi temi e in fondo anche sulla loro labilità. E sull’amore, in che cosa consista. Le due Emily sono molto critiche l’una dell’altra, ma allo stesso tempo riescono ad apprezzare i reciproci pregi. Ci piaceremmo se ci incontrassimo? Con il personaggio di Claude Lambert (Guy Burnet), ambasciatore del mondo Prime in quello Alpha, in “Something Borrowed” (2.03) si porta a tutto in nuovo livello il termine “onanismo”.

Ciascuno viene messo sotto i riflettori perché non può non interrogarsi su quali siano gli elementi che fanno la differenza nella propria vita, se la realtà tutta non andrebbe in modo diverso se noi stessi fossimo in primo luogo diversi, anche nelle piccole scelte. Il doppelgänger di Peter Quayle (Harry Lloyd), un personaggio dominato dalla paura, che nella versione copiata si trova in una sorta di carcere costruito appositamente per rinchiudere personaggi di rilievo nell’altra parte di cui si vogliono conoscere dettagli del passato, a un certo punto si chiede proprio se sia lui a essere l’elemento che cambia la realtà (2.05). Ha importanza la nostra vita? Che significato e peso hanno le nostre scelte, quello che facciano e diciamo?

La crisi di Clare (Nazanin Boniadi) in questo è particolarmente significativa: mette in dubbio il fatto di essere lei l’eroina della vicenda. Se siamo gli uni lo specchio degli altri, se vediamo la comune umanità, non ci sono noi e loro, questa è solo un’illusione: loro sono noi e noi siamo loro, solo in circostanze diverse. Il personaggio della donna, reclutata da piccolissima dalla scuola Indigo per venire nel mondo Alpha come cellula dormiente, “Shadow” (Ombra), come viene chiamata, vede crollare le proprie certezze e la propria identità nel rendersi conto che probabilmente è vedo che è stata indottrinata. E di essere una fanatica, suo malgrado. Ci sono echi di The Americans nel riflettere sulla bontà della causa per cui si combatte, e la metafora della divisione fra Germania Est e Ovest non è mai stata così forte come in questo momento. La creazione di un virus contro l’altra parte e la mentalità del “se lo pensiamo noi, lo pensano anche loro” è l’allegoria per la corsa agli armamenti. Il rischio di una guerra batteriologica all’interno della diegesi non può non far riflettere anche sulle politiche di relazioni internazionali contemporanee. La via per la sopravvivenza, si ipotizza, non è quella di sradicare, ma accettare l’altro noi.

Parentesi: ditemi che non sono la sola ad aver pensato spesso, durate la visione, alle vicende personali della Boniadi, che interpreta Clare - era stata “reclutata” da Scientology per essere la compagna di Tom Cruise.   

Oltre a scoprire come è nato tutto e perché, in questa stagione si dà anche un volto per la prima vota a coloro che tirano le fila di tutto. “Management”, i manager delle relazioni fra i due mondi. Fino a questo momento erano una forza distante, invisibile, potente, entità simili a dei nella arbitrarietà e imponderabilità delle proprie decisioni. Nel dare loro il volto di quei primi scienziati, si riesce ad umanizzarli, nel bene e nel male, a vedere le loro buone intenzioni, forse anche la loro hubris iniziale, ma sicuramente anche la loro buona fede.

Counterpart non è stata rinnovata per una terza stagione e ha concluso la proprie vicende in modo forse scontato, forse inevitabile, ma appagante nella misura in cui non lascia conti in sospeso, ma chiude la porta che ha aperto.  

lunedì 8 aprile 2019

RUSSIAN DOLL: un trip ricorsivo metaforico


In Russian Doll (Netflix), ovvero “matrioska”, Nadia Vulvokov (Natasha Lyonne, Orange is the New Black) è una programmatrice di videogiochi che, il giorno del suo 36esimo compleanno, muore investita da un’auto, dopo aver lasciato la casa di Maxine (Greta Lee), l’amica che le ha organizzato una festa nel suo appartamento ad Alphabet City a New York, in quello che era precedentemente una yeshiva. È proprio nel bagno di quell’appartamento però che si risveglia, per morire ancora e ancora in modi molto diversi, e ritrovarsi sempre lì ancora e ancora. Non ne capisce il perché e il per come e cerca di venirne a capo, in particolare con il sostegno di un nuovo amico, Alan Zaveri (Charlie Barnett). Nella vita di Nadia ci sono anche il suo ex, John (Yul Vazquez), che sta divorziando e ha una figlia, e Ruth (Elizabeth Ashley), un’amica più anziana che fa la terapeuta e che per lei negli anni è diventata quasi una madre surrogata.
   
È inevitabile, vista la premessa, ripensare al magnifico classico della cinematografia Groundhog Day – Ricomincio da capo, sebbene la sorte del protagonista lì fosse meno cruenta perché non moriva (necessariamente), ma semplicemente riviveva sempre lo stesso giorno, quello della marmotta (ovvero il 2 febbraio), mentre qui il tempo dato fino alla morte successiva non ha un tempo prestabilito. Anche qui una stessa canzone accompagna ogni risveglio, in questo caso “Gotta Get Up” di Harry Nilsson. Qui non assistiamo però a una commedia romantica, ma più a un dramma esistenziale. Che ci sia una dipartita, per quanto temporanea, è significativo, anche se di fatto il tema non sembra essere quello della morte. In un’intervista all’Hollywood Reporter, la protagonista, che è ideatrice insieme a Amy Poehler e Leslye Headland, esplicita il baricentro speculativo, che risulta essere anche autobiografico, ovvero che tutti ci presentiamo in un certo modo al mondo esterno, ma una volta che si scava, si porta alla luce tutta un’altra persona: l’idea è che a un party puoi provare a essere ogni persona che vuoi, ogni volta diversa, ma alla fine rimani con il vero te stesso e con quella persona bisogna fare i conti.

In particolare il tema principale, metaforico, ma piuttosto evidente da subito e anche qui autobiografico, è quello dell’abuso e della dipendenza da sostanze e di un percorso verso la sobrietà. Molti aspetti puntano in questa direzione: dalla menzione diretta di uno spinello e di droghe in senso ampio all’inizio di tutto, che lei individua come possibile causa del trip che sta avendo; al loop di situazioni che vita dopo vita si ripresentano, proprio peraltro come in un videogioco (e i parallelismi in questo senso pure sono ingranati nel testo e risuonano su più livelli); alla possibile presa in considerazione di religione e di psicoterapia; all’idea che si muore ogni giorno; all’incontro al parco con un senzatetto che si fa chiamare Horse (Brendan Sexton III), cavallo, che è uno dei nomi slang che si dà all’eroina; al restringersi della realtà e al perdere via via persone nella propria vita (1.07); all’essere incastrati in un meccanismo tutto proprio mentre per gli altri il resto della vita va avanti, con quel simbolo della frutta che marcisce che si fa progressivamente sempre più evidente, sia nella effettiva presenza sullo schermo che nel suo significato…

Ogni volta che si resetta la realtà si fanno scelte e sono queste che fanno la differenza. La soluzione a cui la serie punta per uscire dall’abisso è un’istruzione precisa: gli altri, la connessione umana, aiutarsi. Quello è il solo modo di non morire ancora e ancora, per non autodistruggersi: non cercare di risolvere i problemi da soli, come fa l’eroina del primo videogioco progettato da Nadia, un game irrisolvibile.  E in conclusione, nel tornare alla normalità (1.08), non riconosciamo chi ci è amico, e chi ci sta aiutando, ma se riusciamo ad avere nell’altro fiducia a sufficienza da farci aiutare, è una strada che è possibile percorrere.
  
Sul New Yorker si fanno accostamenti con il libro di Kate Atkison Life After Life, e con le serie Search Party, Fleabag, The Leftovers e Maniac, ma sebbene colga le ragioni di simili riferimenti, non sento di condividerle. Nel caso di Search Party però ho visto solo il pilot, e Life After Life e Maniac forse sono i più affini, ma non mi sono stati elicitati dalla visione.

La serie ha numerosi livelli di lettura, grazie anche a immagini chiave che aprono porte interpretative multi-significato, come il gatto Oatmeal/Semolino e gli specchi, giusto per citare due totem particolarmente evidenti. Gonfia, densa, pregna, dolorosa, umoristica, Russian Doll, in cui tempo, moralità e mortalità si intersecano con eleganza e originalità, è facilmente uno degli apici creatici di quest’annata televisiva. 

sabato 30 marzo 2019

A VERY ENGLISH SCANDAL: un successo artistico e morale


C’è una storia d’amore proibito, un gay loud & proud, c’è vergogna e autoaffermazione, c’è humor e tragedia: si vedono a grana grossa le impronte digitali di Russell T. Davies (Queer As Folk, Cucumber) nella sua apprezzata miniserie in tre puntate A Very English Scandal (BBC One, Amazon prime e Fox Crime in Italia) basata sull’omonimo libro di John Preston, che racconta di un effettivo scandalo risalente agli anni ’70: Jeremy Thorpe (Hugh Grant), deputato molto in vista del partito liberale, ha una storia omosessuale di diversi anni (le vicende partono nel 1965) con un giovane stalliere, Norman Josiff, poi Norman Scott (Ben Whishaw). Quando Jeremy vuole scaricare Norman per il rischio che porta alla sua carriera politica, Norman minaccia di rendere pubblica la loro relazione che può provare avendo conservato alcune lettere d’amore. Jeremy cerca di pagare il silenzio di Norman, anche con l’aiuto dell’amico Peter Bessell (Alex Jennings), e in seguito arriva addirittura ad ordinare la sua morte. Il tentato omicidio fallisce, la vicenda diventa pubblica e finisce in tribunale.

La quintessenza del messaggio di Davies si vede nel personaggio di Norman, un ragazzo non troppo equilibrato, ma onesto e sfacciato nell’essere se stesso, e per questo forte. Se all’esordio il giovanotto è un timido campagnolo che accusa l’amante di averlo contagiato con il virus dell’omosessualità, e che legge La stanza di Giovanni di Baldwin, presto acquista una forte consapevolezza della propria dignità, e ci sono un paio di brevi monologhi che riecheggiano il famoso coming out di Stuart ai genitori in Queer As Folk. Norman, quando racconta della sua relazione non ha dubbi nel dichiarare (1.02) che lui per Thorpe non era stato una prostituta, non era stato la scopata di una notte o una sveltina al buio, era il suo amante. Dice la verità. Con tutta la forza e la veemenza che la verità sa avere. 

In tribunale (1.03) al processo, accusato di voler solo screditare una persona famosa per un tornaconto economico, appassionatamente declama “Se mi pagano è perché posso dire la verità. Non mi interessano i soldi, ma quello che mi interessa è che uomini come me vengono spinti in un angolo e masturbati al buio e poi buttati fuori dalla porta come fossimo sporcizia, come se non fossimo niente, come se non esistessimo, e tutti i libri di storia vengono scritti con uomini come me assenti. Per cui sì, parlerò, verrò ascoltato e verrò visto, vostro onore. Per cui potete pagarmi o no, non mi importa, ma quello che non riuscirete a fare è farmi stare zitto!”. (La traduzione è mia. L’originale è: If they are paying me, it's because I can say the truth.I don't care about the money, but I do care how men like me are shoved into corners and masturbated in the dark and then thrown out the door like we're dirt, like we're nothing, like we don't exist! And all the history books get written with men like me missing. So, yes, I will talk, I will be heard and I will be seen, Your Honour You can pay me or not pay me, I don't care, but the one thing you will not do is shut me up!). Si concede di crollare a piangere nel bagno, ma poi, ai complimenti delle amiche, risponde con verve: “Sono stato rude, sono stato vile, sono stato frocio, sono stato me stesso”. Autoaffermazione, in puro stile Davies.

E questo si pone in contrasto alla condanna di una società che, disapprovando relazioni e sentimenti che considera inappropriati, spinge le persone alla vergogna di sé. I suicidi degli omosessuali sono considerati alla stregua di omicidi perpetrati dalla legge (1.01) e si contestualizza la vicenda in un momento storico in cui si combatte per legalizzare il rapporto fra persone dello stesso sesso: ma se la legge porta la libertà, non è quella che libera dal senso di pietà e disprezzo altrui, che si interiorizza. Quella trasformazione si ha solo trasformando la cultura. Si è realistici nel mostrare anche i pericoli di vivere le relazioni nell’ombra.  Alcune donne, come in passato in altri lavori di Davies, affiancano i protagonisti mostrando grande comprensione e solidarietà.  

C’è molto humor nella narrazione: nella brillantezza di Norman in tribunale, che spiazza l’avvocato di Thorpe, nella sua ostinazione nel cercare di ottenere la National Insurance Card, una tessera necessaria a trovare un lavoro in Inghilterra, nel suo rapporto con i cani, nella relazione stessa. Ed è mescolato a critica sociale, tragedia, cuore. Davvero c’è Davies al suo meglio, con un cast che riesce a rendere giustizia ad ogni parola: sia Hugh Grant che Ben Whishaw sono impeccabili, sottili nel rendere le sfumature di quello che è stato anche amore, ma non solo quello. 

Un successo artistico e morale.

mercoledì 20 marzo 2019

BARRY: un killer vuole diventare attore


Fin dalla primissima scena capiamo che cos’è Barry: Barry è un assassino. Lo vediamo in una stanza d’albergo, che esce dal bagno con sul letto la sua ultima vittima, un foro di proiettile in mezzo alla fronte. Prende un aereo e torna a casa. E arriva Fuchs (Stephen Root), un po’ come un “agente”, con il suo nuovo bersaglio. Però, come scopiamo presto, Barry è un veterano di guerra e che scelto questa professione, fra virgolette, in attesa di scoprire quale fosse il suo vero scopo nella vita. E ci si imbatte per caso. La sua prossima vittima è un aspirante attore che segue un corso condotto dall’esigente Cousineau (Henry Winkler, il Fonzie di Happy Days). E Barry, fortunatamente, finisce sul palco, e non appena sperimenta il brivido dell’applauso, scopre la sua vocazione: anche lui vuole fare l’attore. Nonostante il suo mentore cerchi di dissuaderlo, perché vede un conflitto di interessi nell’essere un killer, l’entusiasmo dei compagni, Sally (Sarah Goldberg) in particolare, e un incoraggiamento dell’acting coach, fanno sì che lui non demorda e si iscriva al corso.

Parte così la serie Barry (HBO), che da una premessa esplicitamente ridicola scopre l’umanità dei personaggi, quella verità che Cousineau gli dice essere l’essenza della vocazione attoriale. Recitare significa essere umani gli ribadisce Sally (1.02), quando lo invita a tirare fuori le proprie emozioni per la perdita del loro compagno di corso, incoraggiati ad usare il proprio dolore in maniera costruttiva ai fini della recitazione – e ci si scompiscia allo steso tempo per lo cinismo del maestro che ha sì passione per l’argomento, ma non dimentica il lato economico della questione. Il compito dell’attore (1.03) è creare una realtà e lasciare che il pubblico la viva. In molte modalità, anche attraverso i titoli delle puntate che sono in se stesse lezioni di recitazione in pillole, ci viene insegnato che recitare è emozione cruda, spietata, da cui non hai scampo, perché tale è la vita, e quando c’è questa sintonia con la realtà si riesce a creare arte. Allo stesso tempo la finzione è leggera e liberatoria, per Barry è “a momentary stay against confusion – una momentanea pausa che si oppone al caos” per usare le parole di Frost, e in questo è taumaturgica. E quello che nel quotidiano viene soffocato, ha una valvola di sfogo sulla scena.

Quell’iniziale senso dell’assurdo la serie non lo perde mai, con scenette di slapstick comedy, alla Una Pallottola Spuntata volendo: come quando Fuchs viene aggredito e picchiato e sequestrato, mentre urla disperato, e tutto avviene sullo sfondo di un ignaro Barry che parla al telefono come se nulla fosse (1.02); con situazioni come la moglie che interrompe le torture del marito malvivente lamentandosi che fa troppo rumore, che la figlia ha a casa gli amici per un pigiama party, in quella che sembra una stoccata parodistica alla doppia anima di malavitoso-padre di famiglia de I Soprano; come con il messaggio via sms con le indicazioni sul prossimo bersaglio da ammazzare e la richiesta di cancellarlo poi, per piacere – il per piacere è un di tocco di sublime ilarità. Un momento la serie è assurde risate, il momento dopo è dramma, e l’apice di questo si verifica quando Barry ammazza un suo vecchio amico perché ha scoperto la verità e non è in grado di serbare il segreto (1.07) e sul palco bisogna mettere in scena il Macbeth, dove lui ha solo una battuta; e qui si è feroci, disperati, abrasivi. La serie cambia di tono in modo repentino senza perdere un colpo e riesce anche a mescolare tragico e comico senza che diventi necessariamente tragicomico, ma tenendo i due canali attigui e separati. 

C’è molta satira e c’è una certa serendipità nel viaggio umano del protagonista, mostrando come ci sia una certa dose di casualità nella nostra ricerca di un senso. Ed è una parabola della difficoltà di scappare dal proprio passato e dalle trappole che ci risucchiano verso quello che siamo sempre stati. Tutti nella vita cerchiamo le stesse cose, ci dice il protagonista in un momento disperato, ovvero essere felici e amare. E per raggiungere questi obiettivi Barry inevitabilmente e immancabilmente compie atti che lo allontanano da quell’obiettivo. Sembrano le sabbie mobili del proprio passato.

Le prove attoriali sono davvero spettacolose. Bill Hader, co-autore insieme ad Alec Berg (Silicon Valley, Curb your Enthusiasm, Seinfeld) , davvero mozza il fiato nel mostrare l’agonia e la vulnerabilità del suo personaggio, perché davvero non importa quanto surreale possa diventare la situazione, non molla mai la presa dalla verità emozionale del suo alter ego. Si sviluppa empatia per Barry, mentre si è contemporaneamente ripugnati da quello che fa.  E si ride.

La seconda stagione della serie debutta negli USA il 31 marzo.