lunedì 18 settembre 2017

EMMY AWARDS: i vincitori


Ecco, di seguito i vincitori dei premi Emmy, consegnati la scorsa notte.

Miglior drama
 The Handmaid’s Tale (Hulu)

Miglior attrice protagonista in un drama
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior attore protagonista in un drama
Sterling K. Brown (“This Is Us”)

Miglior attore non protagonista in un drama
John Lithgow (“The Crown”)

Miglior attrice non protagonista in un drama
Ann Dowd (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior sceneggiatura per un drama
 Bruce Miller, (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior regia per un drama
Reed Morano, (“The Handmaid’s Tale”)



Miglior comedy
 “Veep” (HBO)

Miglior attore protagonista in una comedy
Donald Glover (“Atlanta”)
  
Miglior attrice protagonista in una comedy
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)

Miglior attore non protagonista in una comedy
Alec Baldwin (“Saturday Night Live”)

Miglior attrice non protagonista in una comedy
Kate McKinnon (“Saturday Night Live”)

Miglior sceneggiatura per una comedy
 Aziz Ansari e Lena Waithe, (“Master of None”)

Miglior regia in una comedy
 Donald Glover, “Atlanta”



Miglior Limited Series
Big Little Lies (HBO)

Miglior attore in una limited series
Riz Ahmed (“The Night Of”)

Miglior attrice in una limited series
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
  
Miglior attrice non protagonista in una limited series
 Laura Dern, (“Big Little Lies”)

Miglior attore non protagonista in una limited series
 Alexander Skarsgård, (“Big Little Lies”)

Miglior sceneggiatura per una limited series o film TV
 Charlie Brooker, (“Black Mirror: San Junipero”)

Miglior regia per una limited series o film TV
 Jean-Marc Valee, (“Big Little Lies”)

Miglior Film TV
 Black Mirror: San Junipero



Miglior Variety Talk
Last Week Tonight With John Oliver (HBO)

Miglior serie Variety a Sketch
 Saturday Night Live (NBC)

Miglior reality - competizione
The Voice (NBC)




giovedì 14 settembre 2017

THE ORVILLE: dilettantistico


È decisamente patetico l'umorismo che impiega The Orville nel mettere in scena una sorta di parodia di Star Trek, e si è tentati di pensare che le parti drammatiche siano idee riesumate di suoi copioni scartati. Se non fosse per questo, probabilmente ce l'avrebbe anche fatta a conquistarsi un certo apprezzamento questo progetto che ha debuttato sull’americana Fox lo scorso 10 settembre, perché colpisce completamente nel segno per quanto riguarda costumi, trucco, scenografia, forma delle navicelle spaziali e aspetti cromatici - il look futuristico, ma allo stesso tempo datato, è assolutamente impeccabile. E poi, cosa più importante di tutte, ci sono la struttura narrativa e la natura delle storie e la filosofia di fondo messa in scena dal classico che intende prendere in giro, il suo ottimismo e la sua fede per l’umanità.  Questo spin-off wannabe non riesce però a ricreare la matrice identitaria senza sembrare di più di una dilettantistica imitazione.

Siamo nel 2018. Ad Ed Mercer (Seth MacFarlane, che è anche ideatore della serie), dopo un difficile anno di separazione dalla moglie, che lo ha tradito, viene affidato il comando di un vascello spaziale di esplorazione di medio livello, il USS Orville, in una flotta di 3000 navi. È la sua ultima possibilità professionale.  Chiama come timoniere il suo migliore amico, Gordon Malloy (Scott Grimes) e incontra il suo nuovo equipaggio: la giovane Alara Kitan (Halston Sage), una addetta alla sicurezza di razza Xelayana che, provenendo da un pianeta con una forza di gravità molto maggiore, sulla terra si trova ad avere molta forza; il Tenente Bordus, secondo ufficiale appartenente a una specie che ha un solo gender e va in bagno solo una volta all’anno, i Moclani (con un look simil-Klingoniano); John LaMarr (J. Lee), lo scanzonato navigatore; la dottoressa Claire Finn (Penny Johnson Jerald), un’esperta medica dell’Unione Planetaria; e Isaac (Mark Jackson), una forma di vita artificiale proveniente da Kaylon che considera le forme di vita biologiche inferiori ed ha accettato un ruolo nella flotta per studiare gli umani (lo Spock o Data della situazione). Con gran disappunto di Ed però, gli viene assegnata come primo ufficiale l’ex-moglie Kelly Grayson (Adrianne Palicki, Friday Night Lights, la più convincente fra loro, probabilmente).  La loro prima missione sarà quella di consegnare del materiale richiesto da una colonia di scienziati.

Qui è evidente che si conosce a menadito l’eredità spirituale e il lascito intellettuale di Gene Roddenberry e in qualche modo lo si vuole onorare - e non sfugge che dietro le quinte lavorino alcuni veterani del franchise, incluso Brannon Braga, anche se alcuni ritengono quest’ultimo responsabile di alcune delle storie più trite di The Next Generation e Voyager - , tuttavia MacFarlane, noto soprattutto per Family Guy e American Dad, sembra indeciso se farne una serie drammatica o umoristica (alla Galaxy Quest), non riuscendo ad essere seriamente nessuna delle due cose. Forse, è stato ipotizzato, è troppo fan per riuscire a fare dell’umorismo davvero incisivo: una sorta di timore reverenziale lo lega a trame che come allegorie sono un po’ troppo smaccate ed esposte in modo grossolano e gli impedisce di graffiare lì dove potrebbe essere utile. L’affetto e l’irriverenza non hanno saputo sposarsi bene.   

La passione c’è, ma si è decisamente fuori rotta.

domenica 10 settembre 2017

THE BOLD TYPE: amicizia e carriera per tre giovani donne


Definito come un Sex and the City junior, la serie The Bold Type (della rete Freeform) è sia una fantasia adolescenziale, nel senso che si può concepire come la proiezione della realtà lavorativa di tre giovani doone così come potrebbe immaginarsela un teen-ager, sia un’educazione al femminismo, nella misura in cui la serie accompagna le giovani protagoniste in percorsi in cui imparano ad essere donne autonome e sicure delle proprie opinioni, che si aiutano le une con le altre.

Jane Sloan (Katie Stevens, Faking it), Kat Edison (Aisha Dee) e Sutton Brady (Meghann Fahy) sono delle ventenni che lavorano per “Scarlet”, una rivista simile a Cosmopolitan –  fatto non casuale, poiché ci si è ispirati alla redattrice di quella rivista, Joanna Coles. Jane è al suo primo ruolo come giornalista e vuole scrivere di più che non solo di sesso e moda, ma si rende presto conto di come questi possano essere dei temi più significativi di quanto l’apparenza non possa far trapelare. Impara a migliorarsi e le regole per una buona scrittura: dare un punto di vista personale è una delle prime lezioni che le insegnano, cosa che la mette presto in difficoltà quando il tema su cui deve scrivere è l’orgasmo e lei non ne ha mai avuto uno (1.02). A farle da mentore è la direttrice del giornale, Jacqueline Carlyle (Melora Hardin), e presto comincia una relazione con Ryan (Dean Jeanotte), un collega che lavora per la rivista “Pinstripe”. Kat è la direttrice dei social media, abile a sfruttarli al meglio, ma vulnerabile come gli altri quando deve avere a che fare con cyberbullismo e minacce di stupri e di morte (1.03), un tema molto attuale che in TV abbiamo visto di recente trattato in The Good Fight. Conosce e, inaspettatamente per lei che si è sempre considerata eterosessuale, inizia na relazione con una fotografa, Adena (Nikohl Boosheri), musulmana che indossa lo hijab e tiene molto alla propria religione, negli Stati Uniti con un visto.  Sutton è una assistente che ambisce a lavorare nel campo della moda, e ha una relazione con uno dei membri del consiglio di amministrazione della rivista, l’avvocato Richard Hunter (Sam Page), pur attirando anche le attenzioni del giornalista Alex (Matt Ward). Mette grande passione nel suo lavoro.

Ideata da Sara Watson (Parenthood), The Bold Type è un doppio senso nel titolo: è il grassetto del carattere tipografico, ma è il tipo di persona coraggiosa, ardita. Proprio come la serie che parla di giornalismo, ma parla di giovani donne audaci, alla scoperta della propria identità e della propria voce nel mondo.

Il senso della serie è (con un piglio meta testuale) descritto dal discorso che Jacqueline tiene per il 60° anniversario del giornale, che le protagoniste riprendono in seguito in un brindisi in chiusura (1.10):

“La nostra piccola rivista ha attraversato non pochi cambiamenti nel corso degli ultimi sei decenni, e a coloro fra voi che dicono che siamo ancora una rivista di moda e bellezza io dico sì. Sì, lo siamo. Ma a coloro fra voi che dicono che siamo solo una rivista di moda e bellezza, dico ‘ecco il prossimo fantastico mascara per darti occhi più grandi con cui guardare il mondo’. ‘Ecco un favoloso paio di jeans. Ora vai a scalare una montagna’. Alcuni anni fa, ho letto la domanda di lavoro di una giovane interna e le sue parole sono sempre rimaste con me. Alla domanda su perché volesse lavorare a ‘Scarlet’, ha risposto ‘perché quando ne avevo bisogno, ‘Scarlet’ è stata come ricevere i consigli della sorella maggiore che ho sempre desiderato avere. Non importa quanti anni passino, non importa come cambi il mondo, ‘Scarlet’ sarà sempre quella sorella maggiore. E saremo sempre lì per le ragazze che avranno bisogno di lei. Quelli di voi che lavorano alla rivista, per piacere alzate i bicchieri. Siete le donne e gli uomini che lavorano a ‘Scarlet’, e 60 anni fa, questa rivista si è proposta di ridefinire le regole. E ora quella responsabilità cade su ciascuno di voi. E voglio assicurarmi che capiate che cosa mi aspetto da voi. Mi aspetto che abbiate avventure. Mi aspetto che vi innamoriate, e che abbiate il cuore spezzato. Mi aspetto che facciate sesso con le persone sbagliate e che facciate sesso con le persone giuste, che facciate errori e che facciate ammenda, che vi tuffiate e facciate colpo. E mi aspetto che scateniate l’inferno su chiunque provi a trattenervi, perché non lavorate solo per ‘Scarlet’, voi siete ‘Scarlet’".

Per il personaggio non sono solo parole di circostanza. Incarna la figura di un capo che non si diverte a umiliare i proprio sottoposti,  ma li incoraggia e li guida, facendo loro da mentore e dando l’esempio con il proprio carisma. Talvolta sembrerà anche troppo idealizzata per essere vera, ma è una rarità nel piccolo schermo dove la rappresentazione di default è dei proprio boss come “arpie”.
È molto empowering: vengono apprezzate l’ambizione, la lealtà, l’amicizia. E si insegna alle giovani donne ad essere assertive, ma in modo ragionato. Quando Sutton va a lavorare per Oliver (Stephen Conrad Moore), a capo del dipartimento di moda, si rende conto che il guadagno sarà minore rispetto a quello che percepiva prima. Gli chiede un aumento, e lui lo nega. A questo punto le amiche la spingono a fare come Nora Ephron (1.05), ovvero a pretendere quello che chiede, sotto la minaccia di andarsene, altrimenti. Sutton osserva che la scrittrice in questione “poteva permetterselo”, perché aveva una famiglia alle spalle. Ecco che la serie risolve la situazione in un modo che non è né una rinuncia né la favolistica aspettativa che vengano accolte richieste inaspettate. Jane e Kat fanno rete per Sutton. La incoraggiano a ricalibrare delle richieste ad Oliver, che siano più contenute, e se lui alla fine non dovesse accettare nemmeno quelle e lei dovesse perdere il lavoro, la sosterranno loro temporaneamente. Il lieto fine c’è, e si mostra chiaramente che lì dove le donne riescono a sostenersi l’una con l’altra, la propria determinazione premia. Tutto è stato realizzato in modo oculato ed efficace. In una delle battute più citate della serie, Sutton può esclamare trionfante “Sono Nora Ephron, cazzo!”.

Le tematiche care alle donne sono al centro dei riflettori: in “The Breast Issue” (1.06) ad esempio si incoraggiano le donne a fare il test genetico BRCA-1, per capire se si ha una predisposizione al carcinoma alla mammella, costruendo una storia intorno alla questione, e in “Carry the Weight” (1.10) si parla di stupro, ma si esplorano argomenti vari (uno rilevante in questo momento è quello dell’immigrazione, attraverso il personaggi di Adena).

La serie, che non fa le solite scelte scontate, è partita con 10 puntate. L’ultima è definita una “summer finale”, cosa che lascia sperare in episodi successivi in un altro momento, ma ancora non è dato sapere se la serie sarà rinnovata. Di certo me lo auguro. Si merita di più del magro 56 che Metacritic attribuisce sulla base di 8 recensioni – nonostante ci sia un bel 80 per  un critico come Matt Zoller Seitz. 

venerdì 1 settembre 2017

AMERICAN GODS: un'allegoria


Tratta dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman, e sviluppata per la TV da Bryan Fuller (Pushing Daisies, Hannibal) e Michael Green (Kings), American Gods (del canale Starz) immagina un’America contemporanea in cui gli dei tradizionali che sono stati oggetti di culto nel corso della storia hanno ormai poca fortuna - sono stati quasi dimenticati e sono tenuti in vita, alimentati dalla fede, da pochi credenti arrivati nel nuovo mondo come immigrati -, e si scontrano con nuovi dei, che vivono di attenzione da parte dei nuovi “devoti”.

Shadow Moon (Ricky Whittle, Lincoln in The 100), dopo aver scontato tre anni di prigione per una rapina in un casinò, viene rilasciato di prigione qualche giorno prima a causa della prematura morte della moglie Laura (Emily Browining). Sulla via del ritorno incontra un trasandato imbroglione con un occhio di vetro, Mr Wednesday (Ian McShane, Kings, Deadwood), in realtà il dio Odino - in danese, norvegese e svedese la parola “mercoledì”, “Wednesday” in inglese, si dice Onsdag, che significa giorno di Odino, e leggenda vuole che questa divinità abbia sacrificato il proprio occhio sinistro per poter bere dal Pozzo della Saggezza. Mr Wednesday assume Shadow come guardia del corpo  e si mette con lui in viaggio  – la prima stagione è in buona parte una storia on the road – con il proposito di reclutare altri vecchi dei per una guerra contro i nuovi, resi potenti da una cultura ossessionata dalla tecnologia e dalle celebrità: Mr World (Crispin Glover), dio della globalizzazione;  Media (Gillian Anderson), che ha fattezze ogni volta diverse  come ad esempio quelle di Lucille Ball, David Bowie o Marylin Monroe; Technical Boy (Bruce Langley), giovanissimo strafottente irascibile padrone di Internet. Shadow non comprende subito quello che accade intorno a lui e presto si ritrova a fare i conti con la moglie Laura tornata in vita (beh, più o meno), ma che lui sa averlo tradito prima di morire. Una presenza nelle loro vite è anche Mad Sweeney (Pablo Schreiber, Orange is the New Black), un leprecauno.  (Per una chiara e approfondita guida agli dei si veda questo articolo in inglese).

La storia si basa sull’idea che sono i credenti a dare potere a un dio. Credere è vedere, siamo fatti di ciò in cui crediamo e il paradiso che ottieni nell’aldilà è quello in cui credi in vita. Banale e fantastico si incontrano e scontrano in una serie che è un’esplorazione di argomenti pregnanti e di gran risonanza nel momento attuale. Una delle colonne tematiche portanti è quella sull’immigrazione, anche grazie a numerosi racconti che intersecano la narrazione principale e fanno vedere come antichi credenti siano arrivati sulle sponde del nuovo continente: esploratori, schiavi, commercianti, gente di ogni estrazione. L’amore è un altro nucleo di riflessione, in una società che vive ansietà esistenziali, è in cerca di identità ed è, ontologicamente, multietnica – con un casting che riflette questa realtà. La fede , giocoforza, è centrale nella meditazione speculativa: che cos’è, che cosa la tiene in vita, che senso e potere ha, quali valori sostiene e che evoluzione ha avuto. A questo proposito memorabile è l’incontro (1.10) con la dea Ostara (Kristin Chenoweth, Pushing Daisies), ovvero la Pasqua (Easter in inglese, derivato proprio da Ostara), che riflette, anche con umorismo, sulla rielaborazione, sopravvivenza e convivenza di miti e credenze, con numerose varianti di Gesù Cristo che condividono la propria giornata di resurrezione con il compleanno della dea di saltellanti coniglietti, uova di colori pastello e vitalità del tripudio primaverile. Fondante è pure il potere del racconto e della narrazione, della tessitura in tutti i sensi: Ibis/Thoth (Damore Barnes), dio egizio scrivano degli dei è il primo che incontriamo; Anansi (Orlando Jones), figura ghanese della tradizione ashanti, come un ragno, attraversa l’Atlantico su una nave di schiavi alla fine del Seicento...

Noir, mitologia, realismo magico, surrealismo pulp, etnografia, violenza, misticismo, favola…la serie, fortemente allegorica, è tutto questo, ed è spesso uno spettacolo visivo, visionaria nello stile che è proprio di Fuller, qui virato a toni piuttosto dark.

Ci sono scene memorabili, come quella di sesso gay fra due musulmani, Salim (Omid Abtahi) e Jinn (Mousa Kraish), o come quella della storica dea dell’amore e del sesso Bilquis (la nigeriana Yetide Badaki), regina di Saba, che al culmine del rapporto sessuale divora il proprio amante-devoto attraverso la vagina. Come indimenticabile e azzeccatissima è la sigla d’apertura che stratifica uno sull’altro, con colori saturi e luci al neon, una serie di simboli delle varie religioni che formano un enorme totem, il segno nativo di religiosità per eccellenza, trasformandolo in un emblema di sincretismo e in un significante della parabola a cui assistiamo. E se delle pillole fluttuano sullo schermo pensiamo contemporaneamente alla religione come oppio dei popoli, ma anche alla medicina come religione. I rimandi sono molti.

La lotta degli dei per rimanere rilevanti è appena cominciata. La prima per la serie è stata già vinta dato che è stata confermata per una seconda stagione.

giovedì 24 agosto 2017

DOWNWARD DOG: saggezze quotidiane di un cane parlante


Spero trovi presto una nuova cuccia la serie Downward Dog, cancellata dalla ABC dopo una prima stagione di 8 episodi, e in cerca di un nuovo network che continui a mandarla in onda.

Devo fare due premesse: l’idea di una sit-com concentrata su un cane parlante mi avrebbe fatto scappare a gambe levate alla sola idea, prima di provare io stessa che cosa significhi avere un cane;  non riuscivo e non riesco a dimenticare che in Episodes, una serie con un cane parlante è indicata come la quintessenza di TV spazzatura. Poco importa, questa incarnazione dell’idea è adorabile, non iper-esilarante, ma dolce e di cuore.  

Protagonista principale è un cane meticcio, Martin (interpretato da Ned, preso da un canile, con degli occhioni molto espressivi) che è un po’ giù di corda – spesso descrive le sue giornate come le peggiori della sua vita – e riflette con una vena filosofico-umoristica sui fatti della vita, che naturalmente interpreta a modo suo. Quando la sua umana lo porta al lavoro con sé, ad esempio, non è perché ha una impegnativa scadenza di lavoro e finirebbe per lasciarlo troppo da solo, ma perché un serial killer, Pepper, il gatto che lui non sopporta che vive loro vicino, che ha “lame retrattili, nelle mani”, aveva lasciato una minaccia di morte psicotica, un uccellino morto, davanti alla porta di casa.   
   
Siamo a Pittsburgh - in un ambiente che sembra preservare una dimensione umana, cittadina, ma a pochi passi anche bucolica - e Nan (la meravigliosa Allison Tolman, Fargo) ha una relazione a intermittenza con Jason (Lucas Neff) e lavora nel settore creativo-aziendale di una serie di negozi d’abbigliamento in stile Urban Outfitters, la Clark + Bow, dove può contare su Jenn (Kirby Howell Baptiste) come amica, ma è soggetta ai guizzi temperamentali del suo capo, Kevin (Barry Rothbart)  incompetente,  egocentrico e pieno di sé. Lei è veramente brava nel suo lavoro e quando agli inizi di stagione il cane le rovina completamente una presentazione, questo si rivela strumentale per una brillante idea in cui si impegnerà per l’arco della stagione: far sì che la gente si veda bella, così come il suo cane vede sempre lei.

Ideata da Samm Hodges (che in americano dà la voce al cane) e Michael Killen, sulla base di una loro web series, questa produzione brilla perché riesce a mostrare la solitudine, i dubbi e le insicurezze della vita, ma anche le piccole vittorie e saggezze quotidiane, attraverso un peloso che riflette di fronte a una telecamera, con la bocca mossa con gli effetti speciali in modo che sembra che parli davvero, in stile confessional-documentaristico, dicendo cose che vanno al cuore della verità umana, come quando realizza che, con i propri difetti, scegliere di amarsi è un grande atto di coraggio. Si ride di quei momenti introspettivi che venendo da cane hanno dell’assurdo nella giustapposizione fra realtà canina e verità umana, come quando pondera il fatto che la cultura canina coltivi troppo l’anti-intellettualismo.

Se avessi una coda scodinzolerei.

mercoledì 16 agosto 2017

HARLOTS: prostitute nel diciottesimo secolo


È stata un’inaspettata bella sorpresa Harlots (Meretrici), la serie di ITV Encore / Hulu ambientata nel 1763, nell’Inghilterra georgiana che vedeva gli uomini imparruccarsi e imbellettarsi come e più delle donne, e basata sul libro del 2005 The Covent Garden Ladies della storica Hallie Rubenhold, che analizza la guida alle prostitute di Londra conosciuta come “Harris’s List”, pubblicata fra il 1757 e il 1759. La serie esordisce proprio scrivendo in apertura un fatto per noi sorprendente: un quinto delle donne dell’epoca lavoravano come prostitute.

Mi aspettavo qualcosa sulla scia di Maison Close (ne ho parlato qui),  E invece Moira Buffini ed Alison Newman sono riuscite a stupire con un programma vibrante, esplicitamente più ispirato a The Wire, The Sopranos e Braking Bad che ai drammi in costume: hanno preso a modello quei titoli “e altri drama sulla società contemporanea, e sul crimine e i fuorilegge nella società contemporanea. Abbiamo pensato che quello era ciò che le nostre donne sono. Sono fuorilegge”. (Bustle)

Margaret Wells (Samantha Morton) e Lydia Quigley (Lesley Manville) sono a capo di due bordelli rivali. La prima, che gestisce quello più modesto ed è stata in precedenza alle dipendenze della seconda, ha due figlie: la più grande, Charlotte (Jessica Brown Findlay, la Lady Sybil  di Downton Abbey), è diventa l’amante fissa di sir George Howard, follemente invaghito di lei e pronto a soddisfare ogni suo capriccio a patto che lei non si conceda ad altri; la più giovane, Lucy (Eloise Smyth) è ancora vergine quando la conosciamo, e anche quando viene avviata alla carriera non dimostra alcun talento per la professione. Margaret vive con uno dei rari uomini neri nati liberi, William (Danny Sapani). Lydia ha un bordello d’alta classe, che gestisce con il vago aiuto del figlio, Charles (Douggie McMeekin), in realtà spesso più un ostacolo che altro, che perde presto la testa per Emily Lacey (Holli Dempsey), che diserta Margaret andando da lei in cerca di migliori prospettive. Lydia cerca di fare di tutto per mettere i bastoni fra le ruote di Margaret, compreso cercare di a aizzarle contro una donna cieca e molto religiosa, Florence Scanwell (Dorothy Atkinson),  che si sgola contro i peccati di queste donne, che ha una figlia,  Amelia (Jordon Stevens), che si prende cura di lei ed è un’anima buona che presto comincia a provare attrazione per una delle cortigiane.

La novità qui non è solo che si trattano i personaggi come scaltre imprenditrici, ma anche che, forse complice il fatto che è una della rare produzioni completamente scritta e girata da persone di sesso femminile, pure sullo schermo le donne non sono manipolate dagli uomini e oggetto del famigerato male gaze (lo sguardo maschile). Il punto di vista è proprio quello delle “puttane”.

Uno dei temi fondanti è quello del denaro e del pericolo che comporta non avere libertà economica. Charlotte amaramente ritiene che la lezione fondamentale che la madre le ha insegnato sia che “Il denaro è il solo potere di una donna a questo mondo” (1.08) Un altro è quello del diritto che ciascuna donna ha al proprio corpo, e questo è affrontato attraverso numerosi personaggi (Charlotte, Lucy, Emily). La serie non si tira indietro da chiamare uno stupro come tale (tanto che viene da chiedersi anche se sia realistico per l’epoca). E una delle storyline migliori è quella di Lucy. Troppo spesso si vede l’ingenua di turno che, brutalizzata dalla situazione che deve vivere, diventa scaltra e più brava delle altre nelle sue acrobazie sotto le lenzuola. Non qui. Lucy vive come un’aggressione il sesso per cui non è pronta e continua a vivere con disagio e difficoltà successivi incontri, e rimane terribilmente imbranata e inadeguata nel lavoro che le viene richiesto. Il rapporto madre/prole, il perbenismo, la connivenza fra potere e criminalità, l’attrazione, il ruolo sociale, l’amicizia, abolizionismo, l’industria del sesso, ambizione, potere…i temi che si intrecciano  sono molti e  le osservazioni rilevanti ora come allora.    

martedì 8 agosto 2017

TCA AWARDS: i vincitori


Sotto, i vincitori dei TCA Awards, i premi della Television Critics Association, associazione di oltre 220 giornalisti critici televisivi professionisti di Stati Uniti e Canada. Per ulteriori informazioni, si legga qui.



Miglior performance in un drama

Carrie Coon, “The Leftovers” & “Fargo,” HBO & FX


Miglior performance in una comedy

Donald Glover, “Atlanta,” FX


Miglior programma di news e informazione

 “O.J.: Made in America,” ESPN


Miglior reality

 “Leah Remini: Scientology and the Aftermath,” A&E


Miglior programma per ragazzi

 “Speechless,” ABC


Miglior nuovo programma

 “This Is Us,” NBC



Miglior film, miniserie o speciale

“Big Little Lies,” HBO


Miglior drama

 “The Handmaid’s Tale,” Hulu


Miglior comedy

“Atlanta,” FX


Programma dell’anno

 “The Handmaid’s Tale,” Hulu


Premio alla carriera

Ken Burns


Heritage award

“Seinfeld”



lunedì 7 agosto 2017

CHIAMATEMI ANNA: spiritualmente luminosa


Anne with and E, Chiamatemi Anna in italiano (Netflix), è il più recente adattamento per il piccolo schermo dell’amato romanzo di letteratura per l’infanzia di Lucy Maud Montgomery Anna dai capelli rossi, anche nota con il titolo originale di Anne of Green Glables  - Green Gables è il nome della fattoria dove va a vivere la protagonista, così chiamata perché  l’elemento architettonico del timpano (“gable” in inglese) è colorato di verde (“green”).

Nella serie siamo alla fine dell’Ottocento, sull’isola di Prince Edwards, in Canada, in un ambiente naturalisticamente stupendo. Marilla (Geraldine James) e Matthew Cuthbert (R.H. Thomson) sono una sorella e un fratello che, ormai in età matura, decidono di adottare un bambino nella prospettiva che li aiuti nei lavori della proprietà, perché il giovane lavorante che hanno assunto, Jerry (Aymeric Jett Montaz), non basta. L’orfanatrofio, invece di mandar loro un maschio, come avevano chiesto, invia Anne Shirley (AmyBeth McNulty, scelta fra oltre 1800 contendenti), che priva di legami significativi, agogna una famiglia tutta sua. La giovane, che nella sua vita ha subito angherie e bullismo perché orfana, ed è abituata a lavorar sodo nelle famiglie dove di solito la impiegavano, ha un fervidissima immaginazione, e la usa per fa risplendere la realtà che la circonda di magia gravida di possibilità. È vivace, sveglia, entusiasta, meravigliata dalla bellezza della natura e piena di trasporti emotivi, e ha un linguaggio forbito e una notevole parlantina. Conquista immediatamente Matthew e poi anche la severa Marilla, e decidono di farla diventare parte della loro famiglia, nonostante le perplessità dei vicini, in particolare della più cara amica di Marilla, la signora Rachel Lynde (Korinne Kolso). Anne lega presto con Diana Barry (Dalila Bela), che diventa la sua migliore amica, e frequenta la scuola, dove conosce Gilbert Blythe (Lucas Jade Zumann), il più bravo della classe, con il quale c’è un reciproco rispetto e una nascente mutua attrazione.

Ideata da Moira Walley-Beckett (Flesh and Bone, con la quale si può notare qualche contatto tematico, e Breaking Bad), la vicenda televisiva scava nel passato della protagonista creando una backstory che nelle vicende originali non c’era, a quanto pare (io non ho letto il libro). Sebbene qualcuno lo abbia criticato perché appesantirebbe le sue vicende biografiche, in realtà funziona alla perfezione spiegando molto della psicologia del personaggio, della sua voglia di casa e delle necessità di creare mondi alternativi con la sua fantasia. In generale, in consonanza anche con tanta letteratura dell’infanzia (specie di un tempo, ma in realtà si pensi anche ad Harry Potter), ci sia tiene ben in equilibrio fra quegli elementi tetri delle ingiustizie subite perché inermi e impossibilitati a difendersi e il riscatto che si ha dalla realizzazione di desideri insperati. Qui un classico esempio di questo tipo c’è quando Marilla perde la sua spilla e accusa Anne di averla rubata, la manda via sebbene lei neghi il furto, per poi doverla richiamare indietro e scusarsi, quando la ritrova; oppure quando la madre di Diana le impedisce di frequentare la figlia perché la ritiene una cattiva influenza, e poi deve ricredersi quando Anne salva la vita della sorella minore di Diana che sarebbe diversamente morta, perché il medico non sarebbe arrivato in tempo e solo Anne sapeva come agire prontamente. Sono situazioni da classica fantasia infantile, in cui si ha il riscatto voluto diventando le eroine del momento. Si riesce ad utilizzare questa dinamica con molto garbo.

I personaggi, sia i ragazzi che gli adulti, sono tridimensionali. Se all’inizio la pettegola signora Lynde sembra la guastafeste di turno, ci sia accorge presto che è più di così. E degli stessi Marilla e Matthew si spiegano le vite, gli errori, le scelte (per entrambi un fratello maggiore morto troppo presto e la necessità di dedicarsi alla casa e alla famiglia che aveva bisogno di loro, e per entrambi un amore a cui hanno rinunciato). C’è molta sensibilità nel realizzarlo, quasi un pudore verrebbe da dire, che in parte io associo anche all’epoca ritratta. E gli attori sono spettacolosi. AmyBeth McNulty in particolare incarna a pieno Anne e stupisce perfino che a soli 15 anni dimostri una tale maturità interpretativa.

Non avevo familiarità con versioni precedenti della vicenda, nemmeno con il popolare cartone animato andato in onda quando io ero bimba, ma non si fatica a vedere l’attualità del messaggio che trasmette che pone sulla scena una giovane donna coraggiosa, piena di idee e senza timore di esprimerle. E si riesce a introdurre in modo realistico un femminismo ante litteram, parlando di educazione delle donne  - un gruppo di mamme, ad esempio, invita Marilla a unirsi a loro perché sono convinte che anche per le femmine sia necessaria un’istruzione e come una novità viene proprio pronunciata la parola “femminismo” - e di ruolo sociale da scegliere: non solo mogli, ma con varie opzioni a seconda delle proprie capacità e desideri. Si è anche stati molto scaltri a presentare un personaggio lesbico, l’anziana zia di Diana che ha appena perso la compagna di una vita, senza definirlo tale, in consonanza con l’epoca. Noi al giorno d’oggi capiamo, ed è sufficiente. 
              
Proprio una serie luminosa. Spiritualmente luminosa. 

Sulla poetica sigla, basata su quadri di Brad Kunkle, che rappresentano il passaggio delle stagioni e l’evoluzione di Anne, ed incorporano vari elementi simbolici (il passero senza occhi, i rami di legno con incise frasi dal libro da cui è tratta la serie, la volpe, il gufo, il colibrì…), si legga qui

domenica 30 luglio 2017

GOOD GIRLS REVOLT: ispirata a fatti veri


Good Girls Revolt (Amazon) è una serie ambientata fra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70 e segue un gruppo di giovani donne che lavorano per una rivista che si chiama “News of the Week” (fittizia, ma ispirato a Newsweek). In quanto donne possono avere solo ruoli di segretarie e ricercatrici, mentre è loro proibito ambire a diventare reporter, sebbene talvolta dimostrino più talento dei giornalisti che affiancano quotidianamente. Quando qualcosa scritto da loro viene pubblicato, è comunque con il nome di un uomo. Per questa ragione si organizzano e decidono di fare causa al giornale (1.10) e di rivendicare i propri diritti. Le vicende sono ispirate a fatti veri e incorporano personaggi reali, come Nora Ephron (Grace Gummer, Mr Robot).

Lo spirito ultimo della serie può essere inferito dal discorso (1.06) che una giovane avvocatessa nera, Eleanor Holmes Norton (realmente esistente e interpretata da Joy Bryant, Parenthood), fa a una delle impiegate, Denise (Betty Gabriel),  che, nera, non vorrebbe partecipare alla causa:
“Capisco che senti che questa non è la tua battaglia, ma sorella, sono qui per dirti che lo è. Vedi, queste donne hanno una cosa molto importante in comune con noi: sono cittadine di seconda classe. E io e te sappiamo esattamente che cosa si prova, non è vero? Trattenuta dal tuo pieno potenziale, pagata meno di quello che vali, trattata con superiorità, ti viene detto di stare zitta, di stare al tuo posto. Queste donne vivono in una scatola proprio come te, perciò non farti ingannare perché la loro scatola è un po’ più comoda della tua. È sempre una scatola. E il solo modo in cui ognuna di noi riuscirà ad evadere da questa scatola è se rimaniamo unite, perché quando i cittadini di seconda classe del mondo stanno l’uno a fianco dell’altro, non l’uno contro l’altro, è allora che cambi il mondo. Perciò, quando aiuti queste donne, Denise, la persona che liberi è te stessa”.

Con un tono quieto, quotidiano, minuto e molto poco glamour, seguiamo prevalentemente tre giovani donne che hanno, ciascuno a modo proprio, un risveglio della propria consapevolezza. Patti Robinson (Genevieve Angelson), che più di tutte sogna di diventare una giornalista a tutti gli effetti, magari inviata in Egitto, lavora sodo per dimostrare quello che vale; ha una storia con Douglas (Hunter Parrish), ma seduce e si lascia sedurre dal capo del giornale, Chris Diamantopoulos (Evan Phinnaeous ‘Finn’ Woodhouse, Episodes), sposato, ma di fatto più dedito al lavoro che alla vita matrimoniale. Cindy (Erin Darke), addetta a scrivere le didascalie, è intrappolata in un matrimonio infelice ed è talmente abituata a venire ignorata  - il marito legge anche a tavola mentre lei gli parla e la tratta come una serva e basta, le pratica un foro sul diaframma, nonostante il loro accordo di non avere figli immediatamente… – e solo una relazione extraconiugale sul lavoro le fa scoprire che può pretendere di più. Jane Hollander  (Anna Camp, The Good Wife) è la fidanzata sempre perfetta che vede il lavoro come una tappa prima dell’inevitabile matrimonio, ma presto si rende conto che vuole diventare una donna in carriera.
 
La serie, ideata da Lynn Povich sulla base di un libro dallo stesso titolo, e non confermata per una seconda stagione, si fa sempre più pregnante e densa con il procedere delle puntate. Nel descrivere la situazione femminile del’epoca, ed eventualmente il sessismo, non si mostrano elementi eclatanti, ma una bruciante quotidianità: Patti è preoccupata che le nozze della sorella significhino  che a lei d’ora in poi aspetti solo un futuro “a servizio” del marito (1.02); vengono incoraggiate a scoprire (1.06) quanto guadagnino più di loro gli uomini, a parità di lavoro (1.06); gli uomini dettano come si devono vestire le donne (1.07) – a Patti viene permesso di venire al lavoro in pantaloni, la prima a farlo, solo perché è il suo venticinquesimo compleanno, ma la si invita a non rifarlo, a Cindy il marito non permette di indossare l’abito sexy che voleva mettere a una festa; tutte fanno una colletta per un l’aborto di una di loro che ha già figli e per cui averne un altro sarebbe problematico (1.09)…Ci si accorge senza sforzo di quanta strada è stata fatta da allora, e allo stesso tempo quanto ancora attuali siano certe problematiche e rivendicazioni.

Sebbene la serie sia indubbiamente intrisa di spirito femminista, in tanti piccoli dettagli, questo è organico e naturale, e non ci si riduce a quello. In  “Strikethrough” (1.06) ad esempio, in occasione dello sciopero dei postini, Jane accompagna Sam (Daniel Eric Gold) per capire di prima mano la situazione. Prendono alcune lettere non recapitate e le consegnano loro stessi ai destinatari. Una di queste è una donna che ha perso qualcuno in Vietnam. Sam potrebbe intervistarla, visto che sta scrivendo un pezzo su quest’argomento, ma decide di non farlo per rispetto del dolore di quella persona: non puoi aggiustare la situazione, farla dimenticare o migliorarla, puoi solo appunto portare rispetto.

Se la partenza non è stata sfavillante, e in corso di via ci sono state debolezze, a chiusura di stagione ci si rammarica che non si sia riusciti, come si è provato, a salvare una serie che aveva molto da dire.   

mercoledì 19 luglio 2017

TREDICI: le ragioni di un suicidio


ATTENZIONE SPOILER. In 13 reasons why (su Netflix, graficamente scritto come “Th1rteen R3asons Why”), diventato semplicemente Tredici in italiano, Hannah Baker (Katherine Langford) è un’adolescente che si è appena tolta la vita. Dietro di sé ha lasciato, con un gusto un po' retrò, una serie di audiocassette da lei registrate, in cui ad ogni lato del nastro accusa per la sua scelta un diverso compagno di scuola. A turno le persone vengono istruite ad ascoltare quello che lei ha detto, seguendo anche una mappa e, dopo aver sentito tutto, a passare i nastri alla persona successiva. Ora è il turno – e attraverso di lui il nostro - di Clay Jensen (Dylan Minnette), l’undicesimo, che lavorava con lei come maschera in un cinema e che era innamorato di lei. La cosa lo sconvolge e ascolta tutto in piccole dosi, fra titubanze, desiderio di parlarne con altri,  dubbi su come decidere di comportarsi. A sostenerlo c’è l’amico Tony (Christian Navarro). Hannah dice la verità? Mente? Ogni puntata è dedicata a una diversa persona della sua vita: Justin Foley (Brandon Flynn), con cui ha vissuto il suo primo bacio e che poi ha diffuso pettegolezzi sessuali sul suo conto (1.01); i migliori amici con cui si incontrava regolarmente al coffee shop Monet’s e dalla quale si è sentita tradita, Jessica Davis (Alisha Boe) e Alex Standall (Miles Heizer, Parenthood) – 1.02 e 1.03; Tyler (Devin Driud) il fotografo dell’annuario scolastico che le faceva stalking (1.04); Courtney (Michele Selene Ang), la ragazza apparentemente sempre gentile che ha sparlato di lei pur di non rivelare di essere lesbica (1.05); Bryce Walker (Justin Prentice) che l’ha violentata (1.12)... Intanto i genitori di lei, Olivia e Andy (Kate Walsh e Brian D’Arcy James), che non hanno nemmeno ricevuto un biglietto d’addio, disperati, fanno causa alla scuola, perché hanno ragione di credere che la figlia fosse vittima di bullismo. Tutti si chiedono quanto conoscessero la ragazza.

Tratta dal libro per giovani adulti “Tredici” di Jay Asher (Mondadori), e sviluppata per la TV da Brian Yorkey (che nel 2010 come drammaturgo ha vinto il Pulitzer), la serie prima facie parla di suicidio. Ed è indubbio che questo sia uno dei temi trattati. Il liceo frequentato dalla ragazza è sconvolto dall’evento, gli studenti vengono incoraggiati a parlare dell'argomento e genitori, insegnanti e studenti lo affrontano in più occasioni e in più modalità. La serie però, di fatto, affronta altre tematiche. Una è quella della banalità delle azioni quotidiane e di come possono portare delle cicatrici profonde per qualcuno che è vulnerabile. Di come le micro-aggressioni giornaliere, se non gestite, possano diventare qualcosa di mastodontico. Del potere dei segreti, dei pettegolezzi, delle parole. Hannah aveva apparentemente una vita normale, senza particolari problemi, sono proprio questi piccoli atti che si accumulano l'uno sull'altro ad averla distrutta. Non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. E si è trovata isolata.

Il tema di fondo è lo stupro, sono le violenze e le molestie verbali e sessuali.  Anna Silman (The Cut) dice bene quando osserva che “il messaggio che il programma riesce davvero a trasmettere ha a che fare con la misoginia: come la persistente oggettificazione può erodere l’autostima di una donna, e dei molti modi in cui falliamo nei confronti delle giovani donne nel propagandare una cultura del silenzio. (…) Il programma prende molti dei termini di moda che in questo momento turbinano nello spirito del tempo della cultura giovanile americana – mascolinità tossica, cultura dello stupro, far impazzire qualcuno, cyber bullismo, slut-shaming – e mostra come sono messi in scena nei corridoi della scuola, perpetrati da una gamma di complicati teen-ager che trascendono gli usuali archetipi da spogliatoio”. Viene ben illustrato come il peso dello status e del potere di qualcuno può avere effetto sugli altri e di come la “passività individuale e la negazione di gruppo” possa offrire protezione a predatori e facilitatori.  

Nonostante qualche voce fuori dal coro, la maggioranza ha amato e apprezzato la serie. Uno degli aspetti più interessanti per me è come si passi di continuo fra il momento attuale e i ricordi di cose avvenute nel passato quando la protagonista era in vita. Questo avviene costantemente, la ma l’aspetto originale è il fatto che i ricordi nascano da una sorta di straniamento del protagonista maschile che forzatamente e dolorosamente rievoca situazioni del passato, che vede in una nuova luce, o che vorrebbe anche dimenticare o che vorrebbe aver vissuto in modo diverso. Questa tecnica apparentemente trita di costanti flashback è proprio resa fresca da questa associazione di recupero della memoria da parte del personaggio. E il senso di perdita è proprio stato costruito su questa modalità apparentemente ingenua. Hannah poi, come narratrice inaffidabile, riesce a trasmettere bene il processo di soggettivizzazione delle esperienze. E trasporta lo spettatore in un percorso di empatia più che di conoscenza (Silman).  

C’è chi ha lamentato il fatto che la serie renderebbe affascinante il suicidio. Non mi sembra proprio. Al di là dell’opportunità di avvertire il pubblico del tipo di contenuto che si sta per affrontare, e dei riferimenti a cui rivolgersi se si stesse pensando di farla finita, aggiunti poi da Netflix in apertura delle puntate e sicuramente essenziali, si fa un ottimo lavoro nel focalizzare la conversazione su un tema che storicamente è sempre stato molto difficile affrontare proprio per timori di emulazioni. L’obiettivo qui è proprio quello di non nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che il problema non esista, quando invece è così rilevante. Se legittimamente si potrebbe impedirne la visione a un pubblico eccessivamente giovane, penso che sarebbe proprio uno di quei programmi che andrebbero guardati a scuola e discussi, con insegnanti e genitori.  

Anche la resistenza di alcuni per una seconda stagione, già confermata, motivata dal fatto che la serie avrebbe già detto tutto quello che c’era da dire, non la condivido. Potenzialmente c’è ancora molto terreno inesplorato. 

venerdì 14 luglio 2017

Nomination agli EMMY 2017


Sono state annunciate le nomination agli Emmy, giunti alla loro 69esima edizione. Potevano venir nominati i programmi andati in onda fra il 1° giugno 2016 e il 31 maggio 2017. I premi verranno consegnati il 17 settembre. Il 16 dello stesso mese saranno consegnati quelli per le categorie delle “Creative Arts”.

Saturday Night Live e Westworld hanno ricevuto il maggior numero di nomination (22) in tutte le categorie, seguiti da Stranger Things e FEUD: Bette and Joan (18) e Veep (17). Ad avere le maggiori nomination per piattaforma sono state: HBO (110), Netflix (91) ed NBC (60).

Sotto trovate la lista dei nominati per alcune delle principali categorie. Per la lista completa dei nominati, vedete questo link.  

Miglior drama

“Better Call Saul” (AMC)
“The Crown” (Netflix)
“The Handmaid’s Tale” (Hulu)
“House of Cards” (Netflix)
“Stranger Things” (Netflix)
“This Is Us” (NBC)
“Westworld” (HBO)

Miglior attrice protagonista in un drama

Viola Davis (“How to Get Away with Murder”)
Claire Foy (“The Crown”)
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)
Keri Russell (“The Americans”)
Evan Rachel Wood (“Westworld”)
Robin Wright (“House of Cards”)

Miglior attore protagonista in un drama

Sterling K. Brown (“This Is Us”)
Anthony Hopkins (“Westworld”)
Bob Odenkirk (“Better Call Saul”)
Matthew Rhys (“The Americans”)
Liev Schreiber (“Ray Donovan”)
Kevin Spacey (“House of Cards”)
Milo Ventimiglia (“This Is Us”)

Miglior attore non protagonista in un drama

John Lithgow (“The Crown”)
Jonathan Banks (“Better Call Saul”)
Mandy Patinkin (“Homeland”)
Michael Kelly (“House of Cards”)
David Harbour (“Stranger Things”)
Ron Cephas Jones (“This Is Us”)
Jeffrey Wright (“Westworld”)

Miglior attrice non protagonista in un drama

Ann Dowd (“The Handmaid’s Tale”)
Samira Wiley (“The Handmaid’s Tale”)
Uzo Aduba (“Orange Is the New Black”)
Millie Bobby Brown (“Stranger Things”)
Chrissy Metz (“This Is Us”)
Thandie Newton (“Westworld”)

Miglior comedy

“Atlanta” (FX)
“Black-ish” (ABC)
“Master of None” (Netflix)
“Modern Family” (ABC)
“Silicon Valley” (HBO)
“Unbreakable Kimmy Schmidt” (Netflix)
“Veep” (HBO)

Miglior attore protagonista in una comedy

Anthony Anderson (“Black-ish”)
Aziz Ansari (“Master of None”)
Zach Galifianakis (“Baskets”)
Donald Glover (“Atlanta”)
William H. Macy (“Shameless”)
Jeffrey Tambor (“Transparent”)

Miglior attrice protagonista in una comedy

Pamela Adlon (“Better Things”)
Tracee Ellis-Ross (“black-ish”)
Jane Fonda (“Grace and Frankie”)
Lily Tomlin (“Grace and Frankie”)
Allison Janney (“Mom”)
Ellie Kemper (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)

Miglior attore non protagonista in una comedy

Alec Baldwin (“Saturday Night Live”)
Louie Anderson (“Baskets”)
Ty Burrell (“Modern Family”)
Tituss Burgess (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Tony Hale (“Veep”)
Matt Walsh (“Veep”)

Miglior attrice non protagonista in una comedy

Kate McKinnon (“Saturday Night Live”)
Vanessa Bayer (“Saturday Night Live”)
Leslie Jones (“Saturday Night Live”)
Anna Chlumsky (“Veep”)
Judith Light (“Transparent”)
Kathryn Hahn (“Transparent”)


Miglior Limited Series

“Big Little Lies” (HBO)
“Fargo” (FX)
“Feud: Bette and Joan” (FX)
“The Night Of” (HBO)
“Genius” (National Geographic)

Miglior attor in una limited series

Riz Ahmed (“The Night Of”)
Benedict Cumberbatch (“Sherlock: The Lying Detective”)
Robert De Niro (“The Wizard of Lies”)
Ewan McGregor (“Fargo”)
Geoffrey Rush (“Genius”)
John Turturro (“The Night Of”)

Miglior attrice in una limited series

Carrie Coon (“Fargo”)
Felicity Huffman (“American Crime”)
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
Jessica Lange (“Feud”)
Susan Sarandon (“Feud”)
Reese Witherspoon (“Big Little Lies”)


Miglior Film TV

“Black Mirror: San Junipero”
“Dolly Parton’s Christmas Of Many Colors: Circle Of Love”
“The Immortal Life Of Henrietta Lacks”
“Sherlock: The Lying Detective (Masterpiece)”
“The Wizard Of Lies”

Miglior Variety Talk

“Full Frontal With Samantha Bee” (TBS)
“Jimmy Kimmel Live!” (ABC)
“Last Week Tonight With John Oliver” (HBO)
“Late Late Show With James Corden” (CBS)
“Real Time With Bill Maher” (HBO)
“The Late Show with Stephen Colbert” (CBS)

Miglior serie Variety a Sketch

“Billy On The Street” (truTV)
“Documentary Now!” (IFC)
“Drunk History” (Comedy Central)
“Portlandia” (IFC)
“Saturday Night Live” (NBC)
“Tracey Ullman’s Show” (HBO)

Miglior reality - competizione

“The Amazing Race” (CBS)
“American Ninja Warrior” (NBC)
“Project Runway” (Lifetime)
“RuPaul’s Drag Race” (vh1)
“Top Chef” (Bravo)
“The Voice” (NBC)