mercoledì 25 maggio 2016

UPFRONTS 2016 - 2017: ABC


La ABC, che avrà la sua prima stagione piena sotto la nuova presidente dell’intrattenimento Channing Dungey, ha annunciato i seguenti programmi agli upfronts.


Conviction (drama): Carter Morrison (Haley Atwell, Marvel’s Agent Carter), un’avvocatessa con problemi di droga, figlia di un ex-presidente degli Stati Uniti, accetta un lavoro offertole dal Procuratore Distrettuale di New York per essere a capo di una nuova unità, fatta di giuristi, investigatori ed esperti forensi, che si occupa di ingiuste condanne, la Conviction Integrity Unit. Accettando le viene risparmiata la galera per un’accusa di possesso di cocaina. È una serie legal-procedurale con tinte da soap opera.





Notorious (drama): Ispirato alla vera storia personale e professionale di un noto avvocato penalista, Mark Geragos, e della produttrice del Larry King Live Wendy Walker (entrambi produttori del programma), e ideato da Josh Berman (Drop Dead Diva), la serie ha come protagonisti Julia (Piper Perabo) e Jake (Daniel Sunjata) e si concentra, oltre che sulle loro vite, sulle interazione fra giustizia penale e media.






Designated Survivor (drama): Un membro minore del Gabinetto (Kiefer Sutherland, 24), Segretario per la Casa e lo Sviluppo Urbano, diventa improvvisamente Presidente degli Stati Uniti d’America dopo che un attacco terroristico  fatto durante il discorso sullo Stato dell’Unione ha ucciso tutti i previsti successori. Proprio questo significa che è il “designated survivor”, ovvero è il “sopravvissuto designato” ad assumere quella carica in una simile evenienza. È impreparato, ma deve subito affrontare uno scontro militare con l’Iran. Ideata da David Guggenheim (Safe House), la serie ha nel cast anche Kal Penn (House), Maggie Q (Nikita) e Natasha McElhone (Californication).





American Housewife (comedy, single-camera): Ideata da Sarah Dunn Spin City, Bunheads) e inizialmente conosciuta con il titolo di The Second Fattest Housewife in Westport, questa sit-com ha come protagonista una donna (Katy Mixon, Mike & Molly) che cresce una famiglia normale in una ricca comunità dove apparentemente tutti sono perfetti.




Speechless (comedy, single-camera): Ideata da Scott Silveri (Friends) questa serie ruota intorno a una famiglia con un figlio disabile e alle sfide personali e sociali che lui e tutta la sua famiglia devono affrontare quotidianamente. Nel cast Minnie Driver (About a Boy) e John Ross Bowie (The Big Bang Theory). 



Per mid-season sono invece previsti:


Still Star-Crossed (drama): Il quinto progetto di Shondaland per la ABC, scritto dalla sceneggiatrice di Scandal Heather Mitchell e basato su un romanzo di Melinda Taub, riprende la storia di Romeo e Giulietta nel momento in cui Shakespeare la fa terminare.  Montecchi e Capuleti sono ancora rivali. Il ricco cast comprende Anthony Head (Buffy), Grant Bowler, Wade Briggs, Zuleikha Robinson, Torrance Coombs, Lashana Lynch e Sterling Sulieman.






Time After Time (drama): Ideato da Kevin Williamson (più recentemente The Following) e adattato da un romanzo di fantascienza di Karl Alexander già in precedenza diventato un film (nel 1979), la serie prende in considerazione l’ipotesi in cui lo scrittore H.G. Wells (Freddie Stroma, UnReal) abbia davvero ideato una macchina del tempo e la usi per inseguire in diverse epoche storiche Jack lo Squartatore (Josh Bowman, Revenge). Nel cast anche Regina Taylor, Jordin Sparks e Genesis Rodriguez.





Downward Dog:  Adattata da una serie web con lo stesso titolo,  che in realtà non è mai andata in onda perché ha subito  attratto l’attenzione dei network, e ideata da Samm Hodges e Michael Killen questa commedia  ha come protagonista un cane parlante (con la voce del sopracitato Hodges) che racconta le vicende personali e lavorative della sua umana (Allison Tolman, Fargo).





Imaginary Mary:  Un’indipendente donna in carriera (Jenna Elfman, Dharma & Greg) finalmente incontra l’uomo della sua vita (Stephen Schneider), un divorziato con tre figli. A darle consigli su come comportarsi è la sua amica immaginaria dell’infanzia (la voce di Rachel Dratch), che ha le fattezze di una specie di peluche.  Dietro alla serie ci sono Adam F. Goldberg (The Goldbergs), David Guarascio e l’animator della Disney Patrick Osborne. 




When We Rise (miniserie): in otto ore vengono narrate le vicende legate al movimento per i diritti LGBT in decadi diverse. È portato sullo schermo da Dustin Lance Black e dal regista Gus Van Sant che hanno lavorato insieme in Milk. Il ricco cast include Guy Pearce, Mary-Louise Parker, Rachel Griffiths, Dylan Walsh, Michael K. Williams, David Hyde Pierce, Whoopi Goldberg, Rosie O’Donnell e Denis O’Hare.



Si stanno anche rielaborando tre altri progetti che potrebbero fare la comparsa nel nuovo anno: The Jury, un drama su un processo serializzato con nel cast Archie Panjabi di The Good Wife; Pearl, una comedy con Candice Bergen; Hail Mary, una comedy con Casey Wilson.   

domenica 22 maggio 2016

UPFRONTS 2016 - 2017: FOX

Ecco i nuovi programmi presentati agli upfronts dalla Fox per la stagione 2016-2017.

Autunno 2016.


The Exorcist (drama): basato sul classico film horror del 1973 con lo stesso titolo e sul libro del 1971di William Blatty, la serie, portata in TV da Jeremy Slater (I Fantastici Quattro), è un thriller psicologico in cui due sacerdoti cercano di aiutare una famiglia posseduta dal demonio. Nel cast, fra gli altri,  Geena Davis e Ben Daniels (Flash and Bone).  






Lethal Weapon (drama): Matt Miller (Chuck, Forever, Trial & Error) adatta per il piccolo schermo la nota serie di film Arma Letale. Quando il poliziotto texano Martin Riggs (Mel Gibson nei film, qui Clayne Crawford) perde la moglie incinta si trasferisce a Los Angeles per ricominciare e gli viene affiancato come partner il detective Roger Murtaugh (Danny Glover sul grande schermo, qui Damaon Wayans Sr), che avendo da poco avuto un infarto, deve evitare ogni possibile stress. Alla regia del pilot c’è McG.  





Son of Zorn (comedy, animazione): Zorn (Jason Sudeikis) è un leggendario guerriero che torna sulla terra dopo aver trascorso molti anni in battaglia su Zephyria. Ritrova moglie (Cheryl Hines) e figlio e comincia a lavorare in un ufficio. La particolarità è che Zorn è un cartone animato, gli altri personaggi sono in carne ed ossa. 




Inverno 2017.



24: Legacy (drama): Legacy riprende l’idea di 24 ed esiste nello stesso universo finzionale, ma il cast è tutto nuovo. Un ex-militare (Corey Hawkins) si arruola nel CTU per salvarsi la vita ed evitare un possibile attacco terroristico su larga scala. Nel cast anche Jimmy Smits, Miranda Otto, Teddy Sears e Dan Bucatinsky. Ai produttori esecutivi originari si è aggiunto Kiefer Sutherland.  





A.P.B. (drama): Un miliardario di Chicago appassionato di tecnologia (Justin Kirk), privatizza il 13° distretto della Polizia di Chicago e implementa la migliore tecnologia a disposizione per combattere il crimine. Showrunner è Matt Nix.





Star (drama, musical): Tre giovani donne di talento formano una band ad Atlanta e cercano di sfondare nel mondo della musica. Ci saranno canzoni originali e sequenze musical. Nel cast figurano Benjamin Bratt e Queen Latifah, e Lenny Kravitz sarà guest star. Ideata da Lee Daniels (Empire), ne è stata ordinata una serie prima ancora di avere un pilot.





Prison Break:  la ben nota serie viene riesumata per una nuova stagione.






The Mick (comedy, single-camera): Una donna un po’ sfacciata e trafficona (Kaitlin Olson) deve prendersi cura dei tre figli della sorella, estremamente viziati, quando quest’ultima è costretta a lasciare il Paese per evitare problemi legali. È ideata da John Chernin e Dave Chernin (It’s Always Sunny in Philadelphia).  





Making history (comedy): Tre amici (Adam Pally, Leighton Meester e Yassir Lester) viaggiano nel tempo, cosa che complica loro la vita nel presente.  Ideata da Julius Sharpe (The Grinder), è sia una commedia sulle relazioni al giorno d’oggi che un’avventura in cui storia e cultura pop si incontrano e scontrano.




Primavera 2017.


Pitch (drama): Una giovane lanciatrice (Kylie Bunbury, con una performance nel pilot che ha generato molto buzz) diventa la prima donna a giocare a baseball in una grande squadra quando viene chiamata dai San Diego Padres. Lo show, ideato da Dan Fogelman (Galavant), punta ad un gran realismo nella rappresentazione delle scene sportive, e sarà aiutato dal fatto che ha ottenuto una licenza dalla Major League Baseball per cui potrà utilizzare le effettive uniformi, gli stadi e potenzialmente anche giocatori veri. Nel cast ci sono Bob Balaban, Ali Larter, Mark-Paul Gosselaar e Mark Consuelos.   






Shots Fired (miniserie): considerata la risposta della Fox ad American Crime della ABC, guarda a ciò che accade, da un punto di vista politico, sociale e dei media in una cittadina del Tennessee, in seguito a una serie di sparatorie dettate da motivi razziali. Un investigatore e un procuratore speciale mandato dal Dipartimento di Giustizia cercano di fare chiarezza. Ideata da Gina Prince-Bythewood  e Reggie Rock Bythewood,  ha un cast Helen Hunt, Stephen Moyer, Richard Dreyfuss, Stephan James e Sanaa Lathan.



Inoltre:

La Fox ha presentato anche tre programmi non-scripted: Kicking and screaming (reality); My Kitchen Rules (reality); The Rocky Horror Picture Show (musical). E Recon, una serie drammatica sul terrorismo ideata da Kevin Williamson e Julie Plec, potrebbe venire rimaneggiata e proposta a midseason. 

mercoledì 18 maggio 2016

UPFRONTS 2016 - 2017: NBC


La NBC ha presentato i seguenti programmi per la stagione 2016 – 2017. 



Timeless (drama). Ideata da Eric Kripke (Supernatural, Revolution) e Shawn Ryan (The Shield, The Unit), è una serie di azione a avventura che vede ben due macchine del tempo in competizione l’una con l’altra (i viaggi nel tempo sono un leit-motiv delle produzioni di questa prossima stagione). Un criminale (Goran Visnjic, ER) ne ruba una per cambiare il passato e per distruggere gli Stati Uniti. Uno scienziato (Malcom Barrett), una professoressa di storia (Abigail Spencer) e un militare (Matt Lanter) devono scongiurare questo evento e per questo viaggiano indietro in momenti cruciali del passato. 








This is us (dramedy). Ideata da Dan Fogelman (Galavant; Crazy, Stupid, Love), parla della vita quotidiana di persone che hanno in comune il fatto di essere nate lo stesso giorno. Le loro vite si intrecciano in modi sorprendenti. C’è stato molto buzz intorno a questa serie già nella stagione dei pilot. Il cast conta Mandy Moore e Milo Ventimiglia.







The good place (comedy): Ideata da Mike Schur (Parks and Recreation), ne sono stati ordinati direttamente 13 episodi anche prima di avere un pilot. Eleanor (Kristen Bell, Veronica Mars) è una donna del New Jersey che, morta, si ritrova a causa di un errore in un aldilà molto migliore di quello che si merita. Cerca di capire che cosa significhi essere una brava persona perché vuole diventarlo. Nel cast anche Ted Danson.  





Ricco il carnet per mid-season:


Chicago Justice (drama): Ideata da Dick Wolf, che espande così con una quarta serie le sue storie su Chicago, parla dei pubblici ministeri e investigatori della città che vanno alla ricerca della giustizia facendosi strada fra gli intrighi politici e le controversie che la animano. Nel cast Philip Winchester (Strike Back), Carl Weathers, Nazneen Contractor e Joelle Carter.   


Emerald City (drama): Già originariamente presentata negli upfronts dello scorso anno, sempre per mid-season, la serie è un basata sul Mago di OZ, con un taglio più adulto e dark. Dorothy (Adria Arjona) ha ora 20 anni e il cagnolino che l’accompagnava da bimba è diventato un cane poliziotto. In 10 episodi se la devono cavare in una terra di regni in competizione fra loro in una sanguinosa battaglia per la supremazia, in mezzo a guerrieri e magia nera. Il tono si dice sia alla Game of Thrones


Midnight, Texas (drama sovrannaturale): Basato su una serie di libri di Charlaine Harris, come True Blood, segue l’azione di una remota cittadina del Texas dove operano streghe, vampiri e altri personaggi dello stesso genere che devono collaborare fra loro per tenere a bada le locali bande di motociclisti e la polizia. Produttore e regista del pilot è Niels Arden Oplev (The Girl with the Dragon Tattoo, il pilot di Mr Robot).


Taken (drama): è un prequel della serie di film d’azione con lo stesso nome che vedono come interprete Liam Neeson. Protagonista è una versione giovane del suo personaggio, Bryan Mills (Clive Standen, Vickings), che ancora sta imparando ed acquisendo quelle abilità che gli serviranno nel futuro per salvare la figlia. Jennifer Beals è il volto del suo capo alla CIA, e Gaius Charles (Friday Night Lights) interpreta un collega. Showrunner sarà Alexander Carey e Luc Besson fra i produttori.   




The Blacklist: Redemption (drama): è lo spin-off di The Blacklist. Tom Keen (Ryan Eggold) unisce le sue forze a quelle di Susan “Scottie” Hargrave (Famke Janssen), che gestisce una organizzazione mercenaria segreta chiamata Grey Matters, per risolvere problemi e fermare pericolosi criminali a cui il governo non vuole nemmeno avvicinarsi. Tom, mentre era a caccia dell’assalitore di Liz, ha scoperto che Scottie in realtà è la sua madre biologica e intende andare a fondo per scoprire di più sul proprio passato.  


Great News (comedy): Ideata da Tracey Wigfield (30 Rock) e con alle spalle anche Tina Fey e Rovert Carlock, questa serie ricorda 30 Rock, solo che è ambientata nel dietro le quinte di un notiziario televisivo. Una giovane produttrice (Briga Heelan) si trova in una situazione imbarazzante e spinosa quando sua madre (Andrea Martin), con cui ha un complicato rapporto, viene assunta per un tirocinio presso la stazione TV per cui lei lavora.   



Powerless (comedy): Vanessa Hudgens interpreta un’assicuratrice che aiuta clienti vittime dei danni causati non intenzionalmente dai super-eroi che si battono contro il crimine. Si tratta di supereroi minori, per la gran parte, ma in teoria qualche personaggio dei fumetti della DC potrebbe fare una comparsa. Si tratta comunque di una commedia d’ufficio e protagonisti sono gli impiegati che, nella loro comune quotidianità, sono alla ricerca del loro potere. Nel cast anche Danny Puli, Alan Tudyk e Christina Kirk.



Trial & Error (comedy): Un avvocato di una grande città si trova come un pesce fuor d’acqua quando viene chiamato in un paesino del sud per difendere un eccentrico professore di poesia (John Lithgow) dall’accusa di aver assassinato la moglie. Nel cast, fra gli altri, anche Nick D’Agosto (Masters of Sex) e Jayma Mays (Glee).



Marlon (comedy; multi-camera). Blandamente basata sulla vita di Marlon Wayans, questa commedia familiare vede come protagonista una star di internet alle prese con il crescere i suoi figli affidati congiuntamente a lui e all’ex-moglie. È un genitore amorevole, ma diversamente da lei anche un padre  molto immaturo.  


Per la stagione 2016-2017 sono anche previsti I seguenti programmi unscripted: Better Late than Never (reality), The Wall (gioco/reality), First Dates (reality).

Fra le serie a cui si è deciso di rinunciare c’è la versione televisiva del film Cruel Intentions, ma la serie potrebbe essere risistemata per essere poi proposta nell’estate del 2017.

domenica 15 maggio 2016

THE GOOD WIFE: la settima e ultima stagione


Si è chiusa definitivamente con la settima stagione l’eccellente The Good Wife, una serie che è stata la formazione morale e di vita, professionale e personale, di Alicia Florrick (Julianna Margulies), avvocatessa, madre, moglie, donna complessa e piena di chiaroscuri.  
Titolo dell’ultima puntata, in inglese, è stato “End”. La serie, in originale, ha avuto la particolarità di far sì che il numero delle parole dei titoli delle puntate fosse lo stesso del numero della stagione, per poi simmetricamente seguire il percorso inverso, per cui 1-2-3-4-3-2-1.
La chiusura è stata in linea con quanto gli autori, i coniugi Michelle e Robert King, avevano promesso sarebbe stata. Hanno terminato lì dove avevano iniziato, con Alicia vicina al marito Peter (Chris Noth) che pubblicamente deve difendersi da accuse molto pesanti, quasi a chiudere il cerchio, ma essendo stato un percorso di educazione, la stessa situazione ha portato a un esito differente: Alicia lascia la mano del marito in 7.22 per andare in cerca di Jason (Jeffrey Dean Morgan) di cui è innamorata. Ed è stato un finale sospeso, con un seguito lasciato immaginare, e aperto ad un possibile già ventilato spin-off, che avrebbe nel cast almeno i personaggi di Diane (Christine Baranski) e di Lucca (Cush Jumbo), da quanto si vocifera al momento del mio scrivere. Will (Josh Cherles), il grande amore defunto della protagonista, è tornato sotto forma di sua  coscienza in un modo che è suonato vero e intenso.
Ma se è stato un Bildungsroman, per quanto di una persona già adulta, quale è la lezione che ha lasciato allo spettatore, in ultima istanza? Che valore ritiene sia essenziale? Mi pare che sia quello della correttezza. Alicia, Diane, Cary (Matt Czuchry), Zach (Graham Phillips), Grace (Makenzie Vega)… Fare un buon lavoro non coincide con l’aver successo a tutti i costi, fare un buon lavoro è il vero successo. In scala si pongono correttezza, amore e famiglia, studi e lavoro. C’è posto per l’equilibro fra sfera personale e professionale, e la prima non deve esser sacrificata  in favore della seconda. I sentimenti e le persone contano e non c’è successo lì dove calpesti le persone che ti stanno a cuore. Ma l’affermazione ultima è che qualunque cosa sia importante per te nella vita, che sia l’amore o la carriera, fai bene a seguirla. Può anche darsi che alla fine lo considererai un errore, ma sarà un errore tuo. Nel bene e nel male te ne assumerai la responsabilità e ne affronterai le conseguenze. Nell’essere coerente con i tuoi ideali c’è il vero senso della vita, anche lì dove apparentemente potrà sembrarti rischioso. La vita e le tue scelte ti riserveranno comunque molti schiaffi. Dovrai sistemarti e continuare per la tua strada e cercare di andare avanti. Questa è la lezione che io ho portato a casa, insieme alla citazione della puntata “Iowa” (7.11) pronunciata da Ruth (margo Martindale) ad Alicia (nella mia traduzione - nella foto l'originale): “Apprezza quel momento – quando ti rendi conto che non sai in che cosa consista la vita. Quella è verità”.
La settima stagione nel complesso è stata in calo rispetto alla precedente e all’apice della quinta, ma come sempre ha affrontato intelligentemente e con acume temi caldi della contemporaneità, affrontati magari più specificatamente in singole puntate, ma comunque con risonanza su tutta la narrazione: l’età e il diventare anziani (7.05); quali siano le priorità nella vita, se il lavoro, o altro;  il suicidio assistito dal medico (7.04), l’aborto e il primo emendamento (7.08); il razzismo (7.09); la privacy; il tribunale dell’opinione pubblica; la politica; la tecnologia; se sia opportuno e se ci sia giustificazione legale per un’amministrazione pubblica per uccidere qualcuno (7.15);  la solidarietà femminile e la guerra fra generi; l’amicizia…
The Good Wife è stata una delle rare serie in cui per me, all’avvicinarsi della fine, ho sperato di non morire (per nessuna ragione specifica che non sia quella di chiunque altro) prima di poter vedere come terminava. Mi mancherà.
 

martedì 10 maggio 2016

MASTER OF NONE: contemporanea e universale

 
A ragione Master of None (su Netflix), ideata da Aziz Ansari (Parks and Recreation) e Alan Young,  è stata considerata una delle migliori serie del 2015, per il modo originale in cui riesce a parlare di rapporti familiari e interpersonali, e questioni identitarie, razziali e culturali coniugando un’universalità di temi alla capacità di cogliere la specificità del momento in cui viviamo, legato anche ai cambiamenti tecnologici, cosa che Ansari ha affrontato sia nel suo recente libro Modern Romance: An Investigation che, da anni, nel suo materiale di stand-up.  
Dev Shah (Ansari) è un attore trentenne che fatica a sfondare, figlio di immigrati indiani, che naviga la realtà newyorkese contemporanea. Per tanti versi è ancora un uomo-bambino, di cui ha i pregi, ma anche i difetti: è gioioso e ha un entusiasmo quasi infantile per le cose, ma tende ad essere anche superficiale ed egocentrico. La sua vita personale è divisa fra la fidanzata Rachel (Noël Wells), che lavora nel campo della musica – e in modo tanto curioso per questo formato televisivo quanto riuscitissimo, quasi due anni della loro relazione vengono esaminati in una puntata di circa mezz’ora (1.09); i genitori Ramesh e Nisha (interpretati dai veri genitori di Ansari); e gli amici Brian (Kelvin Yu), taiwanese-americano che vive dei paralleli con Dev nel suo rapporto con i propri genitori,  Denise (Lena Waithe), afro-americana lesbica che gli dà il punto di vista femminile sulle ragazze con cui esce prima di trovare Rachel, e Arnold (Erir Wareheim), il gettone-presenza di un bianco fra gli amici, come è stato inteso, la cui amicizia è basata su quella della vita reale dei due interpreti.
Lo stile è rilassato, e le interazioni con i suoi amici sono molto naturali. Sotto i riflettori sono le  varie situazioni e insicurezze della vita. Al suo meglio è stato concepito come un Louie senza l’amarezza e le spigolosità caratteriali di quest’ultimo, ma più dolce e ben intenzionato; al peggio è stato valutato come troppo smaccato, nell’affrontare ogni volta una tematica diversa in quello che sembra un enunciare una serie di tesi una dopo l’altra poi spiegate via via, quasi un’esercitazione di studente in cinema che ha appena fatto un’immersione in Woody Allen (su questa argomentazione, che io capisco ma non condivido, si veda il ben ragionato dialogo fra i partecipanti al podcast  Pop Culture Happy Hour del 20 novembre 2015).
La serie mostra sul serio in che modo vuole raccontare la vita a partire da “Parents” (1.02) in cui Dev e Brian si rendono conto di non sapere molto dei propri genitori e della loro esperienza pre e post immigrazione e decidono perciò di trascorrere del tempo con loro. Le autentiche difficoltà e i sacrifici affrontati dalla generazione precedente viene messa in contrasto con le banali difficoltà, in paragone, dei due giovani, o quanto meno messa in prospettiva, con anche il possibile senso di colpa che i due ragazzi possono provare nel confronto con i propri genitori. Sono trattate in più puntate tematiche connesse, come l’invecchiare (1.08) o l’abbondanza di scelte attuale rispetto al passato, che può risultare paralizzante (1.10), o la difficoltà a capire quando si è veramente soddisfatti o se e quando sia giusto accontentarsi delle proprie scelte nella vita.  
Gli stereotipi razziali – e il modo di gestirli nello showbiz (campo in cui Dev lavora) sono a centro della brillante “Indians on TV” (1.04) che mostra come vi possano essere vari “gradi di razzismo”. Dev riflette come le minoranze etniche difficilmente trovino lavoro in un programma di bianchi al pari loro. Se c’è più di uno di loro, immediatamente viene etichettato come programma etnico. Si rammarica di non poter essere scelto per una parte per cui sarebbe perfetto perché c’è già un altro indiano a cui la parte è stata data. “Gli indiani non sono ancora a quel livello. Sì, ci sono più indiani che saltano fuori una volta ogni tanto, ma siamo come la decorazione del set. Non siamo quelli che hanno le storie principali, non scopiamo le ragazze e tutto quel genere di roba. Non siamo ancora a quel punto. Non ce ne possono essere due. I neri sono appena arrivati al loro ‘ce ne possono essere due’. Status, sai. Anche loro però, non  possono essercene tre, altrimenti è uno show nero, o un film nero. Gli indiani, gli asiatici, i gay, ce ne può essere uno, ma non ce ne possono essere due” (la traduzione è mia). Un’analisi acuta a accurata che provoca un riso amaro.     
La serie è anche una commedia romantica, che non si fa intimidire al punto da evitare di trattare spinose questioni di gender e femminismo che mette in scena invece con una quotidiana concretezza, e che riesce bene in una impresa davvero difficile, come acutamente ha osservato Linda Holmes (al link di cui sopra), ovvero nel far litigare sul serio i due innamorati (Dev e Rachel) e nel far risolvere bene questi scontri e recuperare bene il loro rapporto senza far ricorso al sesso o al pomiciare in senso ampio.
Dulcis in fundo. Il protagonista, grande amante del cibo, tanto che gli vediamo preparare una carbonara da zero in “Mornings” (1.09), in chiusura prende un’aereo per l’Italia perché, appunto, adora la pasta. Da italiana, come non approvare?

martedì 26 aprile 2016

GAYCATION: la condizione LGBTQ in giro per il mondo


In Gaycation (su Vice) Ellen Page (Juno) e il suo migliore amico Ian Daniel vanno in giro per il mondo a scoprire come vivono le comunità LGBTQ nei vari Paesi e che difficoltà devono affrontare. Incontrano attivisti e gente comune, ma anche persone ostili alla comunità gay, per capire un po’ la situazione di fatto, le aspirazioni e i punti di vista di tutti, nella prospettiva antropologica e culturale locale.
Ne esce una serie documentaristica che da un lato è “leggera”, perché è una gaycation dopotutto, una vacanza gay, di scoperta e di gioia, ma da un altro lato è “pesante” nel senso migliore del termine per il valore che ha, ed è potente e intensa, perché fa emergere questioni dolorose di discriminazioni, violenza, repressione e mancata accettazione. Sono storie umane.
Per il momento le puntate sono state 4. Sono andati in Giappone, Brasile, Giamaica e Stati Uniti - i link vi portano alle puntate su YouTube. Traspare che Ellen e Ian sono amici sinceri. Hanno una facilità di contatto fisico l’uno con l’altra e una fluida consapevolezza di cadere sul morbido nell’interazione personale che è evidentemente molto naturale e navigata e  magnifica da vedere e dà loro forza nell’affrontare anche i momenti più difficili.
Spesso a fine puntata, ma non solo, vengono presentate situazioni davvero intense. In Giappone un giovane uomo decide di fare coming out con la madre. Non vuole essere da solo nel momento in cui lo fa, perché non sa che reazione aspettarsi. Si rivolge perciò ad un’agenzia che affitta familiari ed amici (sic!) per le persone che non ne hanno. Si aggregano anche i due conduttori che si trovano a disagio nel dover essere presenti a una circostanza tanto intima fra due familiari. Lo fanno con gran rispetto, onore pure. In Brasile incontrano un uomo, che maschera in parte il proprio volto per non rivelare la propria identità, che dichiaratamente odia tutti i gay, tanto più dopo che ha beccato in flagrante il figlio che lo è, e che ha lasciato il Paese evitando ogni successivo contatto con la propria famiglia. Quest’uomo dedica la sua vita a uccidere quanti più gay riesce. Ne ha già eliminati diversi. È palpabile  la paura della giovane attrice che fino a quel momento non ha rivelato il suo orientamento sessuale, che si rivolge a chi sta facendo le riprese chiedendo e chiedendosi se sia pericoloso per lei, e per l’amico che è lì con lei, rivelarlo.
In voice-over la Page fa alcune riflessioni su quello che vede e sente e vive. Uno degli aspetti più audaci è stato quello di affrontare a viso aperto persone che attivamente militano contro i diritti delle persone LGBTQ in politica – nella puntata sugli Stati Uniti affronta Ted Cruz, candidato alle presidenziali 2016 per i repubblicani - e comunque nella propria vita quotidiana Si tratta di conversazioni aperte e civili, ma immagino che, guardare in faccia persone che esplicitamente ti respingono per quello che sei, sia molto duro e ti mini nel tuo essere in un modo che si trascina nel tempo. Per questo l’ho molto apprezzata e in un certo senso mi sono sentita riconoscente, come spettatrice, perché ha avuto il coraggio di farlo.    
Un viaggio stimolante ed edificante, che lascia anche disillusi, ma di cui c’è bisogno. Spero ci siano altre puntate in futuro, anche se non sembrano previste.  

martedì 19 aprile 2016

Premio Pulitzer a EMILY NUSSBAUM


È andato alla critica televisiva del New Yorker Emily Nussbaum il premio Pulitzer per la critica. Qui il link a lei dedicato in questa circostanza, con i suoi lavori. Qui un pezzo del Washington Post che spiega perché chi si occupa di televisione ha ragione di rallegrarsi.

È il secondo anno di seguito che questo premio va a una donna che si occupa di televisione. Lo scorso anno il premio è andato a Mary McNamara, del Los Angeles Times.  

lunedì 18 aprile 2016

GAME OF SILENCE: overplotting e poco spessore

 
Basata su una serie turca, Suskunlar, a sua volta basata su una storia vera, Game of Silence parla di un gruppo di ragazzini preadolescenti che vengono messi in riformatorio per aver causato gravi lesioni a una donna in seguito a un incidente con un auto che evidentemente non potevano ancora guidare, ma che avevano sottratto per salvare la fidanzatina di uno di loro dalla madre alcolista, salvo poi far scappare la ragazzina per evitare almeno a lei le conseguenze dell’acaduto.  Sbattuti nella Quitman Youth Detention Facility, in Texas, subiscono violenze e abusi di ogni tipo da parte dei secondini, con il benestare del direttore della prigione che, se gradiva qualche fanciullo in particolare, se lo faceva portare ai suoi party (con conseguenze di violenza sessuale che lasciano immaginare).
A 25 anni di distanza ormai i giovani amici si sono fatti una loro vita. Boots (Derek Phillips), che è stato uno di questi “favoriti” del direttore del carcere, un giorno incrocia uno dei secondini, prende una mazza da golf e quasi lo ammazza. È così che gli altri del gruppo, Shawn (Larenz Tate) e Gil (Michael Raymond-James), decidono di contattare Jackson Brooks (David Lyons), che è ora uno stimato avvocato che sta per sposarsi con la collega Marina (Claire Van Der Boom). Lui rivede tutti, compresa quella che un tempo era la sua ragazza, Jessie (Bre Blair), che ora sta con Gil, e si fa convincere prima a difendere Boots, poi comunque a vendicarsi del direttore Roy Carroll (Conor O’Farrell) che nel frattempo si è dato alla politica. Fra flashback e ulteriori sottotrame che comprendono il traffico di droga e una sollevazione al penitenziario, la vicenda si fa ulteriormente complicata, fra segreti e appunto i silenzi del titolo.
Sviluppata per la NBC da David Hudgins, nonostante la buona recitazione, la storia non convince. Si pecca sicuramente di overplotting, ovvero di un inutile “eccesso di trama” che appesantisce senza ragione una costruzione narrativa che non lascia peraltro alcuno spazio a un minimo di approfondimento psicologico. I cattivi della situazione sono perfino ridicolmente privi di spessore, sottigliezze o sfumature non esistono, ogni passaggio è rimarcato in modo molto pesante per essere sicuri che capiamo bene che sono successe cose davvero terribili che meritano una vendetta altrettanto terribile, ma i crimini sono pure di un orribile molto generico e “di circostanza” su cui si insiste quasi con gusto sadico. Le donne sembrano più un “segnaposto” che altro. Di suo comunque non è inguardabile, ma è un thriller spedito e pieno di colpi di scena - anche se chi ha continuato la visione oltre al pilot suggerisce che spesso sono scontati o poco verosimili - per cui è perfetto per chi non ha troppe pretese e si accontenta di una trama avvincente.

martedì 12 aprile 2016

THE LEFTOVERS: la seconda stagione


Premesso che il fulcro della riflessione di The Leftovers - Svaniti nel Nulla, come già nella  prima stagione, è il dolore umano, e primariamente il dolore della perdita, ho concepito la seconda stagione quasi come una antitesi fichtiana alla tesi della prima stagione e a quella che mi aspetto essere la sintesi della prevista terza e ultima. Forse è azzardato e lascio questa osservazione solo come suggestione. I personaggi, che vivono “vite di quieta disperazione”, per dirla alla Thoreau, in questo arco cercano un distacco, una separazione da quella che è posta come la nota distintiva intrinseca della condizione umana, ovvero il lutto, qui collettivo e permanente.
ATTENZIONE: SPOILER SIGNIFICATIVI DI TRAMA IN QUESTO PARAGRAFO. Kevin Garvey (Justin Theroux) e la compagna Nora Durst (Carrie Coon), insieme al bebè che era stato lasciato davanti alla loro porta e alla figlia adolescente di lui,  si trasferiscono a Jarden, in Texas, una cittadina circondata dal parco nazionale di Miracle (Miracolo) e non toccata dall’improvvisa dipartita che ha coinvolto il 2% della popolazione in tutto il resto del mondo il 14 ottobre. Per questa ragione è considerato quasi un luogo sacro, meta di pellegrinaggio, anche se per poterci abitare la procedura è difficile e complicata, e solo coloro che hanno il permesso e indossano un braccialetto specifico intorno al polso possono farlo. Ci sono guardie e cancelli. Gli altri bivaccano nei paraggi, ammassati in tende e roulotte, coinvolti in diverse attività – alcuni letteralmente messi alla gogna. Kevin ha delle visioni di Patti Levin (Ann Dowd) la leader dei Guilty Remnants, i Colpevoli Sopravvissuti, che lui ha ucciso, che lo tormentano. Si rivolge a un “guaritore”, Virgil (Steven Williams) per liberarsene e riuscirà a farlo solo morendo, sebbene solo temporaneamente (nello straordinario episodio capsula – un trend del momento peraltro - “Assassino Internazionale”, 2.08). Nella nuova location si è trasferito anche Matt (Chris Eccleston) con la moglie catatonica Mary (Janel Moloney), anche se poi lui è costretto a rimanere fuori. Lei rimane incinta e a fine stagione si sveglia. Vicini di casa di Kevin e Nora sono i Murphy, John (Kevin Carroll) e Erika (Regina King), la cui figlia Evie (Jasmin Savoy Brown), insieme a due amiche, scompare, pochi  giorni dopo l’arrivo di Kevin e solo  alla fine si scopre che ha inscenato lei la propria dipartita per aggregarsi ai Guilty Remnants. Laurie (Amy Brennenan) ha lasciato la setta e con l’aiuto del figlio Tom (Chris Zylka) cerca di far evadere da quella prigionia ideologica altri membri. Quest’ultimo si propone come un santone in grado di liberare le persone dal dolore abbracciandole ma, considerandosi una frode, ci rinuncia. Megan (Liv Tyler) al contrario diventa sempre più attiva nei Colpevoli Sopravvissuti - l’autore Damon Lindelof al New York Times ha spiegato come sia stato progressivamente più interessato all’idea della radicalizzazione all’interno delle nascenti religioni - ed entra forzosamente a Jardin per distruggerla.
Se la serie ideata da Damon Lindelof (Lost) e Tom Perrotta nella prima stagione era basata sull’omonimo libro di quest’ultimo, la seconda ha presentato materiale originale. La narrazione si è fatta più vicina a quella di Lost, più frastagliata, meno unitaria, più onirica e allucinatoria, a momenti visionaria, straniante ed alienante. La “distruzione” di Jardin, dovuta non a una paventata bomba, ma a una sovversione dell’idea di possibile isolamento dal dolore, ha l’aspetto de “La Strada” di Cormac McCarthy (Il libro, non ho visto il film). Il racconto è fortemente simbolico e a momenti espressionista, aiutato da una colonna sonora intensamente evocativa e da un uso dell’audio parlato “a intermittenza”, che temporaneamente scompare sopraffatto da altri codici espressivi in alcune porzioni di scene. Si utilizzano filtri che danno un valore pittorico alla cinematografia. Ci sono riferimenti biblici: uno per tutti la “miracolosamente” incinta Mary - Maria perciò - che peregrina col marito in cerca di un alloggio che nessuno riesce a trovarle in “Non c’è posto nella locanda” (2.05). C’è un’ambizione diacronica che si espande alla notte dei tempi: “L’asse del mondo” (2.01) debutta letteralmente ai tempi dell’uomo (o forse dovremmo dire della donna) delle caverne. La scrittura sembra quasi costruita come placche tettoniche e c’è uno slittamento narrativo e di piani di realtà che non solo evoca fortissimamente Lost, come dicevamo più sopra, e la paternità di Lindelof in questo caso è indubbia, ma che in questo momento solo programmi come Mr Robot o Penny Dreadful, mutatis mutandis, eguagliano, serie con cui condivide l’aspirazione a dilatarsi nella spiegazione della vita tout court.    
“Non capisco che cosa stia succedendo” dice John Murphy a Kevin Garvey in “Sulla via di Casa” (2.10). “Nemmeno io” gli risponde lui. È una serie in cui probabilmente si è destinati a rimanere frustrati se di vuole che tutto sia perfettamente intellegibile. Bisogna più farne esperienza. La nuova sigla di apertura (diversa perciò da quella della prima stagione) ha la canzone “Let the Mystery Be” di Iris DeMent come traccia musicale. Il testo dice “Everybody’s wondering when and where they all came from / Everybody’s worrying about where they’re gonna go when the whole thing’s done / But no one knows for certain and it’s all the same to me / I think I’ll just let the mystery be” ovvero “Tutti si domandano quando e da dove vengano / Tutti si preoccupano su dove andranno quando tutto sarà finito / Ma nessuno lo sa per certo e per me è tutto lo stesso / Penso che semplicemente lascerò che sia un mistero”. Questo lasciare che sia un mistero è una sorta di prerequisito epistemologico, per così dire, nella fruizione delle puntate. Allo stesso tempo comunque la serie, proprio come Lost, non si presta ad una visione casuale, ma ingaggia se non proprio quello che Jason Mittell chiama un “fandom forense”, quanto meno una visione fortemente interpretativa.
Forse, come è stato suggerito (Den of Geek!) la serie è almeno in parte una sorta di test di Rorschach televisivo. Io ho dato un mio significato a quello che ho visto, e di fondo questo è che tutti hanno subito una perdita, un dolore, un lutto, più o meno intenso ed esplicito. Nessuno può ritenersi immune da questo, nessuno è “miracolato” e nessuno può tenersi perciò al riparo dalla possibilità che questo accada di nuovo in futuro, tanto più escludendo gli altri (come si cerca di fare a Jardin, con il cancello, il ponte, le guardie…), o fingendo di avere una soluzione (come faceva Tom). Ci sarà sempre chi ci ricorderà che non siamo immuni (i Guilty Remnants).  Accadono i miracoli, talvolta (Matt e Mary), non sappiamo perché o per come, ma dai terremoti della vita (e qui ce n’è più di qualcuno) non abbiamo scampo. Le sole realtà che fanno la differenza, e che dobbiamo difendere con tutti noi stessi dalla folla che avanza feroce e da chi ne mette in dubbio la legittimità (Nora col bambino nella finale di stagione) sono la famiglia e la casa. Kevin è costretto a cantare “Homeward Bound” (Diretto verso casa) di Simon & Garfunkel nel karaoke dell’aldilà per salvarsi la vita in “Sulla via di casa” (2.10) e in chiusura, ferito, è a casa che ritrova tutti i suoi affetti, sebbene uno isolato dall’altro, nella modalità in cui la telecamera ce li mostra.
Di The Leftovers ho preferito la prima stagione alla seconda. Non di meno ci sono stati momenti di questa che ho considerato autentica arte – non so come si possa vedere “Assassino Internazionale” (2.08) e non pensare che la TV è arte. Si è davanti a un testo denso, superbamente recitato, che lascia frastornati e pesti, ma che io lascio trasudi in me anche nelle sue possibili incoerenze.    
Nella serie la dicitura “14 ottobre” viene utilizzata alla maniera dell’11 settembre, ma è evidente che non c’è un significato politico o storico specifico in questo caso. Il 14 ottobre è appunto il lutto qualunque esso sia. Questa stagione in particolare invita a intendere la perdita proprio in senso molto più ampio del solo perdere una persona (se ha un significato quello che Evie e le sue amiche hanno fatto nell’inscenare la loro scomparsa è proprio quello). Chiudo perciò con un’osservazione a latere sulla nuova sigla (sotto) che non centra propriamente con la serie, ma a cui ho pensato spesso in questi mesi. I fotogrammi che si susseguono sono varie foto da cui sono quasi “ritagliate” le persone svanite: di loro si vede solo un contorno con dentro il vuoto. Nel documentario sulla CFS/ME intitolato “Forgotten Plague”, una malata – una ex- radiologa di un ospedale di Boston costretta a lasciare il lavoro a causa della patologia – dice: “È come se fossimo scomparsi. Come se fossimo spariti dalla vista e fossimo stati dimenticati”. La trovo un’osservazione molto vera per tutti i malati di questa patologia di cui soffro io stessa. È un’invalidità invisibile (perché non si vede e perché rende i malati, spesso costretti a letto per anni, invisibili) e costringe le persone ad essere assenti, a “perdersi la vita”, come spesso i pazienti si esprimono. Scompariamo dalle attività del mondo. Mi ritrovo fortemente in quelle parole e sentendo e leggendo quel passaggio non riesce a non venirmi in mente regolarmente questa sigla, e con lei la serie.   

sabato 9 aprile 2016

THE CATCH: il quadro del pilot

 
È di Maria Kreyn l’evocativo quadro “Alone Together - Soli insieme” che compare nel pilot di The Catch con un ruolo rilevante e simbolico per la narrazione. Per altri suoi dipinti – anche “Event Horizon” appare nel pilot - , si veda il suo sito.