domenica 19 novembre 2017

THE 100: la seconda stagione


La seconda stagione di The 100 (della CW, su Netflix) – qui avevo parlato della prima -  ha visto una serie già buona crescere ancora di più, e affrontare temi forti. La trama è serrata e gli eventi sono dettagliatamente costruiti e incalzanti; chi vuole per forza che “accada” qualcosa, non si annoia di certo. Ci sono combattimenti, viaggi, alleanze, pericoli. Allo stesso tempo, c’è ampio spazio per meditazioni più dense.

La spina dorsale di quest’arco è stata legata a Mount Weather: gli uomini della montagna non sono altro che gli esseri umani rimasti sul pianeta e rifugiatisi nel sottosuolo. Loro preservano la civiltà così come la conoscevamo prima della catastrofe nucleare che ha distrutto la Terra, con la sua arte e cultura  - il loro presidente, con l’hobby della pittura, custodisce alcuni dei classici, come la Notte Stellata di Van Ghogh. La loro dannazione è che non possono tornare in superficie, ormai incapaci di reggere le radiazioni. La sola cosa che li aiuti, in caso di contaminazione, sono le trasfusioni di sangue (o poi il midollo osseo per una cura più permanente) del “popolo degli alberi”, ovvero i Terresti,  guidati da Lexa (Alycia Debnam Carey), e del “popolo del cielo”, ovvero quelli dell’Arca, guidati dalla nostra eroina Clarke (Eliza Taylor). Le due donne si coalizzano per salvare le proprie genti e le lotte fra le diverse fazioni costituiscono il fulcro centrale della narrazione. Si arriva a una tragica conclusione, con una chiusura che, come avvenuto alla fine della prima stagione, si apre mettendo le basi per una prossima, con un apparente nuovo cambio di prospettiva, con Jaha (Isaiah Washington) e Murphy (Richard Harmon) che, staccati dagli altri, fanno scoperte inaspettate alla fine del loro viaggio verso la promessa “Città della Luce”   

Fra battaglie e alleanze, si è riflettuto principalmente su che cosa significhi essere dei leader, che tipo di rinunce comporti, e a che cosa si debba dare valore, in particolare con Clarke, che deve imparare a capire chi e che cosa è necessario sacrificare, sia da un punto di vista personale che politico-sociale per le sue genti, per uscire vincitrice. Prende decisioni impopolari e sbagliate anche, e il suo sforzo di essere dalla parte “dei buoni” fa approdare alla conclusione che buoni e cattivi non esistono, come è evidente nella storia di molti dei protagonisti, uno per tutti Finn (Thomas McDonell). Che cosa significhi sopravvivere e che cosa sia importante nella vita è stato un altro dei temi forti: dall’importanza della resistenza (inevitabile pensare al nazismo e agli ebrei in alcuni passaggi), con un personaggio come Maya (Ever Harlow), o dell’addestrarsi per la battaglia, una via scelta da Octavia (Maria Avgeropoulos), o del far sì che non significhi solo salvare la pelle. Come guardiamo e trattiamo gli altri è pure stato oggetto di attenzione - dagli esseri umani in gabbia come cavie e usati contro il proprio volere per i propri scopi, alle diversità culturali fra i diversi popoli che devono imparare a conoscersi e a comunicare quando partono da premesse filosofiche diverse. Sono sempre molti i compromessi morali a cui sono costretti i personaggi, e suonano realistici: le scelte fatte e le loro conseguenze sono sempre in primo piano.

Bellamy (Bob Morley), Jasper (Devon Bostick), Monty (Christopher Larkin), Raven (Lindsey Morgan), Abby (Paige Turco), Marcus (Henry Ian Cusick), Lincon (Ricky Whittle)... davvero in questo programma di Jason Rothenberg c’è come non mai un lavoro di ensemble.

venerdì 10 novembre 2017

ATYPICAL: sesso, amore, autismo


Cresce notevolmente dopo il pilot la serie Atypical, ideata da Robia Rashid (The Goldbergs) per Netflix, che racconta la scoperta dell’amore e del sesso di un diciottenne, Sam Gardner (interpretato con acume, tenerezza e humor da Keir Gilchrist), che è nello spettro del’autismo ed è altamente funzionante.

Sam è uno studente di liceo che ha una grande passione per l’Antartide e i pinguini – la serie era conosciuta originariamente come Antarctica, e questa regione si presta in modo evidente come metafora della condizione del personaggio. La sua vita si svolge fra la scuola, dove ad aiutarlo e proteggerlo c’è la sorella minore Casey (Brigette Lundy-Paine), una promessa della corsa sportiva,  il lavoro da Techtropolis (una sorta di Mediaworld o Trony), e le sedute con la psicologa, Julia Sasaki (Amy Okuda), per la quale sviluppa presto una cotta. A casa è da sempre stato il centro dell’universo della madre Elsa (Jannifer Jason Leigh), mentre il padre Doug (Michael Rapaport) non è mai riuscito ad accettare fino in  fondo le difficoltà del figlio.

Frizzante e leggero, questo dramedy di primo acchito non convince del tutto perché presenta un personaggio principale che è una collezione stereotipata di criteri diagnostici dell’autismo, e le scene fra i genitori sono troppo forzate nell’essere una sorta di spiegazione riassuntiva di quanto avvenuto fino ad allora (mentre il rapporto con la sorella è più genuino). Però è una rarità vedere una famiglia mostrata in medias res, ovvero non al momento della scoperta della situazione, ma quando ormai è un pezzo che la vive e con il passare delle puntate si guadagna in spessore. ATTENZIONE SPOILER. Sebbene non vengano mostrati magari i danni in autostima sul ragazzo di una madre iper-controllante (un tropo in questo genere di situazioni), la si comprende di fronte a un padre che quando il momento si è fatto duro è sparito. Che, ora che il figlio è più grande, trovi una valvola di sfogo in una relazione extra-coniugale con il barista Nick (Raúl Castillo, Looking) ha senso. Sotto questo profilo i personaggi appaiono via via più tridimensionali e umani.

Se è vero che quello messo in scena è un caso troppo “da manuale”, è anche vero che si vuole insegnare un po’ l’ABC di quella che, viene detto, “è una patologia neurologica, non una malattia curabile” (1.04) spiegando ad esempio, attraverso un gruppo di supporto a cui si rivolge la madre, che non si dice “autistico”, ma si cerca una formulazione che faccia venire la persona prima della diagnosi, così come ci si esprime in termini di “neuro tipici” e “neuro atipici”. Sono aspetti molto di base che, per chi non ha familiarità con la questione, sono comunque essenziali.

L’obiettivo sembra poi essere quello di mostrare che tutte le relazioni sentimentali sono difficili e motivo di confusione su come sarebbe meglio comportarsi in assenza di regole chiare e di molte ambiguità comunicative. Chi ha problemi di autismo ha sicuramente difficoltà in più, ma anche gli altri prendono molte cantonate e commettono errori. Questo si vede dal rapporto fra i genitori del protagonista, ma anche da quello della psicologa che va in crisi con il fidanzato per via di un fraintendimento causato involontariamente proprio da Sam, così come dal nascente amore fra Casey ed Evan (Graham Rogers, Quantico). E se Sam è particolarmente imbranato e maleducato con la sua “ragazza per far pratica”, Paige (Jenna Boyd), non è solo perché ha problemi neurologici, ma anche perché è una adolescente che riceve consigli da un altro adolescente che si crede un grande amatore, l’amico Zahid (Nik Dodani), il classico nerd asiatico, evidentemente scritto a fini umoristici.     

Persone nello spettro dell’autismo hanno valutato offensiva la rappresentazione fatta. Sebbene gli autori abbiano “fatto i compiti” – hanno avuto come consulente Michele Dean, che ha lavorato per il Centro per la Ricerca e il Trattamento dell’Autismo alla California State University (Paste) - , l’assenza di qualcuno fra di loro che viva effettivamente questa realtà è stata rimproverata, e i comportamenti del protagonista nelle diverse situazioni in cui è stato messo sono state giudicate “violente, viscide, crudeli e fanno sembrare il personaggio autistico un mostro. Quando il programma poi cambia marcia per farci sentire tristi per Sam, la caratterizzazione diventa ancora più offensiva. Sostenere che coloro che hanno patologie neurologiche non dovrebbero essere ritenute responsabili di ferire gli altri è tanto paternalistico quanto socialmente irresponsabile”. (Salon) Raccolgo queste osservazioni, che venendo da persone direttamente interessate ha più peso di altre, ma ammetto di non aver avuto la stessa percezione, forse perché ho letto la narrazione in un registro decisamente più umoristico. È vero poi che Sam è apparso molto duro, ma non mi è capitato di sentirmi triste per lui (semmai per chi lo circondava), né di credere che i suoi comportamenti lo esimevano da eventuali responsabilità. Forse, non soffrendo io di questo genere di problemi, non sono in grado di vedere l’offensività di alcune rappresentazioni, e questo è eventualmente un mio limite.   

venerdì 3 novembre 2017

MASTER OF NONE: la seconda stagione


La seconda stagione di Master of None si apre con il protagonista Dev (Aziz Ansari) che, dopo la rottura con la fidanzata Rachel (Noël Wells), si è trasferito per qualche tempo in Italia per imparare a fare la pasta. Qui incontra Francesca (Alessandra Mastronardi) - che lavora nel pastificio della nonna, e sta con Pino (Riccardo Scamarcio) – che in seguito lo raggiunge a New York per un breve periodo. La costruzione narrativa è su due archi, quello professionale, con Dev che diventa il conduttore del gioco “Clash of the Cupcakes”, ma che poi cerca altro perché quello lo stimola troppo poco, e quello personale, con l’irrompere nella sua vita di Francesca.

Allo stesso tempo, caratteristica apprezzata in un momento in cui diversi lamentano che troppa televisione rischia di diventare cinema dilatato, si mantiene forte anche l’identità episodica, con puntate universalmente celebrate come “New York, I Love You” (2.06), una serie di cartoline da New York che ci danno uno spaccato della città attraverso  segmenti di personaggi che mai avevamo visto e mai vedremo più (compresa una coppa sorda che parla solo in lingua dei segni) e con i protagonisti praticamente assenti,  e come “Thanksgiving” (2.08), che racconta attraverso le cene del ringraziamento nel corso di trenta anni la storia di coming out di Denise (Lena Waithe, che l’ha scritta insieme ad Ansari). Quest’ultima puntata, nominata anche all’Emmy per la miglior sceneggiatura, fa ripensare all’episodio 1.06 di “Cucumber”, con cui ci sono alcuni punti di contatto (specificatamente il coming out del protagonista con i familiari, e il loro ammorbidirsi nel tempo, e il rivisitarli più volte in momenti diversi nel corso della vita).

La serie non ha timore di sperimentare – “The Thief” (2.01) è in bianco e nero ed è un homage a Ladri di Biciclette di De Sica (si veda qui un video in cui sono messi a confronto); “Le Nozze” (2.02) è ambientata in Italia; “Religion” parla di cultura islamica e tradizione… - e, avendo casa su Netflix, può permettersi il lusso di avere episodi di durate diverse.

Il tema fondante di questa stagione è quello della solitudine, di quanto sia difficile trovare qualcuno con cui avere un’intesa vera, e del dolore di trovarsi innamorati di qualcuno che non è disponibile. L’arco che vede coinvolti Dev e Francesca è molto romantico, fatto di momenti dolci e intensi, casuali e significavi allo stesso tempo; la tensione erotico-sentimentale è palpabile. Si percepisce che si tratta in qualche modo di una relazione inevitabile, al di fuori dell’autentico controllo dei coinvolti, sul piano emozionale, ma sul piano dei comportamenti si rimane incerti sempre se sia la strada giusta da percorrere o meno, se sia corretto perseguire quella relazione o meno. Francesca non sa se mandare a monte tutta la sua vita, Dev non sa fino a che punto spingersi in considerazione del fatto che lei è impegnata. È amore romantico autentico e reale, nel senso che trascina come le grandi storie d’amore, ma è ancorato dai dubbi e gli ostacoli della vita reale. Non c’è favola qui, c’è la tenerezza della vita vera. Si è profondi e personali. Il finale (2.10) rimane ambiguo, perché difficile è interpretarlo – è una fantasia, un sogno, la realtà? Potremmo anche non saperlo mai, perché una terza stagione non è per il momento in programma. Non è completamente fuori questione, ma il se e il quando sono tutti da stabilire.

È stato acutamente osservato (Pop Culture Happy Hour) come il programma sia molto interessato alle forze universali che avvicinano le persone (come il cibo o l’amicizia) e come si possa ravvisare una sorta di “empatia radicale” – un anti-Woody Allen è stato definito – nell’essere amorevoli e umani guardando gli altri e nell’essere interessati alle prospettive degli altri. Un altro punto di forza deriva dall’essere culturalmente molto specifici.

Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, suona strano sentir definire Modena un “paesino” (little village), e sicuramente c’è un po’ la tendenza tipicamente americana di guardare allo stivale con le lenti nostalgiche del passato, ma molto meno che altrove. Per fortuna si evitano stereotipi eccessivi (anche se Wired.it sembra pensarla in modo contrario), puntando piuttosto a riferimenti dotti, come il sopracitato Ladri di Biciclette, ma anche La Notte e L’Avventura e L’Eclisse di Antonioni, La Dolce Vita e 8 e ½ di Fellini -  per una guida più dettagliata ai riferimenti ai classici del grande schermo nostrano, all’interno della serie, si veda qui. I titoli citati, meno L’Eclisse e più Amarcord, sono proprio accatastati uno sull’altro, come DVD, sul comodino del protagonista nella prima puntata, e si direbbe posizionati nell’ordine in cui vengono rievocati. Ovviamente non è casuale. Gli stessi titoli delle puntate, in originale, sono in italiano, come “Amarsi un po’” (2.09) e “La Notte” (2.10).

Firmata da Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None mescola liricismo, commento culturale e leggerezza, con tocchi tanto densi quanto apparentemente ineffabili.  

giovedì 26 ottobre 2017

VICTORIA: una serie "alla Sissi"


Mi ha lasciato la sensazione che trasmettevano i vecchi film sulla principessa Sissi, la prima stagione della serie britannica Victoria (ITV, su LaEffe in Italia), sulla regina inglese che ha definito un’epoca regnando per quasi 64 anni. Alla stessa maniera infatti, si è storicamente accurati (pur con qualche licenza poetica) – la serie di avvale della consulenza storica di AN Wilson che ne ha scritto una biografia e l’ideatrice Daisy Goodwin si è basata sui numerosi diari autografi della regina -, ma allo stesso tempo il tono della narrazione ha un che di favolistico e romantico. È un mescolanza di Downton Abbey e The Crown.

Le vicende prendono il via dal momento in cui la diciottenne Alexandrina Victoria (Drina per i familiari), che sarà incoronata con il nome di Vittoria (Jenna Coleman, Doctor Who), diventa erede al trono a seguito del decesso dello zio paterno re William e, nelle 8 puntate del primo arco, la si vede imparare i rudimenti del nuovo ruolo guidata da Lord Melbourne (un sottile, magistrale Rufus Sewell, The Man in the High Castle), per cui ha un’infatuazione (esagerata nella finzione, si dice), e innamorasi del cugino coetaneo il principe Albert (Tom Hughes), fino alla nascita della sua prima figlia.

Quello che rende affascinante la serie è che si mostra la crescita di una giovane donna che era sicuramente impreparata a fare da monarca  - come in The Crown, si sottolinea la sua ignoranza rispetto a molti aspetti della vita, il distacco dalla realtà dei suoi sudditi, il peso metaforico della corona, pur nella preparazione costituzionale (le fanno studiare i commentari di Blackstone, ben noti tuttora agli studenti di giurisprudenza che fanno studi transnazionali); allo stesso tempo si fa capire che non è solo fortuna a farla sedere su quel seggio regale, ma anche determinazione, diplomazia e scaltrezza, di fronte ai molti tentativi di sminuirla (fosse anche solo deridendo la sua bassa statura), di metterla di parte, di farla passare per folle anche, se necessario.

Davvero notevole, e inusuale da vedere, quando invece della vita l’ho incontrato molte volte, è il reiterato sottolineare la sua paura per il parto. Se è ragionevole tuttora quel genere di timore, quanto più doveva esserlo in un’epoca in cui la morte per parto era all’ordine del giorno. La cugina, è stato ripetuto da più parti e dai lei stessa, è morta proprio in circostanze simili e lei manifesta in più di una occasione i suoi timori, tanto più che molti altri non aspettano altro. Si sviscera questa possibilità nelle sue implicazioni politiche, con le discussioni anche in parlamento della necessità di un reggente che sostituisca il neonato fino alla maggiore età, nel caso di scomparsa di Sua Maestà; e si esamina la questione da un punto di vista personale: lei è giovane, sana, innamorata, da poco regina e non ha nessun desiderio di morire, ma è costretta a tenere a bada gli avvoltoi che girano a corte e a prendere comunque in considerazione la propria eventuale scomparsa in modo pragmatico.

La serie si fonda appunto su effettivi dati storici – il difficile rapporto con la madre; l’aver costretto ad una visita ginecologica Lady Flora, una delle dame di compagnia della madre, accusandola di una relazione con Sir John Conroy (Paul Rhys), da lei odiato, e di esserne rimasta incinta, quando lei aveva in realtà un tumore; la sua riluttanza a rinunciare alle dame di compagnia da lei volute invece di quelle suggerite da sir Robert Peel, del partito Tory, nel momento in cui gli era stata proposta la carica di primo ministro; l’atteggiamento nei confronti del principe Albert visto con sospetto perché tedesco; l’attentato alla sua vita mentre era incinta…- ed è visivamente molto curata e sensuale. C’è ampio spazio comunque per quotidianità immaginate della vita a Buckingham Palace, compresa una storia secondaria dell’attrazione fra la sua guardarobiera e il pasticcere di corte.

Confermata per una seconda stagione, la serie, leggera e appagante, è previsto che ne abbia sei, anche se non è chiaro se sarà sempre la stessa interprete a dare il volto alla regina Vittoria.


giovedì 19 ottobre 2017

ORPHAN BLACK termina: essere sorelle


“Questo è quello per cui abbiamo combattuto: essere sorelle”. Questa frase della series finale (5.10) di Orphan Black custodisce il senso di un programma che, con una chiusura molto catartica e ottimista, ha lasciato agli spettatori una positiva eredità femminista, perché “il futuro è femmina”, come si è reiterato in più occasioni nella quinta stagione, le cui puntate hanno titoli che sono citazioni della poesia “Protest” di Ella Wheeler Wilcox. Già in passato – si veda questo mio post – si notava la modalità della serie di usare come titoli citazioni da una fonte autoriale specifica ogni volta diversa.

I cloni del progetto Leda, si è rivelato nell’ultima puntata - che ce ne ha fatta conoscere direttamente un’altra (con una sempre sorprendente Tatiana Maslany -, erano ben 274. Felix (Jordan Gavaris), in occasione di una sua mostra che ritraeva le diverse sorelle, ha fornito meta-testualmente egli stesso una ermeneutica di quanto abbiano visto: la personalità e l’identità sono un costrutto sociale. Attraverso questa “costellazione di donne”, come le ha definite lui, e attraverso una trama fitta e densa, molto più stringente di quanto non sia la norma di questi tempi, si sono esplorati moltissimi temi, in primis quello sulla ricerca scientifica e la sperimentazione e la loro etica, sull’autonomia e sulla libertà (particolarmente forti in questa stagione), sulla maternità e sulla famiglia, sull’identità e sull’umanità, sulle scelte di vita e sulla felicità.

E se è vero che Orphan Black è un’utopia femminista (The Guardian) e l’eredità che ci lascia è il suo matriarcato (Paste Magazine), è rassicurante anche vedere che nella concezione degli ideatori Graeme Manson e John Fawcett questo è un lascito che non significa mettere da parte gli uomini, ma li include. Nella dissoluzione di Westmorland (incarnazione del patriarcato) e dei Neoluzionisti che volevano controllare le vite delle “sestras”, quest’ultime sono state affiancate da uomini “veri”: così li definisce Helena quando decide di chiamare i bimbi maschi che ha appena partorito con i nomi di Arthur e Donnie. È significativo qui trovare un messaggio che non vede l’annichilamento maschile nel progresso di parità femminile. Come ha ben scritto Abigail Chadler (The Guardian), “da Scott, il geek del laboratorio, a Ira, il più gentile dei cloni Castor, Orphan Black ha mostrato che gli uomini da ammirare di più non solo quelli che cercano di essere all’altezza dell’idea tossica di mascolinità, ma quelli che rispettano le persone che li circondano”. E come ribadisce Jacob Oller (Paste Magazine) il lascito spirituale della serie non sta tanto nella fantascienza, ma nella scienza sociale, nel mettere in scena “una cultura in cui le donne dominano nella tecnologia, nella scienza e negli affari, e in cui essere una mamma che sta a casa garantisce una copertura narrativa pari a quella di una sperimentazione militare segreta.”

A latere credo sia rilevante osservare, in un momento in cui si discute nei circoli televisivi della parziale (presunta?) dissoluzione del messaggio femminista di Joss Whedon (Buffy, Angel, Firefly), a seguito del suo divorzio dalla moglie e delle accuse di quest’ultima dell’ipocrisia dell’autore, per quanto io personalmente non ritenga che quel messaggio ne sia scalfito, che questi non era la sola campana in favore dell’eguaglianza.

A Helena poi è andato il compito anche di spiegare il titolo della serie. Raggruppata con le sorelle – in un immagine che le fa sembrare moderne “Piccole Donne” - dice che si tratta del titolo del diario che ha tenuto, in cui vengono raccontate le loro storie: tutte loro sono orfane, e Siobhan (compianta, ma presente nella memoria di tutte) aveva un tempo osservato che Sarah era parte di un gruppo di bimbi che erano scoparsi “into the black”, nel buio, nel “nero dell’orfano”, per loro sicurezza. Ora quel buio è dissipato. Alla fine di tutto, quello che viene promosso e che rimane è davvero la sorellanza, con donne che sono un prisma di possibilità, nelle loro diverse incarnazioni e in se stesse, presenti le une per le altre.  

giovedì 12 ottobre 2017

I LOVE DICK: passionale e concettosa


I Love Dick, serie di Amazon portata sullo schermo da Jill Soloway (Transparent) e Sarah Gubbins sulla base dell’omonimo romanzo di Chris Kraus, contiene già nel titolo un doppio senso, per chi non avesse familiarità con l’inglese. Significa infatti tanto “Io amo Dick”, quanto “Mi piace il cazzo”. E in questa ambivalenza è contenuta anche parte del senso della serie.

Chris Kraus (Kathryn Hahn)  - sì, la protagonista della serie si chiama come l’autrice del libro – è una regista femminista e una donna molto indipendente che si trasferisce temporaneamente con il marito Sylvère (Griffin Dunne), uno storico che si occupa di estetica dell’Olocausto, presso una colonia di artisti a Marfa, in Texas. Qui  incontra Dick (Kevin Bacon),  un talento la cui fama è quasi mitologica nella sua comunità – il personaggio è basato su una similare figura del posto, quella di Donald Judd -, un macho egocentrico - si vanta che non legge libri perché ormai lui è “post-idea” - che va in giro vestito da cowboy, ha un atteggiamento condiscendente, è sprezzante delle donne come artiste, e tende ad ignorarla. Lei, fisicamente estremamente attratta da lui, ne rimane ossessionata, e comincia a scrivergli delle lettere d’amore e desiderio, spesso a sfondo erotico, in cui si rivela completamente e si analizza. Con un effetto afrodisiaco, queste missive rinvigoriscono la sua zoppicante intesa sessuale con il marito che in qualche modo le diviene complice, e diventano per lei un’opera d’arte. Inizialmente concepite solo come private, finisce per darle prima a Dick stesso e poi per diffonderle nell’intera cittadina. Alla ricerca di significative rappresentazioni di sé sono anche la drammaturga lesbica Devon (Roberta Colindrez), Toby, che ha studiato pornografia osservandone le forme, e alla sua maniera anche la gallerista di Dick, l’afro-americana Paula (Lily Mojekwu).
    
La serie è un acuto miscuglio di attrazione e repulsione, contemporaneamente assertiva e autodistruttiva, passionale e logica, di una donna nei confronti di un’icona di mascolinità, con tutto quello che rappresenta. Mostra la rabbia di chi, perennemente ignorato e sottovalutato dalla società, fa le capriole per rivendicare il proprio valore. Astraendo, è il femminismo di fronte al muro del patriarcato, è ribellione di fronte alla misoginia. Allo stesso tempo le lettere sono in fondo una scusa perché la protagonista possa indagare se stessa. “Questa non è una lettera d’amore, questo è un manifesto” (1.06), dichiara la protagonista. A volte sa di rendersi ridicola, ma non le importa, presa da una sorta di furia di scoperta. La serie esplora identità di genere,  sessualità e desiderio – a questo proposito particolarmente riuscita è “ A Short History of Weird Girls” (1.05) che si segmenta in una piccola storia sessuale e di desiderio di Chris, Devon, Toby e Paula, con un tono confessionale. L’atmosfera calda di zone desertiche e musiche spagnoleggianti accrescono una sensazione di progressiva disinibizione, che è mentale, prima ancora che fisica.   

L’autrice riposiziona come centrale il female gaze, lo sguardo femminile. Dick si sente umiliato, perché ritiene che Chris abbia indebitamente preso il suo nome, invaso la sua privacy e scritto pornografia su di lui, ed è Sylvère che gli fa notare che è quello che gli uomini hanno sempre fatto alle donne, usandole come muse per la propria creatività. Ambientata nel mondo dell’arte e delle teorie culturali, è una meditazione sul senso di queste imprese, con echi perennemente meta-testuali sulla serie stessa. Quando Toby si mette nuda davanti a una telecamera per una sorta di performance art, come modo per offrire il proprio corpo e il proprio privilegio, i personaggi stessi nella diegesi discutono sul senso di quel gesto, con vari punti di vista, ora definendolo come l’incarnazione della fusione fra accademia, arte e social media, come un bricolage post-moderno di cultura alta e bassa, ora interrogandosi se non sia infliggere il proprio privilegio sugli altri e se non sia per questo irresponsabile, pedestre, non etico, ora proponendo una lettura che lo vede come un esercizio di mutua degradazione di corpi estranei… Se legittimamente ci si chiede se un atto simile sia sovversione e arte o se siano stronzate, la serie non dà una risposta, partecipa a questo dualismo, in equilibrio fra le due possibili soluzioni come su una corda tesa, anche irridendo certi eccessi, o guardandoli con l’indulgenza di chi vi vede irrefrenabili impulsi fuori controllo nell’aspirazione di qualcosa di grande. C’è un sottile umorismo. Ma l’eventuale irrisione non diventa mai disprezzo. Nella sua anima drammatica è frida-kahlo-iana, potremmo dire, ma si celebra, come ha acutamente argomentato Maxinne Swan sul Guardian – la “comic female loser”, la sfigata comica, una figura inusuale e difficile sullo schermo.

Una serie passionale e concettosa.

lunedì 9 ottobre 2017

OSSERVATORIO TV 2017: il libro digitale


È finalmente disponibile online il libro di OSSERVATORIO TV 2017. Lo potete scaricare gratuitamente seguendo questo link: http://www.osservatoriotv.it/Home_Page.html

Io quest'anno partecipo con ben tre saggi, su Jane the virgin, su The Handmaid's Tale e su Westworld, ma in generale è molto ghiotto.

Sotto trovate l’indice. Buona lettura a tutti!



Presentazione di Barbara Maio
Introdozione di Nikki Stafford

Better Call Saul (AMC 2015) Chiara Checcaglini
Big Little Lies (HBO 2017) Elisa Rampone
BoJack Horseman (Netflix 2014) Sara Mazzoni
Deutschland 83 (Sundance Tv 2015) Davide Parpinel
Extant (CBS 2014) Oriele Orlando
Gomorra (Sky Atlantic 2015) Eleonora Degrassi
Hemlock Grove (Netflix 2013) Désirée Favero
In The Flesh (BBC 2013) Daniela Pizzuto
Jane The Virgin (The CW 2014) Giada Da Ros
Jessica Jones (Netflix 2015) Barbara Maio
Narcos (Netflix 2016) Giacomo Tagliani
Rick e Morty (Adult Swim 2013) Gianluigi Rossini
The Get Down (HBO 2016) Paola Ceccarelli
The Handmaid's Tale (Hulu 2017) Giada Da Ros
The Living and the Dead (BBC 2016) Lorenzo Manuel D'Anna
The OA (Netflix 2016) Sara Mazzoni
Twin Peaks (Showtime 2017) Doriana Comandè
Westworld (HBO 2016) Giada Da Ros

giovedì 5 ottobre 2017

THE GOOD DOCTOR: dall'autore del dottor House


Aiuta sapere che The Good Doctor, la nuova serie dell’americana ABC appena confermata per un’intera stagione, è stata sviluppata, sulla base di un successo della TV sudcoreana firmato da Park Jae-bum, da David Shore, già ideatore di House. Questo perché, intuendone il potenziale, si è più ben disposti a chiudere un occhio su alcune ingenuità del pilot.

Shaun Murphy (un eccelente Freddie Highmore, Bates Motel) è un giovanissimo chirurgo che soffre di autismo e con la sindrome del savant. Nell’infanzia è stato oggetto di bullismo da parte dei coetanei, incompreso e oggetto d’abuso in famiglia, in particolare da parte del padre. Solo il fratello minore, finché ha potuto, lo ha difeso e protetto. Suo mentore da quando aveva 14 anni, il dottor Aaron Glassman (Richard Schiff, The West Wing), presidente del San Jose St. Bonaventure Hospital, si batte perché possa essere assunto come residente nel suo ospedale, e, nonostante all’inizio abbia solo il sostegno di Jessica Preston (Beau Garrett, Girlfriend’s Guide to Divorce),  alla fine la spunta. Non tutto lo staff è convinto però perché i colleghi temono che i suoi problemi possano essere un ostacolo maggiore di quanto non sia d’aiuto la sua brillantezza. Lo sostiene con veemenza il primario di chirurgia Marcus Andrews (Hill Harper) e lo fa capire al diretto interessato in sala operatoria il dottor Neal Melendez (Nicholas Gonzales). Chi lo prende in simpatia è la dottoressa Claire Browne (Antonia Thomas,  Lovesick), che ha una storia di sesso con il collega Jared Hulu (Chuku Modu).

Dal pilot, che introduce parecchi personaggi (e relazioni fra i residenti declinati un po’ alla Grey’s Anatomy), è chiaro che ci sono temi cari a Shore, come la presenza di una persona particolarmente dotata intellettualmente che si trova sotto altri aspetti in difficoltà, che deve imparare a convivere con gli altri; i problemi di non essere neurotipici e l’importanza di vedere questa diversità come un potenziale piuttosto che un ostacolo; l’interrogarsi su quanto contino per un medico non solo l’abilità tecnico-professionale, ma anche l’empatia e la capacità di rapportarsi con i propri pazienti sul piano umano; la sinergia e le frizioni fra la parte burocratico-amministrativa e quella clinico-medica di un ospedale… Qui poi, la visione si arricchisce di una sorta di “realtà aumentata” alla CSI poiché i ragionamenti spazio-visuali sul corpo umano (e non solo) che fa il protagonista vendono illustrati per noi con dei disegni in sovrimpressione, con le indicazioni mediche, così come certi termini e procedure vengono spiegate con delle scritte che appaiono sullo schermo: notevole, anche se concretamente un po’ faticoso da seguire per la velocità con cui avviene.

Un punto debole sono stati i flashback del protagonista, ma solo perché un po’ troppo lacrimevoli e “manipolatori” da un punto di vista emozionale, scontati nelle loro conclusioni (la sorte del fratello e il discorso che tiene Shaun che convince tutti a dargli una possibilità) – forse è dovuto alla matrice sudcoreana? E nella narrazione non si sono state molte sottigliezze, per cui si è rimasti tiepidi. Una critica sensata è venuta da Crippled Scholar, che ha le credenziali di un vero esperto (si veda qui),  secondo cui il personaggio è troppo stereotipato, un’incarnazione troppo smaccata dei criteri diagnostici del DSM, con capacità al limite della credibilità e solo inteso come “ispirazione”, infantilizzato e interessato più a vivere per gli altri che per se stesso, cosa che viene rimproverata ad Hollywood per essere il modo standard di ritrarre le disabilità (Crippled Scholar).  Osservazioni pregnanti. Comunque, appunto, il pedigree di Shore permette di trascurare questi aspetti, almeno per ora, e di dare alla serie una possibilità.     

domenica 1 ottobre 2017

THE HANDMAID'S TALE: un superba storia di sopravvivenza


Superba: nella concezione, sceneggiatura, scenografia, recitazione, cinematografia, regia, costumi… La prima stagione di The Handmaid’s Tale (Hulu) può senza difficoltà qualificarsi come la serie migliore dell’anno. Ho letto l’omonimo classico della letteratura firmato da Margaret Atwood, divenuto Il Racconto dell’Ancella in italiano, e anche come lettrice penso che si sia stato fatto un eccellente lavoro di trasposizione sul piccolo schermo.

Siamo a Gilead, un regime totalitario teocratico distopico su parte del territorio di quelli che un tempo erano gli Stati Uniti d’America. A causa del’inquinamento c’è stato un crollo delle nascite, e un gruppo di estrema destra, i Figli di Giacobbe, ha creato un nuovo Stato dove a detenere il potere sono uomini conosciuti come Comandanti. Con la scusa di reagire ad attacchi terroristici sono stati tolti alle persone i diritti civili basilari. È stata operata una retata delle donne fertili che sono poi state “rieducate” in appositi centri sotto il controllo di una “aunt”, una “zia”, e assegnate poi ad un diverso comandante per il solo scopo della procreazione. Queste donne vengono private di tutto, compreso il proprio nome, e la protagonista infatti (di cui però nella serie sapremo che si chiama June) è conosciuta con il nome di Offred (Difred in italiano) (una spettacolosa Elisabeth Moss, Mad Men, Top of the Lake), perché appunto “Of Fred – di Fred”, di proprietà del suo Comandante Fred (Joseph Fiennes). Il nome peraltro, nel suo caso, è un rimando anche a Red, rosso, dal momento che queste ancelle indossano, con un look simile a delle suore, degli abiti rossi. Offred è stata letteralmente rapita, e le è stata tolta la figlia Hannah (Jordana Blake), mentre il marito Luke (O.T. Flegbenle) è riuscito a fuggire in Canada. È stata sottoposta alla rigida disciplina e alle violenze (e qualche volta alle torture) del Red Center insieme anche alla sua amica Moira (Samira Wiley), o alla fragile Ofwarren (Madeline Brewer) sotto la sadica guida di “zia” Lydia (Ann Down, appena reduce di un ruolo altrettanto intenso in The Leftovers). 

I comandati sono sposati e quando è il momento di fertilità della donna in grado di concepire, i tre – con riferimento anche alle Sacre Scritture – partecipano alla “Cerimonia” di “stupro rituale”, che prevede l’ancella in mezzo fra i coniugi, adagiata fra le cosce della moglie -  per Fred è Serena Joy (Yvonne Strahovski, The Astronaut Wives Club) - che le tiene le braccia e a gambe larghe perché il  comandante possa penetrarla nella speranza che risulti in un concepimento. Delle case dei comandanti si prendo cura delle donne diverse ancora, le Marte – qui Rita (Amanda Brugel). Un sistema stringente e oppressivo, in cui gli oppositori vengono impiccati o diversamente puniti e giustiziati – a Diglen (Alexis Bledel, Gilmore Girls, in un ruolo che la rivela molti più brava di quanto non la credessi), ad esempio, viene forzatamente eseguita la mutilazione genitale femminile e le donne in cerchio periodicamente si trovano a lapidare persone che abbiamo violato certi precetti. Il rispetto delle regole è attivamente monitorato dagli Occhi (una sorta di spie) – e l’autista tuttofare del Comandante Fred, Nick (Max Minghella) è uno di loro - e dagli Angeli (uomini armati). Si comincia a formare un resistenza, un movimento chiamato Mayday.

La tematica della libertà riproduttiva è quanto mai attuale, specie negli Stati Uniti dove le paventate limitazioni governative nell’era Trump sono sentite come un rischio molto pressante. La serie la affronta con tinte fortemente femministe – anche se pare (Merian) che sia autrice che cast abbiano cercato di prendere in qualche modo le distanze da questa etichetta, preferendo puntare sull’umanità della questione. Per come la vedo io le questioni femministe sono questioni umane che riguardano fortemente anche gli uomini in ogni caso, e pensare che non sia così è ingiustificato sessismo. È una questione femminista, è una questione umana. L’aberrazione e la schiavizzazione a cui portano il concepire le donne solo come incubatrici e solo per il loro potere riproduttivo – quelle che riescono a rifiutarsi sono considerate non-donne e costrette a lavorare in fabbriche velenose in cui la possibilità di sopravvivenza è solo a breve termine – è lampante e le conseguenze di portare alle logiche conclusioni certi principi sono illustrate con lucidità. Si mettono anche in luce la necessaria complicità delle donne stesse nel sostenere e mantenere strutture patriarcali (attraverso personaggi come Serena Joy o aunt Lydia), e come aberranti situazioni di questo genere possano essere mantenute solo in climi di sospetto, silenzio e ignoranza (alle donne ad esempio è proibito leggere).

La storia, portata sullo schermo da Bruce Miller, è appassionante e coinvolgente quanto agghiacciante. Algida, anche nei momenti più di fuoco. E cruda, cosa attenuata da una fotografia che predilige colori smorti e grigiastri, che aumentano il senso di disperata oppressione. E brutale. Così descritta sembra pesante da seguire, ma non è così. Forse è penosa, ma la sensazione ultima che lascia non è di pena, ma vince il tono emotivo della resilienza dello spirito umano. E la serie è capace di provocare stupore in inquadrature che talvolta mozzano il fiato nella loro linearità e semplicità.

“Nolite Te Bastardes Carbundorum” trova scritto Offred inciso sulla parete di in uno sgabuzzino della stanza di cui vice praticamente prigioniera: “che i bastardi non ti schiaccino” è il significato della frase in latino maccheronico. Alla fine è una storia di sopravvivenza.

Per uno sguardo più approfondito, leggete il mio saggio su questa serie, che ha da poco vinto l'Emmy come miglior serie drammatica, su "Osservatorio TV 2017" (non ancora disponibile, ma di prossima uscita al momento in cui pubblico il post). 

sabato 23 settembre 2017

THE GOOD PLACE: filosofica, dolce, frizzante


Uno degli aspetti più sorprendenti di The Good Place, della NBC, sono i suoi colpi di scena, e in particolare nella prima stagione quelli di “The Eternal Shriek” (1.07) e della finale “Michael’s Gambit” (1.13), anche in considerazione nel fatto che le sit-com tradizionalmente tendono a mantenere il più possibile lo status quo. Non sorprende, in questa prospettiva, che l’ideatore Mike Schur  (Parks and Recreation, Brooklyn Nine-Nine) abbia rivelato (Stanhope) come abbia preso come modello Lost, prevedendo una storia autoconclusiva all’interno della singola puntata, ma con una drammatico cliffhanger alla fine, che porta il programma completamente in un’altra direzione. Senza fare troppo spoiler, si può dire che la conclusione a cui si arriva al termine del primo arco è la stessa messa in scena da Jean-Paul Sartre nell’opera teatrale “No Exit”, ovvero che l’inferno sono le altre persone (Fienberg).

Eleanor Shellstrop (una sempre radiosa, adorabile Kristen Bell) è una giovane donna che, colpita da un camion che pubblicizzava una pillola per la disfunzione erettile, è morta ed è finita nell’aldilà, nella “parte buona” (il good place del titolo). Michael (Ted Danson, che dimostra per l’ennesima volta perché sia un veterano tanto amato), che è l’architetto del luogo ed è al suo primo progetto, quando la accoglie le spiega tutta la situazione. Eleanor si rende però conto che c’è stato un errore, l’hanno scambiata per qualcun altro, perché lei non si è mai comportata bene in vita, anzi. Decide però di tenere la cosa segreta a Michael, e di cercare di meritarsi la ricompensa eterna. Per questo arruola quello che dovrebbe essere la sua “anima gemella”, Chidi (William Jackson Harper), un professore di etica che cerca di spiegarle i rudimenti delle filosofie morali per farla diventare una persona migliore. Sua vicina di casa, e in seguito amica, è Tahani (Jamela Jamil), una filantropa legata nell’aldilà a un monaco che ha fatto voto di silenzio, Jianyu Li (Manny Jacinto),  o almeno così crede lei, perché si scopre presto che anche lui è una “frode” e il suo vero nome è Jason Mendoza. Ad aiutare tutti, in quanto depositaria dell’intero sapere dell’universo, è Janet (D’Arcy Carden), una guida celestiale che appare e scompare quando viene chiamata.

La serie è sia dolce che frizzante, piena di arguzie e bizzarrie, brillante ma allo stesso tempo spensierata. Si ride di gusto. I personaggi vengono colorati esasperando le loro inclinazioni, ma senza che questo li riduca a sagome bidimensionali. Anche i “tormentoni” (l’impossibilità di dire parolacce che si trasforma in locuzioni alternative spassose, le lezioni di etica, il frozen yogurt) sono giocati in modo così intelligente da sembrare raramente delle ripetizioni.

Si riflette su dilemmi filosofici, che vengono incorporati nella storia, e c’è in particolare una riflessione morale su che cosa sia e significhi comportarsi bene, come si misuri, in che maniera le motivazioni di ciascuno influiscano nel valutarla, quanto di un comportamento etico vada appreso. Sarà vero che aggiustare il triciclo di un bambino che ama i tricicli fa guadagnare 6,60 punti, abbracciare un amico triste ne fa guadagnare 4,98 e mantenere la calma mentre si è in fila nel parco giochi acquatico di Huston ben 61,14, mentre dire a una donna di sorridere né fa perdere 53,83, usare Facebook come verbo dà un meno 5,55 e non rivelare la malattia di un cammello prima di venderlo 22,22?

C’è un’impostazione metafisica (più di qualcuno ha fatto dei parallelismi con Westworld) e spirituale, ma acutamente non c’è alcuna affiliazione religiosa, non si prendono le parti di nessuno,  i personaggi vengono da diversi background e quel che conta è il comportamento etico. Eleanor, nello studiare come diventare una persona migliore, studia filosofia morale ed etica, non religione, un’impostazione che personalmente io condivido da un punto di vista ideologico, ma che oltretutto permette di includere ogni credo e fede. Ci sono anche meditazioni sul senso dell’amore, su se esista una persona per la quale siano intesi, sull’amicizia, sul sacrificio, sul passato.


Una sit-com ambiziosa, che sono felice di aver visto rinnovata dopo una prima stagione di 13 puntate. La seconda ha appena esordito negli USA. 

lunedì 18 settembre 2017

EMMY AWARDS: i vincitori


Ecco, di seguito i vincitori dei premi Emmy, consegnati la scorsa notte.

Miglior drama
 The Handmaid’s Tale (Hulu)

Miglior attrice protagonista in un drama
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior attore protagonista in un drama
Sterling K. Brown (“This Is Us”)

Miglior attore non protagonista in un drama
John Lithgow (“The Crown”)

Miglior attrice non protagonista in un drama
Ann Dowd (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior sceneggiatura per un drama
 Bruce Miller, (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior regia per un drama
Reed Morano, (“The Handmaid’s Tale”)



Miglior comedy
 “Veep” (HBO)

Miglior attore protagonista in una comedy
Donald Glover (“Atlanta”)
  
Miglior attrice protagonista in una comedy
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)

Miglior attore non protagonista in una comedy
Alec Baldwin (“Saturday Night Live”)

Miglior attrice non protagonista in una comedy
Kate McKinnon (“Saturday Night Live”)

Miglior sceneggiatura per una comedy
 Aziz Ansari e Lena Waithe, (“Master of None”)

Miglior regia in una comedy
 Donald Glover, “Atlanta”



Miglior Limited Series
Big Little Lies (HBO)

Miglior attore in una limited series
Riz Ahmed (“The Night Of”)

Miglior attrice in una limited series
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
  
Miglior attrice non protagonista in una limited series
 Laura Dern, (“Big Little Lies”)

Miglior attore non protagonista in una limited series
 Alexander Skarsgård, (“Big Little Lies”)

Miglior sceneggiatura per una limited series o film TV
 Charlie Brooker, (“Black Mirror: San Junipero”)

Miglior regia per una limited series o film TV
 Jean-Marc Valee, (“Big Little Lies”)

Miglior Film TV
 Black Mirror: San Junipero



Miglior Variety Talk
Last Week Tonight With John Oliver (HBO)

Miglior serie Variety a Sketch
 Saturday Night Live (NBC)

Miglior reality - competizione
The Voice (NBC)




giovedì 14 settembre 2017

THE ORVILLE: dilettantistico


È decisamente patetico l'umorismo che impiega The Orville nel mettere in scena una sorta di parodia di Star Trek, e si è tentati di pensare che le parti drammatiche siano idee riesumate di suoi copioni scartati. Se non fosse per questo, probabilmente ce l'avrebbe anche fatta a conquistarsi un certo apprezzamento questo progetto che ha debuttato sull’americana Fox lo scorso 10 settembre, perché colpisce completamente nel segno per quanto riguarda costumi, trucco, scenografia, forma delle navicelle spaziali e aspetti cromatici - il look futuristico, ma allo stesso tempo datato, è assolutamente impeccabile. E poi, cosa più importante di tutte, ci sono la struttura narrativa e la natura delle storie e la filosofia di fondo messa in scena dal classico che intende prendere in giro, il suo ottimismo e la sua fede per l’umanità.  Questo spin-off wannabe non riesce però a ricreare la matrice identitaria senza sembrare di più di una dilettantistica imitazione.

Siamo nel 2018. Ad Ed Mercer (Seth MacFarlane, che è anche ideatore della serie), dopo un difficile anno di separazione dalla moglie, che lo ha tradito, viene affidato il comando di un vascello spaziale di esplorazione di medio livello, il USS Orville, in una flotta di 3000 navi. È la sua ultima possibilità professionale.  Chiama come timoniere il suo migliore amico, Gordon Malloy (Scott Grimes) e incontra il suo nuovo equipaggio: la giovane Alara Kitan (Halston Sage), una addetta alla sicurezza di razza Xelayana che, provenendo da un pianeta con una forza di gravità molto maggiore, sulla terra si trova ad avere molta forza; il Tenente Bordus, secondo ufficiale appartenente a una specie che ha un solo gender e va in bagno solo una volta all’anno, i Moclani (con un look simil-Klingoniano); John LaMarr (J. Lee), lo scanzonato navigatore; la dottoressa Claire Finn (Penny Johnson Jerald), un’esperta medica dell’Unione Planetaria; e Isaac (Mark Jackson), una forma di vita artificiale proveniente da Kaylon che considera le forme di vita biologiche inferiori ed ha accettato un ruolo nella flotta per studiare gli umani (lo Spock o Data della situazione). Con gran disappunto di Ed però, gli viene assegnata come primo ufficiale l’ex-moglie Kelly Grayson (Adrianne Palicki, Friday Night Lights, la più convincente fra loro, probabilmente).  La loro prima missione sarà quella di consegnare del materiale richiesto da una colonia di scienziati.

Qui è evidente che si conosce a menadito l’eredità spirituale e il lascito intellettuale di Gene Roddenberry e in qualche modo lo si vuole onorare - e non sfugge che dietro le quinte lavorino alcuni veterani del franchise, incluso Brannon Braga, anche se alcuni ritengono quest’ultimo responsabile di alcune delle storie più trite di The Next Generation e Voyager -, tuttavia MacFarlane, noto soprattutto per Family Guy e American Dad, sembra indeciso se farne una serie drammatica o umoristica (alla Galaxy Quest), non riuscendo ad essere seriamente nessuna delle due cose. Forse, è stato ipotizzato, è troppo fan per riuscire a fare dell’umorismo davvero incisivo: una sorta di timore reverenziale lo lega a trame che come allegorie sono un po’ troppo smaccate ed esposte in modo grossolano e gli impedisce di graffiare lì dove potrebbe essere utile. L’affetto e l’irriverenza non hanno saputo sposarsi bene.   

La passione c’è, ma si è decisamente fuori rotta.