lunedì 17 gennaio 2022

ONLY MURDERS IN THE BUILDING: erotetica, umoristica, transmediale

È la quintessenza della narrazione erotetica Only Murders in the Building (Disney+), ibridata con umorismo venato di malinconia e consapevolezza trasmediale: domande, domande domande la cui risposta ci accompagna nella risoluzione di un giallo – “hai sempre avuto bisogno di sapere che cosa era successo”, dice la madre alla figlia protagonista (1.06) ricordando i tempi in cui cercava di raccontarle le favole.

Tre inquilini dell’Arconia, un complesso di appartamenti nell’Upper West Side di New York, condividono una grande passione per i podcast di true crime. Charles-Haden Savage (Steve Martin) è un attore televisivo che ha un passato di successo nel ruolo di Brazzos, un investigatore del piccolo schermo; è un uomo solo finchè non comincia a frequentare una musicista che suona il fagotto che vive nel suo stesso palazzo, Jan (Amy Ryan). Oliver Putnam (Martin Short), che fra tutti è quello che è trascinato dal maggior entusiasmo, è un regista di Broadway dalle alterne fortune ora in difficoltà; a sostenerlo riluttantemente è solo un vecchio amico produttore, Teddy Dimas (Nathan Lane). Mabel Mora (Selena Gomez) è una ristrutturatrice di appartamenti che già da piccola frequentava l’edificio. Un giorno proprio lì si verifica un omicidio: a morire è Tim Kono (Julian Cihi), ma mentre gli investigatori credono che sia stato un suicidio, i tre la pensano diversamente e decidono di investigare e contemporaneamente produrre loro stessi un podcast sulle indagini. Mabel lo tiene inizialmente nascosto ai suoi due nuovi anziani amici, ma da bimba era una grande amica di Kono che faceva parte di un gruppo da lei chiamati i suoi Hardy Boys, dal nome di una collana di gialli per ragazzi che ruota intorno ad adolescenti che sono segugi dilettanti, perché con loro si divertiva a risolvere piccoli misteri. Già un’altra amica del gruppo, Zoe, aveva perso la vita anni fa ed un altro di loro, Oscar (Aaron Dominguez), era stato condannato perché ritenuto responsabile. 

Ideata da Steve Martin e John Hoffman (Grace and Frankie), la serie può contare su un improbabile trio che, a dispetto dell’età dei protagonisti, funziona alla grande. Sarà anche che è occasione di commenti fra loro e si gioca con gusto sullo scarto generazionale, ma non suona mai viscido che due uomini anziani trascorrano così tanto tempo con una donna giovanissima. E la Gomes, di fronte a due pesi massimi come Martin e Short se la cava più che egregiamente, contrappunto serioso e sardonico alla effervescente verve dei due. Le loro vite segretamente solitarie trovano nella passione comune genuino affetto e amicizia. Mi ha fatto pensare a una sorta di versione umana di Scooby Doo.

Si fa anche ilarmente la parodia del genere, come quando ad essere sospettato è Sting, che nel ruolo di sé stesso sta con autoironia al gioco, e si scherza con le sue canzoni (1.03; 1.04). Non so se ho mai riso così di gusto come quando Oliver si è trovato in ascensore con il cantante e ha detto al proprio cane di non stare troppo vicino alla star, utilizzando umoristicamente il titolo di una canzone dei Police “Don’t stand so close to me”, il gruppo di cui Sting faceva parte.  

Di fatto si arriva anche a una conclusione del giallo – ci sono thriller e suspense - e anche con un apprezzamento per il fandom: qui irriducibili appassionati vengono coinvolti nella storia dei protagonisti. C’è una certa eleganza formale - la sigla è evocativa di certe copertine del New Yorker - e anche il gusto di provare qualcosa di innovativo.  Come ha scritto acutamente Gregory Lawrence su The Collider, “(è) Edgar Wright che incontra 30 Rock. È audace ma calmo, terrificante ma confortante, triste ma sciocco, satirico ma empatico - ed è tutte queste cose servite da chef che si fidano di te, perché tu ti fidi di loro”. E a proposito di 30 Rock, anche Tina Fey compare fra le guest star.

Brioso e coinvolgente, divertente con cuore: uno dei debutti più forti del 2021. 

giovedì 13 gennaio 2022

RIP a DAVID SASSOLI: fra i primi a dare spazio alla ME/CFS

RIP a David Sassoli, il presidente del Parlamento Europeo scomparso dei giorni scorsi, in passato giornalista televisivo. Tanti ne hanno parlato più e meglio di quanto potrei mai fare io. Ci tengo però a ricordarlo perché da un punto di vista personale lo ricorderò sempre per essere stato uno dei primi a dare spazio alla CFSME in uno dei suoi programmi. Nel video sotto lo vediamo intervistare il prof. Tirelli alla fine degli anni '90.

Si è trattato anche di una delle mie primissime interviste. Non credo fosse la prima in assoluto, ma non ho un ricordo specifico di quando sia stata la prima. Posso dire che non mi piaccio: era il periodo in cui ero gonfia come un pollo d'allevamento per ricostituenti e cortisone. E penso che non sia stata una buona idea quella volta farmi uscire di casa. Ci ho messo una vita a recuperare. Fosse ora, chiederei di non farlo. Come sempre, si sta peggio di quello che sembra e non si vede quello che è il dato caratterizzante della patologia, il Malessere Post-Sforzo (PEM), per cui le conseguenze di tutto quello che si fa si pagano e care, dopo, quando come in questo caso poi non c’è nessuno a vedere.

Ma non si sapeva allora quanto si sa ora e penso ancora che sia stata comunque una buona testimonianza e un buon servizio. 

lunedì 10 gennaio 2022

GOLDEN GLOBE 2022: i vincitori


Ieri sera sono stati consegnati i Golden Globe, premi della Hollywood Foreign Press Association, ovvero dall’associazione della stampa straniera presente ad Hollywood. Dopo le polemiche varie dello scorso anno, quest’anno i premi non sono nemmeno stati trasmessi da un network TV o in streaming, ma solo annunciati via Twitter.

Comunque, ecco di seguito i vincitori nelle categorie televisive. Per quanto riguarda tutti i vincitori, compresi quelli delle categorie cinematografiche, che quest’anno hanno visto Il Potere del Cane (Netflix) portare a casa la statuetta come miglior film, si può andare sul sito ufficiale.  

Devo dire che per la gran parte sono quelli che mi aspettavo e che se lo meritavano e sono contenta. In campo drammatico non c’era contendente all’altezza di Succession. In campo di miniserie, quella della Ferrovia Sotterranea per me era una vincita scontata, anche solo per la tematica e per la forza trainante del libro che ci sta dietro, oltre alla qualità del programma in sé.  In campo comico, Hacks è una serie eccellente e non mi dispiace che abbia vinto, ma io quest’anno avrei dato la preferenza a Ted Lasso, anche se per me sarebbe un ex-aequo con The Great.  

 

Miglior drama: Succession

Miglior attore in un drama: Jeremy Strong, Succession

Miglior attrice in un drama: MJ Rodriguez, Pose

 

Miglior comedy: Hacks

Miglior attrice in una comedy: Jean Smart, Hacks

Miglior attore in una comedy: Jason Sudeikis, Ted Lasso

 

Miglior miniserie: The Underground Railroad

Miglior attrice in una miniserie: Kate Winslet, Mare of Easttown

Miglior attore in una miniserie: Michael Keaton, Dopesick

 

Miglior attrice non protagonista: Sarah Snook, Succession

Miglior attore non protagonista: O Yeong-Su, Squid Game

 

giovedì 30 dicembre 2021

LA LISTA DELLE LISTE dei migliori programmi del 2021

Ogni anno, Metacritic stende una lista delle liste dei migliori programmi dell’anno, unendo le scelte di vari, numerosissimi critici televisivi. La aggiorna di solito fino a fine gennaio, quindi la lista sarà soggetta a variazioni ancora per un po’.  La trovate qui, e sotto trovate lo screenshot delle prime 20 posizioni al momento del mio scrivere.

Come tutte le liste lascia il tempo che trova, ma questa l’ho sempre trovata particolarmente indicativa perché è uno “sforzo di gruppo” per così dire, e perché comunque queste graduatorie possono dare degli spunti.

Io da brava critica sono convinta che il nostro lavoro abbia un senso e un valore per la società, perché per certi versi il pensiero è tutto, e nulla impatta di più il modo di pensare dell’arte, delle narrazioni e rappresentazioni che facciamo di noi stessi. Vedere che cosa è apprezzato e considerato rilevante è perciò significativo non perché si indica cosa ci si gode di più in una forma di intrattenimento piuttosto che in un’altra (anche se anche questo ha il suo peso), ma perché si riflette sulla condizione umana, su chi siamo e su chi vogliamo essere e forse ci dà delle indicazioni su dove perseverare e su come cambiare quello che non ci piace.   





giovedì 23 dicembre 2021

LE MIGLIORI NUOVE SERIE del 2021, secondo me

Anche quest’anno abbiamo avuto TV ghiottissima, basti pensare a programmi come Succession, The Great, o Ted Lasso, in assoluto fra i miei preferiti dell’anno, qualitativamente eccellenti. E se amate quest’ultimo non lasciatevi sfuggire lo short natalizio animato uscito a sorpresa per le feste: qui.

Nel mare sempre più magnum delle produzioni televisive, come ogni anno però mi focalizzo su quelli che secondo me sono stati i migliori debutti. Di quelli su cui non ho già scritto, conto di farlo in futuro. Eccoli di seguito, senza un ordine particolare:

 

It’s a sin: l’AIDS che colpisce la comunità gay negli anni ’80 riceve il toccante, trascinante trattamento di Russell T. Davies, con cui non si sbaglia mai. Ne ho parlato qui.

Squid Game: il brutale, appassionante fenomeno dell’anno. Leggetemi in proposito qui.

The White Lotus: il privilegio sezionato con ferocia e umorismo cringe da Mike White. Ne ho scritto qui.  

La Ferrovia Sotterranea: il Radici della nostra generazione. Qui.

Only Murders in the Building: tre appassionati di podcast cercano di risolvere un omicidio verificatesi nel proprio condominio. Sarà uno dei miei prossimi post.    

Maid: una miniserie su una giovane madre che scappa da una situazione di abuso e lavora come cameriera per mantenere sé e la figlia, sognando di diventare scrittrice.

Hacks: una comica anziana e una giovane devono imparare a lavorare insieme. 

Reservation Dogs: adolescenti Nativi americani in Oklahoma commettono piccoli crimini, o cercano di sventarli, nella speranza di guadagnare il necessario per andarsene in California. 

Resident Alien: probabilmente non finirà nella lista delle migliori serie di nessuno, ma io l’ho trovata troppo spassosa per non menzionarla. Un alieno che dovrebbe distruggere l’umanità si fa passare per un medico, con risultati esilaranti: qui.  


Una menzione onorevole per me la meritano:

Industry: neolaureati ora impiegati nel mondo dell’alta finanza. Sono sorpresa che non abbia avuto più risonanza, perché mi ha colpita su più livelli. Ne ho scritto qui.   

The Wilds: l’aereo di un gruppo di adolescenti precipita su un’isola deserta e devono imparare a cavarsela da sole. Non sanno che è un esperimento. Ne ho parlato qui.

Generat+ion: adolescenti della comunità LGBTQ+ crescono. Ha margine di miglioramento, le recensioni sono tiepide, ma anche solo avere un personaggio asessuale per me è un pro. Continuerò a seguirlo. Ho recensito la prima metà della stagione qui.

Ho dimenticato qualcuno? Schmigadoon (qui)? WandaVision (qui)? Forse Yellowjackets (di cui hi visto troppo poco per sbilanciarmi)?    Non ho visto We Are Lady Parts o Mare of Easttown, ma se ne dicono cose buone.

E voi? Quali pensate siano le migliori serie che hanno debuttato nel 2021?

mercoledì 15 dicembre 2021

AND JUST LIKE THAT: il sequel di "Sex and the city"

Ho proprio pianto alla fine della prima puntata di And just like that… (che tradurrei “E in un attimo…”), sequel della iconica Sex & The City. L’ho seguita tutta in passato, e apprezzata su più livelli, ma non possono dirmi una grande fan della serie: è sempre stata troppo lontana dalla mia esperienza di vita e dalla mia realtà per parlarmi sul serio. E se qualcuno mi chiedesse se sono una Carrie, una Charlotte, una Miranda o una Samantha, risponderei nessuna di loro. Ho sempre un po’ aderito alla teoria che le protagoniste fossero gli equivalenti di fantasia di uomini gay metropolitani, una serie di uomini gay mascherata da serie di donne – chi fosse curioso di questa lettura, proposta da Mandy Merk, può leggere il suo saggio “Sexuality in the city” all’interno della raccolta di saggi Reading Sex and the City, a cura di Kim Akass e Janet McCabe. Se non è mai stata così significativa per me come ho sentito esserlo per altre donne, percepisco comunque il legame della familiarità ed ero curiosa di vedere il prosieguo, sans Samantha (Kim Cattrall), che viene nominata sia nel pilot, sia in seguito: si è trasferita a Londra e ha tagliato i contatti con tutte. Dopotutto, la serie ha fatto scuola ed è stata una pietra miliare della cultura televisiva e non solo.

Ho pianto alla fine della puntata e non rivelerò perché per non fare spoiler, anche se a tre quarti della puntata era già evidente dove sarebbe andata a parare. Le amiche sono ora cinquantenni, sono accoppiate con chi le ricordavamo accoppiate e hanno i figli grandi. Carrie, felicemente sposata con Mr. Big (Chris Noth), partecipa a un podcast che tratta argomenti sessuali condotto da Che Diaz (Sara Ramirez, Grey’s Anatomy), una comica non binaria. Miranda (Cynthia Nixon) è tornata a scuola per studiare diritti umani, un corso tenuto dalla professoressa Nya Wallace (Karen Pittman), ed è ancora sposata con Steve (David Eigenberg), che per l’età sta diventando sordo. Hanno un figlio adolescente, Brady (Niall Cunningham, Life in pieces), a cui permettono di far andare in camera la fidanzata, anche se la cosa sembra sfuggire loro un po’ di mano. Charlotte e Harry (Evan Handler) hanno due figlie adolescenti, Lily (Cathy Ang) e Rose (Alexa Swinton). Nel pilot Lily deve tenere un importante saggio di pianoforte, in cui è una sorta di prodigio, e Carrie, che si tiene ad essere una buona amica mostrando il suo supporto, accetta a posticipare la sua partenza per il week-end con il marito per essere presente. Presenziano anche Stanford (Willie Garson, che ha girato le scene poco prima della sua recente scomparsa) e Anthony (Mario Cantone), sempre cari amici delle non-più-giovani-donne.

L’immediata nota distintiva è proprio quest’ultima: giovani donne non sono più giovani. Sono donne mature sui cinquanta e sono consapevoli, in modo diverso, di esserlo. Bene: si parla troppo poco di questo. E non lo dico solo da persona che ricade nella loro stessa fascia d’età. È essenziale moltiplicare le prospettive e una diversità di età è davvero una prospettiva significativa, per quanto trascurata. Men of a Certain Age ci aveva provato con gli uomini ed era stata cancellata troppo presto. Dovrebbe esserci in generale molto di più. E se una serie come Hacks mette in contatto due generazioni diverse attraverso due donne diverse, qui sono le stesse donne in momenti della vita altri. Assistere a come la vita le ha cambiate è potenzialmente rivoluzionario – chi mai lo ha fatto fuori dalle soap e la serie di film documentaristici Up? È una rarità. Il fulcro non è più il sesso e le conversazioni su di esso. E si è aumentato il quoziente di diversità, aspetto sui cui la serie di partenza era sempre stata criticata, anche con un’amica nera di Charlotte, Lisa (Nicole Ari Parker). 

Questa creazione di Darren Star ha fatto una mossa audace, con il twist narrativo che mi ha fatto piangere, ma forse anche di più per una scelta che non mi aspettavo: ha deciso di rendere le proprie eroine out-of-touch, un po’ – oso dirlo? - attempate. Non vecchie, ma nemmeno in contatto con lo Zeitgeist. Se prima erano cool e sulla cresta dell’onda, rampanti, ora hanno perso consapevolezza di quello che è innovativo e all’avanguardia, faticano a stare al passo coi tempi. Solo in campo di moda d'abbigliamento sembrano essere rimaste aggiornate: sempre elegantissime. A Carrie nel podcast viene chiesto se si è mai masturbata in pubblico. È in imbarazzo a rispondere e zigzaga per evitare di farlo sul serio. Lei è abituata alla carta stampata. Essere così verbalmente esplicita la mette a disagio: lei che ha sempre trattato questi temi? Non è sembrato troppo plausibile, a dire il vero. E davvero vogliono farci credere che non sapeva se Mr Big si masturbava? Andiamo, la sospensione dell’incredulità ha i suoi limiti. Miranda fa una figuraccia la prima volta a lezione, con insegnanti e compagni, inanellando una serie di commenti infelici - razzismo, binarietà e privilegio bianco incapsulati in poche frasi che solevano gli sguardi inorriditi dei compagni. Charlotte insiste con la figlia Rose perché indossi un abito tutto fiori che lei non è evidentemente a suo agio nell’indossare. Rispetto ai dibattiti odierni, sono rimaste indietro. E quello sì è un confronto che è importante fare. Applaudo il coraggio di And Just Like That di intraprenderla. Forse sapranno proprio essere rilevanti nella conversazione extradiegetica perché hanno il coraggio di essere uncool in quella diegetica. Hanno ancora molto da imparare, e forse noi con loro.

Poi in definitiva, uno degli aspetti più pregnanti di quella che a questo punto diventata a tutti gli effetti un dramedy (anche nella durata degli episodi) era l’amicizia fra queste “donne archetipo”. E quella sembra rimasta. Non pare che sia un programma travolgente che non si deve assolutamente perdere, non è grande televisione, ma dalle prime due puntate assaggiate fa credere di avere ancora qualcosa da dire.   

mercoledì 8 dicembre 2021

ACS: IMPEACHMENT: nulla di nuovo

Anche ad aver vissuto in una caverna - e per me all’epoca, con una MECFS severa era un equivalente - a essere stati in vita nella seconda metà degli anni ‘90, difficilmente non si conosce lo scandalo di Monica Lewinsky e dell’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, oggetto della terza stagione di American Crime Story, la serie stagionalmente antologica di Ryan Murphy, con un capitolo intitolato “Impeachment” (di FX, in Italia su Fox). Doveva essere la quarta stagione, ma la terza sull’uragano Katrina è stata abbandonata, e questa è diventata la terza.

Se ripenso a quella storia nella vita reale, due immagini mi rimangono indelebili, quella di Clinton che abbraccia la stagista, con lei che indossa un basco blu, e quella di lui che, con un dito alzato, dichiara “non ho avuto una relazione sessuale con quella donna”. La prima torna qui, la seconda no (forse ho un ricordo falsato io?), ma in compenso si spiega bene il come “relazione sessuale” sia stata intesa allora, così come definita dai legali di Paula Jones (Annaleigh Ashford, Masters of Sex), che per prima aveva fatto causa all’ex-governatore dell’Arkansas.

La serie sceglie di non mostrare alcun atto fra Bill (Clive Owen) e Monica (Beanie Feldstein) – se qualcuno si aspetta qualcosa di pruriginoso ha sbagliato indirizzo. Se ho apprezzato che non ci sia stato un taglio scandalistico, mi sono interrogata di continuo, in corso di via, se sia stata la scelta migliore non mostrare nulla di nulla. Le vicende si sono chiarite, ma mi è rimasta dalla visione la stessa idea che avevo avuto allora, ovvero di una stagista in fondo ingenua e realmente innamorata di un uomo che se ne è approfittato, e di una macchina politica tritatutto che ha cercato di cogliere ogni occasione per screditare e affossare l’avversario, ma senza che i coinvolti volessero attivamente ferirsi a vicenda. Sicuramente da parte della ragazza, resa dalla Feldstein con molta dolcezza, c’è il reiterato desiderio di proteggere da ogni possibile danno un uomo contro il quale alla fine fa dichiarazioni solo al fine di proteggersi. Più volte la mostrano che vuole chiamare Betty Currie (Rae Dawn Chong), la segretaria personale del presidente.

La mia aspettativa, disattesa, era di una rilettura delle vicende non tanto in termini di strumentalizzazione politica e giornalistica delle vicende – la brutalizzazione del carattere delle persone è una costante -, ma in prospettiva del #metoo. La realtà è diversa da allora, e non solo per la tecnologia che vedeva ai tempi un internet appena nascente, ma per una cultura di consapevolezza, ora, di come le dinamiche di potere-lavoro-sesso-molestie possano rendere vulnerabili le persone, di come sia indispensabile il consenso e di come in alcune situazioni possa essere difficoltoso definirlo. E forse in questo, mostrare qualcosa in più poteva avere un senso. L’unica che in fondo è sembrata indignata di come Monica venisse usata è quella Linda Tripp (Sarah Paulson) - nella vita reale scomparsa lo scorso anno - che nemmeno qui riesce a uscirne come un’eroina, troppo consumata da risentimenti personali e traditrice della fiducia dell’amica. Le sue ragioni hanno comunque il sapore di giustificazioni dell’ultim’ora per salvare la faccia. Le donne qui sono al centro, e sono vittime soprattutto di un sistema che alla fine le lascia in ogni caso sconfitte: Paula non creduta a dispetto di tutto e finanziariamente rovinata tanto da spingerla a posare senza veli, Linda derisa e vituperata, Monica magari anche apprezzata ma con addosso l’onta, e colei che muove addirittura un’accusa di stupro ignorata  - in un locale dei ragazzi vedono che c’è in onda un’intervista e chiedono di cambiare canale per una cerimonia di premiazione, stufi dell’ennesima storia su una donna finita sotto le grinfie di Clinton, che poi sarà quello che la gente perdona. E lui, giustificato dalla rabbia per la persecuzione politica a cui è sottoposto, ben poco prova rimorso per il proprio comportamento o sente di aver danneggiato queste donne. Questa amarezza in chiusura, e la consapevolezza (voglio credere non solo speranza) che oggi sarebbe andata diversamente è l’unica vera nota in questa direzione (3.10).

Sarah Burgess, showrunner che ha basato la serie sul libro “A Vast Conspiracy: The Real Story of the Sex Scandal That Nearly Brought Down a President” di Jeffrey Toobin, in un’intervista con TV’s TOP5 (qui), ha spiegato come il suo intento principale fosse quello di parlare dal punto di vista di persone che sono vicine al potere, ma sono costantemente ignorate, relegate a lavori noiosi e ripetitivi, privi di soddisfazione. Il riferimento è soprattutto a Linda Tripp, allontanata dalla Casa Bianca. Emerge la cospirazione. Quella Paula Jones un po’ tontolona, quella Tripp troppo sola, quella Monica così innamorata sono diventate facili munizioni in una guerra politica, usate anche da altre donne come l’ultraconservatrice Anna Coulter (di cui Cobie Smulters riesce bene a rendere l’odiosità), Susan Carpenter-McMillan (Judith Light) o in fondo anche dell’agente letteraria Lucianne Goldberg (Margo Martindale) ingranaggi della macchina di cui fanno parte. Loro, le donne, sono state un mezzo per affossare il presidente democratico e questo non è mai tanto evidente quando scelgono di ignorare un’accusa di stupro rivolta al capo di Stato: non c’è interesse a fare giustizia, lo scopo è incastrarlo per spergiuro e ostruzione alla giustizia.

Burgess non complica troppo le cose con personaggi secondari. Li butta lì, e se cogli chi sono bene, altrimenti la storia funziona comunque – l’americano medio mi aspetto li conosca, l’italiano medio no. Prendiamo 3.08. Quando Hillary Clinton (Edie Falco, I Soprano) ha un incontro con Stephanopoulos (George H. Xanthis), lo chiama solo George, sono l’aspetto fisico dell’attore ed eventualmente i sottotitoli che quando lui parla lo indicano per cognome (almeno quelli in inglese), che ti dicono chi è; quando sempre lei va al Today Show, e viene intervistata da Matt Lauer, lo stesso, e lo spettatore semmai può pensare a quell’intervista anche alla luce degli scandali che con il #metoo hanno coinvolto lui stesso; quando in un ufficio di consiglieri di Kenneth Starr (Dan Bakkedahl, Life in Pieces), Cavanaugh (Alan Starzinski) risulta particolarmente accanito, sta allo spettatore capire che è lo stesso che poi verrà nominato giudice della Corte Suprema da Trump.

Fra le produttrici esecutive risulta anche la stessa Monica Lewinsky. Nonostante episodi anche pressanti (penso agli interrogatori di Monica o Bill), e nonostante un cast di peso, che comprende anche Blair Underwood nel ruolo di Vernon Jordan e Colin Hanks in quello di Mike Emmick, la serie ha poco mordente, ma soprattutto non aggiunge davvero nulla di nuovo.

sabato 27 novembre 2021

COMPLEX TV, di Jason Mittell: un must-read

Se un solo libro di televisione intendete leggere, fate che sia questo: Complex TV, di Jason Mittell (Minimum Fax, 2017).

Scrivo in termini personali come raramente faccio.

Ho un distinto ricordo di me alle elementari che penso “la mia maestra non capisce niente di televisione”, io che all’epoca facevo già le schede dei cartoni animati. Come farle, per i libri, ce lo aveva insegnato una supplente di terza elementare. C’è voluto molto tempo prima di incontrare qualcuno che “parlasse la mia lingua”, televisivamente parlando. La maggior parte dei critici colti erano troppo snob nei confronti del medium, e non riuscivano a coglierne l’essenza. La gran parte della gente comune è spesso così tutt’ora. Per i più la televisione in passato era la sorella stupida del cinema, non qualcosa con una propria identità. Ora sono grande e non mi disturba o ferisce come quando ero bimba, ora mi irrito solo quando un simile atteggiamento viene da presunti esperti o da persone la cui opinione dovrebbe valere più di quella di qualcun altro in virtù del proprio ruolo culturale in altri settori, come è stato il caso quando ho attaccato pubblicamente lo scrittore e poeta Hans Magnus Enzensberger  che presenziava alla manifestazione culturale che si tiene a Pordenone chiamata “Dedica Festival”, nell’orami lontano 18 marzo 2010: aveva snocciolato troppi insulsi luoghi comuni. Avevo pubblicato un piccolo articolo in proposito per il giornale per cui scrivevo, e magari lo riproporrò qui sul mio blog, in futuro. Suppongo che in passato la maggiorana degli studiosi fosse anche culturalmente troppo vecchia e rigida per comprendere a pieno qualcosa con cui non erano cresciuti. Quei pochi che magari ci provavano anche, e penso ai vari “Espresso” e “Panorama” e affini, con le varie donne nude in copertina, con tutto quello che si porta appresso un atteggiamento accettante di questo genere di confezione, erano troppo respingenti in toto per essere presi sul serio da una giovane donna. E anche lì, quello che leggevo raramente dimostrava di comprendere i meccanismi del mezzo che fruivano come autonomi, con proprie regole funzionali ed estetiche. Non so nemmeno di preciso quando io sia riuscita ad averlo, ma non è prima degli anni del liceo che sono riuscita a leggere “Television: the critical view – fourth edition”, difficile com’era all’epoca recuperare qualunque tipo di materiali, e mi sono sentita finalmente meno sola. 

Ora c’è una vibrante comunità di critici e accademici, e talvolta anche di semplici appassionati,  spesso più brillanti e acuti di me che ho comunque una comprensione di queste tematiche nel sangue, sono la mia identità, sono nel mio DNA culturale più di ogni altra realtà, e che con l’espandersi quantitativa degli universi narrativi seriali e per le mie difficoltà di salute, in qualche caso mi sento in ritardo, sempre sommersa e in difficoltà a stare al passo. Bene così. Io so di sapere, ma so di non sapere. Si dice che se si è i più brillanti in una stanza, si è nella stanza sbagliata. Io mi trovo a mio agio in molte stanze, e lo stimolo migliore viene dal dialogo, dal confronto, dall’accettazione e convivenza di asserzioni contrapposte ugualmente vere. Evviva.

Quando poi leggo libri come quello citato in apertura sono finalmente a casa. Mi sento profondamente in sintonia con Mittell, di cui ho anche avuto l’onore di essere la traduttrice per la raccolta saggistica “Cult TV”. Ha un inglese elegante, e lo consiglio in originale, anche se in questo caso l’ho letto in italiano (un’offerta lampo dell’edizione digitale, ammetto). La traduzione è molto buona, anche se non capisco perché si sia deciso di tenere producer invece di produttore. Forse indica una figura professionale differente rispetto all’italiano e io, a dispetto delle mie vantate conoscenze non me ne rendo conto? Ripenso alla mia tesi di laurea: nel caso di “opinion” della Corte Suprema americana e “opinione” dei giudici nostrani aveva senso tenere “opinion” perché ha un valore giuridico diverso rispetto ad “opinione”.  È una situazione simile?  Se avete una risposta, illuminatemi. La sola volta in cui la traduzione mi ha deluso è quando ho visto scritto “il critico Emily Nussbaum”, invece de “la critica Emily Nussbaum”: è una donna, e capita che abbia vinto il Pulitzer per i suoi articoli di critica televisiva. Sto a pignolare.

Sono in sintonia con Mittell – anche se a me Mad Men piace molto, mentre a lui no – e sono appagata dal fatto che ci siano studiosi che riescono a ragionare in questi termini rispetto al piccolo schermo. Non è il primo e non è l’unico, nel mare magnum accademico attuale, ma è sicuramente una voce autorevole che è al contempo lucida, aperta e innovativa. Riesce a offrire categorie di indagine e di riflessione stimolanti e utili.

Qui, in un testo modulare – come lo definisce appropriatamente Barra in una postfazione - di cui spiega in chiusura la costruzione ed evoluzione, parlando di serialità ci introduce alla categoria di “TV complessa”, di cui indaga i meccanismi narrativi, prendendo le distanze dalla più problematica dicitura di “TV di qualità”. L’approccio scelto è quello della poetica (storica, cognitiva, orientata al lettore), quindi cerca di capire come funziona un testo guardando ai modi stilistico-formali in cui costruisce il suo senso. Lo fa in una prospettiva che non si limita al testo, ma è anche profondamente legata al contesto perché fa riferimento a una visione culturale in cui interagiscono autori, industria, critica e pubblico concorrendo a plasmare lo storytelling, e in cui un programma è l’origine di una rete intertestuale dove hanno un ruolo anche i paratesti, che considera parte integrante della testualità televisiva nella misura in cui un testo costruisce il suo significato quando circola e viene fruito e diventa e vive in pratiche culturali attive.

Questo libro è denso di spunti, su inizi e fini, personaggi, eventi, temporalità. L’idea dell’estetica funzionale fa da filo conduttore, ovvero il principio per cui la narrativa seriale televisiva complessa spinge gli spettatori non tanto a chiedersi che cosa avverrà, e quindi ad essere trasportati in un mondo finzionale credibile, ma come è stato realizzato, giocando perciò con il senso di stupore nell’osservare gli ingranaggi in azione. Lo spettacolo è l’effetto speciale narrativo.

Fra le riflessioni più stimolanti c’è quella sull’autorialità, un tema spinoso in un medium collaborativo come la televisione. Utile è il concetto della funzione dell’autore desunto. L’Autore è creato dagli spettatori in dialogo con il testo, viene appunto “desunto” creando un ipotetico “loro” di responsabili dello storytelling, è quindi costruito dal testo, ma anche attraverso l’atto di ricezione e quindi dalla fruizione e dai discorsi intorno al testo stesso.

Infine un altro aspetto che apprezzo molto, e questa non è la prima volta che Mittell lancia un simile appello: auspica una maggiore trasparenza da parte degli studiosi nel senso di non avere timore di esprimere un giudizio valutativo nei confronti delle serie di cui parlano. Non farlo non rende lo studio più scientifico, ma al contrario nasconde un elemento importante nella discussione di un’opera culturale. “Un’obiezione mossa di frequente al giudizio critico è che esso crea e alimenta delle gerarchie culturali, perché valorizza una pratica culturale a scapito di un’altra, attraverso una modalità di distinzione che, come dimostrato da Bordieu, rinforza i rapporti di potere sociale. Dobbiamo comunque spingerci al di là di una logica binaria, e quindi riduttiva, per la quale il valore sarebbe un «gioco a somma zero», in cui lodare un qualsiasi canone scredita il suo opposto”. Concordo in pieno: è approccio ideale, per quanto mi riguarda.         

Sicuramente sarà una strenna graditissima a chi è appassionato di TV, se siete in cerca di idee in quel senso, ma penso possa anche essere una scoperta per chi non ha idea di che cosa facciano i television studies, che senso abbiano. Il mio unico scrupolo in questo caso è che non riesco ragionevolmente ad avere una percezione di come possa essere recepito da lettori che non conoscono per nulla i testi che cita. Non credo che ci fosse un solo titolo da lui menzionato che io non conoscessi o su cui magari non avessi anche scritto. Se lo spettatore medio dubito conosca magari titoli come Kingpin (che io ho amato molto), Rubicon (ne ho parlato qui) o Boomtown (che apprezzo molto per una narrativa che ricordo di aver pensato “alla Picasso”, ma che non ho seguito interamente), è anche vero che questi sono citati en passant, e che le analisi più approfondite sono su mostri sacri come Lost, Breaking Bad, The Wire, I Soprano, che mi aspetto che il fruitore medio interessato abbia, se non visto, almeno più o meno presenti. Se così non fosse, ho l’impressione che il lettore comunque potrebbe capire, ma magari mi sbaglio, o magari parte delle sue argomentazioni non riescono altrettanto a centrare il bersaglio perché non si capisce di che cosa si sta parlando. Salvo questa riserva, penso che sia una lettura pregnante. Un must-read.         

giovedì 18 novembre 2021

TRIGONOMETRY: una traide poliamorosa

In Trigonometry, della BBC2 (2020), Ramona (Ariana Labed), detta Ray, è una piccola stella del nuoto sincronizzato. Un giorno ha un grosso incidente e deve lasciare l’attività. Lei, francese, decide di vivere a Londra e prende in affitto una stanza nell’appartamento di Kieran (Gary Carr, Downton Abbey, The Deuce) e Gemma (Thalissa Teixeira), che sono a corto di denaro e per questo decidono di aprire la propria casa a un’inquilina. Lui è un paramedico, che spesso si trova in situazioni anche fisicamente pericolose, lei sogna di ristrutturare e aprire un piccolo bistrò, l’Ampersand, cucinando per gli avventori. Presto fra i tre nasce una forte reciproca attrazione, che, se pure con difficoltà, diventa presto amore conclamato, e i tre cominciano una relazione di poliamore, uscendo allo scoperto anche con le persone a loro care.

La serie si sviluppa principalmente sui tre personaggi principali, indaga il triangolo, che come si rammenta a chiusura di serie è studiato dalla trigonometria, da cui il titolo. È considerato la figura geometrica più forte, ci viene detto, per quanto si distinguano fra triangolo equilatero, isoscele e scaleno. Questo è perciò lo studio di un triangolo relazional-amoroso. Ci sono dei personaggi secondari, come la madre di Ray o la sua migliore amica Moi (Isabella Laughland), il padre e il fratello di Gemma, la collega e la madre di Kieran. Hanno comunque tutti un ruolo marginale perché le vicende drammatiche sono appunto fortemente concentrate sulla triade.

Diversamente da You Me Her, dove c’è subito un rapporto sessuale, e i protagonisti lo  fanno per la prima volta separatamente, qui c’è una combustione lenta, c’è una reciproca attrazione che viene inizialmente negata, solo accennata, e che diventa sempre più forte, e quando alla fine i personaggi la confessano gli uni agli altri, è prima sul piano sentimentale (Ray dice che è innamorata di loro in 1.03), poi su quello fisico, e quando viene finalmente consumata avviene a tre, per la prima volta, e solo a metà della prima stagione (alla fine di 1.04, con la 1.05 che comincia con loro tre a letto insieme).

Gemma e Kieran ammettono in modo più esplicito il proprio amore nei confronti di Ray in 1.05. Da poco sposi, vanno in luna di miele da soli, e fanno ghosting a Ray: non le rispondono al telefono, ignorano i suoi messaggi. Si rendono conto di averle spezzato il cuore e si giudicano cattive persone, ma sono in difficoltà sul modo migliore di comportarsi. La conclusione, molto romantica, li vede andare loro questa volta a dichiararsi da lei, portandole una fetta di torta nuziale a cui agli sposini è stata aggiunta la statuina di lei, presa da uno dei suoi trofei di nuoto sincronizzato. La scrittura è giocata come la più classica delle romantic comedy solo che è a tre, e a gestire la relazione non sono solo due persone quindi, ma una coppia con una terza persona.

Sebbene si interroghino sull’accettabilità sociale dei loro sentimenti e della loro relazione, e si pongano quesiti anche sull’aspetto logistico concreto, quello che i personaggi non mettono mai in dubbio è la verità e l’autenticità dei propri sentimenti e della propria attrazione. Forse è tipico delle fasi più belle dell’innamoramento non prevedere la possibilità che rapporto un giorno finisca e che ci sia disamore, però questa possibilità loro non sembrano contemplarla. Anche se gli altri lo fanno per loro. Sul piano puramente emozionale, la serie è molto più ottimista di quanto sarei io, che vedrei sicuramente aumentate difficoltà nel gestire un rapporto a tre, anche solo per il fatto che ci sono più persone da tenere in considerazione e quindi potenzialmente più ostacoli. In questo si è piuttosto ingenui e favolistici. Intenzionalmente, ritengo.  

Quando Keiran e Gemma decidono di sposarsi, affrontano in modo molto esplicito la questione, e dalle loro parole è chiaro che lo standard verso cui giudicano la possibilità di esprimere il proprio amore è sempre nei termini della monogamia eteronormativa, anche lì dove è chiaro che il desiderio invece li porta a pensare a tre. In questo senso, così come nella decisione di fare una sorta di coming out, c’è l’interrogarsi della serie su che cosa sia legittimo e che cosa no.

Non ci sono dubbi però che vengono rappresentate come tre persone innamorate le une delle altre, e quella che viene mostrata è autenticamente una famiglia, un’opzione relazionale meno usuale, ma non di meno valida, piena di momenti romantici così come di momenti che spezzano il cuore, e di situazioni in cui ci si dà piacere e sostegno così come ci sono difficoltà che si affrontano insieme: siano esse fisiche, economiche o quotidiane, è una relazione che funziona e che dà felicità ai coinvolti, per quanto possa apparire bizzarra, o poco appropriata agli altri. Si dichiarano di essere gelosi gli uni degli altri, anche se devo dire che non l’ho visto. Inizialmente vedevo più “compersione”, come chiamano nell’ambiente poliamoroso la gioia empatica che si prova quando una persona che amiamo è felice con un suo altro partner. Ma in realtà anche questa l’ho vista poco, perché l’ho vista proprio più come un’armonia concepita sempre a tre.

Ho apprezzato il fatto che sia stata trattata questa tematica che rimane ancora taboo, mostrando anche le varie reazioni sociali – il giorno del suo compleanno, Ray (1.07) deve trovare il modo di spiegarlo alla madre; la collega di Kieran è fin troppo entusiasta all’idea di trovare qualcun altro che ha questo tipo di relazione. Se ne parla un po’ di più del passato – The Good Doctor nella sua quarta stagione ha introdotto un personaggio che si definisce poliamoroso – ed è indubbiamente un modo di allargare la finestra di Overton, e “normalizzare” forme d’amore esistenti viste socialmente con sospetto. Sebbene ben costruita e ben recitata, con i personaggi molto convincenti nel loro amore, la serie è tuttavia priva di mordente, stanca.

mercoledì 10 novembre 2021

PURE: coraggiosa e audace

Pure (su RaiPlay in Italia, ma dell’inglese Channel4), una serie britannica di una sola stagione (non è stata rinnovata) di sei episodi basata sull’omonimo libro di Rose Cartwright, ha come protagonista Marnie (Charlie Clive, al suo primo ruolo televisivo), una ventiquattrenne tormentata costantemente da pensieri sessuali intrusivi da quando aveva 14 anni.

Quando questi costanti flash di atti sessuali, in cui lei a volte è coinvolta, a volte è solo spettatrice, in occasione dell’anniversario dei suoi genitori cominciano a riguardare anche loro, si spaventa ancora di più e scappa dalla Scozia a Londra cercando una via di fuga. Lì almeno, fra milioni di persone, non deve dimostrare niente a nessuno e può essere chiunque.  

È un dramedy, e c’è molta leggerezza anche nel trattare una questione delicata e difficile. Lei a un certo punto dice di essere come il protagonista de ll Sesto Senso, solo che invece di vedere persone morte, lei vede persone nude (1.01). Si sghignazza, ma a quel punto è già molto ben chiaro come sia una sofferenza per lei vivere tutto questo, e di come lo sarebbe per chiunque. Ipotizza di essere lesbica, e di non ammetterlo nemmeno con sé stessa, ma queste fantasie che non riesce a controllare le impediscono anche di fare sesso: quando si trova con la testa fra le gambe di una ragazza per la prima volta, immagina di farlo con sua madre e non riesce a proseguire. Non esattamente una goduria.  E fantasie con uomini mettono in crisi anche l’ipotesi che sia lesbica. “Non so che cosa non vada in me”, si dice, e si vede che è un tormento. “Non è sexy, è disgustoso” (1.02) quello che le accade, per come lo vive.

Non trova sollievo nemmeno dal partecipare a un gruppo di auto-aiuto (1.02) per persone dipendenti dal sesso o dalla pornografia. Gli altri la guardano senza riconoscerla e lei stessa si rende conto che non appartiene a nessun gruppo. Finché non sembra riuscire a dare un nome a quello che ha: OCD – disturbo ossessivo compulsivo, che per sé stessa aveva escluso. Il titolo lo avevo immaginato come un riferimento alla purezza in modo ossimorico, visto il problema con cui convive la ragazza, ed è probabile che anche questa lettura sia voluta, ma in realtà viene proprio da “Pure O”, O puro, noto anche come OCD puramente ossessivo, l’etichetta che viene data a quello di cui soffre. Finalmente prova sollievo. Ma non è sufficiente, rimane fortemente confusa: perché lo immagina, se non desidera farlo? Come distinguere se si tratta di una compulsione patologica o se è genuinamente attratta da qualcuno e arrapata? (1.04)

Alle normali difficoltà di scoprire chi si è e che cosa si cerca in una relazione e nel rapporto con gli altri si aggiunge tutta una dimensione che fa interrogare la protagonista su sé stessa e se mai possa avere una vita normale. C’è paura, disorientamento e solitudine. E si medita anche sull’intimità, su come sia il poter confessare a qualcuno le proprie vulnerabilità e quello che ci spaventa di noi stessi, cosa che lei non riesce a fare con l’amica Shereen (Kiran Sonia Sawar, The Nevers) che la ospita a casa sua, o con l’amica storica Helen (Olive Gray) che va a trovarla (1.05), ma che invece le viene naturale con l’amico appena conosciuto nel gruppo di auto-aiuto, Charlie (Joe Cole, Black Mirror), che ha una storia secondaria, con il quale si trova in sintonia per avere entrambi problemi “inconfessabili” perché socialmente tabù. Poi la gente magari ti sorprende. Il messaggio finale è infatti comunque di speranza: per trovare veramente se stessi bisogna avere il coraggio di mostrare agi altri chi si è veramente, anche o forze soprattutto quando mostrarlo ci fa paura.

La sceneggiatura di Kirstie Swain, che ha adattato il libro, ci offre una serie su sessualità e salute mentale che non è azzardato definire coraggiosa e audace. 

lunedì 1 novembre 2021

EVIL: la seconda stagione

Anche più che nella prima, ha continuato a essere godibilissima la seconda stagione di Evil (che dalla CBS si è spostata alla Paramount+) dove, attraverso l’espediente di un procedurale in cui il trio di protagonisti deve indagare sulla validità di presunte possessioni demoniache, eventi sovrannaturali vari e affini, esamina questioni pesanti come la natura del male, il libero arbitrio, psicologia e spiritualità, traumi e paure, fede e ragione…E per certi versi sarà anche considerata una sorta di X-Files più moderna e religiosa, ma vede i protagonisti molto personalmente compromessi, e immersi in modo personale tanto quanto i personaggi della settimana il cui caso devono investigare. Nella seconda stagione in particolare emergono i loro demoni più oscuri.

David Acosta (Mike Colter, Luke Cage), che è prossimo all’ordinazione sacerdotale della season finale (2.13), è tormentato da visioni che cerca di decifrare. E a pungolarlo è anche il demoniaco Leland Townsend (Michael Emerson, Person of Interest, Lost). Tutte le interpretazioni sono molto convincenti, ma come sempre Emerson è sinistramente magnetico, creepy, minacciosamente umoristico anche: qualunque scena con lui è must-see, non si riesce a smettere di guardarlo. Schernisce, irride, pungola, stuzzica, e si infiltra nella vita dei personaggi: un vero incubo.  Lo scettico Ben (Aasif Mandvi, The Daily Show), che non crede ma è stato comunque cresciuto in una famiglia dove la madre era una devota musulmana, deve fare i conti con quella eredità spirituale, pur rigettandola, e permette alla serie di espandere il suo sguardo al di là della chiesa cattolica, che qui è il loro “datore di lavoro”. Perfino il vescovo Marx (Peter Scolari, recentemente scomparso) è stato al centro di un episodio in cui sono venuti a galla i suoi fin troppo umani peccati. 

Chi in quest’arco è stata più messa sotto pressione è stata la psicologa Kristen Bouchard (una spettacolosa e versatile Katja Herbers, Westworld). Si lamenta il fatto che mentre agli uomini ormai è stato permesso di avere dei forti antieroi (The Sopranos e The Shield sono i primi due programmi che di primo acchito mi saltano alla mente), per le donne non è stato finora altrettanto facile. Ho apprezzato intellettualmente, ma sono stata anche moralmente in difficoltà ad accettare una “eroina” che ha ucciso in modo premeditato l’uomo che minacciava le sue figlie. La stagione si apre proprio a ridosso di quell’atto. Aveva tutte le giustificazioni possibili, ma è diventata un’assassina, tormentata lei stessa da quanto ha fatto. Non un terreno facile su cui tenerla. Si rivolge al suo psicoterapeuta, il dottor Bogg (Kurt Fuller). E attraverso sogni e visioni e altri espedienti il rimorso di lei e la paura sono venuti a galla, fino al crollo (2.13). Il suo comportamento è cambiato, è diventato aggressivo e violento in alcune occasioni, ed è stato notato. La scomodità della sua posizione è stata tanto più rilevante in quanto lei stessa lo condanna razionalmente e non vuole che diventi l’insegnamento che lascia alle sue quattro figlie. La serie rimane ambigua, e questa è parte della sua forza.

Ogni puntata si apre con un “caso della settimana” che viene annunciato da un libro pop-up di cose terrificanti che ha il titolo dell’episodio. Ha dialoghi intelligenti e storie che vengono direttamente dai titoli dei giornali, così come i King, che qui sono ideatori e produttori esecutivi, ci hanno abituato in The Good Wife e The Good Fight. Non condivido che abbia un livello di caos pari a The Leftovers, per quanto senza essere pretenzioso, come ha twittato Emily Nussbaum, ma sottoscrivo il fatto che continui a sorprendere per la sua capacità di miscelare gonzo e filosofico. A volte si vorrebbe che quest’ultimo aspetto fosse maggiormente approfondito. La linea di fondo sembra essere, a dispetto di tutto lo scetticismo, che c’è una guerra in corso fra bene e male, una guerra spirituale che diventa tanto più fisica quanto ci sia avvicina alla sua realtà, verità, essenza.  

E i personaggi che incarnano varie prospettive sono sempre messi in crisi essi stessi.

Un tema caro già nella prima stagione è stato quello della misoginia. Questo giro torna ad esempio in “S sta per Silenzio” (2.07), quando si recano in un convento dove i monaci hanno fatto voto di silenzio e dove lavora una giovane suora al loro servizio, che stringe un’istantanea gioiosa amicizia con Kristen. La disparità e la segregazione fra uomini e donne così come il trattar male delle donne non viene accettata perché quello è il loro modo di fare, ma viene sottolineata in più passaggi. E l’introduzione dell’apparentemente mite Sorella Andrea (Andrea Martin), particolarmente ostile, dà un ulteriore rinforzo femminile alla serie.

La storyline orizzontale di sottofondo, già ripresa dalla precedente stagione, che vede la squadra credere che i demoni abbiano il controllo di una clinica della fertilità e corrompano spiritualmente gli ovuli delle donne in attesa, ancora deve trovare una risoluzione, e il coinvolgimento sempre maggiore della madre di Kristen, Sheryl (Christine Lahti), offre molto materiale per una prossima attesa terza stagione. 

martedì 26 ottobre 2021

GHOSTS: una sit-com di spiriti e di spirito

Avevo casualmente visto il pilot della versione inglese di Ghosts in un viaggio aereo di ritorno dagli Stati Uniti, nel 2019, anno in cui ha debuttato. Mi era piaciuto a sufficienza da voler vedere subito il remake americano, che gli rimane molto fedele, nell’incipit. Da quello che ho letto – non ho modo di verificarlo di prima mano – se ne discosta dalla terza puntata.

Il concetto è forte, e l’umorismo non manca. Una giovane giornalista freelance newyorkese, Samantha (Rose McIver, iZombie) riceve in eredità una grande dimora di campagna che non sa essere abitata da fantasmi. Nonostante l’iniziale diffidenza di lui, lei e il marito Jay (Utkarsh Ambudkar), un cuoco, decidono di rinnovarla per farne un bed&breakfast. Durante la permanenza sul luogo, lei cade dalle scale. Tecnicamente morta per 3 minuti a seguito dell’esperienza, quando torna a casa, questi fantasmi li vede come se fossero in carne e ossa. Non è pazza. E per gli spiriti che vagano per la casa è fantastico avere una viva con cui comunicare. Loro sono morti in varie circostanze e epoche diverse.

Hetty (Rebecca Wisocky) è l’originaria proprietaria della casa. Issac (Brandon Scott Jones) è un veterano della guerra d’Indipendenza morto per dissenteria, evidentemente ma non esplicitamente attratto dagli uomini. Pete (Richie Moriarty) è un capo dei boy scout morto nel 1985 per una freccia conficcata nel collo. Flower (Shelia Carrasco) è una hippie morta per l’attacco di un orso con cui cercava di fare amicizia (complici le droghe). Trevor (Asher Grodman) è l’ultimo deceduto in ordine di tempo, un trader di Wall Street donnaiolo e amante della bella vita, morto senza pantaloni. Alberta (Danielle Pinnock) è una cantante flapper morta per un possibile attacco di cuore, anche se lei è convinta di essere stata assassinata. Sasappis (Roman Zaragoza) è un nativo americano della tribù dei Lenape. Thorfinn (Devan Chandler Long) è un tonitruante vichingo che ha visto la fine colpito da un fulmine. Crash (Hudson Thames), decapitato, è per ora apparso solo nel pilot, ma la produzione dice che potrebbe tornare in episodi futuri. Poi ci sono una serie di fantasmi senza nome morti di colera, emaciati, puzzolenti.

Le dinamiche fra i fantasmi sono scoppiettanti. Sono un gruppo di mal-abbinati che difficilmente si sarebbero trovati volontariamente insieme, ma che ora devono passarci l’eternità, o quanto meno il tempo necessario a, finalmente, raggiungere l’aldilà a loro negato. Parte dell’umorismo viene da fatto che arrivano da contesti e epoche molto diverse fra loro per cui non colgono i reciproci riferimenti culturali, o hanno modi di pensare diversi. Molti di loro non hanno idea di che cosa possa essere un film, ad esempio, e Thorfinn è esaltato quando vede per la prima volta un televisore e vede che parlano della sua gente; Isaac è entusiasta all’idea che in Internet si possa sapere qualcosa di lui, in che modo viene ricordato, avvilito che Alexander Hamilton sia diventato più famoso di lui; Hetty ha vissuto in un’epoca in cui alle donne non era concesso votare, e lei è contraria che lo facciano, e ci vuole Alberta a farle vedere la situazione in una prospettiva differente, quando si tratta di scegliere qualcuno che faccia loro da rappresentante con i vivi...  

Ideato da un nutrito gruppo di autori (Mathew Baynton, Simon Farnaby, Martha Howe-Douglas, Jim Howick, Laurence Rickard, e Ben Willbond) la sit-com è stata adattata per l’americana CBS da Joe Port e Joe Wiseman, già produttori di Zoey’s Extraordinary Playlist. L’umorismo è ora buffo e un po’ svitato, ora profondo e intenso. Da una premessa anche sufficientemente sciocca infatti c’è il potenziale di riflettere col sorriso in termini storico-antropologici su diverse questioni, volendo. La serie è stata confermata per un’intera stagione per cui ci sarà tempo di approfondire gli archetipi messi in scena. Inizialmente non ero troppo convinta dell’intesa fra i due sposini, che apparivano poco in sincronia, ma già dalla seconda puntata questa sensazione per me è sparita – forse ero io. Se regge nel tempo quello che le prime puntate offrono, si ha garantita una serie allegra, con cuore, leggera ma non stupida, insomma piena di spiriti e di spirito.