mercoledì 20 giugno 2018

UPFRONTS 2018 - 2019: NBC



La NBC agli upfronts ha presentato i seguenti programmi:

I feel bad. È una commedia scritta da Aseem Batra, sulla base di un libro di Orli Auslander, e prodotta da Amy Poehler. Protagonista è una donna – mamma, moglie, amica, figlia, capo – che si ritrova spesso a dispiacersi per la varie situazioni della vita. Qui il promo.   

Manifest. È stato definito una sorta di Lost al contrario. Un aereo ricompare dopo essere misteriosamente scomparso senza alcuna traccia cinque anni prima. Per i passeggeri però si è trattato di un istante. La serie segue le vite di alcuni di loro dal momento del loro ritorno a casa dove, nel frattempo, le cose sono cambiate. La serie, scritta da Jeff Rake (The Tomorrow People), è prodotta da Robert Zemeckis. Qui il promo.

New Amsterdam. Si tratta di un procedurale medico ambientato in un centro d’elite modellato su un centro realmente esistente, il Bellevue di New York, il più vecchio ospedale pubblico del Paese. La serie è anche ispirata dal memoir di un medico che vi lavorava, Eric Manheimer, che è produttore. Qui il promo.

Per mid-season sono invece in palinsesto:

Abby’s. Ideata da Josh Malmuth (Superstore, New Girl) e prodotto da Mike Schur (Parks and Recreation, The Good Place), si tratta di una sit-com multi-camera ambientata, alla Cheers, in un bar di San Diego, dove si ritrovano clienti abituali e dove sono banditi i cellulari.   

The Enemy Within. Un’agente della CIA diventata una traditrice (Jennifer Carpenter, Dexter) viene liberata dalla prigione di massima sicurezza dove sta scontando l’ergastolo da un’agente dell’FBI che la vuole come assistente nel catturare un pericoloso criminale. La serie è ideata da Ken Woodruff (Gotham).  

The InBetween. In questo procedurale, una giovane donna non solo vede i morti, ma riesce pure a comunicare con loro e aiuta la polizia di Los Angeles a risolvere i crimini più svariati grazie al suo dono. La serie è ideata da Moira Kirland (Madam Secretary).   

The Village. Questa serie, un po’ alla This is us, segue le vite di un gruppo i persone che vivono nello stesso complesso di appartamenti a Brooklyn. Ci sono una madre single che cresce una figlia adolescente incinta, un veterano di guerra ferito, uno studente in legge che vive con una persona molto più vecchia, un immigrato illegale… La serie è ideata da Mike Daniels (Sons of Anarchy, Shades of Blue).  


Per il 2019 è poi prevista:

The Gilded Age. Ordinata direttamente a serie senza neanche un pilot, è ideata da Julian Fellowes ed è descritta come la versione americana di Downton Abbey ambientata nella New York del 19° secolo. Si seguono le vicende di una ricca famiglia di un magnate delle ferrovie. Le puntate saranno 10. 

domenica 10 giugno 2018

Addio a ANTHONY BOURDAIN: appunti sulla quinta stagione di NO RESERVATIONS


Photo credit: CNN

Si rincorrono i tributi alla memoria dello chef-narratore e personalità televisiva Anthony Bourdain, che si è tolto la vita nei giorni scorsi. Mi piaceva molto e mi ha rattristato la sua scomparsa. Mi sono resa conto che “avevo nel cassetto” alcuni “appunti”, scritti ancora nel 2011, sulla quinta stagione di No Reservations with Anthony Bourdain. Non li avevo mai pubblicati perché mi mancavano delle puntate da vedere. Non importa, lo faccio ora anche così. È il mio piccolo modo di rendergli omaggio.

Ogni città ha uno stile e un’atmosfera tutta sua e Bourdain ne tiene conto nel modo con cui la racconta. Scrive, viaggia, mangia… e parla con le persone, famose al grande pubblico e famose per coloro per cui cucinano ogni giorno, fosse anche solo per i propri familiari. Le relazioni fra le persone sono importanti tanto quanto il cibo, si costruiscono attraverso di esso e rendono l’esperienza del suo consumo più ricca e intensa. E lui vi si sofferma, chiedendo spiegazioni, accomodandosi intorno al tavolo delle case che la gente apre per lui mettendosi così a sua disposizione. Un misto di vita sociale e di esperienze gustative casalinghe. In un mondo globale si mostra l’eccezionalità dei luoghi singoli, dove permangono tradizioni conservate spesso da tempi immemorabili. Irripetibili. Il locale sopravvive su tutto con la sua ricchezza, particolarità, gusto.

Mexico (5.01). Prendersi il tempo di fare le cose per bene. Ore di lento sobbollire. Persone che ti parlano attraverso il cibo, ti dicono qualcosa su di sé, della propria famiglia, del loro Paese, della loro zona, della loro città, e alcuni dei venditori di cibo di strada più veloci del mondo. Guida è il suo amico-cuoco Martin, entrato negli Stati Uniti in modo illegale a 17 anni, per poi trovare successo dietro ai fornelli e riuscire a ottenere in seguito la cittadinanza. Dieci anni ci sono voluti perché tornasse nel suo Paese la prima volta. Un corrida, le tacos, bevande impronunciabili, l’isola delle bambole, dove bambole mostruose tengono lontani gli spiriti… Le mani del Messico: persone che fanno le cose a mano, tutto a mano, quello stesso giorno;  il passaggio del cibo da una mano all’altra. L’abile preparazione dei piatti, sapori, consistenze, colori, dice qualcosa di personale: da dove viene il cuoco, qui è dove sono stato, questa è la mia storia, questo è quello che amo.

Venezia (5.02). Un ritratto incantato fra calli e canali, fra gli echi del passato e le suggestioni del presente, fra palazzi, ristoranti e tavole di casa in giardino e trattorie e bacari. In Piazza San Marco, alla Giudecca, a Burano, a Marghera, al Lido… Si scopre la Venezia più tipica, dai cicchetti (che però sono bicchierini alcolici, non stuzzichini, nel solo piccolissimo fraintendimento in un abbondantissimo rincorrersi di specialità) alle ombre, dalle moleche  al fragolino, al fegato alla veneziana, alle sarde in saor, baccalà mantecato, bigoli in salsa, risotto Go e pasta: perché “senza la pasta la vita è un peccato contro Dio e tutto ciò che c’è di buono e decente a questo mondo”. Veneziani come artisti, in cucina e fuori, con passione, pazienza, e la piccola presunzione di essere migliori degli altri. È catturata nella sua essenza e scoperta di nuovo anche per chi la conosce bene, con osservazioni pregnanti e un sapiente uso di filtri che trasmette il senso della storia e della civiltà che si condensa sulle superfici di Venezia. Una lettura colta e golosa.

Washington DC (5.03). Città visibile e invisibile, di potere e di impotenza, città dove ci sono bellissimi monumenti a rappresentare bellissime idee: così la descrive Bourdain dopo un inizio in cui le interruzioni di aerei, elicotteri, macchine, sirene, bambini hanno bloccato qualunque ripresa. Dal locale di chili esistente dai tempi di Martin Luther King, all’apparente banale tipico hamburger vicino al “museo delle spie” sulla cui “arte” impara qualche trucco, alla conversazione con George Pelecanos, al pollo di cui tutti parlano, al megacentro di specialità vietnamite fra cui uno dei tanti locali tipici prepara carne cruda molto lunga da masticare accanto a formaggio fatto in casa, da raccogliere con un pane spugnoso e immergere in una salsa fatta fermentare perfino con la coca-cola, agli artistici assaggini di un raffinato mini bar, all’ex-galeotto che lavora in una cucina che non solo aiuta gli affamati, ma insegna un mestiere ai fornelli e offre un futuro a persone che non ne avrebbero uno diversamente… La capitale non è solo potere e politica, ma gente comune, con passati talvolta difficili, che lavora duramente.

Le Azzorre (5.04). Il verde, l’Oceano, la natura rude, i “buchi” nella terra che odorano come se le terra scoreggiasse, le isole sperdute dove si mangiano frutti di mare, la terra incontaminata e i sapori che mescolano oceano e Mediterraneo, staccandosi da quest’ultimo e dal vicino Portogallo in modo deciso, nella percezione di una identità autonoma.

Chicago (5.05). La sola altra metropoli degli Stati Uniti, secondo il conduttore, a parte New York. I migliori hot-dog del mondo e il miglior panino, una bomba chiamata “i tre porcellini”, e una quantità di cibi da strada “cattivi” in senso buono e cibi iper-raffinati di pesce e frutti di mare, o di cucina “terroristica”, dove anche il menù è commestibile. Una metropoli, ma rilassata.

Food Porn (5.06). Cibo e pornografia usano un “linguaggio visuale” simile e in questo parallelo tracciato da Bourdain è facile vedere fino a che punto: dalle inquadrature dei dettagli, ai mugugnii di piacere, al money shot dei programmi televisivi. Ma pornografia è anche piacere di guardare senza poi di fatto fare, e quello è anche il senso di “pornografia del cibo” in questa puntata: i cuochi più diversi preparano per Bourdain (mentre lui li guarda da una sala cinematografica) quello che è per loro il non plus ultra del cibo, siano capelli d’angelo in una salsa di ricci di mare e una copertura di caviale o sia un uovo basotto ricoperto da una fonduta di formaggio e scaglie di tartufo nero. Giapponese, coreano, francese e italiano che trovano unità creativa sotto lo stesso menù al Momofuku per un originalissimo pantagruelico pasto che vede il cuoco dichiarare che pane e burro sono per lui la pornografa del cibo. Il maiale usato in tutte le sue parti, dalla coda ripiena al naso, da una impossibile ghiottoneria all’altra appoggiate, una volta cotte, in modo da  ricostruire l’animale su un tagliere che ne riproduce l’immagine, pezzo per pezzo: sono la specialità di un gruppo di cuochi che se lo consumano mezzi nudi. Cioccolata trattata in modo tale da sembrare gioielli. Il porno personale di Bournain: pho vietnamita, una zuppa di pasta lunga, carne, verdure e ingredienti vari – calda, gustosa, “slurp”osa. E si vuole una versione culinaria di qualche feticcio? Basta andare magari in Corea o in qualche altra parte del mondo dove i piatti qui guardati sono comunemente apprezzati – insetti compresi. Piacere, voluttà, peccato. A volte viene in forma semplice, altre volte in vesti sofisticate. Un’orgia di cibo di proporzioni epiche.

Filippine (5.07). Polpettine di pollo fritte immerse in salse e mangiate da un lungo stuzzicadenti, tofu con sciroppo di tapioca bevuto da un bicchierino di plastica, “pansit” (tagliolini di pasta di riso conditi in modo vario)… Un giro in una “dampa”, mezzo mercato, mezzo locale dove ti cucinano a piacimento ciò che hai comprato. Un vero melting pot in cui è difficile indicare le influenze culinarie e in cui il cibo nazionale è l’adobo (ovvero qualunque combinazione di cibo passata con aglio, cipolla, peperoncini piccanti, salsa di soia). Tanto latte di cocco. Sisig.

La Manhattan che sta sparendo (5.08), lo Sri Lanka (5.09)

Vietnam (5.10). Un viaggio fra passato e presente, un Paese dove la guerra del Vietnam è chiamata “la Guerra americana”, dove marito e moglie subito dopo sposati hanno dovuto combattere uno contro l’altro negli scontri fra Vietnam del Nord e del Sud. Un Paese brulicante di gente dove Bourdain pensa di magari trasferirsi un anno con la famiglia e dove dice addio a una cuoca che  si è presa cura di lui e di cui incontra la famiglia e alle cui ceneri rende omaggio.  Un Paese dove la gente vive ancora in gran parte come un secolo fa e dove il tempo si ferma il lasso di una deliziosa minestra calda, un Paese che sembra immune alla globalizzazione salvo poi scoprire nel centro boutique di Dolce & Gabbana, Luis Vuitton, Gucci. Le campagne delle risaie, il locale dove si cucina illegalmente che si nasconde per il tempo di un passaggio della polizia per poi riprendere alacremente, le baguette farcite di ogni ghiottoneria…

Chile (5.11), Australia (5.12), la Rust Belt (5.13), Cibo di strada (5.14), San Francisco (5.15), la Tailandia (5.16), Montana (5.17), Domande Scottanti (5.18), Quartieri Esterni di New York (5.19).

Sardegna (5.20). Casa. È quella la sensazione che dà a Bourdain la Sardegna, e per una ragione molto specifica. Sua moglie Ottavia è italiana e i suoi familiari abitano in Sardegna. È perciò tutta la famiglia quella che lui ha reclutato per portarci in provincia di Nuoro, ad Oristano e in altre località dell’isola. Pane Carasau con pecorino, salumi e vino rosso; malloreddus; pasta con la bottarga che gli mette la scintilla negli occhi; ricotta fresca ricoperta con un filo di miele; carne d’asino. Di specialità ne assaggia molte, come sempre, gira per le strade, ammira i graffiti sui muri, conversa infilando qui e lì una parola di italiano. E coglie al volo il fatto che per molti italiani, con una cucina così, uscire a mangiare al ristorante è quasi un “character flaw”, un difetto del carattere. Come è vero!

Come sempre, anche per la quinta stagione, di 20 puntate, tanti luoghi, tante ghiottonerie e tanta cultura.

mercoledì 6 giugno 2018

POSE: trans, ballroom culture, famiglia


Il debutto di Pose (sulla rete americana FX) ha convinto molto di più di quanto non ci si aspettasse perché, confezionato in una narrazione molto tradizionale, apre a un mondo totalmente sconosciuto ai più. Il senso di anticipazione per la nuova serie firmata da Ryan Murphy, che l’ha ideata insieme a Brad Falchuck e Steven Canals, già era alta: fa la storia della televisione per avere il più grande numero di attori trans come protagonisti e il più ampio cast di interpreti LGBTQ di qualunque serie di narrativa. L’Huffington Post riporta anche (qui) che tutti i proventi andranno in beneficienza a sfondo “arcobaleno” e in particolare focalizzata su gruppi transgender. 

Siamo a New York alla fine degli anni ’80 e si guarda alla “ball culture” e alla sua comunità, e al “house system” che, come spiega wikipedia e come illustra già il pilot della serie in modo molto efficace senza essere didascalico, indica una subcultura underground LGBT negli Stati Uniti, in cui le persone “sfilano” (“walk” in inglese), ovvero competono, in alcuni eventi chiamati “balls” (balli) davanti a una giuria e a un pubblico per vincere dei trofei. Alcuni si sfidano proprio nel ballo, nella house dance chiamata “voguing” (resa popolare da Vogue di Madonna e dal documentario Paris is Burning), altri nel travestimento drag, ma ricevono voti anche per i costumi, l’aspetto e l’atteggiamento. Quelli che si sfidano appartengono a “houses” (case) che sono una specie di famiglie alternative formate prevalentemente da giovani omosessuali neri e ispanici che trovano accoglienza. Queste case sono guidate da “madri” o “padri” che seguono e aiutano i “figli” della casa. Chi fra le case guadagna più trofei e riconoscimenti diventa “leggendario”.   

L’incipit della serie vede proprio i membri della House of Abundance che rubano da un museo degli abiti regali per vincere a basi basse nella gara (ve ne sono diverse) che richiede loro di vestirsi da reali –  “La categoria è…” annuncia il presentatore Pray Tell (Billy Porter) per ognuna. Questo è il biglietto da visita dello sfolgorante, scintillante mondo che stiamo per imparare a conoscere. Presto capiamo che è un costume variopinto sotto cui batte il cuore di un family drama di inclusione e accettazione. Subito dopo, con una situazione che è fin uno stereotipo per quanto tragicamente comune era - e magari è, anche se mi illudo sempre meno -, ci viene presentato Damon (Ryan Jamaal Swain): ha diciassette anni e adora ballare; quando confessa al padre, che si vergogna di lui, che è gay, questi lo sbatte fuori di casa dicendogli “per me sei morto”, e la madre rincara la dose ammonendolo sul fatto che Dio lo punirà dandogli “quella malattia”, e che si tratti dell’HIV/AIDS pre-possibilità-di-cure non è nemmeno necessario dirlo. Ad avere la certezza di essere sieropositiva è la transessuale Blanca (MJ Rodriguez) che decide di lasciare la House of Abundance guidata dalla “madre” Elektra (Dominique Jackson) per fondare, nel tempo che le rimane, una casa sua, la House of Evangelista (in onore della modella Linda Evangelista). Blanca invita Damon, che di tutta questa cultura è digiuno, a entrare a far parte della sua casa. E a lei si unisce anche Angel (Indya Moore), che inizia una storia con Stan Bowes (Evan Petters). Nell’era reaganina che permette l’ascesa dell’impero Trump e di una vita di lusso ed eccesso, Stan lavora per il magnate, assunto da Matt (James Van De Beek, Dawson’s Creek) e la sera torna a casa dalla moglie Patty (Kate Mara, House of Cards) e dai figli, ma non riesce ad arginare l’attrazione per Angel, che sa bene non essere socialmente accettabile.  

La recitazione è impeccabile e Pose intelligentemente, forse perché sa quanto inusuali sono questo genere di soggetto e di casting, usa di proposito una narrazione e uno stile molto tradizionale e “confortante”: si mostrano persone che, come tutti (generalizzo, ma passatemela), vogliono essere accettate per se stesse, per la verità di quello che sono intimamente, amate e circondate da una famiglia che tiene a loro - Angel sogna il principe azzurro, Blanca pretende che i suoi “figli” tengano all’istruzione perché è il solo modo di andare avanti nella vita e definisce e si comporta da madre spingendo perché Damon entri in una scuola di danza… 

La società potrà emarginare certi gruppi, ma rimangono persone la cui umanità qui viene celebrata. Murphy e i suoi adottano l’approccio più sconcertantemente “già visto” a cui siamo abituati – con espliciti riferimenti a classici degli anni ’80 come Flashdance o Saranno Famosi, e abbondanti tracce musicali di quegli anni – quasi proprio a far capire a quelli di noi che non fanno parte di quella realtà che nonostante l’apparenza non sono poi così distanti da quello che conosciamo, e a mostrare a chi invece ne fa parte che vengono visti e riconosciuti e apprezzati. Una scelta che mi ha sorpreso perché è sensata, elegante, intelligente e coinvolgente. In effetti questi personaggi, anche solo dal pilot, sanno già di famiglia.     

giovedì 31 maggio 2018

UPFRONTS 2018-2019: CBS


La CBS ha presentato agli upfronts  per la stagione 2018-2019 i seguenti programmi:


FBI. È un procedurale su come funziona un ufficio dell’FBI di New York realizzato da Dick Wolf e dal team che sta dietro al franchise di Law & Order. Sono state ordinate 13 puntate  prima ancora che ci fosse un copione. Nel cast ci sono Missy Peregrym e Jeremy Sisto. Qui il promo.


God Friended Me. Il presentatore di un podcast che si autodefinisce “un fastidioso ateo che vuole farti pensare”, ma il cui padre è un reverendo, non è così certo di che cosa pensare quando Dio gli chiede amicizia su Facebook e poi gli manda dei poke che lo spingono ad aiutare delle persone per ragioni che non sono immediatamente chiare. La verità nasconde più di quanto chiunque immagini.  La serie è ideate da Bryan Wynbrandt e Stevem Lilien. Qui il promo.


Happy Together. Una coppia di trentenni con una riva molto tranquilla e ordinaria,  cerca di sentirsi di nuovo giovane e cool, quando si trasferisce da loro una pop star emergente che cerca di nascondersi ai paparazzi. Una commedia con Damon Wayans jr.  Qui il promo.


Magnum PI. Basato sull’omonima serie degli anni ’80, qui Magnum è un investigatore che, come nell’originale, guida una Ferrari, è un veterano di guerra (in questo caso quella dell’Afghanistan) e lavora con l’aiuto di due suoi amici, TC e Rick, e dell’ex-agente del MI:6, Higgins, ora una donna.   Qui I promo.


The Neighborhood. È una sit-com. Un uomo bianco molto gentile a amichevole nei confronti dei propri vicini di casa si trasferisce con la famiglia in un quartiere nero. Non tutti apprezzano la sua espansività. Qui il promo.

 
Murphy Brown. È il revival della ben nota sit-com degli anni ’80. È però un mondo diverso fra canali via cavo che trasmettono notizie a ciclo continuo, social media, “fake news” e un clima politico decisamente differente. Qui il promo.


Per mid-season:

Fam. In questa sit-com multi-camera ideata da Corinne Kingsbury (The Newsroom), una giovane donna (Nina Dobrev di The Vampire Diaries) desidera una vita perfetta con il suo nuovo fidanzato e vuole fare buona impressione sui suoceri, ma il suo sogno viene messo a rischio quando va a vivere con lei ribelle sorellastra adolescente che vuole allontanarsi dall’influenza paterna.


The Code. Siamo alla base di Quantico dei Marine. Le più brillanti menti militari, addestrate come soldati, pubblici ministeri, difensori e investigatori, affrontano i più difficili casi legali, lavorando con integrità e alla ricerca della verità. Gli attori protagonisti, Mira Sorvino e Dave Annable hanno recentemente  lasciato al’improvviso la serie.
  

The Red Line. Siamo a Chicago. Un poliziotto bianco spara a un medico nero. Si esaminano le prospettive di ciascuna delle tre famiglie coinvolte. Si esamina la politica del crimine, spesso personale, con un approccio sia storico che inter-relazionale e razziale. Produttori esecutivi sono Greg Berlanti e Ava DuVernay. Nel cast c’è anche Noah Wyle.


martedì 22 maggio 2018

UPFRONTS 2018-2019: ABC



Agli upfronts la ABC ha presentato i seguenti programmi per la stagione 2018-2019.

Per l’autunno:


A million little things. L’amicizia è “un milione di piccole cose”. Un gruppo di persone di Boston ha stretto amicizia in circostanze casuali:  si sono trovati bloccati insieme in un ascensore. Passa il tempo e ciascuno va avanti più o meno bene con il proprio tran tran personale e professionale. Quando uno di loro si toglie inaspettatamente la vita, questo funge da monito per tutti gli altri. Scritta da D.J. Nash. Qui il promo.



The kids are alright. Ambientata negli anni ’70, in un quartiere operaio fuori Los Angeles, questa commedia segue le vite dei Cleary, una famiglia cattolico-irlandese. Mike e Peggy crescono 8 figli che vivono le proprie giornate senza grande supervisione da parte degli adulti. La famiglia viene sconvolta quando il più grande, Lawrence, torna a casa dicendo che intende lasciare il seminario per andare a “salvare il mondo”. Qui il promo.



Single Parents. È una commedia che segue un gruppo di genitori single che si appoggiano l’un l’altro per crescere i figli di sette anni cercando di mantenere allo stesso tempo un minimo di vita personale adulta. La serie comincia quando il gruppo incontra Will, un trentenne che ha perso la percezione di chi è, completamente dedito alla figlia. Grazie agli altri impara che essere un bravo genitore non significa perdere completamente la propria identità.  Qui il promo.



The Rookie. John Nolan (Nathan Fillion) si trova ostaggio di una rapina e diventa un eroe con il suo comportamento. Questo lo spinge a diventare un poliziotto a Los Angeles, ma viene accolto con scetticismo dai colleghi che considerano la sua una crisi di mezza età. Tenere il passo con i più giovani non è facile, ma lui ce la mette tutta. Qui il promo.


E per midseason:



Grand Hotel. Siamo in un hotel di lusso a Miami Beach, dove viene assunto nello staff un nuovo arrivato. Il proprietario, Santiago Mendoza, la sua seconda moglie Gigi e i figli adulti di lui si godono una vita di ostentazione. In realtà ha debiti ingenti, e non con la banca. Lusso, scandali e segreti in una serie che ha come produttrice esecutiva Eva Longoria. Qui il promo.



The Fix. Maya Travis (Robin Tunney) è un’avvocatessa di Los Angeles che subisce una pesante sconfitta quando un famoso attore viene scagionato da un’accusa di omicidio. Lei si trasferisce a Washington, ma quando la stessa celebrità, otto anni dopo, viene sospettata di un altro assassinio, Maya vuole riprovare a farlo condannare. La serie è co-scitta dall’avvocatessa Marcia Clark, anche produttrice esecutiva. Qui il promo.



Whiskey Cavalier. Questo dramedy di un’ora segue le avventure dell’agente dell’FBI Will Chase (Scott Foley), il cui nome in codice è Whiskey Cavalier, duro dal cuore molto tenero, e dell’agente della CIA Francesca “Frankie” Trowbridge, nome in codice Fiery Tribune. Su lavoro diventano una squadra, e fra loro si crea subito un’amicizia con possibili risvolti romantici. Qui il promo.



Schooled. Lo spin-off di The Goldbergs segue le vicende degli insegnanti della William Penn Academy che nonostante le loro eccentricità sono visti come eroi dai propri studenti.  

martedì 15 maggio 2018

PICCOLE DONNE: pars costruens (parte 2 di 2)


-       Continua dal post precedente -

Dopo una pars destruens, una pars construens di un programma che ho proprio apprezzato. Penso sia anche difficile re-immaginare una vicenda che ha tanta storia e stratificazioni sulle proprie spalle.

Le Piccole Donne immaginate da Heidi Thomas sono più adulte, e più vicine anche di età l’una alle altre, sembrerebbe. Dovrebbero avere 16, 15, 13 e 12 anni. Qui sono tutte giovani adulte. Per quanto mi rammarichi un pochino che non si siano mostrati tutti loro che mettevano in scena insieme i racconti scritti da Jo, le loro attività, il trascorrere tempo insieme e fare scampagnate e il frequentarsi con passatempi probabilmente più consoni all’età ora rappresentata è uscita benissimo comunque. Molto spesso si è mostrata Jo che dava la schiena a Laurie - o Teddy, come lo chiamava lei sola - preferendo concentrarsi sulla sua scrittura. In qualche modo rappresenta fisicamente l’indisponibilità di lei a un rapporto con lui, ma la loro dinamica è stata congegnata in modo molto accorto, così come quella fra Amy e Laurie. Si è stati attenti a costruire un “passato nell’infanzia” per loro, in modo che la loro storia d’amore sbocciata in viaggio in Europa avesse una base solida su cui fiorire. Nel film del ‘49 fanno dire ad Amy che “in Italia la sporcizia diventa colore locale”, cosa che mi ha sempre fatto un po’ ridere, ma mai la si mostra in viaggio. Qui sì, e quel poco che accade è ben realizzato. Nel complesso, il personaggio di Laurie è quello che ci ha guadagnato di più, rispetto a versioni precedenti che ho visto. L’ho trovato perfetto: un attore fisicamente attraente e che ha colto alla perfezione il personaggio. E una scrittura che lo ha supportato. Per la prima volta ho pensato che fosse un peccato che Jo non lo prendesse sul serio.

La prospettiva più adulta c’è anche stata nell’incorporare più che in passato la madre e il padre delle protagoniste. Una brevissima scena che mostra la preoccupazione di Marmee dopo che Jo ed Amy hanno litigato dipinge con una rapidissima pennellata la situazione di una donna che in tempo di guerra deve crescere quattro figlie da sola, con il marito lontano. O ancora, si empatizza quando scoppia in lacrime fa le braccia di Jo nel momento in cui si rende conto che Beth sta morendo e le parla del futuro che immaginava per loro. Il padre, grande assente nella storia, qui ha trovato un suo piccolo spazio. Ho apprezzato il libro “March” di Geraldine Brooks che ha vinto il premio Pulitzer e che ricostruisce la vita del padre distante, e a cui non ho potuto non ripensare. Nella miniserie serie lui in realtà ha un ruolo in fondo inutile, fuori da qualche conversazione con Jo che, appunto, poteva venire fatta meglio con il professor Bhaer. Il padre, un predicatore, alla fine poteva più proficuamente intervenire nei momenti in cui si toccato il concetto di Dio: da molti è stato notato che rispetto al libro il tono religioso è stato attenuato (ma forse qualcuno sovrappone morale e religione?), ma rispetto ad altre versioni io l’ho trovato invece più presente, anche se in modo delicato. In ogni caso, il tentativo di reinserire la figura paterna l’ho apprezzato.

La ritrosia della lentigginosa Beth è diventata quasi patologica qui, ma lei è ritratta meno inerme e più consapevole della sua sorte. E se nella prima puntata mi aveva un po’ irritato il fatto che lamentasse un mal di testa e la madre le rispondesse con un equivalente di “datti una mossa che tutte ne soffrivamo”, in seguito mi è parsa più adeguata, e realistica la rappresentazione della malattia per le conoscenze dell’epoca. Beth non si è mai ripresa fino in fondo dalla scarlattina, ma alla fine qui non si dà un vero e proprio nome a ciò di cui muore. Il suo rimane un personaggio positivo, e il rapporto privilegiato che ha sempre avuto con Jo è stato riscritto in modo efficace. Più debole invece il rapporto con nonno Lawrence.

Delle sorelle quella di cui si è sempre apprezzato meno il talento, perché era in ambito domestico e perché trovava realizzazione in quelli che erano i limiti che la società dell’epoca le imponeva, è stata Meg. Si dice che tutte le ragazze vogliano essere Jo, e si riconoscano in Jo. Io mi sono riconosciuta in tutte loro in un qualche momento della mia vita. Per via dei miei problemi di salute, ho finito per diventare Beth (meno la morte prematura, voglio sperare), ma alla fine quella nei cui desideri mi sono riconosciuta di più è probabilmente Meg. Qui l’ho trovata adeguata, ma in fondo non apprezzata al pari delle altre, come è sempre stato ovunque. Tuttavia, la durevolezza del romanzo è data proprio dalla capacità di mostrare uno spettro di donne che, pur diverse, in quanto ad aspirazioni, hanno tutte una propria dignità. Credo che sia vero quello che dice Sarah Elbert (la citazione l’ho trovata sulla pagina in inglese di Wikipedia), ovvero che si affrontano tre temi principali: “la domesticità, il lavoro e l’amore vero, tutti interdipendenti e ciascuno necessario al raggiungimento dell’identità individuale della sua eroina”. Delle sue eroine, direi io. E la serie questo lo trasmette, come trasmette un ideale di sorellanza realistico e vivo, successo notevole. Zia March, infusa di umorismo alla Violet di Downton Abbey, è uscita grintosa e intelligente, degna zia delle nipoti, testarda, ma umana.

Ho amato molto della serie il modo in cui è riuscita a trasmettere il senso del tempo. Se precedenti versioni sembravano condensare tutto, qui il passaggio degli anni, e il ripetersi dei Natali, ha dato un buon respiro alle vicende, giustificando anche la chiusura di cui parlavo prima. La ricostruzione ambientale e scenografica poi è stata sontuosa, non perché mostrasse lusso, ma per l’effetto cartolina, innevata o verdeggiante a seconda della stagione. Gli esterni e i panorami della città raramente hanno colto altrettanto nel segno. La regia di Vanessa Caswill ha fatto un bel lavoro con un buon uso della cinematografia e della luce.

La critica è divisa sul successo estetico della miniserie. Probabilmente ha ragione un commento che ho letto da qualche parte sul web, ovvero che nessuno sarà mai veramente soddisfatto di una rivisitazione di questa storia perché ciascuno ha un’idea molto personale di come dovrebbe essere. Sicuramente è così per me. È proprio con questa consapevolezza che cerco di aprirmi a questa rilettura che alla fine mi ha soddisfatta. Forse non sarà  proprio il mio Piccole Donne, ma credo renda giustizia a quei personaggi tanto amati.            

lunedì 7 maggio 2018

PICCOLE DONNE: pars destruens (parte 1 di 2)


A qualche riflessione sulla nuova versione in tre puntate per il la BBC1 premetto il fatto che sono una grandissima appassionata della quadrilogia di Piccole donne (quindi anche “Piccole donne crescono”, “Piccoli uomini” e “I ragazzi di Jo”) che ho visto in numerose versioni, incluso un anime giapponese. Quella che mi è rimasta nel cuore, e che probabilmente nella memoria si sovrappone anche al libro, letto ormai moltissimi anni fa, è quella cinematografica del 1949 per la regia di Mervyn LeRoy dove Elizabeth Taylor interpreta Amy. 

Questo più recente adattamento (in Inghilterra è andato in onda il 26, 27 e 28 dicembre 2017) è uscito dalla penna di Heidi Thomas, di nuovo alle prese con una narrazione corale femminile dopo il suo apprezzato Call the Midwife. Siamo in Massachussetts (ricreata ai fini televisivi in Irlanda), nel periodo della guerra civile americana, e vediamo fiorire in giovani donne le quattro sorelle March, ovvero Meg (Willa Fitzgerald), Jo (Maya Hawke, la figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman al suo debutto come attrice), Beth (Annes Elwy) ed Amy (Kathryn Newton, Big Little Lies), che vivono con la madre Marmee (Emily Watson), mentre il padre (Dylan Baker) è al fronte. Meg lavora come istitutrice e sogna sopra ogni cosa una famiglia, Jo aspira a diventare scrittrice e non ha interesse per le relazioni sentimentali, la timida Beth ama suonare il piano ma presto si ammala, Amy ha un grande talento artistico. La ricca zia Josephine (Angela Lansbury) critica il fratello che antepone gli ideali agli interessi economici, ma in fondo non è così aspra come sembra. Il vicino di casa, il signor Lawrence (Michael Gambon), accoglie con sè il nipote orfano Laurie (Jonah Hauer-King) che diventa presto un grande amico delle sorelle: innamorato per anni di Jo finirà per sposare Amy, mentre Meg andrà in sposa all’istitutore di lui, John Brooke (Julian Morris, Pretty Little Liars). Beth muore, Jo guadagna pubblicando racconti e si innamora di un professore di origine tedesca, il professor Bhaer (Mark Stanley), conosciuto in una breve parentesi a New York.   

Questa nuova incarnazione del romanzo di Louisa May Alcott mi ha convinta e appassionata, nonostante abbia diverse critiche da fare. Partendo da queste ultime, devo dire che l’obiezione maggiore che muovo al programma è di avere in qualche modo cancellato o comunque fortemente sminuito la povertà delle protagoniste. Fin dall’incipit, quando Jo si lamenta dell’assenza di doni a Natale, e Meg le risponde sottolineando quanto sia brutto essere poveri, si mette sotto i riflettori nel libro la difficoltà economica in cui si trovano le sorelle (di fatto anche edulcorata, pare, rispetto a quella che vivevano le sorelle Alcott su cui sono ricalcate). Il fatto di dover portare la loro colazione a persone ancor più povere di loro qui non è vissuta come un grossissimo sacrificio; le ragazze non si lamentano di avere vestiti vecchi e consunti non adeguati a una festa a cui devono andare, anzi sono tutte in tiro; quando si recano a un ballo, non soffrono delle frecciatine maligne delle coetanee che commentano con disprezzo il loro stato sociale. Meg viene guardata dall’alto in basso da una ragazza perché lavora per guadagnarsi da vivere, e le viene insinuato che la madre ha intenti da scalatrice sociale nel far frequentare alle ragazze Laurie, e quando il padre si ammala e la madre deve lasciarle per andare al fronte ad aiutarlo, non hanno così tanto denaro da affrontare una grande spesa improvvisa, e Joe deve perciò comunque vendere i propri capelli per racimolare la somma, ma sono comunque persone relativamente benestanti. Ho l’idea che rappresentarle povere avrebbe alienato una parte del pubblico contemporaneo, e mi dispiace molto, perché purtroppo la povertà è una realtà molto presente anche nella vita attuale, e trovare il modo di metterla in scena penso avrebbe fatto un gran bene. In fondo loro erano le ragazzine del loro tempo che non potevano permettersi i vestiti alla moda e che per questo subivano un po’ di bullismo da parte delle compagne.

La versione cinematografica del ‘94 con Winona Ryder nel ruolo di Jo aveva il pregio della consapevolezza che i romanzi nascevano come specchio autobiografico dell’autrice, e incorporavano perciò anche gli aspetti filosofici e culturali dibattuti nella famiglia di Louisa, il cui padre Amos Bronson era un esponente di spicco della filosofia trascendentalista. Qui, si rimane più superficiali. Non basta dire che Jo e il professor Bhaer si recano a un convegno di filosofia e citare Kant e Hegel per dare spessore filosofico alle interazioni. Ho apprezzato che, in modo inusuale nelle trasposizioni su video,  si sia scelto di chiudere con una sorta di flash-forward a quando ormai Jo e il suo innamorato sono sposati e hanno aperto la scuola che è il fulcro del terzo e quarto romanzo del ciclo, ma allo stesso tempo proprio per questo avrebbe avuto più senso dare un substrato intellettuale un po’ più pregnante alle conversazioni, facendo sì che ci fosse una base per intuire il senso di quanto vediamo poi. Una colonna portante della storia è la concezione morale della vita. La scrittrice cilena Marcella Serrano, scrivendo con “Arrivederci Piccole Donne” le vicende di quattro cugine ispirate alle protagoniste, ha sottolineato come questo classico della letteratura dell’infanzia sia ancora tanto importante per le donne perché le ha accompagnate e le accompagna tutt’ora nella loro formazione morale. È anche oggi un punto di riferimento. Lo penso anch’io, perché per me è stato così. Per questo mi rammarico che non si sia prestata più attenzione a questo aspetto, se non un po’ attraverso le conversazioni fra madre e figlia.   

Nella prima puntata ho trovato Jo un tantino maschilista. Nel libro e nelle versioni precedenti che ho visto, l’aspirante scrittrice si lamenta sempre del fatto di essere nata donna e non uomo per le opportunità mancate, però più come una sofferta discriminazione che rivendica una parità, con uno spirito femminista. Nell’originale le si rimprovera di essere un “maschiaccio”, qui mi pare diventi più una sua critica alla presunta “debolezza” e alla “femminilità” delle sorelle, che rimangono in qualche modo più contenute nel ruolo che la storia permette loro di avere. Forse è una mia distorsione della memoria vedere il personaggio come comunque fiero della propria femminilità, ma questa è la prima versione che mi ha fatto percepire che Jo si sentisse di meno, non una pari a cui è consentito di meno per ragioni arbitrarie. Per fortuna questo non c’è stato nelle puntate successive, e ho visto in lei l’eroina indipendente e femminista che ho imparato ad amare. 

Un altro elemento di rammarico per me è stato il personaggio del professor Bhaer. Intanto, in un casting che ho giudicato impeccabile, ho trovato la scelta dell’attore inadeguata, non perché gli mancasse talento, ma perché era totalmente inadatto. E fra lui e Jo non c’era alchimia, erano completamente “sbagliati”. Sono state fatte quelle scene fra loro perché bisognava, ma era evidente che non c’era investimento alcuno. Ho sempre adorato quel personaggio che appare così tardi e riesce a far capitolare Jo ai sentimenti, quando prima aveva sempre dichiarato “io non sposerò mai”, per usare la buffissima traduzione italiana utilizzata nel film di LeRoy. È naturale, sensato, organico, e molto romantico, con la scena sotto la pioggia e l’ombrello. Qui non mi è piaciuta, l’ho trovata non dico forzata, perché non lo era, ma priva del valore e dell’intensità che avrebbe dovuto avere, perché mancava una vera costruzione precedente. Il confronto sul valore della scrittura che Jo fa con il padre, avrebbe dovuto farle con lui, tanto per cominciare. È chiarissimo che qui non si è #TeamBhaer.

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giovedì 26 aprile 2018

HERE AND NOW: la nuova serie di Alan Ball


Alan Ball è tornato e, anche se la critica ha accolto in modo tiepido il suo nuovo “Here and now” (Qui e Ora) per la HBO, diventato “Una famiglia americana” in italiano (su Sky Atlantic), io l’ho trovato in forma smagliante e mi ha conquistato subito.

Siamo a Portland, in Oregon. Greg Boatwright (Tim Robbins) è un insegnante universitario di filosofia diventato celebre per un libro che porta il nome della serie. È in crisi di mezza età  e mette in dubbio i principi che lo hanno guidato finora davanti a una società che lo delude. Si sente spento interiormente e certa di trovar conforto fra le braccia di una prostituta. La moglie Audrey (Holly Hunter) è un’ex-terapeuta che lavora in un ambiente scolastico su progetti di empatia per insegnare agli studenti come comunicare meglio fra loro. Progressisti culturalmente e socialmente impegnati, hanno voluto una famiglia multirazziale e hanno tre figli adottivi, ormai adulti, e una figlia biologica adolescente. Ashley Collins (Jerrika Hinton), proveniente dalla Liberia, è sposata con una figlia e ha ideato e gestisce un sito web di acquisti di capi d’abbigliamento. Duc (Raymond Lee), adottato dal Vietnam quando aveva 5 anni, è un life coach di successo che ha grossi problemi irrisolti di sessualità: si mantiene casto perché tormentato dai ricordi della madre biologica che si prostituiva. Ramon (Daniel Zovatto), adottato da un orfanatrofio della Colombia, studia design dei videogiochi, la sua grande passione, e ha una relazione con un uomo che consoce ancora poco, Henry (Andy Bean). Comincia ad avere allucinazioni e a vedere ovunque il numero 11. La madre, che ha un fratello schizofrenico, pensa possa avere lo stesso problema e lo spinge a vedere uno psichiatra, il dottor Farid Shokrani (Peter Macdissi), di origine iraniana, con il quale Ramon stabilisce subito una connessione molto forte, legata anche al difficile passato dell’uomo. Kristen (Sosie Bacon), la sola figlia biologica, è al terzo anno di liceo e fa le sue prime scoperte di vita adulta. Stringe amicizia in particolare con il compagno di scuola Navid (Marwan Salama), figlio di Farid, che è gender-fluido e sebbene al mondo esterno si presenti come maschio, in casa preferisce vestirsi da donna.

Quello che viene messo in scena in questa serie è uno spaccato dell’America, con da un lato una realtà sempre più multietnica e portatrice di aspirazioni molto variegate, dall’altro un ambiente intollerante che si percepisce come una costante minaccia; c’è riflessione sul senso profondo della vita, sia come suo significato che su come andrebbe vissuta; c’è riflessione sull’empatia, in modo particolare come modo di superare le divisioni e su possibili alternative; c’è disillusione; c’è un meditazione sull’età e il diventare vecchi – il diverso stadio della vita in cui si trovano i vari personaggi si percepisce; c’è la percezione di come prospettive diverse facciano fare esperienza di realtà apparentemente identiche in modo diverso: penso a come vivono le due sorelle un loro arresto. Ashley, che è nera, deve sopportare il sospetto che la borsa che ha, solo perché costosa, sia rubata; quando la perquisiscono, la palpeggiano. Nei confronti di Kristen invece c’è molto rispetto. 
   
Le tematiche non emergono solo in via metaforica o obliqua, ma vengono anche verbalizzate in modo specifico. Penso che possa essere un valore aggiunto, e qui lo è sicuramente, perché certi argomenti si affrontano nella vita quotidiana anche a parole, e perché è bene sollevare certe discussioni esplicitamente e aggiungere “prospettive osservazionali” alla conversazione, con questo intendo la possibilità da parte dello spettatore di ascoltare alcune opinioni assistendo contemporaneamente agli scampoli di esperienza da cui nascono. Si ricompone la scollatura fra pensiero e vita, cosa che è coerente anche con il fatto che uno dei protagonisti è un docente universitario di filosofia, e si pongono alcune riflessioni anche sul ruolo di questa disciplina nella realtà contemporanea (la riunione di facoltà e la conversazione con la figlia in 1.05 ne sono un buon esempio).  

Mi ha molto colpito il modo in cui si è stati in grado di mettere in scena il contrasto fra i familiari e i professionisti di un paziente con problemi di natura psichiatrico-psicologica. Qui la madre, ex-terapeuta lei stessa e con un familiare che soffriva di schizofrenia, insiste per un intervento immediato farmacologico drastico. Lo psichiatra, di converso, pur prescrivendo poi anche dei farmaci, ci va più cauto e non vuole affibbiare troppo frettolosamente al proprio cliente una etichetta diagnostica. E c’è proprio uno scontro a parole con e fra i familiari, cosa veramente rarissima da vedere, con il professionista che dice di non essere un medico, ma un terapeuta. Che ci siano prospettive di questo tipo è rinfrescante. 

La serie prende una via onirico-sovrannaturale, metafisica e mistica, al di là anche di un certo realismo magico che poteva già caratterizzare “Six Feet Under”, e quella è di più difficile inquadramento, ma è un viaggio in cui ci si lascia trasportare fiduciosi della voce autoriale il cui obiettivo intende essere quello di sollevare quesiti lasciando che non vengano spiegati necessariamente, nella convinzione che i misteri nella vita siano molti, e non siamo in grado di coglierli intellettualmente tutti. “Stiamo vivendo una nuova realtà” dice la tagline dello show. Il tema centrale è davvero la crisi di identità personale e nazionale, e il senso di disorientamento che vi si accompagna. La serie sembra essa stessa un po’ confusa a momenti, su quello che vuole fare ed essere, e ha spazio per crescere e sviluppare i propri personaggi al di là dell’idea che ciascuno di loro rappresenta, ma in un certo senso sembra condividere la sorte dei personaggi che racconta.  

Mi auguro venga rinnovata per una seconda stagione.