martedì 21 ottobre 2014

MADAM SECRETARY: ambiziosa, ma dolorosamente inadeguata

 
Se dal pilot non si era sicuri se Madam Secretary volesse essere The West Wing o Scandal, alla terza puntata si è capito che vorrebbe essere il primo, ma che non ne ha le capacità. Purtroppo. Una grave crisi internazionale viene risolta scambiando un favore politico con un voto scolastico: una A in un esame universitario. Risibile.
 
Questa nuova creazione di Barbara Hall (Joan of Arcadia) vede come protagonista una sempre convincente Tèa Leoni nel ruolo di Elizabeth McCord, ex-agente della CIA, per molti anni docente universitaria di storia, che viene richiamata dal presidente in carica, Conrad Dalton (Keith Carradine), a ricoprire il suolo di Segretario di Stato, dopo che il suo predecessore è stato assassinato ( e sul come e perché c’è un po’ di mistero). La serie segue un modello un po’ alla House: il caso politico è presentato nel teaser pre-sigla e sviluppato nella puntata autoconclusiva, e ad arco c’è la vita professionale e personale della protagonista, un po’ Hilary Clinton, un po’ Condoleezza Rice. C’è anche un pizzichino di Homeland.
 
Nelle vicende di politica internazionale c’è poca visione. Ci sono semplificazioni imbarazzanti che, considerato quello che c’è in TV ultimamente, non sono semplicemente accettabili. Manca chiaroscuro, ed è troppo flebile la percezione che ci sia dell’altro indefinibile ad di là di quello che vediamo. Manca profondità insomma. L’eccellente Zeljko Ivanek – come dimenticarlo nella prima stagione di Damages? – che ha il ruolo di Russell Jackson, capo del personale della Casa Bianca, con cui Elizabeth ha degli scontri, è usato poco e male, con scene striminzite che non dicono nulla. Non si capisce che cosa ci stia a fare lì. Lo stesso si può dire dello staff di supporto al lavoro: Nadine Tolliver (Babe Neuwirth), suo capo del personale; Matt Mahoney (Geoffrey Arend), scrittore di discorsi; Blake Moran (Erich Bergen), suo assistente; Daisy Grant (Patina Miller), coordinatrice della stampa. È ben chiaro chi è chi, ma dopo cinque puntate i personaggi sono ancora troppo indefiniti, tanto che le relative posizioni potrebbero risultare quasi intercambiabili e i passaggi personali intesi in senso leggero e semi-umoristico sono patetici.  
 
Sul fronte di casa, dove la protagonista assorbita dal suo ruolo di Segretario di Stato si sente manchevole, da un lato il rapporto con il marito Henry (Tim Daly), docente universitario di storia, è eccessivamente edulcorato; dall’altro quello della coppia con i tre figli, Allison (Katherine Herzer), Jason (Evan Roe) e Stephanie (Wallis Carrie-Wood) è superficiale. Non si può dire tutto, ma non si vede il substrato. Da un facile paragone con The Good Wife (serie a cui è associata nella programmazione sulla CBS) ne rimane annientata.
Madam Secretary ha molta ambizione, ed è sotto molti aspetti magnifico che si corrano dei rischi nel produrre serie che hanno come protagoniste donne brillanti che non siano il solito avvocato o poliziotto. Ben venga rispetto al trito formulaico gialletto della settimana. Allo stesso tempo rispetto al potenziale della premessa è dolorosamente inadeguata.

venerdì 17 ottobre 2014

ORANGE is the NEW BLACK: la vulnerabilità umana dietro le sbarre

 
In Orange is the New Black, ideata da Jenji Kohan (Weeds), e ispirata all’omonimo memoir di Piper Kerman,  Piper Chapman (Taylor Schilling) è una giovane professionista che deve mettere in pausa il suo lavoro e la sua relazione con il fidanzato Larry (Jason Biggs, American Pie), uno scrittore freelance, per scontare una pena di 15 mesi in un carcere federale per aver trasportato dieci anni prima una valigia piena di soldi per quella che all’epoca era la sua fidanzata, Alex Vause (Laura Prepon, That ‘70s Show), una spacciatrice internazionale di droga, che ritrova in prigione.
Il senso profondo della serie mi sembra potersi enucleare da un breve discorso che Piper rivolge a una ragazzina sulla sedia a rotelle, che insieme ad alcuni coetanei, è portata in visita al carcere per venire spaventata, in modo che serva da deterrente a comportamenti che li possano condurre lì. Nonostante altre detenute cerchino di fare del loro meglio, mostrando la mancanza di privacy e come facilmente potrebbero piegarle ai loro desideri sessuali, la ragazzina si mostra indifferente e superiore. Piper, nella puntata “Bora Bora Bora” (1.10), le dice:  
“Sono come te, Dina. Anch’io sono debole. Non riesco a vivere tutto questo senza qualcuno da toccare, senza qualcuno da amare. Che sia perché il sesso attutisce il dolore o perché sono un mostro cattivo in cerca di scopate, non lo so, ma quello che so è che ero qualcuno prima di venire qui. Ero qualcuno con una vita che avevo scelto per me stessa, e ora, ora si tratta solo di superare la giornata senza piangere, e ho paura. Ho ancora paura, ho paura di non essere me stessa qui dentro e ho paura di esserlo. Non sono le altre persone ad essere la parte che fa più paura del carcere, Dina, è il venire faccia a faccia con chi sei veramente, perché quando sei dietro queste mura non c’è nessun posto in cui correr via, anche se potessi correr via. La verità ti raggiunge qui dentro, Dina, ed è la verità che ti renderà la sua puttana”. (La traduzione è mia, per cui quella ufficiale italiana può bene essere lievemente diversa).
Penso davvero che in queste parole ci sia il senso profondo della serie: l’isolamento feroce a cui costringe il carcere, emozionale e fisico,  e la paura, non solo e non tanto per la durezza delle relazioni e della vita all’interno della struttura, ma perché è una situazione limite da vivere. Fa uscire il peggio e il meglio di te. Questo si vede di continuo, nel corso delle vicende, che seguono una struttura ad arco nella stagione, ma si concentrano anche spesso in puntate diverse su persone diverse. All’interno della diegesi, le donne non si conoscono a sufficienza da sapere le ragioni per cui sono finite dentro, ma le vediamo noi, attraverso flashback che ci spiegano che persone erano e perché han fatto quello che hanno fatto. E vediamo che cosa sono ora, così come vediamo come sta cambiando Piper, fino a un finale di stagione che colpisce davvero molto. Potente e memorabile. 
Si tratta di personaggi tridimensionali,  che siano dirigenti della struttura carceraria – il supervisore Sam (Michael J Harney), sposato con un ucraina, che inizialmente prende di buon occhio Piper; George “Pornstache – Pornobaffo” Mendez (Pablo Schreiber), secondino corrotto che abusa costantemente e viscidamente della sua posizione; John Bennet (Matt McGorry), guarda carceraria con una gamba artificiale che inizia una relazione segreta con una delle donne che deve vigilare; Jo Caputo (Nick Sandow); Natalie “Fig” Figueroa (Alisia Reiner);  Susan Fischer (Lauren Lapkus) - o altre detenute: c’è la russa Galina “Red” Reznikov (Kate Mulgrew, nota soprattutto per essere stata il capitano Cathryn Janeway in Star Trek: Voyager), che dirige la cucina; Suzanne “Crazy Eyes” Warren, che si infatua di Piper e la vorrebbe come sua moglie; Tiffany “Pennsatucky” Dogget (Taryn Manning), estremista religiosa con problemi di squilibrio mentale; Nicky Nichols (Natasha Lyonne) ex-tossicodipendente; Sophia Burset (Laverne Cox), una transgender (e l’attrice è stata la prima attrice trans a ricevere una nomination all’Emmy, con questo ruolo) che lavora come estetista e parrucchiera; Lorna Morello (Yael Stone), che guida il pulmino del carcere e sogna il suo matrimonio anche dopo che il fidanzato smette di venire a trovarla in carcere;  Tasha “Taystee” Jefferson (Danielle Brooks), che trova più facile la vita in carcere che fuori e lavora in biblioteca; Dayanara “Daya” Diaz (Dascha Polanco), una giovane ispanica, la cui madre pure si trova in carcere con lei, che comincia una relazione con una delle guardie carcerarie; Miss Claudette Pelage (Michelle Hurst), l’anziana compagna di cubicolo di Piper, che ha ucciso un molestatore di minorenni; Poussey Washingon (Samira Wiley); Carrie “Big Boo” Black (Lea DeLaria); Yoga Jones (Constance Shulman)…
Sembrano tante vite a cui appassionarsi, e sono tante, ma non ci si perde. Tutto è organico e naturale. Conosciamo varia umanità, costretta a interagire in un modo in cui altrimenti non sarebbe costretta a fare. E ci sono i gruppi: le bianche, le nere, le ispaniche… persone a cui non pestare i piedi, a cui devi favori, con cui sorgono scontri e rivalità… persone che cercano di mantenere la propria umanità, anche lì dove le circostanze a volte lo rendono arduo. La sigla (sotto), che mostra labbra, occhi, nasi e volti di vere carcerate, chiarisce l’intento realistico di ritrarre vite vere, donne di varie età, forme, dimensioni, estrazione, condizioni personali, come troppo poco spesso di vede in TV.
La serie si fa notare sotto tanti aspetti, anche per come tratta il sesso, o per il ruolo che assumono gli oggetti comuni, nelle vicende. Viene generalmente indicata come comedy, alle varie premiazioni, ma è più certamente un drama, al massimo un dramedy, o almeno così la leggo io. L’umorismo che c’è è sottile e velato. Allo stesso tempo “questa non è Oz”, come dice la guardia Sam a Piper nel loro primo incontro (1.01), con riferimento al carcere di massima sicurezza nella celeberrima serie TV carceraria firmata da Tom Fontana Oz, che alcuni critici televisivi all’epoca suggerivano di guardare con un secchio accanto in cui poter vomitare, all’occorrenza. Non è altrettanto cruda, insomma. Se dovessi scegliere una e una sola parola per indicare ciò che rappresenta e mostra, sceglierei “vulnerabilità”.     


domenica 12 ottobre 2014

FOREVER: chi dice che si vive solo una volta?

 
Mark Twain diceva che ci sono solo due cose certe nella vita: la morte e le tasse. Per Henry Morgan (Ioan Gruffudd), della nuova serie della ABC Forever, solo la seconda parte della proposizione è vera, perché di morire proprio non vuole saperne. O meglio, lui "muore" anche, salvo poi risvegliarsi sempre, e non invecchiare mai. La sola altra informazione, che ripete ad inizio di ogni puntata, dicendo che questo alla fine ci rende edotti sulla sua condizione quanto lui, è che si sveglia sempre nudo e nell'acqua. Nel tentativo di risolvere questa situazione che si protrae da ben 200 anni, è diventato medico legale a New York, e si considera una specie di studioso della morte.
Non è la prima volta che in TV compare un personaggio che si rifiuta di morire (New Amsterdam con un Nicolaj Coster Waldau pre-Game of Thrones è l’esempio più vicino), ma metto in realtà la serie ideata da Matt Miller nel calderone che contiene Bones e Castle. Vederli non cambia la vita ma, se si è un vena di uno scacciapensieri di poco più di 40 minuti con un giallo da risolvere stile Settimana Enigmistica, è perfetto. È più Sherlock Holmes che procedurale di ultima generazione.
Certo, quello che dà linfa vitale ai sopracitati Bones e Castle non è solo l'aspetto investigativo, ma il dinamico rapporto fra i partner della serie, e qui, se il britannico Gruffudd ha molta verve, la collega poliziotta recentemente vedova, la detective Jo Martinez (Alana de la Garza) è un po' legnosa. L'intesa fra i due c'è perché così è scritto sulla carta, ma non si va più di là. Quello che compensa è il rapporto con un antiquario ormai anziano, Abe (Judd Hirsch), che Henry conosce da quando era in fasce, dato che lui non invecchia, e che è l'unico a conoscere il suo segreto. Viene tenuto come a latere, ma è il rapporto emozionale clou della serie, anche in considerazione del fatto che Henry, insieme alla moglie Abigail (MacKenzie Mauzy, Lizzie in Sentieri, Phoebe in Beautiful) lo aveva adottato dopo averlo salvato da un campo di concentramento ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Con una lieve tonalità comica è invece declinato quello con il giovane collega assistente di laboratorio Lucas Wan (Joel David Moore).
Il mistero auto-coclusivo della settimana, zigzagato da occasionali flashback sulle vite passate del nostro protagonista, è accompagnato da un pizzico di riflessione su vita e morte, ovviamente, ed è punteggiato da un'essenziale storia ad arco che vede il protagonista contattato da un ignoto personaggio, “Adam” (Adrian Pasdar), che si trova nel suo stesso frangente, solo che questi è un immortale di 2000 anni.
Se Forever venisse cancellato domattina probabilmente non ci si accorgerebbe nemmeno, ma ha un certo je ne se quoi che lo fa emergere rispetto alla massa amorfa dei tanti programmi similari.

mercoledì 8 ottobre 2014

OSSERVATORIO TV 2014: scaricabile gratuitamente


È uscito il nuovo libro digitale di "Osservatorio TV". Edizione 2014. Se avete piacere di scaricarlo (e leggerlo) gratuitamente, lo trovate qui (meglio con browser diversi da Internet Explorer, che a volte dà problemi).

Io partecipo con due pezzi, uno su MASTERS OF SEX (sui pionieri della ricerca sulla sessualità umana William Masters e Virginia Johnson, ispirato all'omonima biografia) e uno su SWITCHED AT BIRTH (serie adolescenziale interessante per la rappresentazione della Cultura Sorda).

Ecco, di seguito, l’indice. Buona lettura.
 
 

Presentazione di Barbara Maio
Introduzione di Guglielmo Pescatore
 
Agents of S.H.I.E.L.D. (ABC – 2013) Biancalisa Nannini 
Black Mirror (Channel 4 – 2011) Miriam Visalli 
Broadchurch (ITV - 2013) Attilio Palmieri 
Glee (Fox – 2009) Clarissa Clò 
Enlightened (HBO - 2011) Barbara Nazzari 
Les Revenants (Canal + - 2013) Giorgio Busi-Rizzi
Masters of Sex (Showtime – 2013) Giada Da Ros 
Mistress (ABC - 2013) Francesca Calamita  
Orange is the New Black (Netflix – 2013) Martina Baratta 
Peaky Blinders (BBC – 2013) Barbara Maio 
Ray Donovan (Showtime – 2013) Ellen Nerenberg 
Switched at birth (ABC Family– 2011) Giada Da Ros 
The Bridge (FX - 2013) Gabriele De Luca 
The Confession (DBG – 2011) Giacomo Tagliani 
Top of the Lake (Sundance Channel - 2013) Chiara Checcaglini
Under the Dome (CBS - 2013) Alice Casarini 
Warehouse 13 (SyFy – 2009) Oriele Orlando 

sabato 4 ottobre 2014

STALKER: da evitare

 
In Stalker, nuova serie della CBS, i protagonisti sono due poliziotti, il detective Jack Larsen (Dylan McDermott, Hostages, American Horror Story) e la tenente Beth Davies (Maggie Q), che indagano su casi di stalking, quindi di persecuzione e molestie in senso ampio. Da quel che si capisce dal pilot, lei ne è stata a sua volta vittima, mentre lui è in qualche modo carnefice, visto che non riesce a liberarsi dell'ossessione della sua ex e di suo figlio. Il suo trasferimento sul lavoro è motivato dal seguirli dopo che loro lasciano la città proprio per evitarlo.
Kevin Williamson (Dawson’s Creek, Scream), ideatore e produttore esecutivo che ha avuto l'idea dopo che lui stesso dopo Scream 2 ha avuto un'esperienza di questo tipo con un appassionato dell'horror un po' troppo zelante, ha comunque assicurato, parlando con TV Guide, che Jack non è così fuori di testa come potrebbe apparire di primo acchito e che il suo personaggio rimane comunque l'eroe della situazione così come Beth travalica quello che è il suo ruolo professionale diventando un po’ una vigilante.
La serie è stata brutalmente stroncata (su Metacritic ha ricevuto un infimo 17 su 100), definita la peggiore della stagione, da evitare, vile e manipolatrice, nel senso che sfrutta facili paure e altrettanto facili schemi narrativi. Tutto vero, ma non è peggio di molte, troppe, ore di TV sulla stessa impronta.

venerdì 3 ottobre 2014

THE AFFAIR: esce la sigla della serie più attesa dell'autunno


 
La serie più attesa dell’autunno è The Affair, ideata da Sarah Treem, autrice teatrale e sceneggiatrice per In Treatment e House of Cards, e Hagai Levi, ideatore di Be Tipul, la versione originaria israeliana da cui è stato tratto In Treatment, di cui è stato poi produttore. Fra i produttori esecutivi di questo nuovo progetto ci sono Eric Overmyer (Treme) e Jeffrey Reiner (Friday Night Light).
Come è facile intuire dal titolo, racconta di una storia d’amore, in questo caso, una storia extraconiugale, vista dal due punti di vista diversi, maschile e femminile, con i protagonisti che ne hanno anche ricordi differenti, con un effetto un po’ alla Rashomon, è stato detto. Ne sono coinvolti Alison (Ruth Wilson), una cameriera sposata con Cole (Joshua Jackson, Fringe), che gestisce un ranch in crisi finanziaria che è appartenuto alla sua famiglia per generazioni, e Noah (Dominic West, The Wire), un insegnante della scuola pubblica di New York e aspirante romanziere coniugato con Helen (Maura Tierney, ER). Quando la relazione comincia, Alison e Cole stanno cercando di superare una tragedia che ha sconvolto le loro vite, e Noah sta trascorrendo una vacanza marina nella tenuta dei familiari della moglie.
Ambientato a Montauk, New York, sulla costa est degli USA, è stato definito un drama romantico dark e si focalizza sugli effetti di una relazione di questo genere, scavando nelle complessità delle relazioni a lungo termine. Al tour per la stampa dell’associazione dei critici televisivi, da quanto scrive l’Hollywood Reporter, la Treem ha dichiarato che pensano al programma soprattutto nei termini di matrimonio e che il titolo, con riferimento alla relazione extraconiugale, nel proseguire la visione finisce per suonare in qualche modo ironico.
Intanto il canale Showtime, che la manderà in onda le 10 puntate previste a partire dal 12 ottobre, ha fatto uscire in anteprima la sigla (sotto), con musica originale di Fiona Apple. Mi pare un gioiello.  

martedì 30 settembre 2014

OUTLANDER: inaspettatamente, mi ha conquistata

 
È da poco andata in onda negli USA su Starz la midseason finale di Outlander, serie sviluppata per la televisione da Ronald D. Moore (Battlestar Galactica, Caprica) sulla base di una popolarissimo ciclo di romanzi scritti da Diana Gabaldon. Tornerà per gli altri otto episodi che costituiscono i 16 della prima stagione ad aprile.
Protagonista è una giovane infermiera della fine della seconda guerra mondiale, Claire Beauchamp (Caitriona Balfe). Con il marito Frank (Tobias Menzies) si reca ad Inverness, in Scozia, per una seconda luna di miele e, per aver toccato delle antichissime pietre in una località chiamata Craigh na Dun, si ritrova catapultata indietro nel tempo, e specificatamente del 1743. Spaesata e in pericolo, grazie alle sue doti nel curare le persone viene accolta dal clan dei MacKenzie, residenti al Castello di Leoch. Il suo obiettivo è quello di tornare alla sua epoca, e nel frattempo cerca di sfuggire al sadismo di un antenato del marito, “Black Jack” Randall, una giubba rossa. Inizialmente, dai suoi ospiti è trattata come una possibile spia, e percepita fortemente come una “Sassenach”, una “forestiera”, in quanto inglese - la serie su You Tube fornisce delle brevissime lezioni di gaelico, utilizzato nella finzione, proprio a partire da quella parola (qui). Presto però Claire accetta di sposare Jamie Fraser (Sam Heughan), membro di quel clan, ricercato dai soldati inglesi.
La serie, in misto di fantasy, avventura e storia romantica, è cominciata in modo lento e pacato, e sulla base del solo pilot, se non avessi saputo quanto vocali sono i fan di questa saga, ammetto che non avrei continuato a seguirla. Ma l’ho fatto, e ne sono sinceramente contenta. Sullo sfondo di scenari magnifici e un contesto storico inusuale, si profilano personaggi che si fanno via-via più definiti e ben più complessi delle classiche storie di genere, cosa che giustifica la critica generalmente molto favorevole.  
La puntata “The Garrison Commander” (1.06), che ha come fulcro Black Jack che frusta Jamie, è stata molto violenta, ma ha messo a fuoco per la prima volta sul serio per me che cosa è in grado di farne questa narrazione, ovvero dare una pregnanza umana anche ad accadimenti apparentemente disumani e senso a circostanze che potrebbero altrimenti essere solo di servizio in quanto funzionali alla trama.
Ugualmente la puntata successiva, “The Wedding”, sul matrimonio fra Claire e Jamie, ha saputo costruire intimità come rare volte si vede fare. Quello che mi è piaciuto di più è stata la calibrata lentezza con cui sono state costruite le scene di sesso fra i due protagonisti ed il mutare di significato e valore degli incontri sessuali che si sono susseguiti. È stata notevole. Maureen Ryan sull’Huffington Post, in un articolo la cui lettura caldeggio,  la definisce rivoluzionaria. Io ho visto troppo daytime per ritenerla così sovversiva del mainstream – le soap opera hanno per anni costruito nella direzione che lei incontra qui per la prima volta  - ma nondimeno condivido che per il prime-time propone una visione radicale, una prospettiva dove la preminenza è data alla female gaze, allo sguardo femminile, e dove nudità, desiderio, reciprocità, sessualità e intimità vengono unite con deliberata e appagante consapevolezza.   
Insapettatamente, Outlander mi ha conquistata. Non vedo l’ora che riprenda.

lunedì 29 settembre 2014

SELFIE: il potenziale c'è


In Selfie, serie che parte il 30 settembre sull’americana ABC, Eliza Dooley (Karen Gillan), versione moderna di Eliza Doolittle di My Fair Lady, è una ragazza ossessionata dalla sua immagine sui social media, dove è una vera star, o almeno così crede lei, ed è piena di amici, salvo poi non averne nemmeno uno nella vita reale. Un giorno, l’uomo che frequentava si rivela sposato, la molla e nei piccoli disastrosi eventi che si susseguono lei viene ridicolizzata da tutti. Decide così di assumere un esperto di marketing, Henry Higenbottam (John Cho) per rimettere in senso la sua immagine. Questi, novello Pigmaglione, cerca di insegnarle anche ad essere una persone migliore, non troppo auto-centrata, ma interessata anche alle vicende altri. Lei, in compenso, insegnerà a lui ad essere meno chiuso e asociale.
Il pilot di questa serie, ideata da Emily Kapnek (Suburgatory), non è stato la rivelazione del secolo, ma ha assicurato qualche battuta e situazione effettivamente divertenti. Lei potrebbe correre il rischio di risultare odiosa, invece riesce a mescolare ingenuità, vanità e autentico desiderio di piacere in modo tale che si finisce per avere un atteggiamento bonario di supporto che fa tenere per lei. Lui non è solo quello che dispensa i consigli necessari dall’alto della sua perfezione, ma ha da imparare dalla sua allieva. E la chemistry fra i due protagonisti principali funziona, tanto che se riescono a svilupparla in modo avvincente, coniugando umorismo e cuore, potrebbe diventare davvero ciò di cui tutti parlano sui social media.  

venerdì 26 settembre 2014

Pordenonelegge 2014: HANIF KUREISHI, la scrittura, la televisione


Lo scorso sabato 20 settembre (ore 21.00), sono andata a sentire Hanif Kureishi intervistato da Giorgio Zanchini a Pordenonelegge. L’incontro era prevalentemente sull’ultimo romanzo dell’autore britannico, intitolato L’ultima parola. Gran parte della conversazione si è svolta proprio intorno al tema della parola e della scrittura, essenziali secondo lui per costruire la propria identità e crearne una alternativa a quella che dall’esterno ti attribuiscono gli altri, che sia tua e che cambi la conversazione.
Ad un certo punto Zanchini ha osservato che, nella sua opinione, almeno in Italia, la scrittura e i romanzi hanno un peso molto minore ora, nella vita delle persone, rispetto a quanto non accadesse 40 anni fa, e gli ha chiesto se la pensasse anche lui alla stessa maniera e se percepisse in Inghilterra la stessa cosa che lui percepiva in Italia. La risposta di Kureishi è stata che dipendeva molto da che cosa si intendeva per scrittura. Se si guardava a programmi televisivi come I Soprano, House of Cards, e ha nominato anche una o due altre serie che mi sfuggono, sui cui cofanetti ci si lancia non appena escono per guardarsi ogni puntata, e parlarne subito dopo, allora non poteva dire di ritrovarsi in quell’osservazione. Quel genere di scrittura, la buona scrittura quanto meno, è ancora molto rilevante, perché accende dibattiti, fa pensare, fa discutere, e ti confronti con quanto ti dice.
Rispetto al romanzo specificatamente, l’autore di Nell’Intimità ritiene che la sua fortuna abbia sorti storicamente ondulatorie, e ha ammesso che non conosce persone di sesso maschile adulte che leggano romanzi, mentre conosce persone di sesso femminile adulte che ne leggono. Se però non ci si limita alla scrittura del romanzo, ma appunto si concepisce la scrittura in senso più ampio, ha ribadito che un grande ruolo lo ha tutt’ora ed è molto viva e pregnante nel mezzo che ritiene quello primario nella nostra epoca: la televisione. Lì ci sono i materiali, per così dire, della buona scrittura su cui si discute e ci si anima e arrovella. Parafraso, naturalmente. Mi rammarico, anche, di non averlo potuto registrare per poter riportare in modo più dettagliato e preciso quanto ha detto.
Una cosa che, ammetto, mi è seccata molto, è che l’interprete, peraltro molto bravo, abbia saltato a piè pari, nella traduzione, qualunque menzione alle serie televisive citate da Kureishi. E purtroppo mi sono resa conto che è una cosa che avviene regolarmente. Anche quando recentemente sono stata a Mantova a vedere Jullian Fellowes (ne ho parlato qui), quell’autore ha citato, fra le altre cose, una serie seminale come The West Wing, di Aaron Sorkin, e l’interprete non l’ha minimamente menzionata.
Come sempre quando gli autori stranieri lodano la televisione e dicono che c’è ottima scrittura in televisione e che è probabilmente la scrittura più rilevante nella realtà contemporanea, e citano dei programmi specifici, questi programmi non vengono mai tradotti, ma vengono saltate quelle parti in cui questi autori si esprimono in questi termini nei confronti di testi specifici del piccolo schermo. Mi brucia. Per me, che mi batto  perché far capire l’importanza della scrittura in televisione e di quanto sia buona in questo momento, il fatto che questo avvenga continuamente mi irrita. È anche attraverso queste occasioni, è nel sentire autori importanti e noti per la narrativa cartacea che apprezzano la sceneggiatura televisiva, che si cambia un po’ idea alla gente, ed è uno dei modi attraverso cui la gente viene educata a prestare attenzione.
Purtroppo mi rendo conto che parte del motivo per cui i programmi specifici non vengono tradotti, o non vengono menzionati in traduzione lì dove il titolo è identico all’inglese, è che chi li cita dà per scontato siano titoli noti, perché sono le serie su cui si scrivono articoli su articoli, sono gli autori televisivi sulla cui scrittura si riflette. In Italia però evidentemente un po’ certi programmi arrivano in sordina, un po’ c’è meno questa sensibilità e consapevolezza nei confronti del peso culturale delle serie televisive, per cui gli interpreti semplicemente spesso non le conoscono, e altrettanto semplicemente non le traducono. Rimane una cosa che mi dispiace davvero.
Nella foto, Kureishi (a destra) con il suo interprete.

mercoledì 24 settembre 2014

NASHVILLE: la seconda stagione

 
È diventata più esplicitamente una soap opera Nashville, nella sua seconda stagione, che ha potuto vantare come guest star niente meno che Michelle Obama (2.21) in un tributo ai militari.
Ci sono stati picchi decisamente bassi, come la finta gravidanza di Peggy (Kimberly Williams-Paisley), o la dipendenza da pillole di Scarlett O’Connor (Clare Bowen), veri classici visti ad nauseam nelle soap del daytime, a cui Nashville non ha saputo aggiungere nulla di nulla. Comunque è rimasta godibile è ha anche costruito bene alcune sue storie.
Quella di omofobia e odio per se stesso di Will Lexington (Chris Cormack), ad esempio, è stata sviluppata in modo molto efficace. Già nella prima stagione c’è stato un momento in cui era evidente che Will era attratto da Gunnar (Sam Palladio). Allora avevo pensato che se fosse andata in onda su un altro canale l’avrebbero sicuramente svolta come un’attrazione sessuale, e che invece qui non sarebbe accaduto: e invece è successo. Dopo che Gunnar ha respinto le avances di Will, rimanendo per lui sempre e solo un buon amico, abbiamo visto la neostar del country combattere contro la sua attrazione per persone del suo stesso sesso e negare il proprio orientamento. Il suo tentato suicidio dopo una notte d’amore con un uomo che da tempo desiderava (2.10) è stato perciò sia un forte di colpo di scena che completamente coerente. I segnali c’erano tutti (progressiva alienazione, incapacità di accettarsi, sfasamento fra percepita necessità di un’immagine pubblica e desideri privati, omofobia per mascherare omosessualità, la pressione del business ad essere un cowboy-macho), ma l’apparenza era quella di un cantante che comincia ora una promettente carriera. Nashville ha fatto un buon lavoro perché non ci ha fatto su una megastoria, ma ha mostrato i piccoli dettagli che non si vedono, che si sono accumulati nel tempo per poi esplodere a metà stagione. Ha continuato in modo più esplicito della seconda metà (con la pressione su Will da parte di chi sembra saperlo, con un matrimonio di copertura), per poi detonare in una confessione a fine stagione.
I risvolti di quella ammissione, che lui non sa, ma è stata fatta davanti alle telecamere, li vedremo nella terza stagione, che debutta negli USA oggi, il 24 settembre. Il cliffhanger è stato forse prevedibile, ma non meno gustoso. E ha toccato uno dei temi forti di questa stagione, quello dell’impatto dei nuovi media sulla vita delle celebrità (i reality, ma anche i social media), visto in corso di via anche nella prospettiva del ruolo che può avere nella vita dei ragazzi. Entra nell’equazione dell’educazione dei figli. Molte delle vicende hanno esaminato il rapporto fra genitori e figli, specie ora che Maddie (Lennon Stella) spingeva per stare più col padre biologico, e Rayna (Connie Britton) ha dovuto gestire i rapporti con i tre uomini che gravitano intorno a lei: Deacon (Charles Easten), Teddy (Eric Close) e Luke (Will Chase).
Calibratissima e d’impatto è stata anche la dichiarazione d’amore interrotta di Juliette (Hayden Panettiere) ad Avery (Jonathan Jackson): lui apre la porta, lei comincia con foga il suo discorso, ma esce Scarlett con cui Avery ha appena fatto l’amore e Juliette si ferma, chiude in fretta il suo discorso e scappa via, ma Avery capisce. I tempi sono stati impeccabili e la recitazione superba. Ho detto molte volte che Jonathan Jackson è uno dei miei attori preferiti in assoluto e qui la sua reazione dimostra il perché. Lo stesso ho pensato quando  ha recitato una scena apparentemente così banale come alzarsi dal divano ubriaco, dopo che Avery e Juliette hanno rotto la loro relazione in seguito all’ennesimo comportamento autodistruttivo di lei. Non solo Jonathan Jackson è stato convincente, ma decisamente originale, in una condizione in cui più o meno tutti fanno le stesse cose.
È servito il fatto che entrambi gli attori di questa coppia abbiano fatto molta gavetta nelle soap opera (lei in Sentieri, lui in General Hospital), da quando erano alle elementari, in pratica. E, per me che li conosco da allora, devo dire che nel vederli coinvolti in una relazione sullo schermo, non sono riuscita a non pensare con un pizzico di dolcezza che, quando gli erano piccoli, lei aveva una cotta per lui nella vita reale, aveva confessato.

lunedì 22 settembre 2014

THE MYSTERIES OF LAURA: imbarazzante

 
Se ce ne fosse ancora bisogno, Debra Messing (Will & Grace, Smash) dimostra quanto è brava, nel ruolo di Laura Diamond, protagonista del nuovo The Mysteries of Laura, procedurale poliziesco della NBC scritto da Jeff Rake e tratto dallo spagnolo Los misterios de Laura: è intensa nelle scene drammatiche, e riesce a mungere ogni grammo di possibile comicità dalle scene più piatte. Disperatamente, in questo nuovo progetto, cerca di dare un taglio ironico al ciarpame che si trova a recitare, ma nemmeno lei può fare miracoli, e non riesce a salvarlo.
Laura è una donna che sta per divorziare che deve arrangiarsi a gestire da un lato il lavoro in polizia, dove risolve brillantemente i casi, dall’altro due pestiferi gemelli di cui è mamma, di fronte all’interessamento altalenante del padre dei bimbi. Tutti i pezzi delle vicende sembrano incollati lì, come in un puzzle di cui vedi fin troppo bene i contorni dei tasselli, perché si è deciso che devono andare lì, anche se non ha senso. Non sono le scene sono forzate, spesso e volentieri suonano stupide. Forse, in mano ad uno sceneggiatore più abile, tutti i cliché potrebbero funzionare in modo parodistico, ma qui non è così. È perfino imbarazzante.  
Il semaforo rosse con un mero punteggio di 37 su Metacritic è decisamente meritato.

domenica 21 settembre 2014

THE GOOD WIFE (6.01): la prima pagina del copione, annotato

 

Dopo la spettacolosa quinta stagione di The Good Wife, c’è solo da trattenere il fiato perché non si spezzi la magia e la sesta stagione continui ad essere allo stesso livello della grandezza a cui la serie ci ha abituati. Debutta questa sera negli USA e, da come si è espressa la critica, le aspettative sono positive.
I coniugi King, ideatori della serie, hanno condiviso con Entertainment Weekly (Sept 19/26, 2014) la prima pagina del copione, annotato (sopra).
Si possono leggere interessati affermazioni, ricchi di spunti di riflessione: iniziano la puntata ex abrupto nel mezzo di una frase per evitare la solita immagine frivola d’archivio dell’inquadratura presa da un elicottero; tornano un po’ indietro nel riprendere la storia per evitare i riassunti che non sopportano e che definiscono “il foruncolo sul didietro dell’Età dell’Oro della televisione”; fanno riferimento a Joseph Campbell nel rifiuto di Alicia di prendere in considerazione la proposta di lavoro che Eli le sta facendo;  ogni volta che ad Alicia offrono una posizione di potere, cosa che le piace sebbene sia imbarazzata ad ammetterlo, si dedica a faccende domestiche; amano esplorare il divario che c’è fra la percezione pubblica e la realtà, e il programma rispetta quei professionisti che riconoscono la differenza e la sfruttano; sono divertiti dal cameratismo che si crea fra Eli e Alicia, con lui che cerca regolarmente di manipolarla e lei che gi fa notare che ne è consapevole.
Anche solo da poche frasi si vede il livello in cui si gioca la partita, qui.