martedì 30 settembre 2014

OUTLANDER: inaspettatamente, mi ha conquistata

 
È da poco andata in onda negli USA su Starz la midseason finale di Outlander, serie sviluppata per la televisione da Ronald D. Moore (Battlestar Galactica, Caprica) sulla base di una popolarissimo ciclo di romanzi scritti da Diana Gabaldon. Tornerà per gli altri otto episodi che costituiscono i 16 della prima stagione ad aprile.
Protagonista è una giovane infermiera della fine della seconda guerra mondiale, Claire Beauchamp (Caitriona Balfe). Con il marito Frank (Tobias Menzies) si reca ad Inverness, in Scozia, per una seconda luna di miele e, per aver toccato delle antichissime pietre in una località chiamata Craigh na Dun, si ritrova catapultata indietro nel tempo, e specificatamente del 1743. Spaesata e in pericolo, grazie alle sue doti nel curare le persone viene accolta dal clan dei MacKenzie, residenti al Castello di Leoch. Il suo obiettivo è quello di tornare alla sua epoca, e nel frattempo cerca di sfuggire al sadismo di un antenato del marito, “Black Jack” Randall, una giubba rossa. Inizialmente, dai suoi ospiti è trattata come una possibile spia, e percepita fortemente come una “Sassenach”, una “forestiera”, in quanto inglese - la serie su You Tube fornisce delle brevissime lezioni di gaelico, utilizzato nella finzione, proprio a partire da quella parola (qui). Presto però Claire accetta di sposare Jamie Fraser (Sam Heughan), membro di quel clan, ricercato dai soldati inglesi.
La serie, in misto di fantasy, avventura e storia romantica, è cominciata in modo lento e pacato, e sulla base del solo pilot, se non avessi saputo quanto vocali sono i fan di questa saga, ammetto che non avrei continuato a seguirla. Ma l’ho fatto, e ne sono sinceramente contenta. Sullo sfondo di scenari magnifici e un contesto storico inusuale, si profilano personaggi che si fanno via-via più definiti e ben più complessi delle classiche storie di genere, cosa che giustifica la critica generalmente molto favorevole.  
La puntata “The Garrison Commander” (1.06), che ha come fulcro Black Jack che frusta Jamie, è stata molto violenta, ma ha messo a fuoco per la prima volta sul serio per me che cosa è in grado di farne questa narrazione, ovvero dare una pregnanza umana anche ad accadimenti apparentemente disumani e senso a circostanze che potrebbero altrimenti essere solo di servizio in quanto funzionali alla trama.
Ugualmente la puntata successiva, “The Wedding”, sul matrimonio fra Claire e Jamie, ha saputo costruire intimità come rare volte si vede fare. Quello che mi è piaciuto di più è stata la calibrata lentezza con cui sono state costruite le scene di sesso fra i due protagonisti ed il mutare di significato e valore degli incontri sessuali che si sono susseguiti. È stata notevole. Maureen Ryan sull’Huffington Post, in un articolo la cui lettura caldeggio,  la definisce rivoluzionaria. Io ho visto troppo daytime per ritenerla così sovversiva del mainstream – le soap opera hanno per anni costruito nella direzione che lei incontra qui per la prima volta  - ma nondimeno condivido che per il prime-time propone una visione radicale, una prospettiva dove la preminenza è data alla female gaze, allo sguardo femminile, e dove nudità, desiderio, reciprocità, sessualità e intimità vengono unite con deliberata e appagante consapevolezza.   
Insapettatamente, Outlander mi ha conquistata. Non vedo l’ora che riprenda.

lunedì 29 settembre 2014

SELFIE: il potenziale c'è


In Selfie, serie che parte il 30 settembre sull’americana ABC, Eliza Dooley (Karen Gillan), versione moderna di Eliza Doolittle di My Fair Lady, è una ragazza ossessionata dalla sua immagine sui social media, dove è una vera star, o almeno così crede lei, ed è piena di amici, salvo poi non averne nemmeno uno nella vita reale. Un giorno, l’uomo che frequentava si rivela sposato, la molla e nei piccoli disastrosi eventi che si susseguono lei viene ridicolizzata da tutti. Decide così di assumere un esperto di marketing, Henry Higenbottam (John Cho) per rimettere in senso la sua immagine. Questi, novello Pigmaglione, cerca di insegnarle anche ad essere una persone migliore, non troppo auto-centrata, ma interessata anche alle vicende altri. Lei, in compenso, insegnerà a lui ad essere meno chiuso e asociale.
Il pilot di questa serie, ideata da Emily Kapnek (Suburgatory), non è stato la rivelazione del secolo, ma ha assicurato qualche battuta e situazione effettivamente divertenti. Lei potrebbe correre il rischio di risultare odiosa, invece riesce a mescolare ingenuità, vanità e autentico desiderio di piacere in modo tale che si finisce per avere un atteggiamento bonario di supporto che fa tenere per lei. Lui non è solo quello che dispensa i consigli necessari dall’alto della sua perfezione, ma ha da imparare dalla sua allieva. E la chemistry fra i due protagonisti principali funziona, tanto che se riescono a svilupparla in modo avvincente, coniugando umorismo e cuore, potrebbe diventare davvero ciò di cui tutti parlano sui social media.  

venerdì 26 settembre 2014

Pordenonelegge 2014: HANIF KUREISHI, la scrittura, la televisione


Lo scorso sabato 20 settembre (ore 21.00), sono andata a sentire Hanif Kureishi intervistato da Giorgio Zanchini a Pordenonelegge. L’incontro era prevalentemente sull’ultimo romanzo dell’autore britannico, intitolato L’ultima parola. Gran parte della conversazione si è svolta proprio intorno al tema della parola e della scrittura, essenziali secondo lui per costruire la propria identità e crearne una alternativa a quella che dall’esterno ti attribuiscono gli altri, che sia tua e che cambi la conversazione.
Ad un certo punto Zanchini ha osservato che, nella sua opinione, almeno in Italia, la scrittura e i romanzi hanno un peso molto minore ora, nella vita delle persone, rispetto a quanto non accadesse 40 anni fa, e gli ha chiesto se la pensasse anche lui alla stessa maniera e se percepisse in Inghilterra la stessa cosa che lui percepiva in Italia. La risposta di Kureishi è stata che dipendeva molto da che cosa si intendeva per scrittura. Se si guardava a programmi televisivi come I Soprano, House of Cards, e ha nominato anche una o due altre serie che mi sfuggono, sui cui cofanetti ci si lancia non appena escono per guardarsi ogni puntata, e parlarne subito dopo, allora non poteva dire di ritrovarsi in quell’osservazione. Quel genere di scrittura, la buona scrittura quanto meno, è ancora molto rilevante, perché accende dibattiti, fa pensare, fa discutere, e ti confronti con quanto ti dice.
Rispetto al romanzo specificatamente, l’autore di Nell’Intimità ritiene che la sua fortuna abbia sorti storicamente ondulatorie, e ha ammesso che non conosce persone di sesso maschile adulte che leggano romanzi, mentre conosce persone di sesso femminile adulte che ne leggono. Se però non ci si limita alla scrittura del romanzo, ma appunto si concepisce la scrittura in senso più ampio, ha ribadito che un grande ruolo lo ha tutt’ora ed è molto viva e pregnante nel mezzo che ritiene quello primario nella nostra epoca: la televisione. Lì ci sono i materiali, per così dire, della buona scrittura su cui si discute e ci si anima e arrovella. Parafraso, naturalmente. Mi rammarico, anche, di non averlo potuto registrare per poter riportare in modo più dettagliato e preciso quanto ha detto.
Una cosa che, ammetto, mi è seccata molto, è che l’interprete, peraltro molto bravo, abbia saltato a piè pari, nella traduzione, qualunque menzione alle serie televisive citate da Kureishi. E purtroppo mi sono resa conto che è una cosa che avviene regolarmente. Anche quando recentemente sono stata a Mantova a vedere Jullian Fellowes (ne ho parlato qui), quell’autore ha citato, fra le altre cose, una serie seminale come The West Wing, di Aaron Sorkin, e l’interprete non l’ha minimamente menzionata.
Come sempre quando gli autori stranieri lodano la televisione e dicono che c’è ottima scrittura in televisione e che è probabilmente la scrittura più rilevante nella realtà contemporanea, e citano dei programmi specifici, questi programmi non vengono mai tradotti, ma vengono saltate quelle parti in cui questi autori si esprimono in questi termini nei confronti di testi specifici del piccolo schermo. Mi brucia. Per me, che mi batto  perché far capire l’importanza della scrittura in televisione e di quanto sia buona in questo momento, il fatto che questo avvenga continuamente mi irrita. È anche attraverso queste occasioni, è nel sentire autori importanti e noti per la narrativa cartacea che apprezzano la sceneggiatura televisiva, che si cambia un po’ idea alla gente, ed è uno dei modi attraverso cui la gente viene educata a prestare attenzione.
Purtroppo mi rendo conto che parte del motivo per cui i programmi specifici non vengono tradotti, o non vengono menzionati in traduzione lì dove il titolo è identico all’inglese, è che chi li cita dà per scontato siano titoli noti, perché sono le serie su cui si scrivono articoli su articoli, sono gli autori televisivi sulla cui scrittura si riflette. In Italia però evidentemente un po’ certi programmi arrivano in sordina, un po’ c’è meno questa sensibilità e consapevolezza nei confronti del peso culturale delle serie televisive, per cui gli interpreti semplicemente spesso non le conoscono, e altrettanto semplicemente non le traducono. Rimane una cosa che mi dispiace davvero.
Nella foto, Kureishi (a destra) con il suo interprete.

mercoledì 24 settembre 2014

NASHVILLE: la seconda stagione

 
È diventata più esplicitamente una soap opera Nashville, nella sua seconda stagione, che ha potuto vantare come guest star niente meno che Michelle Obama (2.21) in un tributo ai militari.
Ci sono stati picchi decisamente bassi, come la finta gravidanza di Peggy (Kimberly Williams-Paisley), o la dipendenza da pillole di Scarlett O’Connor (Clare Bowen), veri classici visti ad nauseam nelle soap del daytime, a cui Nashville non ha saputo aggiungere nulla di nulla. Comunque è rimasta godibile è ha anche costruito bene alcune sue storie.
Quella di omofobia e odio per se stesso di Will Lexington (Chris Cormack), ad esempio, è stata sviluppata in modo molto efficace. Già nella prima stagione c’è stato un momento in cui era evidente che Will era attratto da Gunnar (Sam Palladio). Allora avevo pensato che se fosse andata in onda su un altro canale l’avrebbero sicuramente svolta come un’attrazione sessuale, e che invece qui non sarebbe accaduto: e invece è successo. Dopo che Gunnar ha respinto le avances di Will, rimanendo per lui sempre e solo un buon amico, abbiamo visto la neostar del country combattere contro la sua attrazione per persone del suo stesso sesso e negare il proprio orientamento. Il suo tentato suicidio dopo una notte d’amore con un uomo che da tempo desiderava (2.10) è stato perciò sia un forte di colpo di scena che completamente coerente. I segnali c’erano tutti (progressiva alienazione, incapacità di accettarsi, sfasamento fra percepita necessità di un’immagine pubblica e desideri privati, omofobia per mascherare omosessualità, la pressione del business ad essere un cowboy-macho), ma l’apparenza era quella di un cantante che comincia ora una promettente carriera. Nashville ha fatto un buon lavoro perché non ci ha fatto su una megastoria, ma ha mostrato i piccoli dettagli che non si vedono, che si sono accumulati nel tempo per poi esplodere a metà stagione. Ha continuato in modo più esplicito della seconda metà (con la pressione su Will da parte di chi sembra saperlo, con un matrimonio di copertura), per poi detonare in una confessione a fine stagione.
I risvolti di quella ammissione, che lui non sa, ma è stata fatta davanti alle telecamere, li vedremo nella terza stagione, che debutta negli USA oggi, il 24 settembre. Il cliffhanger è stato forse prevedibile, ma non meno gustoso. E ha toccato uno dei temi forti di questa stagione, quello dell’impatto dei nuovi media sulla vita delle celebrità (i reality, ma anche i social media), visto in corso di via anche nella prospettiva del ruolo che può avere nella vita dei ragazzi. Entra nell’equazione dell’educazione dei figli. Molte delle vicende hanno esaminato il rapporto fra genitori e figli, specie ora che Maddie (Lennon Stella) spingeva per stare più col padre biologico, e Rayna (Connie Britton) ha dovuto gestire i rapporti con i tre uomini che gravitano intorno a lei: Deacon (Charles Easten), Teddy (Eric Close) e Luke (Will Chase).
Calibratissima e d’impatto è stata anche la dichiarazione d’amore interrotta di Juliette (Hayden Panettiere) ad Avery (Jonathan Jackson): lui apre la porta, lei comincia con foga il suo discorso, ma esce Scarlett con cui Avery ha appena fatto l’amore e Juliette si ferma, chiude in fretta il suo discorso e scappa via, ma Avery capisce. I tempi sono stati impeccabili e la recitazione superba. Ho detto molte volte che Jonathan Jackson è uno dei miei attori preferiti in assoluto e qui la sua reazione dimostra il perché. Lo stesso ho pensato quando  ha recitato una scena apparentemente così banale come alzarsi dal divano ubriaco, dopo che Avery e Juliette hanno rotto la loro relazione in seguito all’ennesimo comportamento autodistruttivo di lei. Non solo Jonathan Jackson è stato convincente, ma decisamente originale, in una condizione in cui più o meno tutti fanno le stesse cose.
È servito il fatto che entrambi gli attori di questa coppia abbiano fatto molta gavetta nelle soap opera (lei in Sentieri, lui in General Hospital), da quando erano alle elementari, in pratica. E, per me che li conosco da allora, devo dire che nel vederli coinvolti in una relazione sullo schermo, non sono riuscita a non pensare con un pizzico di dolcezza che, quando gli erano piccoli, lei aveva una cotta per lui nella vita reale, aveva confessato.

lunedì 22 settembre 2014

THE MYSTERIES OF LAURA: imbarazzante

 
Se ce ne fosse ancora bisogno, Debra Messing (Will & Grace, Smash) dimostra quanto è brava, nel ruolo di Laura Diamond, protagonista del nuovo The Mysteries of Laura, procedurale poliziesco della NBC scritto da Jeff Rake e tratto dallo spagnolo Los misterios de Laura: è intensa nelle scene drammatiche, e riesce a mungere ogni grammo di possibile comicità dalle scene più piatte. Disperatamente, in questo nuovo progetto, cerca di dare un taglio ironico al ciarpame che si trova a recitare, ma nemmeno lei può fare miracoli, e non riesce a salvarlo.
Laura è una donna che sta per divorziare che deve arrangiarsi a gestire da un lato il lavoro in polizia, dove risolve brillantemente i casi, dall’altro due pestiferi gemelli di cui è mamma, di fronte all’interessamento altalenante del padre dei bimbi. Tutti i pezzi delle vicende sembrano incollati lì, come in un puzzle di cui vedi fin troppo bene i contorni dei tasselli, perché si è deciso che devono andare lì, anche se non ha senso. Non sono le scene sono forzate, spesso e volentieri suonano stupide. Forse, in mano ad uno sceneggiatore più abile, tutti i cliché potrebbero funzionare in modo parodistico, ma qui non è così. È perfino imbarazzante.  
Il semaforo rosse con un mero punteggio di 37 su Metacritic è decisamente meritato.

domenica 21 settembre 2014

THE GOOD WIFE (6.01): la prima pagina del copione, annotato

 

Dopo la spettacolosa quinta stagione di The Good Wife, c’è solo da trattenere il fiato perché non si spezzi la magia e la sesta stagione continui ad essere allo stesso livello della grandezza a cui la serie ci ha abituati. Debutta questa sera negli USA e, da come si è espressa la critica, le aspettative sono positive.
I coniugi King, ideatori della serie, hanno condiviso con Entertainment Weekly (Sept 19/26, 2014) la prima pagina del copione, annotato (sopra).
Si possono leggere interessati affermazioni, ricchi di spunti di riflessione: iniziano la puntata ex abrupto nel mezzo di una frase per evitare la solita immagine frivola d’archivio dell’inquadratura presa da un elicottero; tornano un po’ indietro nel riprendere la storia per evitare i riassunti che non sopportano e che definiscono “il foruncolo sul didietro dell’Età dell’Oro della televisione”; fanno riferimento a Joseph Campbell nel rifiuto di Alicia di prendere in considerazione la proposta di lavoro che Eli le sta facendo;  ogni volta che ad Alicia offrono una posizione di potere, cosa che le piace sebbene sia imbarazzata ad ammetterlo, si dedica a faccende domestiche; amano esplorare il divario che c’è fra la percezione pubblica e la realtà, e il programma rispetta quei professionisti che riconoscono la differenza e la sfruttano; sono divertiti dal cameratismo che si crea fra Eli e Alicia, con lui che cerca regolarmente di manipolarla e lei che gi fa notare che ne è consapevole.
Anche solo da poche frasi si vede il livello in cui si gioca la partita, qui.

giovedì 18 settembre 2014

THE 100: la prima stagione


C'è da rallegrarsi che The 100 sia stata rinnovata per una seconda stagione, che parte negli USA il prossimo 22 ottobre, perché la serie - di cui ho parlato qui - è solidamente costruita. Già dall'inizio si percepisce che alla base ha un libro dal fatto che è strutturata in modo stretto e pregnante da subito. La trama è fitta, ma ben calibrata.  E, sebbene sia chiaramente una storia di e per adolescenti (che sono sul pianeta Terra), con una sola porzione riservata agli adulti (che rimangono stazionati sull'Arca come un satellite intorno al pianeta fino alla fine della stagione), riesce ad affrontare questioni scottanti, come la guerra e la pace, le armi, la tortura, la scarsità delle risorse, il senso della storia, la leadership...
                                
I ragazzi, costretti a gestirsi in autonomia lavorano inizialmente come una organizzazione tribale e all'inizio in particolare hanno un po' troppo, forse, il sapore delle gang americane, con buoni e cattivi – Clarke (Eliza Taylor) contro Bellamy (Bob Morley) nello specifico, e in parallelo sull’Arca lo scontro fra gli adulti con il Consigliere Kane (Henry Ian Cusick, Lost) contro il Consiliere Abby (Paige Turco), la madre di Clarke. Con l'avanzare della stagione però, tutti i personaggi assumono maggiore tridimensionalità e chiaroscuro, e alla fine tutti, o quasi, finiscono per lavorare insieme, pur con contrasti anche marcati fra loro. Si tiene per tutti, un po' come poteva accadere con una "Buffy", e questo non sempre è facile da realizzare ed è un punto di forza della serie. C'è anche un buon rapporto di forza e potere fra maschi e femmine del gruppo. I colpi di scena non mancano, con giuste dosi di amicizia, amore, avventura. La tagline della prima stagione è stata. “Sopravvivenza non è chi sei. È quello che diventi”.

La finale poi ha in parte resettato quanto accaduto fin'ora - mi ha fatto pensare a una conclusione di stagione sul principio di quella che aveva avuto Persons unknown - , lasciando intendere un possibile cambio di scenario piuttosto massiccio, visto che almeno una parte dei protagonisti sembrano ritrovarsi in una specie di laboratorio, cosa che fa intendere che sulla Terra possano esserci altri sopravvissuti oltre a quelli con cui hanno avuto contatto fin’ora, e ben più sofisticati. Ora che anche gli adulti sono arrivati sulla Terra e manca il controcanto dell’Arca, c’è da essere curiosi su come si svilupperanno le vicende e su come venga mostrata l’adattabilità degli adulti vs. i ragazzi in un nuovo ambiente ostile. Quali sono i vantaggi o gli svantaggi inerenti all’essere ragazzi o adulti nell’affrontare una simile situazione?

mercoledì 10 settembre 2014

JULIAN FELLOWES al Festival della Letteratura di Mantova

 
Lo scorso 6 settembre, Julian Fellowes, ideatore e sceneggiatore di Downton Abbey, ha partecipato al Festival della letteratura di Mantova, dove nella cornice di Palazzo San Sebastiano ha risposto ad alcune domande di Irene Bignardi. Sono andata a sentirlo ed è stato un incontro interessante e ricco di spunti.  È stato anche segnalato che l’autore sta lavorando ad un nuovo progetto televisivo sulla cosiddetta Gilded Age, termine coniato da Mark Twain per indicare quel periodo della storia americana che orientativamente va dalla fine della Guerra di Secessione fino all’inizio del nuovo secolo, e che quindi si riferisce agli ultimi 30 anni dell’Ottocento, grosso modo.
Si è cominciato l’incontro chiedendogli della distinzione fra i vari titoli nobiliari. Lui ha risposto affermando che le distinzioni dei ruoli fra lord e lady e fra i vari tipi di servitori non sa che senso abbiano nel mondo d’oggi, se non nella misura in cui servono a capire il proprio ruolo nel mondo, cosa che ritiene essere un grande tema della serie. I titoli nobiliari sono un modo della società inglese di riconoscere il successo individuale di qualcuno. Per lui è una forma di rispetto nazionale, molto bella. È un modo di sapere che sei passato per il mondo senza venire ignorato. Poi il modo in cui si rivolgono a te dipende dalle circostanze del momento e non ha rilevanza nel lavoro che fai. Nessuno è un lord nello show business.
Ha continuato dicendo che anche l’Italia ha una forma di aristocrazia, in un certo senso anche più antica di quella della Gran Bretagna. In Gran Bretagna ogni volta che è arrivata una nuova dinastia la tendenza è stata quella di obliterare quella precedente dando un propria impostazione alle cose, e in questo senso l’aristocrazia britannica è piuttosto nuova rispetto a quella italiana. Al tempo di Downton Abbey c’era ancora un forte aspetto ereditario e ora è diverso, anche se c’è ancora un aspetto di riconoscimento e di tradizione. Nella serie una cosa che sottolineano è che le donne ne sono escluse, e che non hanno gli stessi diritti, cosa che a lui, uomo del 2014, sembra assai strana. Ci sono alcuni titoli che le donne possono ereditare, ma molto pochi, e non hanno alcuna identità legale e questo lui lo trova molto bizzarro e ha proprio usato il dramma televisivo per porre l’attenzione su questo, anche se al di là di questo è utile da un punto di vista drammatico quando si esplora la questione delle aspettative.
Riportando in modo quasi letterale ciò che ha detto, ha riflettuto sul fatto che siamo tutti nati in situazioni della vita in cui ci sono delle aspettative nei nostri confronti, e le nostre decisioni come giovani adulti è se allinearci a queste aspettative e realizzarle, e per la maggior parte di noi questo significa accontentare i nostri genitori, o discostarcene e procedere in una nuova direzione. Questa è una scelta che naturalmente è sempre esistita, ma dalla fine del XIX° secolo la possibilità di fare qualcosa di diverso della vita in cui sei nato e cresciuto è diventata molto comune.  Ora per la maggior parte delle persone è quasi una scelta eccentrica stare sulla vecchia via. Questo è stato lo sviluppo del secolo scorso e in Downton Abbey esplorano questo fenomeno da un punto di vista drammatico. E il sistema ereditario, con implicazioni ereditarie molto forti e una designazione di ruolo molto forte, è un modo molto buono di esplorarlo.
Di molto altro si è parlato e alla fine della conversazione, in modo che mi sentirei di definire davvero gracious, Fellowes si è fermato ad autografare e dedicare libri e copertine di DVD. Sotto, qualche foto scattata da me.
 
 
 

 

 

lunedì 1 settembre 2014

Le tavole rotonde degli Emmy di THR - 2014: le attrici comiche


Le attrici comiche che si sono confrontate nell’annuale tavola rotonda di The Hollywood Reporter, sono state quest’anno Kaley Cuoco-Sweeting (The Big Bang Theory), Edie Falco (Nurse Jackie), Mindy Kaling (The Mindy Project), Emmy Rossum (Shameless), Taylor Schilling (Orange Is the New Black) e Zooey Deschanel (New Girl). Sotto, il video.

martedì 26 agosto 2014

EMMY AWARDS 2014: i vincitori


Sono stati consegnati ieri sera, in una cerimonia presentata in modo sobrio ma divertente da Seth Meyers, i prestigiosi  Emmy Awards, giunti alla loro 66esima edizione. Grande (meritato) successo soprattutto per Breaking Bad, su cui è da poco calato il sipario. Per il resto – e si nota tanti più in campo di comedy – gli Emmy tendono sempre ad adagiarsi sui soliti nomi, con vincite fotocopia.  Delle nomination e dei miei pronostici e speranze avevo parlato qui.
Ecco, sotto, i vincitori.
Miglior Drama
Breaking Bad
 
Miglior attore in un drama
Bryan Cranston, "Breaking Bad"
 
Miglior attrice in un drama
Julianna Margulies, "The Good Wife"

Miglior attore non protagonista in un drama
Aaron Paul, "Breaking Bad"
 
Miglior attrice non protagonista in un drama
Anna Gunn, "Breaking Bad"

Miglior attore ospite in un drama
Joe Morton, “Scandal”
 
Miglior attrice ospite in un drama
Allison Janney, “Masters of sex”
 
Miglior sceneggiatura per un drama
Moira Walley-Beckett per la puntata “Ozymandias” di “Breaking Bad”
 
Miglior regia per un drama
Cary Joji Fukunaga per la puntata “Who Goes There” di “True Detective”

 

Miglior Comedy
Modern Family
 
Miglior attore in una comedy
Jim Parsons, "The Big Bang Theory"

Miglior attrice in una comedy
Julia Louis Dreyfus, "Veep"
 
Miglior attore non protagonista in una comedy
Ty Burrell, "Modern Family"
 
Miglior attrice non protagonista in una comedy
Allison Janney, "Mom"
 
Miglior attore ospite in una comedy
Jimmy Fallon, “Saturday Night Live”

Miglior attrice ospite in una comedy
Uzo Aduba, “Orange is the new black”

Miglior sceneggiatura per una comedy
Louis C.K. per la  puntata “So Did the Fat Lady” di “Louie”

Miglior regia per una comedy
Gail Mancuso per la puntata “Vegas” di “Modern Family”

 
Miglior Miniserie o Movie
Fargo
 
Miglior Film per la TV
The Normal Heart

Miglior attrice in una  Miniserie o TV Movie
Jessica Lange, "American Horror Story: Coven"

Miglior attore in una Miniserie o TV Movie
Benedict Cumberbatch, “Sherlock”

Miglior attore non protagonista in una miniserie e film per la TV
Martin Freeman, “Sherlock”

Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film per la TV
Kathy Bates, “AHS: Coven”

Miglior sceneggiatura per una miniserie o film per la TV
Steven Moffat per la puntata “His Last Vow” di “Sherlock”

Miglior regia per una miniserie o film per la TV
Colin Bucksey per la puntata “Buridan’s Ass” di “Fargo”


Per tutti i vincitori, si veda qui.

domenica 27 luglio 2014

PENNY DREADFUL: la prima stagione


Ha un margine di miglioramento, ma da un punto di vista artistico è decisamente riuscito Penny Dreadful (sul significato del titolo si veda qui), che ha da poco chiuso sull’americana Showtime la sua prima stagione di 8 episodi ed è stata rinnovata per una seconda. 
 

La struttura di questo primo arco è stata data dalla ricerca della figlia da parte dell’ex-esploratore Sir Malcolm Murray (Timothy Dalton), insieme a Vanessa Ives (Eva Green), sensibile alla possessione e vagamente Jane Austen-iana, e all’avventuriero americano Ethan Chandler (Josh Hartnett). Sono personaggi originali, che ben si armonizzano agli altri. Il primo successo della serie è infatti stato quello di riesumare icone classiche della letteratura ottocentesca – il dottor Frankenstein (Harry Treadaway) e la sua “creatura” (un mesmerizzante Rory Kinnear), Dorian Gray (Reeve Carney), Dracula (Robert Nairne) - e di rivitalizzarle in un modo che è risultato sia credibile che originale, restando comunque fedele alla loro intima essenza. È riuscito anche a farlo restituendo, nella costruzione delle storie, un senso antico di paura e fascinazione per il sovrannaturale e l'oscuro, con la misura e gli eccessi che si collegano a quegli anni. 
 
 

Gli aspetti migliori della creazione di John Logan, quelli in cui ha realizzato la tensione estetica a cui si vede che aspira, sono quello poetico e artistico-figurativo. Sotto il primo profilo il mostro pensato da Mary Shelley - un vero romantico, secondo il senso letterario del termine - e del suo creatore Victor Frankenstein sono emblematici. Poeti come Keats e Shelley non vengono solo citati, ma incarnati, con rimandi verbali e visivi intensi. Quando si vede il dottor Frankenstein passeggiare in un prato di narcisi gialli come non ripensare alla più classica delle poesie di Wordsworth, “I Wandered Lonely as a Cloud”, anche prima che venga esplicitamente citata? E quando il mostro riflette sulla sua natura come non sorprendersi del fatto che citi proprio quella Mary Shelley che ha ideato il suo mito? Un sublime riferimento metatestuale, fatto proprio da lui: quasi da eccitarsi.
 

Sotto il profilo artistico, Dorian Gray è affascinato di più che dal suo solo ritratto. Il senso pittorico è molto forte. La cinematografia della serie, specie in alcuni momenti (penso specificatamente alla 1.02) è spettacolosa. E in chiusura, l'interpretazione di Dorian Gray come qualcuno che, non potendo provare sensazioni (perché se le prende il suo ritratto, la sua immagine) ne cerca di sempre più forti, è sia una bella metafora della 'vita spericolata' contemporanea, sia un contraltare all'epoca vittoriana in cui è calato. E, se il mostro di Frankenstein è l'Ottocento, Gray è lo sbocciante Novecento. È sicuramente il piacere decadente che ha sempre rappresentato, ma è già, in nuce, il Michele degli Indifferenti di Movavia. Ci ho pensato, in chiusura di stagione. Poche serie elicitano simili accostamenti.
 
 

In qualche misura, mi pare che ciascuno dei personaggi rappresenti un'idea del secolo che rappresentano: Brona Croft (Billie Piper, The Secret Diary of a Call Girl), ad esempio,  affetta dal “mal sottile”, poteva essere forse anche più fruttata per questo aspetto, ma è un vero classico dell’immaginario letterario dell’epoca, sotto questo profilo. Del servitore Sembene (Danny Sapani) aspettiamo di scoprire di più. Le puntate, pur essendo chiaramente non autoconclusive sono una esperienza autonoma, assestante l'una dall'altra.

Un programma da cui farsi sorprendere.