lunedì 26 settembre 2022

OUR FLAG MEANS DEATH: pirati, ma con gentilezza

Penso che Our Flag means death (HBO Max, per ora inedita in Italia) sia una di quelle serie che diventano progressivamente più divertenti a mano a mano che le si riguardano, perché l’umorismo viene da piccoli dettagli gustosi che prendono forza dalla ripetizione. Mi ha convinto solo mediamente in realtà, nonostante già solo vedere il cast mi metta di buon umore. 

Molto vagamente ispirato a una storia vera, secondo cui un ricco signorotto inglese del Settecento avrebbe abbandonato la propria vita e famiglia per diventare un pirata, la serie ideata da David Jenkins (People of Earth), si concentra su Stede Bonnet (vero nome del personaggio storico peraltro), interpretato da Rhys Darby. Conosciuto come il “pirata gentiluomo” – “più gentiluomo che pirata" (1.02) - è il capitano della Revenge (Vendetta). Ha modi gentili e educati, ci tiene alle buone maniere e alle letture, e incoraggia il proprio equipaggio, bizzarramente assortito, a parlare dei propri sentimenti e a risolvere i problemi comunicando. Da parte loro lo vorrebbero più tosto e aggressivo, e sono entusiasti quando incontrano il famoso Blackbeard (Taika Waititi), Barbanera, leggendario corsaro marino il cui vero nome è Edward “Ed” Teach, stufo però della propria reputazione e della propria vita. Bonnet e Barbanera si innamorano, e la piega che prendono le vicende non piace al braccio destro di quest’ultimo, Izzy Hand (Robert Con O’Neill, Cucumber). Nelle loro peripezie incrociano anche il capitano Nigel Badminton (Rory Kinnear, Penny Dreadful), della marina inglese, che da bambino tormentava Stede e ora non è da meno.

La colorita ciurma, competente ma non troppo, comprende: Lucius (Nathan Foad) che registra fedelmente in un diario di bordo le avventure e disavventure del comandante e di tutti loro; Buttons (Ewen Bremner), che è in grado di parlare con i gabbiani e ha un legame particolare con uno specifico, Karl; Black Pete (Matthew Maher), che più di tutti vorrebbe comportamenti più aggressivi; Frenchie (Joel Fry), che ama cantare le avventure dell’equipaggio; Oluwande (Samson Kayo), il più affidabile; Jim (Vico Ortiz), in realtà Bonifacia, che ha una taglia sulla propria testa, grande amico di Oluwande; Wee John Feeney (Kristian Nairn), ossessionato dal fuoco; lo Svedese (Nat Faxon), spesso ignaro di ciò che sta accadendo; Roach (Samba Schutte), il cuoco ma all’occorrenza anche medico perché “un coltello è un coltello e la carne è carne”; Fang (David Fane) e Ivan (Guz Khan) che erano membri dell’equipaggio di Barbanera. Per la gran parte sono appena abbozzati, poco più di una caratteristica, anche per questo la serie cresce quando impariamo a conoscerli meglio.  

L’umorismo nasce in primo luogo dall’aspetto fisico di tutti i protagonisti, per come sono vestiti e truccati e per il loro modo di parlare, poi dalla critica indiretta al machismo e alla mascolinità tossica, attraverso la gentilezza di Stede in contrasto con la vita rude e crudele che ci si aspetta dai pirati – l’equipaggio che gli suggerisce tutti possibili modi di torturare i prigionieri non può non far ridere davanti a lui che è un animo pacifico, lo stesso dicasi quando si vede che si rivolge ai propri uomini per parlare dell’allontanamento fra lui e Barbanera come dei genitori parlerebbero a dei bambini del proprio divorzio. L’entusiasmo che Stede ci mette - ad esempio prende appunti su come diventare un buon pirata (1.05) – e le situazioni chiaramente assurde garantiscono un umorismo lieve e garbato. E ci sono riflessioni su quello che desideriamo per noi stessi dalla vita, su che cosa ci rende felici, su che cosa sia l’amore.

La serie è stata lodata, e mi accodo al coro, per la rappresentazione dei personaggi LGBTQ+ molto naturale, senza queerbaiting, innanzitutto, nel senso che le scene di amore omosessuali che vengono messe in scena non sono solo un’esca perché il pubblico che si riconosce in quelle identità continui a guardare, ma sono svolte con naturalezza, in secondo luogo si rinuncia ai classici tropi, non ci sono coming out eclatanti o contrasti legati alla sessualità dei personaggi perché per fortuna non ce n’è bisogno. In questo senso, semplicemente si è.

Bucanieri con un sorriso sincero e in fondo tanta dolcezza. La serie è stata confermata per una seconda stagione. 

venerdì 16 settembre 2022

STATION ELEVEN: una realtà post-apocalittica

Station Eleven, la miniserie post-apocalittica della HBO Max basata sull’omonimo romanzo di Emily St. John Mandel, è ambientata vent’anni dopo una pandemia che ha portato al collasso della civilizzazione. Mi ha deluso rispetto alle aspettative, ma gli stimoli che lancia sono notevoli.

Fra i pochi sopravvissuti, c’è un gruppo di attori itineranti che propone lungo il proprio percorso i classici di Shakespeare – e gli estimatori del Bardo, che torna in modo ricorsivo con citazioni di varia natura, sapranno cogliere più livelli di lettura di quanto non abbia fatto io. Ma già dal pilot, una copia del Re Lear, per terra fra le macerie dove mangiano i maiali, è accostata di fatto al fumetto che invece viene preservato, e mi ha fatto pensare che si voglia in qualche modo far passare l’idea che i prodotti culturali considerati meno intellettualmente elevati ci dicono poi di più sulla realtà presente e hanno potenzialmente lo stesso l’impatto di opere culturalmente più riverite. In qualche modo, di fronte alla distruzione, la cultura umanistica sopravvive in ogni caso. Le storie sono tutto ciò che conta, il potere delle narrazioni è quella di farci vivere in altri mondi, la forza del talento e il potere delle performance ci permettono di sopravvivere, produrre arte ha valore. Shakespeare continua ad essere evocato, attraverso molte opere, ma mai veramente messo in scena, se non per piccoli frammenti, che da soli aprono un mondo. Con l’arte non c’è un prima e un dopo, è presente, è eternità.

ATTENZIONE SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO DI TRAMA. Star di questa compagnia, la Traveling Symphony (Orchestra Sinfonica Itinerante, nel libro che non ho letto - al mio scrivere una versione in italiano della serie ancora non c’è), è Kirsten (Mackenzie Davies, e da più piccola Matilda Lawler), che da bambina, persi i genitori per il crollo della società, era stata presa sotto l’ala protettrice di Jeevan (Himesh Patel), e per un breve periodo dal fratello di lui, Frank (Nabhaan Rizwan). Già da piccola recitava accanto al famoso attore Arthur Leander (Gael García Bernal), e ora viaggia con, fra gli altri, Sarah (Lori Petty), co-fondatrice della compagnia, e Alexandra che, giovanissima, non è una “pre-pan” ovvero non ha conosciuto la civiltà per come era prima. Incontrano il capo adulto di una violenta setta religiosa composta da bambini, Tyler (Daniel Zovatto, e da bambino Julian Obrados), figlio del sopracitato Arthur e della sua seconda moglie Elizabeth (Caitlin FitzGerald, Masters of Sex), che insieme all’ex-migliore amico di Arthur, Clark (David Wilmot), vive in una comunità in auto-isolamento presso l’aeroporto di Severn City. La prima moglie di Arthur, Miranda Carroll (Danielle Deadwyler), è l’autrice di una graphic novel intitolata “Station Eleven”, che molta importanza ha avuto dall’infanzia nella formazione sia di Kirsten che di Tyler.

Il primo aspetto che ho apprezzato è che il virus che decima la popolazione è rappresentato in modo realistico e “naturale”, non come il grande nemico da sconfiggere (alla Helix). E mi è piaciuta la scelta di creare una dicotomia fra gli elementi di pandemia e di distruzione con il sovraffollamento - penso al pronto soccorso e alle macchine parcheggiate fuori (1.01) - e quelli di sopravvivenza con il vuoto e l’isolamento - il supermercato, il rapporto fra Jeevan e Kirsten, che è la spina dorsale degli episodi iniziali. Mettere insieme sullo schermo un uomo adulto e una bambina di otto anni che non è sua parente e che non lo conosce può presentare delle problematicità e qui sono riusciti a renderlo credibile e sano. Mi ha trasmesso serenità vedere che la post-fine-del-mondo è più bella, più verde, più lussureggiante, più brillante del presente a cui si deve dire addio (in cui prevalgono i colori grigi e scuri). Mi ha fatto ripensare all’anime televisivo giapponese della mia infanzia “Conan – il ragazzo del futuro” di Miyazaki (1978), che ritorna alla mente in più occasioni.

Molte sono però le suggestioni che lancia la serie portata sullo schermo da Patrick Somerville: le continue traslazioni spazio-temporali, anche se mi hanno fatto pensare anche a Lost, mi hanno evocato più Watchmen, nel senso che ho avuto sì la evidente percezione che si andasse su e giù nel tempo, ma anche contemporaneamente come se tutto stesse accadendo nello stesso momento, in un eterno presente che si ripete; vengono richiamati The Leftovers, Counterpart, il maestro del fumetto Mœbius, Legion, The Walking Dead…e poi Star Trek.

Quando sono stati menzionati gli “undersea” (1.04), ho immediatamente pensato all’episodio della serie originale di Star Trek intitolato “Miri” (1.08). Nell'episodio, cito da Wikipedia, “l'Enterprise scopre un esatto duplicato della Terra, dove gli unici sopravvissuti a una mortale epidemia causata dall'uomo sono alcuni bambini del pianeta”. Si può immaginare poi la mia sorpresa quando in seguito Kirsten bambina ne guarda alla TV un episodio, e corre poi a leggere il fumetto come se avesse avuto una rivelazione - non ero stata in grado di individuare a memoria l’episodio, ma mi sono segnata il personaggio che menzionano, il dottor Thomas Leighton, e ho recuperato di quale si tratta, “La magnificenza del re” (1.13), un titolo preso da Amleto e dove il capitano Kirk incrocia il leader di una compagnia di attori shakespeariani che si trova sul pianeta in cui è stato convocato e che è sospettato di essere stato un dittatore pluriomicida 20 anni prima. E nell’episodio successivo di Station Eleven (1.05), fra gli oggetti da conservare a testimonianza del passato c’è una action figure di Spock. L’amore per la serie ideata da Gene Roddenberry non può essere negato.

“We need new words – Abbiamo bisogno di parole nuove” si dice in “Dr. Chaudhary” (1.09): le parole costruiscono il nostro mondo, e per cambiarlo e rifondarlo abbiamo bisogno di termini nuovi. Qui sono molte le parole, interconnesse, che si rincorrono: umanità, perdita, passato e, come accennavo sopra, arte. L’arte è civilizzazione, l’arte è ciò che ci permette di dare un senso al mondo (penso ad esempio a Kirsten che scopre della morte dei genitori e che recita), dà senso, ha potere terapeutico, è una forma di comunicazione che ci fa riconoscere gli uni negli altri e travalica spazio e tempo. Poetica, anche se criptica, la narrazione ci regala riflessioni sull’amore, la morte, le emozioni, le scelte della vita e il significato di quello che facciamo: importa, non si tratta di sopravvivenza. Il messaggio ultimo per me è stato che niente muore finché siamo capaci di riconoscere noi stessi negli altri. Ho continuato a rimanere impressionata del modo chirurgico di collegare passato e presente, di tessere maglie strette fra eventi e persone apparentemente distanti. Tutto torna e si ripete, in forme diverse, tutto è collegato.

Se una metafora volessi trovare per la mia esperienza di visione di questa serie, alla fine direi che è stata quella di trovarmi di fronte a uno specchio in frantumi che mi mostra molte me, o uno di quegli specchi da luna park che ti mostra contemporaneamente in molte diverse prospettive. O forse, anche meglio, penso a una rete neuronale, e agli impulsi delle sinapsi che mi portano in un istante in mille luoghi contemporaneamente.    

E per ultima, la cosa più importante: è decisamente rassicurante sapere che anche se arriva l’apocalisse, possiamo sempre contare su un delizioso barattolo di Nutella (1.07). Quindi c’è speranza dopotutto.  

martedì 6 settembre 2022

PATRIOT: ritratto di un uomo triste, con humor

Non mi aspettavo che Patriot fosse così divertente. E in questo momento non avrei scoperto questa piccola gemma che ha debuttato nel 2015 (e disponibile su Amazon Prime), se non fosse stata scelta per il club della TV di Tim Goodman, a cui partecipo.

Su incarico del padre Tom (Terry O’Quinn, Lost), John Tavner (Michael Dorman), deve portare una somma di denaro in Iran per avvantaggiare la vittoria di un politico che impedisca la proliferazione di armi nucleari. Il compito in teoria è semplice, ma molte cose vanno storte. John, per svolgere il suo ruolo come funzionario di intelligence, si fa assumere in un impego di copertura, quello di ingegnere dipendente di un’impresa di tubazioni industriali di Milwakee, che per lavoro gli permette di andare in Lussemburgo, dove si svolge molta dell’azione. Da tutti è conosciuto come John Lakeman. Compone canzoni folk come valvola di sfogo raccontando quello che gli accade. Questo eroe controvoglia detesta il suo lavoro ed è progressivamente sempre più depresso, ma si piega ai desideri del padre. Ad aiutarlo dove necessario c’è il fratello Edward (Michael Chernus), mentre la moglie Alice (Kathleen Munroe) è all’oscuro di tutto. Sul luogo di lavoro, la McMillan, che molto tiene allo spirito aziendale, è costretto ad avvalersi di un collega, Dennis (Chris Conrad) che gli diventa amico, ma non brillando in quello che è chiamato a fare, distratto da i suoi altri compiti, si attira l’aperta ostilità del suo superiore Leslie (Kurtwood Smith, That 70s Show), che ripetutamente cerca di venirgli incontro. Alle calcagna di John, coinvolto in un omicidio, c’è la detective Agathe (Aliette Opheim) della polizia di Lussemburgo.

Patriot è ricco di azione. È evidente che la narrazione è progettata meticolosamente, così come è chiaro da subito quello che viene esplicitato in seguito: quello che stanno facendo a livello narrativo ha a che fare con la dinamica di flusso, quello di cui si occupa l’azienda per cui lavora John, ovvero spostare qualcosa da A a B e affrontare gli elementi (attrito, gravità e altri, in campo ingegneristico) che ostacolano il raggiungimento dell’obiettivo. Forma e contenuto insomma coincidono, e in maniera geniale, anche perché in questa creazione di Steven Conrad una gran parte dell’umorismo nasce proprio da questi stessi ostacoli, che sottolineano la frustrazione del protagonista e lo umanizzano. Come ha ben osservato Steven Rubio, uno dei partecipanti al club della TV menzionato sopra, “il personaggio di base di John è impostato come il tipico eroe maschile, ma a John non viene mai permesso di esserlo. Sarebbe più adatto a un film esistenzialista francese degli anni Cinquanta” (qui).

Molto ha a che vedere con le obbligazioni familiari. Si riflette su quanto non sia facile liberarsene anche quando lo si desidera. La pressione di Tom sul figlio è atroce – e la sigla di apertura con i video dei due fratelli costretti a competere fin da piccoli reitera ad ogni episodio il terreno su cui il rapporto padre-figlio è costruito. John pur magari vedendo possibili alternative di vita che potrebbe prendere che lo renderebbero felice, non riesce a prenderle.

La primissima cosa che mi ha colpito già nel pilot è stata l’evento brutale di John che spinge sotto un camion il rivale Tchoo (Marcus Toji) per il posto di lavoro che deve assolutamente avere – quest’ultimo si riprende, ma ha grandi problemi cognitivi, tanto che deve essere assistito da una terapeuta occupazionale, Ally (Charlotte Arnold), cosa che dalla serie è usata sia in declinazione umoristica che di possibile minaccia per John nel caso in cui questo sventurato ricordasse la dinamica del suo incidente. La mia mente ha avuto un flash su Mr Robot, dove pure accade qualcosa di similare, mutandis mutandis – anche se poi Mr Robot ci ha dato nel tempo una spiegazione molto diversa. Anche se la serie a cui ho ripensato di più, è stata Barry, che è evidentemente in debito nei confronti di Patriot: c’è lo stesso senso di essere costretti a compiere atti violenti e crudeli che sono visti come un modo di andare contro la propria natura pacifica e come un modo di rendersi infelici. Non sono una grande amante della brutalità e della violenza coniugate all’umorismo, ma in Patriot funziona proprio bene. E me lo sono goduto in tanti piccoli dettagli. È sempre sull’orlo della parodia, ma non arriva mai ad esserlo. Le canzoni folk sono brillanti, perché non fanno che dichiarare in modo molto diretto, quasi banale, quello che è successo, e ridiamo perché lo abbiamo visto, ma allo stesso tempo ci fa riflettere su una modalità di costruzione di quel genere di canzoni, e su come probabilmente siamo soliti leggere significati metaforici anche lì dove magari non ci sono. Non so se ho mai visto una tale sicurezza nell’equilibro fra dark e funny.

La connessione perfetto-imperfetto è un tema portante del programma: quello a cui miriamo e il modo in cui viene realizzato. La vita di John è costruita su menzogna e manipolazione, e assistiamo a numerose lezioni in questa direzione. In modo paradossale proprio attraverso questi comportamenti che allontanano il protagonista dalla serenità personale si riflette su come il contatto umano ci salvi e l’importanza di concedersi di essere quello che si è a dispetto di quello che appariamo. Questo, che è il grande messaggio positivo della serie in generale, viene comunicato anche in positivo. Anche le interazioni con i personaggi minori (Icabod, Numi, Mahtma, Jack Birdbath, Lawrence) hanno un ruolo essenziale. 

Questo è il ritratto di un uomo triste, descritto con empatia e con molto humor.