mercoledì 27 dicembre 2023

LE MIGLIORI NUOVE SERIE del 2023, secondo me

Ogni anno scelgo quelle che sono le migliori nuove serie, secondo me. Quest’anno ci sono stati tante vecchie serie che sono state eccellenti che in proporzione mi sembra che le nuove siano meno. L’addio di Succession è stato mozzafiato come sempre; non ho scritto sulla terza e ultima stagione di The Great ma è stata incredibile nel modo doloroso in cui ha trattato il tema del lutto; The Bear si è superata rispetto al già eccellente debutto, e in generale molte vecchie conoscenze hanno continuato a offrire solide stagioni penso alla finale di Sex Education, alla seconda di Heartstopper, The White Lotus, Foundation o Strange New Worlds, per esempio, alla seconda sempre esilarante di Schmigadoon che ha cambiato stile e ambientazione, o da quel che si dice alle più recenti di Somebody Somewhere e di Reservation Dogs, con cui non ho ancora avuto modo di mettermi in pari. Molto solida e spassosa anche la terza di Only Murders in The building, di cui avevo scritto solo della prima stagione. Solo Ted Lasso è probabilmente stato un po’ la nota dolente fra gli show che hanno fatto il loro inchino prima del calare del sipario perché ha deluso rispetto alle due occasioni precedenti. Poi, anche qui come sempre, ancora non ho avuto modo di assaggiare nuove offerte che la critica loda, come Fellow Travelers o The Curse o Jury Duty o I'm a Virgo. Solo quest’anno ad esempio ho visto la seconda stagione di For All Mankind, che se avessi visto nel 2021 quando ha debuttato, sicuramente avrei inserito fra le migliori — la season finale poi è stata pazzesca. Come sia stata la quarta, che è stata rilasciata quest’anno, ancora non lo so. 

Non sono molte alla fine le nuove serie che mi hanno entusiasmata. Ma anche se sono numericamente meno di altri anni, il livello è stato notevole. Scelgo per quest’anno:

-       Silo: ne ho palato qui.

-       Beef: qui.

-       Fleishman is in Trouble: qui.

-  The Last of us: che non posso dire mi abbia propriamente entusiasmata, ma che penso sia stato comunque un ottimo debutto. Ne ho scritto qui.

-       Colin from Accounts: ne parerò prossimamente.

Una menzione onorevole poi la do a The Makanai e a Everyone Else Burns, di cui pure parlerò prossimamente.

Voi, quali nuovi debutti avete gradito maggiormente?


venerdì 22 dicembre 2023

HEARTSTOPPER: nella seconda stagione si parla di "Ace"

Devo ammettere che mi sono commossa quando ho visto che nella season finale della seconda stagione di Heartstopper (Netflix), che continua ad essere la deliziosa serie adolescenziale LGBTQ+ che è stata nella prima stagione, il personaggio di Isaan Henderson (Tobie Donovan) si è reso conto di essere asessuale.

Anche Sex Education recentemente ha presentato personaggi asessuali, ma sono ancora una rarità, ed è stato magnifico il modo in cui la commedia di Alice Oserman lo ha fatto forse anche perché l’autrice stessa ha dichiarato di esserlo, oltre che nel suo caso anche aromantica. 

 

Issac, che nelle vicende è sempre stato mostrato come un appassionato lettore, entra nella biblioteca della scuola, e nella sezione dedicata alle letture arcobaleno, trova in bella vista la versione, in inglese nel suo caso, di “Ace. Cosa ci rivela l'asessualità sul desiderio, la società e il significato del sesso” di Angela Chen. Gli “Ace” sono proprio gli asessuali. Io letto il testo saggistico in questione e, salvo un paio di piccole obiezioni, l’ho trovato perfetto ed è indubbiamente *il* libro da leggere su questo argomento. L’avevo letto in originale, ma ora è disponibile anche in versione italiana per Mondadori, con la traduzione di Giorgia Sallusti. L’ho anche comprato come strenna natalizia per un’amica quest’anno, e spero tanto che qualche libraio sia accorto a sufficienza da metterlo in vendita accanto ai libri di Heartstopper, magari segnalando che è proprio il libro di cui si parla nella serie. 

Lo mostrano più volte nel corso della puntata, e ad un certo punto si vede anche Isaac uscire di casa di Nick (Kit Connor) con il libro sotto mano con un’aria radiosa. Si è appena tenuto il “prom”, il ballo di fine anno, e tutta la gang si è poi riunita a casa di quest’ultimo. Ci sono Nick e Charlie (Joe Locke), che sono la coppia gay; Darcy (Kitzy Edgell) e Tara (Corinna Brown), che sono la coppia lesbica; Tao (William Gao) ed Elle (Yasmin Finney), dove lui è etero o forse pansessuale e lei è una ragazza transgender; e c’è Issac, che è solo. Non è detto che lo sarà sempre, ma lo si vede felice. E questo è quello che conta.

Tutto è stato fatto in modo molto marcato, ma anche delicato, cifra stilistica della serie. Approvo con soddisfazione. E quasi quasi mi viene da dire: grazie.

venerdì 15 dicembre 2023

FONDAZIONE - seconda stagione: qualche riflessione

Non intendo fare un commento o una recensione sulla seconda stagione della “Fondazione” (AppleTV+), che in generale è stata appagante ed epica memorabile la 2.09, con le rivelazioni su Derzemel e con il destino finale di Terminus, e a seguire una chiusura ricchissima di colpi di scena  ma ci tengo a buttare giù a flash qualche spunto di riflessione.

·         Gli intrecci sono davvero complessi e sono molte le vicende che vengono palleggiate dagli abili giocolieri della sceneggiatura. Si vede che la narrazione è di ampio respiro e non si presta a una visione casuale e rilassata: è chiaro che bisogna davvero prestare attenzione per non perdersi, avendo la pazienza di attendere per eventuali risposte. La Trilogia della Fondazione di Asimov su cui la serie è basata era stata ispirata da Declino e Caduta dell’Impero Romano di Edward Gibson, e in questa stagione appare particolarmente evidente, dai militari, ad esempio e un applauso va al fatto che fra questi ne abbiano fatto una magnifica coppia gay , ai clerici, ai costumi, allo spirito tutto.

·         Sarà che nel writing team è arrivata anche Jane Espenson, che non c’era nella prima stagione, ma si sente l’eredità di Joss Whedon (Buffy, Angel, Firefly), con cui in passato ha estesamente lavorato. In particolare questa sensazione c’è dalla concezione etica di fondo per cui alla fine non sono i grandi nomi, i grandi scienziati o governanti o intellettuali che cambiano la storia del mondo, ma le persone comuni, e i più coraggiosi e coinvolti a volte sono dei poveri scalcagnati armati di coraggio e buona volontà. E ci sono eroine molto combattive. Certo, rimane legittimo domandarsi se quella che qui vedo come l’impronta di Joss, non fosse in Buffy in realtà l’impronta di Jane, solo non attribuita (almeno da me) a lei, ma a lui: forse sono vere un po’ entrambe le cose. Così come è un piacere notare, qui e lì, piccoli riferimenti ai lavori di Asimov estranei al Ciclo delle Fondazioni

·         Hari Seldon (Jared Harris), sempre di più è stato presentato in un parallelismo con la figura di Cristo: attorno alla sua figura si crea un movimento religioso, muore e risorge, si sdoppia, incarna sè stesso nel corpo di una donna, non verrà crocifisso ma la sorte che gli capita legato con le braccia a dei pali certo non si distanziano molto da quel genere di iconografia…e piccoli accenni vanno in quella direzione, anche nella diegesi, e alla critica a quelle credenze.

·         In questa stagione vengono introdotti i Vedenti (Mentalics in originale), sul pianeta Ignis, un gruppo di persone che ha il potere di percepire quello che gli altri pensano e provano e sono fortemente empatici. La storyline che li riguarda per me ha avuto forti echi dello Star Trek originale, anche se non riesco a motivarlo in modo specifico. Sono guidati da Tellem Bond (Rachel House), che da subito si presenta come una villainess manipolatrice, una cattiva della situazione insomma. In “Una morte necessaria” (2.07) si esplora attraverso di loro un concetto molto interessante. Gaal (Lou Llobell) e Salvor (Leah Harvey) vengono invitate ad un banchetto, e per l’occasione vengono cucinati dei molluschi che, bolliti, emettono grida di dolore che pure loro, influenzate dalla comunità in cui si trovano, percepiscono in modo molto forte e disturbante. Chiedono se non sia possibile optare per dei vegetali. Tellem risponde loro che le piante non soffrono meno degli animali, hanno solo un modo di manifestarlo differente che noi non percepiamo con la stessa intensità solo perché apparteniamo ad un genere diverso. Questa è un’idea con cui io sono molto in accordo. Aggiunge poi che sopravvivere comporta il provocare dolore, e sofferenza e morte ad altri esseri viventi, ma che gli esseri umani scelgono di illudersi che non sia così. Loro ne sono consapevoli, vegetale o animale non fa differenza, e scelgono di accettare questa verità ed essere riconoscenti, perché quella sofferenza non vada sprecata, per così dire, perché non sia non riconosciuta. Tendo, almeno in parte, a ritrovarmi anche in questa linea di pensiero. Il fatto che queste parole siano in bocca a una cattiva, e funzionali alla storia che si narra in seguito, non le rende meno vere, eventualmente. Non di meno  fanno fare una pausa di riflessione, se il dare per scontato che l’inevitabilità di essere artefici di sofferenza per gli altri non possa rischiare di rendere ciechi ai dolori altrui e anche crudeli lì dove non è necessario. In ogni caso è stato un buon spunto di riflessione per una puntata scritta da David Kob e Eric Carrasco.

martedì 5 dicembre 2023

LESSONS IN CHEMISTRY: fantasia femminista anni '50-'60

Tratto dall’omonimo romanzo di Bonnie Garmus, che non ho letto, Lessons in Chemistry – Lezioni di Chimica solleva molte questioni di rilevanza anche attuale, travestite da fantasia femminista di riscatto dall’opprimente cultura degli anni ’50-’60, periodo in cui è ambientato. Non riesce in definitiva ad elevarsi da quest’ultimo aspetto e da risultare realmente memorabile o incisivo, ma offre ugualmente spunti interessanti in una gradevole confezione. 

ATTENZIONE SPOILER

Siamo degli Stati Uniti. Protagonista è Elizabeth Zott (Brie Larson), una chimica che in quanto donna viene relegata a ruoli umili nel laboratorio Hastings dove lavora come tecnica, pur essendo più brillante di molti colleghi maschi. Questo finché non incontra l’appoggio di un chimico, Calvin Evans (Lewis Pullman), un tipo molto eccentrico che i colleghi sopportano solo perché è finito sulla copertina di Scientific American per le sue ricerche.  Insieme decidono di studiare l’abiogenesi. Si innamorano, sono travolti da una deliziosa storia romantica, e decidono di vivere insieme. Sono sul punto di pubblicare quando lui, fuori a correre come al suo solito insieme al cane Seiemezza (la puntata 1.03 viene narrata dalla sua prospettiva), viene investito da un veicolo e muore (1.02). Lei viene licenziata, e dei loro studi si appropria qualcun altro. Si scopre incinta. Un po’ l’aiuta la vicina di casa Harriet Sloane (Aja Naomi King), un’avvocata che si sta battendo perché non venga costruita un’autostrada demolendo il quartiere a prevalenza afro-americana in cui vivono, che conosceva Calvin. Dopo che nasce la figlia Madeline (Alice Halsey), detta Mad, vista la necessità economica e la sua bravura in cucina, campo in cui si è sempre dilettata applicandoci i principi della chimica e testando ogni nuova variabile nelle differenti versioni di uno stesso piatto, le viene offerta la conduzione di un nuovo programma televisivo, “Supper at Six” (Cena alle sei) che è subito un grande successo e ispira molte donne, non solo ai fornelli. Ha il sostegno di Walter Pine (Kevin Sussman, The Big Bang Theory), suo produttore che la supporta anche contro l’aperta ostilità del direttore di rete Phil Lebensmal (Rainn Wilson, The Office), e ha l’amicizia di Fran Frask (Stephanie Koenig), una delle segretarie del Hastings Research Institute che inizialmente la riprendeva sempre per il suo comportamento. Quando Mad comincia ad andare a scuola e deve fare il suo albero genealogico, emergono il passato della madre e del padre.

In questa miniserie sviluppata per AppleTV+ da Lee Eisenberg non so se per aderenza al testo che non ho idea se dica qualcosa in proposito, per scelta della sceneggiatura o della convincente attrice che la interpreta , la protagonista per la gran parte della narrazione non mi sembra una persona neurotipica. Nella diegesi non ci si esprime mai in questi termini, né si allude a qualcosa di simile con un linguaggio più appropriato all’epoca, ma se si esclude la puntata finale e pochi altri momenti, questa è l’impressione che mi dà. Forse la rigidità dovuta al comportamento preteso all’epoca, unita all’eccezionalità degli interessi del personaggio è tale da giustificare il suo modo di atteggiarsi, in realtà: me lo sono chiesto. Quello che mi ha irritato nel pilot, perché è la solita solfa, è che, a dispetto del suo messaggio esplicito, la serie inizialmente contrappone la protagonista alle altre donne e, per far emergere la sua brillantezza, fa sembrare un po’ stupide tutte le altre, e anche gli altri a dire il vero. E quello che la rende brava in cucina è il fatto che è una scienziata – “cucinare è chimica e chimica è vita” è un po’ il suo motto (1.05) -, quando per come la vedo io quello potrebbe fortemente anche essere il suo limite all’essere eccellente, e questo tristemente non passa come idea. C’è questa fasulla concezione che solo se c’è scienza alla base, allora qualcosa è geniale e meritevole: niente di più svilente dell’essere umano nella sua completezza. Questa è la mia maggiore obiezione valoriale al programma, che prevede una via alternativa solo in termini religiosi e non intellettuali, attraverso il confronto con le idee del reverendo Wakely primariamente (Patrick Walker).  

Di contro si affrontano molte importanti questioni: la lotta al patriarcato che schiaccia le potenzialità femminili, alle discriminazioni che valutano non la competenza, ma il gender o l’aspetto che hai, al sessismo, e la necessità dell’empowerment di donne che vengono da lei incoraggiate durante il suo programma a seguire i propri sogni (in un caso una donna aspira a diventare medico, ma non l’aveva mai preso nemmeno in considerazione come una possibilità realistica) e l’importanza di credere nelle persone, nell’avere qualcuno che ha fiducia nelle tue capacità e l’importanza di essere di ispirazione agli altri, anche quando questo rischia di essere visto come una minaccia; il fatto che cucinare non è divertimento o un hobby, è un un’attività vitale (1.05) e che prendersi cura delle persone amate comporta lavoro, vero lavoro (1.01); l’importanza del cibo, come catalizzatore dello sviluppo fisico della persona, e per il fatto che è famiglia, è comunità, è essenziale (1.04); la significatività di essere visti e ascoltati, di avere una piattaforma per farlo, perché quello che si dice lascia un’impronta, e anche quello che non si dice: è un antidoto a quella che Jill Stauffer chiamerebbe “la solitudine etica”, l'esperienza di essere abbandonati dall'umanità, inascoltati, nella dolorosa percezione di subire torti che non sono percepiti e riconosciuti; il ruolo della TV che la gente non guarda solo “perché è accesa”, come vuol farle credere il direttore di rete, ma perché ci si trovano contenuti rilevanti per le proprie vite, con il conseguente imperativo morale di non mentire agli spettatori, e di non trattarli da stupidi; e poi il leit motiv reiterato dell’inevitabilità dei cambiamenti, forse la sola costante della vita.

Queste in fondo sono le “lezioni” impartite dalla serie, che ci rimanda anche sempre a un testo letterario che la punteggia, Grandi Speranze di Dickens, il preferito di Calvin, sullo sfondo di una storia d’amore tragica perché finita troppo presto.

Deliziosa a mio gusto la sigla di apertura.