giovedì 12 ottobre 2017

I LOVE DICK: passionale e concettosa


I Love Dick, serie di Amazon portata sullo schermo da Jill Soloway (Transparent) e Sarah Gubbins sulla base dell’omonimo romanzo di Chris Kraus, contiene già nel titolo un doppio senso, per chi non avesse familiarità con l’inglese. Significa infatti tanto “Io amo Dick”, quanto “Mi piace il cazzo”. E in questa ambivalenza è contenuta anche parte le senso della serie.

Chris Kraus (Kathryn Hahn)  - sì, la protagonista della serie si chiama come l’autrice del libro – è una regista femminista e una donna molto indipendente che si trasferisce temporaneamente con il marito Sylvère (Griffin Dunne), uno storico che si occupa di estetica dell’Olocausto, presso una colonia di artisti a Marfa, in Texas. Qui  incontra Dick (Kevin Bacon),  un talento la cui fama è quasi mitologica nella sua comunità – il personaggio è basato su una similare figura del posto, quella di Donald Judd -, un macho egocentrico - si vanta che non legge libri perché ormai lui è “post-idea” - che va in giro vestito da cowboy, ha un atteggiamento condiscendente, è sprezzante delle donne come artiste, e tende ad ignorarla. Lei, fisicamente estremamente attratta da lui, ne rimane ossessionata, e comincia a scrivergli delle lettere d’amore e desiderio, spesso a sfondo erotico, in cui si rivela completamente e si analizza. Con un effetto afrodisiaco, queste missive rinvigoriscono la sua zoppicante intesa sessuale con il marito che in qualche modo le diviene complice, e diventano per lei un’opera d’arte. Inizialmente concepite solo come private, finisce per darle prima a Dick stesso e poi per diffonderle nell’intera cittadina. Alla ricerca di significative rappresentazioni di sé sono anche la drammaturga lesbica Devon (Roberta Colindrez), Toby, che ha studiato pornografia osservandone le forme, e alla sua maniera anche la gallerista di Dick, l’afro-americana Paula (Lily Mojekwu).
    
La serie è un acuto miscuglio di attrazione e repulsione, contemporaneamente assertiva e autodistruttiva, passionale e logica, di una donna nei confronti di un’icona di mascolinità, con tutto quello che rappresenta. Mostra la rabbia di chi, perennemente ignorato e sottovalutato dalla società, fa le capriole per rivendicare il proprio valore. Astraendo, è il femminismo di fronte al muro del patriarcato, è ribellione di fronte alla misoginia. Allo stesso tempo le lettere sono in fondo una scusa perché la protagonista possa indagare se stessa. “Questa non è una lettera d’amore, questo è un manifesto” (1.06), dichiara la protagonista. A volte sa di rendersi ridicola, ma non le importa, presa da una sorta di furia di scoperta. La serie esplora identità di genere,  sessualità e desiderio – a questo proposito particolarmente riuscita è “ A Short History of Weird Girls” (1.05) che si segmenta in una piccola storia sessuale e di desiderio di Chris, Devon, Toby e Paula, con un tono confessionale. L’atmosfera calda di zone desertiche e musiche spagnoleggianti accrescono una sensazione di progressiva disinibizione, che è mentale, prima ancora che fisica.   

L’autrice riposiziona come centrale il female gaze, lo sguardo femminile. Dick si sente umiliato, perché ritiene che Chris abbia indebitamente preso il suo nome, invaso la sua privacy e scritto pornografia su di lui, ed è Sylvère che gli fa notare che è quello che gli uomini hanno sempre fatto alle donne, usandole come muse per la propria creatività. Ambientata nel mondo dell’arte e delle teorie culturali, è una meditazione su senso di queste imprese, con echi perennemente meta-testuali sulla serie stessa. Quando Toby si mette nuda davanti a una telecamera per una sorta di performance art, come modo per offrire il proprio corpo e il proprio privilegio, i personaggi stessi nella diegesi discutono sul senso di quel gesto, con vari punti di vista, ora definendolo come l’incarnazione della fusione fra accademia, arte e social media, come un bricolage post-moderno di cultura alta e bassa, ora interrogandosi se non sia infliggere il proprio privilegio sugli altri e se non sia per questo irresponsabile, pedestre, non etico, ora proponendo una lettura che lo vede come un esercizio di mutua degradazione di corpi estranei… Se legittimamente ci si chiede se un atto simile sia sovversione e arte o se siano stronzate, la serie non dà una risposta, partecipa a questo dualismo, in equilibrio fra le due possibili soluzioni come su una corda tesa, anche irridendo certi eccessi, o guardandoli con l’indulgenza di chi vi vede irrefrenabili impulsi fuori controllo nell’aspirazione di qualcosa di grande. C’è un sottile umorismo. Ma l’eventuale irrisione non diventa mai disprezzo. Nella sua anima drammatica è frida-kahlo-iana, potremmo dire, ma si celebra, come ha acutamente argomentato Maxinne Swan sul Guardian – la “comic female loser”, la sfigata comica, una figura inusuale e difficile sullo schermo.

Una serie passionale e concettosa.

lunedì 9 ottobre 2017

OSSERVATORIO TV 2017: il libro digitale


È finalmente disponibile online il libro di OSSERVATORIO TV 2017. Lo potete scaricare gratuitamente seguendo questo link: http://www.osservatoriotv.it/Home_Page.html

Io quest'anno partecipo con ben tre saggi, su Jane the virgin, su The Handmaid's Tale e su Westworld, ma in generale è molto ghiotto.

Sotto trovate l’indice. Buona lettura a tutti!



Presentazione di Barbara Maio
Introdozione di Nikki Stafford

Better Call Saul (AMC 2015) Chiara Checcaglini
Big Little Lies (HBO 2017) Elisa Rampone
BoJack Horseman (Netflix 2014) Sara Mazzoni
Deutschland 83 (Sundance Tv 2015) Davide Parpinel
Extant (CBS 2014) Oriele Orlando
Gomorra (Sky Atlantic 2015) Eleonora Degrassi
Hemlock Grove (Netflix 2013) Désirée Favero
In The Flesh (BBC 2013) Daniela Pizzuto
Jane The Virgin (The CW 2014) Giada Da Ros
Jessica Jones (Netflix 2015) Barbara Maio
Narcos (Netflix 2016) Giacomo Tagliani
Rick e Morty (Adult Swim 2013) Gianluigi Rossini
The Get Down (HBO 2016) Paola Ceccarelli
The Handmaid's Tale (Hulu 2017) Giada Da Ros
The Living and the Dead (BBC 2016) Lorenzo Manuel D'Anna
The OA (Netflix 2016) Sara Mazzoni
Twin Peaks (Showtime 2017) Doriana Comandè
Westworld (HBO 2016) Giada Da Ros

giovedì 5 ottobre 2017

THE GOOD DOCTOR: dall'autore del dottor House


Aiuta sapere che The Good Doctor, la nuova serie dell’americana ABC appena confermata per un’intera stagione, è stata sviluppata, sulla base di un successo della TV sudcoreana firmato da Park Jae-bum, da David Shore, già ideatore di House. Questo perché, intuendone il potenziale, si è più ben disposti a chiudere un occhio su alcune ingenuità del pilot.  

Shaun Murphy (un eccelente Freddie Highmore, Bates Motel) è un giovanissimo chirurgo che soffre di autismo e con la sindrome del savant. Nell’infanzia è stato oggetto di bullismo da parte dei coetanei, incompreso e oggetto d’abuso in famiglia, in particolare da parte del padre. Solo il fratello minore, finché ha potuto, lo ha difeso e protetto. Suo mentore da quando aveva 14 anni, il dottor Aaron Glassman (Richard Schiff, The West Wing), presidente del San Jose St. Bonaventure Hospital, si batte perché possa essere assunto come residente nel suo ospedale, e, nonostante all’inizio abbia solo il sostegno di Jessica Preston (Beau Garrett, Girlfriend’s Guide to Divorce),  alla fine la spunta. Non tutto lo staff è convinto però perché i colleghi che i suoi problemi possano essere un ostacolo maggiore di quanto non sia d’aiuto la sua brillantezza. Lo sostiene con veemenza il primario di chirurgia Marcus Andrews (Hill Harper) e lo fa capire al diretto interessato in sala operatoria il dottor Neal Melendez (Nicholas Gonzales). Chi lo prende in simpatia è la dottoressa Claire Browne (Antonia Thomas,  Lovesick), che ha una storia di sesso con il collega Jared Hulu (Chuku Modu).

Dal pilot, che introduce parecchi personaggi (e relazioni fra i residenti declinati un po’ alla Grey’s Anatomy), è chiaro checi sono temi cari a Shore, come la presenza di una persona particolarmente dotata intellettualmente che si trova sotto altri aspetti in difficoltà, che deve imparare a convivere con gli altri; i problemi di non essere neurotipici e l’importanza di vedere questa diversità come un potenziale piuttosto che un ostacolo; l’interrogarsi su quanto contino per un medico non solo l’abilità tecnico-professionale, ma anche l’empatia e la capacità di rapportarsi con i propri pazienti sul piano umano; la sinergia e le frizioni fra la parte burocratico-.amministrativa e quella clinico-medica di un ospedale… Qui poi, la visione si arricchisce di una sorta di “realtà aumentata” alla CSI poiché i ragionamenti spazio-visuali sul corpo umano (e non solo) che fa il protagonista vendono illustrati per noi con dei disegni in sovrimpressione, con le indicazioni mediche, così come certi termini e procedure vengono spiegate con delle scritte che appaiono sullo schermo: notevole, anche se concretamente un po’ faticoso da seguire per la velocità con cui avviene.

Un punto debole sono stati i flashback del protagonista, ma solo perché un po’ troppo lacrimevoli e “manipolatori” da un punto di vista emozionale, scontati nelle loro conclusioni (la sorte del fratello e il discorso che tiene Shaun che convince tutti a dargli una possibilità) – forse è dovuto alla matrice sudcoreana? E nella narrazione non si sono state molte sottigliezze, per cui si è rimasti tiepidi. Una critica sensata è venuta da Crippled Scholar, che ha le credenziali di un vero esperto (si veda qui),  secondo cui il personaggio è troppo stereotipato, un’incarnazione troppo smaccata dei criteri diagnostici del DSM, con capacità al limite della credibilità e solo inteso come “ispirazione”, infantilizzato e interessato più a vivere per gli altri che per se stesso, cosa che viene rimproverata ad Hollywood per essere il modo standard di ritrarre le disabilità (Crippled Scholar).  Osservazioni pregnanti. Comunque, appunto, il pedigree di Shore permette di trascurare questi aspetti, almeno per ora, e di dare alla serie una possibilità.     

domenica 1 ottobre 2017

THE HANDMAID'S TALE: un superba storia di sopravvivenza


Superba: nella concezione, sceneggiatura, scenografia, recitazione, cinematografia, regia, costumi… La prima stagione di The Handmaid’s Tale (Hulu) può senza difficoltà qualificarsi come la serie migliore dell’anno. Ho letto l’omonimo classico della letteratura firmato da Margaret Atwood, divenuto Il Racconto dell’Ancella in italiano, e anche come lettrice penso che si sia stato fatto un eccellente lavoro di trasposizione sul piccolo schermo.

Siamo a Gilead, un regime totalitario teocratico distopico su parte del territorio di quelli che un tempo erano gli Stati Uniti d’America. A causa del’inquinamento c’è stato un crollo delle nascite, e un gruppo di estrema destra, i Figli di Giacobbe, ha creato un nuovo Stato dove a detenere il potere sono uomini conosciuti come Comandanti. Con la scusa di reagire ad attacchi terroristici sono stati tolti alle persone i diritti civili basilari. È stata operata una retata delle donne fertili che sono poi state “rieducate” in appositi centri sotto il controllo di una “aunt”, una “zia”, e assegnate poi ad un diverso comandante per il solo scopo della procreazione. Queste donne vengono private di tutto, compreso il proprio nome, e la protagonista infatti (ci cui però nella serie sapremo che si chiama June) è conosciuta con il nome di Offred (Difred in italiano) (una spettacolosa Elisabeth Moss, Mad Men, Top of the Lake), perché appunto “Of Fred – di Fred”, di proprietà del suo Comandante Fred (Joseph Fiennes). Il nome peraltro, nel suo caso, è un rimando anche a Red, rosso, dal momento che queste ancelle indossano, con un look simile a delle suore, degli abiti rossi. Offred è stata letteralmente rapita, e le è stata tolta la figlia Hannah (Jordana Blake), mentre il marito Luke (O.T. Flegbenle) è riuscito a fuggire in Canada. È stata sottoposta alla rigida disciplina e alle violenze ( e qualche volta alle torture) del Red Center insieme anche alla sua amica Moira (Samira Wiley), o alla fragile Ofwarren (Madeline Brewer) sotto la sadica guida di “zia” Lydia (Ann Down, appena reduce di un ruolo altrettanto intenso in The Leftovers). 

I comandati sono sposati e quando è il momento di fertilità della donna in grado di concepire, i tre – con riferimento anche alle Sacre Scritture – partecipano alla “Cerimonia” di “stupro rituale”, che prevede l’ancella in mezzo fra i coniugi, adagiata fra le cosce della moglie -  per Fred è Serena Joy (Yvonne Strahovski, The Astronaut Wives Club) - che le tiene le braccia e a gambe larghe perché il  comandante possa penetrarla nella speranza che risulti in un concepimento. Delle case dei comandanti si prendo cura delle donne diverse ancora, le Marte – qui Rita (Amanda Brugel). Un sistema stringente e oppressivo, in cui gli oppositori vengono impiccati o diversamente puniti e giustiziati – a Diglen (Alexis Bledel, Gilmore Girls, in un ruolo che la rivela molti più brava di quanto non la credessi), ad esempio, viene forzatamente eseguita la mutilazione genitale femminile e le donne in cerchio periodicamente si trovano a lapidare persone che abbiamo violato certi precetti. Il rispetto delle regole è attivamente monitorato dagli Occhi (una sorta di spie) – e l’autista tuttofare del Comandante Fred, Nick (Max Minghella) è uno di loro - e dagli Angeli (uomini armati). Si comincia a formare un resistenza, un movimento chiamato Mayday.

La tematica della libertà riproduttiva è quanto mai attuale, specie negli Stati Uniti dove le paventate limitazioni governative nell’era Trump sono sentite come un rischio molto pressante. La serie la affronta con tinte fortemente femministe – anche se pare (Merian) che sia autrice che cast abbiano cercato di prendere in qualche modo le distanze da questa etichetta, preferendo puntare sull’umanità della questione. Per come la vedo io le questioni femministe sono questioni umane che riguardano fortemente anche gli uomini in ogni caso, e pensare che non sia così è ingiustificato sessismo. È una questione femminista, è una questione umana. L’aberrazione e la schiavizzazione a cui portano il concepire le donne solo come incubatrici e solo per il loro potere riproduttivo – quelle che riescono a rifiutarsi sono considerate non-donne e costrette a lavorare in fabbriche velenose in cui la possibilità di sopravvivenza è solo a breve termine – è lampante e le conseguenze di portare alle logiche conclusioni certi principi sono illustrate con lucidità. Si mettono anche in luce la necessaria complicità delle donne stesse nel sostenere e mantenere strutture patriarcali (attraverso personaggi come Serena Joy o aunt Lydia), e come aberranti situazioni di questo genere possano essere mantenute solo in climi di sospetto, silenzio e ignoranza (alle donne ad esempio è proibito leggere).

La storia, portata sullo schermo da Bruce Miller, è appassionante e coinvolgente quanto agghiacciante. Algida, anche nei momenti più di fuoco. E cruda, cosa attenuata da una fotografia che predilige colori smorti e grigiastri, che aumentano il senso di disperata oppressione. E brutale. Così descritta sembra pesante da seguire, ma non è così. Forse è penosa, ma la sensazione ultima che lascia non è di pena, ma vince il tono emotivo della resilienza dello spirito umano. E la serie è capace di provocare stupore in inquadrature che talvolta mozzano il fiato nella loro linearità e semplicità.

“Nolite Te Bastardes Carbundorum” trova scritto Offred inciso sulla parete di in uno sgabuzzino della stanza di cui vice praticamente prigioniera: “che i bastardi non ti schiaccino” è il significato della frase in latino maccheronico. Alla fine è una storia di sopravvivenza.

Per uno sguardo più approfondito, leggete il mio saggio su questa serie, che ha da poco vinto l'Emmy come miglior serie drammatica, su "Osservatorio TV 2017" (non ancora disponibile, ma di prossima uscita al momento in cui pubblico il post). 

sabato 23 settembre 2017

THE GOOD PLACE: filosofica, dolce, frizzante


Uno degli aspetti più sorprendenti di The Good Place, della NBC, sono i suoi colpi di scena, e in particolare nella prima stagione quelli di “The Eternal Shriek” (1.07) e della finale “Michael’s Gambit” (1.13), anche in considerazione nel fatto che le sit-com tradizionalmente tendono a mantenere il più possibile lo status quo. Non sorprende, in questa prospettiva, che l’ideatore Mike Schur  (Parks and Recreation, Brooklyn Nine-Nine) abbia rivelato (Stanhope) come abbia preso come modello Lost, prevedendo una storia autoconclusiva all’interno della singola puntata, ma con una drammatico cliffhanger alla fine, che porta il programma completamente in un’altra direzione. Senza fare troppo spoiler, si può dire che la conclusione a cui si arriva al termine del primo arco è la stessa messa in scena da Jean-Paul Sartre nell’opera teatrale “No Exit”, ovvero che l’inferno sono le altre persone (Fienberg).

Eleanor Shellstrop (una sempre radiosa, adorabile Kristen Bell) è una giovane donna che, colpita da un camion che pubblicizzava una pillola per la disfunzione erettile, è morta ed è finita nell’aldilà, nella “parte buona” (il good place del titolo). Michael (Ted Danson, che dimostra per l’ennesima volta perché sia un veterano tanto amato), che è l’architetto del luogo ed è al suo primo progetto, quando la accoglie le spiega tutta la situazione. Eleanor si rende però conto che c’è stato un errore, l’hanno scambiata per qualcun altro, perché lei non si è mai comportata bene in vita, anzi. Decide però di tenere la cosa segreta a Michael, e di cercare di meritarsi la ricompensa eterna. Per questo arruola quello che dovrebbe essere la sua “anima gemella”, Chidi (William Jackson Harper), un professore di etica che cerca di spiegarle i rudimenti delle filosofie morali per farla diventare una persona migliore. Sua vicina di casa, e in seguito amica, è Tahani (Jamela Jamil), una filantropa legata nell’aldilà a un monaco che ha fatto voto di silenzio, Jianyu Li (Manny Jacinto),  o almeno così crede lei, perché si scopre presto che anche lui è una “frode” e il suo vero nome è Jason Mendoza. Ad aiutare tutti, in quanto depositaria dell’intero sapere dell’universo, è Janet (D’Arcy Carden), una guida celestiale che appare e scompare quando viene chiamata.

La serie è sia dolce che frizzante, piena di arguzie e bizzarrie, brillante ma allo stesso tempo spensierata. Si ride di gusto. I personaggi vengono colorati esasperando le loro inclinazioni, ma senza che questo li riduca a sagome bidimensionali. Anche i “tormentoni” (l’impossibilità di dire parolacce che si trasforma in locuzioni alternative spassose, le lezioni di etica, il frozen yogurt) sono giocati in modo così intelligente da sembrare raramente delle ripetizioni.

Si riflette su dilemmi filosofici, che vengono incorporati nella storia, e c’è in particolare una riflessione morale su che cosa sia e significhi comportarsi bene, come si misuri, in che maniera le motivazioni di ciascuno influiscano nel valutarla, quanto di un comportamento etico vada appreso. Sarà vero che aggiustare il triciclo di un bambino che ama i tricicli fa guadagnare 6,60 punti, abbracciare un amico triste ne fa guadagnare 4,98 e mantenere la calma mentre si è in fila nel parco giochi acquatico di Huston ben 61,14, mentre dire a una donna di sorridere né fa perdere 53,83, usare Facebook come verbo dà un meno 5,55 e non rivelare la malattia di un cammello prima di venderlo 22,22?

C’è un’impostazione metafisica (più di qualcuno ha fatto dei parallelismi con Westworld) e spirituale, ma acutamente non c’è alcuna affiliazione religiosa, non si prendono le parti di nessuno,  i personaggi vengono da diversi background e quel che conta è il comportamento etico. Eleanor, nello studiare come diventare una persona migliore, studia filosofia morale ed etica, non religione, un’impostazione che personalmente io condivido da un punto di vista ideologico, ma che oltretutto permette di includere ogni credo e fede. Ci sono anche meditazioni sul senso dell’amore, su se esista una persona per la quale siano intesi, sull’amicizia, sul sacrificio, sul passato.


Una sit-com ambiziosa, che sono felice di aver visto rinnovata dopo una prima stagione di 13 puntate. La seconda ha appena esordito negli USA. 

lunedì 18 settembre 2017

EMMY AWARDS: i vincitori


Ecco, di seguito i vincitori dei premi Emmy, consegnati la scorsa notte.

Miglior drama
 The Handmaid’s Tale (Hulu)

Miglior attrice protagonista in un drama
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior attore protagonista in un drama
Sterling K. Brown (“This Is Us”)

Miglior attore non protagonista in un drama
John Lithgow (“The Crown”)

Miglior attrice non protagonista in un drama
Ann Dowd (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior sceneggiatura per un drama
 Bruce Miller, (“The Handmaid’s Tale”)

Miglior regia per un drama
Reed Morano, (“The Handmaid’s Tale”)



Miglior comedy
 “Veep” (HBO)

Miglior attore protagonista in una comedy
Donald Glover (“Atlanta”)
  
Miglior attrice protagonista in una comedy
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)

Miglior attore non protagonista in una comedy
Alec Baldwin (“Saturday Night Live”)

Miglior attrice non protagonista in una comedy
Kate McKinnon (“Saturday Night Live”)

Miglior sceneggiatura per una comedy
 Aziz Ansari e Lena Waithe, (“Master of None”)

Miglior regia in una comedy
 Donald Glover, “Atlanta”



Miglior Limited Series
Big Little Lies (HBO)

Miglior attore in una limited series
Riz Ahmed (“The Night Of”)

Miglior attrice in una limited series
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
  
Miglior attrice non protagonista in una limited series
 Laura Dern, (“Big Little Lies”)

Miglior attore non protagonista in una limited series
 Alexander Skarsgård, (“Big Little Lies”)

Miglior sceneggiatura per una limited series o film TV
 Charlie Brooker, (“Black Mirror: San Junipero”)

Miglior regia per una limited series o film TV
 Jean-Marc Valee, (“Big Little Lies”)

Miglior Film TV
 Black Mirror: San Junipero



Miglior Variety Talk
Last Week Tonight With John Oliver (HBO)

Miglior serie Variety a Sketch
 Saturday Night Live (NBC)

Miglior reality - competizione
The Voice (NBC)




giovedì 14 settembre 2017

THE ORVILLE: dilettantistico


È decisamente patetico l'umorismo che impiega The Orville nel mettere in scena una sorta di parodia di Star Trek, e si è tentati di pensare che le parti drammatiche siano idee riesumate di suoi copioni scartati. Se non fosse per questo, probabilmente ce l'avrebbe anche fatta a conquistarsi un certo apprezzamento questo progetto che ha debuttato sull’americana Fox lo scorso 10 settembre, perché colpisce completamente nel segno per quanto riguarda costumi, trucco, scenografia, forma delle navicelle spaziali e aspetti cromatici - il look futuristico, ma allo stesso tempo datato, è assolutamente impeccabile. E poi, cosa più importante di tutte, ci sono la struttura narrativa e la natura delle storie e la filosofia di fondo messa in scena dal classico che intende prendere in giro, il suo ottimismo e la sua fede per l’umanità.  Questo spin-off wannabe non riesce però a ricreare la matrice identitaria senza sembrare di più di una dilettantistica imitazione.

Siamo nel 2018. Ad Ed Mercer (Seth MacFarlane, che è anche ideatore della serie), dopo un difficile anno di separazione dalla moglie, che lo ha tradito, viene affidato il comando di un vascello spaziale di esplorazione di medio livello, il USS Orville, in una flotta di 3000 navi. È la sua ultima possibilità professionale.  Chiama come timoniere il suo migliore amico, Gordon Malloy (Scott Grimes) e incontra il suo nuovo equipaggio: la giovane Alara Kitan (Halston Sage), una addetta alla sicurezza di razza Xelayana che, provenendo da un pianeta con una forza di gravità molto maggiore, sulla terra si trova ad avere molta forza; il Tenente Bordus, secondo ufficiale appartenente a una specie che ha un solo gender e va in bagno solo una volta all’anno, i Moclani (con un look simil-Klingoniano); John LaMarr (J. Lee), lo scanzonato navigatore; la dottoressa Claire Finn (Penny Johnson Jerald), un’esperta medica dell’Unione Planetaria; e Isaac (Mark Jackson), una forma di vita artificiale proveniente da Kaylon che considera le forme di vita biologiche inferiori ed ha accettato un ruolo nella flotta per studiare gli umani (lo Spock o Data della situazione). Con gran disappunto di Ed però, gli viene assegnata come primo ufficiale l’ex-moglie Kelly Grayson (Adrianne Palicki, Friday Night Lights, la più convincente fra loro, probabilmente).  La loro prima missione sarà quella di consegnare del materiale richiesto da una colonia di scienziati.

Qui è evidente che si conosce a menadito l’eredità spirituale e il lascito intellettuale di Gene Roddenberry e in qualche modo lo si vuole onorare - e non sfugge che dietro le quinte lavorino alcuni veterani del franchise, incluso Brannon Braga, anche se alcuni ritengono quest’ultimo responsabile di alcune delle storie più trite di The Next Generation e Voyager - , tuttavia MacFarlane, noto soprattutto per Family Guy e American Dad, sembra indeciso se farne una serie drammatica o umoristica (alla Galaxy Quest), non riuscendo ad essere seriamente nessuna delle due cose. Forse, è stato ipotizzato, è troppo fan per riuscire a fare dell’umorismo davvero incisivo: una sorta di timore reverenziale lo lega a trame che come allegorie sono un po’ troppo smaccate ed esposte in modo grossolano e gli impedisce di graffiare lì dove potrebbe essere utile. L’affetto e l’irriverenza non hanno saputo sposarsi bene.   

La passione c’è, ma si è decisamente fuori rotta.

domenica 10 settembre 2017

THE BOLD TYPE: amicizia e carriera per tre giovani donne


Definito come un Sex and the City junior, la serie The Bold Type (della rete Freeform) è sia una fantasia adolescenziale, nel senso che si può concepire come la proiezione della realtà lavorativa di tre giovani doone così come potrebbe immaginarsela un teen-ager, sia un’educazione al femminismo, nella misura in cui la serie accompagna le giovani protagoniste in percorsi in cui imparano ad essere donne autonome e sicure delle proprie opinioni, che si aiutano le une con le altre.

Jane Sloan (Katie Stevens, Faking it), Kat Edison (Aisha Dee) e Sutton Brady (Meghann Fahy) sono delle ventenni che lavorano per “Scarlet”, una rivista simile a Cosmopolitan –  fatto non casuale, poiché ci si è ispirati alla redattrice di quella rivista, Joanna Coles. Jane è al suo primo ruolo come giornalista e vuole scrivere di più che non solo di sesso e moda, ma si rende presto conto di come questi possano essere dei temi più significativi di quanto l’apparenza non possa far trapelare. Impara a migliorarsi e le regole per una buona scrittura: dare un punto di vista personale è una delle prime lezioni che le insegnano, cosa che la mette presto in difficoltà quando il tema su cui deve scrivere è l’orgasmo e lei non ne ha mai avuto uno (1.02). A farle da mentore è la direttrice del giornale, Jacqueline Carlyle (Melora Hardin), e presto comincia una relazione con Ryan (Dean Jeanotte), un collega che lavora per la rivista “Pinstripe”. Kat è la direttrice dei social media, abile a sfruttarli al meglio, ma vulnerabile come gli altri quando deve avere a che fare con cyberbullismo e minacce di stupri e di morte (1.03), un tema molto attuale che in TV abbiamo visto di recente trattato in The Good Fight. Conosce e, inaspettatamente per lei che si è sempre considerata eterosessuale, inizia na relazione con una fotografa, Adena (Nikohl Boosheri), musulmana che indossa lo hijab e tiene molto alla propria religione, negli Stati Uniti con un visto.  Sutton è una assistente che ambisce a lavorare nel campo della moda, e ha una relazione con uno dei membri del consiglio di amministrazione della rivista, l’avvocato Richard Hunter (Sam Page), pur attirando anche le attenzioni del giornalista Alex (Matt Ward). Mette grande passione nel suo lavoro.

Ideata da Sara Watson (Parenthood), The Bold Type è un doppio senso nel titolo: è il grassetto del carattere tipografico, ma è il tipo di persona coraggiosa, ardita. Proprio come la serie che parla di giornalismo, ma parla di giovani donne audaci, alla scoperta della propria identità e della propria voce nel mondo.

Il senso della serie è (con un piglio meta testuale) descritto dal discorso che Jacqueline tiene per il 60° anniversario del giornale, che le protagoniste riprendono in seguito in un brindisi in chiusura (1.10):

“La nostra piccola rivista ha attraversato non pochi cambiamenti nel corso degli ultimi sei decenni, e a coloro fra voi che dicono che siamo ancora una rivista di moda e bellezza io dico sì. Sì, lo siamo. Ma a coloro fra voi che dicono che siamo solo una rivista di moda e bellezza, dico ‘ecco il prossimo fantastico mascara per darti occhi più grandi con cui guardare il mondo’. ‘Ecco un favoloso paio di jeans. Ora vai a scalare una montagna’. Alcuni anni fa, ho letto la domanda di lavoro di una giovane interna e le sue parole sono sempre rimaste con me. Alla domanda su perché volesse lavorare a ‘Scarlet’, ha risposto ‘perché quando ne avevo bisogno, ‘Scarlet’ è stata come ricevere i consigli della sorella maggiore che ho sempre desiderato avere. Non importa quanti anni passino, non importa come cambi il mondo, ‘Scarlet’ sarà sempre quella sorella maggiore. E saremo sempre lì per le ragazze che avranno bisogno di lei. Quelli di voi che lavorano alla rivista, per piacere alzate i bicchieri. Siete le donne e gli uomini che lavorano a ‘Scarlet’, e 60 anni fa, questa rivista si è proposta di ridefinire le regole. E ora quella responsabilità cade su ciascuno di voi. E voglio assicurarmi che capiate che cosa mi aspetto da voi. Mi aspetto che abbiate avventure. Mi aspetto che vi innamoriate, e che abbiate il cuore spezzato. Mi aspetto che facciate sesso con le persone sbagliate e che facciate sesso con le persone giuste, che facciate errori e che facciate ammenda, che vi tuffiate e facciate colpo. E mi aspetto che scateniate l’inferno su chiunque provi a trattenervi, perché non lavorate solo per ‘Scarlet’, voi siete ‘Scarlet’".

Per il personaggio non sono solo parole di circostanza. Incarna la figura di un capo che non si diverte a umiliare i proprio sottoposti,  ma li incoraggia e li guida, facendo loro da mentore e dando l’esempio con il proprio carisma. Talvolta sembrerà anche troppo idealizzata per essere vera, ma è una rarità nel piccolo schermo dove la rappresentazione di default è dei proprio boss come “arpie”.
È molto empowering: vengono apprezzate l’ambizione, la lealtà, l’amicizia. E si insegna alle giovani donne ad essere assertive, ma in modo ragionato. Quando Sutton va a lavorare per Oliver (Stephen Conrad Moore), a capo del dipartimento di moda, si rende conto che il guadagno sarà minore rispetto a quello che percepiva prima. Gli chiede un aumento, e lui lo nega. A questo punto le amiche la spingono a fare come Nora Ephron (1.05), ovvero a pretendere quello che chiede, sotto la minaccia di andarsene, altrimenti. Sutton osserva che la scrittrice in questione “poteva permetterselo”, perché aveva una famiglia alle spalle. Ecco che la serie risolve la situazione in un modo che non è né una rinuncia né la favolistica aspettativa che vengano accolte richieste inaspettate. Jane e Kat fanno rete per Sutton. La incoraggiano a ricalibrare delle richieste ad Oliver, che siano più contenute, e se lui alla fine non dovesse accettare nemmeno quelle e lei dovesse perdere il lavoro, la sosterranno loro temporaneamente. Il lieto fine c’è, e si mostra chiaramente che lì dove le donne riescono a sostenersi l’una con l’altra, la propria determinazione premia. Tutto è stato realizzato in modo oculato ed efficace. In una delle battute più citate della serie, Sutton può esclamare trionfante “Sono Nora Ephron, cazzo!”.

Le tematiche care alle donne sono al centro dei riflettori: in “The Breast Issue” (1.06) ad esempio si incoraggiano le donne a fare il test genetico BRCA-1, per capire se si ha una predisposizione al carcinoma alla mammella, costruendo una storia intorno alla questione, e in “Carry the Weight” (1.10) si parla di stupro, ma si esplorano argomenti vari (uno rilevante in questo momento è quello dell’immigrazione, attraverso il personaggi di Adena).

La serie, che non fa le solite scelte scontate, è partita con 10 puntate. L’ultima è definita una “summer finale”, cosa che lascia sperare in episodi successivi in un altro momento, ma ancora non è dato sapere se la serie sarà rinnovata. Di certo me lo auguro. Si merita di più del magro 56 che Metacritic attribuisce sulla base di 8 recensioni – nonostante ci sia un bel 80 per  un critico come Matt Zoller Seitz. 

venerdì 1 settembre 2017

AMERICAN GODS: un'allegoria


Tratta dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman, e sviluppata per la TV da Bryan Fuller (Pushing Daisies, Hannibal) e Michael Green (Kings), American Gods (del canale Starz) immagina un’America contemporanea in cui gli dei tradizionali che sono stati oggetti di culto nel corso della storia hanno ormai poca fortuna - sono stati quasi dimenticati e sono tenuti in vita, alimentati dalla fede, da pochi credenti arrivati nel nuovo mondo come immigrati -, e si scontrano con nuovi dei, che vivono di attenzione da parte dei nuovi “devoti”.

Shadow Moon (Ricky Whittle, Lincoln in The 100), dopo aver scontato tre anni di prigione per una rapina in un casinò, viene rilasciato di prigione qualche giorno prima a causa della prematura morte della moglie Laura (Emily Browining). Sulla via del ritorno incontra un trasandato imbroglione con un occhio di vetro, Mr Wednesday (Ian McShane, Kings, Deadwood), in realtà il dio Odino - in danese, norvegese e svedese la parola “mercoledì”, “Wednesday” in inglese, si dice Onsdag, che significa giorno di Odino, e leggenda vuole che questa divinità abbia sacrificato il proprio occhio sinistro per poter bere dal Pozzo della Saggezza. Mr Wednesday assume Shadow come guardia del corpo  e si mette con lui in viaggio  – la prima stagione è in buona parte una storia on the road – con il proposito di reclutare altri vecchi dei per una guerra contro i nuovi, resi potenti da una cultura ossessionata dalla tecnologia e dalle celebrità: Mr World (Crispin Glover), dio della globalizzazione;  Media (Gillian Anderson), che ha fattezze ogni volta diverse  come ad esempio quelle di Lucille Ball, David Bowie o Marylin Monroe; Technical Boy (Bruce Langley), giovanissimo strafottente irascibile padrone di Internet. Shadow non comprende subito quello che accade intorno a lui e presto si ritrova a fare i conti con la moglie Laura tornata in vita (beh, più o meno), ma che lui sa averlo tradito prima di morire. Una presenza nelle loro vite è anche Mad Sweeney (Pablo Schreiber, Orange is the New Black), un leprecauno.  (Per una chiara e approfondita guida agli dei si veda questo articolo in inglese).

La storia si basa sull’idea che sono i credenti a dare potere a un dio. Credere è vedere, siamo fatti di ciò in cui crediamo e il paradiso che ottieni nell’aldilà è quello in cui credi in vita. Banale e fantastico si incontrano e scontrano in una serie che è un’esplorazione di argomenti pregnanti e di gran risonanza nel momento attuale. Una delle colonne tematiche portanti è quella sull’immigrazione, anche grazie a numerosi racconti che intersecano la narrazione principale e fanno vedere come antichi credenti siano arrivati sulle sponde del nuovo continente: esploratori, schiavi, commercianti, gente di ogni estrazione. L’amore è un altro nucleo di riflessione, in una società che vive ansietà esistenziali, è in cerca di identità ed è, ontologicamente, multietnica – con un casting che riflette questa realtà. La fede , giocoforza, è centrale nella meditazione speculativa: che cos’è, che cosa la tiene in vita, che senso e potere ha, quali valori sostiene e che evoluzione ha avuto. A questo proposito memorabile è l’incontro (1.10) con la dea Ostara (Kristin Chenoweth, Pushing Daisies), ovvero la Pasqua (Easter in inglese, derivato proprio da Ostara), che riflette, anche con umorismo, sulla rielaborazione, sopravvivenza e convivenza di miti e credenze, con numerose varianti di Gesù Cristo che condividono la propria giornata di resurrezione con il compleanno della dea di saltellanti coniglietti, uova di colori pastello e vitalità del tripudio primaverile. Fondante è pure il potere del racconto e della narrazione, della tessitura in tutti i sensi: Ibis/Thoth (Damore Barnes), dio egizio scrivano degli dei è il primo che incontriamo; Anansi (Orlando Jones), figura ghanese della tradizione ashanti, come un ragno, attraversa l’Atlantico su una nave di schiavi alla fine del Seicento...

Noir, mitologia, realismo magico, surrealismo pulp, etnografia, violenza, misticismo, favola…la serie, fortemente allegorica, è tutto questo, ed è spesso uno spettacolo visivo, visionaria nello stile che è proprio di Fuller, qui virato a toni piuttosto dark.

Ci sono scene memorabili, come quella di sesso gay fra due musulmani, Salim (Omid Abtahi) e Jinn (Mousa Kraish), o come quella della storica dea dell’amore e del sesso Bilquis (la nigeriana Yetide Badaki), regina di Saba, che al culmine del rapporto sessuale divora il proprio amante-devoto attraverso la vagina. Come indimenticabile e azzeccatissima è la sigla d’apertura che stratifica uno sull’altro, con colori saturi e luci al neon, una serie di simboli delle varie religioni che formano un enorme totem, il segno nativo di religiosità per eccellenza, trasformandolo in un emblema di sincretismo e in un significante della parabola a cui assistiamo. E se delle pillole fluttuano sullo schermo pensiamo contemporaneamente alla religione come oppio dei popoli, ma anche alla medicina come religione. I rimandi sono molti.

La lotta degli dei per rimanere rilevanti è appena cominciata. La prima per la serie è stata già vinta dato che è stata confermata per una seconda stagione.

giovedì 24 agosto 2017

DOWNWARD DOG: saggezze quotidiane di un cane parlante


Spero trovi presto una nuova cuccia la serie Downward Dog, cancellata dalla ABC dopo una prima stagione di 8 episodi, e in cerca di un nuovo network che continui a mandarla in onda.

Devo fare due premesse: l’idea di una sit-com concentrata su un cane parlante mi avrebbe fatto scappare a gambe levate alla sola idea, prima di provare io stessa che cosa significhi avere un cane;  non riuscivo e non riesco a dimenticare che in Episodes, una serie con un cane parlante è indicata come la quintessenza di TV spazzatura. Poco importa, questa incarnazione dell’idea è adorabile, non iper-esilarante, ma dolce e di cuore.  

Protagonista principale è un cane meticcio, Martin (interpretato da Ned, preso da un canile, con degli occhioni molto espressivi) che è un po’ giù di corda – spesso descrive le sue giornate come le peggiori della sua vita – e riflette con una vena filosofico-umoristica sui fatti della vita, che naturalmente interpreta a modo suo. Quando la sua umana lo porta al lavoro con sé, ad esempio, non è perché ha una impegnativa scadenza di lavoro e finirebbe per lasciarlo troppo da solo, ma perché un serial killer, Pepper, il gatto che lui non sopporta che vive loro vicino, che ha “lame retrattili, nelle mani”, aveva lasciato una minaccia di morte psicotica, un uccellino morto, davanti alla porta di casa.   
   
Siamo a Pittsburgh - in un ambiente che sembra preservare una dimensione umana, cittadina, ma a pochi passi anche bucolica - e Nan (la meravigliosa Allison Tolman, Fargo) ha una relazione a intermittenza con Jason (Lucas Neff) e lavora nel settore creativo-aziendale di una serie di negozi d’abbigliamento in stile Urban Outfitters, la Clark + Bow, dove può contare su Jenn (Kirby Howell Baptiste) come amica, ma è soggetta ai guizzi temperamentali del suo capo, Kevin (Barry Rothbart)  incompetente,  egocentrico e pieno di sé. Lei è veramente brava nel suo lavoro e quando agli inizi di stagione il cane le rovina completamente una presentazione, questo si rivela strumentale per una brillante idea in cui si impegnerà per l’arco della stagione: far sì che la gente si veda bella, così come il suo cane vede sempre lei.

Ideata da Samm Hodges (che in americano dà la voce al cane) e Michael Killen, sulla base di una loro web series, questa produzione brilla perché riesce a mostrare la solitudine, i dubbi e le insicurezze della vita, ma anche le piccole vittorie e saggezze quotidiane, attraverso un peloso che riflette di fronte a una telecamera, con la bocca mossa con gli effetti speciali in modo che sembra che parli davvero, in stile confessional-documentaristico, dicendo cose che vanno al cuore della verità umana, come quando realizza che, con i propri difetti, scegliere di amarsi è un grande atto di coraggio. Si ride di quei momenti introspettivi che venendo da cane hanno dell’assurdo nella giustapposizione fra realtà canina e verità umana, come quando pondera il fatto che la cultura canina coltivi troppo l’anti-intellettualismo.

Se avessi una coda scodinzolerei.

mercoledì 16 agosto 2017

HARLOTS: prostitute nel diciottesimo secolo


È stata un’inaspettata bella sorpresa Harlots (Meretrici), la serie di ITV Encore / Hulu ambientata nel 1763, nell’Inghilterra georgiana che vedeva gli uomini imparruccarsi e imbellettarsi come e più delle donne, e basata sul libro del 2005 The Covent Garden Ladies della storica Hallie Rubenhold, che analizza la guida alle prostitute di Londra conosciuta come “Harris’s List”, pubblicata fra il 1757 e il 1759. La serie esordisce proprio scrivendo in apertura un fatto per noi sorprendente: un quinto delle donne dell’epoca lavoravano come prostitute.

Mi aspettavo qualcosa sulla scia di Maison Close (ne ho parlato qui),  E invece Moira Buffini ed Alison Newman sono riuscite a stupire con un programma vibrante, esplicitamente più ispirato a The Wire, The Sopranos e Braking Bad che ai drammi in costume: hanno preso a modello quei titoli “e altri drama sulla società contemporanea, e sul crimine e i fuorilegge nella società contemporanea. Abbiamo pensato che quello era ciò che le nostre donne sono. Sono fuorilegge”. (Bustle)

Margaret Wells (Samantha Morton) e Lydia Quigley (Lesley Manville) sono a capo di due bordelli rivali. La prima, che gestisce quello più modesto ed è stata in precedenza alle dipendenze della seconda, ha due figlie: la più grande, Charlotte (Jessica Brown Findlay, la Lady Sybil  di Downton Abbey), è diventa l’amante fissa di sir George Howard, follemente invaghito di lei e pronto a soddisfare ogni suo capriccio a patto che lei non si conceda ad altri; la più giovane, Lucy (Eloise Smyth) è ancora vergine quando la conosciamo, e anche quando viene avviata alla carriera non dimostra alcun talento per la professione. Margaret vive con uno dei rari uomini neri nati liberi, William (Danny Sapani). Lydia ha un bordello d’alta classe, che gestisce con il vago aiuto del figlio, Charles (Douggie McMeekin), in realtà spesso più un ostacolo che altro, che perde presto la testa per Emily Lacey (Holli Dempsey), che diserta Margaret andando da lei in cerca di migliori prospettive. Lydia cerca di fare di tutto per mettere i bastoni fra le ruote di Margaret, compreso cercare di a aizzarle contro una donna cieca e molto religiosa, Florence Scanwell (Dorothy Atkinson),  che si sgola contro i peccati di queste donne, che ha una figlia,  Amelia (Jordon Stevens), che si prende cura di lei ed è un’anima buona che presto comincia a provare attrazione per una delle cortigiane.

La novità qui non è solo che si trattano i personaggi come scaltre imprenditrici, ma anche che, forse complice il fatto che è una della rare produzioni completamente scritta e girata da persone di sesso femminile, pure sullo schermo le donne non sono manipolate dagli uomini e oggetto del famigerato male gaze (lo sguardo maschile). Il punto di vista è proprio quello delle “puttane”.

Uno dei temi fondanti è quello del denaro e del pericolo che comporta non avere libertà economica. Charlotte amaramente ritiene che la lezione fondamentale che la madre le ha insegnato sia che “Il denaro è il solo potere di una donna a questo mondo” (1.08) Un altro è quello del diritto che ciascuna donna ha al proprio corpo, e questo è affrontato attraverso numerosi personaggi (Charlotte, Lucy, Emily). La serie non si tira indietro da chiamare uno stupro come tale (tanto che viene da chiedersi anche se sia realistico per l’epoca). E una delle storyline migliori è quella di Lucy. Troppo spesso si vede l’ingenua di turno che, brutalizzata dalla situazione che deve vivere, diventa scaltra e più brava delle altre nelle sue acrobazie sotto le lenzuola. Non qui. Lucy vive come un’aggressione il sesso per cui non è pronta e continua a vivere con disagio e difficoltà successivi incontri, e rimane terribilmente imbranata e inadeguata nel lavoro che le viene richiesto. Il rapporto madre/prole, il perbenismo, la connivenza fra potere e criminalità, l’attrazione, il ruolo sociale, l’amicizia, abolizionismo, l’industria del sesso, ambizione, potere…i temi che si intrecciano  sono molti e  le osservazioni rilevanti ora come allora.    

martedì 8 agosto 2017

TCA AWARDS: i vincitori


Sotto, i vincitori dei TCA Awards, i premi della Television Critics Association, associazione di oltre 220 giornalisti critici televisivi professionisti di Stati Uniti e Canada. Per ulteriori informazioni, si legga qui.



Miglior performance in un drama

Carrie Coon, “The Leftovers” & “Fargo,” HBO & FX


Miglior performance in una comedy

Donald Glover, “Atlanta,” FX


Miglior programma di news e informazione

 “O.J.: Made in America,” ESPN


Miglior reality

 “Leah Remini: Scientology and the Aftermath,” A&E


Miglior programma per ragazzi

 “Speechless,” ABC


Miglior nuovo programma

 “This Is Us,” NBC



Miglior film, miniserie o speciale

“Big Little Lies,” HBO


Miglior drama

 “The Handmaid’s Tale,” Hulu


Miglior comedy

“Atlanta,” FX


Programma dell’anno

 “The Handmaid’s Tale,” Hulu


Premio alla carriera

Ken Burns


Heritage award

“Seinfeld”



lunedì 7 agosto 2017

CHIAMATEMI ANNA: spiritualmente luminosa


Anne with and E, Chiamatemi Anna in italiano (Netflix), è il più recente adattamento per il piccolo schermo dell’amato romanzo di letteratura per l’infanzia di Lucy Maud Montgomery Anna dai capelli rossi, anche nota con il titolo originale di Anne of Green Glables  - Green Gables è il nome della fattoria dove va a vivere la protagonista, così chiamata perché  l’elemento architettonico del timpano (“gable” in inglese) è colorato di verde (“green”).

Nella serie siamo alla fine dell’Ottocento, sull’isola di Prince Edwards, in Canada, in un ambiente naturalisticamente stupendo. Marilla (Geraldine James) e Matthew Cuthbert (R.H. Thomson) sono una sorella e un fratello che, ormai in età matura, decidono di adottare un bambino nella prospettiva che li aiuti nei lavori della proprietà, perché il giovane lavorante che hanno assunto, Jerry (Aymeric Jett Montaz), non basta. L’orfanatrofio, invece di mandar loro un maschio, come avevano chiesto, invia Anne Shirley (AmyBeth McNulty, scelta fra oltre 1800 contendenti), che priva di legami significativi, agogna una famiglia tutta sua. La giovane, che nella sua vita ha subito angherie e bullismo perché orfana, ed è abituata a lavorar sodo nelle famiglie dove di solito la impiegavano, ha un fervidissima immaginazione, e la usa per fa risplendere la realtà che la circonda di magia gravida di possibilità. È vivace, sveglia, entusiasta, meravigliata dalla bellezza della natura e piena di trasporti emotivi, e ha un linguaggio forbito e una notevole parlantina. Conquista immediatamente Matthew e poi anche la severa Marilla, e decidono di farla diventare parte della loro famiglia, nonostante le perplessità dei vicini, in particolare della più cara amica di Marilla, la signora Rachel Lynde (Korinne Kolso). Anne lega presto con Diana Barry (Dalila Bela), che diventa la sua migliore amica, e frequenta la scuola, dove conosce Gilbert Blythe (Lucas Jade Zumann), il più bravo della classe, con il quale c’è un reciproco rispetto e una nascente mutua attrazione.

Ideata da Moira Walley-Beckett (Flesh and Bone, con la quale si può notare qualche contatto tematico, e Breaking Bad), la vicenda televisiva scava nel passato della protagonista creando una backstory che nelle vicende originali non c’era, a quanto pare (io non ho letto il libro). Sebbene qualcuno lo abbia criticato perché appesantirebbe le sue vicende biografiche, in realtà funziona alla perfezione spiegando molto della psicologia del personaggio, della sua voglia di casa e delle necessità di creare mondi alternativi con la sua fantasia. In generale, in consonanza anche con tanta letteratura dell’infanzia (specie di un tempo, ma in realtà si pensi anche ad Harry Potter), ci sia tiene ben in equilibrio fra quegli elementi tetri delle ingiustizie subite perché inermi e impossibilitati a difendersi e il riscatto che si ha dalla realizzazione di desideri insperati. Qui un classico esempio di questo tipo c’è quando Marilla perde la sua spilla e accusa Anne di averla rubata, la manda via sebbene lei neghi il furto, per poi doverla richiamare indietro e scusarsi, quando la ritrova; oppure quando la madre di Diana le impedisce di frequentare la figlia perché la ritiene una cattiva influenza, e poi deve ricredersi quando Anne salva la vita della sorella minore di Diana che sarebbe diversamente morta, perché il medico non sarebbe arrivato in tempo e solo Anne sapeva come agire prontamente. Sono situazioni da classica fantasia infantile, in cui si ha il riscatto voluto diventando le eroine del momento. Si riesce ad utilizzare questa dinamica con molto garbo.

I personaggi, sia i ragazzi che gli adulti, sono tridimensionali. Se all’inizio la pettegola signora Lynde sembra la guastafeste di turno, ci sia accorge presto che è più di così. E degli stessi Marilla e Matthew si spiegano le vite, gli errori, le scelte (per entrambi un fratello maggiore morto troppo presto e la necessità di dedicarsi alla casa e alla famiglia che aveva bisogno di loro, e per entrambi un amore a cui hanno rinunciato). C’è molta sensibilità nel realizzarlo, quasi un pudore verrebbe da dire, che in parte io associo anche all’epoca ritratta. E gli attori sono spettacolosi. AmyBeth McNulty in particolare incarna a pieno Anne e stupisce perfino che a soli 15 anni dimostri una tale maturità interpretativa.

Non avevo familiarità con versioni precedenti della vicenda, nemmeno con il popolare cartone animato andato in onda quando io ero bimba, ma non si fatica a vedere l’attualità del messaggio che trasmette che pone sulla scena una giovane donna coraggiosa, piena di idee e senza timore di esprimerle. E si riesce a introdurre in modo realistico un femminismo ante litteram, parlando di educazione delle donne  - un gruppo di mamme, ad esempio, invita Marilla a unirsi a loro perché sono convinte che anche per le femmine sia necessaria un’istruzione e come una novità viene proprio pronunciata la parola “femminismo” - e di ruolo sociale da scegliere: non solo mogli, ma con varie opzioni a seconda delle proprie capacità e desideri. Si è anche stati molto scaltri a presentare un personaggio lesbico, l’anziana zia di Diana che ha appena perso la compagna di una vita, senza definirlo tale, in consonanza con l’epoca. Noi al giorno d’oggi capiamo, ed è sufficiente. 
              
Proprio una serie luminosa. Spiritualmente luminosa. 

Sulla poetica sigla, basata su quadri di Brad Kunkle, che rappresentano il passaggio delle stagioni e l’evoluzione di Anne, ed incorporano vari elementi simbolici (il passero senza occhi, i rami di legno con incise frasi dal libro da cui è tratta la serie, la volpe, il gufo, il colibrì…), si legga qui