mercoledì 16 agosto 2017

HARLOTS: prostitute nel diciottesimo secolo


È stata un’inaspettata bella sorpresa Harlots (Meretrici), la serie di ITV Encore / Hulu ambientata nel 1763, nell’Inghilterra georgiana che vedeva gli uomini imparruccarsi e imbellettarsi come e più delle donne, e basata sul libro del 2005 The Covent Garden Ladies della storica Hallie Rubenhold, che analizza la guida alle prostitute di Londra conosciuta come “Harris’s List”, pubblicata fra il 1757 e il 1759. La serie esordisce proprio scrivendo in apertura un fatto per noi sorprendente: un quinto delle donne dell’epoca lavoravano come prostitute.

Mi aspettavo qualcosa sulla scia di Maison Close (ne ho parlato qui),  E invece Moira Buffini ed Alison Newman sono riuscite a stupire con un programma vibrante, esplicitamente più ispirato a The Wire, The Sopranos e Braking Bad che ai drammi in costume: hanno preso a modello quei titoli “e altri drama sulla società contemporanea, e sul crimine e i fuorilegge nella società contemporanea. Abbiamo pensato che quello era ciò che le nostre donne sono. Sono fuorilegge”. (Bustle)

Margaret Wells (Samantha Morton) e Lydia Quigley (Lesley Manville) sono a capo di due bordelli rivali. La prima, che gestisce quello più modesto ed è stata in precedenza alle dipendenze della seconda, ha due figlie: la più grande, Charlotte (Jessica Brown Findlay, la Lady Sybil  di Downton Abbey), è diventa l’amante fissa di sir George Howard, follemente invaghito di lei e pronto a soddisfare ogni suo capriccio a patto che lei non si conceda ad altri; la più giovane, Lucy (Eloise Smyth) è ancora vergine quando la conosciamo, e anche quando viene avviata alla carriera non dimostra alcun talento per la professione. Margaret vive con uno dei rari uomini neri nati liberi, William (Danny Sapani). Lydia ha un bordello d’alta classe, che gestisce con il vago aiuto del figlio, Charles (Douggie McMeekin), in realtà spesso più un ostacolo che altro, che perde presto la testa per Emily Lacey (Holli Dempsey), che diserta Margaret andando da lei in cerca di migliori prospettive. Lydia cerca di fare di tutto per mettere i bastoni fra le ruote di Margaret, compreso cercare di a aizzarle contro una donna cieca e molto religiosa, Florence Scanwell (Dorothy Atkinson),  che si sgola contro i peccati di queste donne, che ha una figlia,  Amelia (Jordon Stevens), che si prende cura di lei ed è un’anima buona che presto comincia a provare attrazione per una delle cortigiane.

La novità qui non è solo che si trattano i personaggi come scaltre imprenditrici, ma anche che, forse complice il fatto che è una della rare produzioni completamente scritta e girata da persone di sesso femminile, pure sullo schermo le donne non sono manipolate dagli uomini e oggetto del famigerato male gaze (lo sguardo maschile). Il punto di vista è proprio quello delle “puttane”.

Uno dei temi fondanti è quello del denaro e del pericolo che comporta non avere libertà economica. Charlotte amaramente ritiene che la lezione fondamentale che la madre le ha insegnato sia che “Il denaro è il solo potere di una donna a questo mondo” (1.08) Un altro è quello del diritto che ciascuna donna ha al proprio corpo, e questo è affrontato attraverso numerosi personaggi (Charlotte, Lucy, Emily). La serie non si tira indietro da chiamare uno stupro come tale (tanto che viene da chiedersi anche se sia realistico per l’epoca). E una delle storyline migliori è quella di Lucy. Troppo spesso si vede l’ingenua di turno che, brutalizzata dalla situazione che deve vivere, diventa scaltra e più brava delle altre nelle sue acrobazie sotto le lenzuola. Non qui. Lucy vive come un’aggressione il sesso per cui non è pronta e continua a vivere con disagio e difficoltà successivi incontri, e rimane terribilmente imbranata e inadeguata nel lavoro che le viene richiesto. Il rapporto madre/prole, il perbenismo, la connivenza fra potere e criminalità, l’attrazione, il ruolo sociale, l’amicizia, abolizionismo, l’industria del sesso, ambizione, potere…i temi che si intrecciano  sono molti e  le osservazioni rilevanti ora come allora.    

martedì 8 agosto 2017

TCA AWARDS: i vincitori


Sotto, i vincitori dei TCA Awards, i premi della Television Critics Association, associazione di oltre 220 giornalisti critici televisivi professionisti di Stati Uniti e Canada. Per ulteriori informazioni, si legga qui.



Miglior performance in un drama

Carrie Coon, “The Leftovers” & “Fargo,” HBO & FX


Miglior performance in una comedy

Donald Glover, “Atlanta,” FX


Miglior programma di news e informazione

 “O.J.: Made in America,” ESPN


Miglior reality

 “Leah Remini: Scientology and the Aftermath,” A&E


Miglior programma per ragazzi

 “Speechless,” ABC


Miglior nuovo programma

 “This Is Us,” NBC



Miglior film, miniserie o speciale

“Big Little Lies,” HBO


Miglior drama

 “The Handmaid’s Tale,” Hulu


Miglior comedy

“Atlanta,” FX


Programma dell’anno

 “The Handmaid’s Tale,” Hulu


Premio alla carriera

Ken Burns


Heritage award

“Seinfeld”



lunedì 7 agosto 2017

CHIAMATEMI ANNA: spiritualmente luminosa


Anne with and E, Chiamatemi Anna in italiano (Netflix), è il più recente adattamento per il piccolo schermo dell’amato romanzo di letteratura per l’infanzia di Lucy Maud Montgomery Anna dai capelli rossi, anche nota con il titolo originale di Anne of Green Glables  - Green Gables è il nome della fattoria dove va a vivere la protagonista, così chiamata perché  l’elemento architettonico del timpano (“gable” in inglese) è colorato di verde (“green”).

Nella serie siamo alla fine dell’Ottocento, sull’isola di Prince Edwards, in Canada, in un ambiente naturalisticamente stupendo. Marilla (Geraldine James) e Matthew Cuthbert (R.H. Thomson) sono una sorella e un fratello che, ormai in età matura, decidono di adottare un bambino nella prospettiva che li aiuti nei lavori della proprietà, perché il giovane lavorante che hanno assunto, Jerry (Aymeric Jett Montaz), non basta. L’orfanatrofio, invece di mandar loro un maschio, come avevano chiesto, invia Anne Shirley (AmyBeth McNulty, scelta fra oltre 1800 contendenti), che priva di legami significativi, agogna una famiglia tutta sua. La giovane, che nella sua vita ha subito angherie e bullismo perché orfana, ed è abituata a lavorar sodo nelle famiglie dove di solito la impiegavano, ha un fervidissima immaginazione, e la usa per fa risplendere la realtà che la circonda di magia gravida di possibilità. È vivace, sveglia, entusiasta, meravigliata dalla bellezza della natura e piena di trasporti emotivi, e ha un linguaggio forbito e una notevole parlantina. Conquista immediatamente Matthew e poi anche la severa Marilla, e decidono di farla diventare parte della loro famiglia, nonostante le perplessità dei vicini, in particolare della più cara amica di Marilla, la signora Rachel Lynde (Korinne Kolso). Anne lega presto con Diana Barry (Dalila Bela), che diventa la sua migliore amica, e frequenta la scuola, dove conosce Gilbert Blythe (Lucas Jade Zumann), il più bravo della classe, con il quale c’è un reciproco rispetto e una nascente mutua attrazione.

Ideata da Moira Walley-Beckett (Flesh and Bone, con la quale si può notare qualche contatto tematico, e Breaking Bad), la vicenda televisiva scava nel passato della protagonista creando una backstory che nelle vicende originali non c’era, a quanto pare (io non ho letto il libro). Sebbene qualcuno lo abbia criticato perché appesantirebbe le sue vicende biografiche, in realtà funziona alla perfezione spiegando molto della psicologia del personaggio, della sua voglia di casa e delle necessità di creare mondi alternativi con la sua fantasia. In generale, in consonanza anche con tanta letteratura dell’infanzia (specie di un tempo, ma in realtà si pensi anche ad Harry Potter), ci sia tiene ben in equilibrio fra quegli elementi tetri delle ingiustizie subite perché inermi e impossibilitati a difendersi e il riscatto che si ha dalla realizzazione di desideri insperati. Qui un classico esempio di questo tipo c’è quando Marilla perde la sua spilla e accusa Anne di averla rubata, la manda via sebbene lei neghi il furto, per poi doverla richiamare indietro e scusarsi, quando la ritrova; oppure quando la madre di Diana le impedisce di frequentare la figlia perché la ritiene una cattiva influenza, e poi deve ricredersi quando Anne salva la vita della sorella minore di Diana che sarebbe diversamente morta, perché il medico non sarebbe arrivato in tempo e solo Anne sapeva come agire prontamente. Sono situazioni da classica fantasia infantile, in cui si ha il riscatto voluto diventando le eroine del momento. Si riesce ad utilizzare questa dinamica con molto garbo.

I personaggi, sia i ragazzi che gli adulti, sono tridimensionali. Se all’inizio la pettegola signora Lynde sembra la guastafeste di turno, ci sia accorge presto che è più di così. E degli stessi Marilla e Matthew si spiegano le vite, gli errori, le scelte (per entrambi un fratello maggiore morto troppo presto e la necessità di dedicarsi alla casa e alla famiglia che aveva bisogno di loro, e per entrambi un amore a cui hanno rinunciato). C’è molta sensibilità nel realizzarlo, quasi un pudore verrebbe da dire, che in parte io associo anche all’epoca ritratta. E gli attori sono spettacolosi. AmyBeth McNulty in particolare incarna a pieno Anne e stupisce perfino che a soli 15 anni dimostri una tale maturità interpretativa.

Non avevo familiarità con versioni precedenti della vicenda, nemmeno con il popolare cartone animato andato in onda quando io ero bimba, ma non si fatica a vedere l’attualità del messaggio che trasmette che pone sulla scena una giovane donna coraggiosa, piena di idee e senza timore di esprimerle. E si riesce a introdurre in modo realistico un femminismo ante litteram, parlando di educazione delle donne  - un gruppo di mamme, ad esempio, invita Marilla a unirsi a loro perché sono convinte che anche per le femmine sia necessaria un’istruzione e come una novità viene proprio pronunciata la parola “femminismo” - e di ruolo sociale da scegliere: non solo mogli, ma con varie opzioni a seconda delle proprie capacità e desideri. Si è anche stati molto scaltri a presentare un personaggio lesbico, l’anziana zia di Diana che ha appena perso la compagna di una vita, senza definirlo tale, in consonanza con l’epoca. Noi al giorno d’oggi capiamo, ed è sufficiente. 
              
Proprio una serie luminosa. Spiritualmente luminosa. 

Sulla poetica sigla, basata su quadri di Brad Kunkle, che rappresentano il passaggio delle stagioni e l’evoluzione di Anne, ed incorporano vari elementi simbolici (il passero senza occhi, i rami di legno con incise frasi dal libro da cui è tratta la serie, la volpe, il gufo, il colibrì…), si legga qui

domenica 30 luglio 2017

GOOD GIRLS REVOLT: ispirata a fatti veri


Good Girls Revolt (Amazon) è una serie ambientata fra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70 e segue un gruppo di giovani donne che lavorano per una rivista che si chiama “News of the Week” (fittizia, ma ispirato a Newsweek). In quanto donne possono avere solo ruoli di segretarie e ricercatrici, mentre è loro proibito ambire a diventare reporter, sebbene talvolta dimostrino più talento dei giornalisti che affiancano quotidianamente. Quando qualcosa scritto da loro viene pubblicato, è comunque con il nome di un uomo. Per questa ragione si organizzano e decidono di fare causa al giornale (1.10) e di rivendicare i propri diritti. Le vicende sono ispirate a fatti veri e incorporano personaggi reali, come Nora Ephron (Grace Gummer, Mr Robot).

Lo spirito ultimo della serie può essere inferito dal discorso (1.06) che una giovane avvocatessa nera, Eleanor Holmes Norton (realmente esistente e interpretata da Joy Bryant, Parenthood), fa a una delle impiegate, Denise (Betty Gabriel),  che, nera, non vorrebbe partecipare alla causa:
“Capisco che senti che questa non è la tua battaglia, ma sorella, sono qui per dirti che lo è. Vedi, queste donne hanno una cosa molto importante in comune con noi: sono cittadine di seconda classe. E io e te sappiamo esattamente che cosa si prova, non è vero? Trattenuta dal tuo pieno potenziale, pagata meno di quello che vali, trattata con superiorità, ti viene detto di stare zitta, di stare al tuo posto. Queste donne vivono in una scatola proprio come te, perciò non farti ingannare perché la loro scatola è un po’ più comoda della tua. È sempre una scatola. E il solo modo in cui ognuna di noi riuscirà ad evadere da questa scatola è se rimaniamo unite, perché quando i cittadini di seconda classe del mondo stanno l’uno a fianco dell’altro, non l’uno contro l’altro, è allora che cambi il mondo. Perciò, quando aiuti queste donne, Denise, la persona che liberi è te stessa”.

Con un tono quieto, quotidiano, minuto e molto poco glamour, seguiamo prevalentemente tre giovani donne che hanno, ciascuno a modo proprio, un risveglio della propria consapevolezza. Patti Robinson (Genevieve Angelson), che più di tutte sogna di diventare una giornalista a tutti gli effetti, magari inviata in Egitto, lavora sodo per dimostrare quello che vale; ha una storia con Douglas (Hunter Parrish), ma seduce e si lascia sedurre dal capo del giornale, Chris Diamantopoulos (Evan Phinnaeous ‘Finn’ Woodhouse, Episodes), sposato, ma di fatto più dedito al lavoro che alla vita matrimoniale. Cindy (Erin Darke), addetta a scrivere le didascalie, è intrappolata in un matrimonio infelice ed è talmente abituata a venire ignorata  - il marito legge anche a tavola mentre lei gli parla e la tratta come una serva e basta, le pratica un foro sul diaframma, nonostante il loro accordo di non avere figli immediatamente… – e solo una relazione extraconiugale sul lavoro le fa scoprire che può pretendere di più. Jane Hollander  (Anna Camp, The Good Wife) è la fidanzata sempre perfetta che vede il lavoro come una tappa prima dell’inevitabile matrimonio, ma presto si rende conto che vuole diventare una donna in carriera.
 
La serie, ideata da Lynn Povich sulla base di un libro dallo stesso titolo, e non confermata per una seconda stagione, si fa sempre più pregnante e densa con il procedere delle puntate. Nel descrivere la situazione femminile del’epoca, ed eventualmente il sessismo, non si mostrano elementi eclatanti, ma una bruciante quotidianità: Patti è preoccupata che le nozze della sorella significhino  che a lei d’ora in poi aspetti solo un futuro “a servizio” del marito (1.02); vengono incoraggiate a scoprire (1.06) quanto guadagnino più di loro gli uomini, a parità di lavoro (1.06); gli uomini dettano come si devono vestire le donne (1.07) – a Patti viene permesso di venire al lavoro in pantaloni, la prima a farlo, solo perché è il suo venticinquesimo compleanno, ma la si invita a non rifarlo, a Cindy il marito non permette di indossare l’abito sexy che voleva mettere a una festa; tutte fanno una colletta per un l’aborto di una di loro che ha già figli e per cui averne un altro sarebbe problematico (1.09)…Ci si accorge senza sforzo di quanta strada è stata fatta da allora, e allo stesso tempo quanto ancora attuali siano certe problematiche e rivendicazioni.

Sebbene la serie sia indubbiamente intrisa di spirito femminista, in tanti piccoli dettagli, questo è organico e naturale, e non ci si riduce a quello. In  “Strikethrough” (1.06) ad esempio, in occasione dello sciopero dei postini, Jane accompagna Sam (Daniel Eric Gold) per capire di prima mano la situazione. Prendono alcune lettere non recapitate e le consegnano loro stessi ai destinatari. Una di queste è una donna che ha perso qualcuno in Vietnam. Sam potrebbe intervistarla, visto che sta scrivendo un pezzo su quest’argomento, ma decide di non farlo per rispetto del dolore di quella persona: non puoi aggiustare la situazione, farla dimenticare o migliorarla, puoi solo appunto portare rispetto.

Se la partenza non è stata sfavillante, e in corso di via ci sono state debolezze, a chiusura di stagione ci si rammarica che non si sia riusciti, come si è provato, a salvare una serie che aveva molto da dire.   

mercoledì 19 luglio 2017

TREDICI: le ragioni di un suicidio


ATTENZIONE SPOILER. In 13 reasons why (su Netflix, graficamente scritto come “Th1rteen R3asons Why”), diventato semplicemente Tredici in italiano, Hannah Baker (Katherine Langford) è un’adolescente che si è appena tolta la vita. Dietro di sé ha lasciato, con un gusto un po' retrò, una serie di audiocassette da lei registrate, in cui ad ogni lato del nastro accusa per la sua scelta un diverso compagno di scuola. A turno le persone vengono istruite ad ascoltare quello che lei ha detto, seguendo anche una mappa e, dopo aver sentito tutto, a passare i nastri alla persona successiva. Ora è il turno – e attraverso di lui il nostro - di Clay Jensen (Dylan Minnette), l’undicesimo, che lavorava con lei come maschera in un cinema e che era innamorato di lei. La cosa lo sconvolge e ascolta tutto in piccole dosi, fra titubanze, desiderio di parlarne con altri,  dubbi su come decidere di comportarsi. A sostenerlo c’è l’amico Tony (Christian Navarro). Hannah dice la verità? Mente? Ogni puntata è dedicata a una diversa persona della sua vita: Justin Foley (Brandon Flynn), con cui ha vissuto il suo primo bacio e che poi ha diffuso pettegolezzi sessuali sul suo conto (1.01); i migliori amici con cui si incontrava regolarmente al coffee shop Monet’s e dalla quale si è sentita tradita, Jessica Davis (Alisha Boe) e Alex Standall (Miles Heizer, Parenthood) – 1.02 e 1.03; Tyler (Devin Driud) il fotografo dell’annuario scolastico che le faceva stalking (1.04); Courtney (Michele Selene Ang), la ragazza apparentemente sempre gentile che ha sparlato di lei pur di non rivelare di essere lesbica (1.05); Bryce Walker (Justin Prentice) che l’ha violentata (1.12)... Intanto i genitori di lei, Olivia e Andy (Kate Walsh e Brian D’Arcy James), che non hanno nemmeno ricevuto un biglietto d’addio, disperati, fanno causa alla scuola, perché hanno ragione di credere che la figlia fosse vittima di bullismo. Tutti si chiedono quanto conoscessero la ragazza.

Tratta dal libro per giovani adulti “Tredici” di Jay Asher (Mondadori), e sviluppata per la TV da Brian Yorkey (che nel 2010 come drammaturgo ha vinto il Pulitzer), la serie prima facie parla di suicidio. Ed è indubbio che questo sia uno dei temi trattati. Il liceo frequentato dalla ragazza è sconvolto dall’evento, gli studenti vengono incoraggiati a parlare dell'argomento e genitori, insegnanti e studenti lo affrontano in più occasioni e in più modalità. La serie però, di fatto, affronta altre tematiche. Una è quella della banalità delle azioni quotidiane e di come possono portare delle cicatrici profonde per qualcuno che è vulnerabile. Di come le micro-aggressioni giornaliere, se non gestite, possano diventare qualcosa di mastodontico. Del potere dei segreti, dei pettegolezzi, delle parole. Hannah aveva apparentemente una vita normale, senza particolari problemi, sono proprio questi piccoli atti che si accumulano l'uno sull'altro ad averla distrutta. Non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. E si è trovata isolata.

Il tema di fondo è lo stupro, sono le violenze e le molestie verbali e sessuali.  Anna Silman (The Cut) dice bene quando osserva che “il messaggio che il programma riesce davvero a trasmettere ha a che fare con la misoginia: come la persistente oggettificazione può erodere l’autostima di una donna, e dei molti modi in cui falliamo nei confronti delle giovani donne nel propagandare una cultura del silenzio. (…) Il programma prende molti dei termini di moda che in questo momento turbinano nello spirito del tempo della cultura giovanile americana – mascolinità tossica, cultura dello stupro, far impazzire qualcuno, cyber bullismo, slut-shaming – e mostra come sono messi in scena nei corridoi della scuola, perpetrati da una gamma di complicati teen-ager che trascendono gli usuali archetipi da spogliatoio”. Viene ben illustrato come il peso dello status e del potere di qualcuno può avere effetto sigli altri e di come la “passività individuale e la negazione di gruppo” possa offrire protezione a predatori e facilitatori.  

Nonostante qualche voce fuori dal coro, la maggioranza ha amato e apprezzato la serie. Uno degli aspetti più interessanti per me è come si passi di continuo fra il momento attuale e i ricordi di cose avvenute nel passato quando la protagonista era in vita. Questo avviene costantemente, la ma l’aspetto originale è il fatto che i ricordi nascano da una sorta di straniamento del protagonista maschile che forzatamente e dolorosamente rievoca situazioni del passato, che vede in una nuova luce, o che vorrebbe anche dimenticare o che vorrebbe aver vissuto in modo diverso. Questa tecnica apparentemente trita di costanti flashback è proprio resa fresca da questa associazione di recupero della memoria da parte del personaggio. E il senso di perdita è proprio stato costruito su questa modalità apparentemente ingenua. Hannah poi, come narratrice inaffidabile, riesce a trasmettere bene il processo di soggettivizzazione delle esperienze. E trasporta lo spettatore in un percorso di empatia più che di conoscenza (Silman).  

C’è chi ha lamentato il fatto che la serie renderebbe affascinante il suicidio. Non mi sembra proprio. Al di là dell’opportunità di avvertire il pubblico del tipo di contenuto che si sta per affrontare, e dei riferimenti a cui rivolgersi se si stesse pensando di farla finita, aggiunti poi da Netflix in apertura delle puntate e sicuramente essenziali, si fa un ottimo lavoro nel focalizzare la conversazione su un tema che storicamente è sempre stato molto difficile affrontare proprio per timori di emulazioni. L’obiettivo qui è proprio quello di non nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che il problema non esista, quando invece è così rilevante. Se legittimamente si potrebbe impedirne la visione a un pubblico eccessivamente giovane, penso che sarebbe proprio uno di quei programmi che andrebbero guardati a scuola e discussi, con insegnanti e genitori.  

Anche la resistenza di alcuni per una seconda stagione, già confermata, motivata dal fatto che la serie avrebbe già detto tutto quello che c’era da dire, non la condivido. Potenzialmente c’è ancora molto terreno inesplorato. 

venerdì 14 luglio 2017

Nomination agli EMMY 2017


Sono state annunciate le nomination agli Emmy, giunti alla loro 69esima edizione. Potevano venir nominati i programmi andati in onda fra il 1° giugno 2016 e il 31 maggio 2017. I premi verranno consegnati il 17 settembre. Il 16 dello stesso mese saranno consegnati quelli per le categorie delle “Creative Arts”.

Saturday Night Live e Westworld hanno ricevuto il maggior numero di nomination (22) in tutte le categorie, seguiti da Stranger Things e FEUD: Bette and Joan (18) e Veep (17). Ad avere le maggiori nomination per piattaforma sono state: HBO (110), Netflix (91) ed NBC (60).

Sotto trovate la lista dei nominati per alcune delle principali categorie. Per la lista completa dei nominati, vedete questo link.  

Miglior drama

“Better Call Saul” (AMC)
“The Crown” (Netflix)
“The Handmaid’s Tale” (Hulu)
“House of Cards” (Netflix)
“Stranger Things” (Netflix)
“This Is Us” (NBC)
“Westworld” (HBO)

Miglior attrice protagonista in un drama

Viola Davis (“How to Get Away with Murder”)
Claire Foy (“The Crown”)
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)
Keri Russell (“The Americans”)
Evan Rachel Wood (“Westworld”)
Robin Wright (“House of Cards”)

Miglior attore protagonista in un drama

Sterling K. Brown (“This Is Us”)
Anthony Hopkins (“Westworld”)
Bob Odenkirk (“Better Call Saul”)
Matthew Rhys (“The Americans”)
Liev Schreiber (“Ray Donovan”)
Kevin Spacey (“House of Cards”)
Milo Ventimiglia (“This Is Us”)

Miglior attore non protagonista in un drama

John Lithgow (“The Crown”)
Jonathan Banks (“Better Call Saul”)
Mandy Patinkin (“Homeland”)
Michael Kelly (“House of Cards”)
David Harbour (“Stranger Things”)
Ron Cephas Jones (“This Is Us”)
Jeffrey Wright (“Westworld”)

Miglior attrice non protagonista in un drama

Ann Dowd (“The Handmaid’s Tale”)
Samira Wiley (“The Handmaid’s Tale”)
Uzo Aduba (“Orange Is the New Black”)
Millie Bobby Brown (“Stranger Things”)
Chrissy Metz (“This Is Us”)
Thandie Newton (“Westworld”)

Miglior comedy

“Atlanta” (FX)
“Black-ish” (ABC)
“Master of None” (Netflix)
“Modern Family” (ABC)
“Silicon Valley” (HBO)
“Unbreakable Kimmy Schmidt” (Netflix)
“Veep” (HBO)

Miglior attore protagonista in una comedy

Anthony Anderson (“Black-ish”)
Aziz Ansari (“Master of None”)
Zach Galifianakis (“Baskets”)
Donald Glover (“Atlanta”)
William H. Macy (“Shameless”)
Jeffrey Tambor (“Transparent”)

Miglior attrice protagonista in una comedy

Pamela Adlon (“Better Things”)
Tracee Ellis-Ross (“black-ish”)
Jane Fonda (“Grace and Frankie”)
Lily Tomlin (“Grace and Frankie”)
Allison Janney (“Mom”)
Ellie Kemper (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)

Miglior attore non protagonista in una comedy

Alec Baldwin (“Saturday Night Live”)
Louie Anderson (“Baskets”)
Ty Burrell (“Modern Family”)
Tituss Burgess (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Tony Hale (“Veep”)
Matt Walsh (“Veep”)

Miglior attrice non protagonista in una comedy

Kate McKinnon (“Saturday Night Live”)
Vanessa Bayer (“Saturday Night Live”)
Leslie Jones (“Saturday Night Live”)
Anna Chlumsky (“Veep”)
Judith Light (“Transparent”)
Kathryn Hahn (“Transparent”)


Miglior Limited Series

“Big Little Lies” (HBO)
“Fargo” (FX)
“Feud: Bette and Joan” (FX)
“The Night Of” (HBO)
“Genius” (National Geographic)

Miglior attor in una limited series

Riz Ahmed (“The Night Of”)
Benedict Cumberbatch (“Sherlock: The Lying Detective”)
Robert De Niro (“The Wizard of Lies”)
Ewan McGregor (“Fargo”)
Geoffrey Rush (“Genius”)
John Turturro (“The Night Of”)

Miglior attrice in una limited series

Carrie Coon (“Fargo”)
Felicity Huffman (“American Crime”)
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
Jessica Lange (“Feud”)
Susan Sarandon (“Feud”)
Reese Witherspoon (“Big Little Lies”)


Miglior Film TV

“Black Mirror: San Junipero”
“Dolly Parton’s Christmas Of Many Colors: Circle Of Love”
“The Immortal Life Of Henrietta Lacks”
“Sherlock: The Lying Detective (Masterpiece)”
“The Wizard Of Lies”

Miglior Variety Talk

“Full Frontal With Samantha Bee” (TBS)
“Jimmy Kimmel Live!” (ABC)
“Last Week Tonight With John Oliver” (HBO)
“Late Late Show With James Corden” (CBS)
“Real Time With Bill Maher” (HBO)
“The Late Show with Stephen Colbert” (CBS)

Miglior serie Variety a Sketch

“Billy On The Street” (truTV)
“Documentary Now!” (IFC)
“Drunk History” (Comedy Central)
“Portlandia” (IFC)
“Saturday Night Live” (NBC)
“Tracey Ullman’s Show” (HBO)

Miglior reality - competizione

“The Amazing Race” (CBS)
“American Ninja Warrior” (NBC)
“Project Runway” (Lifetime)
“RuPaul’s Drag Race” (vh1)
“Top Chef” (Bravo)
“The Voice” (NBC)

venerdì 7 luglio 2017

THE LEFTOVERS: la terza e ultima stagione


ATTENZIONE SPOILER. È terminata su una nota positiva la terza e ultima stagione di The Leftovers il sui senso ultimo, attraverso Kevin (Justin Theroux) e Nora (Carrie Coon) che ora anziani si ritrovano, è stato quello di dire che, anche se non li dimenticheremo mai, dobbiamo avere il coraggio di lasciarci alle spalle chi è scomparso ed esserci gli uni per gli altri nel presente, amandoci al meglio delle nostre capacità. E in modo davvero geniale si è riusciti sia a dare una spiegazione di tutto, sia allo stesso tempo di lasciare il sospetto che nulla sia vero. Quello che conta è che si scelga di crederci. Questo in fondo è il senso della religione, sembrano voler dire, non conta se sia vero o no, conta se ci si creda o no. La disamina dello spirito religioso è in fondo una delle correnti forti sottese al programma. E l’intera stagione è stata incentrata sulle storie – religiose o meno che siano - che ci raccontiamo per riuscire a dare un senso alla vita.

Nora la vediamo mentre si appresta a eseguire una procedura che la catapulterà nella stessa dimensione dove si ritiene sia finito il 2% della popolazione a suo tempo scomparsa. Il vano che le permetterà di trasportarsi sta per riempirsi di uno speciale liquido che pare acqua, e all’ultimissimo istante le sentiamo gridare “s...”. E lì si stacca la scena. Quella esse sta per “stop”? Ha deciso di rinunciare all’ultimo momento?  Quando la rivediamo anni dopo,  ormai incanutita, racconta a Kevin di essere andata dall’altra parte, di aver trovato un mondo speculare in cui era scomparso il 98% della popolazione. Ha visto il lutto generale. Ha ritrovato i suoi figli e suo marito, ma non si è voluta rivelare perché si è resa conto che ormai avevano una loro nuova vita, felice per quel che poteva esserlo. Ha ricontattato lo scienziato responsabile della tecnologia che l’ha portata lì per farsi rimandare indietro. È vera la sua storia o è frutto della sua immaginazione o è comunque qualcosa che racconta anche se stessa per sopravvivere? Kevin decide di crederle, sta a noi decidere se vogliamo fare altrettanto.

Gli autori sono stati autenticamente geniali proprio perché non solo sono riusciti a lasciare nell’incertezza con un espediente sufficientemente banale in apparenza, ma anche perché in quella stessa incertezza è trattenuto e condensato il significato ultimo della serie tutta. “Let the Mistery be” (Lascia che il mistero sia) di Iris DeMent  dice la canzone che è stata la sigla della seconda stagione e che viene ripresa in chiusura di una terza che ha deciso ad ogni puntata di cambiare tema musicale.  (La musica è stata sempre usata in modo sublime, e sull’ultima puntata si legga il lunghissimo, ma appassionante articolo di Vulture).

The Leftovers è talmente densa e concettosa, allucinatoria e perennemente ai limiti dell’onirico, da rendere mastodontico ogni tentativo di esegesi che non sia disposto ad accuratamente analizzare ogni puntata ed ogni passaggio. Non ha senso e ne ha completamente. I riferimenti religiosi sono numerosi, si pensi anche solo al diluvio universale che è stato un po’ il filo conduttore dell’ultima stagione ambientata in Australia,  alla capra della season finale, su cui i partecipanti ad una festa caricano delle collane che rappresentano i propri peccati, e al fatto che iniziamo questo arco con “il libro di Kevin” e lo chiudiamo con “il libro di Nora”. È una serie difficile, criptica, degna erede di quella angoscia esistenziale che ha caratterizzato già Lost. E non è stata da meno nella stagione conclusiva, con puntate indimenticabili come “Crazy Whitefella Thinking” (3.03), come “It’s a Matt, Matt, Matt, Matt World” (si veda qui, e su cui si potrebbe innestare tutta una riflessione su autorialità e critica) o come l’apocalittica “The Most Powerful Man in the World (And His Identical Twin Brother)”, risposta-prosieguo alla celebrata puntata “International Assassin” (2.08). Il cast è superbo, anche quando è costretto ad autentici tour de force.

È un elusivo vangelo quello che mettono in scena Damon Lindelof e Tom Perrotta. Doloroso e poetico, che va vissuto più che analizzato. È arte. 

mercoledì 28 giugno 2017

HUMANS: la seconda stagione


La seconda stagione di Humans continua a deludere lì dove ancora si vedono contatti con l’originale Ӓkta Människor, brilla invece dove se ne affranca, pur proponendo una visione del rapporto uomo-macchina molto più tetro della serie madre.

Alfa e omega di questo arco sono stati all’esordio il risveglio di alcuni synth che acquisiscono coscienza  e in chiusura l’awakening di tutti grazie all’inserimento di un codice da parte di Mattie (Lucy Carless) con il mondo che di fatto cambia completamente volto in un istante, e lascia alla terza (confermata) stagione il compito di affrontarne le conseguenze. Risvegliarsi, che cosa significhi avere coscienza e che rapporto c’è fra robot e umani sono stati il grande nucleo di riflessione: Hester (Sonya Cassidy), un’operaia ora cosciente, è arrabbiata e violenta e vuole uccidere gli esseri umani; dall’altro lato dello spettro, c’è Anita/Mia (Gemma Chan) -  tradita da Ed (Sam Paladio, Nashville) che, pur agli esordi di un rapporto d’amore con lei, la vende per denaro -  che non esita a rinunciare alla propria vita se questo significa salvare quella dell’umana Laura (Katherine Parkinson). Chi si è appena risvegliato è come una bambino e parte del problema è capire come educare qualcuno che ha appena preso coscienza di sé, come trasmettergli dei valori. Nella finale (2.08) si cita Gandhi e si riflette sul ruolo della violenza nei cambiamenti e su che valore abbiano le vite degli uni per gli altri, nella loro intrinseca diversità.

Da Real Humans, è stata tratta la storyline che vede un synth chiedere il riconoscimento del loro stato di coscienza e, sulla base di quello, di diritti pari a quelli degli esseri umani. Che cosa ci rende umani? Se lì la vicenda si è chiusa con successo, ed è stata argomentata da un punto di vista filosofico in modo molto accorato, qui non ha avuto molto senso. Niska (Emily Berrington) chiede di essere valutata per capire se sia cosciente, ma la sua motivazione, immolarsi per i suoi simili, non convince, considerato che l’unica conseguenza personale che le avrebbe portato sarebbe stata quella di venir giudicata come umana in un caso di omicidio. In gioco c’era anche una storia d’amore con una donna, Astrid (Bella Dayne), che l’aveva fatta innamorare per la prima volta, ma la scelta di lei come personaggio e le sue motivazioni stavano poco in piedi. L’hanno sottoposta a test per valutare le sue reazioni e risposte, misurarne l’empatia, la capacità di reagire a immagini, musica, ricordi… Per quanto dichiari che la sua vita è sempre stata essere spaventata, ferita e arrabbiata, di come si sia sentita stuprata e si parli di etica e di Hegel, alla fine i tentativi di dimostrazione, pur sensati, nella loro costruzione sono stati piuttosto inutili e privi di consistenza. E completamente inefficace Laura nel suo ruolo di avvocato.

Pure dall’originale svedese arriva l’idea di esseri umani che cercano di comportarsi come sintetici. Se lì veniva trattato come una sorta di cosplay di simpatizzanti per la causa dei postumani, qui si patologizza la questione mettendo in campo un ipotetico Disturbo Giovanile di Indentificazione con i Sintentici – e ne soffre tanto la piccola della famiglia Hawkins, Sophie (Pixie Davis), quanto Renie (Laetitia  Wright, Cucumber e Banana), una compagna di classe di Toby (Theo Stevenson). Il taglio dato alle vicende ha avuto del merito, e anche dei momenti riusciti – in 2.06, ad esempio, c’è stato il primo food fight, una lotta con il cibo fra i membri della famiglia Hawkins, che per me abbia avuto un senso positivo che non facesse rimpiangere l’inutile spreco di alimenti - anche se nel trattare l’aspetto psicologico non ci si è impegnati troppo. Ma forse questo risente di quella enorme cappella fatta in 2.01, dove Laura e Joe (Tom Goodman-Hill), nel richiedere aiuto per la propria relazione, finiscono per avere come psicoterapeuta di coppia, pronta a sputare statistiche e ricavare “suggerimenti” dal suo ampio catalogo digitale, una sintetica. Se mettono una macchina in una delle professioni che probabilmente più di ogni altra richiede intuito e finezza umana nel cogliere le sottigliezze, e che è molto poco “meccanica”, è evidente che la si dice lunga sulla scarsezza dell’impostazione psicologica degli autori.

Se ci sono persone che vogliono essere macchine, ci sono macchie che anelano ad essere umane, e il filo narrativo della poliziotta Karen (Ruth Bradley) e il suo amore per Pete (Neil Maskell), con il suo tragico epilogo, è stata un vero punto di forza. Meglio ingegnata e riuscita dell’originale, oltre che più realistica, è stata anche la tematica del trasferimento di coscienza. Se Real Humans vedeva in questo caso vicende al limite del ridicolo con una messa in scena quasi casalinga, qui si è immaginata una scienziata, la dottoressa Athena Morrow (Carrie-Anne Moss, Jessica Jones), che ha dedicato la vita a quest’obiettivo ed è riuscita a creare una intelligenza artificiale, che chiama “V”, per conservare l’identità della figlia Virginia (prima in coma, poi morta), ed è alla ricerca di un corpo in cui poterla installare. Viene lavorativamente corteggiata da una grande corporation tecnologica, la Qualia – un nome che denota una certa finezza filosofica, con riferimento al pensiero di Frank Jackson, le cui speculazioni riecheggiano nella serie -, guidata da Milo (Marshall Allman), che prevede macchine senzienti bambino/a il cui corpo viene aggiornato ogni anno per simularne la crescita fisica. Qui pure si riesce ad offrire una nuova stimolante prospettiva rispetto alla fonte primigenia.

Molti altri sono i quesiti messi in campo: si possono risolvere i problemi dell’umanità con la tecnologia? Qual è il modo di trovare un proposito e un significato alla propria vita? Che peso hanno i nostri sentimenti, il piacere, la gioia? Che rapporto c’è fra mente e corpo? Anche nella seconda stagione perciò, la serie risulta intellettualmente gravida di spunti, ma ancora una volta nonostante tutto non riesce a trascinare come potrebbe. Forse, come già osservavo per la prima stagione, la mia visione è ancora troppo offuscata dall’ombra dell’antenato. 

martedì 20 giugno 2017

TCA AWARDS: le nomination


Sono uscite le nomination per i premi della TCA, l’associazione dei critici televisivi americani e canadesi, che verranno consegnati il 5 agosto prossimo. Qui sotto i nominati per le varie categorie. La fonte della notizie, dove è possibile avere altri dettagli, è questa.

Miglior performance in un drama

Sterling K. Brown, “This Is Us,” NBC
Carrie Coon, “The Leftovers” & “Fargo,” HBO & FX
Claire Foy, “The Crown,” Netflix
Nicole Kidman, “Big Little Lies,” HBO
Jessica Lange, “Feud: Bette And Joan,” FX
Elisabeth Moss, “The Handmaid’s Tale,” Hulu
Susan Sarandon, “Feud: Bette And Joan,” FX

Miglior performance in una comedy

Pamela Adlon, “Better Things,” FX
Aziz Ansari, “Master of None,” Netflix
Kristen Bell, “The Good Place,” NBC
Donald Glover, “Atlanta,” FX
Julia Louis-Dreyfus, “Veep,” HBO
Issa Rae, “Insecure,” HBO
Phoebe Waller-Bridge, “Fleabag,” Amazon

Miglior programma di news e informazione

“Full Frontal With Samantha Bee,” TBS (2016 Winner in Category)
“Last Week Tonight With John Oliver,” HBO
“The Lead With Jake Tapper,” CNN
“O.J.: Made in America,” ESPN
“Planet Earth II,” BBC America
“Weiner,” Showtime

Miglior reality

“The Circus,” Showtime
“The Great British Baking Show,” PBS
“The Keepers,” Netflix
“Leah Remini: Scientology and the Aftermath,” A&E
“Shark Tank,” ABC
“Survivor: Game Changers,” CBS

Miglior programma per ragazzi

“Daniel Tiger’s Neighborhood,” PBS (2016 Winner in Category)
“Doc McStuffins,” Disney Junior
“Elena of Avalor,” Disney Channel
“Odd Squad,” PBS
“Sesame Street,” HBO
“Speechless,” ABC


Miglior nuovo programma

“Atlanta,” FX
“The Crown,” Netflix
“The Good Place,” NBC
“The Handmaid’s Tale,” Hulu
“Stranger Things,” Netflix
“This Is Us,” NBC

Miglior film, miniserie o speciale

“Big Little Lies,” HBO
“Fargo,” FX
“Feud: Bette and Joan,” FX
“Gilmore Girls: A Year in the Life,” Netflix
“The Night Of,” HBO
“Wizard of Lies,” HBO

Miglior drama

“Better Call Saul,” AMC
“Stranger Things,” Netflix
“The Americans,” FX (2015 & 2016 Winner in Category)
“The Crown,” Netflix
“The Handmaid’s Tale,” Hulu
“This Is Us,” NBC

Miglior comedy

“Atlanta,” FX
“black-ish,” ABC (2016 Winner in Category)
“Fleabag,” Amazon
“Master of None,” Netflix
“The Good Place,” NBC
“Veep,” HBO

Programma dell’anno

“Atlanta,” FX
“Big Little Lies,” HBO
“Stranger Things,” Netflix
“The Handmaid’s Tale,” Hulu
“The Leftovers,” HBO
“This Is Us,” NBC