mercoledì 31 agosto 2011

GAME OF THRONES: una spettacolare saga epico-fantastica



Dalla descrizione di saga epico-fantastica di stampo medievale, mi aspettavo un polpettone noioso, brutale e misogino, condito di effetti speciali di lusso come sola caratteristica a redimerlo. E invece mi sono dovuta ricredere. A Game of Thrones ho dato un’opportunità solo perché tutti ne parlavano bene: Entertainment Weekly (April 8, 2011) diceva che era una “intossicante combinazione di sesso, intrigo politico, melodramma soapy, fantasy e avventura, tutto collocato sullo sfondo del più grandi valori produttivi di alto budget”. Non sempre le lodi sono una garanzia, ma ho voluto dare una chance al programma anche perché nel cast figurava Aiden Gillen, un attore che ho adorato nel ruolo di Stuart Allan Jones nel Queer As Folk britannico. La serie è stata appassionate e trascinante, ricca di colpi di scena e di personaggi complessi, e una vera festa per gli occhi. I valori produttivi in effetti sono stati superbi su tutta la linea, a cominciare dalla sigla, un geniale intarsio di architettura di terre immaginarie che prende vita dinanzi ai nostri occhi. La HBO, che manda in onda la serie negli USA (in Italia GoT chiama casa Sky Cinema1), ci ha abituato alle serie di qualità, ma qui ha superato se stessa.

Innanzitutto Game of Thrones è l’adattamento televisivo (dopo che quello cinematografico era stato respinto dall’autore che non vedeva il grande schermo come il medium più adatto a trasporre in immagini la sua complicata saga) dei romanzi di George R.R. Martin, noti come le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. La prima stagione (che negli Usa ha debuttato nell’aprile del 2011) è basata sul primo libro, diventati due nella traduzione italiana: Il trono di Spade e Il Grande Inverno (Mondadori). George R.R. Martin è considerato una sorta di Tolkien americano, ma ha la reputazione di essere un po’ meno complicato nella mitologia rappresentata, ma decisamente più complesso nella psicologia e multidimensionalità dei personaggi e più contemporaneo anche nel “sistema di valori” messi in scena, pur radicandosi in un immaginario di cavalieri e dame ancorati in una forte tradizione.

Quello in cui sono riusciti David Benioff e D.B. Weiss, che hanno trasposto i romanzi sullo schermo, e con loro gli altri sceneggiatori – lo stesso ideatore Martin, ma anche Bryan Cogman e Jane Espenson (Buffy, Caprica) –, è stato di trasmettere il senso di una storia che ha echi molto forti: è Il Signore degli Anelli, è Shakespeare, è I Soprano, è la Guerra delle Due Rose (a cui si dice ci sia un esplicito riferimento anche per il nome di alcuni dei clan). A me personalmente ha fatto ripensare anche alla Germania di Tacito nelle parti relative ai Dothraki e alle varie incarnazioni del Gesù di Nazareth nella parte finale. Sul Time James Poniewozik lo vede come una miscela di Deadwood, Rome, The Wire e Carnivale, nei toni.

Non mancano una buona quantità di humor e sagacia, e frasi memorabili, da citare, e momenti simbolici che punteggiano storie di sangue, di passione, di tradimenti, di omicidi,  di vendette, di potere, di lussuria, di orgoglio, di amore, di famiglia, di onore, di lealtà, di fratellanza, di sogni, di speranze, di guerra, di pace, di umanità… Un intreccio di storie esaltanti e appaganti, con personaggi che ti rimangono dentro come veri. E la certezza dell’incertezza: nessuno è al sicuro, chiunque potrebbe morire. E più di qualcuno lo fa.  E ci vedi dietro, come in traslucido, che c’è altro dietro, c’è una mitologia, e sistemi psicologici, filosofici e religiosi, e intrecci familiari che vanno oltre quello che vediamo sullo schermo, che hanno un respiro maggiore, nonostante mai sembrino averne bisogno.  

La regia - affidata a Tim Van Patten, Brian Kirk, Daniel Minaham e Alan Taylor, con quest’ultimo a creare le maggiori suggestioni, per me - è sontuosa, magniloquente grandiosa. La scenografia è mozzafiato negli esterni - girati in Irlanda del Nord, in Scozia, in Marocco, che approfittano della natura lussureggiante e dei maestosi panorami - e opulenta di dettagli negli interni, dalle suppellettili, alle armi, agli arredi… I costumi sono curatissimi. La fotografia usa abilmente la luce più adatta alle diverse circostanze (il ghiaccio, il sole) e chiaroscuri richiamano alla memoria le tele dei grandi maestri della pittura Seicentesca, successiva certo al Medioevo, ma ben adatta a rappresentare tanto i fasti della nobiltà, quanto il popolo crasso, facendo convivere decorum e sua assenza in modo giustapposto come nella realtà. La recitazione è di prim’ordine. Non manca nulla, tutto è al suo posto. E il risultato è potente. E coinvolgente.

Molto è stato detto sulla violenza e la rappresentazione della sessualità nella serie. La violenza c’è, ma mi aspettavo molto di peggio, forse perché ero preparata a vederne molta, forse perché è un po’ avulsa dalla mia realtà e quindi in qualche modo meno minacciosa e disturbante. Veder molte teste tagliate di netto, cavalieri che si infilzano con le lance e lingue strappate sono sia coerenti e sensate nel mondo che viene rappresentato che sufficientemente “arcaiche” da non avvelenare di timori la mia fantasia. Ho trovato la serie più truculenta che violenta, e ho decisamente trovato molto più disturbanti diverse scene di True Blood dalla terza stagione che non qualunque scena di violenza di Game of Thrones.  È stato notato poi che, rispetto al libro, di proposito, c’è meno violenza sessuale. Quando al sesso, quello c’è in abbondanza. Sulla politica del sesso nella serie può valer la pena leggere un articolo in proposito su The Daily Beast.  
I primi dieci minuti già li avevo postati in passato. Sulle vicende, molto complicate e ricchissime di personaggi, mi vi soffermerò in un post successivo.

lunedì 29 agosto 2011

CALIFORNICATION: un Duchovny bello, dannato e un po' paperino


La serie programmaticamente vuole fare la gradassa e scandalizzare e non va per il sottile nel farlo. Anche se poi sorprendentemente a momenti ha un tono molto più dolce ed educato di quanto non ci si aspetti. Già nell’incipit di Californication (che dovrebbe partire a settmbre su Italia2) il protagonista entra in chiesa e butta la cicca della sigaretta nell’acquasantiera, e procede a farsi fare un pompino da una suora. Poi, Hank Moody (David Duchovny) si sveglia. Perché sarà anche blasfemo e senza freni, ma fino a un certo punto. È uno scrittore diventato famoso con un libro dal titolo “Dio ci odia tutti”, ora in crisi perché è mesi che non butta giù una riga. Si è trasferito in California dove, come è chiaro anche dal titolo, insieme al bere, fornicare è il suo passatempo preferito. Un personaggio alla Bukowski, è stato detto, ma con molta più tenerezza di quanto la premessa non lasci intendere.

David Duchovny è anni luce dal personaggio di X-Files che lo ha reso famoso. Con qualche chilo in più sembra più rilassato e in qualche modo ricorda un po’ John Ritter. Va a suo credito il fatto che riesca a rendere il personaggio amabile nonostante la premessa. Lo aiuta il fatto che cerchi di essere un buon padre per la figlia Becca (Madeleine Martin) e che sotto sotto sia ancora innamorato della madre di sua figlia, Karen (Natascha McElhome). Di loro ha nella memoria immagini di una famiglia che vorrebbe ricreare nonostante se stesso, ma non si tratta solo di questo. Duchovny è bello e dannato, ma anche un po’ paperino, e con questo riesce a riscattare il suo personaggio, che finisce spesso anche per mettersi nei pasticci, come finire a letto con Mia (Madeline Zima) non rendendosi conto che è minorenne – è stato sottolineato in partenza che si tratta del solo caso in cui questo sia avvenuto per un protagonista di una serie televisiva, almeno eterosessuale (in campo omosessuale c’è stato Brain Kinney di Queer As Folk) – che, tutt’altro che ingenua e sprovveduta, gli fa vedere i sorci verdi in più d’una occasione, finendo anche per rubargli un manoscritto.

La serie è un po’ forte, esplicita nel mostrare la nudità e la sessualità, anche se in fondo anche abbastanza poco rispetto ad altri programmi (in questo momento penso a True Blood), e comunque ci ride anche molto su, come accade con le disavventure con la segretaria Dani o con la moglie del suo agente letterario Charlie (Evan Handler) che prova a esplorare (in modo molto soft) la scena sadomasochista. A questo proposito devo dire che mi sono sentita un po’ come un genitore che si ritrova a fare i conti con la sessualità di una figlia all’improvviso già adulta, quando sei abituato a vederla ancora piccola, quando ho visto l’attrice Rachel Miner che ha il ruolo ricorrente di Dani. Era solo una bambina quando interpretava Michelle in Sentieri, e vederla qui nel ruolo della segretaria di Charlie, che lo seduce e si fa sculacciare piegata sulla scrivania di lui, mi ha un po’ disorientata.  Sono quattro, fin’ora, le stagioni di questo telefilm ideato da Tom Kapinos.

venerdì 26 agosto 2011

MEN OF A CERTAIN AGE - seconda stagione: è l'ultima


Quando la TNT ha annunciato quest’estate che non avrebbe rinnovato Men of a Certain Age per una terza stagione, ci sono rimasta male, perché è stata davvero una serie pregnante, all’insegna dell’understatement, ma coinvolgente e rilevante. Mi mancherà questa creazione di Ray Romano e Mike Royce. Attraverso i suoi tre protagonisti principali, Joe (Ray Romano), Owen (Andre Braugher) e Terry (Scott Bakula), tutti “uomini di una certa età” ha mostrato un’umanità vera, sobria, quotidiana, fatta di slanci di entusiasmo e abbattimenti, di eventi minimi che hanno il senso di vittorie e sconfitte esistenziali. E ha affrontato, e bene, come già ho avuto modo di sottolineare in un post sulla prima metà della seconda stagione,  un tema che tocca tutti e che viene trascurato di continuo, quello dell’invecchiare, visto anche attraverso la lente della reciproca complicità dell’amicizia fra i tre protagonisti.
Joe che sputa dell’acqua in un lavandino è l’ultima immagine di questo potente, seppur misurato telefilm. La ragione per cui lo fa è una di quelle situazioni della vita che è così difficile trovare rappresentate altrove. Joe viene aggredito dal suo ex-allibratore, cade e ci rimette un dente (2.11). Poi lo vediamo andare dal dentista e star lì a risistemarsi il dente e cosa ancora più inusuale ma molto realistica, nella puntata successiva gli fa ancora male, ed è ipersensibile alle temperature, per cui quando beve qualcosa, gli duole particolarmente. È per questo che ora si ritrova a sputar acqua nel lavandino. Sono questi i  dettagli su cui Men of a Certain Age ha il coraggio di soffermarsi, le storie che non si vergogna di raccontare, come la donna di Terry che lo  costringe a rientrare a casa al più presto perché le scappa da pazzi la pipì, e poi non ce la fa e sull’uscio di casa finisce per farsela addosso. Altrove questo genere di “debolezze” non si ammettono. Ma qui si è abbastanza adulti, abbastanza maturi, da sapere che sono cose della vita e che sono anche cose che rendono la vita bella.
La finale della seconda stagione ci lascia con un senso di riscatto e di fiducia. Vivere significa sì imbattersi in una serie di batoste e disillusioni, ma con l’età le si può anche guardare con disincanto e concedersi una seconda opportunità per rifare ciò che è andato male imparando dagli errori commessi. Ci si può rendere conto guardandosi dal di fuori attraverso altri che ti ricordano te stesso e rinunciare alle scommesse  che ti hanno rovinato la vita, dedicarsi al golf che ti fa star bene e che fa saltare di gioia i tuoi figli per le tue vittorie, e cercare di riprendere una relazione che è stata significativa, ma troppo breve (Joe), ci si può rendere conto che si ha talento e basta applicarsi e che definire il proprio rapporto con l’altro sesso non significa necessariamente incatenarsi, ma darsi un’opportunità di essere felici (Terry), ci si può rendere conto che il lavoro che si è cercato di evitare per tutta la vita è quello che sai fare e sai fare bene e che sai essere te stesso uscendo dall’ombra di tuo padre e puoi farti apprezzare dai tuoi colleghi e sottoposti per la tua impronta (Owen). Personalmente e professionalmente si può ancora provare ad avere una seconda chance e a fare le cose per bene.
Joe compie 50 anni nell’ultima puntata: un muffin con candelina da parte dei suoi amici e dei semplici, ma sentiti regali dai suoi figli glielo ricordano. Si invecchia. Il senso della serie, che così ci lascia, sembra proprio essere che a invecchiare ci sono tanti svantaggi, ma davvero si guadagna una prospettiva diversa, davvero forse si diventa saggi a sufficienza da imparare dall’esperienza per riuscire a vedere e cercare di realizzare quello che potrebbe renderci felici.



mercoledì 24 agosto 2011

GREY'S ANATOMY: la settima stagione


È partita in modo anticlimatico la settimana stagione di Grey’s Anatomy, che in definitiva è stata discreta. La strage compiuta da un assassino di massa nel finale della precedente stagione si ripercuote nella quotidianità dei protagonisti, che, riprese le proprie vite, rivivono a flash le atrocità a cui sono stati costretti ad assistere, meditano sul senso della propria vita al punto attuale e nel farlo hanno l’appoggio di un terapeuta, una nuova entrata, il dottor Andrei Perkins (James Tupper, Men in Trees) che esce di scena abbastanza presto per poi rientrare solo brevemente alla fine. Il disturbo post traumatico da stress è l’iniziale filo conduttore di una stagione che comincia con il matrimonio di Christina (Sandra Oh), in abito rosso, e Owen (Kevin McKidd), e poi con la difficile temporanea rinuncia di lei alla professione, proprio perché non riesce a superare lo shock di quello che è successo.
La puntata “These Arms of Mine – Queste mie braccia” (7.06), scritta da Stacy McKee e con la regia di Stephen Cragg, è stata costruita come una sorta di documentario per la TV dal titolo Seattle Medical: Road to Recovery, ed è stata probabilmente la migliore della stagione, anche perché ha mostrato la ferrea consapevolezza dei diversi registri narrativi che si usano nei differenti generi, lasciando riflettere sulla forma di quello che guardiamo, e ha affrontato uno degli argomenti a cui si è accennato in questa stagione, quello della comunicazione attraverso la tecnologia – nella seconda metà di questo arco si è trattato dell’opportunità di raccontare via Twitter le operazioni in corso di via, esprimendo un’opinione favorevole nei confronti di una simile pratica.  

 La seconda metà di questo settimo ciclo si è concentrata su diversi filoni. Il trial clinico sui pazienti affetti da Alzheimer condotto da Derek (Patrick Dempsey) e Meredith (Ellen Pompeo), che avendo perso la madre per la malattia ha un interesse specifico in proposito, è stata la storia medica portante. Ha coinvolto un numero elevato di pazienti che ne sono affetti e ha dato uno spaccato maggiore sulla problematica, anche quando le vicende umane loro e dei loro familiari sono state viste solo di striscio. Storie di Alzheimer se ne sono viste parecchi nelle serie TV. La primissima che io rammento di aver visto risale agli inizi degli anni ’80 in Family Ties – Casa Keaton. E, curiosamente, una di quelle che mi sono rimaste più impresso si deve all’inedito, da noi, The Book of Daniel. Anche nelle scorse stagioni Grey ha sempre prestato una attenzione particolare a questa patologia. Quando ora si è scoperto che anche la moglie di Richard (James Pickens Jr), Adele (Loretta Devine), ha cominciato a mostrarne i sintomi inizialmente mi è sembrata una scelta ridondante, ma ha avuto senso nel prosieguo della storia con Meredith che mette a rischio la ricerca per far sì che la donna che Richard ama abbia l’effettivo medicinale e non un placebo. Anche vedere il tipo di ricerca medica che stanno conducendo nel suo svolgimento non è un percorso narrativo usuale, ed è benvenuto. Ha anche intersecato un'altra delle linee narrative portanti, quella degli specializzandi che competono fra loro per il ruolo di capo, ruolo chealla fine  va ad April Kapner.

 Altra linea narrativa portante è stata la maternità (Arizona e Callie che hanno una bambina che viene chiamata Sophia,  Meredith e Derek che cercano di adottare una bimba africana, Christina che non vuole a nessun costo un bambino e scopre di essere rimasta incinta. E il senso della famiglia. La rottura fra Arizona (Jessica Capshaw) e Callie (Sara Ramirez) è stata un po’ brutale e apparentemente immotivata, ma con la riappacificazione si è  data davvero preminenza alle due con molteplici risvolti. L’incidente stradale di Callie incinta, che ha rischiato di perdere la vita sua e della bimba che portava in grembo, è stata l’occasione dell’attesa puntata musical “Song Beneath the Song – Una canzone per rinascere” (7.18). Scritta da Shonda Rhimes, confesso che non mi è affatto piaciuta. Ho trovato bravi gli attori come interpreti, e le scelte registiche (di Tony Phlean) sono anche state originali (con parlato e cantato che si sovrapponevano, ad esempio), ma invece di aumentare l’impatto emotivo della storia i momenti canori si sono trasformati in una distrazione, salvo che nel numero finale. Spesso le canzoni sembravano non avere senso, o meglio non essere veramente legate a quello che accadeva se  non incidentalmente. E anche un numero apparentemente così ben realizzato come quello in cui tutte le coppie amoreggiavano, è risultato emotivamente stonato rispetto a quello che stava capitando. Uno dei principi fondanti di questo genere consiste nel fatto che quando le emozioni sono troppo forti per essere espresse a parole, interviene il canto. Qui appunto l’effetto è stato di diminuire la portata emozionale e l’espediente stilistico alla fine ha fallito il suo compito risultando pretestuoso. Dovevano fare un numero musicale e lo hanno fatto. Altro senso non c’è stato.

 Che la serie abbia a cuore i diritti dei gay è più che evidente. Come personaggi secondari ne sono apparsi diversi - ad esempio un ragazzo che ha rinunciato all’amore a Londra per consentire alla madre di partecipare al trial clinico  di Derek, una coppia che si doveva sposare e uno degli sposi è stato travolto da dei cavalli - e nello specifico si è prestata attenzione alla questione del matrimonio omosessuale, sia attraverso la suddetta coppia sia attraverso il parallelismo fra le nozze di Callie e Arizona e quelle fra Derek e Meredith (7.20 - “White Wedding – Tempo di matrimoni): lungamente desiderate, osteggiate dai familiari e faticosamente ottenute e celebrate secondo la tradizione e piene di gioia le prime, che non hanno valore legale, frutto della decisione del momento, rapide il tempo di una firma o poco più e asettiche le seconde, legali… L’iniquità della disparità è stata resa auto-evidente con una giustapposizione. Il senso dell’essere una famiglia poi e dei “nuovi modelli di famiglia” è stato costruito in modo forte in tutti i rapporti fra Mark (Eric Dane), padre biologico della bambina di Callie, Callie e Arizona.   

 Grey’s Anatomy si è sempre tanto concentrata sulle relazioni sentimentali dei protagonisti e si è tornati in carreggiata su questo fronte con solide storie non solo per i protagonisti storici. Teddy (Kim Raven) sposa un paziente che non ha l’assicurazione sanitaria, Henry (il sempre fascinoso Scott Foley) e finisce per innamorarsene. Lo scorbutico Stark (Peter MacNicol) corteggia la virginale April (Sarah Drew). Jackson (Jesse Williams) si fa avanti con Lexie (Chyler Leigh). Si è trattato di coppie per cui si è fatto il tifo facendosi trascinare nelle evoluzioni, nei piccoli ostacoli, nel pizzico di romanticismo.

 La finale di stagione poi ha assicurato sia colpi di scena che commozione, con un disastro aereo i cui passeggeri non arriveranno mai in ospedale perché morti, tranne una. Da tirar fuori i fazzoletti in puro stile Grey’s Anatomy che non è più da tempo una serie davvero buona, ma che qualche trucco dalla manica ancora lo sa tirar fuori e che ha personaggi a cui nonostante tutto non si riesce a non essere affezionati. 

lunedì 22 agosto 2011

THE LYING GAME: due gemelle, uno scambio


 
In The Lying Game, Alezandra Chando (Così Gira il Mondo) interpreta due sorelle gemelle, separate alla nascita per non si sa quale ragione: una, Sutton Mercer, è stata adottata da una famiglia amorevole e ricca; l’altra, Emma Becker, vive con una famiglia affidataria economicamente allo sfascio e dove il fratellastro cerca di provarci. Le due non sanno dell’esistenza l’una dell’altra, finché Sutton, decisa a capire chi sono i suoi vedi genitori e a scoprire quello che ritiene essere il mistero dietro alla sua adozione, non la contatta e diventano amiche. Un giorno Emma scappa di casa e chiede asilo a Sutton che le propone di vestire i suoi panni all’insaputa di tutti mentre lei indaga. Emma ora è Sutton e, anche se qualcuno si accorge delle differenze – “Chi sei tu e che cosa hai fatto di mia figlia?” dice scherzosamente il padre adottivo al suo essere troppo gentile rispetto al solito in un momento che per un attivo la fa raggelare -, lei cerca di vivere nei panni di un’altra: “le pancake sono il mio nuovo tofu” finisce per dire ai genitori e alla sorella Laurel (Allie Gonino) che la guardano stupiti mentre divora frittelle che la volta prima che hanno preparato si era rifiutata perfino di assaggiare. Parte così la nuova serie familiar-adolescenziale che ha debuttato sull’americana ABC Family lo scorso 15 agosto.
Un po’ è The Parent Trap – Trappola per genitori – Un cowboy col velo da sposa: nello scambio fra due sorelle alle spalle dei genitori; un po’ è Pretty Little Liars: nelle amicizie e chiacchiere fra le amiche, nella moda, nel vago senso di minaccia e mistero e menzogna nelle situazioni più minime, ma con un cast che si sforza di essere più multietnico – in particolare la ABC Family nella sua programmazione dà parecchio spazio ai nativi americani, mi pare di intuire; un po’ è Switched at Birth: nelle famiglia ricca-povera, nella questione dell’influenza dell’ambiente sulla crescita di una persona.
La fonte di ispirazione sono ancora una volta i libri di Sara Sheperd (che già ha scritto i libri da cui è stata tratta Pretty Little Liars, portati in TV da Charles Pratt jr (Melrose Place, Desperate Housewives e una multi-decennale carriera nel campo delle soap opera). Non ho letto il ilbro, ma in un’intervista con TV Guide Pratt spiega che ci saranno numerose differenze, prima fra tutti quella di tenere in vita Sutton, almeno per il momento, di aumentare il “quoziente di ragazzi-gnocchi” e di tenere coinvolti i genitori, in linea con le attuali serie rivolte agli adolescenti.
Spiega anche: “Nel libro, il “lying game – il gioco delle menzogne” si riferiva a una cricca segreta che Sutton e i suoi amici avevano creato per fare degli scherzi ai compagni di classe, inclusi quelli del gruppo. Emma subito si domanda se uno degli scherzi non abbia portato all’omicidio di Sutton. Nella serie invece, Pratt dice che il gioco delle menzogne rimane in secondo piano. ‘Viene nominato in vari momenti, ma è qualcosa che facevano nel passato’, dice. ‘Gli effettivi giochi di menzogne non vengono inseriti [nel programma] perché sono collegati all’omicidio [nel libro] che non facciamo. Abbiamo tenuto il titolo… perché lo scambio che queste due gemelle hanno fatto è una grande menzogna e quasi ogni relazione e ogni storia è casata su questioni di menzogne e verità”.
Dal pilot sembra una serie giocosa con la giusta leggerezza e intrigante alla maniera dei modelli che ho indicato come riferimento. I fan delle soap sembra possano contare anche su guest-star che vengono da quell’ambiente, probabilmente proprio grazie al collegamento con Pratt. Nel pilot ad esempio c’è Tyler Christopher che i fan di General Hospital conoscono bene per il suo ruolo di Nikolas Cassadine. In particolare in ogni caso è spassoso vedere qualcuno nei panni i qualcun altro e immaginarsi in una situazione del genere.

domenica 21 agosto 2011

Il primo promo di AMERICAN HORROR STORY




A giudicare da questo primo promo, promette bene la nuova serie American Horror Story, il cui debutto è previsto negli USA il 5 ottobre su FX. Ideata da Ryan Murphy e Brad Falchuk (entrambi di Glee) la serie viene definita un “thriller psicosessuale”. Se vi incuriosisce, sul canale di YouTube dedicato, si trovano diversi filmati flash con “indizi” di quel che sarà.

giovedì 18 agosto 2011

JUDAS di LADY GAGA: la cultura pop come religione




Torno per un momento su Lady Gaga. Ho avuto modo di soffermarmi di recente su quelle che ritengo essere le coordinate in cui iscrivere la comprensione della cantante. Qui mi soffermo specificatamente su uno dei suoi più recenti video, quello di “Judas” (Giuda).

Non intende essere offensivo nei confronti della religione cristiana, dice all’Hollywood Reporter di quest’ultima canzone, dichiarando che crede nel Vangelo e che non intende toccare questioni che ritiene di non avere il diritto di toccare. Il video, di cui è co-regista insieme alla coreografa Lurieann Gibson, la mostra nel ruolo di Maria Maddalena, con un Gesù a capo di apostoli che sono una gang in motocicletta in pellegrinaggio verso una moderna Gerusalemme. In una vasca lava i piedi tanto a Giuda quanto a Cristo (Rick Gonzales), e alla fine del video muore dopo una sorta di pubblica lapidazione. Dall’intendimento esplicitamente felliniano, epico, teatrale e vagamente grottesco, ha ricevuto valutazioni critiche tiepide per il fatto che non c’è davvero niente che non si sia visto prima, e anche musicalmente, in un sound che qualcuno ha definito industriale, assordante e disperato, e che ricalca volutamente Bad Romance, non c’è niente di veramente innovativo.

Il Giuda della canzone (interpretato da Norman Reedus, The Walking Dead) altri non è se non la peggior storia d’amore mai avuta, in senso stretto, o in senso più ampio, ciò che di oscuro c’è nella propria vita. Il ritornello dice “Sono innamorata di Giuda” e parte delle liriche dicono “Gesù è la mia virtù, e Giuda è il demone a cui mi aggrappo”. Alla MSN Canada, la cantante ha spiegato:
“Judas” è una metafora e un’analogia rispetto al perdono e al tradimento e alle cose che ti tormentano nella vita e su come credo che sia il buio nella tua vita che alla fine risplende e illumina la luce più grande che hai su di te. Qualcuno una volta mi ha detto, ‘se non hai ombre allora non ti trovi nella luce’. Perciò la canzone parla del lavare i piedi tanto al bene quanto al male, e del capire e perdonare i demoni del tuo passato in modo da andare verso la grandezza del tuo futuro. È solo che mi piacciono metafore veramente aggressive – più dure, più dense, più oscure – ed è così anche per i miei fan. Per cui è una metafora molto provocatoria e aggressiva, ma è una metafora.

E continua dicendo: "Beh, il video, in essenza suggerisce che il perdono e il tradimento vanno mano nella mano e che… come posso dire? Il video mette il destino sopra ogni cosa e assume la posizione che gli errori della vita non sono affatto errori, sono solo parte del tuo potenziale globale e del tuo destino." In generale la canzone è “meno un riferimento alla religione istituzionalizzata e più un riferimento culturale alla cultura pop come religione”. Spiega: "Ma l’intenzione è più di celebrare la fede che metterla in discussione. Questo album continua lo stesso tipo di fascinazione con la cultura pop come religione. [Qui] semplicemente c’è un’associazione più profonda e dettagliata con la cultura pop intesa come religione. In “The Fame” e “The Fame Monster”stavo analizzando la fama nel contesto del solo modo in cui potevo capirla, cioè come qualcuno che ancora non l’aveva. Per cui riguardava di più l’arte che non la fama, e ora che ho i miei fan e, fra virgolette, “la Fama”, l’album riguarda più la cultura pop come religione, le voci e la generazione giovane come religione, il pensiero secolare come religione, l’avanzare e la modernità come religione. Perciò, tornando alla tua domanda precedente rispetto a Giuda come riferimento religioso, è meno un riferimento alla religione istituzionalizzata e più un riferimento culturale alla cultura pop come religione".

Nel soffermarsi su come intende rappresentare queste idee nel prossimo tour in supporto all’album, ha dichiarato:
Beh, sono affascinata dall’iconografia e sono affascinata dal modo in cui quell’iconografia viene insegnata in termini di educazione al mondo, sia che sia attraverso la religione istituzionalizzata o attraverso il simbolismo o attraverso i film o attraverso la musica. Se potessi esprimerlo in una sola frase, direi, se non fossero coloro che ti è stato insegnato che sarebbero stati, crederesti ancora?  In molti modi riguarda la fede e la speranza, ma non in senso religioso. Riguarda la fede e la speranza nella cultura specialmente in un tempo in cui in tutto il mondo ci sono molti che hanno bisogno di speranza, hanno bisogno di comprensione, hanno bisogno d’amore, hanno bisogno di assenza di pregiudizio, hanno bisogno di non venir giudicati, hanno bisogno di accettazione. Come possiamo guardare alla cultura come fede?

E quando le è stato chiesto di spiegare il passaggio “In the most Biblical sense,/ I am beyond repentance/ Fame hooker, prostitute wench vomits her mind/ But in the cultural sense/ I just speak in future tense/ Judas, kiss me if offenced,/ Or wear ear condom next time”, ovvero “In senso biblico sono al di là del pentimento / prostituta per la fama, donna di strada, che vomita quello che pensa / Ma in senso culturale / parlo al futuro / Giuda, baciami se offeso / o la prossima volta indossa un preservativo per le orecchie” a “The Haus of Gaga” ha risposto che il significato è molto diretto: “Nei termini di visioni tradizionali di quello che si suppone sia una donna sono al di là della capacità di redimermi. Ma non voglio redimermi, perché in senso culturale credo solo di essere prima dei miei tempi. E se non vi piace, indossate un preservativo per le orecchie”. Insomma, se non vi piace, non ascoltatela.


martedì 16 agosto 2011

FRIENDS omofobo?


Sul sito Political Remix Video viene proposto un video (che vedete sotto) realizzato da Tijana Mamula, che è un montaggio di clip della sit-com Friends (1994-2004) relative al modo in cui viene affrontata la tematica omosessuale per “gettare luce sugli atteggiamenti omofobici sia in Friends che nella cultura televisiva contemporanea in senso ampio”.

Viene citata l’autrice dell’editing che dice:
Le battute omofobiche, come appaiono nella serie originale, non sono mai violente e molto spesso non sono nemmeno apertamente denigratorie; piuttosto, intendono offrire una rappresentazione onesta e “bonaria” di un comune atteggiamento socialmente sancito verso l’omosessualità. Situata all’interno di una vasta gamma di battute in ciascun singolo episodio, questa omofobia tende a evitare di provocare tanto avversione quanto rabbia, e invece spinge lo spettatore ad essere trascinato dall’ilarità delle situazioni.



Homophobic Friends from WayDownEast on Vimeo.


Personalmente vedo ammettere che in alcuni casi l’omofobia ce l’ho vista, in altri no. In ogni caso mi è parsa una riflessione interessante e il video uno strumento efficace per riflettere sulla forma di rappresentazione dell’omosessualità, una sorta di meta-critica, “che ricicla la televisione e affida il giudizio alle logiche del montaggio”, per dirla con l’Aldo Grasso di “Prima Lezione sulla televisione” (Laterza, 2011, p. 59).   
 

venerdì 12 agosto 2011

"CATCH VD": i banner di THE VAMPIRE DIARIES


Ho trovato parecchio interessanti i banner pubblicitari di The Vampire Diaries che dicono “Catch VD” (a lato), per il loro doppio senso. Naturalmente il significato è Guarda the Vampire Diaries, ma dato che in inglese, VD sta per venereal disease (malattia venerea), la frase significa anche “Prenditi una malattia venerea”.

Il motivo per cui la pubblicità mi piace è che da un lato non considero affatto pericoloso un simile incoraggiamento, perché dubito che qualcuno lo prenda come un vero invito a prendersi una simile malattia, dall’altro lo considero invece stimolante perché da sempre molto del senso verso cui sono costruite le metafore legate all’immaginario dei vampiri sono legare alle malattie sessualmente trasmissibili (AIDS in primo luogo, ma non solo). Il fatto che la serie riconosca in modo esplicito e scherzoso il sottostrato culturale in cui è immersa è intelligente e provocatorio al punto giusto.

giovedì 11 agosto 2011

GET GLUE: un social network per condividere quel che si guarda in TV


Chi ama condividere con gli altri quello che guarda in TV, e la propria opinione, potrebbe essere interessato a un social network che si sta imponendo in questo settore e che con lo scorso marzo ha superato un milione di utenti: GetGlue, fondato da Alex Iskold, a cui ci si può iscrivere in autonomia o, volendo, collegandolo al proprio account Facebook o Twitter (attraverso cui raggiunge giornalmente 30 milioni di contatti).

Gli iscritti possono condividere i propri gusti in campo di film e telefilm (ma anche libri, musica e videogiochi), facendo un check-in di quello che si sta guardando ed esprimendosi in proposito. Sulla base di questo e delle proprie preferenze, si ricevono raccomandazioni per programmi con una sensibilità simile che potrebbero piacere.

Non solo: i check-in permettono di conquistare degli “sticker”, degli adesivi virtuali collezionabili, che si possono poi richiedere in versione fisica e che vengono spediti via posta gratuitamente. Il servizio, che è svolto in collaborazione con 50 compagnie d’intrattenimento e ha anche una partnership con la rete televisiva HBO, per il momento è in inglese solamente, ma conta di espandersi. Fast Company, una rivista che si occupa delle compagni d’avanguardia, lo ha indicato fra le 10 più innovative in campo di video.

martedì 9 agosto 2011

BROTHERS AND SISTERS: la quarta stagione


Se escludiamo la puntata finale, che ha un grande colpo di scena (e la serie successiva partirà a un anno di distanza da quegli eventi, con il cast intatto meno Rob Lowe che interpreta Robert McCallister), la quarta stagione di Brothers and sisters – segreti di famiglia (Rai2, ore 22.45) è partita anche decentemente, ma si è persa lungo la via e la seconda parte della stagione si è trascinata ed ha dato segni di stanchezza tali che meglio avrebbero fatto a chiudere definitivamente lì.

La storia di Kitty colpita da un linfoma, che prima decide di nasconderlo ai familiari e poi ne ottiene il sostegno nel classico stile Walker, non è la miglior storia di cancro che sia passata in TV, ma è stata sviluppata con una certa cura e ha avuto dei momenti toccanti. L’amore di Sarah con un artista francese, il fascinoso Luc, è più fantastico che credibile, ma per un po’ di romanticismo abbiamo anche volentieri sospeso l’incredulità. La linea narrativa più originale è stata probabilmente quella di Justin che decide di iscriversi all’università per fare medicina (una scelta coerente con quello che il personaggio ha vissuto), ma che poi fatica a stare al passo e non ce la fa, finendo per trascurare da un lato lo studio, dall’altro la moglie Rebecca. Intelligente che abbiano scelto di far fare il test dell’HIV a Saul e che, in linea con la realtà, abbiano dato guai finanziari all’azienda di famiglia, la Ojai Food.

Le vicende della località segreta nota come Narrow Lake però, che ha interessato tutta la parte finale della stagione, si è davvero trascinata malamente e il “segreto di famiglia” (per una volta il sottotitolo italiano ha avuto senso) che Nora ha protetto dagli anni ’80 è stato davvero deludente e le due puntate (4.18 e 4.19), che ricostruivano l’accaduto con alcuni flashback, si sono rivelate il fondo della serie.

lunedì 8 agosto 2011

TEEN CHOICE AWARDS: i preferiti degli adolescenti


Gli adolescenti hanno votato e scelto i loro preferiti ai Teen Choice Awards, i cui vincitori sono stati annunciati domenica 7 agosto. La lista completa ei vincitori la trovate qui.  Ecco di seguito quelli relativi alla TV.

Programma estivo: Pretty Little Liars, con Lucy Hale e Ian Harding come star estive
Drama: Gossip Girl, con Chace Crawford e Blake Lively come attori drammatici favoriti
Comedy: Glee, con Cory Monteith e Selena Gomez di Wizards of Waverly Place come attori comici preferiti

Fantasy/Fantascienza: The Vampire Diaries, con Ian Somerhalder e Nina Dobrev come attori preferiti nella categoria
Azione: NCIS: Los Angeles, con  Linda Hunt e Shane West di Nikita come attori favoriti nella categoria
Cartone Animato: I Simpson
Reality - Jersey Shore, con Paul "Pauly D" Del Vecchio e i Kardashians di Keeping Up with the Kardashians come star dei reality
Reality – competizione: American Idol, con Jennifer Lopez come “personalità”
Altri premi sono andati a The Voice (Show rivelazione), Darren Criss di Glee (star rivelazione), Justin Bieber per CSI (miglior cattivo), Katerina Graham e Michael Trevino come migliori attori scenestealer, “rubascena”, per The Vampire Diaries che si è così qualificato come il maggior vincitore della serata.

domenica 7 agosto 2011

27esimi TCA AWARDS: i vincitori dei premi della critica televisiva


Già avevo segnalato le nomination. Ieri 6 agosto sono stati annunciati i vincitori della 27esima edizione dei Television Critics Association Awards, ovvero l’associazione che rappresenta 200 critici televisivi americani e canadesi, soggetti che presumibilmente dovrebbero conoscere un po’ tutto quello che passa in TV e per questo poter giudicare con cognizione di causa la crema della crema. Personalmente sono molto contenta delle scelte, soprattutto per quanto riguarda le serie fatte prevalere nelle varie categorie.



Eccoli di seguito:


Programma dell’anno

 Friday Night Lights (DirecTV/NBC)



Miglior Nuovo Programma

 Game of Thrones (HBO)


Miglior Drama

 Mad Men (AMC)



Miglior Comedy

 Modern Family (ABC)



Risultato Individuale - Drama

 Jon Hamm (Mad Men, AMC)



Risultato Individuale - Comedy

 Ty Burrell (Modern Family, ABC)
e
Nick Offerman (Parks and Recreation, NBC)


Miglior Programma di News e Informazione

 Restrepo (National Geographic Channel)


Miglior Reality


 Amazing Race (CBS)



 Miglior Programma per Ragazzi


Sesame Street (PBS)



Miglior Film, Miniserie e Special

 Sherlock: Masterpiece (PBS)



Premio alla Carriera

Oprah Winfrey



Heritage Award

The Dick Van Dyke Show

venerdì 5 agosto 2011

BREAKING BAD - prima stagione: il cancro, la droga, il cuore umano


È la natura umana il fulcro di interesse della celebrata, straordinaria serie Breaking Bad, ideata da Vince Gilligan (The X-Files), passata gratuitamente in Italia solo su Rai4, ma comunque disponibile in DVD. Breaking Bad, che giocosamente utilizza i simboli chimici nello scrivere i titoli e alcune lettere nel nome degli attori, significa: 1 Opporsi all’autorità; 2. Sfidare le convenzioni; 3. Scatenare l’inferno. 

Siamo ad Albuquerque, in New Mexico. Walter White (Bryan Cranston) è un insegnante di chimica al liceo. È frustrato (gli studenti in classe a mala pena lo badano) e guadagna poco, tanto che è costretto ad avere un secondo lavoro in un’autorimessa, dove i suoi allievi lo deridono a vederlo lavare il loro fiammante macchinone. Gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni, proprio nel pilot. Osservando i filmati delle retate del cognato, poliziotto della DEA, si rende conto che si fanno soldi facili a produrre metanfetamine, e così, intenzionato ad assicurare un futuro economicamente prospero alla moglie Skyler (Anna Gunn), incinta, e al figlio già grande Walter junior (RJ Mitte), disabile per una paralisi cerebrale, decide di associarsi a un suo vecchio allievo, Jesse Pinkman (Aaron Paul), che è in questo giro, e di produrla lui stesso. La competenza come chimico di certo non gli manca. Da qui comincia la sua trasformazione.

Se un’immagine per tutte dobbiamo scegliere, simbolica della condizione esistenziale del protagonista, dobbiamo prendere quella che ha finito per identificare l’intera prima stagione: Walter in mutande con in mano la pistola. Per cucinare le metanfetamine, nel camper che ha acquistato come luogo in cui farlo, si toglie i pantaloni e la camicia. Non vuole tornare a casa con i vestiti buoni che puzzano di droga. Una rocambolesca fuga nel timore di essere arrestati glieli fa volare via, e lui è lì, in mutande, con la pistola in mano ad aspettare tremante che lo prendano. È un uomo premuroso, quello che quando vede che la persona che ha catturato, e che lui e Jesse tengono prigioniera nel seminterrato, non ama la crosta del pane da toast nei sandwich che gli prepara (1.02), quando glielo porta una seconda volta (1.03) gliela taglia via. Vuole liberarlo, cerca delle ragioni valide per farlo, fa la lista delle motivazioni per cui sarebbe più giusto lasciar vivere il suo prigioniero, e quando alla fine si vede costretto a ucciderlo si piega in due per il dolore di quello che ha compiuto.

Che cosa è un uomo? Con flash del passato lo vediamo porsi questa domanda e ridurre l’essere umano ai suoi componenti chimici. L’uomo è ben poco. Possibile che sia tutto lì? L’anima? Queste riflessioni si intramezzano a lui che butta nel cesso con un secchio il liquame di un cadavere che hanno sciolto nell’acido (1.03). Scene crude. Che cosa dà umanità a un uomo? Le piccole angherie inflitte dalla vita e l’assenza di gratificazioni hanno reso pavido Water, un uomo perbene. Ora, con nulla da perdere, si trasforma. Perde a momenti la sua umanità e allo stesso tempo acquista vigore e forza – nell’essere per una volta considerato un “artista”, per la brillantezza della sua competenza; a letto con la moglie; nelle decisioni della vita… Walter si perde e si ritrova allo stesso tempo. Ed è narrativamente potente e doloroso.

Lo è anche nel mostrare quanto crudi e brutali sono gli effetti della chemioterapia sul suo corpo (1.06), distillati in dolorosi, rabbiosi dettagli presentati in un arguto parallelismo con il mondo della chimica spiegata alla lavagna da lui stesso come professore. È probabilmente la più accurata e approfondita storia di cancro che ho visto - in queste situazioni viene da dire “vissuto” perfino - in tanto tempo. L’ho trovato interessante anche dal punto di vista della costruzione narrativa personale del malato. Quando ho sentito nella trasmissione radiofonica americana Fresh Air David Rieff presentare il suo Swimming in a Sea of Death, il memoir di lui, figlio di Susan Sontag, che racconta della morte della madre per cancro, che ha avuto tre volte, libro che poi ho letto che riprende lo stesso concetto, lui ricorda come la madre nel suo saggio Illness as Metaphor attaccasse l’idea della “militarizzazione” delle condizione di malato, del parlare in termini di battaglia contro la malattia perché la considerava poco produttiva per un malato, per convivere con quello che comporta, tanto più se è una malattia contro cui si è destinati a perdere. Reiff ricorda come, almeno negli USA, la frase “Guerra al cancro” sia stata coniata negli anni ’70 da Nixon, in occasione della firma del National Cancer Act - così come (è interessante notare il parallelismo) sempre da Nixon negli stessi anni è stata coniata la dicitura “Guerra alle Droghe” - e di come sia un’immagine che tutt’ora è considerata un punto di riferimento, quasi una metafora di default quando si ha a che vedere con malattie gravi. È una metafora adeguata sotto molti aspetti. Come persona da lungo malata io stessa (come si può leggere dalla mia nota personale) ho riflettuto molto sulla sua efficacia e su possibili alternative. La Sontag parlava più in termini di “cittadinanza” di malato – “La malattia è il lato notturno della vita, una più onerosa cittadinanza” è, nella mia traduzione, l’incipit del sopraccitato saggio. Qui mi pare che almeno in parte si costruisca una metafora differente, e ritengo che anche rispetto al significato della vita sia utile a re-inquadrare il problema da una prospettiva originale. Ed è solo naturale che i contenuti che una persona conosce meglio finiscano per informare il modo in cui quella persona costruisce la propria realtà, quindi è solo naturale che per un chimico si veda il cancro in termini di reazioni chimiche. È tanto brillante, quanto semplice e sensato.

Storie di cancro poi negli anni ne ho viste molte, ma se scavo nella memoria, se escludo la storia di cancro al testicolo di Brian Kinney nel Queer As Folk americano, mi eludono esempi di uomini malati che fossero protagonisti delle vicende (recentemente Men of a Certain Age ha avuto Manfro con il cancro al colon, ma è un personaggio marginale), quando invece senza troppo sforzo galleggiano sulla superficie della memoria molti esempi di storie che riguardano donne, dalla più classica di cancro alle ovaie di Nancy in thirtysomething, a quella coraggiosa di Dana che soccombe alla malattia in The L Word, a quella di Kitty in Brothers and sisters, a quella di Izzie in Grey’s Anatomy, a quella di Samantha in Sex and the City, o  a quella di Cathy che annuncia nel titolo “la grande C”, The Big C, appunto, o alle molteplici delle soap (Bert, Maureen, Lillian, Reva in Sentieri; Monica, Paige, Emily, Alexis in General Hospital…). Il binomio donna-malattia è molto più comune che non quello uomo-malattia e lo star male è in qualche modo, credo anche storicamente, considerato più appannaggio del mondo femminile, per stereotipo, cosa ingiusta per entrambi i sessi. Coraggioso perciò che sia un uomo il protagonista malato di cancro.

Il programma, come suggerisce Stan Beeler, è “una tragedia basata sulle inadeguatezze del sistema sanitario americano”, ed è una meditazione sulla natura umana, come dicevamo all’inizio, e sui confini di moralità e legalità. L’umorismo macabro poi, che vena qui e lì a serie, non fa che dare ulteriore spessore al dramma fisico e morale a cui si assiste. La cinematografia poi è usata a momenti come uno specchio: è intensa, carica di colori squillanti, quasi psichedelici, in uno sfondo paesaggisticamente arido.

Bryan Cranson è eccezionale nel ruolo: fiaccato dal cancro, derelitto, distrutto e umano, anche nelle situazioni più disumane e crudeli, o dove speranze e umiliazioni (della carne e dello spirito) e delusioni si rincorrono (come nella impeccabile 1.05 – al party di un amico prima e poi su una poltrona di fronte alla famiglia che vuole convincerlo a sottoposi alla chemio che inizialmente rifiuta). Davvero eccezionale. Provo affetto per l’attore, che stimo da sempre, per il suo ruolo in Quando si ama (Loving in originale), dove pure recitava il ruolo di un insegnante, di recitazione, in quel caso. Era Douglas Donovan, irlandese di una delle famiglie principali della soap. Prima lo abbiamo visto nel ruolo di fidanzato tradito da Merrill, che gli preferisce Roger, e che deve tenere a distanza le attenzioni dell’allieva Lorna, poi nella sua storia con Edy Lester. Ha avuto un ruolo importante per i primi anni del programma, quando a scrivergli il materiale erano penne di prim’ordine come Douglas Marland e Patrick Mulcahey. Poi lo abbiamo visto snobbato troppe volte nel ruolo comico di Hal in Malcom in the Middle. Ora però sta davvero dando il meglio di sé nel ruolo di una vita in una carriera molto ricca. Ti strazia ed è mozzafiato mentre ti trascina nei complicati meandri di un cuore umano.

mercoledì 3 agosto 2011

BIG LOVE: la quinta e ultima stagione


Con la sua quinta stagione si è chiuso quest’anno Big Love. La serie ideata da Mark V. Olsen e Will Scheffer che si concentra attorno alla vita di una famiglia poligama, gli Henrickson,  è stata un crescendo in intensità, complessità e qualità nelle prime tre stagioni – con un apice forse nella puntata “Prom Queen – La regina del ballo” (3.03) scritta da Eileen Myers. Poi la serie ha avuto un drastico calo nella quarta stagione, con l’esclusione della storia di Alby Grant (Matt Ross), un personaggio sempre straordinario recitato in modo mozzafiato - la sua glaciale follia dopo che è stato distrutto dal dolore per la perdita dell’uomo amato ha retto fino alla fine. Si è risaliti qualitativamente nella quinta stagione. Per me, la nota caratterizzante della serie nei momenti in cui più ha brillato è stata la disperazione: le talvolta quiete, piccole disperazioni e finte felicità quotidiane. E concordo con The Daily Beast su quelli che sono stati i momenti più memorabili.

La quinta stagione, caratterizzata atmosfericamente e metaforicamente dall’inverno, si apre (5.01) con la famiglia riunita insieme in campeggio, dove sono scappati per ritrovare la calma dopo la loro “uscita allo scoperto” come famiglia poligama. Tutti si sentono isolati e attaccati: Barb (Jeanne Tripplehorn) beve, il figlio di Nicki (Chloë Sevigny) è oggetto di bullismo, Margie (Ginnifer Goodwin) perde il lavoro, e Bill (Bill Paxton) viene attaccato su più fronti: i cittadini che lo hanno sostenuto e creduto gli voltano le spalle  (uno gli sputa), quelli che lavorano per lui al negozio si licenziano, al senato si dimette uno che lui aveva sostenuto e si ritrova senza alleati, perfino famiglie poligame come loro non vogliono essere a loro associate. Ciascuno cerca di ritrovare se stesso, e insieme tentano di trovare uno spazio all’interno della comunità.

Il tema che si nota di più in questa stagione è probabilmente quello del femminismo, soprattutto attraverso la figura della prima moglie Barbara, nella sua convinzione che anche alle donne spetti il sacerdozio, leit motiv di tutto il segmento: con lei che vuole la possibilità di poter impartire una benedizione (5.02); con la sua delusione per il fatto che a Natale il marito fa benedire il sacramento al figlio Ben e non a lei, in una cerimonia che si apre con uno speciale saluto alle donne, madri e figlie (5.03); con il suo scagliarsi contro la dottrina e il rivendicare per sé il sacerdozio (5.05), pur non vedendosi femminista per questo (5.06) e consapevole che, come le viene ricordato, l’emancipazione della donna dai dettami vittoriani nella comunità mormona è avvenuta proprio attraverso la poligamia, ma convinta che le donne siano uguali agli uomini nella loro relazione con il Padre Celeste; dispensatrice di un’ultima benedizione, su sua richiesta, al marito morente. Un po’ mi dispiace, devo ammettere, che ci sia dovuta essere “la morte dell’uomo” perché la donna potesse avere ciò che riteneva essere giusto.

Barb non è il solo personaggio a cui questo tema è stato legato nel corso della stagione: Nicki vuole che sua figlia studi (5.02), vuole evitarle il matrimonio precoce che è toccato a lei, e si impegna a trovare un tetto per quelle donne che vogliono scappare dalla tenuta di Juniper Creek; Margie rivela che ha mentito sulla sua età (5.03) per potersi sposare e avere la vita che desiderava, e cerca un nuovo lavoro tutto suo vendendo succhi di frutta Goji e poi parte per un viaggio missionario (5.10). “Il gran segreto del programma è che è sempre stato uno show femminista”, ha sottolineato l’ideatore Will Scheffer in un’intervista all’“Hollywood Reporter”: “E anche se [la serie] metteva in scena un sistema in qualche modo molto patriarcale, le opportunità che le donne hanno trovato – particolarmente in questo sistema in cui ci sono molti abusi – per supportarsi reciprocamente è stato quello che ci ha attirato verso il materiale come prima cosa, e ci ha dato una ragione per volerlo esplorare”.

Anche in questa stagione poi un tema forte è stato quello della famiglia. Bill dice che non gli interessano né lo Stato, né la Chiesa, gli importa solo della sua famiglia, in apertura di stagione (5.01), e lo ribadisce in chiusura (5.10) quando arriva alla realizzazione definitiva che dei pilastri che guidano la sua vita, famiglia e fede – le due colonne che hanno sempre retto le vicende – è la prima da cui deriva la seconda, non viceversa. Anche quando sembra che il Padre Celeste li abbia abbandonati, lo rendono reale attraverso l’amore reciproco (5.09). In questa prospettiva ma non solo, un altro tema della stagione è stato quello dell’unione e della dissoluzione (con il divorzio fra Bill e Barb ad esempio, ma anche con la demenza della madre di Bill).

E forte qui, come in fondo eredità della stessa esistenza della serie, è stato il discorso politico e il tema della necessità o meno della legalizzazione della poligamia. E sull’opportunità di definirsi Mormoni per i protagonisti. L’invito ad amare anche quelli che ci perseguitano (5.02) e la speranza dichiarata di Bill di essere visti come riformatori della chiesa, come quelli che la tolgono dall’oscurità, dalla segretezza e dall’abuso sono stati pensieri reiterati. Per questi ideali Bill agisce come senatore ed è per lui un modo per onorare la fede organizzare una tavola rotonda con rappresentati della comunità poligama e dello Stato. Fino in fondo i personaggi e la serie rimangono idealisti. E se nessuno si era presentato alla “casa aperta” degli Henrickson, se non approfittando della notte per non essere visti, quando fuori era buio e nevicava (5.01), nell’ultima puntata alla luce del sole la gente va ad appoggiare Bill e a festeggiare la Pasqua (5.10).

La puntata finale, “Where Men and Mountains Meet”, scritta da Olsen e Scheffer, è stata un po’ una chiusura anticlimatica, dopo che lo scontro epico vero e proprio – quasi da sfida all’OK Korall -  fra Alby e Bill avviene nel sottofinale (5.09), scritto da Roberto Aguirre-Sacasa. Ci si è concessi un fugace momento metatestuale con Don che guarda Bill in TV (in uno spot pubblicitario) e piangendo gli dice “È la fine Bill”, frase che lui riferisce alla catena di negozi “Home Plus” di cui sono stati proprietari, ma che chiaramente leggiamo come riferito alla serie stessa. La scena in macchina delle tre mogli è stato uno dei momenti più toccanti e racchiude in sé il senso della conclusione. Il colpo di scena della morte inaspettata di Bill non riesco a valutarlo a dovere perché mi rendo conto che doveva essere molto inaspettato, ma lo sapevo in anticipo per averlo inavvertitamente letto. Al momento mi è parso appropriato e inappropriato allo stesso tempo, ma il sigillo della coda che mostra le vite dei protagonisti a 11 mesi di distanza me lo ha reso adeguato.

Durante la quinta stagione gli Henrickson vanno a pattinare, cosa che ha richiamato alla mente la sigla delle prime tre stagioni (la quarta e la quinta stagione hanno un’altra sigla), in cui appunto pattinano tenendosi per mano e ad un certo punto il ghiaccio si spacca costringendoli a staccarsi uno dall’altro. Sulla chiusura di serie riparte la canzone, “God only knows” dei Beach Boys, ri-registrata da  Natalie Maines delle Dixie Chicks, che era quella che accompagnava quella sigla d’apertura all’inizio. “Solo Dio sa che cosa sarei senza di te” dice il testo. Qui, quelle parole, cantate ora da una donna, trovano compimento. E allora i protagonisti li si mostravano attorno a un tavolo su un pianeta diverso dalla terra – erano in qualche modo “alieni” – ora ci stacchiamo da loro lasciandoli a casa. Il cerchio si chiude, e non siamo più estranei.