mercoledì 25 luglio 2018

PATRICK MELROSE: disperato e graffiante


Brilla in tutta a sua vis attoriale Benedict Cumberbatch nel ruolo di Patrick Melrose,  nell’omonima miniserie della rete Showtime ideata da David Nicholls sulla base del ciclo di romanzi di Edward St. Aubyn noto come “I Melrose” – io avevo letto il primo dei romanzi, ma non mi era piaciuto, forse per questione di aspettative inadeguate. Il programma TV diversamente me ne ha fatto vivere in modo molto più intenso la disperazione venata qui e lì di una nota di irrisione.

Tutta la prima puntata è quasi un grande solo act di strepitosa bravura del protagonista, in un tour de force di virtuosismo emozionale a cui fanno da contrappunto solo brevi flash del personaggio bambino. Esistono altri personaggi, ma sono poco più di comparse. Due elementi si palesano dalla prima scena: è appena morto il padre del protagonista (e lui dovrà andare a reclamarne il cadavere a New York), e lui è strafatto di droga – e si farà di altri numerosi tipi di sostanze lungo tutto il corso della prima puntata. Noi attraversiamo con lui ogni momento di questo alterato stato di coscienza per arrivare solo a fine episodio ad un catartico pianto, in sospeso dall’inizio.

Nella seconda puntata, di converso, Cumberbatch è quasi assente. Si esplora l’infanzia del personaggio, il sadismo e l’inflessibilità del padre David (Hugo Weaving) di cui subisce gli abusi, anche sessuali, la distrazione della madre Eleanor (Jennifer Jason Lee) succube – con la famosa scena dei fichi che in realtà in questo caso ricordavo molto più disturbante dal testo scritto. E si esaminano poi (1.03) l’ostilità nei rapporti umani, la sbadataggine nei confronti dei bambini in particolare, e la grande disperazione delle vite di molti. La puntata successiva (1.04) lo vede adulto con figli, ma non meno arrabbiato, ferito con ferocia dalla delusione e della disillusione della madre che ancora una volta gli volta le spalle, in questo caso lasciando la loro casa nel Sud della Francia non a lui e al nipote, ma a uno scrittore estraneo. Lui vuole un’infanzia diversa per suo figlio. Nel capitolo di chiusura (1.05), concentrato sul funerale della madre per eutanasia volontaria, è ancora un nervo scoperto, dove a stento ironia e distacco cercano di mascherare una cocente infelicità che lo rende autodistruttivo. La perdita dei genitori e l’impatto delle loro vite sulle nostre è uno dei grandi temi della puntata e della serie tutta. Basta una frase dà come chiave di lettura. “La vita è la storia delle cose a cui prestiamo attenzione”.

Disperato e graffiante.       

domenica 15 luglio 2018

THE HANDMAID'S TALE: la seconda stagione



Magnifica. La seconda stagione di The Handmaid’s Tale (sui cui, volendo, avevo scritto il mio saggio per Osservatorio TV 2017 alla fine della stagione di debutto), è riuscita anche meglio della prima, un risultato raro per qualunque serie, dove il secondo atto di regola comporta una flessione, il cosìdetto sophomore slump,  e tanto più per una che deriva da un libro tanto celebrato e amato come quello della Atwood. Dirlo suona come un’eresia, ma c’è stato più respiro, e Gilead è stato (nel linguaggio e nella rappresentazione) meno una scatola fuori dal tempo, più un regime che ha le sue radici nel presente che conosciamo e che ha delle copie carbone alternative nella realtà che ci circonda. Al suo credo di fiction speculativa - narrazione perciò che basa le proprie radici su eventi non inventati, ma che con un altro volto sono comunque comparsi nel percorso della storia umana - si è rimasti fedeli. L’esordio, in una stagione che si è fatta anche più brutale, è una finta impiccagione delle ancelle che si erano ribellate all’uccisione di una compagna, che non può non richiamare alla mente la mancata esecuzione di Dostoevskij. “Unwoman” (2.04) non può non far ripensare ai troppi campi di lavoro degli intellettuali e degli ostili ai regimi che la storia umana ha visto. 

Fra i temi forti di questa stagione a spiccare primo fra tutti è stato quello della maternità, con June e Serena in primo piano, nel suo valore essenziale e primario. Viscerale.  La season finale, “The Word” (2.13), con una scelta controversa, è un inno a questo ruolo umano. Eccellente la scelta di far partorire June (una Elisabeth Moss degna dell’Emmy) sola e completamente nuda in “Holly” (2.11). Si parla spesso di nudità più o meno gratuita. La scelta di mostrare un parto nel modo primordiale in cui è stato fatto qui si è rivelata coraggiosa e originale, sorprendentemente  - davvero con sorpresa mi sono resa conto guardandola di quanto al contrario normalmente sia coperto e asettico il corpo femminile in un momento tanto esplosivo e lacerante e coinvolgente. Concentrati sull’evento nascita il corpo femminile rimane in qualche modo dietro le quinte nonostante tutto, solitamente.  C’è il dolore, ma non c’è veramente il corpo, il più delle volte. Qui sì, ed è stato potente e vero. Necessario. Tutta la puntata, scritta da Bruce Miller e Kira Snyder, ha brillato, nonostante di fatto io, rispetto alle altre della stagione, non sia stata del tutto convinta dal tono una punta più melodrammatico e con una regia e un simbolismo alla Soprano che mi hanno traslata verso altre atmosfere.

Qui si è citata la Atwood in quel suo “Racconto, dunque sei”, che incarna la poetica degli autori (tutti, possiamo dire, televisivi e librari), il credo in uno storytelling che crea l’altro attraverso la forza del proprio racconto. Anche lì dove la storia è magari zoppicante o mutilata, come qui la definisce Offred. Narrare significa esistere, significa essere, per chi racconta e per chi ascolta, significa credere nella presenza in un altro. E come corollario, leggere e scrivere significano vivere.    
Una delle immagini più potenti della seconda stagione di The Handmaid’s Tale, è l’immagine finale di “After” (2.07). Con il comandante ferito, Serena (Yvonne Strahovski) prende la situazione nelle proprie mani e chiede a June, che era una redattrice, di aiutarla a fare dei tagli a un documento per diminuire la sicurezza diramata nelle strade. “I need a pen”, dice lei, quindi “ho bisogno di una penna”, “mi serve una penna”. Ad un cenno affermativo di Serena, la telecamera indugia in quel prezioso delicato momento in cui ne sceglie una fra addirittura tre. A lei scrivere, così come leggere, in quanto ancella è proibito. È una penna a scatto, e qui c’è la geniale sublime inquadratura (la regia è di Kari Skogland), in cui lei, sta per schiacciare il tasto. L’enfasi su questo momento in cui ci si sofferma con lentezza non è dovuto solo al fatto che per la protagonista è un momento di gioia e di cambiamento, ma perché fare quel gesto di pressione sul pulsante rimanda in modo diretto al finale della puntata precedente, “First Blood” (2.06) dove un’ancella aveva un dito sul pulsante di una bomba che ha fatto saltare per aria tutti. Usare una penna è come usare una bomba. Un momento “alla Malala” potremmo dire, visivamente commovente e ineccepibile.

Sono stati importanti la violenza, il femminismo, il futuro,  il senso di colpa del sopravvissuto, l’amore – si pensi all’accostamento dei due matrimoni in “Seeds”, quello asettico e infelice di Nick (Max Minghella, cotta televisiva del momento per l’umanità che riesce a veicolare), contro quello felice e di amore nelle colonie, giudicato contro natura, e seguito da un funerale; o alla fuga di Eden (Sidney Sweeney), moglie fedifraga,  costretta a morire annegata per amore, insieme al suo uomo.

Una delle esplorazioni più interessanti e sottili e complesse in cui si è inoltrata questa stagione è stata anche quella sulla collaborazione, la complicità e la solidarietà femminile, di come sia necessaria e a volte difficile. Dal lavoro delle donne in “Women’s work” (2.08) appunto, con la figura di un medico neonatale donna a cui viene impedito per il suo genere sessuale di svolgere ciò in cui era la più brava, alla rete di Marte che permette a June di mettere in salvo la propria figlia. Serena più di tutti ha incarnato, e pagato sulla carne, la doppia direzione da cui una donna è contesa – presa a cinghiate dal marito (2.08) e mutilata (2.13) per aver cercato di essere agente per se stessa e per le altre donne, e complice di un regime opprimente, lì dove partecipa all’attivo stupro di June o ne respinge i vari momenti di mano tesa. È invitata a fuggire, decide di rimanere; è artefice di quel mondo, ne implora uno diverso per la figlia Nicole. Da certe situazioni non si scappa, ma si cambia.

“Mi dispiace che ci sia così tanto dolore in questa storia” dice ad un certo punto (2.11) la protagonista in voice-over, aggiungendo che ha cercato di metterci anche cose belle. È vero che #maiunagioia sarebbe un tag appropriato al tono delle vicende. Sebbene evidentemente non ci sia posto per l’umorismo, bene si evidenzia l’impossibilità intrinseca di l’ironia nei regimi totalitari. Se, come diceva Victor Hugo, la libertà comincia dall’ironia, una forma in più di oppressione è proprio data da questa asfissiante mancanza di quel “sorriso della ragione”.

Molto d’altro ci sarebbe da dire (anche sul comandante Fred e sulla costruzione della mascolinità, su Emily, Janine, il neoarrivato comandante Joseph Lawrence, zia Lydia), in un testo ricchissimo di spunti. Capita che occasionalmente qualche serie mozzi letteralmente il fiato. Rimango per un momento quasi sospesa. Quando mi capita mi rendo conto di star guardando grande televisione. In questa stagione, con questa serie. è felicemente capitato. 

venerdì 13 luglio 2018

EMMY AWARDS: le nomination


Sono state annunciate le nomination agli Emmy, premi giunti ala loro settantesima edizione che verranno consegnati in una cerimonia il prossimo 17 settembre. Ecco, sotto, chi se li contenderà:

Miglior serie drammatica

The Americans
The Crown
Game of Thrones
The Handmaid's Tale
Stranger Things
This Is Us
Westworld

Miglior attore in un drama

Jason Bateman - Ozark
Sterling K. Brown - This Is Us
Ed Harris - Westworld
Matthew Rhys - The Americans
Milo Ventimiglia - This Is Us
Jeffrey Wright - Westworld

Miglior attrice in un drama

Claire Foy - The Crown
Tatiana Maslany - Orphan Black
Elisabeth Moss - The Handmaid's Tale
Sandra Oh - Killing Eve
Keri Russell - The Americans
Evan Rachel Wood – Westworld

Miglior attore non protagonista in un drama

Nikolaj Coster-Waldau - Game of Thrones
Peter Dinklage - Game of Thrones
Joseph Fiennes - The Handmaid's Tale
David Harbour - Stranger Things
Mandy Patinkin - Homeland
Matt Smith - The Crown

Miglior attrice non protagonista in un drama

Alexis Biedel - The Handmaid's Tale
Millie Bobby Brown - Stranger Things
Ann Dowd - The Handmaid's Tale
Lena Headey - Game of Thrones
Thandie Newton - Westworld
Yvonne Strahovski - The Handmaid's Tale




Miglior comedy

Atlanta
Barry
black-ish
Curb Your Enthusiasm
GLOW
The Marvelous Mrs. Maisel
Silicon Valley
Unbreakable Kimmy Schmidt

Miglior attore in una comedy

Anthony Anderson - black-ish
Ted Danson - The Good Place
Larry David - Curb Your Enthusiasm
Donald Glover - Atlanta
Bill Hader - Barry
William H. Macy - Shameless

Miglior attrice in una comedy

Pamela Adlon - Better Things
Rachel Brosnahan - The Marvelous Mrs. Maisel
Allison Janney - Mom
Issa Rae - Insecure
Tracee Ellis Ross - black-ish
Lily Tomlin - Grace and Frankie

Miglior attore non protagonista in una comedy

Louie Anderson - Baskets
Alec Baldwin - Saturday Night Live
Tituss Burgess - Unbreakable Kimmy Schmidt
Tony Shalhoub - The Marvelous Mrs. Maisel
Kenan Thompson - Saturday Night Live
Henry Winkler - Barry

Miglior attrice non protagonista in una comedy

Zazie Beetz - Atlanta
Alex Borstein - The Marvelous Mrs. Maisel
Aidy Bryant - Saturday Night Live
Betty Gilpin - GLOW
Leslie Jones - Saturday Night Live
Kate McKinnon - Saturday Night Live
Laurie Metcalf - Roseanne
Megan Mullally - Will & Grace




Limited Series

The Alienist
The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Genius: Picasso
Godless
Patrick Melrose

Film per la TV

Fahrenheit 451
Flint
Paterno
The Tale
USS Callister: Black Mirror

Miglior attore in una Limited Series o Film per la TV

Antonio Banderas - Genius
Darren Criss - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Benedict Cumberbatch - Patrick Melrose
Jeff Daniels -The Looming Tower
John Legend - Jesus Christ Superstar
Jesse Plemons - USS Callister: Black Mirror

Miglior attrice in una Limited Series o Film per la TV

Jessica Biel - The Sinner
Laura Dern - The Tale
Michelle Dockery - Godless
Edie Falco - Law & Order True Crime: The Menendez Murders
Regina King - Seven Seconds
Sarah Paulson - American Horror Story: Cult

Miglior attore non protagonista in una Limited Series or Film per la TV

Jeff Daniels - Godless
Brandon Victor Dixon - Jesus Christ Superstar
John Leguizamo - Waco
Ricky Martin - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Edgar Ramirez - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Michael Stuhlbarg - The Looming Tower
Finn Wittrock - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story

Miglior attrice non protagonista in una Limited Series o Film per la TV

Sara Bareilles - Jesus Christ Superstar Live In Concert
Penelope Cruz - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Judith Light - The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story
Adina Porter - American Horror Story: Cult
Merritt Wever - Godless
Letitia Wright - Black Museum: Black Mirror




Programma animato
Big Hero 6
Bob's Burgers
Rick and Morty
The Simpsons
South Park


Per la lista completa dei nominati si veda qui, su TV Guide. Il programma con il maggior numero di nomination è Il Trono di Spade.

sabato 7 luglio 2018

UPFRONTS 2018-2019: THE CW




La CW agli upfronts ha presentato i seguenti programmi:

 
Charmed. È stato descritto come un reboot “femminista” della popolare serie fantasy su tre sorelle streghe, con alcune varianti: è cambiata l’ambientazione, infatti siamo nella cittadina di finzione di Hilltowne, ad esempio, e una delle tre sorelle è lesbica. Le vicende, re-immaginate da Jennie Snyder Urman (Jane the Virgin, Emily Owens MD), prendono il via dalla morte misteriosa della madre delle tre ragazze. Qui il promo.


All American. Precedentemente conosciuto con il titolo “Spencer”, questo drama ideato da April Blair e  prodotto da Greg Berlani è ispirato alla vita del difensore della NFL Spencer Paysinger. Le vicende si focalizzano su un giocatore di football del liceo (Daniel Ezra, The Missing), di un quartiere povero, che viene reclutato da una squadra di un liceo di Beverly Hills. Taye Diggs interpreta l’allenatore.  Qui il promo.


Legacies. Ideato da Julie Plec, è lo spin-off di The Originals e si concentra sulla successiva generazione di esseri sovrannaturali che frequentano la Salvatore School per i Giovani e Dotati.


Per mid-season sono invece previsti:

In the Dark. Prodotta dalla Red Hour di Ben Stiler e ideata da Corinne Kingsbury (che ha anche Fam al debutto nel prossima stagione televisiva), questa serie con toni da commedia si concentra su un’irriverente donna cieca (Perry Mattfeld) che ritiene di essersi imbattuta nell’assassinio di un suo amico, uno spacciatore. I poliziotti non le credono, anche perché il corpo non si trova, per cui decide di mettersi lei stessa sulle tracce dell’assassino, con l’aiuto del suo cane guida Pretzel.  


Roswell, New Mexico. Semi-reboot della serie culto Roswell, questa versione di Carina MacKenzie (una sceneggiatrice di The Originals) è sempre un adattamento dei romanzi Roswell High di Melinda Metz e si concentra su personaggi lievemente più vecchi: la figlia di immigrati irregolari (Jenine Mason, Grey’s Anatomy) torna nella sua città d’origine e scopre che la sua cotta di un tempo (Nathan Parsons, The Originals) è, segretamente, un alieno. E non è il solo.