Definito
una black comedy, è il giallo che non ti aspetti DTF: St. Louis (Apple
TV+), dalla penna di Steven Conrad (Patriot), a quanto pare ispirato a
un reale evento di cronaca nera per il quale era stato fatto un articolo del New
Yorker. DTF è il nome di una app di incontri, che sta per “Down to Fuck”
(Pronti a Scopare), rivolta a persone sposate che vogliono avere rapporti
extramatrimoniali, in questo caso nella zona di St Louis, nel Missouri, USA.
La
miniserie in 7 parti si apre con la bella "Let the Sunshine In",
canzone della fine degli anni ’60 dei 5th Dimension.
Durante una tempesta, il meteorologo Clark Forrest (Jason Bateman), una piccola celebrità locale, e l’interprete di lingua americana dei segni Floyd Smernitch (David Harbour), uomo gentile e di gran cuore, stringono amicizia. Invitato a un evento di famiglia, Clark, pur lui stesso sposato, si invaghisce della moglie di Floyd, Carol Love-Smerenitch (Linda Cardellini) e comincia una storia con lei. Floyd, dal canto suo è un po’ in crisi con lei sotto le lenzuola - soprattutto quando la vede abbigliata da arbitra di baseball, lavoro extra che lei ha intrapreso per far fronte alle molte spese, anche a causa di un figlio che ha difficoltà, Richard (Arlan Ruf). Floyd soffre della malattia di Peyronie, che gli provoca una curvatura del pene anche, e un po’ di attività con qualcun altro potrebbe aiutarlo a trovare la sua autostima. Clark gli suggerisce DTF. Qualche settimana dopo che ha scaricato la app viene trovato morto nello spogliatoio della locale piscina pubblica, mezzo discinto, con davanti un vecchio Playgirl con un’immagine porno di Indiana Jones a cui è stato cancellato il volto, e la lattina di una bibita. Il rapporto tossicologico rivela che è stato avvelenato. Chi è il colpevole? Floyd doveva avere un lì un incontro con TigerTiger.
Quando un filmato della telecamera di
sicurezza mostra che Clark si era allontanato da con la sua bicicletta reclinata,
viene arrestato. È stato
lui ad ucciderlo per liberarsi di un rivale in amore? È stata la moglie sperando di incassare i
solidi dell’assicurazione sulla vita? È stato
qualcun altro ancora, magari qualcuno con cui aveva appuntamento per un
incontro casuale? Il detective Donoghue Homer (Richard Jenkins) e l’agente
della squadra crimini speciali Jodie Plumb (Joy Sundau) inizialmente sono in
disaccordo rispetto all’inquadramento del crimine, ma decidono di collaborare e
arrivano alla verità. Noi la scopriamo attraverso una narrativa non lineare,
che ricostruisce gli eventi ma che soprattutto indaga il rapporto fra i vari
personaggi.
Il giallo
è credibile, e fino all’ultimo si rimane incerti sul possibile colpevole, che
poi ha senso, ma la vera forza dello show è un’altra: è quella di scavare nella
psicologia umana e in particolare in quella maschile. Si parla di infedeltà, di
crisi e malesseri di mezza età, di disillusioni, di autostima, di percezione
del corpo, di solitudine maschile e di amicizia maschile, di identità, di ethos
personale. Un refrain è “nessuno è normale, lo sono tutti visti da lontano”.
Centrale
è proprio il rapporto fra i due uomini: stanno invecchiando, osservano il
proprio corpo e, specie Floyd, non ne è soddisfatto: ha la pancia, è
sovrappeso, non riesce a non paragonarsi alle immagini di se stesso quando era
giovane e aitante. E si sentono soli. Si confidano le reciproche insicurezze, i
propri imbarazzi, i propri desideri e le illusioni che si sono rivelate tali. Non si vergognano ad ammettere
che si vogliono bene, a essere vulnerabili, cercano di esserci l’uno per
l’altro, e lo fanno con amorevolezza, con tenerezza, in un modo che non credo di aver visto
altrove. Scrive bene il New
Yorker quando parla di “nuova mascolinità”, ragionando anche in
parallelo con Heated Rivalry, e quando scrive “(c)’è un aspetto
fantastico, da fantascienza, in “DTF St. Louis”.(…) in cui il fatto che due
uomini eterosessuali confessino apertamente e ripetutamente i propri sentimenti
l’uno per l’altro non è né un tabù, né sospetto, né tantomeno un po’ strano.
(…) Floyd e Clark si scambiano complimenti e confidenze; fanno insieme un giro
in bicicletta con degustazione di vini e scivolano sotto il fogliame screziato,
tenendosi per mano. (…) Come sarebbe, sembra chiedere la serie, se gli uomini
eterosessuali potessero accedere, senza vergogna, a quel tipo di intimità
emotiva e fisica che è generalmente appannaggio delle amicizie femminili
strette?”. La serie è proprio sbalorditiva in questo, unica, per gli estremi a
cui arriva (penso sul fronte del rapporto con Carol) e per l’innocenza anche. Non
è un caso che sia considerata surreale, in una certa misura. E come osserva
acutamente Tim
Goodman, che su Substack ha analizzato tutti gli episodi, ha mischiato stranezze
e dolcezza, ilarità e tristezza. E tutte la recitazione è di prim’ordine. Anche
sul fronte dei due investigatori, l’anziano sorpreso dalle novità della società
moderna, e la più giovane e arguta agente che riesce ad andare oltre l’apparenza.
Una postilla: mi rammarico che in italiano abbiano usato il termine “non udenti” invece di “sordi” nella traduzione e doppiaggio. In originale era “deaf” e chi ha dimestichezza con la Cultura Sorda sa che è preferibile usare S/sordo/a, perché si mette in evidenza non una mancanza, ma un caratteristica, ed eventualmente una cultura che vi si accompagna.
