domenica 15 luglio 2018

THE HANDMAID'S TALE: la seconda stagione



Magnifica. La seconda stagione di The Handmaid’s Tale (sui cui, volendo, avevo scritto il mio saggio per Osservatorio TV 2017 alla fine della stagione di debutto), è riuscita anche meglio della prima, un risultato raro per qualunque serie, dove il secondo atto di regola comporta una flessione, il cosìdetto sophomore slump,  e tanto più per una che deriva da un libro tanto celebrato e amato come quello della Atwood. Dirlo suona come un’eresia, ma c’è stato più respiro, e Gilead è stato (nel linguaggio e nella rappresentazione) meno una scatola fuori dal tempo, più un regime che ha le sue radici nel presente che conosciamo e che ha delle copie carbone alternative nella realtà che ci circonda. Al suo credo di fiction speculativa - narrazione perciò che basa le proprie radici su eventi non inventati, ma che con un altro volto sono comunque comparsi nel percorso della storia umana - si è rimasti fedeli. L’esordio, in una stagione che si è fatta anche più brutale, è una finta impiccagione delle ancelle che si erano ribellate all’uccisione di una compagna, che non può non richiamare alla mente la mancata esecuzione di Dostoevskij. “Unwoman” (2.04) non può non far ripensare ai troppi campi di lavoro degli intellettuali e degli ostili ai regimi che la storia umana ha visto. 

Fra i temi forti di questa stagione a spiccare primo fra tutti è stato quello della maternità, con June e Serena in primo piano, nel suo valore essenziale e primario. Viscerale.  La season finale, “The Word” (2.13), con una scelta controversa, è un inno a questo ruolo umano. Eccellente la scelta di far partorire June (una Elisabeth Moss degna dell’Emmy) sola e completamente nuda in “Holly” (2.11). Si parla spesso di nudità più o meno gratuita. La scelta di mostrare un parto nel modo primordiale in cui è stato fatto qui si è rivelata coraggiosa e originale, sorprendentemente  - davvero con sorpresa mi sono resa conto guardandola di quanto al contrario normalmente sia coperto e asettico il corpo femminile in un momento tanto esplosivo e lacerante e coinvolgente. Concentrati sull’evento nascita il corpo femminile rimane in qualche modo dietro le quinte nonostante tutto, solitamente.  C’è il dolore, ma non c’è veramente il corpo, il più delle volte. Qui sì, ed è stato potente e vero. Necessario. Tutta la puntata, scritta da Bruce Miller e Kira Snyder, ha brillato, nonostante di fatto io, rispetto alle altre della stagione, non sia stata del tutto convinta dal tono una punta più melodrammatico e con una regia e un simbolismo alla Soprano che mi hanno traslata verso altre atmosfere.

Qui si è citata la Atwood in quel suo “Racconto, dunque sei”, che incarna la poetica degli autori (tutti, possiamo dire, televisivi e librari), il credo in uno storytelling che crea l’altro attraverso la forza del proprio racconto. Anche lì dove la storia è magari zoppicante o mutilata, come qui la definisce Offred. Narrare significa esistere, significa essere, per chi racconta e per chi ascolta, significa credere nella presenza in un altro. E come corollario, leggere e scrivere significano vivere.    
Una delle immagini più potenti della seconda stagione di The Handmaid’s Tale, è l’immagine finale di “After” (2.07). Con il comandante ferito, Serena (Yvonne Strahovski) prende la situazione nelle proprie mani e chiede a June, che era una redattrice, di aiutarla a fare dei tagli a un documento per diminuire la sicurezza diramata nelle strade. “I need a pen”, dice lei, quindi “ho bisogno di una penna”, “mi serve una penna”. Ad un cenno affermativo di Serena, la telecamera indugia in quel prezioso delicato momento in cui ne sceglie una fra addirittura tre. A lei scrivere, così come leggere, in quanto ancella è proibito. È una penna a scatto, e qui c’è la geniale sublime inquadratura (la regia è di Kari Skogland), in cui lei, sta per schiacciare il tasto. L’enfasi su questo momento in cui ci si sofferma con lentezza non è dovuto solo al fatto che per la protagonista è un momento di gioia e di cambiamento, ma perché fare quel gesto di pressione sul pulsante rimanda in modo diretto al finale della puntata precedente, “First Blood” (2.06) dove un’ancella aveva un dito sul pulsante di una bomba che ha fatto saltare per aria tutti. Usare una penna è come usare una bomba. Un momento “alla Malala” potremmo dire, visivamente commovente e ineccepibile.

Sono stati importanti la violenza, il femminismo, il futuro,  il senso di colpa del sopravvissuto, l’amore – si pensi all’accostamento dei due matrimoni in “Seeds”, quello asettico e infelice di Nick (Max Minghella, cotta televisiva del momento per l’umanità che riesce a veicolare), contro quello felice e di amore nelle colonie, giudicato contro natura, e seguito da un funerale; o alla fuga di Eden (Sidney Sweeney), moglie fedifraga,  costretta a morire annegata per amore, insieme al suo uomo.

Una delle esplorazioni più interessanti e sottili e complesse in cui si è inoltrata questa stagione è stata anche quella sulla collaborazione, la complicità e la solidarietà femminile, di come sia necessaria e a volte difficile. Dal lavoro delle donne in “Women’s work” (2.08) appunto, con la figura di un medico neonatale donna a cui viene impedito per il suo genere sessuale di svolgere ciò in cui era la più brava, alla rete di Marte che permette a June di mettere in salvo la propria figlia. Serena più di tutti ha incarnato, e pagato sulla carne, la doppia direzione da cui una donna è contesa – presa a cinghiate dal marito (2.08) e mutilata (2.13) per aver cercato di essere agente per se stessa e per le altre donne, e complice di un regime opprimente, lì dove partecipa all’attivo stupro di June o ne respinge i vari momenti di mano tesa. È invitata a fuggire, decide di rimanere; è artefice di quel mondo, ne implora uno diverso per la figlia Nicole. Da certe situazioni non si scappa, ma si cambia.

“Mi dispiace che ci sia così tanto dolore in questa storia” dice ad un certo punto (2.11) la protagonista in voice-over, aggiungendo che ha cercato di metterci anche cose belle. È vero che #maiunagioia sarebbe un tag appropriato al tono delle vicende. Sebbene evidentemente non ci sia posto per l’umorismo, bene si evidenzia l’impossibilità intrinseca di l’ironia nei regimi totalitari. Se, come diceva Victor Hugo, la libertà comincia dall’ironia, una forma in più di oppressione è proprio data da questa asfissiante mancanza di quel “sorriso della ragione”.

Molto d’altro ci sarebbe da dire (anche sul comandante Fred e sulla costruzione della mascolinità, su Emily, Janine, il neoarrivato comandante Joseph Lawrence, zia Lydia), in un testo ricchissimo di spunti. Capita che occasionalmente qualche serie mozzi letteralmente il fiato. Rimango per un momento quasi sospesa. Quando mi capita mi rendo conto di star guardando grande televisione. In questa stagione, con questa serie. è felicemente capitato. 

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