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lunedì 30 giugno 2025

THE HANDMAID'S TALE: la stagione finale

ATTENZIONE SPOLIER

Un’avvincente sesta stagione ha chiuso in modo definitivo The Handmaid’s Tale, che ha regalato una series finale  anticlimatica, ma ugualmente molto convincente. I colpi di scena maggiori si sono verificati nel sottofinale (6.09), mentre nell’effettiva ultimissima puntata (6.10) si è fatto calare il sipario solo puntando su alcuni obiettivi: chiudere le storie rimaste ancora sospese, in particolare facendo sì che Janine (Madeline Brewer) si riunisse alla figlia; lasciare su una nota positiva zia Lydia (Ann Dowd), che ha cominciato il suo percorso di redenzione nel corso della stagione, e che sarà trainante nel prosieguo della storia che ci attende poi con The Testaments, serie dal successivo omonimo libro della Atwood su cui si sta già lavorando; chiudere il cerchio tornando agli eventi del pilot e a June (Elisabeth Moss) in quella camera nella casa ora diroccata dei Waterford in cui l’abbiamo conosciuta all’inizio; dare un valore spirituale a quella lotta che l’ha vista impegnata in questi anni. È stata chiusura morale, potremmo dire, più che altro.

Io non ho la competenza per vedere, al di là delle apparenze, tutti i riferimenti alla contemporanea realtà americana sotto Trump che molti sono stati in grado di individuare: a quanto pare, sono espliciti rispetto a certe persone e certi eventi. Nondimeno la denuncia di una realtà fascista misogina che varca i confini statunitensi è affidata proprio alla consapevolezza di voler narrare per testimoniare, per lasciare alle generazioni future, ma di fatto anche contemporanee, una riflessione vissuta sui mali a cui portano ideologie ultraconservatrici repressive e teocratiche, che non sono sconfitte una volta per tutte. June decide di scrivere un libro, spinta dalla madre e dal marito, e a quel proposito torna dove tutto è cominciato. Il valore metatestuale ed etico della serie sono stati appunto il senso e la vera eredità di questa chiusura. Ed è stata una stagione in cui oltre alla rabbia, la rabbia ragionevole di chi viene calpestato e abusato, c’è il perdono, quello di June nei confronti di Serena (Yvonne Strahovski) in primis, e di zia Lydia.  

Facendo un passo indietro, la stagione ha regalato molti snodi di trama avvincenti. il momento in “Esecuzione” (6.09) in cui Joseph  (Bradley Whitford) e Nick (Max Minghella) salgono sull’aereo che esploderà con a bordo tutti i comandanti leader, fra cui Wharton (Josh Charles), è stato il momento clou della stagione. Il primo è stato fra gli architetti della società di Gilead, che si è reso conto essere diventata una perversione. Doveva piazzare la bomba sull’aereo e andarsene, ma l’arrivo anticipato degli altri gli ha permesso di raggiungere il proprio obiettivo solo scegliendo consapevolmente di sacrificarsi, e così ha fatto. Il momento in cui guarda verso June mettendosi la mano sul cuore prima di entrare nell’aereo è stato forse il momento più alto, nel sue essere understated, di tutta la stagione. È un atto di eroismo di qualcuno che ha creduto in un ideale che si è rilevato fallace e ha saputo ammettere il proprio errore e lo ha pagato con la vita pur di rimediare. Spesso si sono fatti parallelismi con il nazismo nel corso della stagione, e in questa prospettiva non posso che fare io un parallelismo con The Man in The High Castle dove gerarchi nazisti pentiti affrontano una sorte similare. E poi su quell’aereo è salito Nick, l’amore di June e il padre di sua figlia, che la ha tradita poco prima, e forse per impossibilità di immaginare un’alternativa, forse per interesse nel non perdere la posizione di potere che ha conquistato nel tempo è salito su quell’aereo, non dopo un momento di titubanza in cui guarda in direzione di una June che lui non vede ma che lei vede. Sa che l’uomo che ama salendo su quell’aereo morirà. Il suo è un sacrificio per la causa che non ha altra scelta che liberarsi dei leader. Si è trattato di una puntata intensa, affascinante, memorabile.

E la stagione ha avuto i numerosi ripensamenti di Serena, che fra i responsabili di quella realtà in cui in fondo ancora crede, altalena fra posizioni contrastanti, desiderosa fino in ultimo che il progetto per cui si era battuta. Sperava in una versione 2.0 con  New Bethlehem, ma i problemi di base rimanevano. Alla fine rimane disillusa. Il suo matrimonio è stato un evento di grande tensione perché ha segnato l’inizio della ribellione della Mayday, in cui June e gli altri sono riusciti a liberare Boston e lo Stato del Massachusetts (6.08). Rifiutatole l'ingresso in Canada e nell'Unione Europea diventa una rifugiata, con un posto temporaneo in un insediamento delle Nazioni Unite procuratole da Mark (Sam Jaeger).

Per volontà di Margaret Atwood non si è mai trattato di una serie distopica, ma di fiction speculativa, come la chiama lei, ovvero gli eventi, mutatis mutandis, si sono effettivamente verificati da qualche parte nel mondo del corso della storia, non sono purtroppo perversa pura fantasia. Il messaggio che lascia è tragicamente attuale e vivo. Inattesa guest star è stata Emily (Alexis Bledel), che aveva lasciato lo show dopo la quarta stagione. Con June guardano un grande murale che è un inno alla libertà, alla pace, al combattere per i propri diritti, e pieno di “my name is…”, quindi “il mio nome è…, mi chiamo…” seguito dal nome di battesimo effettivo di molte donne, non quello che le indicava come proprietà di un comandante come durante il regime. Contro qualunque tentativo di cancellare l’identità personale delle persone nessuno è al sicuro, non noi, non i nostri figli o i nostri nipoti. “Gilead non ha bisogno di essere sconfitta, ha bisogno di essere spezzata". Jane sogna, fantastica durante il corso della series finale di esser riunita con la figlia Hannah, qualcosa che ancora non è ottenuto. Non è una conquista definitiva, ma una che va fatta giorno per giorno, ancora e ancora. Vale anche nella vita e personalmente l'ho sentito molto come un invito ad impegnarsi perché realtà come Gilead non prendano il sopravvento. 

giovedì 25 gennaio 2024

THE CROWN: la sesta e ultima stagione

Si è chiusa come previsto, dopo la conclusione della sesta stagione, l’apprezzata The Crown, che ogni due stagioni ha cambiato l’attrice che ha dato il volto alla Regina Elisabetta. Mi ha molto convinta l’interpretazione di Imelda Staunton, professionista di grande spessore ed esperienza con al suo attivo anche una nomination all’Oscar, ma nota al grande pubblico soprattutto per la sua partecipazione ai film di Harry Potter. Ha incarnato una sovrana ormai matura, forte della propria esperienza, ma anche limitata dalle difficoltà derivanti da una società molto diversa da quella che era quando ha cominciato a regnare.

Pur considerando la recitazione al pari rispetto al passato, condivido l’impressione generale di un calo qualitativo della serie in confronto alle prime stagioni. Risulta legittimo domandarsi se questo declino sia dovuto al fatto che non conosciamo “direttamente” gli eventi storici e quindi attribuiamo maggiore realismo, verità, aderenza ai fatti, pregnanza a quello che ci è stato raccontato inizialmente, mentre lì dove abbiamo vissuto i momenti narrati abbiamo maggiori obiezioni e perplessità, se siamo più indulgenti insomma con eventi più cronologicamente distanti da noi, o se effettivamente ci sia stata minore capacità di analisi di fatti che, troppo freschi, non hanno la stessa obiettività e capacità critica, pregnanza storiografica potremmo dire, che un distacco temporale avrebbe reso più facile. Personalmente tendo alla seconda ipotesi, ma con un pizzichino anche della prima.

La sesta stagione si è costruita in due blocchi – che appropriatamente Netflix ha rilasciato in due momenti diversi: il primo il 26 novembre, il secondo il 14 dicembre 2023. Nella prima tranche il fulcro delle vicende è stata Lady Diana, la sua storia con Dodi Al-Fayed fino al tragico epilogo della morte insieme nel tunnel dell’Alma nel 1997. Anche chi avesse vissuto in semi-eremitaggio – come è stato sicuramente per me in quegli anni a causa della mia malattia - difficilmente non ha sentito più versioni e storie su quei fatti, compreso il possibile coinvolgimento (omicidio?) da parte della Corona, possibilità che qui viene esclusa in toto, e se di responsabilità si è parlato è solo di atteggiamento che ha allontanato la principessa e di disagio nei confronti di quel possibile legame sentimentale. C’è chi contesta la ricostruzione delle vicende (e io non sono in grado di valutare chi possa avere ragione), ma la narrazione pare plausibile, e quello che si ammira è la resa finzionale di moltissime immagini che sono impresse nella memoria collettiva. Penso in particolare al momento in cui lei si trova a Portofino seduta sul bordo di una passerella sullo yacht del padre di Dodi e indossa un costume da bagno intero color turchese, ma anche ad altro. Elizabeth Debicki, che per questo ruolo ha vinto nel 2024 il Golden Globe e il Critics Choice Television Award come miglior attrice non protagonista, oltre ad aver ricevuto una nomination all’Emmy, è stata eccellente nella parte ma è stata assistita da un “trucco e parrucco”, e in generale da una messa in scena sotto ogni profilo, che l’ha resa estremamente credibile.

Per chi avesse visto il film del 2006 The Queen, la cui sceneggiatura pure era di Peter Morgan, qui ideatore e sceneggiatore, i momenti successivi alla dipartita della “principessa del popolo” hanno avuto il sapore di qualcosa di già visto, per me sicuramente che ho trovato quegli specifici momenti meglio realizzati nella pellicola cinematografia, per l’attenzione che si è data alla reazione della Corona. La storia di Diana era alla fine anche qualcosa di cui la serie doveva liberarsi, e il prosieguo è stato più a tutto tondo e ha dato uno spaccato più variegato. C’è stata la Willymania (6.05) del timido principe William adorato dal pubblico; Blair, agli inizi più amato della regina e i tentativi si svecchiare la monarchia (6.06); l’introduzione effettiva di Kate come personaggio di rilievo (6.07) e l’indicazione che la sua conoscenza del primogenito di Carlo fosse più studiata (dalla madre di lei) che puramente casuale; gli infarti e l’ultimo periodo di vita della principessa Margaret (6.08), vulnerabile e indifesa; la morte della regina madre, i 50 anni del giubileo e ancora la storia d’amore fra William e Kate (6.08); le nozze di Carlo e Camilla, e qualche accenno ad Harry (6.09).

La scena finale è stata molto toccante: ha visto tutte e tre le interpreti della regina (quindi oltre a Imelda Staunton anche Olivia Colman e Claire Foy – entrambe vestite di nero, versioni di lei già morte, mentre lei è in bianco) una accanto all’altra (una e trina). La regnante donna più longeva della storia (più a lungo di lei ha regnato solo Luigi XIV) passa davanti alla visione di una bara, la sua, drappeggiata con lo Stendardo Reale (sopra ci sono la corona, lo scettro e la sfera, e un mazzo di fiori). Vede la sé stessa del 1945 (Viola Prettejohn), che indossa l'uniforme del Servizio Ausiliario dei Trasporti, che si congeda con il saluto militare. Poi appaiono appunto le altre due versioni di sé, e lei si incammina per la navata centrale della chiesa sulle note della cornamusa che suonano "Sleep, Dearie Sleep", che Elisabetta aveva scelto per il suo funerale, che proprio nelle ultime battute era stato da lei pianificato come richiesto. Si dirige verso la porta della chiesa da cui esce una intensa luce: un modo elegante di segnalare la sua dipartita.

The Crown è stata una serie davvero notevole perché ha saputo guardare sia nell’aspetto istituzionale che in quello umano delle persone che l’hanno incarnata, una realtà che sembra anacronistica ai moderni e ha impattato in modo concreto, almeno per me così è stato, il modo di interpretare i fatti reali. È riuscita a farlo in un modo che ha saputo ben calibrare il pubblico e il privato, le ragioni storiche a quelle quotidiane a contingenti, con un buon equilibrio fra serietà e frivolezza. Sarà un metro su cui altre fiction che dovessero affrontare queste tematiche verranno misurate. Questa è stata la sua forza e la sua legacy, il suo legato, la sua eredità spirituale. Per chi ama queste cose poi, The Guardian ha fatto una classifica di tutti 60 gli episodi di The Crown dal meno al più riuscito: qui.

mercoledì 28 giugno 2023

BLACK MIRROR: la sesta stagione diventa "Red Mirror"

Le ipotesi distopiche di Black Mirror, che hanno di regola come punto focale la tecnologia e i media, sono riprese dopo quattro anni di assenza con una sesta stagione che comincia con un debutto molto solido, ma poi vira indubbiamente verso un Red Mirror. Ovvero, se tradizionalmente la serie fa riferimento al display nero di quando spegniamo gli schermi (siano della TV, del PC, del tablet, del cellulare o quant’altro) in cui vediamo riflessi come in uno specchio noi stessi, nella gran parte degli episodi di questa tranche, si vira invece decisamente verso l’horror, un orrore che non fa veramente paura, ma che è decisamente truculento, rosso sangue, appunto un Red Mirror. ATTENZIONE SPOILER

La prima delle nuove puntate, “Joan is awful – Joan è terribile” (6.01), si concentra su una giovane donna, la Joan del titolo (Annie Murphy, Schitt’s Creek) che si rende conto che, a stretto giro, la sua vita viene mandata in onda dal servizio Streamberry – Netflix che si prende con autoironia - ricostruita da un quamcomputer (un computer quantistico), solo in modo tale da accentuare il più possibile i suoi tratti in modo da farla sembrare davvero una persona orribile. Ad interpretarla nella finzione è Salma Hayek. Alla nausea e allo shock momentanei prende posto il senso si rivalsa e giustizia. Oltre alla riflessione sull’”orrore mesmerizzante” che attira il pubblico, e che almeno da tre delle puntate sembra un leit motiv della stagione, si riflette su ciò che è reale e ciò che non lo è, e sullo sfruttamento dell’immagine delle persone: Joan è una persona qualunque, ma qualcuno a cui la gente può relazionarsi. C’è più di un colpo di scena inaspettato, anche in considerazione del fatto che queste anime simulate dal computer si considerano reali, e la tensione è sempre al massimo. Non voglio rivelare di più se non dicendo che diventa un concettuale mise-en-abyme. La migliore delle puntate di questo gruppo.

La seconda delle proposte, “Loch Henry” (6.02), vede una giovane coppia, Davis (Samuel Blenkin) e Pia (Myhala Herrold, Industry) recarsi in Scozia per girare un documentario. Volevano farlo su un guardiano di uova rare, ma finiscono per farlo su un locale serial killer torturatore, Iain Adair. Ne esce una sorta di horror anche piuttosto prevedibile, ma la riflessione è su quello che attiva lo spettatore, su quello che la gente guarda (non un protettore di uova, ma un torturatore) e su come l’industria premi questo genere di operazioni, spacciandole per arte, e curandole come tale, ma con totale disinteresse nei confronti della realtà umana che ci sta sotto. E nel corso di una fittizia diegetica premiazione ai BAFTA (premio TV britannico) si fa anche una strizzatina d’occhio a puntate precedenti della serie, menzionando fra i documentari un certo “The Callow Years”, dove Callow era il sindaco protagonista della primissima puntata di Black Mirror, e un certo “Junipero Dreaming” riferimento all’amato episodio di San Junipero (3.04). Per gli Easter egg della stagione, si veda questo articolo di Entertainment Weekly.

Una fine horror, che lascia francamente sconcertati, è anche quella di “Beyond the Sea” (6.03), dove due astronauti Cliff (Aaron Paul, Breaking Bad) e David (Josh Hartnett), bloccati nello spazio per anni, riescono a tornare sulla terra con le proprie famiglie grazie a repliche meccaniche dei loro corpi. Quando degli estremisti contrari a questa tecnologia uccidono la famiglia di David e gli distruggono il corpo meccanico, il compagno Cliff gli offre generosamente di usare il link al proprio corpo meccanico per avere un po’ di tregua dal lavoro. Così conosce la moglie di lui, Lana (Kate Mara). Prevedibilmente la situazione prende una brutta piega, ma con una conclusione diversa da quella che ci sia sarebbe aspettati, o che almeno io mi sarei aspettata.

Ancora la nostra ossessione per le celebrità e i dettagli più scabrosi e torbidi delle loro vite è davanti all’obiettivo in “Mazey Day”, dove l’attrice che porta il nome che dà il titolo all’episodio (Clara Rugaard), dopo un omicidio stradale non confessato, sparisce dalla scena pubblica e un gruppo di amorali paparazzi fanno di tutto per scattare la foto scoop. E se le ultime inquadrature sono l’essenza delle serie e di quell’orrore mesmerizzante che si menziona in apertura, con la fotografa Bo (Zazie Beetz) che scatta qualcosa che sta alla nostra immaginazione vedere quel che ben intuisce, il twist qui c’è nello svolgimento all’insegna dell’horror sovrannaturale, con la diva che si dimostra essere una licantropa, scelta che non sono sicura di gradire in questo contesto.

L’apice di questa tendenza lo abbiamo nella conclusiva “Demon 79”, dove un simpatico demone (Paapa Essiedu), che deve completare la sua iniziazione e “mettere le ali”, e che si manifesta attraverso una tessera del domino, convince una commessa indiana, Nida (Aniana Vasan), che nella vita quotidiana subisce costanti micro-aggressioni, a uccidere 3 persone per scongiurare la fine del mondo, che, colpo di scena, visto che lei non porta a termine il suo compito, arriva davvero. L’episodio, l’unico che non sia stato scritto solo dall’autore Charlie Brooker, ma anche da Bisha K. Ali, che affronta tematiche di razzismo, xenofobia e atteggiamenti fascisti ostili alle minoranze, è pieno di rabbia e tende decisamente allo splatter. Ambientata nel 1979, ha proprio negli opening credits l’indicazione che si tratta di un episodio Red Mirror.


Ispirata a The Twilight Zone - Ai Confini della Realtà, Black Mirror ha sempre indagato il lato oscuro della tecnologia, abitando il confine “fra piacere e disagio” come ha detto a suo tempo l’ideatore a The Guardian (qui). Sebbene continui ad offrire in ogni caso spunti di riflessione attuali e pregnanti anche con questa tangente “rossa”, un approccio più “tradizionale” lo preferisco

mercoledì 29 giugno 2016

GAME OF THRONES: la sesta stagione


ATTENZIONE SPOILER. Un’esplosiva, in senso letterale, season finale ha lasciato Game of Thrones rinvigorito alla fine di una sesta stagione che ha sicuramente convinto. Dei molti eventi che l’hanno caratterizzata, probabilmente i due che prima della chiusura hanno spiccato sono stati la resurrezione di Jon Snow (6.02) e la commovente morte di Hodor (6.05), il cui ripetere sempre la stessa parola si spiega finalmente con il suo compito di “hold the door”, tenere la porta, in modo che Bran possa fuggire e salvarsi. Il sottofinale (6.09) è stato la spettacolosa epica cosiddetta “battaglia dei bastardi”, registicamente una vera meraviglia di scontri militari, quasi una danza, e si è chiuso con la morte del sadico Ramsay dato in pasto ai cani da Sansa, evento brutale ma appropriato, quasi appagante – il mezzo sorriso di lei non glielo si biasima.

La finalissima (6.10) ha svelato uno dei misteri più a lungo custoditi, l’identità dei genitori di Jon Snow, rivelatisi Lyanna Stark, la sorella minore di Ned Stark, che lo ha cresciuto come suo figlio, e Rhaegar Targeryen, il fratello maggiore di Daenerys. Ora Jon è acclamato re del Nord. Cersei si è ritrovata nella posizione opposta a quella in cui era in conclusione della stagione precedente, allora umiliata e sconfitta, ora proclamata regina, dopo che ha fatto esplodere il Tempio di Baelor uccidendo l’Alto Passero, la regina Margaery e il fratello, evento che ha causato il suicidio di suo figlio re Tommen. La sua trasformazione è stata più visibile che mai, segnata anche da un netto cambio nel look. Ad abiti che ne esaltavano la femminilità si sostituisce ora una divisa quasi militare. La consacrazione di questi due monarchi si è accompagnata a sguardi che sono il seme di possibili minacce alla stabilità futura. Nel caso di Jon, quello fra la sorella Sansa e Ditocorto, nel caso di Cersei quello suo con il fratello-amante Jaime.
  
La chiusura ha lasciato due decise impressioni. La prima è la forza con cui si sono imposte le donne in questo arco. Certo, Samwell Tarly, è arrivato a Vecchia Città per diventare il nuovo Maestro di Castello Nero, e ha gli occhi che gli luccicano al vedere la gigantesca biblioteca. I libri sono incatenati e in quel luogo delle meraviglie Gilly, in quanto donna con bambino, non può entrare. A quelle come lei la cultura è interdetta, viene da pensare, ma in questa stagione sono più che mai le donne a ergersi dalla massa, pronte alla battaglia, talvolta ferite ma rese più determinate se non addirittura feroci per questo: la piccola, ma tostissima Lady Lyanna Mormont infiamma il Nord con il suo discorso pro-Jon; Sansa è determinante della vittoria di suo fratello e non è più la damigella in pericolo perennemente spaventata; Yara è riconosciuta anche dallo stesso Theon come l’erede legittima dei Greyjoy; Arya si riconosce come tale e non solo come “una ragazza”  o come “nessuno” e sgozza Walder Frey dopo avergli fatto mangiare un pasticcio di carne cucinato con quella dei suoi figli; Daenerys, per un nanosecondo si è ritrovata fra i Dothraki in un’apparente situazione di debolezza, ma l’esperienza la fa trionfare velocemente, sa rinunciare al suo amante per “ragioni di Stato” e, forte anche dell’alleanza e consulenza di Tyrion, è pronta con flotta e draghi ad arrivare a Westeros.

La seconda impressione è che si sia quasi chiusa la premessa, e che ora si cominci, con tutte le pedine pronte per l’offensiva finale. Come è caratteristica di questa serie, ci sono colpi di scena e morti a profusione, ma riescono a non essere scontati e finora han sempre appassionato. E in chiusura della sesta stagione si esce energizzati: che il gioco per la conquista del Trono abbia inizio. L’inverno dopotutto è arrivato.

martedì 12 maggio 2015

THE GOOD WIFE: la sesta stagione


The Good Wife è sempre così denso e articolato che tante volte non ne scrivo proprio per una sorta di timore reverenziale. Ogni puntata meriterebbe una complessa analisi. Anche con la sesta stagione si è confermata una delle migliori serie in circolazione. Con la scesa in campagna elettorale di Alicia in lizza come Procuratore dello Stato la serie si è fatta ancora più politica di quanto non fosse già e ha ben esaminato i labili, porosi confini fra il mondo della gestione della cosa pubblica e quello della legge, fra giustizia e criminalità  - anche con la prima metà della stagione che ha visto Cary Agos (Matt Czuchry) ingiustamente dietro le sbarre, o nel rapporto di tutti i personaggi con lo scomodo Bishop (Mike Colter) -, fra ruoli personali e pubblici. Mi sono molto interrogata, ad esempio, su che cosa intendessero realmente dire in “Read Meat” (1.16) quando Alicia (Julianna Margulies) e Finn (Matthew Goode), dopo la vittoria di lei, uccidono vari nemici in un videogioco, mentre Diane (Christine Baranski), riluttantemente in compagnia repubblicana a seguito del marito Kurt (Gary Cole), si unisce a una battuta di caccia con il potente Gil Berridge (Oliver Platt). Sembra quasi che il senso sia che la politica vera è in fondo un gioco e che la vera politica “accade” spesso altrove, nelle occasioni sociali.

Se c’è una e una sola lezione che mi porto dietro da questa stagione è che non c’è spazio in politica per l’ironia, quel “sorriso della ragione” che tanto mi sta a cuore. Alicia ha dovuto impararlo in fretta. Sempre di più e in modo sempre più esplicito hanno messo in primo piano il tema delle modalità di costruzione e controllo della narrativa: la costruzione ad uso del pubblico di come i personaggi pubblici vengono costruiti per essere percepiti in un modo piuttosto che in un altro e la manipolazione a proprio vantaggio della prospettiva in cui una “storia” (personale, politica, sociale) va raccontata per veicolare il messaggio voluto. Tutto è narrativa e come la costruisci fa la differenza fra vincere e perdere, fra persuadere o dissuadere. Come ci si gioca il rapporto fra sostanza e apparenza può essere tutto. Nella rivalità elettorale fra Alicia e Frank Prady (David Hyde Pierce), che cercano di essere corretti l’uno nei confronti dell’altra, e attraverso i consigli professionali di Johnny (Steven Pasquale), si ritorna con insistenza su questo punto, così come emerge nel rapporto con la stampa, in particolare con Petra Moritz (Lily Rabe) che intervista Alicia dopo la vittoria. Ma puntare il dito su un dettaglio specifico è superfluo, perché tutta la serie, davvero, esplora questa tematica in modo intenso. E affidandola spesso alle esagerate preoccupazioni di Eli (Alan Cumming) si fanno notare strategie e tattiche in modo estremamente umoristico. Le scene con lui, così come quelle con David Lee (Zach Grenier), sono dosate con il contagocce, ma forse anche per questo sempre attese e godibilissime.

Si fa notare anche la concezione per cui la legge deve essere equa, non impersonale. È sempre personale, altrimenti sarebbe senza significato, per parafrasare quanto detto da Diane Lockhart (6.18). Ed è interessante anche notare come il praticarla porti Alicia a non considerarla più come una cosa buona, ma neutrale, anche consapevoli che ciò che è giusto e ciò che è legale non sempre vanno a braccetto (6.21). 

Continua poi il forte interesse per il collegamento fra legge e tecnologia. Un esempio è stato quello sul malfunzionamento di un arma realizzata in casa con una stampante 3D con le istruzioni trovate online (1.15). E, anche se solo accennato, è affascinante il rapporto con la religione. Non si può non notare che, mutatis mutandis, The Good Wife e The Americans affrontano la stessa tematica di giovani adolescenti che si avvicinano alla fede lì dove i genitori sono indifferenti o contrari. Grace, la figlia di Alicia, ha una crisi di fede poi nel corso di questa stagione, ma la tematica è rimasta aperta.
L’attesa uscita di scena di Kalinda (6.20) è stata costruita in modo certosino e credibile, e non è mancato un momento di commozione quando, apparentemente rivolta a Grace, la figlia di Alicia, si è rivolta in camera e ha detto al pubblico il suo “goodbye” definitivo, pur comparendo anche nelle due puntate successive. Ben calibrata poi la “solidificazione” nel cast di Finley “Finn” Polmar, entrato nella scorsa stagione.  


Una stagione avvincente, con un cast sempre superbo, guest star comprese, per un programma pregno che mi lascia sempre ispirata. E una finale che, ancora una volta, sorprende e si apre a mille nuove possibilità.