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giovedì 20 marzo 2025

SQUID GAME: la seconda stagione

Sono passati tre anni dagli eventi della prima stagione di Squid Game, sia nella diegesi che per la messa in onda, e torniamo a respirare la stessa aria brutale e terrificante di allora – avevo parlato della prima stagione al link sul titolo e i principi lì espressi rimangono validi anche per questa. Forse alla ferocia si è aggiunta anche una nota di sadismo, o forse sono più sensibile io che ho trovato più difficile della scorsa volta stomacare tanta violenza. Se quando ho seguito la prima stagione non c’era il doppiaggio in italiano, questa volta sì, e ho deciso perciò di seguirlo doppiato nella nostra lingua e mi pare che abbiano fatto un buon lavoro.

Continua ad essere quello che Daniel Fienberg dell’Hollywood Reporter ha ben definito una serie sulla disperazione economica, anche se lui la stronca. Se è evidente che la seconda stagione, e la terza il cui debutto è previsto per il 27 giugno, è stata fatta per mungere il successo della prima, non di meno la serie ha avuto ancora da dire e per me il messaggio forte in questo caso è stato “finchè il mondo non cambierà, il gioco non si fermerà” (2.02), non importa quanto lo vuoi, quanto ti sgoli perché accada. Forse è ancora più esplicito, semmai fosse stato necessario, il fatto che il sistema capitalista che mette il denaro davanti a tutto, vede le persone con una vita al limite perché schiacciate dai debiti come spazzatura, come “scarafaggi”. Progetto di seguire anche la prossima stagione, ma più per completismo che per vero desiderio di proseguire, per quanto io sia curiosa di vedere come lo chiudono. Lo trovo intelligente e in una certa misura anche appassionante, ma non è una visione facile. 

Seong Gi-hun (Lee Jung-jae), vincitore della precedente edizione dei giochi, si rende conto dell’aberrazione che sono, e decide di fermarli. Si ritrova a doverli giocare nuovamente, sempre con il numero 456. Torna anche quello che un tempo era stato il frontman dei giochi, Hwang In-ho (Lee Byung-hun), che ha preso il posto di giocatore 001 dal creatore originale del gioco, ma di cui nessuno conosceva l’identità dal momento che era in precedenza mascherato. Questi due personaggi sono pensati, come ha proprio spiegato l’autore stesso Hwang Dong-hyuk (si veda lo speciale post-seconda stagione), l’uno come l’opposto dell’altro, ovvero il primo come fiducioso nella bontà ultima dell’essere umano, il secondo come convinto nella sua corruttibilità e detestabilità, che incarnano in prima persona. Fra i personaggi tornano c'è anche Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon), il poliziotto che già in passato si era infiltrato sull'isola per cercare il fratello scomparso, che si era scoperto essere proprio il frontman, e che ora cerca di ritrovare il luogo, e il reclutatore (Gong Yoo), simbolicamente micidiale nelle scene in cui fa scegliere a dei senza tetto del pane o in alternativa dei biglietti della lotteria.

Il primo gioco è lo stesso, gli altri cambiano, e mantengono lo stesso spirito, la stessa grottesca eppur mortale semplicità. In pista sono nuovi disperati: un ex marine amico di Gi-hun alle prese con il divorzio dalla moglie e il fallimento del negozio di famiglia, un padre con spese mediche da pagare per la figlia malata di leucemia, un ex militare che si sta sottoponendo alla transizione di genere, una anziana che è sopravvissuta alla guerra di Corea e suo figlio, una giovane incinta senza famiglia, un ex influencer che ha causato la rovina economica di diversi dei giocatori con i suoi suggerimenti finanziari rivelatesi delle truffe anche ex fidanzato della ragazza incinta, un rapper, “Thanos”, sempre mezzo strafatto, un anziano che ha un debito di 100 miliardi di won, una pseudo-sciamana mezza folle…

Sono tornati anche i controllori di “quel gioco maledetto” con le loro maschere con quadrato, triangolo e cerchio, simboli che indicano il loro rango in ordine da più alto a più basso e che rappresentano le lettere coreane che sono l’inizio del nome coreano di Squid Game. Dall’anonimato emerge in questa stagione la storia di una di loro, Kang No-eul (Park Gyu-young), che dopo aver disertato dalla Corea del Nord lavora in un parco di divertimenti e, quando sono in corso, come cecchino in questi giochi. Riconosce fra i partecipanti il papà della bambina malata, che le aveva regalato un disegno nel suo altro lavoro. Lei vuole guadagnare quello che le serve per trovare e riunirsi alla figlia, è lei stessa è vittima di minacce e violenza dal momento che quando vede qualcuno agonizzante, ma non morto, cerca di finirli, cosa che non sta bene a chi vuole esportare gli organi dei poveri malcapitati. Nessuno è immune dalla società crudele che si è costruita.

Più che non in passato ci si sofferma su lunghe scene in cui i giocatori devono votare se interrompere o continuare i giochi, che avviene alla fine di ogni prova, con gli uni che cercano di convincere gli altri e di portarli dalla propria parte spiegando le proprie ragioni. Forse ha rallentato il ritmo, ma l’ho trovato un bel commento sulla democrazia e su come funziona, anche su come si rimane incastrati da voti che legano la propria vita a decisioni aberranti che per se stessi non si vogliono e di come ci sia spesso una letterale guerra fra poveri.

Il finale rimane sospeso, perché come è evidente da subito, la terza stagione è di fatto semplicemente il prosieguo di questa.

martedì 10 dicembre 2024

FALLOUT: un'ucronia distopica post-apocalittica

Basato sulla serie di videogiochi di ruolo ideata da Tim Cain e Leonard Boyarsky, che non serve conoscere per ben seguire le vicende, Fallout (Amazon Prime) è una coinvolgente ucronia distopica post-apocalittica che ha ricevuto grandi consensi di critica; nel mio apprezzamento ha un solo grande limite: è parecchio violenta. Si sente che è una violenza “da videogioco”; sarà che sto invecchiando ma mi ha dato fastidio ugualmente, anche se è coerente con il mondo che ritrae. Non così tanto da impedirmi di proseguirla, ma a sufficienza da valutarne la possibilità. Mi ha ricordato Westworld in questo senso e non è un caso che, ideata da Graham Wagner and Geneva Robertson-Dworet che sono showrunner, sia stata sviluppata da Jonathan Nolan e Lisa Joy che sono appunto le menti dietro al successo di quella serie targata HBO.

Nel 2077 la società americana ci appare retrofuturistica: i valori e l’estetica degli anni ’50 del Novecento sono ancora l’ultimo grido, ma dopo la seconda Guerra Mondiale il mondo se lo spartiscono Stati Uniti e il blocco comunista di URSS e Cina. Cooper Howard (Walton Goggins) è un amato attore di western che si è ridotto a partecipare come animatore alle feste di compleanno. La minaccia nucleare incombe e sono stati realizzati numerosi rifugi anti-atomici (che solo i più ricchi possono permettersi), per cui in italiano è stata mantenuta la dicitura Vault (che significa “caveau” o “camera blindata”, in inglese), realizzati dalla Vault-Tec che, come si scopre dopo qualche puntata, intendeva eseguirvi esperimenti socio-psicologici a insaputa di chi vi avrebbe abitato. Il 23 ottobre di quell’anno accade il peggio, una guerra termonucleare annichilisce miliardi di persone e devasta il territorio e pochi hanno accesso ai Vault.

219 anni dopo, nel 2296, Lucy MacLean (Ella Purnell), nell’ordinata, sicura vita del Vault 33 sta per sposare con un matrimonio combinato un abitante del Vault 32, che lei non conosce, ma che è collegato con il Vault 31. A seguito delle nozze si scopre che in realtà gli invitati del Vault 32 altro non sono se non predoni guidati da Lee Moldaver (Sarita Choudhury), che distruggono quello che trovano, uccidono gli abitanti e finiscono per rapire Hank MacLean (Kyle MacLachlan), padre di Lucy e soprintendente del Vault 33. La ragazza perciò decide di lasciare quello che conosce alle sue spalle, compreso il timido fratello Norman "Norm" (Moisés Arias), che dal canto suo cercherà di esplorare i vari bunker facendo sorprendenti scoperte. Esce nel mondo esterno alla ricerca del padre. La California che vede è un mondo arido, desolato, selvaggio, ostile e grandemente contaminato – e scene sono state girate a Kolmanskop, una città fantasma in un deserto della Namibia – ed è abitato da disperati che cercano di sopravvivere alla meno peggio. Nel suo cammino incontra Maximus (Aaron Moten), che è inizialmente solo apprendista poi scudiero, ma aspira a diventare cavaliere della Confraternita d'Acciaio, un'organizzazione il cui obiettivo è proteggere la Zona Contaminata  e mira a identificare e ricercare tecnologia pre-bellica. Fra i due nasce presto una simpatia e complicità. Deve guardarsi invece da quel Cooper Howard che era attore ed è stato trasformato dalle radiazioni in un Ghoul e ora è un cacciatore di taglie senza scrupoli. Uno dei suoi obiettivi, al momento è Wilzig (Michael Emerson), uno scienziato.

La perdita di innocenza è un tema importante della serie: cresciuta nel Vault, credendo nelle buone maniere, nell’importanza di prestare attenzione agli altri e nella cooperazione, Lucy ha una certa ingenuità nell’emergere dal sottosuolo. Sono principi in cui crede veramente, e che cerca di applicare comunque perché ritiene siano la base per un mondo migliore, ma allo stesso tempo deve scontrarsi con una realtà che non le fa sconti e ne rimane sempre vagamente scandalizzata. Le minacce sono moltissime: che sia evitare di essere mangiata da un enorme mostro marino per il quale è stata usata come esca (1.02) o sfuggire ai venditori di organi a cui il Ghoul l’ha barattata in cambio di farmaci (1.04). Questa purezza, che è in lei conservata a dispetto di quello che vede, è in parte la sua forza. Lo stesso vale per Maximus che ha molto idealismo nel voler diventare cavaliere, sogna di indossarne con fierezza l’armatura, ma si scontra con la realtà. E lo stesso Cooper ora è una sorta di cowboy mutante – e qui tornano echi di Westworld – ma in passato non era il bruto che è ora – molti flashback che illustrano anche la relazione con sua moglie Barb (Frances Turner), un pezzo grosso della Vault-Tec, lo mostrano come una persona amabile, al di là anche dei ruoli che come attore è costretto a recitare. In che modo cambiamo? Desideriamo le stesse cose quando siamo diventate persone diverse?

Il pianeta è devastato – e vengono alla mente Silo, the Last of Us, Moonhaven…la Terra alla luce del sole è la realtà però più di quanto non lo sia la comunità sotterranea che in qualche modo ripete rituali che appartengono a un mondo che non esiste più e si aggrappa ad una storia che suona falsa. E quel mondo era comunque tale per cui sotto l’apparenza di interesse per l’umanità c’erano giochi sporchi di concorrenza economica che vedevano nella guerra solo un’occasione di profitto. Nel denunciarlo non ci si illude che la natura umana sia nobile. Gli ultimi episodi, con numerosi inaspettati colpi di scena, gettano nuova luce sugli eventi tutti.

Un’appassionante avventura, in definitiva, a stomacare la violenza. Io prevedo di continuare a seguirla.

venerdì 23 marzo 2012

TRUE BLOOD: la terza stagione


Dopo una potente seconda stagione, molto metaforica (specie in direzione della critica social-religiosa) e politica, mi ha deluso la terza stagione di True Blood.
In questo arco assistiamo a un forte arricchimento della mitologia: l’introduzione del re del Mississippi Russell Edgington (Denis O’Hare), e del suo consorte degli ultimi 700 anni Talbot (Theo Alexander), e della regina della Louisiana Sophie Anne (Evan Rachel Wood); la presenza in modo più massiccio dei licantropi, in particolare di Alcide (Joe Manganiello), assegnato da Eric per proteggere Sookie; l’allargamento della presenza dei mutaforma, con l’introduzione di Tommy (Marshall Allman), il fratello di Sam, e di Crystal (Lindsay Pulsipher), una donna di cui si innamora Jason, e il degrado umano a cui è accompagnata; la luce del mondo delle fate, credute estinte per colpa dei vampiri, con la scoperta del segreto sull’identità di Sookie e dei poteri del suo sangue; la rivelazione che Jesus (Kevin Alejandro), il boyfriend di Lafayette, è un brujo, una strega, e che Holly, una delle cameriere da Merlotte’s è una Wicca.
La serie si fa serie più sessualizzata (anche se in fondo la rappresentazione del sesso è ancora contenuta) e, ragione che me l’ha fatta piacere di meno, decisamente molto più violenta - Lorena (Mariana Klaveno) che tortura ferocemente Bill (3.06), o Tara che fracassa il cranio di Franklin (James Frain), in una scena (3.06) che ho trovato particolarmente disturbante  -  e splatter – una per tutte la puntata 3.07, in cui Sookie impala Lorena il cui corpo trasformato in sangue si liquefa su Bill, e in cui viene tagliata la testa al Magister (Zeljko Ivanek). Comune è anche l’associazione sesso-violenza, si pensi alla citatissima scena di sesso fra Bill e Lorena in cui lui le torce il collo (3.03), o all’intera relazione fra Tara e Franklin che appropriatamente è stata esplicitata in termini di stupro e di rapporto vittima-carnefice psicopatico. Richiami a bondage e sado-masochismo si sprecano. Certo, è parte dell’estetica del programma, che da sempre ha puntato sul gore, e come tale la prendo, ma non posso dire di apprezzarla. Mi fa pensare che ci sia troppo l’influsso non dico degli snuff movie, ma della recente moda di horror che mescolano sesso e tortura sicuramente.
Da questa stagione sono anche molto più accentuati i toni omoerotici, cosa questa che invece non mi dispiace: dalla relazione fra Lafayette e Jesus, ai reali consorti, al sogno erotico di Sam su Bill, a Eric che flirta con Russell, alla regina che tiene a sua disposizione un’umana.
Tanti i temi della stagione: la legge (chi è l’autorità, chi l’ha definita tale? Conta solo la legge di natura, la sopravvivenza del più forte?); vendetta e perdono (con Eric e le vicende familiari, ad esempio); il passato; l’attrazione e la capacità di resistervi o meno (Bill, Jessica)…

lunedì 10 gennaio 2011

KEITH OLBERMANN: basta con la retorica della violenza



Lo scorso 8 gennaio una deputata americana democratica dell’Arizona, Gabrielle Giffords, ha subito un attentato da un uomo, Jared Lee Loughner, che ha sparato contro di lei, ferendola alla testa, e ha ucciso 6 delle 19 persone coinvolte. Le reazioni a un simile tragico evento sono state immediate da più parti. Keith Olbermann, conduttore di Countdown, sulla MSNBC, ha dedicato all’evento un commento speciale che si può vedere sopra. La trascrizione del discorso, in originale, si può trovare qui, mentre sotto c’è la mia traduzione. Lo condivido nei contenuti, che sono stati riescheggiati con altre parole da più parti in questi giorni, e me ne piace la solida struttura retorica.

“Finalmente stasera, come promesso, un Commento Speciale sul tentato omicidio della deputata Gabrielle Giffords dell’Arizona. Dobbiamo mettere giù le armi. Cosa altrettanto importante dobbiamo mettere via, e in modo permanente, le metafore delle armi. La sinistra, la destra, il centro – i politici e i cittadini – sani e pazzi. Questa mattina in Arizona, l’epoca in cui questo Paese è disposto ad accettare il “prendere di mira” gli oppositori politici e mettere bersagli sui loro volti e l’epoca del pericoloso confondersi fra raduni politici e show di armi, è terminata. Questa mattina in Arizona, quest’epoca di invocazione della violenza, che si intensifica costantemente fino quasi a diventare estatica, nei fatti o nella fantasia del nostro dibattito politico, si è chiusa. È essenziale, questa sera, non richiedere vendetta, ma domandare giustizia; insistere non sulla ritorsione contro quei politici e commentatori che ci hanno così irresponsabilmente portato a questo tempo di terrorismo domestico, ma a lavorare per cambiare le loro  menti e quelle dei loro sostenitori – o se quelle menti questa sera sono troppo chiuse, o quelle menti questa sera sono state troppo poco toccate, o se quelle menti questa sera sono troppo trionfanti, di assicurarci attraverso mezzi pacifici che quei politici e commentatori e sostenitori non abbiamo più spazio nel nostro sistema di governo.

Se Sarah Palin, il cui sito web ha messo e ha oggi sfregato via i bersagli su 20 rappresentati del Congresso compresa Gabby Gifford, non ripudia la sua parte nell’amplificare la violenza e le immagini violente nella politica, deve essere dimessa dalla politica – deve venire ripudiata dai membri del suo stesso partito, e se mancano di farlo, ciascuno di loro deve essere giudicato per aver silenziosamente difeso questa tattica che oggi si è rivelata così terribilmente predittiva, e devono a loro volta essere dimessi dai membri responsabili del loro stesso partito.
Se Jesse Kelly, la cui campagna contro la parlamentare Giffords ha incluso un evento in cui lui incoraggiava i suoi sostenitori a unirsi a lui nell’usare i mitra, non lo ripudia, e non ammette che anche se è stato solo indirettamente, o solo coincidentalmente, ha contribuito alla nube nera di violenza che ha avviluppato la nostra politica, deve venire ripudiato dal partito repubblicano dell’Arizona.
Se il parlamentare Allen West, che durante la sua vincente campagna ha detto ai suoi sostenitori che avrebbero dovuto rendere il suo oppositore timoroso di uscire di casa, non ripudia quelle osservazioni e tutti gli altri suggerimenti di violenza e forzata paura, dovrebbe venir ripudiato dai suoi elettori e dalla dirigenza repubblicana del Congresso.
Se Sharon Angle, che ha parlato di “Soluzioni del Secondo Emendamento”, non ripudia quell’osservazione e spinge i suoi sostenitori a ripensare alla terribile realtà di quello che implicavano le sue parole, deve essere ripudiata dai suoi sostenitori in Nevada.
Se i leader del Tea Party che hanno preso fuori contesto una citazione di Jefferson sul sangue e la tirannia e l’albero della libertà non capiscono – non capiscono stasera, ora, che cosa questo veramente significa, e quei leader non dicono a coloro che li seguono di aborrire la violenza e tutte le minacce di violenza, allora quei leader del Tea Party devono essere ripudiati dal partito repubblicano.
Se Glenn Beck, che è lì a ossessionare quasi tanto stranamente come ha fatto il signor Loughner sull’oro e sul debito e che ha nostalgicamente scherzato riguardo all’uccidere Michael Moore, e Bill O’Reilly, che ha allegramente ripetuto “Tiller the Killer” finché la frase non si è impressa a fuoco nelle menti dei suoi spettatori, non cominciano le loro prossime trasmissioni con scuse solenni per essersi rivolti alle fantasie di morte e ai sogni di bagni di sangue, per aver fornito ossigeno a coloro che sono nel pieno della follia e per cui la violenza è una soluzione accettabile, allora quei commentatori e gli altri devono venir ripudiati dai loro spettatori, e da tutti i politici, e dagli sponsor e dai network che li impiegano.
E se quelli di noi che si considerano “a sinistra” pure non rinnovano il proprio impegno a essere vigili nell’eliminare tutti i nostri suggerimenti alla violenza – per quanto inavvertiti possano essere stati – allora anche noi meritiamo di venire ripudiati dai più sobri e pacifici fra i nostri politici e i nostri spettatori e i nostri network.

Qui, una volta, con una maldestra metafora, ho fatto una simile dichiarazione non intenzionale riguardo alla candidatura dell’allora-senatore Clinton. Suonava come se fosse una chiamata alla violenza fisica. È stato sbagliato, allora. È ancora più sbagliato questa sera. Mi scuso di nuovo per averlo fatto, e esorto i politici e i commentatori e i cittadini di ogni convinzione politica a usare il mio commento come mezzo per riconoscere l’insidiosità del linguaggio figurativo violento, che se può scivolare così facilmente nei commenti di uno tanto opposto alla violenza quanto me, quanto facilmente, quanto pervasivamente, quanto disastrosamente può scivolare in una mente già violenta o squilibrata?
Perché questa sera ci troviamo ad una degli incroci cliché della storia americana. Anche se il presunto terrorista Jared Lee Loughner stava semplicemente sparando nella folla politica perché voleva sparare in una folla politica, anche se fosse stato in qualche modo inconsapevole di chi c’era nella folla, nondimeno ci siamo costruiti per anni un momento come questo.
Supponiamo che i dettagli siano una coincidenza. La violenza non lo è. La retorica è degenerata ed è caduta al di là del brutto e al di là del minaccioso e al di là degli scenari di fantasia e fino al territorio dell’omicidio imminente.
Non torneremo agli anni 50 dell’Ottocento, quando un parlamentare a favore della schiavitù ha pestato a morte un senatore contrario alla schiavitù; quando un folle antischiavista ha tagliato a morte con una spada i sostenitori della schiavitù.
Non torneremo agli anni ’60, quando con la razionalizzazione di un insano desiderio di fama, o di odio, o di opposizione politica, un Presidente è stato assassinato e un ultra-conservatore che sarebbe diventato presidente è stato paralizzato, e un leader della pace è stato assassinato su una balconata.
Non lo faremo.
Perché questa sera, quello che la signora Palin e quello che il signor Kelly, e quello che il deputato West, e quello che la signora Angle, e quello che il signor Beck, e quello che il signor O’Reillly, e quello che voi e io dobbiamo capire, è che l’uomo che ha sparato oggi non ha sparato a una deputata democratica e ai suoi sostenitori.
Non era solo un folle incitato da migliaia di tentazioni quotidiane da uomini leggermente meno folli a fare cose che razionalmente non condonerebbero.
Ha sparato oggi alla nostra libertà e ai nostri diritti di vivere e di essere d’accordo o di essere in disaccordo in sicurezza e in libertà dalla paura che il nostro sostegno o opposizione ci costino la nostra vita e la nostra salute e il nostro senso di sicurezza. Il bersaglio potrebbe benissimo essere stato sulla migliora Palin, o sul signor Kelly, o su di voi, o me. Lo sbaglio, l’orrore, sarebbe stato – potrebbe ancora essere - altrettanto reale e altrettanto inaccettabile.
In un momento di tale urgenza e impatto, noi come americani – conservatori o liberal – dovremmo versare i nostri cuori e le nostre anime nella politica. Non dovremmo mai – nessuno di noi, non Gabby Giffords e nessun conservatore – dover versare il nostro sangue. E ogni politico e commentatore che accenna a qualcosa di diverso, o peggio sta ora zitto, non dovrebbe avere spazio nel nostro sistema politico, e gli dovrebbe venir negato quello spazio, non con la violenza, ma venendo evitato e ignorato.
È un impegno, è dritto al punto, ed è essenziale che ogni politico americano e commentatore e attivista e partigiano lo prenda e lo prenda ora, lo dico io per primo, e liberamente: la Violenza, o la minaccia di violenza, non ha spazio nella nostra Democrazia, e mi scuso e ripudio ogni atto e ogni cosa nel mio passato che possa anche inavvertitamente incoraggiato la violenza. Perché per qualunque altra cosa ciascuno di noi possa essere, siamo tutti americani.”