lunedì 30 marzo 2026

THE GILDED AGE: la terza stagione

Opulenta, suntuosa, una festa per gli occhi: è questo uno di piaceri di The Gilded Age (HBO, HBO Max) che ha confezionato una solida, appassionante terza stagione, in una certa misura anche favola per adulti, alla maniera in cui l’ideatore Julian Fellowes ci ha abituati con Downton Abbey, e con cliffhanger a fine puntate alla soap-opera maniera, ma anche con profondità storico-antropologica nel trattare alcune tematiche. I riferimenti culturali non mancano, il cast è sempre di prim’ordine e i costumi sono curatissimi, ispirati ad autentici abiti – come numerosi post mettono in luce (se veda qui, qui e qui, ad esempio). Per me è stata sicuramente la stagione più riuscita finora di quella che, non dimentichiamolo, è una serie ispirata a Edith Wharton. 

Quest’anno in particolare sotto i riflettori è finito l’istituto del matrimonio, che è stato il tema dominante. Il solido rapporto fra George (Morgan Spector) e Bertha Russell (Carrie Coon) si è incrinato per l’eccesso di zelo, diciamo così, da parte di lei nello spingere la figlia a sposare un uomo che non desiderava, sebbene il padre le avesse promesso che avrebbe potuto sposarsi per amore. Lui non la accusa di essere ambiziosa perché è un tratto che li accomuna e che lui apprezza, ma di farlo con gli affetti, mentre lui si limita ad esserlo solo in campo di affari. Cosa porta alla felicità in un rapporto di coppia? “La felicità è il sottoprodotto di una vita ben ordinata, come obiettivo è invariabilmente destinata a fallire” (3.01) dice Bertha alla figlia Gladys (Taissa Farmiga) che insiste sposi il duca di Buckingham (Ben Lamb). Lo fa per il prestigio e la posizione che ne ricava, ma le sue motivazioni sono più profonde di così. In una società che concepisce le donne solo in ottica matrimoniale, vede questo legame come lo strumento per la figlia per avere una voce, per avere un impatto nella società nel modo in cui desidera, per realizzarsi insomma, invece di cedere al romantico sentimento adolescenziale verso qualcuno che giudica per lei meno compatibile, invece di pensare a lungo termine. E in questo senso c’è meno cinismo di quando non lo si possa pensare nella società attuale. E forse la vera sorpresa è quando bene vada poi quel matrimonio, nonostante la ragazza fosse così recalcitrate da non sapere fino all’ultimo se sarebbe scesa dalla camera in cui si era barricata prima di sposarsi. Vederla felice e con una vera intesa con il marito è originale.

Marian (Louisa Jacobson), e la sua storia d’amore con Larry (Harry Richardson), sono un altro punto cruciale. Già in un paio di occasioni lei è arrivata vicina alle nozze, salvo poi non farne nulla. Questa volta vuole prendere le cose con calma. Anche perché poi è per sempre, nodo essenziale di tutte queste storie e vero commento sociale. Nella New York dell’epoca, sola ragione per ammettere il divorzio è provare l’infedeltà. Anche in quel caso, l’onta per una donna significa diventare un paria sociale, esclusa da ogni evento e attività. Nel mostrare l’ethos dell’epoca si illustra quanto difficile e importante sia stato poter ottenere un divorzio e come la disperazione di non venire più invitate alle feste non fosse solo la frivolezza di essere escluse da un divertimento, ma quello di venire nullificate socialmente, di diventare inesistenti per le persone che si sono sempre frequentate. Quindi non solo mores e decoro, ma quotidianità e identità. E non necessariamente questa conseguenza negativa è una tua “colpa”. Charlotte, la figlia di Mrs. Astor può esserne la causa, ma Aurora Fane (Kelli O’Hara) non vorrebbe affatto mettere fine al proprio matrimonio con Charles che pretende il divorzio perché la tradisce e costringe lei a chiederlo, dal momento che appunto solo il tradimento può giustificarlo.

Questi cambiamenti mettono in scena anche come si verifichi l’emergere di nuove voci nella cultura dominante, e di come cambino gli equilibri di potere: Bertha apre alle donne divorziate, contro il parere della signora Astor che avrebbe escluso anche la propria stessa figlia. Questi stravolgimenti li vendiamo anche altrove: la stagione si apre proprio con Ada (Cynthia Nixon) che all’interno delle mura domestiche inverte il proprio ruolo di dominanza con la sorella Agnes (Christine Baranksi), dopo che la morte del marito della prima l’ha lasciata ricca e gli affari andati male del nipote della seconda l’hanno lasciata senza un soldo. Come viene gestito fra loro e con la servitù, che non sa a chi deve dare retta, è foraggio per la narrazione. La possibile nuova mobilità sociale pure ne è un esempio. L'ambizione e il talento di Jack che ha inventato un nuovo orologio gli permette di guadagnare moltissimo denaro e fare una inaspettata scalata sociale che lascia di stucco la vecchia guardia e titubante lui stesso. Sono esempi concreti di come sia stato difficile e inevitabile scrollarsi di dosso certe rigidità sociali, nel nuovo mondo, non importa con quanta riluttanza le classi dominanti abbiano dovuto imparare a vedere che i propri privilegi potevano essere alla portata di tutti, a prescindere dal decantato lignaggio.

La posizione delle donne vuole essere diversa, e il dibattito e il supporto per il suffragio diventano importanti anche attraverso Peggy (Denée Benton), che riceve un incarico di scrittura a Filadelfia per intervistare Frances Watkins Harper, una suffragetta realmente esistita, che fa discorsi sull’argomento, dibattendo vari aspetti della questione. Già in passato la serie ha intrecciato personaggi di fantasia a uomini e donne realmente esistiti, come è stato in questa stagione anche con la presenza già in “Who is in charge here?” (“Chi comanda qui?”, 3.01) del pittore John Singer Sargent, chiamato a realizzare un ritratto di Gladys – si fa pure riferimento al suo celeberrimo Ritratto di Madame X, con la famosa storia della spallina, anche se francamente condivido la perplessità di chi ha notato che poi il dipinto che raffigura Gladys è stato realizzato su modello dell’olio del 1988 di Giovanni Boldini “Signorina Concha de Ossa”. Tornando a Peggy, è una donna ambiziosa e determinata e proprio questo suo essere tale da un lato affascina il giovane medico Dr. Kirkland (Jordan Donica), introdotto in questo arco, ma respinge la madre di lui (Phylicia Rashad, I Robinson). Vediamo qui bene, attraverso questa dinamica, come in qualche caso, le donne fossero poco d’aiuto per il proprio genere, anche rispetto a uomini illuminati. E in materia di snobismo, si è mostrato come anche l’elite nera, pur discriminata dai bianchi, non si risparmiasse di snobbare gli altri, in questo caso con di nuovo la madre di lui nei confronti dei genitori di lei (Audra McDonald e John Douglas Thompson), quando viene a scoprire che lui non molto tempo prima era stato uno schiavo.

Il lutto pure ha avuto un peso nella narrazione. Ada troppo precocemente vedova si rivolge alla sensitiva Madame Dashkova (Andrea Martin) sperando di contattare il defunto attraverso quelle sedute spiritiche che così di moda erano all’epoca. Capisce presto che ci si vuole approfittare del suo dolore. Meno fortunato è Oscar (Blake Ritson) che, in quanto gay, non può godere del privilegio di vedere il suo lutto per l’amore della sua vita riconosciuto pubblicamente. Il suo sodalizio con Mrs. Enid Winterton Turner (Kelley Curran) a fine stagione lascia intendere che ci saranno non pochi intrighi nella confermata prossima.

Condivido la posizione di Judy Berman su TIME che titola “The Gilded Age è semplicemente troppo britannica per amare il sogno americano” argomentando che “(c)iò che Fellowes non può tollerare sono i privilegiati che mancano della magnanimità che si addice al loro rango e, soprattutto, i domestici che non sono sufficientemente grati ai loro benevoli datori di lavoro. Se i Russell sono presentati come antieroi moralmente ambigui, allora uno degli unici veri cattivi della stagione è un membro del loro staff che fa trapelare informazioni sulla famiglia alla stampa. "I soldi sono soldi", dice questa presunta mostra quando viene catturata. Non ci si chiede mai se Bertha compensi adeguatamente i propri dipendenti, né si riesce a conoscere il colpevole abbastanza bene da capire il contesto del crimine. Dopo tre stagioni, The Gilded Age ha esplorato a malapena il suo enorme cast di personaggi della servitù. Come Downton, ha più simpatia - e curiosità - per gli aristocratici che cercano disperatamente di mantenere una fortuna che non hanno guadagnato che per i lavoratori la cui ricerca della felicità è sancita dai documenti fondanti dell'America”. Fascino per lo sfarzo e il buon cuore, non denuncia di iniquità sociali e pretese di giustizia, perciò, per quanto non è del tutto corretto nel caso dei Russell dire che non se la sono guadagnata, almeno in una certa misura. Frivolezze e serietà, forse un po’ come nella vita, si miscelano con brio in questa serie. Gustosa, se si ama il genere e si hanno le adeguate aspettative.

sabato 14 marzo 2026

INDUSTRY stagione 4: una nuova fase

Dopo una fenomenale terza stagione (ne ho parlato qui), Industry è entrata in una nuova fase. La banca d'investimenti londinese Pierpoint, intorno a cui ruotavano le vicende, è stata acquisita da un'altra società e, pur venendo ancora citata, tutti i personaggi che vi gravitavano hanno trovato nuove strade. Robert (Harry Lawtey) è l’unico del cast che non compare più. Ha senso, ma è un peccato a mio avviso, per il fatto che era l’outsider in uno mondo di ricchi per ricchi, con un rimasuglio di fibra morale che controbilanciava l’arrivismo da squali e il successo economico a tutti i costi che è la nota dominante.

Le prime tre stagioni le avevo seguite in originale senza sottotitoli, questa è la prima volta che l’ho seguito con il doppiaggio italiano. Mi ero illusa di capire di più, ma non è stato così: rimane l’indecifrabile (per me) distacco dovuto dal gergo finanziario. E per il resto il programma continua ad essere feroce, spietato, disperato, intenso, corrosivo, cinico, brutale, amorale. Sempre più dark. Si è fatto ancora più drammaticamente aggressivo, di una crudeltà rivestita di elegante ma algida forma, sessualmente predatoria, con personaggi autodistruttivi… Gli ideatori Mickey Down e Konrad Kay hanno dichiarato che sono stati influenzati in questo arco da thriller erotici e di cospirazione ed in particolare dalla pellicola “Michael Clayton”.

Non c’è spazio per l’empatia in questo mondo, per la sensibilità, la considerazione umana, se non in qualche sprazzo in cui emergono vulnerabilità che sono solo possibili armi che possono essere usate contro di te in un secondo momento. Essere ingenui qui significa essere schiacciati senza pietà. L’anello debole, quello di cui vediamo la ferita aperta è Sir Henry Muck (Kit Harington), ora marito di Yasmin (Marisa Abela), miliardario depresso, apatico, svogliato, che si considera un impostore perché ha vari fallimenti all’attivo e per questo è insicuro a dispetto della propria posizione. Si esordisce proprio con un episodio pieno di oscurità e solitudine, nel giorno del suo quarantesimo compleanno. È una puntata in cui si citano Turner e Nietzsche, ma che narrativamente ricorda Dickens e Shakespeare, l’Amleto tormentato dal fantasma del padre in particolare, e dove Yasmin, che si sente “una spettatrice e una badante” cerca di costruire il suo nuovo ruolo come moglie, coinvolgendo anche in camera da letto l’assistente Hayley Clay (Kiernan Shipka, che chiaramente non è più la bambina di quando recitava in Mad Men nel ruolo della figlia di Don Draper).

Nuovo fulcro delle vicende economiche è una compagnia di processione di pagamenti chiamata Tender, co-fondata dal CEO presto defenestrato Jonah Atterbury (Kal Penn) e dal magnate della tecnologia Whitney Halberstram (un sempre affascinante Max Minghella, ora libero dal suo ruolo ne The Handmaid’s Tale), che presto instaura una forte intesse personale con Henry, un uomo che si trova in situazioni che non è in grado di gestire, invischiato sempre più in sabbie mobili che lo trascinano a fondo. Si flirta con l’erotismo fra i due anche, si guarda il fondo del precipizio del vuoto costruito da Whitney che nasconde frode, appropriazione indebita, manipolazione, e ricatti che emergono un poco alla volta. Appassionante e spaventoso.  

Per fare solo un piccolo esempio con un dettaglio, a dimostrazione di quanto detto nel secondo paragrafo, la Tender vorrebbe una fusione con una banca austriaca a conduzione familiare, ed Henry e Yasmin vengono ospitati nella residenza della famiglia  Bauer. La matriarca assegna loro una stanza con cimeli a loro cari. “Habseligkeiten” è il titolo della puntata, che sono in italiano quelle proprietà e beni personali che hanno un valore affettivo. Si ritorna su uno di quegli oggetti: è un quadro dipinto da Hitler. Questo è uno di quei dettagli, minori volendo, di Industry che rendono ancora più micidiale quello che viene raccontato. Sulle idee di quella famiglia nazista si torna, anche con linguaggi velati, ma il cui senso è evidente.

Harper (Myha'la) apre una attività tutta sua e invita Eric (Ken Leung), ora in pensione, a unirsi a lei come suo partner, fondando la SternTao, e assume anche la brillante Sweetpea (Miriam Petche) e il trader Kwabena (Toheeb Jimoh, Ted Lasso). Il rapporto fra Eric e Harper, quasi padre-figlia, rimane uno dei legami più intensi, sfumati e complessi dell’intera serie. Il lutto di Harper, la terrificante situazione in cui, in fondo suo malgrado, si ritrova Eric nella pazzesca “Dear Henry” (4.06), e la sua successiva scelta che testimonia il suo carattere morale nonostante tutto, lasciano senza fiato.

Dal canto suo Rishi precipita sempre più in basso: la suocera si prende il completo affido del figlio a cui cambia il cognome, e sotto l’effetto di cocaina e altre sostanze…beh, diciamo che non ho usato la parola “precipita” a caso (4.04). L’intersecarsi con aristocrazia e la politica  - fra i tanti volti famosi che si uniscono in questa stagione abbiamo anche Chloe Pirrie (Dept. Q) nel ruolo della Segretaria di Stato e la parlamentare Jenny (Amy James-Kelly) - sono sempre state parte della narrazione. Anche i media in questo arco hanno una prevalenza maggiore, oltre allo zio di Harry, con il giornalista Dycker (Charlie Heaton, Stranger Things) che cerca di indagare su quelli che ritiene comportamenti scorretti da parte della Tender, in particolare sospettata di riciclaggio di pagamenti illegali legati a pornografia e gioco d’azzardo provenienti dall’Africa, informazioni che sono utili ad Harper e i suoi, che cercano di affossarla per guadagnarci. Harper e Yasmin, per sempre frenemy, si trovano l’una contro l’altra. “All’ultimo sangue” (4.06).

Si riflette sul capitalismo (e si parla anche di accelerazionismo), sulla ricchezza (“come travestimento per il nostro essere più vero e più probabile” – 4.06), su lavoro. Osserva The Conversation: “Industry era, e rimane, uno spettacolo su come il lavoro sia diventato più di un semplice luogo di attività economica. Per alcune persone, il lavoro è l'arena principale in cui viene assegnato o revocato il valore di sé. In questo contesto, l'ambizione si trasforma in un'ossessione patologica e il contratto di lavoro contiene una logica faustiana in cui la totale sottomissione al lavoro sarà ricompensata con "di più": più soldi, più potere, più vita”. E se già si poteva pensare durante la stagione precedente, gli echi del caso Epstein si fanno sentire forti e chiari. L’evoluzione o forse l’involuzione di Yasmin in una novella Ghislaine Maxwell fa paura e allo stesso tempo non si può non provare pena per lei. La sua auto-giustificazione morale nel vedere il mondo non come sfruttamento o opportunità, ma entrambe le cose, agghiaccia Harper. Alison Herman, critica TV a Variety ben osserva, come riportato da BBC Culture, che “questi personaggi hanno ormai superato i trent'anni e invece di avere a che fare con capi terribili in un ambiente di lavoro tossico, sono loro stessi capi che contribuiscono a perpetuare la stessa cultura abusante e sfruttatrice”. Duro.

Industry è stata rinnovata per una quinta e ultima stagione.