mercoledì 18 marzo 2020

THE MANDALORIAN: "Star Wars" allarga il franchise


Ammetto che la sola vera ragione per guardare The Mandalorian per me è l’adorabile coccolosissimo personaggio che ha finito per essere conosciuto come Baby Yoda, in realtà ufficialmente “the child”, il bambino – o la bambina, di per sé. Sono stata attenta al pronome, e la serie per alcune puntate si è mantenuta sul neutro “it”, cosa che mi ha fatto spesare potesse essere una femmina, usando però in seguito “he” cosa che quindi fa ritenere che sia un maschio. Già è prevista una pletora di giocattoli e gadget con il tenero personaggio e già li voglio, segno che hanno saputo fare il loro gioco molto bene, tanto più considerato anche che sono una spettatrice che ha quasi l’età di Baby Yoda, ovvero 50 anni; immaginarsi il successo con i più giovani. 

Afferente al franchise di Star Wars, e in effetti conosciuta anche come Star Wars: The Mandalorian, questa creazione di Jon Favreau per la neonata Disney+ (in Italia a partire dal 24 marzo 2020) è ambientata cinque anni dopo le vicende de Il Ritorno dello Jedi e 25 anni prima de Il Risveglio della Forza, leggo online per quelli per cui questi riferimenti hanno un senso. Non per me, ammetto, che ho visto Guerre Stellari quando è uscito, e questo è quanto. Sicuramente a conoscere la mitologia della saga, ci si gode tutto di più, ma posso confermare, da ignorante, che si riesce a seguire tutto benissimo anche ignorandola.

Protagonista è un cacciatore di taglie mandaloriano, chiamato Mando (Pedro Pascal), ovvero un appartenente a un popolo guerriero in cui da piccolo è stato adottato dopo aver perso i propri genitori. Secondo il loro credo, devono indossare sempre, e togliere davanti a nessuno, un elmo che nasconde il loro volto (durate la prima stagione noi stessi lo vediamo una sola volta), perché “this is the way” (“questa è la via” letteralmente, o “questo è il modo”, non ho idea al momento del mio scrivere di come verrà tradotto), come recita il loro motto. Con le ricompense che guadagna cerca di forgiare una nuova armatura.

Uno dei primi incarichi che Mando riceve dal Cliente (Werner Herzog) è proprio quella di portargli quello che si scopre essere il Bambino, questa creatura verde con grandi occhi e orecchie che emette suoni strani e che tanti scambiano per un animaletto domestico, con tanto di futuristica culletta volante, apparentemente inerme, ma già in grado di usare la Forza che gli permette di avere notevoli poteri. Nel timore che il piccolo possa fare una brutta fine, contro le regole, il Mandaloriano lo prende e protegge portandolo con sé. Ne diventa così una sorta di padre affidatario. L’obiettivo è quello di riportarlo alla sua gente.

Ricchissimo di una mitologia che fa evidentemente riferimento a un canone già molto ampio e definito, questo space western non può contare su chissà che dialoghi o approfondimenti psicologici, ma su tanta azione e avventura. C’è il fondo metaforico di bene e male su cui regge l’impalcatura, c’è un rinnovo della tradizione dello stoico eroe solitario, qui umanizzato e addolcito da una volontaria paternità (presumibilmente un tema già caro in altri "capitoli" delle vicende), il codice d’onore di una cultura di appartenenza, i parallelismi fra la vita del protagonista e del suo protetto, lealtà e sacrificio, guerra…le storie sono di una semplicità disarmante, e diverse puntate, fatte di sparatorie, agguati e scontri, non elicitano chissà quali riflessioni. Forse sono troppo poco imbevuta delle finezze della storia madre per vederle io qui. Né la narrazione, né l’aspetto visuale mi incoraggiano a rivisitare la serie oltre la prima stagione, che è comunque spensieratamente gradevole se accedo alla pre-adolescente che è in me. Sul successo di pubblico non ho dubbi, in ogni caso.  

Affascinanti i titoli di coda, che riprendono le vicende della puntata e le ripropongono in modalità fumetto.

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