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martedì 18 agosto 2015

JANE THE VIRGIN: ero partita prevenuta, mi ha conquistata


Ero partita prevenuta nei confronti di Jane the Virgin, e per ragioni ideologiche. La premessa che dà il via alle vicende è che la protagonista, Jane Gloriana Villanueva (Gina Rodriguez) – e chi segue sa come il nome intero venga ripreso spesso nella serie, nei flashback che la mostrano negli anni della crescita –, pur essendo vergine, rimane accidentalmente incinta in occasione di un pap test, quando per errore le viene impiantato lo sperma di Rafael Solano (Justin Baldoni), affascinante proprietario dell’hotel in cui Jane lavora. La serie, che la vincola alla maternità senza concederle il piacere o almeno l’esperienza fisica che vi ci conduce, insiste molto sullo stato dell’imene della protagonista mostrando come la nonna, Alba (Ivonne Coll, Switched at Birth), da bambina le aveva fatto tenere fra le mani un fiore e glielo aveva fatto stringere in modo da rovinarlo e farle capire che era una cosa che non poteva disfare: lo stesso le sarebbe capitato nel momento in cui avesse perso la sua verginità. Trovo questo genere di modo di pensare davvero insultante e degradante per le donne, un’ideologia primitiva che perpetua l’idea che la virtù delle donne e il loro agire morale stia solo in mezzo alle gambe e le costringe a negare una sana e gioiosa sessualità per nessuna fondata, valida ragione.

La serie continua almeno in parte secondo me a trasmettere quest’idea. La nonna, da fervente cattolica, può ben criticare le eventuali scelte della figlia Xiomara (Andrea Navedo, Sentieri) e della nipote Jane; tante persone la pensano così ed è giusto che vadano rappresentate nella loro umanità. Quello che non mi piace, proprio da un punto di vista ideologico, è che le sue discendenti sottostiano a una visione tanto immorale senza protestare. Anzi, a un certo punto delle vicende, Xiomara, una donna adulta con una figlia adulta, credendo la madre sul punto di morte, decide di rinunciare al sesso con l’uomo che ama e padre di sua figlia, come “fioretto” per salvare la vita della madre, e lei, che in realtà dal coma si è risvegliata, finge che sia così per evitare che la figlia compia quel passo. Davvero tragico e umiliante. E mi chiedo se avrebbe fatto lo stesso se avesse avuto un figlio maschio. A onor del vero, gli autori irridono anche un po’ la questione nel momento in cui nella scuola cattolica dove Jane per un periodo insegna, le suore fanno girare delle medagliette con la sua immagine, visto che torna loro comodo, e vista la processione di coppie che non riescono ad aver figli che corrono ad abbracciarla sperando che porti loro bene. E Jane è una giovane donna brillante, intelligente, determinata, che sceglie con consapevolezza che cosa fare, e questo fa sì che alla fine si possa e si debba rispettare la sua scelta qualunque essa sia rispetto a che uso fa della propria sessualità. In partenza in ogni caso non intendevo seguire la serie.  

Un pilot però non si nega a nessuno e l’ho guardato. Il telefilm, che è basato sulla telenovela venezuelana Juana la Virgen di Perla Farías ed è stato sviluppato in questa versione da Jennie Snyder Urman, è stato frizzante e gradevole, sulla linea un po’ di quella che era stata Ugly Betty, nella misura in cui ha una protagonista ispanica che riprende il ruolo di una telenovela per contemporaneamente usarne con cognizione di causa gli schemi narrativi e con scaltrezza anche irriderli. Qui lo si fa con maggiore affetto nei confronti del genere di quanto non avvenisse lì. Anche il pilot però alla fine non mi è stato sufficiente: avevo deciso di non seguire comunque le vicende. A fine anno però la gran parte dei critici televisivi ha giudicato Jane the Virgin una delle migliori serie che hanno debuttato nel 2014. È così che mi sono decisa a darle una vera  chance cercando di superare l’ostilità iniziale. Dopotutto, l’esordio non mi era dispiaciuto. Ebbene, mi sono dovuta ricredere e la serie mi ha conquistato completamente, sapendo essere profonda, leggera, arguta, spassosa, appassionata, autoironica, bizzarra…

Gran parte del merito va a Gina Rodriguez, una espressiva bellezza della porta accanto, e una forza della natura nella recitazione, completamente convincente, che ti fa piangere le sue lacrime, ridere e ballare dei suoi successi, tenere per le sue aspirazioni di diventare una scrittrice. Si è ben meritata per questo ruolo il Golden Globe come migliore attrice in una comedy. Ma tanto lo si deve alla sceneggiatura. C’è la suspense di numerosi colpi di scena, certo spesso incredibili, ma non per questo meno convincenti. Il suo cuore lo fa battere con momenti di puro romanticismo senza vergogna , con autentici problemi di coppia, e con un sapiente equilibrio fra tropi delle telenovele e loro de-costruzione. Ti trovi davvero a non sapere se tenere per l’amore fra Jane e Rafael o per Jane e Michael, il poliziotto con cui stava quando poi ha scoperto di essere incinta di Rafael, un giovane uomo che la ama e le è sempre stato vicino. O ti preoccupi se Petra (Yael Grobglas), l’ex-moglie di Rafael, perennemente occasione di intrighi di ogni tipo, gli si avvicina troppo. Il rapporto multi generazionale fra nonna-figlia-niponte, Alba-Xiomara-Jane, è reale e prezioso, fatto di rispetto e discussioni e amore reciproco, e raramente si è visto un rapporto fra donne della stessa famiglia così ben costruito. Ci si relaziona.

La serie non si prende troppo sul serio, anzi, è un vero e proprio tripudio di commenti metatestuali e di complice irrisione dei propri meccanismi e stili. Ricorre anche all’intertestualità verticale (il riferimento esplicito ad altri testi cioè), in modo diretto (come quando è stata citata la soap Passions) o indiretto, contando sulla conoscenza degli spettatori (come è stato ad esempio in 1.15, quando presentando gli eventi dalla prospettiva di lei e di lui nel momento in cui Rafael fa la proposta di matrimonio a Jane, e dicendo che si vuole ricordare una serie della TV via cavo, non si può non capire che il riferimento è a The Affair).   

Dal punto di vista umoristico due aspetti brillano. Il padre di Jane, innamorato di Xiomara, si scopre essere il popolarissimo attore di telenovelas Rogelio della Vega (Jaime Camil): iper-egocentrico e vanesio, si ride al solo vederlo. È carico ed esagerato e allo stesso tempo è animato da una tale genuino e innocente desiderio di far bene ed essere apprezzato che non si può non finire per adorarlo sul serio. E poi quello che è il vero colpo da maestri è il narratore che parla in voice-over (in originale Anthony Mendez) e le scritte in sovrimpressione che commentano gli eventi con un misto di partecipazione e compiaciuta onniscienza ricordando agli spettatori la backstory non solo senza annoiarli, ma anzi rendendola un’occasione per condividere con il pubblico la consapevolezza sull’estetica finzionale di quello a cui si sta assistendo, strizzando anche l’occhio alla modalità social di fruizione dei programmi.

Ora, da vera convertita, voglio fare proselitismo: guardatevi Jane the Virgin, non ve ne pentirete.     

giovedì 20 dicembre 2012

EMILY OWENS, M.D.: 13 puntate anche troppe

 
Emily Owens, MD non tornerà dopo le 13 puntate previste. Meglio così. Questa serie ideata da Jennie Snyder Urman, una sorta di Ally McBeal incontra Grey’s Anatomy, aveva anche qualche pagliuzza dorata qui e lì, ma il più delle volte era di un’ingenuità imbarazzante. A momenti ti dici che in fondo potresti anche seguirla, il momento dopo c’è una scena che ti fa cadere le braccia. Quello che l’ha tenuta a galla è stata ala recitazione di Mamie Gunner (Off the Map), la Emily del titolo, che un po’ tutti si ritrovano a dire che nonostante la pesante eredità della genitrice (è la figlia di Meryl Streep) è una brava attrice di suo: suppongo sia lo scotto da pagare quando si è imparentati con una simile leggenda.
La serie segue le vicende di questa neodottoressa che arriva come interna per il suo primo anno al Denver Memorial Hospital, ed è la classica eroina televisiva molto brava nel suo lavoro, ma pessima quando si tratta delle propria vita personale, e la premessa è che in fondo gli ospedali, e la vita, sono un po’ come il liceo: ci sono i ragazzi popolari, gli sportivi, i clown, gli sfigati… ed Emily appartiene a quest’ultima categoria. Deve lavorare accanto al fascinoso Will Collins (Justin Hartley), per cui ha una cotta, che lui non corrisponde; fra le corsie re-incontra la sua nemica delle scuole superiori, Cassandra Koperlson (Aja Naomi King), che subito la punzecchia e con la quale ancora c’è cattivo sangue; fa però presto amicizia con Tyra Dupre (Kelly McCreaty) che è figlia del capo dell’ospedale, è lesbica, ma non vuole farlo sapere al padre; a tenerla in riga c’è l’esigentissima dottoressa Bandari (Nectar Zadegan); può però contare sull’ala protettrice del responsabile degli interni, il dottor Micah Barnes (Michael Rady), che ha la madre molto malata.
L’idea che in fondo, non importa quanto diventiamo adulti, non ci sentiamo mai veramente del tutto tali, è anche abbastanza originale e con un fondo di verità, peccato che poi si scivoli in situazioni risibili, tipo la protagonista che segue i consigli sentimentali di una dodicenne sua paziente appena conosciuta. Tredici puntate sono anche troppe.