È
vagamente onirico e fortemente destabilizzante The Young Pope, la serie scritta e diretta da Paolo Sorrentino (una
co-produzione internazionale in Italia andata in onda su Sky Atlantic nel 2016).
Lenny Belardo (Jude Law)
è il primo americano eletto al soglio pontificio con il nome di Pio XIII: è
giovane, bello, prestante, apparentemente mite, ma megalomane; e non crede in
Dio, pur pregandolo con un tono che è più di pretesa che altro. Lo hanno scelto
conoscendolo poco, pensando di poterlo facilmente manipolare, e lui invece si
rivela presto un ultraconservatore dittatoriale, che rifugge da qualunque
attenzione pubblica (non vuole farsi fotografare né vedere), adotta una linea
intransigente e viene percepito come una via di mezzo fra un pazzo esaltato e
un santo. Suo mentore è il cardinale Michael Spencer (un James Cromwell che,
come sempre, è in grado di incutere terrore come pochi), un religioso che
aspirava lui stesso al ruolo di capo delle chiesa cattolica e che è adirato di
non esserlo. A consigliare Lenny, e a istruirlo sui meccanismi dello Stato
Vaticano c’è il potente cardinale Angelo Voiello (un convincente Silvio
Orlando, che è gustoso sentire recitare in inglese), Segretario di Stato della
Santa Sede. Non gli sfuggono le finezze diplomatiche per ottenere ciò che
vuole, ma si rivela presto anche molto umano. Dopo un iniziale scontro di
venute, Sofia Dubois (Cécile de France), responsabile del marketing e della comunicazione,
riesce a cogliere lo spirito del neopapa. Ad ascoltarne le confessioni è don
Tommaso (Marcello Romolo), mentre a monsignor Bernardo Gutierrez (Javier Cámara)
viene affidato il compito di indagare sui casi di pedofilia.
Lenny, abbandonato in
orfanatrofio da piccolo e cresciuto dalle suore, viene accompagnato nel suo nuovo
ruolo dalla religiosa che da bimbo ha finito per diventare per lui una figura
materna, suor Mary (Diane Keaton, nell’unico ruolo femminile davvero corposo
della serie), e presto chiama a sé come prefetto per la Congregazione per il
Clero anche il suo più caro amico d’infanzia, il cardinal Dussolier (Scott
Shepherd). Pio XIII si interessa della sorte di Esther (Ludvine Sagnier) moglie di una guardia svizzera, che agogna di
diventare madre nonostante sia sterile.
La serie, che si muove
per evanescenti suggestioni, è spiazzante fin dall’esordio: dal pilot si esce
con un’idea di papa che poi è diversa per come si costruisce nelle puntate
successive, facendo fare al pubblico lo stesso percorso dei cardinali, ovvero
lasciando l’impressione di aver riposto la propria fiducia sulla base di una
prima impressione che si dimostra in seguito erronea. Si indaga innanzitutto la
figura di un uomo potente, al vertice di una macchina che pende dalle sue
labbra e che è a lui completamente sottomessa, e dell’esaltazione e dei rischi
che questo genere di ruolo può provocare. Non ci si tira indietro intimoriti
dai vizi di uomini (e donne) e dai peccati della chiesa, alcuni tali per le
regole che la chiesa si autoimpone: menzogne, abuso di sostanze, relazioni
sessuali di ogni genere e tipo, arroganza, violenze…
La solitudine è un elemento
catalizzatore di molta della realtà dello schermo. Lenny è ossessionato dal
fatto di essere stato abbandonato dai propri genitori, e il fatto di essere
inarrivabile come pontefice amplifica questa sensazione. Gli altri personaggi
(Voiello, Mary e Dussolier in particolare) pure riflettono molto sulle proprie
scelte e quello che comporta in termini di rapporti umani. L’amore è anche un
tema forte.
Il confine fra potere, macchinazioni
politiche e ideali è sempre presente, così come la riflessione su quali valori
la società attuale sia disposta ad accettare e che cosa susciti interesse, ed
eliciti mistero e devozione. Speculazioni filosofiche impregnano tutto il
tessuto narrativo ed è anche illuminante osservare la modalità in cui certe
discussioni vengono portate avanti. Quando verso la fine della stagione Lenny e
il cardinale Spencer trattano il tema dell’aborto, il loro ping-ping verbale è
fatto di citazioni alle scritture e alla tradizione: le donne e le loro vite
sono irrilevanti, inascoltate.
La regia è un tutt’uno
con la sceneggiatura, ne compartecipa lo spirito - e se il primo ruolo è sempre e solo di
Sorrentino, il secondo lo condivide con altri autori – con il personaggio
principale molto spesso inquadrato solo dalla vita in su, a dare l’impressione
che si innalzi e troneggi (con una tecnica che pare sia stata ereditata da
Spike Lee).
La sigla vede il protagonista incedere
diretto con sullo sfondo una serie di quadri della traduzione cattolica - qui
quali sono - che “si animano” al
passaggio della stella cometa che li attraversa. Si chiude con Pio XIII che si
gira verso la telecamera facendo un occhiolino e, mentre lui esce di scena,
quella “stella cadente” diventa un meteorite che colpisce una statua di
Giovanni Paolo II (citazione di un’opera di Cattelan che questo mostra). È a
un tempo simbolica (una camminata attraverso secoli di storia della chiesa) e irriverente.
Inevitabile, in un certo
qual modo, la conclusione. È prevista una seconda stagione.
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