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lunedì 15 febbraio 2021

JOSS WHEDON: #IstandwithCharisma

 

Nei giorni scorsi è scoppiata una bomba nel mondo della televisione: su Joss Whedon (Buffy, Angel, Dollhouse, Firefly), uno degli autori più amati, stimati, studiati, riveriti e ammirati, non solo perché considerato un autentico genio nel suo lavoro, ma perché un modello di comportamento e un femminista che si batteva per l’uguaglianza di genere e il rispetto delle donne, si sono riversate accuse che ne fanno crollare il mito. Ed era un tale faro all’interno della comunità che tanti stanno soffrendo di queste rivelazioni. Sono stata indecisa se affrontare la questione perché mi occupo di serie, in linea di massima, e non di altre questioni, ma in passato io stessa ne ho parlato e l’ho lodato qui sul mio blog (qui e qui), e per questo ho deciso di almeno accennare a quanto sta succedendo.

La Warner Brothers stava già investigando sul presunto comportamento abusante di Whedon dopo le accuse mosse nei suoi confronti da Ray Fisher, l’attore di Cyborg nel film Justice League. Nei giorni scorsi Charisma Carpenter, che interpretava Cordelia Chase in Buffy ed Angel, è intervenuta con un tweet intitolato “la mia verità” (si legga qui)  in cui accusa lo sceneggiatore di gravi comportamenti di cui dice di riportare conseguenze fisiche croniche tutt’ora, di aver creato sul set un’ambiente tossico e ostile, e se in passato non ha avuto il coraggio di parlare, ora non si sente più di rimanere in silenzio. Non ha usato mezzi termini nell’affermare che il vampiro era lui.

Si è aperto un vaso di pandora, con ulteriori accuse, da parte di altri attori – Michelle Trachtenberg, che interpretava Dawn in Buffy, allora minorenne, ha dichiarato che in seguito ad un “incidente” era vietato a Whedon di essere in camerino da solo con lei (si legga qui) e sceneggiatori – Jose Molina in un tweet scrive che “casualmente crudele” era il modo perfetto per descrivere l’autore e di come trovasse divertenti le cattiverie. Numerosi altri hanno o corroborato le accuse, o comunque dato il proprio sostegno alle vittime (a partire da Sarah Michelle Gellar, l’attrice di Buffy), anche lì dove non hanno vissuto l’esperienza in prima persona o magari non se ne sono nemmeno accorti (è il caso di Anthony Head, che interpretava Giles). 

Naturalmente uno è innocente fino a prova contraria, ma qui diciamo che le accuse sono pesanti e numerose e la gente sta credendo – io stessa credo – alle voci delle vittime che hanno molto da perdere e nulla da guadagnare. Whedon da parte sua non ha rilasciato dichiarazioni in proposito. Queste accuse non arrivano nemmeno del tutto inaspettate, dato che in passato anche la moglie dell’autore aveva dichiarato che Joss non era chi voleva far credere di essere. Gli spettatori non potevano sapere, o in una certa misura, accecati dalla sua figura, forse hanno preferito non vedere.  

I fan di Joss sono stati traditi ferocemente. Whedon ha creato intorno alla propria immagine e ai valori che propugnava un vero e proprio brand. L’ipocrisia perciò fa bruciare ancora di più la delusione. Io stessa che ho pubblicato su Slayage il mio primo saggio e che su Facebook faccio parte del gruppo della Whendon Studies Association, che al mio scrivere sta valutando di cambiare nome, non posso negare di essermi sentita veramente molto triste nell’ascoltare così tante accuse rivolte a questo autore, nonostante sia anni che non lo “frequenti” nei suoi testi.  

Ed è inevitabile che, come recentemente è capitato ad un’altra amata icona del piccolo schermo, il comico Louis CK, le sue opere vengano ora lette in una certa misura non più come una denuncia del marcio della società, ma come una confessione di comportamenti da lui stesso messi in atto. Dollhouse, in questa prospettiva, risuonerà in particolare. Queste vicende riaprono un dibattito, in qualche caso secolare, sulla necessità e l’opportunità di distinguere autore da opera, su come gestire personalità umanamente problematiche di fronte a un loro contributo intellettuale apprezzabile, sul senso dell’autorialità, sul #metoo… e altre questioni ancora.

Invito a leggere una buona sintesi e riflessione scritta da Jason Winslade, che condivido nel suo spirito: qui. La sola cosa sui cui mi sento di puntualizzare è che non credo che dovremmo promuovere la "cultura dell'annullamento" ma indubbiamente la "cultura della responsabilità". Dopo tutto, se abbracciamo veramente il senso di Buffy come ideale e nella sua eredità spirituale, nonostante gli errori fatali dal suo stesso ideatore, siamo noi come persone ad avere la forza di uccidere demoni e mostri, non importa la forma e l'aspetto che hanno. Se il comportamento di Whedon è stato mostruoso, ognuno di noi è il prescelto e ergersi contro di esso, ognuno di noi ha il dovere di denunciare.

Riguardava Louis CK ed altri, anche perché è stato scritto ben prima, ma rispetto a questi temi consiglio, se non l'avete già letto, il saggio “Confessioni di uno scudo umano” che Emily Nussabaum   che riconosce in Buffy il suo programma TV formativo, che è quello che l’ha fatta diventare una critica televisiva, e pure ha espresso delusione alle notizie - qui ha scritto nel suo libro "Mi piace guardare". È una delle riflessioni più complesse e illuminanti su queste tematiche in generale che abbia mai letto.

Credo che sia importante riflettere su questi temi, perché è così che una società e ciascun essere umano migliorano. E se giudicare l’uomo non sta a noi, condannare certi comportamenti è essenziale. Sono dispiaciuta per le vittime e deploro gli abusi, e in questa prospettiva mi sento di dire che #IstandwithCharisma.   

venerdì 15 ottobre 2010

ANGEL: la quinta stagione


La quinta è stata l’ultima stagione di Angel – è appena andata in onda su Rai4 (ore 12.25), dove ora lo hanno ripreso dalla prima stagione (ore 9.20). La TV generalista dal canto suo ha semplicemente spesso di trasmetterlo. Complessivamente il telefilm non è mai all’altezza di Buffy, di cui è lo spin-off, ma è sempre efficace nel suo obiettivo primario: ridefinire il concetto e significato dell’essere un eroe, un paladino della giustizia, un champion, come dicono in inglese. A questo proposito la puntata 5.14 (intitolata “Smile Time”), in cui Angel (David Boreanaz) viene trasformato in un pupazzo, emerge come una delle più memorabili dell’intera serie e ci ricorda come la sceneggiatura di Joss Whedon sia in una classe a sé. Questa urgenza tematica si mescola alle tante che sono da sempre state care alla serie, come il significato e il confine fra bene e male, il senso di colpa, il sacrificio, l’espiazione, la redenzione, il perdono, il potere… Battaglie, amicizia e umorismo. La quarta stagione era terminata con un mirabile colpo di scena: Angel aveva accettato di dirigere la sede di Los Angeles della Wolfram & Hart, gli “avvocati del male”, a patto che si cancellasse in suo figlio ogni ricordo della sua vita passata e gli si desse una nuova vita e famiglia felice. Angel, con Wesley (Alexis Denisof), Charles (J. August Richards) e Fred (Amy Acker), pure loro dimentichi di quanto è accaduto nell’anno precedente, si trasferisce nella nuova sede, con ciò che comporta operare per il bene in un luogo tanto moralmente compromesso. Questa quinta stagione  - il cui tema di fondo nell’ottica dell’ultima puntata sembra essere il fatto che la vita è una guerra continua e non importa sconfiggere il mare, perché forse non ci si riuscirà mai, ma importa impegnarsi a combatterlo – è stata di alti e bassi, diseguale e priva di una visione a lungo termine. Il ritorno di Spike (James Masters), dapprima come fantasma, ha assicurato un po’ di umorismo, ma quello di Harmony (Mercedes McNab) è stato un po’ sprecato; i ritorni di Cordelia, Connor, Andrew, Darla, Drucilla, Lindsay, anche quando fugaci, sono state un bel tocco, ma il più delle volte sono stati fuochi di paglia; il flash di Buffy nella terz’ultima puntata ce l’ha mostrata a Roma, ma che pena vedere la rappresentazione del nostro paese bloccata a 50 anni fa; l’apparizione di Illyria (Amy Acker) ci ricorda che nulla mai si può dare per scontato e che questo è un telefilm che, se serve a creare una storia potente, non ha il timore di sacrificare i propri personaggi, cosa che accade fino all’ultimo. Ci sono momenti memorabili, ma la stagione delude e in chiusura si condivide la tristezza con cui esce di scena Lorne (lo scomparso Andy Hallett).