lunedì 30 marzo 2026

THE GILDED AGE: la terza stagione

Opulenta, suntuosa, una festa per gli occhi: è questo uno di piaceri di The Gilded Age (HBO, HBO Max) che ha confezionato una solida, appassionante terza stagione, in una certa misura anche favola per adulti, alla maniera in cui l’ideatore Julian Fellowes ci ha abituati con Downton Abbey, e con cliffhanger a fine puntate alla soap-opera maniera, ma anche con profondità storico-antropologica nel trattare alcune tematiche. I riferimenti culturali non mancano, il cast è sempre di prim’ordine e i costumi sono curatissimi, ispirati ad autentici abiti – come numerosi post mettono in luce (se veda qui, qui e qui, ad esempio). Per me è stata sicuramente la stagione più riuscita finora di quella che, non dimentichiamolo, è una serie ispirata a Edith Wharton. 

Quest’anno in particolare sotto i riflettori è finito l’istituto del matrimonio, che è stato il tema dominante. Il solido rapporto fra George (Morgan Spector) e Bertha Russell (Carrie Coon) si è incrinato per l’eccesso di zelo, diciamo così, da parte di lei nello spingere la figlia a sposare un uomo che non desiderava, sebbene il padre le avesse promesso che avrebbe potuto sposarsi per amore. Lui non la accusa di essere ambiziosa perché è un tratto che li accomuna e che lui apprezza, ma di farlo con gli affetti, mentre lui si limita ad esserlo solo in campo di affari. Cosa porta alla felicità in un rapporto di coppia? “La felicità è il sottoprodotto di una vita ben ordinata, come obiettivo è invariabilmente destinata a fallire” (3.01) dice Bertha alla figlia Gladys (Taissa Farmiga) che insiste sposi il duca di Buckingham (Ben Lamb). Lo fa per il prestigio e la posizione che ne ricava, ma le sue motivazioni sono più profonde di così. In una società che concepisce le donne solo in ottica matrimoniale, vede questo legame come lo strumento per la figlia per avere una voce, per avere un impatto nella società nel modo in cui desidera, per realizzarsi insomma, invece di cedere al romantico sentimento adolescenziale verso qualcuno che giudica per lei meno compatibile, invece di pensare a lungo termine. E in questo senso c’è meno cinismo di quando non lo si possa pensare nella società attuale. E forse la vera sorpresa è quando bene vada poi quel matrimonio, nonostante la ragazza fosse così recalcitrate da non sapere fino all’ultimo se sarebbe scesa dalla camera in cui si era barricata prima di sposarsi. Vederla felice e con una vera intesa con il marito è originale.

Marian (Louisa Jacobson), e la sua storia d’amore con Larry (Harry Richardson), sono un altro punto cruciale. Già in un paio di occasioni lei è arrivata vicina alle nozze, salvo poi non farne nulla. Questa volta vuole prendere le cose con calma. Anche perché poi è per sempre, nodo essenziale di tutte queste storie e vero commento sociale. Nella New York dell’epoca, sola ragione per ammettere il divorzio è provare l’infedeltà. Anche in quel caso, l’onta per una donna significa diventare un paria sociale, esclusa da ogni evento e attività. Nel mostrare l’ethos dell’epoca si illustra quanto difficile e importante sia stato poter ottenere un divorzio e come la disperazione di non venire più invitate alle feste non fosse solo la frivolezza di essere escluse da un divertimento, ma quello di venire nullificate socialmente, di diventare inesistenti per le persone che si sono sempre frequentate. Quindi non solo mores e decoro, ma quotidianità e identità. E non necessariamente questa conseguenza negativa è una tua “colpa”. Charlotte, la figlia di Mrs. Astor può esserne la causa, ma Aurora Fane (Kelli O’Hara) non vorrebbe affatto mettere fine al proprio matrimonio con Charles che pretende il divorzio perché la tradisce e costringe lei a chiederlo, dal momento che appunto solo il tradimento può giustificarlo.

Questi cambiamenti mettono in scena anche come si verifichi l’emergere di nuove voci nella cultura dominante, e di come cambino gli equilibri di potere: Bertha apre alle donne divorziate, contro il parere della signora Astor che avrebbe escluso anche la propria stessa figlia. Questi stravolgimenti li vendiamo anche altrove: la stagione si apre proprio con Ada (Cynthia Nixon) che all’interno delle mura domestiche inverte il proprio ruolo di dominanza con la sorella Agnes (Christine Baranksi), dopo che la morte del marito della prima l’ha lasciata ricca e gli affari andati male del nipote della seconda l’hanno lasciata senza un soldo. Come viene gestito fra loro e con la servitù, che non sa a chi deve dare retta, è foraggio per la narrazione. La possibile nuova mobilità sociale pure ne è un esempio. L'ambizione e il talento di Jack che ha inventato un nuovo orologio gli permette di guadagnare moltissimo denaro e fare una inaspettata scalata sociale che lascia di stucco la vecchia guardia e titubante lui stesso. Sono esempi concreti di come sia stato difficile e inevitabile scrollarsi di dosso certe rigidità sociali, nel nuovo mondo, non importa con quanta riluttanza le classi dominanti abbiano dovuto imparare a vedere che i propri privilegi potevano essere alla portata di tutti, a prescindere dal decantato lignaggio.

La posizione delle donne vuole essere diversa, e il dibattito e il supporto per il suffragio diventano importanti anche attraverso Peggy (Denée Benton), che riceve un incarico di scrittura a Filadelfia per intervistare Frances Watkins Harper, una suffragetta realmente esistita, che fa discorsi sull’argomento, dibattendo vari aspetti della questione. Già in passato la serie ha intrecciato personaggi di fantasia a uomini e donne realmente esistiti, come è stato in questa stagione anche con la presenza già in “Who is in charge here?” (“Chi comanda qui?”, 3.01) del pittore John Singer Sargent, chiamato a realizzare un ritratto di Gladys – si fa pure riferimento al suo celeberrimo Ritratto di Madame X, con la famosa storia della spallina, anche se francamente condivido la perplessità di chi ha notato che poi il dipinto che raffigura Gladys è stato realizzato su modello dell’olio del 1988 di Giovanni Boldini “Signorina Concha de Ossa”. Tornando a Peggy, è una donna ambiziosa e determinata e proprio questo suo essere tale da un lato affascina il giovane medico Dr. Kirkland (Jordan Donica), introdotto in questo arco, ma respinge la madre di lui (Phylicia Rashad, I Robinson). Vediamo qui bene, attraverso questa dinamica, come in qualche caso, le donne fossero poco d’aiuto per il proprio genere, anche rispetto a uomini illuminati. E in materia di snobismo, si è mostrato come anche l’elite nera, pur discriminata dai bianchi, non si risparmiasse di snobbare gli altri, in questo caso con di nuovo la madre di lui nei confronti dei genitori di lei (Audra McDonald e John Douglas Thompson), quando viene a scoprire che lui non molto tempo prima era stato uno schiavo.

Il lutto pure ha avuto un peso nella narrazione. Ada troppo precocemente vedova si rivolge alla sensitiva Madame Dashkova (Andrea Martin) sperando di contattare il defunto attraverso quelle sedute spiritiche che così di moda erano all’epoca. Capisce presto che ci si vuole approfittare del suo dolore. Meno fortunato è Oscar (Blake Ritson) che, in quanto gay, non può godere del privilegio di vedere il suo lutto per l’amore della sua vita riconosciuto pubblicamente. Il suo sodalizio con Mrs. Enid Winterton Turner (Kelley Curran) a fine stagione lascia intendere che ci saranno non pochi intrighi nella confermata prossima.

Condivido la posizione di Judy Berman su TIME che titola “The Gilded Age è semplicemente troppo britannica per amare il sogno americano” argomentando che “(c)iò che Fellowes non può tollerare sono i privilegiati che mancano della magnanimità che si addice al loro rango e, soprattutto, i domestici che non sono sufficientemente grati ai loro benevoli datori di lavoro. Se i Russell sono presentati come antieroi moralmente ambigui, allora uno degli unici veri cattivi della stagione è un membro del loro staff che fa trapelare informazioni sulla famiglia alla stampa. "I soldi sono soldi", dice questa presunta mostra quando viene catturata. Non ci si chiede mai se Bertha compensi adeguatamente i propri dipendenti, né si riesce a conoscere il colpevole abbastanza bene da capire il contesto del crimine. Dopo tre stagioni, The Gilded Age ha esplorato a malapena il suo enorme cast di personaggi della servitù. Come Downton, ha più simpatia - e curiosità - per gli aristocratici che cercano disperatamente di mantenere una fortuna che non hanno guadagnato che per i lavoratori la cui ricerca della felicità è sancita dai documenti fondanti dell'America”. Fascino per lo sfarzo e il buon cuore, non denuncia di iniquità sociali e pretese di giustizia, perciò, per quanto non è del tutto corretto nel caso dei Russell dire che non se la sono guadagnata, almeno in una certa misura. Frivolezze e serietà, forse un po’ come nella vita, si miscelano con brio in questa serie. Gustosa, se si ama il genere e si hanno le adeguate aspettative.

sabato 14 marzo 2026

INDUSTRY stagione 4: una nuova fase

Dopo una fenomenale terza stagione (ne ho parlato qui), Industry è entrata in una nuova fase. La banca d'investimenti londinese Pierpoint, intorno a cui ruotavano le vicende, è stata acquisita da un'altra società e, pur venendo ancora citata, tutti i personaggi che vi gravitavano hanno trovato nuove strade. Robert (Harry Lawtey) è l’unico del cast che non compare più. Ha senso, ma è un peccato a mio avviso, per il fatto che era l’outsider in uno mondo di ricchi per ricchi, con un rimasuglio di fibra morale che controbilanciava l’arrivismo da squali e il successo economico a tutti i costi che è la nota dominante.

Le prime tre stagioni le avevo seguite in originale senza sottotitoli, questa è la prima volta che l’ho seguito con il doppiaggio italiano. Mi ero illusa di capire di più, ma non è stato così: rimane l’indecifrabile (per me) distacco dovuto dal gergo finanziario. E per il resto il programma continua ad essere feroce, spietato, disperato, intenso, corrosivo, cinico, brutale, amorale. Sempre più dark. Si è fatto ancora più drammaticamente aggressivo, di una crudeltà rivestita di elegante ma algida forma, sessualmente predatoria, con personaggi autodistruttivi… Gli ideatori Mickey Down e Konrad Kay hanno dichiarato che sono stati influenzati in questo arco da thriller erotici e di cospirazione ed in particolare dalla pellicola “Michael Clayton”.

Non c’è spazio per l’empatia in questo mondo, per la sensibilità, la considerazione umana, se non in qualche sprazzo in cui emergono vulnerabilità che sono solo possibili armi che possono essere usate contro di te in un secondo momento. Essere ingenui qui significa essere schiacciati senza pietà. L’anello debole, quello di cui vediamo la ferita aperta è Sir Henry Muck (Kit Harington), ora marito di Yasmin (Marisa Abela), miliardario depresso, apatico, svogliato, che si considera un impostore perché ha vari fallimenti all’attivo e per questo è insicuro a dispetto della propria posizione. Si esordisce proprio con un episodio pieno di oscurità e solitudine, nel giorno del suo quarantesimo compleanno. È una puntata in cui si citano Turner e Nietzsche, ma che narrativamente ricorda Dickens e Shakespeare, l’Amleto tormentato dal fantasma del padre in particolare, e dove Yasmin, che si sente “una spettatrice e una badante” cerca di costruire il suo nuovo ruolo come moglie, coinvolgendo anche in camera da letto l’assistente Hayley Clay (Kiernan Shipka, che chiaramente non è più la bambina di quando recitava in Mad Men nel ruolo della figlia di Don Draper).

Nuovo fulcro delle vicende economiche è una compagnia di processione di pagamenti chiamata Tender, co-fondata dal CEO presto defenestrato Jonah Atterbury (Kal Penn) e dal magnate della tecnologia Whitney Halberstram (un sempre affascinante Max Minghella, ora libero dal suo ruolo ne The Handmaid’s Tale), che presto instaura una forte intesse personale con Henry, un uomo che si trova in situazioni che non è in grado di gestire, invischiato sempre più in sabbie mobili che lo trascinano a fondo. Si flirta con l’erotismo fra i due anche, si guarda il fondo del precipizio del vuoto costruito da Whitney che nasconde frode, appropriazione indebita, manipolazione, e ricatti che emergono un poco alla volta. Appassionante e spaventoso.  

Per fare solo un piccolo esempio con un dettaglio, a dimostrazione di quanto detto nel secondo paragrafo, la Tender vorrebbe una fusione con una banca austriaca a conduzione familiare, ed Henry e Yasmin vengono ospitati nella residenza della famiglia  Bauer. La matriarca assegna loro una stanza con cimeli a loro cari. “Habseligkeiten” è il titolo della puntata, che sono in italiano quelle proprietà e beni personali che hanno un valore affettivo. Si ritorna su uno di quegli oggetti: è un quadro dipinto da Hitler. Questo è uno di quei dettagli, minori volendo, di Industry che rendono ancora più micidiale quello che viene raccontato. Sulle idee di quella famiglia nazista si torna, anche con linguaggi velati, ma il cui senso è evidente.

Harper (Myha'la) apre una attività tutta sua e invita Eric (Ken Leung), ora in pensione, a unirsi a lei come suo partner, fondando la SternTao, e assume anche la brillante Sweetpea (Miriam Petche) e il trader Kwabena (Toheeb Jimoh, Ted Lasso). Il rapporto fra Eric e Harper, quasi padre-figlia, rimane uno dei legami più intensi, sfumati e complessi dell’intera serie. Il lutto di Harper, la terrificante situazione in cui, in fondo suo malgrado, si ritrova Eric nella pazzesca “Dear Henry” (4.06), e la sua successiva scelta che testimonia il suo carattere morale nonostante tutto, lasciano senza fiato.

Dal canto suo Rishi precipita sempre più in basso: la suocera si prende il completo affido del figlio a cui cambia il cognome, e sotto l’effetto di cocaina e altre sostanze…beh, diciamo che non ho usato la parola “precipita” a caso (4.04). L’intersecarsi con aristocrazia e la politica  - fra i tanti volti famosi che si uniscono in questa stagione abbiamo anche Chloe Pirrie (Dept. Q) nel ruolo della Segretaria di Stato e la parlamentare Jenny (Amy James-Kelly) - sono sempre state parte della narrazione. Anche i media in questo arco hanno una prevalenza maggiore, oltre allo zio di Harry, con il giornalista Dycker (Charlie Heaton, Stranger Things) che cerca di indagare su quelli che ritiene comportamenti scorretti da parte della Tender, in particolare sospettata di riciclaggio di pagamenti illegali legati a pornografia e gioco d’azzardo provenienti dall’Africa, informazioni che sono utili ad Harper e i suoi, che cercano di affossarla per guadagnarci. Harper e Yasmin, per sempre frenemy, si trovano l’una contro l’altra. “All’ultimo sangue” (4.06).

Si riflette sul capitalismo (e si parla anche di accelerazionismo), sulla ricchezza (“come travestimento per il nostro essere più vero e più probabile” – 4.06), su lavoro. Osserva The Conversation: “Industry era, e rimane, uno spettacolo su come il lavoro sia diventato più di un semplice luogo di attività economica. Per alcune persone, il lavoro è l'arena principale in cui viene assegnato o revocato il valore di sé. In questo contesto, l'ambizione si trasforma in un'ossessione patologica e il contratto di lavoro contiene una logica faustiana in cui la totale sottomissione al lavoro sarà ricompensata con "di più": più soldi, più potere, più vita”. E se già si poteva pensare durante la stagione precedente, gli echi del caso Epstein si fanno sentire forti e chiari. L’evoluzione o forse l’involuzione di Yasmin in una novella Ghislaine Maxwell fa paura e allo stesso tempo non si può non provare pena per lei. La sua auto-giustificazione morale nel vedere il mondo non come sfruttamento o opportunità, ma entrambe le cose, agghiaccia Harper. Alison Herman, critica TV a Variety ben osserva, come riportato da BBC Culture, che “questi personaggi hanno ormai superato i trent'anni e invece di avere a che fare con capi terribili in un ambiente di lavoro tossico, sono loro stessi capi che contribuiscono a perpetuare la stessa cultura abusante e sfruttatrice”. Duro.

Industry è stata rinnovata per una quinta e ultima stagione. 


sabato 28 febbraio 2026

DOWN CEMETERY ROAD: sciocca e poco plausibile

Se si esclude la recitazione, è stata un’autentica delusione Down Cemetery Road (Apple TV+), che ha ricevuto anche recensioni positive, di per sé, e di cui è anche già stata confermata una seconda stagione: è poco credibile quando non addirittura risibile, nonostante sia tratta da romanzi dello stesso autore dell’apprezzabile Slow Horses, Mick Herron, e adattata per il piccolo schermo da Morwenna Banks (già sceneggiatrice per Slow Horses, ma famosa in madre patria per essere la voce della mamma di Peppa Pig).

Siamo in un sobborgo di Oxford, in Inghilterra. Una restauratrice – professione irrilevante ai fini narrativi ma ragione, concedo, di una sigla davvero azzeccata - Sarah (Ruth Wilson, The Affair) è a cena con marito e ospiti quando una casa vicina esplode. Sopravvive una bambina, Dinah (Ivy Quoi), che lei va a trovare in ospedale, ma non gliela lascino vedere, e assume per trovarla una coppia di investigatori, Zoë (Emma Thompson, con un taglio di grigi capelli corti e un lungo cappotto in pelle) e il marito Joe (Adam Godley). Si trova così invischiata in un insabbiamento governativo di un esperimento andato male di militari usati come cavie per testare l’antidoto ad armi chimiche, in sé un argomento di potenziale interesse.   

Si possono inanellare uno dietro l’altro gli elementi che non convincono. Innanzitutto non si capisce perché la protagonista debba interessarsi all’improvviso a una bimba che ha incrociato una sola volta ma che non conosce, e così tanto da assumere investigatori privati per trovarla: il fatto che le ricordi la bambina che lei era un tempo appare una motivazione molto debole. Poi si reca in ospedale per portare un biglietto di pronta guarigione e di sostegno firmata da altri compagnetti e il personale si rifiuta di prendere il biglietto. Che cosa ridicola! Perché mai non prenderlo, dato che era chiaro che la piccola era in ospedale e non poteva essere vista da estranei per ragioni mediche. I cattivoni della situazione sono tanto spaventati da un bigliettino? Ma andiamo! Sarebbe stato più credibile se lo avessero accettato e poi gettato e lei li avesse visti, al limite. Sarah si reca poi in un’agenzia investigativa – anche il marito ragionevolmente si chiede che cosa le salti in mente - dove un’improbabile e stravagante coppia vede in lui un idealista che accetta il caso, e la tosta moglie quella più operativa. Dovrebbero essere il comic relief della situazione, ma sono solo il segno di come la serie fallisce nell’ibridare commedia e thriller. Il tono è “sbagliato”. 

Sebbene il cattivo della situazione sia il governo, a incarnarlo in tutta la sua altezzosa crudeltà è il funzionario del Ministero della Difesa di Sua Maestà noto come C (Darren Boyd), che si avvale di un subalterno, Hamza (Adeel Akhtar), che viene regolarmente umiliato. Dato che Boyd è un premiato attore comico, forse l’intento era umoristico. Anche qui, suona stonato. Sono solo macchiettistici e caricaturali nell’essere l’uno arcicattivo, l’altro arcicalpestato. Hamza risulta anche ridicolmente ingenuo, come è evidente dalle scene nella finale di stagione dove Sarah, Zoë e Dinah sono tenute in ostaggio in una chiesa (1.08). Sarah non torna al lavoro o dal marito ma, alla ricerca di questa bimba e poi con lei quando la trova, fugge da vari pericoli inseguita da due uomini, uno che intende proteggerla, l’ex-soldato Michael Downey (Nathan Stewart-Jarrett), e uno che è invece uno spietato assassino, Amos Crane (Fehinti Balogun) sempre agli ordini di C, che non si ferma davanti a nulla.

Viene da condividere l’osservazione di Nick Schager sul Daily Beast quando annota che “(l)a showrunner Morwenna Banks descrive la vicenda come una fantasia tipica di una donna bianca che vive in periferia, in cui Sarah diventa una figura materna protettiva senza avere alcuna responsabilità genitoriale, si vendica di vari uomini ripugnanti e vive un'avventura con la sua nuova tosta amica che la porta a scoprire oscuri segreti governativi". 

Il rapporto fra le due donne è uno dei pochi punti che si salvano, per il resto è una serie sciocca e poco plausibile.

domenica 15 febbraio 2026

HEATED RIVALRY: godibilissimo fenomeno

È il fenomeno televisivo del momento, diventata improvvisamente e inaspettatamente tale, la serie televisiva canadese Heated Rivalry (Crave, distribuita da HBO Max), adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di Rachel Reid, secondo volume della serie “Game Changers” da parte di Jacob Tierny, che è sceneggiatore e regista. Lo è diventato così tanto che la sua quinta puntata delle sei totali, "I'll Believe in Anything", negli USA è stata nel 2025 l’episodio di serie TV più visto dell’anno e, cosa ben più sorprendente, ha ottenuto un punteggio perfetto di 10/10 su IMDb alla pari con  ‘Ozymandias’ di Breaking Bad che deteneva il record. Quest’ultimo ha migliaia di voti in più, ma ha avuto più di un decennio per raggiungerli. Di più ancora, è diventato un fenomeno culturale, virale nel mainstream. Non una cosa così comune per una love story gay.

LIEVI SPOILER

In breve, è la storia di sesso e d’amore fra due giocatori di hockey rivali. Shane Hollander (Hudson Williams) è il capitano asiatico-canadese dei Montreal Metros, e ha genitori presenti e che gli vogliono bene, il padre David (Dylan Walsh, Nip/Tuck) e la madre Yuna (Christina Chang, The Good Doctor) che è la sua manager e che gli ricorda di indossare le scarpe da ginnastica di marca quando non ha i pattini perché gli sponsor significano denaro e di essere un esempio per i giovanissimi che non hanno molti modelli di ruolo a cui ispirarsi. Ilya Grigoryevich Rozanov (Connor Storrie) è un russo nato a Mosca (ma l’attore è in realtà americano) che come giocatore di hockey è il capitano dei Boston Raiders. È orfano di madre dall’età di 12 anni, più taciturno e ombroso. Il padre, che lo pungola perché non sia un disonore per la grande madre Russia, è all’antica e ha problemi di demenza, mentre il fratello poliziotto non fa che spillargli denaro che sperpera in droga. Shane e Ilya sono rivali sul campo dello stadio di ghiaccio e per il grande pubblico e tutti quelli che sono loro vicino non si sono nemmeno simpatici, ma in realtà cominciano all’insaputa di tutti una torrida storia sessuale che diventa amore, nei loro incontri nel corso di una decina d’anni. Sono costretti a vedersi a intermittenza, ora in una città ora nell’altra del mondo, a seconda di dove li portano le partite delle rispettive squadre. Il loro desiderio di stare insieme cresce progressivamente: Shane pensa che in fondo potrebbe anche essere accettato come gay, anche se lui stesso ci mette un po’ a rendersi conto di esserlo, a dispetto della propria relazione intima con Rozanov – quest’ultimo gli ride ragionevolmente in faccia quando, molto in là nella loro storia, gli dice “penso di essere gay”. E lo capisce interamente forse prima di lui Rose Landry (Sophie Nélisse), una famosa attrice con cui esce. Rozanov bisessuale che fa occasionalmente sesso con l’amica Svetlana (Ksenia Daniela Kharlamova), sa che nella Russia attuale fare coming out significherebbe non poter più tornare nella sua amata patria.

Che si tratti di una storia rosa è esplicito: lo sport è una mera cornice. È chiaro fin dall’inizio che l’elemento chiave è l’attrazione, e desiderio fisico. La telecamera indugia su dettagli dei loro corpi, sui loro occhi che osservano il corpo del rivale (al primo allenamento insieme, quando sono nudi sotto le docce uno vicino all’altro…). Se prima arriva il sesso e poi il sentimento, capovolgendo un po’ quello che solitamente avviene nelle storie d’amore, e loro vengono mostrati nudi, in realtà non si vede di più di quanto non siamo abituati con qualunque storia sessuale etero. Quando Roz si masturba davanti a Hollander ad esempio, lo capiamo, ma noi non vediamo nulla – non è Queer As Folk. Salvo il lato B, vediamo più con gli occhi dell’immaginazione che altro.

E il sesso non è solo sesso, nel senso che aiuta a costruire il loro rapporto, che per lungo tempo non può avere che quella come valvola di sfogo. Ilya ha molta più esperienza ed è attento anche a chiedere più volte al compagno se quello che fa va bene, nel corso del rapporto sessuale (1.02). Scrive bene Faith Hill in The Atlantic quando dice  che Heated Rivalry “conosce il valore delle scene di sesso ben fatte, non per il brivido, le risate o gli istantanee di un momento fugace, ma per illustrare come si sviluppa la relazione tra i personaggi, tocco dopo tocco, nel corso del tempo. Prende sul serio il sesso in un'epoca in cui pochi programmi lo fanno.” E continua dicendo: “Una scena di sesso esplicita può fornire una grande quantità di informazioni su due personaggi e sulle dinamiche che intercorrono tra loro.” Molto poi cambia fra un incontro e l’altro.

Se l’attrazione è istantanea, i sentimenti e che cosa farne, hanno bisogno di tempo per costruirsi e maturare. Si è sempre focalizzati su di loro – anche quando ci sono le domande dei giornalisti in un dopopartita, questi non si vedono affatto, sono solo voci, la telecamera è solo sui i loro volti e da dietro sui loro piedi che ci toccano occasionalmente sotto il tavolo. In una scena (1.04) si vedono in un club-discoteca e ciascuno dei due è con una donna -  ballano sulla musica delle TATU, prima cantata da loro, poi da un uomo (e questo meriterebbe un apposito discorso a parte): i loro sguardi sono calamitati l’uno verso l’altro.  Quando sono insieme non c’è nessun altro in realtà. Si crea un rapporto giocoso in cui Ilya stuzzica molto il suo innamorato definendolo noioso (non se ne fa menzione specifica peraltro, ma online si dice che il personaggio sia autistico), si gioca anche con il sexting con i messaggi sul cellulare – memorizzati l’uno sul telefono dell’altro con un nome da ragazza, Jane e Lily - a volte scritti e poi cancellati, che rivelano in modo molto attuale i pensieri che non sanno come ammettere o che non vogliono rivelare.  

SPOILER SIGNIFICATIVI IN SEGUITO

Nonostante la tristezza del motivo che non consente loro di stare apertamente insieme, a carburare la storia c’è la segretezza della relazione, c’è un ostacolo credibile. Sono osteggiati dal destino, non c’è fascino della relazione proibita però, quanto la paura del rischio di venire scoperti, e la pressione a trovare ragazze – Hollander ha un compagno di squadra e miglior amico Hayden Pike (Callan Potter) che sforna figli e vuole che lui faccia lo stesso…C’è la sofferenza del non poter essere se stessi. La famosa quinta puntata ha due momenti spettacolosi. Uno è proprio in questo senso, ovvero nella realizzazione che forse c’è un modo per stare insieme senza vergogna. La terza puntata introduce due altri personaggi, che sono protagonisti del primo libro, Scott Hunter (François Arnaud) capitano dei New York Admirals, e Christopher "Kip" Grady (Robbie G.K.), un barista. Il primo conosce il secondo quando si reca al suo locale per uno smoothie: si innamorano e iniziano una storia, ma lo sportivo non se la sente di uscire allo scoperto per timore che lo penalizzi professionalmente. Ha perso i genitori. allenatori di hockey di atleti junior, quando era piccolo e grazie a una borsa di studio e grazie all’amore per lo sport ce l’ha fatta: gli ha dato una famiglia, un’intera vita, non è disposta a perderla. È onesto, umano, realistico. Ecco che alla fine della quinta puntata finalmente trova il coraggio e al momento della vincita dell’agognata coppa, Scott chiama in mezzo al campo Kip e lo bacia davanti alla folla che applaude. In questo momento epico, di vittoria su tutti i fronti, la telecamera ci mostra le reazioni sorprese e quasi esaltate di Shane e Ilya: il coraggio di un collega apre loro un mondo. Magnifico. E allo stesso modo, il coraggio di una serie come questa, in un  contesto di mascolinità tradizionale così marcato, apre spiragli nelle vite di altri. Questa è la forza di questo genere di rappresentazioni. Certo, saranno viste soprattutto da gay e da donne etero– le madri e le figlie, come scherzano i due attori presentando i Golden Globe, ma cambiano la percezione generale. 

La rappresentazione conta. Come commenta Muchmuchspectrum, si ridefinisce la mascolinità per queste ultime generazioni: Questo è soft power in tempo reale: niente discorsi, niente "episodi speciali", solo due uomini innamorati che si scusano, combinano pasticci, comunicano, stanno abbracciati a cucchiaio, vincono campionati sportivi e dimostrano che la mascolinità può essere tenera e forte senza che nessuno debba "giustificarlo". E niente drammi o tragedie, ma tensione attrattiva, tenerezza, gioia, intimità e vulnerabilità, dolcezza anche.

Concordo con chi ci avrebbe voluto un maggiore sviluppo dei personaggi, ma un altro punto forte è quello linguistico. Giocano con la terminologia, con il fatto che non parlano tutti l’inglese come prima lingua e si presta a giocarci su. E nella famosa 1.05 ad un certo punto Ilya ammette che l’inglese è troppo difficile per lui in quel momento specifico, così emotivamente coinvolgente. Su invito dell’altro parla allora in russo al telefono e confessa tutto a Shane che non capisce, con musica classica sotto. Noi siamo spettatori onniscienti però, capiamo. Ed è romantico e molto toccante.

Godibilissimo.  


giovedì 29 gennaio 2026

WEDNESDAY: la seconda stagione

È partita in sordina la seconda stagione di Wednesday (Netflix, rilasciata in due blocchi il 6 agosto e 3 settembre 2025), nonostante l’arrivo del nuovo preside Barry Dort (un gustosamente disonesto manipolatore Steve Buscemi), e un notevole filmato di animazione proprio al rientro in “Una tristezza senza fine” (2.01) in classico stile Tim Burton, che firma la regia di metà delle puntate, ma per fine stagione mi sono dovuta ricredere, perché ha confezionato una storia convincente, ricca di colpi di scena, con due succosi punti di forza, oltre a parlare estensivamente di rapporto madri-figli/e e di identità e storia personale, autenticità e amicizia.

La riapertura vede Mercoledì (Jenna Ortega) ritornare a Nevermore, questa volta con il fratello Pugsley (Isaac Ordonez) a seguito. Ormai è diventata una sorta di celebrità e ha “groupie” a destra e a manca che la adorano e vogliono imitarla. Fra queste, una diventa una vera e propria stalker, Agnes (Evie Templeton), che ha l’abilità di diventare invisibile, e se la protagonista la tratta sempre come una pezza da piedi, alla fine c’è una certa amicizia effettiva e quest’ultima impara ad essere se stessa (tema della stagione). La giovane Addams dal canto suo ha delle visioni che la mettono in pericolo, in particolare crolla a terra e ha una sorta di crisi epilettica dopo aver visto una visione della lapide di Enid (Emma Myers) in un cimitero infestato dai corvi. Morticia (Catherine Zeta-Jones) è preoccupata e nel risolvere i conflitti reciproci, entra in scena anche la nonna Hester Frump (Joanna Lumley), che pure ha un rapporto contrastato con la figlia e vede di miglior occhio la nipote. I conflitti fra le generazioni sono un fulcro significativo, anche nell’ottica dell’adolescenza, della disapprovazione da parte di Hester del genero Gomez (Luis Guzmán) e dei segreti di famiglia pure legati a una zia di Mercoledì, Ophelia (Eva Green), che ci si aspetta abbia un ruolo più significativo in una annunciata terza stagione.

Grazie all’escamotage di farla comparire come fantasma pronto a dispensare consigli, desiderosa anche che la propria eredità spirituale venga ricordata, si è riusciti a tenere nel cast Gwendoline Christie (Il Trono di Spade) nel ruolo della defunta ora ex-preside Larissa Weems, e la trama risulta davvero molto ben costruita nell’intreccio finale di storyline apparentemente disconnesse di vari personaggi, riprendendo sia il passato prossimo di quanto accaduto nella prima stagione che quello remoto con lo storico della famiglia. Pugsley riporta accidentalmente in vita come zombie Isaac Night / "Slurp" (Owen Painter), che, ATTENZIONE SPOILER, si scopre essere lo zio di Tyler (Hunter Doohan) che, come Hyde, tanto peso aveva avuto nella prima stagione, e il fratello della madre di lui, Françoise (Frances O'Connor), lei stessa una Hyde. I due erano molto legati ai genitori di Mercoledì, e in una serie di rivelazioni si viene a scoprire che Gomez aveva perso i propri poteri proprio per il tradimento di Isaac che voleva curare la sorella sacrificando lui.

Una delle puntate più convincenti è stata “Woe Thyself” (2.06), che in italiano è diventata “La tristezza in te”. Peccato che non l’abbiamo intitolata “Freaky Wednesday” e in italiano “Tutto accadde un mercoledì”. “Tutto accadde un venerdì”, “Freaky Friday” in orginale, è un film della Disney del 1976  ̶  che ha peraltro nel cast, oltre a Jodie Foster e Barbara Harris, anche John Astin, che era il Gomez della serie televisiva originaria della Famiglia Addams  ̶  che si basa sullo stesso principio di questa puntata: lo scambio dei corpi, nel film fra una figlia e una madre, qui fra Mercoledì ed Enid. Questo switch inaspettato ha messo in risalto una volta in più la versatilità e vis recitativa delle due interpreti, veramente convincenti l’una nei panni dell’altra, e ha raggiunto lo scopo di questo tipo di storia, ovvero quello di far capire la prospettiva dell’altro dal di dentro, generando empatia. Enid in particolare accusa l’amica di essere troppo autocentrata e non rendersi conto di quello che lei stessa sta passando, e lo stratagemma funziona alla grande per far scoprire alle due ragazze situazioni a cui con altri gusci di carne non avrebbero avuto accesso, e per far notare anche le reazioni diverse che il proprio comportamento elicita negli altri.

Un altro punto di forza è stata la origin story di Mano (Thing in inglese, Victor Dorobantu). L’abbiamo sempre conosciuta così, come una parte di corpo smembrata. Nulla si sapeva della sua identità, a chi appartenesse originariamente. La vediamo anche partecipare a un gruppo di supporto. In una esplosiva, trainante season finale un po’ Frankenstein, un po’ steampunk (2.08, “This Means Woe”, “Guerra, triste guerra”) si scopre ATTENZIONE SPOILER che era la mano destra di Isaac Night (e Thing è l’anagramma di Night), geniale scienziato che era caro amico di Morticia e Gomez, ma che li aveva traditi per salvare la sorella, come accennavo sopra. Voleva sacrificare Gomez che a causa sua ha perso i suoi poteri, ma che sarebbe morto se non fosse intervenuta quella che ora è sua moglie recidendo la mano che, nell’esplosione degli eventi, era diventata autonoma e ha sviluppato nel tempo una sua autonomia, è rimasta fedele agli Addams ed è diventata a tutti gli effetti parte della famiglia. Perfino commovente.

Un ruolo significativo lo ha avuto anche la storia di Enid che è una Alpha, un tipo di licantropo particolarmente potente capace di trasformarsi anche se non c’è la luna piena, spesso obbligato all’isolamento sociale, cosa che porta ansia alla ragazza – e bella metafora di alcune potenziali difficoltà dell’adolescenza. Si sacrifica per la sua amica, e questo apre a succoso materiale già per la prossima stagione che, a questo punto, credo proprio seguirò.  

mercoledì 14 gennaio 2026

PLURIBUS: il ritorno di Vince Gilligan

Salutata fin dal pilot, giudicato da molti fra i migliori di tutti i tempi, come una serie imperdibile, Pluribus (AppleTV+), o meglio PLUR1BUS, è una serie drammatico-satirico-fantascientifica e post-apocalittica dalla penna di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul, ma anche sceneggiatore di The X-Files).

LIEVI SPOILER. Siamo nella Albuquerque che è un paesaggio feticcio di questo autore. Carol Sturka (Rhea Seehorn, Better Call Saul) è una scrittrice best-seller di romanzi romantasy. Disprezza il proprio pubblico e ritiene di scrivere “stronzate”, parole sue, sebbene la sua partner e agente letteraria, Helen (Miriam Shor, Younger), cerchi di ricordarle che se anche la sua non è arte, se rende felici le persone è comunque qualcosa di importante, oltre a darle sicurezza economica.

Da 600 anni luce di distanza arriva un segnale, un virus extraterrestre che contagia tutta la popolazione terrestre. All’improvviso diventano tutti un unicum, una mente collettiva con una memoria condivisa, solo in corpi diversi, si riferiscono a loro stessi con il “noi” e sono apparentemente perennemente inquietantemente felici e come-ipnotizzati, simil-zombie. Quando arrivano, le persone vengono prese da convulsioni e alcuni muoiono, compresa Helen, e solo una manciata di persone, 12 per la precisione, è immune, prima di tutte Carol, che nonostante le ripetano continuamente “vogliamo solo renderti felice” e le possano dare tutto ciò che chiede, non vuole perdere se stessa nella collettività amorfa. Zosia (Karolina Wydra), che le viene affiancata come assistente, come rappresentante di tutti, cerca di convincerla di quanto sia bella una realtà in cui tutti condividono ogni pensiero, non ci sono gerarchie né conflitti, ma lei non ne vuole sapere e vuole riportare il mondo a come era. Cerca di studiare questi alieni facendo una lista di caratteristiche, ad esempio il fatto che non riescono a mentire o che non possono ferire nessuno, né animali né piante. E nel suo sforzo per salvare il mondo cerca la collaborazione degli altri non contagiati, ma i più sono solo infastiditi. C’è chi come Koumba (Samba Schutte), un mauritano, si gode la nuova vita in cui può avere tutto ciò che desidera. Il solo che sembra pensarla come lei, e che rifiuta qualunque aiuto o contatto con la nuova realtà, è il paraguaiano Manousos (Carlos Manuel Vesga).

Rhea Seehorn, che per questo ruolo ha appena vinto un Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica, è una forza della natura, straordinaria sia nella tragedia che nella commedia: feroce, vulnerabile, reattiva, determinata. In più di un’intervista l’autore ha dichiarato di aver pensato il ruolo per lei, sapendo quanto fosse brava e non c’è un dubbio al mondo specie per un programma che di fatto poggia quasi esclusivamente sulle sue spalle. Sono moltissime le situazioni in cui recita da sola. Spettacolosa.

L’idea di invasori alieni che si impossessano dei corpi degli umani sicuramente non è nuova, la troviamo già negli anni ’50 con il classico L'invasione degli ultracorpi, e la serie trae ispirazione e fa riferimento anche esplicito ad altra fantascienza, non ultima Ursula K. Le Guin, di cui vediamo Carol leggere a bordo piscina (1.09) la sua celeberrima “La mano sinistra delle tenebre”. Naturalmente non può non ricordare la mente alveare dei borg di Star Trek: The Next Generation e Picard che vogliono assimilare gli individui nel collettivo, sebbene qui in apparenza almeno assumino una forma più benigna o, come qualcuno ha notato, fa pensare anche alla prima stagione della serie classica di Star Trek dell’episodio “Il ritorno degli Arconti”.

Gilligan ha un approccio realistico, poco verbale ma con molta azione, di tipo operazionale e cerebrale, lento anche, ma brillante, sofisticato, sottile, ricco di sfumature, ed è denso di tematiche con molte possibili interpretazioni e decodificazioni, sebbene risulti di fatto ideologicamente aperto. Prima facie è probabilmente infusa anche dello spirito della pandemia, anche se è più una super-imposizione mentale nostra che l’abbiamo appena vissuta. Un argomento importante è quello dell’individualità. Se si elimina l’io si eliminano i conflitti, ma c’è appiattimento, si elimina la preziosità dell’esperienza personale. C’è omologazione. Quello che rende diversa Carol è quello che gli alieni vogliono aggiustare, ma questo significa anche rinunciare all’indipendenza di pensiero e alla forza della sorpresa e alla gioia che può derivarne. La rabbia in questa prospettiva anche è considerata sbagliata – letteralmente causa la morte di questi alieni – ma invece è moralmente legittima, motrice per agire contro quello che si ritiene sbagliato. Naturalmente individualità vs. collettività può avere molteplici letture, in primis politiche. Il New Yorker (si ascolti il podcast qui) ci vede anche un parallelismo con la propaganda sovietica e il comunismo, ad esempio. È un commento anche della realtà americana degli ultimi anni – non si può dimenticare peraltro che un motto statunitense, anche presente sui passaporti sebbene originariamente nato con la fusione delle tredici colonie, è “E Pluribus Unum” (Dai molti, uno).

Una riflessione è anche sull’intelligenza artificiale – il collettivo di Pluribus sa tutto alla stessa maniera e alla stessa maniera informe e distaccata risponde; Gilligan è stato esplicito nella sua ostilità per l’AI che giudica la macchina da plagio più costosa e dispendiosa di energia del mondo e nei credits della serie scrive che “il programma è stato realizzato da umani”. Si presta pure come metafora dell’estremismo religioso e repressivo, o comunque di qualunque ideologia che non ammetta la possibilità di dissenso e alterità, per quanto piacevole possa apparire o desiderabile, o per quanto felici possano dichiararsi quelli che sono sotto una simile influenza (e in questo senso viene in mente anche il Mulo nella terza stagione di Foundation, dove coloro che sono da lui mentalmente schiavizzati contro la propria volontà dichiarano di non aver mai provato un amore simile). Il femminismo, i diritti LGBTQ, l’empatia…le lenti attraverso cui dare senso all’allegoria sono variegate.

Un grande tema è quello della solitudine – ci insegna che le esperienze vanno condivise per essere davvero godute, ci servono gli altri, anche solo per confrontarsi nel parlare. E un quesito centrale riguarda la felicità. Che cos’è? È davvero avere tutti i propri desideri realizzati? E se uno vuole la bomba atomica? Questo ultimo esempio è significativo nella diegesi. L’esperienza personale mi ha insegnato che non sempre riusciamo a prevedere che cosa ci rende felici, anche se pensiamo di saperlo. In questo mondo infestato dal virus alieno non c’è spazio per questa possibilità, per la scoperta. E su questo la serie mette un riflettore. Per me sarà quello che ne segnerà la disfatta.    

Se è una fine del mondo, è una fine del mondo diversa da come ce la si aspettava. Sono argomenti densi ed importanti, ma trattati con originalità e anche con umorismo. Sai di essere nelle mai di un narratore esperto quando riveli che hai alieni che si nutrono di esseri umani (Ricordate V-Visitors?)  e l’informazione si sgonfia immediatamente risultando volutamente anticlimatica. Un seconda stagione è già prevista, e Vince Gilligan ha dichiarato che per lui almeno quattro sono sicuramente possibili.