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lunedì 29 settembre 2014

SELFIE: il potenziale c'è


In Selfie, serie che parte il 30 settembre sull’americana ABC, Eliza Dooley (Karen Gillan), versione moderna di Eliza Doolittle di My Fair Lady, è una ragazza ossessionata dalla sua immagine sui social media, dove è una vera star, o almeno così crede lei, ed è piena di amici, salvo poi non averne nemmeno uno nella vita reale. Un giorno, l’uomo che frequentava si rivela sposato, la molla e nei piccoli disastrosi eventi che si susseguono lei viene ridicolizzata da tutti. Decide così di assumere un esperto di marketing, Henry Higenbottam (John Cho) per rimettere in senso la sua immagine. Questi, novello Pigmaglione, cerca di insegnarle anche ad essere una persone migliore, non troppo auto-centrata, ma interessata anche alle vicende altri. Lei, in compenso, insegnerà a lui ad essere meno chiuso e asociale.
Il pilot di questa serie, ideata da Emily Kapnek (Suburgatory), non è stato la rivelazione del secolo, ma ha assicurato qualche battuta e situazione effettivamente divertenti. Lei potrebbe correre il rischio di risultare odiosa, invece riesce a mescolare ingenuità, vanità e autentico desiderio di piacere in modo tale che si finisce per avere un atteggiamento bonario di supporto che fa tenere per lei. Lui non è solo quello che dispensa i consigli necessari dall’alto della sua perfezione, ma ha da imparare dalla sua allieva. E la chemistry fra i due protagonisti principali funziona, tanto che se riescono a svilupparla in modo avvincente, coniugando umorismo e cuore, potrebbe diventare davvero ciò di cui tutti parlano sui social media.  

mercoledì 9 novembre 2011

SUBURGATORY: il purgatorio della periferia, e della TV


La critica ha mediamente apprezzato Suburgatory, la sit-com della ABC partita a fine settembre e confermata per un’intera stagione,  molto più di quanto non abbia fatto io, che l’ho trovata troppo carica per i miei gusti.
George Altman (Jeremy Sisto, Six Feet Under) è un architetto newyorkese che cresce da solo una figlia adolescente, Tessa (Jane Levy). Un giorno trova in camera sua un pacchetto di preservativi e, preoccupato, decide di trasferirsi in periferia (suburbia in inglese), cosa che non aggrada troppo alla figlia che si trova catapultata in quello che considera un purgatorio (purgatory) di finte apparenze dove la gente si allarga un po’ troppo. Da qui il titolo: suburbia più purgatory uguale suburgatory. Nonostante l’aria artificiale, a Tessa, che una madre non ha, non sfugge l’attenzione materna di Dallas (Cheryl Hines, Curb Your Enthusiasm) nei suoi confronti,  e c’è una possibile per quanto improbabile amicizia con la figlia di lei Dalia (Carly Chaikin).
Soprassediamo sulla premessa poco credibile. Avesse George trovato la figlia, che so, a letto con più di un ragazzo contemporaneamente, avrei anche potuto trovare ragionevole il trasferimento, ma davvero un newyorkese oggidì si preoccuperebbe  tal punto di trovare dei condom in camera della figlia adolescente? Sarebbe da preoccuparsi di più se non ci fossero. Anche abbuonando però la premessa tirata un po’ per i capelli, la serie non mi esalta.
L’atteggiamento condiscendente di Tessa glielo perdoni anche, è un’adolescente dopotutto: uno sguardo fresco e critico alla realtà dovrebbe essere una prerogativa di chi è giovane e la sua spocchia è intesa come veicolo per gran parte dell’umorismo della serie. Funzionerebbe forse, se la realtà in questione non fosse così smaccatamente eccessiva da renderla sgradevole e ogni commento superfluo. George la descrive come “felliniana”, sarà che appunto grottesco e circense non sono mai stati nelle mie corde, ma non riesco ad apprezzarlo. La perfezione falsa e la falsità perfetta che si vive dietro alle staccionate bianche e ai prati ben curati della periferia ha trovato una tale impeccabile rappresentazione in Desperate Housewives che quella di Suburgatory alla fine mi appare al confronto solo patetica. E il product placement della Red Bull nel pilot era così smaccato da rendersi complice di ciò che in teoria ci dice che vorrebbe criticare.
Nella prima puntata di questa sit-com ideata da Emily Kapnek la sola battuta che mi abbia fatto davvero ridere è stata quella di Tessa che commenta una gonna che in teoria dovrebbe lasciar scoperto l’ombelico, ma che in realtà, osserva lei, lascia scoperto qualcos’altro: la vagina. Tessa si aggiunge così all’elenco dei personaggi che hanno utilizzato, nell’umorismo di questa gettata autunnale di telefilm, quella che è diventata la parola più gettonata, o forse dovrei dire la più figa.