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venerdì 10 giugno 2011

FRANKLIN & BASH: due avvocati ragazzacci


Due scene del pilot fanno capire bene quale potrebbe essere l’attrattiva di Franklin & Bash, il legal dramedy ideato da Bill Chais e Kevin Falls, che ha debuttato sull’americana TNT il primo giugno. Nell’ultima scena i due colleghi del titolo sono in una specie di tavola calda dove sono soliti mangiare sotto una scritta che annuncia gelati e milk-shake, e Peter Bash (Mark-Paul Gosselaar) propone a Jared Franklin (Breckin Meyer) una situazione ipotetica: potrebbe andare a letto con Scarlett Johansson, ma a una condizione. Jared replica che niente lo potrebbe tenere distante da ScarJo. La condizione è questa: deve prima ricevere un pugno in faccia da Mike Tyson. Jared chiede i dettagli: in che modo lo colpisce? È il Tyson degli anni ’80 o successivo? Può far sesso prima e poi ricevere il pugno? Si diverte Peter a dirgli che gli dispiace, no… Tutto qui: Peter e Jared sono amiconi, scanzonati, ragazzi come tanti. In una delle prime scene poi, una loro testimone, alla sbarra in tribunale, fa uno spogliarello (l’azione è rilevante al loro caso e meno odiosa di quanto possa sembrare detta così), “tattica provocatoria” che viene rivelata subito per quello che è, assicurando però loro in ogni caso la vittoria. Come avvocati insomma, sono completamente fuori dagli schemi, pronti a metter in piedi le idee più pazze per vincere, a patto che sia un vittoria giusta però.

Se la serie avrà mai un qualche successo lo dovrà a questa venatura un po’ da ragazzacci pronti a tutto, ma in fondo onesti.  Ed è per quello che Stanton Infeld (Malcolm McDowell), il socio anziano di un potente studio legale, decide di assumerli, per scuotere un po’ l’ambiente, dove lavora anche il nipote  Damien (Reed Diamond) e la ex di costui, Hanna (Garcelle Beauvais). E insieme a loro viene assunta anche la loro “squadra”: Carmen  (Dana Davis), che si definisce un’ex-truffatrice, e Pindar (Kumail Nanjiani) agorafobico e ornitofobico. Si aggiunga un pizzico di storia romantica fra Peter e il procuratore distrettuale – lei si è appena fidanzata, lui è chiaramente ancora interessato - e l’interesse di Jared per Hanna, ed è fatta.

Per il resto non c’è molto altro. I due sono poco credibili, ragazzetti a cui nemmeno sembra di stare coi grandi e sbruffoncelli auto-compiaciuti che giocano con la wii in una delle sale dello studio legale adibito alle riunioni, e che se ne escono con frasi tipo “noi non seguiamo la legge, noi facciamo la legge”, e che più che citare precedenti giuridici citano film e serie TV. Così come gli autori che sembra che più che guardare ai tribunali abbiamo guardato ai telefilm legali. Tanto per fare un esempio, per difendere una dominatrix (1.01) accusata di prostituzione, ma che era a letto con il presunto cliente non per soldi ma per amore, invitano la giuria a cercare la verità negli occhi degli interessati, mentre il presunto cliente non riesce a guardare in faccia l’accusata mentre le dice che non era vero che l’amava. Ma per piacere! Non si può scrivere un telefilm legale senza confrontarsi con l’ampia produzione di David E. Kelley (The Practice, Ally McBeal, Boston Legal…), ma le lezioni da lui imparate sono stata quelle sbagliate, ovvero le eccentricità e i trucchetti ad effetto, le aule di tribunale come circo, più che quello che lo ha saputo rendere grande ovvero la sostanza e i dilemmi morali.

Un dettaglio mi è piaciuto molto – e mi fa dire che c’è comunque stata tanta attenzione anche in un telefilm che non mi sprecherò a guardare una seconda volta: Jared a un certo punto indossa una cravatta con delle tartarughe, che Damien gli nota, e gli apprezza, con una certa ironia si direbbe. In realtà, è appropriata: la tartaruga (con la sua lentezza, o forse dovremmo dire con il suo deliberato procedere) è spesso considerata il simbolo della giustizia, tanto che la stessa Corte Suprema americana, perfino nel negozio online, vende cravatte con le tartarughe. Viene detto che Jared è il figlio di un famoso avvocato, per cui ha ancora più senso che sia cresciuto anche a contatto con  questo genere di informazioni. L’ho trovato un bel tocco.

mercoledì 19 gennaio 2011

HARRY'S LAW: il più recente telefilm di David E. Kelley




Oh, se solo David E. Kelley (Picket Fences - La famiglia Brock, Ally McBeal, The Practice, Boston Public, Boston Legal) imparasse a frenare le sue eccentricità… Il nuovo Harry’s Law (NBC), di cui è ideatore e sceneggiatore, oltre che produttore esecutivo insieme a Bill D’Elia, regista del pilot, non è un buon telefilm, ma non è nemmeno inguardabile come altri suoi tentati progetti (Snoops, The Brotherhood of Poland, NH, The Wedding Bells). Si vede il genio che un tempo era, si vede al di là delle situazioni irreali, dei personaggi eccessivi, della tendenza a fare la predica. Questa nuova serie l’ho vista con un po’ di tristezza per il potenziale non realizzato, ma mai con irritazione, come troppo spesso era accaduto ultimamente.

In Harry’s Law, Harriet “Harry” Korn (Kathy Bates, Misery, Six Feet Under) è un avvocato pagato 600.000 dollari l’anno che non ne può di occuparsi di cause di brevetti. Si è resa conto che è terribilmente noioso, così la licenziano. “Dicono che la morale della storia arriva alla fine, ma chiedi a me, qualche volta arriva all’inizio, nel mezzo, è solo che non la capisci fino alla fine”, esordisce,  e “qualche volta non la capisco proprio”, continua. Un ragazzo, Malcom Davies (Aml Ameen), che tenta il suicidio buttandosi da un palazzo, le cade addosso, e si salva, lasciano lei solo vagamente ammaccata; subito dopo un collega più giovane, Adam Branch (Nate Corddry, Studio 60 on the Sunset Strip), che in tribunale una volta le era stato contro e che lei aveva chiamato un “moccioso arrogante”, la investe con la macchina, ma lei cade su un mucchio di materassi e si salva. Decide di aprire il suo personale studio legale in un quartiere prevalentemente nero di diseredati, e assume il primo come paralegale e, nonostante qualche obiezione iniziale, accetta che il secondo lavori per lei come avvocato. Adam la ammira tantissimo e per questo ha deciso di lasciare un prestigioso studio per una scrivania da lei (da notarsi la canzone della sigla de I Jefferson, quando porta le sue carte). La segue nella nuova avventura professionale anche la segretaria Jenna (la sempre deliziosa Brittany Snow, American Dreams). Nel locale che prendono in affitto come studio si trovano decine di paia di scarpe di gran marca abbandonate lì dal precedente gestore del locale, e su iniziativa di Jenna, che adora le calzature, lo studio legale diventa allo stesso tempo un negozio di calzature.

L’idealismo per la giustizia e per le questioni sociali non manca, e pochi come Kelley riescono davvero ad arrivare al nocciolo delle questioni con scambi di battute focose e arringhe appassionate, cercando l’umanità e la moralità dietro ai casi. Qui l’autore sembra davvero aver preso la protagonista come un alter-ego per dar voce alle sue opinioni politiche, in modo molto diretto. Nel pilot Harry si scalda su quanto sarebbe opportuno legalizzare la droga, ad esempio. La premessa sopra le righe potrebbe anche passare con un po’ di buona volontà, e lo stesso vale per le scene un po’ troppo melodrammatiche, ma è proprio con i casi che si cade nello sdolcinato, nel condiscendente, nel socialmente semplicistico. E alla fine il programma, ambientato a Cincinnati,  non convince.

Una piccola nota: Adam Branch, nel pilot, parlando con un cliente in carcere, senza un vero motivo, per sottolineare quello che dice, usa il finger-spelling, la digitazione delle lettere con le mani, come fanno i sordi. Il personaggio con cui parlava non era sordo, e non c’era una vera ragione per farlo, per cui mi ha colpito. Mi chiedo se sia stata una scelta dell’attore, che chiaramente segna in modo estremamente naturale ed efficace, o se sia voluto dagli autori. In ogni caso è un dettaglio che mi è piaciuto molto.