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giovedì 22 maggio 2014

La parodia a THE NEWSROOM di Funny or Die




Dopo la parodia di The Newsroom fatta da Inside Amy Schumer (ne ho parlato qui), da non perdere è quella di FUNNY OR DIE, “A Message to Aaron Sorkin” (sotto),  che ha riscritto la scena di apertura della serie riferendola al programma. Invece della famosa frase in cui il protagonista dichiara che l’America non è il miglior Paese del mondo e della spiegazione che vi fa seguito, qui il protagonista dice che The Newsroom non è il miglior programma in televisione e lo argomenta tenendo lo schema di quello che è stato detto nell’originale: divertentissimo e assolutamente perfetto. In realtà questo spoof è arrivato prima di quello della Schumer, perché porta dal data del settembre del 2013, ma io l’ho scoperto solo ora. Fantastico, in ogni caso. Tanto di cappello a Luke Barnett e Jason Jaggard che l’hanno scritto.




mercoledì 16 aprile 2014

INSIDE AMY SCHUMER fa una azzeccata parodia a THE NEWSROOM

Inside Amy Schumer è una delle serie comiche che più mi hanno convinto negli ultimi anni – io l’ho indicata qui fra le mie serie rivelazione del 2013. Fra i suoi pezzi forti ci sono il sesso, il femminismo, politica di gender e la critica ai mass media.
Nella più recente puntata, A Chick  Who Can Hang (2.03) ha fatto una parodia eccellente di The Newsroom di Aaron Sorkin, che è diventato The Foodroom: divertente, azzeccata in stile e contenuto (con pregi e difetti tipici dell’autore), e con un casting perfetto (Josh Charles ha lavorato con Sorkin in Sportsnight). La potete vedere sotto.
Dopo un improbabile (?) dietro le quinte in un focus group sul suo programma, il cui solo interesse alla fine era commentare sui suoi attributi fisici e su quanto se la sarebbero portata a letto, nella prima puntata di questa nuova stagione (2.01) e dopo la parodia a forte doppio senso sessuale di una pubblicità a crocchette di pollo della seconda puntata (2.02), Amy colpisce ancora nel segno.

lunedì 7 ottobre 2013

THE NEWSROOM: la seconda stagione

 
Attenzione: ci sono spoiler. È la grammatica la vera star della seconda stagione di The Newsroom, o più genericamente l’uso della lingua, visto che tutto l’arco è costruito su un “se”, o meglio sulla volontaria omissione di un “se”.
Le puntate sono 9. Dovevano essere 10, ma in corso di via, dopo che la prima e seconda puntata erano già state girate, Aaron Sorkin si è reso conto che non funzionavano, ha deciso di rigirarle in parte e di riscrivere la terza puntata. La HBO glielo ha lasciato fare, ma ragionevoli ragioni di budget hanno fatto sì che la stagione avesse una puntata intera in meno di quelle previste (fonte: The Hollywood Reporter).  In effetti era necessario anteporre parte delle conclusioni: consente una lettura completamente diversa a ciò che accade.

Come è evidente dalla nuova sigla (sotto), l’attenzione si è spostata dai giornalisti alle notizie. E una storia unica ha fatto da scheletro portante per tutte le puntate: la squadra di Will McAvoy segue una pista che fa loro credere – cosa falsa – che gli Stati Uniti nella “operazione Genoa” abbiano utilizzato il Sarin, un gas nervino, su un villaggio di civili per l’estrazione di alcuni militari americani in Pakistan nel 2009. Una cosa del genere è un crimine di guerra e per mesi ci vanno con i piedi di piombo, non volendo credere che sia vero e cercando ogni forma possibile per verificare la fondatezza della notizia. Alla fine, per colpa di un temporaneo produttore, Jerry Dantana (Hamish Linklater, The New Adventures of old Christine, The Crazy Ones),  che scientemente manipola un’intervista, si arrendono a quella che sembra l’evidenza, e riportano la notizia. Tutto avviene togliendo, appunto, un “se” e distorcendo così una citazione del generale Stanislaus Stomtonovich: “se abbiamo usato gas sarin, ecco come abbiamo fatto” diventa “abbiamo usato gas sarin, ecco come abbiamo fatto”. Sono costretti a ritrattare la notizia 48 ore dopo, cosa che mina la loro credibilità – il grande tema di questo blocco - e che li porta davanti agli avvocati a discutere la loro posizione, dato che Dantana, licenziato, fa loro causa.

La storia è basata su un vero scandalo del 1998, in cui la CNN e il TIME sono stati criticati per aver riportato una simile notizia rispetto alla guerra del Vietnam (operazione Tailwind). Ma è anche una storia che risuona con l’attualità. Guardare le puntate in tempo reale ha avuto infatti perfino un che di inquietante, per il fatto che, pur essendo state scritte e girate molti mesi prima, hanno fatto da eco molto forte a ciò che stava accadendo in Siria nel periodo della messa in onda.

Storie parallele vedono Neal occuparsi delle vicende di Occupy Wall Street, Jim farsi mandare a coprire il tour dell’autobus di Mitt Romney in campagna elettorale, e Maggie, dopo aver rotto con Don che scopre che in realtà era innamorata di Jim, farsi mandare in Africa in un orfanatrofio. La morte di un bambino rimane per lei uno shock da cui difficilmente si riprende. Temevo, devo dire, la facile abusata strada della violenza sessuale, ma invece i miei timori sono stati piacevolmente disattesi. Sorkin ha sempre avuto difficoltà, per sua stessa ammissione, a scrivere le donne, ma mi sembra che qui abbia fatto un lavoro migliore del passato.

La chiusura in due parti ha riguardato la rielezione del presidente Obama e il lieto fine romantico per McKenzie e Will. Quest’anno quest’ultimo è risultato più spocchioso del solito, ma Jeff Daniels si è ben meritato l’Emmy come miglior attore per questo ruolo.

Sulla prima stagione, si veda il mio saggio per OSSERVATORIO TV - 2013, scaricabile gratuitamente.
 

lunedì 3 giugno 2013

venerdì 6 luglio 2012

THE NEWSROOM (1.02): le regole


The Newsroom nel suo secondo episodio, “News Night 2.0” (1.02), continua il suo discorso su che cosa significa fare del buon giornalismo. E stende delle vere e proprie regole in modo esplicito. I giornalisti vengono invitati dalla produttrice esecutiva, Mackenzie MacHale (Emily Mortimer), a domandarsi per ogni notizia:
1.       È un’informazione rilevante al momento del voto?
2.      È la miglior forma possibile di argomentazione?
3.      È la storia in un contesto storico?
E chiamata a definire con più precisione “migliore” specifica che lo valuta: dalla fonte, dal numero di fatti rilevanti, da un certo fattore X dato dall’esperienza.
Altri concetti che emergono dalla puntata sono la necessità di equità, l’importanza della retorica nel definire le questioni, la dialettica fra rendere le questioni personali vs appoggiarsi sui fatti (si pende sui secondi), la necessità che sia il contenuto a guidare gli ascolti e non viceversa (pure tema caldo della puntata), il fatto che lo studio televisivo in cui vengono presentate le notizie è da considerarsi come una specie di aula di tribunale.    

mercoledì 27 giugno 2012

THE NEWSROOM (1.01): "L'America non è il più grande Paese del mondo"




Se ne parla e se ne parlerà. La filippica di apertura della nuova serie televisiva di Aaron Sorkin, The Newsroom, è un concentrato di ciò che rende unica la sua scrittura e la sua retorica, con i suoi pregi e difetti. Sotto trascrivo (con la mia traduzione) quello che è il discorso del momento e che rimarrà, credo, una specie di epigrafe del suo pensiero. La scena di cui parlo è nota come quella de  “l’America non è il più grande Paese del mondo”.  
Per gli europei, e per gli altri cittadini del globo, l’affermazione che l’America è il più grande Paese al mondo (e non parliamo di estensione geografica chiaramente) fa un po’ sorridere ogni volta che viene pronunciata, segno di una certa megalomania, egocentrismo, ignoranza e ingenuità del popolo a stelle e strisce. Eppure è un leit motiv che ritorna, e quanto è radicato lo esprime bene la scena scritta da Sorkin per il pilot di The Newsroom, dal titolo “We just decided to” (“Abbiano solo deciso”) , il cui senso è, da una battuta che viene pronunciata verso la fine della puntata, che essere buoni giornalisti hanno ad un certo punto semplicemente solo deciso di esserlo.
Il protagonista principale della serie, Will McAvoy (Jeff Daniels), giornalista televisivo demotivato da tempo, è molto amato perché, dicono, è come il comico Jay Leno, uno neutrale che non dà fastidio a nessuno. Si trova davanti a degli studenti universitari, in mezzo a un dibattito fra due rappresentati degli opposti partiti politici. Ad un certo punto una studentessa si alza e chiede di dire perché l’America è il più grande Paese del mondo. Il democratico risponde che i motivi sono la diversità e l’opportunità, il repubblicano risponde che lo è per la libertà e ancora la libertà. Il professore che fa da moderatore chiede a Will di rispondere. Lui si tiene su blande risposte dando ragione a entrambi, ma viene pressato a dare una risposta autentica, una risposta umana.
E lui scoppia:
Non è il più grande Paese del mondo, Professore. Questa è il mia risposta.
C’è lo shock generale. E continua smontando rapidamente le affermazioni dei due contendenti, dicendo alla democratica che alla gente loro non piacciono perché si credono tanto intelligenti, ma perdono, e deridendo il repubblicano perché cita la libertà come criterio, quando su 270 Paesi sovrani al mondo, 180 hanno la libertà e ne elenca qualcuno (fra cui l’Italia). Poi si rivolge alla studentessa apostrofandola in modo un po’ sprezzante come “sorority girl” (una ragazza che fa parte di una associazione universitaria femminile), e che io traduco qui come “signorina”:
E lei, signorina, nel caso in cui accidentalmente un giorno capitasse in un seggio elettorale, ci sono delle cose che dovrebbe sapere. Una di queste è che non c’è assolutamente nessuna prova a sostegno dell’affermazione che siamo il più grande Paese al mondo. Siamo settimi in alfabetizzazione. Ventisettesimi in matematica. Ventiduesimi in scienze. Quarantanovesimi nell’aspettativa di vita. Centosettantanovesimi in mortalità infantile. Terzi nel reddito familiare medio. Al numero quattro nella forza lavoro e al numero quattro nelle esportazioni. Siamo al primo posto al mondo solo in tre categorie: numero di cittadini incarcerati pro capite, numero di adulti che credono che gli angeli siano reali, e spese per la difesa, dove spendiamo di più dei più vicini ventisei Paesi combinati, venticinque dei quali sono alleati.
Ora, niente di questo è colpa di uno studente di college di vent’anni, ma lei è nondimeno senza dubbio un membro della peggiore, punto, generazione, punto, di sempre, punto. Perciò quando chiede che cosa ci rende il Paese più grande al mondo, non so di che cazzo stia parlando. Di Yosemite?  
[Silenzio]
Certo, lo eravamo. Lottavamo per ciò che era giusto. Combattevamo per ragioni morali. Passavamo leggi, annullavamo leggi, per ragioni morali. Dichiaravamo guerra alla povertà, non ai poveri. Facevamo sacrifici. Ci importava dei nostri vicini. Sostenevamo con il denaro quello in cui dicevamo di credere. E non ci battevamo mai il petto.
Abbiamo costruito grandi cose, fatto avanzamenti tecnologici pazzeschi, esplorato l’universo, curato malattie, e abbiamo coltivato i più grandi artisti al mondo e l’economia più grande al mondo. Siamo arrivati alle stelle. Abbiamo agito come uomini.
Aspiravamo all’intelligenza. Non la sminuivamo – non ci faceva sentire inferiori.
Non ci identificavamo sulla base di chi avevamo votato alle ultime elezioni, e non ci, oh, non ci spaventavamo così facilmente.
Siamo stati in grado di essere tutte queste cose e di fare tutte queste cose perché eravamo informati. Da grandi uomini. Uomini che erano riveriti.  
Il primo passo nel risolvere ogni problema è riconoscere che ce n’è uno. L’America non è più il più grande Paese al mondo.
È sufficiente?

Come si scrive un copione alla Aaron Sorkin? Lui stesso risponde, facendo una brevissima analisi di questo dialogo-monologo. Lo trovate qui. Sotto trovate il video della scena in questione.