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sabato 20 luglio 2024

THE NEW LOOK: creare è sopravvivere

Mi aspettavo si parlasse molto di più di moda, nella serie The New Look (AppleTV+), che ha come protagonisti Christian Dior e Coco Chanel, invece inaspettatamente ma come è presto evidente dalla sigla del programma, molta dell’attenzione è rivolta alla seconda Guerra Mondiale: a quello che nel contesto di questo evento storico è accaduto intorno ai personaggi, al senso della loro professione in simili tempi e circostanze e ai compromessi con cui questi due creatori di haute couture sono dovuti scendere a patti, in qualche caso. Non che non ci sia spazio in ogni caso anche per le creazioni sartoriali. Lo stesso titolo della serie deriva dalla definizione che di una collezione di Dior del 1947 è stata fatta da Carmel Snow (Glenn Close), capo-redattrice dell’edizione americana di Harper’s Bazaar che, assistendo alla prima sfilata dello stilista a Parigi, ha esclamato: “It's such a new look!”. 

Ispirata a eventi reali, la serie esordisce in una prestigiosa cornice: Dior (un sempre spettacoloso Ben Mendelsohn, Bloodline) è stato invitato alla Sorbonne davanti ad un gruppo di studenti che gli pongono delle domande. Una ragazza gli chiede se è vero che Coco Chanel (una risoluta, dinamica, impeccabile Juliette Binoche) ha chiuso la sua attività durante la guerra, mentre lui ha vestito le mogli della gerarchia hitleriana. Anche Cristóbal Balenciaga si è rifiutato, sottolineano, a cui fra parentesi è stata dedicata un’altra recentissima serie TV (Disney+). Gli organizzatori vorrebbero che non si sollevasse la questione, ma lui accetta di rispondere. Partono così le vicende che mostrano molti più chiaroscuri che non una divisione manichea in bianco e nero.

Allora lui lavorava per l’atelier di Lucien Lelong (John Malkovich), che in effetti ha scelto di continuare la propria attività e ha vestito le donne naziste, anche se umanamente fa la figura del gran signore in tutto il corso della narrazione; Dior ha utilizzato però i guadagni per finanziare la sorella, Catherine (Maisie Williams, la Arya di Game of Thrones, che brilla nelle atrocità che deve subire, del resto ha avuto una buona scuola, verrebbe da dire), membro della resistenza, poi catturata, torturata e finita nel campo di concentramento di Ravensbruck, e ha fatto di tutto per aiutarla. Coco Chanel dal canto suo non ha tenuto aperto il suo negozio, ma ha avuto relazioni e problematici contatti con persone legate al regime, come Hans von Dincklage (Claes Bang), detto “Spatz,” e si è cercato di reclutarla come spia insieme all’amica Elsa Lombardi (Emily Mortimer, che racchiude in sé un paio di amiche dell’icona della moda), tanto che aveva un suo nome in codice e a lungo non è potuta rientrare nella capitale francese perché sospettata di collaborazionismo, anche se lei ha sempre negato e si vede che la torbidità della sua posizione è dettata più dalle circostanze che da una presa di posizione. Però, per poter accedere al proprio conto bancario che le era precluso si è avvalsa delle leggi ariane a detrimento dei propri soci ebrei. Il mondo che si ritrae è perciò difficile, e si evidenzia come, ad essere in una posizione di rilievo, talvolta non si riesce a districarsi dal potere anche volendo.

Nella Francia del secondo conflitto mondiale ci ha portato di recente Transatlantic, ed è stato inevitabile, in qualche caso, ripensarci. In The New Look, ideata da Todd A. Kessler (Bloodline, Damages), si è molto più crudi: la serie non distoglie lo sguardo degli orrori della guerra. Quando Coco si ritrova a cena con Heinrich Himmler (Thure Lindhardt) si rabbrividisce a sentirgli dire come il loro obiettivo fosse di eliminare il loro senso di appartenenza, quindi le loro cose, quello che possevedavo e poi la loro dignità, la loro speranza, l’anima. È difficile assistere alle torture a Catherine, anche nella misura in cui in sono in fondo solo accennate – non ci si compiace nel mostrare le situazioni più abbiette, ma si percepisce l’autentica mostruosità di quanto è accaduto, e si soffre dell’ansia e della paura di Christian che non sa che cosa sia capitato alla sorella. Perfino il suo ritorno, giustamente, mostrava i segni della tragedia vissuta sulla propria pelle e nella propria mente. La sorte delle collaborazioniste, rapate a zero e insultate e infamate per la strada dopo la liberazione, incarnate una per tutte dalla famosa attrice Arletty, paiono un inferno del contrappasso (1.04). Il ritorno spettrale dei sopravvissuti è accolto con lo sgomento nell’osservare la realtà che sopraffà la gioia (1.05). Non è solo uno sfondo, è parte essenziale della narrazione.

Allo stesso tempo la moda come arte è vista come atto creativo di riscatto, mezzo di sopravvivenza, tentativo salvifico di andare avanti e di offrire speranza attraverso la bellezza. Questo è quello che si ripropone Dior, timido, riservato, non grande amante di un accesso di attenzioni. Vuole provare emozioni, sognare, vivere, costruire un nuovo mondo attraverso la propria elegante inventiva. Vive nell’atto di disegnare e creare i propri abiti, non gli interessa la fama, se non come scotto per poter fare quello che ama fare. Ha uno smisurato talento, ma sono gli altri che sanno più di lui metterlo economicamente a frutto. E se, terminata la guerra, in tutta la Francia non c’è stoffa da confezionare abiti veri e ci si deve accontentare di vestire delle bamboline-manichino, che al teatro della moda ricevono 100.000 visitatori, quando ha l’opportunità di avere un proprio atelier, complice il mecenatismo di un danaroso re de cotone, rimane l’uomo corretto che non sottrae le modelle ai proprio colleghi, ma preferisce scegliere una prostituta presentatasi insieme a molte, dopo un annuncio messo sul giornale. Deve rassegnarsi a sottrarre ai colleghi le sarte, ma anche lì poi si giunge a un compromesso. La rivalità non è mai fare lo sgambetto agli altri, domina la correttezza, l’amicizia sincera, un’etica del lavoro che insegna a perseverare con dignità. E ci tiene immensamente alla famiglia, che sia la sorella a cui dedica la sua prima fragranza, Miss Dior – e confesso che la prossima volta che vado in profumeria mi fermerò ad annusarla pensando alla serie, conoscendone l’origine -, che sia il fratello che si trova in un sanatorio (l’ospedale psichiatrico dell’epoca) o il compagno (che si vede molto poco in realtà, ma è presente).

Diversamente dagli abiti degli stilisti ritratti, la serie ideata da Todd A. Kessler (Bloodline, Damages) non lascia a bocca aperta. La recitazione è impeccabile, ma i dialoghi potrebbero essere più incisivi e c’è una tendenza a sovraspiegare. Quando muore il padre di Christian (1.08), che poco prima gli aveva chiesto di andare a trovarlo, cosa che lui aveva rimandato di fare perché troppo pieno di lavoro, piange la sua morte e si arrabbia con se stesso. Non serviva che rimettessero in voiceover la conversazione avuta fra i due poche scene prima: ci arriviamo da soli che parte della sua reazione è il rimpianto di non aver acconsentito alla richiesta del padre. Questo accade troppo spesso. Una prevista seconda stagione è in ogni caso benvenuta.

martedì 11 febbraio 2020

KATY KEENE: una favoletta stucchevole


Nello spin-off di Riverdale intitolato Katy Keene, il cui pilot ha debuttato lo scorso 6 febbraio sull’americana CW, Katy (Lucy Hale, Pretty Little Liars, Life Sentence), basata sull’omonimo personaggio dei fumetti Archie Comics, è una aspirante stilista che di notte confeziona i propri abiti, con una inclinazione verso il rosso, con la vecchia macchina da cucire ereditata dalla madre, e di giorno lavora come assistente in un grande magazzino di lusso di New York, Lacy’s, dove ambisce a diventare personal shopper dei ricchi e famosi. Ha un fidanzato, KO Kelly (Zane Holtz), che lavora come buttafuori in un locale e mira a diventare pugile, e vive con due suoi amici: Jorge (Jonny Beauchamp), che sogna una carriera a Broadway e lavora come drag queen con il nome di Ginger Lopez; e Josie (Ashleigh Murray, Riverdale), fresca della città, che intende sfondare come cantante dopo l’esperienza liceale con le Pussycats ed altre successive. Fra le sue amiche più care conta anche l’esperta di social media Pepper Smith (Julia Chan).   

Sviluppata da Roberto Agiurre-Sacasa e Michael Grassi, la serie è senza ritegno e senza vergogna una favola per ragazzine (la prima puntata è pure intitolata “C’era una volta a New York”), con le protagoniste che lavorano sodo per i propri sogni, ma ottengono tutto con una facilità sorprendente: Josie appena arrivata, improvvisa qualcosa a Washington Square insieme a una donna conosciuta lì sul momento e le viene potenzialmente offerto da un discografico super-carino e super-potente il contratto di una vita, anche se poi le cose non vanno come spera. Katy deve far colpo su un principe che spende molto denaro da Lacy’s, per non deludere la sua esigentissima principale, e salva la situazione con la ragazza di lui diventando la preferita del reale, nonostante l’invidia di una collega. Solo il povero Jorge viene ritenuto “troppo gay” in un’audizione per “Mannequin” a cui si è presentato. E dal canto suo KO è, dal pilot, poco più di un accessorio da sbaciucchiare per Katy che altro. La prima scena in cui appare, in mutande, è la definizione del fan service.  

Si sono osservate molte potenziali influenze: Riverdale, Sex and the City, Il Diavolo Veste Prada, Saranno Famosi, Felicity, The Bold Type, Rent, Valley of the dolls…C’è un’estetica retrò, visibile già dalle primissime immagini, oltre che da certi outfit, ma si è chiaramente ancorati al presente anche con riferimenti culturali pop vari. Ci sono colori saturi.  La romanticizzazione è smaccata e gloriosamente stucchevole, ma volutamente tale. Ci sono scene da cartolina, attenzione alla moda, intramezzi musical – è definito un musical dramedy -  e gli intenti e le emozioni dei personaggi sono tutti molto marcarti. Dal pilot ci vedo un potenziale successo, specie fra i giovanissimi, ma io passo.

martedì 27 marzo 2012

TOUT LES HABITS DU MONDE: abbigliamento come cultura

Spesso trattiamo moda e modi di vestire come qualcosa di frivolo, dimenticando che raccontano della cultura di un popolo, dell’identità e dei costumi di un Paese. Questo ricorda e illustra la ghiotta serie documentaristica Tout Les Habits du Monde, andato in onda Rai5, alle ore 17.55 e mi auguro presto in replica.
Sono rimasta davvero affascinata da questo programma perché spiega l’abbigliamento in modo nuovo, decodificando veramente elementi del vestiario che diversamente avrei letto con i criteri miei. All’interno di una cultura sono talmente interiorizzati da non necessitare spiegazioni, e invece attraverso questi video si fanno viaggi culturali all’estero che davvero spezzano un codice e aprono inusitate prospettive. Formalmente non è nulla che non si sia già visto altrove – filmati corredati da spiegazioni di una voce fuori campo, brevi interviste – è proprio il contenuto, e come viene affrontato, come connessione con la cultura, a costituire la novità.
Recentemente sulla Thailandia, ad esempio, si è scherzato dicendo che forse l’abito non fa il monaco, ma fa il bonzo, seguendo giovani ragazzi per cui vestire secondo la tradizione religiosa è una sorta di rito di passaggio all’età adulta anche quando avviene solo per alcuni giorni. Si rasano la testa e i capelli vengono abbandonati nel fiume e con essi simbolicamente i peccati, poi indossano l’abito monacale color zafferano: è in otto parti e non possono uscire finché non sanno indossarlo alla perfezione, perché diversamente nuocerebbe alla reputazione del tempio. Ci si è soffermati sull’amore di quel popolo per le uniformi: tutti ne hanno una, a seconda della categoria o del lavoro di appartenenza, ed è spesso motivo di orgoglio. Gli studenti ad esempio hanno gonna o pantaloni neri e camicia bianca. Quello che li distingue sono non l’abito, ma i distintivi e le spille. E, fintanto che i rigidi criteri di abbigliamento sono seguiti, gli uomini possono usare le uniformi femminili, poiché i katoi (donne rinchiuse in corpi maschili) sono accettati senza problemi, anche in accordo alla filosofia buddista. È ammessa la “confusione” fra generi sessuali  più di quella fra classi sociali.
In Egitto, ci si è soffermati sulle differenze fra l’abbigliamento di campagna, dove la galabia è portata con orgoglio e ha un taglio laterale per poterci infilare un lembo per sollevarla con agilità, e la città, dove gli uomini portano i pantaloni; si è riflettuto sul valore simbolico che ha la camicia alla Nasser; si sono dotate le differenze fra i veli indossati dalle varie donne, e su come per le occasioni importanti ci siano saloni di bellezza che li sistemano come fossero autentiche acconciature…
Affascinante. 

martedì 25 ottobre 2011

MA COME TI VESTI?! Per manichini, non persone


Forse sarei io stessa ad abbisognare dell’intervento di Enzo Miccio e Carla Gozzi, di Ma come ti vesti?! (Real Time, mercoledì, ore 21.10), eppure mai mi rivolgerei a loro perché, sebbene mi paiano competenti, trovo che facciano un cattivo lavoro, omogeneizzando e depersonalizzando quelli che si rivolgono alla loro professionalità, imponendo il proprio gusto su quello degli altri, invece di indirizzare le persone a scoprirne uno proprio. I casi senza speranza della moda vengono osservati nel loro look quotidiano, spesso decisamente terrificante. I due stylist affettano un anche divertente, e immagino in parte genuino, orrore per gli errori-orrori di vestiario che vedono. Fatto questo, attaccano capo per capo il guardaroba della persona che vogliono trasformare, dividendolo in tre cesti: uno nero con quello che si butta, che finisce per riempirsi parecchio; uno rosa, con ciò che si può tenere, spesso ben poco, ma che va reinventato; e uno oro con quello che può essere riciclato.
Poi propongono dei look alternativi e qui dimostrano che son bravi a essere spietati, son bravi nella pars destruens, ma molto meno in quella construens, dove danno sì buoni suggerimenti (ad esempio a una ragazza in una puntata che ho visto recentemente dicevano che aveva un bel corpo e che non doveva nasconderlo, ma imparare a valorizzarlo), ma poi non ascoltano e non costruiscono le proprie proposte sui gusti della persona, ma la etichettano come “senza gusto”. Quando una si è lamentata che i modelli che le proponevano non le piacevano Enzo ha rimarcato: “non abbiamo chiesto se ti piaceva!”. Urrà per l’interessata che ha avuto il coraggio di esprimere la propria opinione. La frase però è emblematica di quello che fanno, che è vestire manichini e non persone. Certo, ad affinare il gusto ci vuole competenza, che spesso le persone che si rivolgono a loro non hanno, ma ci vuole anche personalità. Non c’è niente di più triste invece del loro atteggiamento, che vuole dire spingere a non pensare e a bersi qualunque cosa acriticamente solo perché qualcun altro decide che è bello, vuole dire essere pecoroni e significa anche scarsità di fantasia da parte loro che sono incapaci di cogliere la prospettiva di qualcun altro. Penso dovrebbero potersi conciliare moda ed estetica al gusto personale. Qui non succede.
La trasmissione dà un budget di 1500 euro, da spendere. Non voglio dire che spendere quella cifra per soli tre look significhi essere aiutato nel buon gusto. Ovviamente è irrilevante, ma è anche vero che nella vita quotidiana molte persone non possono certo affidarsi a simili cifre per pochissimi capi e in parte conta anche quello. Nel loro atteggiarsi a fashion police dovrebbero tenere anche conto del portafoglio delle persone, per lo meno nei loro giudizi così trancianti, e del fatto che non tutti aspirano ad essere delle o dei fashionista. Le mise che alla fine mettono insieme potranno anche rivaleggiare con quelle di Vogue, forse, ma mi sembrano tanto piatte e stereotipate. Qui l’arbiter elegatiae dei programmi TV sono io, e a seguire il loro esempio, butto il programma nel cesto dei programmi da non rivedere.