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sabato 22 giugno 2024

Libri e serie TV: sono stata ospite di BOOKATINI


Con mia grande gioia sono stata ospite di “Bookatini”, il podcast per chi è ghiotto di libri, realizzato da Tania Da Ros (mia sorella, nota anche come Libridine) e Francesca Vedovelli, una cara amica.

La puntata a cui ho partecipato, la numero 78, è stata dedicata ai libri da cui sono state tratte delle serie TV. Io ho parlato di The Handmaid’s Tale e di Normal People. Tania ci ha raccontato di Dexter, e Fra ha scelto Ripley.

È stata una gustosissima chiacchierata che vi invito ad ascoltare qui.

mercoledì 15 maggio 2024

RIPLEY: Zaillian ci regala uno stupendo neo-noir

Ripley (Netflix), il più recente adattamento del romanzo di Patricia Highsmith in forma di miniserie, è stato stupendo. Scrive bene la BBC quando titola la propria recensione dicendo che è un capolavoro, la serie hitchcockiana che Hitchcock non ha mai realizzato. 

Non ho letto il libro, e ho visto il solare film di Anthony Minghella del 1999, che se ne distanzia parecchio a quanto ne so, solo dopo questa trasposizione televisiva, e ammetto senza problemi che quando avevo saputo che era in produzione la mia reazione è stata “una cosa in meno da guardare”. Proprio non è il mio genere, e lo avrei evitato. Poi ho visto l’atmosferico promo di un programma girato completamente in bianco e nero, ho visto che interprete principale era Andrew Scott (Sherlock, Fleabag, Estranei), e ho scoperto che era stata ideata e interamente scritta e girata da Steven Zaillian, già autore di una delle mie miniserie preferite di tutti i tempi, The Night Of (ne ho scritto qui nel 2016). Improvvisamente il mio atteggiamento è diventato “devo vederlo immediatamente appena esce”. Non sono rimasta delusa.

ATTENZIONE SPOILER NEL PROSSIMO PARAGRAFO

Protagonista è l’anti-eroe Tom Ripley, maestro dell’inganno e dei raggiri, che sopravvive con piccole truffe. Siamo negli anni ’60 a New York e il danaroso industriale nautico Herbert Greenleaf (Kenneth Lonergan) lo assume per trovare il figlio Richard “Dickie” (Johnny Flynn), di cui lo crede amico, per riportarlo a casa. Questi si trova in Italia, a dipingere e godersi la bella vita, ad Atrani, località della costiera amalfitana, insieme alla sua compagna, Marge Sherwood (Dakota Fanning), che sta scrivendo un libro fotografico sul paesino. Tom inizialmente si fa amica la coppia, sebbene lei lo guardi sempre con sospetto. Poi, messo alle strette per andarsene, uccide “Dickie” e ne assume l’identità e ne utilizza il conto in banca, passando da una città all’altra del Bel Paese (Napoli, Roma, San Remo, Palermo, Venezia) per depistare e sviare i sospetti, finendo per uccidere anche un amico della coppia, Freddie Miles (Eliot Sumner), ragion per cui l’ispettore romano Pietro Ravini (Maurizio Lombardi) inizia ad investigare. Tom nonostante qualche passo falso, riesce sempre a scamparla, con grandissimo talento per la truffa, ma riesce anche a farsi passare per chi non è e per essere una brava persona perfino con la padrona di casa da cui affitta un lussuoso appartamento, la Signora Buffi (Margherita Buy).

Anche in questo caso, come nel precedente progetto per il piccolo schermo di Zaillian, assistiamo a un character study, nella forma di un thriller psicologico noir, o neo-noir se preferite. Psicopatico o sociopatico che sia Ripley, di fronte alle terribili azioni che commette finisci ugualmente a tenere un po’ per lui, a sperare che la faccia franca, a rimanere con il fiato sospeso per vedere come uscirà dall’ennesimo potenziale tranello, in suspence ad ogni passo in cui è virtualmente braccato. La bella recensione di Lucy Manga sul Guardian, rammenta come Graham Greene avesse definito la Highsmith “poetessa dell'apprensione” e qui si fa onore a tale definizione, anche se ci si concede anche l’occasionale tocco umoristico. Di Tom poi ammiri l’intelligenza, ne comprendi la rabbia e l’invidia che prova per gente meno talentuosa di lui che apparentemente ha tutto senza fare nulla, solo perché appartiene a una classe più abbiente, ne percepisci la solitudine, l’isolamento (e non guasta che buona parte del programma sia stato girato durante la pandemia). Un tema importante è gioco forza quello dell’identità e anche il fatto che siamo misteriosi a noi stessi; ci sono anche allusioni omoerotiche, sebbene meno marcate rispetto al film, con il protagonista che ribadisce che gli piacciono le ragazze, ma non sai se credergli e fino a che punto lui stesso ci creda o sia consapevole di chi è veramente. Indossa perennemente una maschera.

La messa in scena è elegantissima, con una fotografia mozzafiato, ogni inquadratura un quadro, una cinematografia raffinata e artistica, una luce calibrata alla perfezione. Nel film la passione del protagonista e filo conduttore è il Jazz, non presente nel romanzo, e qui la musica è quasi assente, cosa che mi è stata fatta notare e a cui io non avevo prestato attenzione, non essendo io una persona molto musicale. Non ho idea di come fosse nel libro, ma nella produzione di Netflix in modo molto più pregnante e coinvolgente a coinvolgere il protagonista è la pittura, e in particolare Caravaggio, con i suoi intensi chiaroscuri – e qui i chiaroscuri sono tanto visivi quanto psicologici – e con la sua vita tormentata e, in fuga da Roma dopo l’accusa di omicidio, finita in tragedia. Ripley lo studia, va ad osservarlo dal vivo, e si identifica con il grande maestro fra rinascimento e barocco, che è un personaggio a tutti gli effetti ad un certo punto. Il parallelismo funziona su più livelli (anche per la possibile omosessualità del pittore), con varie opere che punteggiano le puntate. Il programma è attento allo stile, ai costumi e al design (e a questo proposito si legga questo pezzo su Tudum, che in generale fa specifiche interessanti osservazioni estetiche) e riflette sul talento, sulla bellezza e sull’arte; efficacemente, come interpretazione letteraria e pratica ecfrastica, ci permette una riflessione intermediale, che come minimo coinvolge televisione, letteratura e pittura (ma non solo), deponendo a favore del fenomeno che Oskar Walzel agli inizi del XX° secolo definiva la wechselseitige Erhellung der Künste, la reciproca illuminazione tra le arti.

Un cameo di John Malkovich, che ha interpretato Ripley nel film Ripley's Game (2002), basato su un diverso libro della Highsmith, è un bel tocco nell’episodio conclusivo, ma non c’è dubbio che a brillare su tutti sia Andrew Scott, pacatamente tagliente, manipolatore e tanto inquietante quando magnetico.

giovedì 5 dicembre 2019

1000° POST: che cosa ti spinge a seguire una serie?

La foto è mia. L'ho scattata al Cantor Center for Visual Arts, a Stanford (California, USA), lo scorso 18 settembre 2019. Si tratta di un pezzo di Edward Kienholz e Nancy Redding Kienholz, all'interno di una mostra che, ispirandosi a McLuhan, è stata intitolata "The Medium is the Message". Per ulteriori notizie su questo pezzo, rimando a un post scriptum al post. 

Questo è il mio millesimo post, e per l’occasione voglio dedicarlo non a un programma specifico, ma alla TV in generale. Chiedo a chi mi legge, quello che mi sono chiesta più volte io stessa: che cosa ti spinge a guardare una serie tv? Che cosa ti fa decidere di iniziarla e proseguirla, o che cosa invece di abbandonarla?

Io concepisco le serie televisive come forme di “design esperienziale”, per usare una dicitura di Maria Pia Pozzato, e comunque le vedo come un modo per dilatare il mio mondo, per avvicinarmi ad altre prospettive, e davvero ampliare le mie vedute grazie a momenti di risonanza empatica con modelli cognitivi e “patemici” in cui non necessariamente mi riconosco. 

In questo momento della mia vita, guardo pochissimi  programmi che non siano di narrativa televisiva e, con la vastità di scelta che c’è, mi capita raramente di ri-guardare qualcosa, a meno che non debba scriverci un saggio o comunque qualcosa di molto consistente. Le ragioni sono fondamentalmente che si riesce a malapena a stare dietro alle produzioni nuove, e in parte dipende dei miei problemi di salute, che mi consentono di vedere meno di quanto vorrei, per quanto più che in passato. Ammetto che mi manca il piacere e la qualità della visione che è permessa solo da reiterati approcci al materiale, che si arricchisce di sfumature dalla ripetizione in sé e per sé. Penso che ci sia molto valore nel farlo, ma me lo concedo di rado. 

Sempre la salute mi impedisce un vero binge-watching, che facevo sulle videocassette anni prima che il termine venisse coniato. Anche qui, do importanza al passaggio del tempo nella visione, perché che ci sia o meno fra una puntata e l’altra non credo sia irrilevante, ma sono in grado di apprezzare entrambe le modalità di fruizione, che sono esperienze in parte diverse.

In fondo credo che la televisione, così come la lettura, sia un po’ come il cibo. Tutti sanno che cos’è, ma è un’esperienza unica e diversa per ciascuno, ed è qualcosa che magari non ricordiamo, ma che ci nutre e che ci fa diventare quello che siamo. Come tutti ho i miei gusti, ad esempio non sono una grande amante dei gialli e dei crime in senso ampio, ma sono onnivora e anzi cerco di spingermi a guardare cose che potenzialmente non mi attirerebbero necessariamente. Contemporaneamente sto attenta alla mia dieta visiva, non nel senso di preservarmi o schermarmi da cose violente o spinte o controverse, anzi, in quel senso non mi faccio nessun problema, ma ci sono molti programmi a cui magari potrei anche dare una possibilità, ma che getto in un calderone che scherzosamente chiamo “la vita è troppo breve per questo“. Sicuramente scelgo di seguire anche cose che non mi piacciono, una volta che ne ho intrapresa la visione, come modalità di “ascolto” di una prospettiva che solo in conclusione posso capire dove intendeva portarmi.

Nel guardare un programma televisivo, cerco la qualità, ma non disdegno né disprezzo programmi che valuto mediocri, quando non terrificanti. Penso che la creatività umana abbia un valore, e talvolta anche programmi che intellettualmente giudico minori hanno un loro importante peso. A volte cose meno brillanti ci parlano in modo più diretto, per qualche motivo, perché toccano comunque delle corde dentro di noi. In ogni caso, io stessa mi sono nutrita di molte ciofeche, di una buona dose di storielle formulaiche e stereotipate, nel corso dell’adolescenza soprattutto, e penso che sia un diritto di ciascuno di avere legittimamente il proprio percorso formativo, fatto di tante visioni bizzarre, fatto di errori e di tempi persi, di scelte di cui ci si vergogna. Anche quelle servono. 

Da più giovane tendevo ad essere snob nei confronti dei gusti televisivi delle persone, e se è inevitabile che mi faccia un’idea di qualcuno sulla base di quello che guarda, allo stesso tempo ora mi considero molto più indulgente perché penso che sia giusto che le persone scoprano le cose con le proprie modalità e i propri tempi. Magari sono io che certi programmi non sono preparata per o in grado di coglierli. E magari ci arrivo dopo. 

Considero le serie TV un forma d'arte, al suo meglio, ma ammetto anche di non avere più lo stesso fuoco sacro che mi animava un tempo, e mi chiedo se sia dovuto all’età che avanza o se sia invece dovuto alla grande abbuffata avuta nel tempo che mi fa entusiasmare sul serio veramente per poche produzioni. Probabilmente un po’ tutte e due.

Di mia tendenza recupero poco poi le serie vecchie. Cerco di rimanere sulla cresta dell’onda temporalmente parlando. È il mio modo di assorbire lo zeitgeist. Però capisco chi scava nelle miniere del passato, e rimpiango di non trovare il tempo di farlo io stessa.

Per un mese all’anno poi, solitamente ad agosto, digiuno: non guardo nulla. Mi è utile questo stacco, mi ricorda che cos’è il mondo senza televisione, ma alla stessa maniera in cui stacco volontariamente, riprendo con coscienza a nutrirmene.

Alla fine io scelgo di guardare una serie che seguo fondamentalmente per tre motivi:

1. Mi piace. Qui non c’è qualità che tenga, un programma può essere buono o no, ma se mi prende, mi fa piacere seguirlo. Un esempio di questo potrebbe essere per me The Orville, che razionalmente non giudico in modo particolarmente favorevole, ma che a dispetto di tutto mi piace. In questa categoria possono esserci cose che di fatto invece anche reputo molto intelligenti e brillanti e vera arte televisiva. Quando c’è qualcosa di veramente mozzafiato, che mi stupisce per come è realizzata e per quello che dice, lo percepisco nel sangue, veramente “it blows my mind”, come mi verrebbe da dire in inglese, ho un sorta di “wow” dentro di me, pieno di stupore, di meraviglia, di ammirazione. Un po’ come la consapevolezza di innamorarsi. In questo momento un programma del genere è per me Succession. Quando sono davanti a qualcosa di veramente grande me ne accorgo istintivamente, e inevitabilmente mi piace. 

2. Ha un grande seguito di pubblico. Se una serie è fortemente seguita, ci do almeno una possibilità, perché ritengo che sia un valore in sé riuscire ad aggregare molte persone: probabilmente si riesce a percepire qualcosa nel DNA della società di quel momento per cui si riesce ad essere così popolari. C’è chi al contrario è sospettoso di tutto quello che ha troppo successo, ma non è il mio caso.  Se il programma non mi convince, la popolarità in sé non me lo fa apprezzare, però ritengo che ci sia appunto un quid significativo nel successo nella misura proprio in cui raccoglie il consenso. E seguire qualche programma molto popolare mi fa sentire comunque parte della società e di quello che viene consumato in uno specifico momento. Rimpiango di non aver mai seguito Dallas, negli anni 80, e questo perché insegnanti che avevo alle medie non volevano che si guardasse.  Quando in seguito ho provato a seguirlo, non mi hai ispirato granché, però rimpiango di non aver fatto quell’esperienza nel momento in cui andava fatta. Oggi questo cavalcare l’onda della popolarità ha ancora più senso per le modalità contemporanee e social della fruizione. Il Trono di Spade mi è piaciuto parecchio, ma parte del piacere aggiunto veniva proprio dai consensi che riceveva, dalla conversazione mondiale, dalla condivisione di momenti salienti con altri fan. In passato mi è capitato di sentire che ci impatta anche la televisione che non guardiamo, nel momento in cui la guardano gli altri, e penso che ci sia molto di vero in questo. Per quello, essere consapevole di qualcosa che tira molto mi interessa. Un esempio di questo per me potrebbe essere This is us. È un programma che trovo gradevole, anche se un po’ troppo strappalacrime, ma di cui ho un’opinione media – ne apprezzo molto alcuni aspetti, ad esempio il discorso che sta facendo sulla mascolinità, ma complessivamente non ne sono entusiasta. Eppure, la sua popolarità, fa sì che io lo stia seguendo, almeno per il momento.

3. Una serie è molto apprezzata dalla critica. Sarà che sono io stessa una critica, ma do peso al giudizio e alle recensioni della critica. In altri argomenti in cui sono meno competente, spesso vedo con sospetto l’opinione degli esperti, perché è troppo scollata da me. In campo di televisione, sarà che appunto mi ritengo competente, ma sono spesso in sintonia, specie con alcuni esperti  che diventano un po’ la mia guida. Cerco sempre di ricordarmi di questo, e in modo biunivoco. Quello che voglio dire è che quando vedo che la critica, su argomenti in cui non sono so granché, apprezza cose che io non riesco a comprendere, ci do comunque un valore ricordandomi che c’è di base una competenza che io non ho. E quando vedo chi non è competente in televisione non apprezzare quello che dice la critica, cerco di ricordarmi che io mi trovo nella stessa situazione in altri settori. Chi sa vede e coglie aspetti che chi non sa non vede nemmeno. Concordo con l'ormai ex-critico di punta di The Hollywood Reporter, Tim Goodman, che nel panorama attuale, così fortemente in cambiamento peraltro, il ruolo di chi professionalmente è chiamato a guardare ed esprimere giudizi su quello che vede è un po’ quello di curatore. Ci sono stati diversi programmi che nel tempo ho guardato solo perché erano apprezzati dalla critica. Questo non significa necessariamente che poi io debba godermeli, però penso che sia stata sempre una scelta saggia affrontare questo genere di visioni. L’apprezzassimo Twin Peaks io non ho mai amato particolarmente, pur capendo razionalmente le ragioni delle lodi che riceve. In ogni caso l’ho guardato dall’inizio alla fine e sono contenta di averlo fatto. Mi sarei fatta impalare piuttosto che guardare Friday Night Lights, ed essermi costretta a farlo mi ha fatto scoprire uno dei programmi che mi sono piaciuti di più nel tempo, anche se ammetto di non averlo ancora terminato, e ho finito addirittura per leggere il libro da cui è tratto, che aveva vinto il Pulitzer. Solitamente, anche lì dove poi non concordo con la maggioranza della critica, di solito non mi pento di aver seguito qualcosa anche lì dove magari non mi è piaciuta. Raramente si è rivelato una perdita di tempo.

Il mondo del piccolo schermo sta cambiando rapidamente: per lo streaming, i vari dispositivi che modificano le modalità di fruizione, i nuovi attori produttivi, il sempre maggiore peso delle libraries e delle IP, le intellectual properties... mi chiedo quali fattori di cui non sono consapevole condizionino le mie scelte più di quando mi renda conto. 

Concludendo comunque, queste sono decisamente le ragioni che mi spingono a guardare una serie. Quelle che mi spingono a mollarla dopo che l’ho seguita per un po’, sono decisamente più nebulose e non ho delle regole consapevoli in questo caso.
Voi?


PS. Come scrivevo nella didascalia alla foto, si tratta di un’opera dei coniugi Kienholz (lui nato nel 1927 e morto nel 1994, lei nata nel 1943 e ancora vivente). Accanto all’immagine, la spiegazione diceva “Il team di marito e moglie conosciuto unitariamente come “Kienholz” è noto soprattutto per i suoi assemblaggi crudi e provocatori che commentano gli aspetti più oscuri della cultura e dell’ideologia americana. L’articolo onnipresente nella loro casa e studio era il televisore. Un oggetto che consideravano essere – nel bene e nel male – il più quintessenzialmente americano. Durante tutte le ore di veglia molti televisori erano accesi, a casa, riempiendola con notizie e rumore. I Kienholz hanno creato più di trenta assemblaggi unici che presentavano televisori di fortuna. Realizzati con materiali di scarto, come vecchie lattine dell’olio e blocchi cilindri, ciascun “televisore” non è in grado di funzionare pienamente. Rivelando disgusto e fascinazione in parti uguali, la fissazione dei Kienholz per l’impatto della televisione sulla società americana sembra anche più rilevante oggi”.   

venerdì 12 gennaio 2018

CFP di Osservatorio TV



Riporto di seguito quanto indicato sul sito di “Osservatorio TV”. 

“Osservatorio TV è un progetto di ricerca indipendente che pubblica un ebook gratuito ogni anno per analizzare le serie TV realizzate indicativamente nei 2/3 anni precedenti. Arrivato al sesto anno, Osservatorio Tv ha già in programma per il 2018 saggi sulle seguenti serie:

Alias Grace, Bates Motel, Black-ish, Black Mirror 4, Crisis in Six Scenes, Dark, Defenders, Easy, Feud, Happy Valley, How to get away with murder, Mindhunter, Mr.Robot, Ozark, Outlander, Shameless US, Stranger Things, The Girlfriend Experience, The Good Place, The People vs. O.J. Simpson: ACS, You Me Her.

Per chi fosse interessato a partecipare, il prossimo numero verrà pubblicato a settembre 2018. Per proporre una collaborazione, inviare a barbaramaio@osservatoriotv.it una proposta per una serie ancora disponibile e una breve bio o cv.

La proposta dovrà arrivare entro marzo 2018 e il saggio di circa 4/5000 parole dovrà essere inviato entro giugno 2018”.

Solo a titolo indicativo, sul sito si elencano di seguito serie ancora disponibili ma si accettano proposte anche su altre serie, possibilmente prodotte non prima del 2014.

sabato 11 luglio 2015

OSSERVATORIO TV 2015: digitale, gratuito


Per chi ha piacere di scaricarlo, è appena uscito il nuovo libro (digitale, gratuito) di OSSERVATORIO TV. È un po' più breve di quello degli anni passati, ma ugualmente goloso. Lo trovate qui.

Io ho scritto su Inside Amy Schumer, che usa una "ironia euristica" nel parlare di sesso, femminismo, gender, media; e su The Affair, che attraverso il punto di vista di lei e di lui nel raccontare una relazione extraconiugale mostra i limiti della memoria come parametro epistemologico.   

Sotto trovate l'indice del volume. Buona lettura!

Presentazione di Barbara Maio 
Introduzione di Roy Menarini 

Agente Carter di Barbara Maio
Banshee di Elisa Rampone
Fargo di Alice Casarini 
Galavant di Olimpia Calì
Inside Amy Schumer di Giada Da Ros
Luther di Ellen Nerenberg 
Rectify di Massimo Siardi 
The Affair di Giada Da Ros 
The Knick di Attilio Palmieri
The Leftovers di Sara Mazzoni 
The Strain di Dikotomiko Cineblog
The Village di Marco Mongelli 

Biografie degli autori



venerdì 26 settembre 2014

Pordenonelegge 2014: HANIF KUREISHI, la scrittura, la televisione


Lo scorso sabato 20 settembre (ore 21.00), sono andata a sentire Hanif Kureishi intervistato da Giorgio Zanchini a Pordenonelegge. L’incontro era prevalentemente sull’ultimo romanzo dell’autore britannico, intitolato L’ultima parola. Gran parte della conversazione si è svolta proprio intorno al tema della parola e della scrittura, essenziali secondo lui per costruire la propria identità e crearne una alternativa a quella che dall’esterno ti attribuiscono gli altri, che sia tua e che cambi la conversazione.
Ad un certo punto Zanchini ha osservato che, nella sua opinione, almeno in Italia, la scrittura e i romanzi hanno un peso molto minore ora, nella vita delle persone, rispetto a quanto non accadesse 40 anni fa, e gli ha chiesto se la pensasse anche lui alla stessa maniera e se percepisse in Inghilterra la stessa cosa che lui percepiva in Italia. La risposta di Kureishi è stata che dipendeva molto da che cosa si intendeva per scrittura. Se si guardava a programmi televisivi come I Soprano, House of Cards, e ha nominato anche una o due altre serie che mi sfuggono, sui cui cofanetti ci si lancia non appena escono per guardarsi ogni puntata, e parlarne subito dopo, allora non poteva dire di ritrovarsi in quell’osservazione. Quel genere di scrittura, la buona scrittura quanto meno, è ancora molto rilevante, perché accende dibattiti, fa pensare, fa discutere, e ti confronti con quanto ti dice.
Rispetto al romanzo specificatamente, l’autore di Nell’Intimità ritiene che la sua fortuna abbia sorti storicamente ondulatorie, e ha ammesso che non conosce persone di sesso maschile adulte che leggano romanzi, mentre conosce persone di sesso femminile adulte che ne leggono. Se però non ci si limita alla scrittura del romanzo, ma appunto si concepisce la scrittura in senso più ampio, ha ribadito che un grande ruolo lo ha tutt’ora ed è molto viva e pregnante nel mezzo che ritiene quello primario nella nostra epoca: la televisione. Lì ci sono i materiali, per così dire, della buona scrittura su cui si discute e ci si anima e arrovella. Parafraso, naturalmente. Mi rammarico, anche, di non averlo potuto registrare per poter riportare in modo più dettagliato e preciso quanto ha detto.
Una cosa che, ammetto, mi è seccata molto, è che l’interprete, peraltro molto bravo, abbia saltato a piè pari, nella traduzione, qualunque menzione alle serie televisive citate da Kureishi. E purtroppo mi sono resa conto che è una cosa che avviene regolarmente. Anche quando recentemente sono stata a Mantova a vedere Jullian Fellowes (ne ho parlato qui), quell’autore ha citato, fra le altre cose, una serie seminale come The West Wing, di Aaron Sorkin, e l’interprete non l’ha minimamente menzionata.
Come sempre quando gli autori stranieri lodano la televisione e dicono che c’è ottima scrittura in televisione e che è probabilmente la scrittura più rilevante nella realtà contemporanea, e citano dei programmi specifici, questi programmi non vengono mai tradotti, ma vengono saltate quelle parti in cui questi autori si esprimono in questi termini nei confronti di testi specifici del piccolo schermo. Mi brucia. Per me, che mi batto  perché far capire l’importanza della scrittura in televisione e di quanto sia buona in questo momento, il fatto che questo avvenga continuamente mi irrita. È anche attraverso queste occasioni, è nel sentire autori importanti e noti per la narrativa cartacea che apprezzano la sceneggiatura televisiva, che si cambia un po’ idea alla gente, ed è uno dei modi attraverso cui la gente viene educata a prestare attenzione.
Purtroppo mi rendo conto che parte del motivo per cui i programmi specifici non vengono tradotti, o non vengono menzionati in traduzione lì dove il titolo è identico all’inglese, è che chi li cita dà per scontato siano titoli noti, perché sono le serie su cui si scrivono articoli su articoli, sono gli autori televisivi sulla cui scrittura si riflette. In Italia però evidentemente un po’ certi programmi arrivano in sordina, un po’ c’è meno questa sensibilità e consapevolezza nei confronti del peso culturale delle serie televisive, per cui gli interpreti semplicemente spesso non le conoscono, e altrettanto semplicemente non le traducono. Rimane una cosa che mi dispiace davvero.
Nella foto, Kureishi (a destra) con il suo interprete.

lunedì 14 maggio 2012

MAINSTREAM: tanto di cappello


Tanto di cappello a Mainstream, lo spazio che Rai4 (domenica ore 22.45 e in replica giovedì alle 00.15 e domenica alle 15.30, in più sul web su www.rai4.rai.it), dedica ai telefilm.
Il ritmo è stringente e il contenuto denso e un po’ mi dispiace che interviste che potrebbero essere corpose vengono ridotte in pillole di poche battute, ma il messaggio passa e per una volta si parla dell’argomento in modo competente, aspettandosi intelligenza anche da parte del pubblico, in un modo che francamente non ha mai visto fare prima: il titolo del programma viene accompagnato dall’autore e dagli anni di messa in onda, e in chiusura si danno consigli di lettura collegati alla puntata. Sembra poca cosa, ma la dice lunga sulla serietà con cui finalmente ci si degna di trattare l’argomento.
Ideato da Enza Gentile e Andrea Fornasiero, indaga la recitazione, i modelli narrativi e produttivi, la terminologia, l’eredità culturale e storica attraverso rapide sezioni: cross-media, focus on (che si concentra su una serie specifica), serial life (in cui si ripercorre una carriera), cult series, serial news (sui nuovi programmi), tag (sulle parole che si utilizzano), web series. La sigla si apre con un’immagine di Breaking Bad con sotto la musica di Twin Peaks.
Sono rimasta un po’ scandalizzata e molto seccata che TV Sorrisi e Canzoni abbia criticato questa rubrica perché, in qualche modo, troppo ben fatta, non alla portata di tutti. Che vergogna. Semmai son proprio da lodare per il fatto che cercano di elevare il livello del dibattito. Se proprio una critica devo farla è che non mi hanno contattata come consulente. Lo dico scherzosamente, ma non poi più di tanto.