È stata una sorta di retelling in salsa
moderna di Cenerentola la quarta stagione di Bridgerton, con
protagonista Benedict (Luke Thompson) che trova l’amore con Sophie Baek (Yerin
Ha), una cameriera figlia illegittima di un nobile, Lord Penwood, che alla
morte precoce di lui diventa la serva di matrigna Araminta (Katie Leung) e
sorellastre, Rosamund (Michelle Mao) e Posy (Isabella Wei) – solo quest’ultima
era stata gentile con lei. Dal secondogenito di casa Bridgerton Sophie viene inizialmente
incontrata, poi disegnata e a lungo cercata, come la “lady d’argento”. Grazie
all’aiuto della cuoca Irma (Fiona Marr) e del footman Alfie (David
Moorst), suoi amici veri, era riuscita infatti a intrufolatasi in un ballo in
maschera di apertura di stagione vestita proprio di quel colore e con il viso
nascosto, e fuggita allo scoccare della mezzanotte, senza che ne sia stata
rivelata l’identità.
Questo arco è stato il secondo in termini di
gradimento per me, dopo quello del fratello Anthony (Jonathan Bailey) nella
seconda stagione, che qui fa una comparsata con la consorte, e prima di quello
della sorella Daphne (Phoebe Dynevor) nella prima stagione, poi mai più vista,
e del fratello Colin (Luke Newton) nella scorsa terza, convolato a nozze con
l’amata Penelope (Nicola Coughlan). C’è stato spazio, con storyline secondarie,
anche per mamma Violet (Ruth Gemmell), per cui si vocifera da tempo di un
possibile spin-off, che ha avuto una liaison con Marcus (Daniel Francis); e per Francesca (Hannah Dodd), il cui marito John
(Victor Alli) soffre di mal di testa che si capirà presto non essere causati
dalle preoccupazioni in Parlamento, e il cui percorso futuro già si sa che avrà
un distanziamento rispetto ai libri e si innamorerà di una donna - forse la
cugina di lui Michaela (Masali Baduza), con cui si è consolidata intanto un’amicizia?
Bridgerton è Bridgerton e se lo si guarda è per i balli e la vita di società dell’epoca Regency (1811-1820), il romanticismo, il lieto fine e il senso di famiglia. Qualcuno lo seguirà anche per il gossip. Anche se è una bella liturgia sentire il refrain “Cari gentili lettori” e non mi dispiace che venga dato un ruolo e si faccia una riflessione su una pratica che ha un valore storico-sociale molto significativo, come numerosi studi sempre di più spiegano, la parte di ricerca del pettegolezzo a tutti i costi inseguito con gusto dalla regina Carlotta (Golda Rosheuvel) non mi appartiene. E sebbene lo spin off che la riguardi mi sia piaciuto e si cerchi di umanizzarla anche con l’amicizia con lady Davenport (Adjoa Andoh), il suo personaggio mi rimane odioso e, sebbene la simpatia o antipatia di un personaggio nulla dica sul merito narrativo, è una parte della storia che soffro e che sopporto solo per godermi il resto.
Le
vicende dei due innamorati osteggiati dal destino e dalla società in fondo
riflettono bene la cultura di un’epoca in cui il “mercato matrimoniale”, come
senza mezzi termini viene chiamato, era molto rigido. Dalla sostanza della
nostra epoca, certi impedimenti risultano assurdi, eppure si vede bene come,
costretti a sposarsi solo per rango, molti fossero necessariamente poi portati
a creare delle storie extra-matrimoniali, e come certi legami sgraditi siano
stati invece accettati per non creare disonore alle proprie famiglie o per non
danneggiare le persone a cui si vuole bene. Il matrimonio di un nobile con una
domestica non sarebbe mai stato accettato, e se un uomo avesse deciso ugualmente
per un simile comportamento, sarebbe stata compromessa la possibilità di
sposarsi degnamente anche delle sorelle. Se nella vicenda di Benedict e Sophie
di trova alla fine l’escamotage di una bugia a fin di bene che le permetta di
sposarsi e di rimanere alla luce del sole, nel corso della stagione, gli
ostacoli non paiono frivoli, ma molto concreti, e sono l’occasione di mostrare
le scelte difficili a cui sono tenuti i protagonisti, la loro nobiltà di cuore
nel correre i rischi che corrono e come l’amore autentico trionfi.
Più che in passato prende rilievo la servitù, alla Upstairs Downstairs o alla Downton Abbey, volendo. Brillantemente, anche perché legittimato dal fatto di essere una fantasia e almeno su quel piano ce lo si può permettere, continua la licenza poetica di un cast multirazziale. Non è passata inosservata anche l’apprezzabilissima inclusione di un personaggio con disabilità, Hazel, interpretato da un’attrice a cui manca parte di un braccio, Gracie McGonigal, con il moncherino ben visibile. Così come continua a essere un certo spirito pruriginoso nella rappresentazione delle scene di sesso, fatte con tatto e buon gusto ma spinte rispetto agli standard a cui siamo abituati.
Per me proprio un godibile scacciapensieri e leggero nel senso migliore del termine.










