giovedì 3 novembre 2011

CORTESIE PER GLI OSPITI: un piatto che si lascia mangiare


La formula di Cortesie per gli ospiti (Real Time, lunedì, ore 21.10), che ha cominciato la nuova, settima stagione lo scorso 12 settembre, è piuttosto semplice ed azzeccata: due concorrenti mostrano alle telecamere, che li giustappone in un montaggio alternato, tre oggetti che rappresentano loro, le loro vite e le loro passioni e poi annunciano il tema che hanno scelto per la serata in cui invitano a cena i tre giudici del programma e (cose che mi piace) il rivale.  Poi ci si concentra su un concorrente alla volta e lo si segue mentre fa la spesa, mentre cucina, mentre apparecchia. Arrivano i giudici, mangiano, si godono il momento conviviale  che viene ripreso e alternato da flash di commento diretti alla telecamera.
In chiusura Alessandro Borghese fa la propria valutazione in merito alle pietanza e alla loro presentazione, Roberto Ruspoli giudica come sono stati preparati tavola, tovaglia e stoviglie, Chiara Tonelli  offre la propria opinione sulla casa, l’ambientazione e l’accoglienza ricevuta in genere. Dalla somma dei voti che ciascuno di loro dà si ottiene un punteggio che permette di stabilire chi è il vincitore, ma ci può essere un pari merito. Seguono possibili consigli per il miglioramento.
La spesa di realizzazione di un programma del genere è sufficientemente ridotta e il potenziale di ripetizione pressoché inesauribile, il risultato anche però è un po’ fiacco e la ragione è duplice. I concorrenti talvolta sembra che partecipino più per mettersi in mostra che per passione, e i giudici sono un po’ troppo caserecci in come si atteggiano. I giudizi sono anche sensati e curati, ma è proprio nella maniera di porgersi che sembrano un po’ troppo “svaccati”, un po’ troppo “ci facciamo una cena gratis cavandone una puntata”. Insomma, lo show è un piatto che si lascia mangiare, ma che non offrirei agli ospiti.

mercoledì 2 novembre 2011

THE WALKING DEAD (stagione 2): zombie, fede e recessione economica


Nonostante io abbia anche apprezzato in partenza The Walking Dead, alla fine della prima stagione non ero così sicura di volerlo seguire, a causa, come ho spiegato in un post, dei forti, aggressivi maschilismo e misoginia che me ne rendevano pesante la visione. All’inizio della seconda stagione (su Fox dal 17 ottobre, ore 22.45, in pratica in contemporanea con la messa in onda negli USA), seppure la prima nuova puntata non avesse nulla di particolarmente specifico in questo senso, la sensazione mi è rimasta, come di un retrogusto, di un’etica di fondo rabbiosa che alla fine mi fa sentire in modo brutto riguardo a me stessa in quanto donna. È il punto di vista umano che non mi soddisfa. Per questo non sono sicura di volerla seguire anche nella seconda stagione, questa serie, abbandonata in corso di via dal suo showrunner Frank Darabont quest’estate, notizia ampiamente riportata dalla stampa, e già confermata per un terzo ciclo. Intanto ho cominciato comunque.
“What Lies Ahead – La strada da percorrere” (2.01), fuori dalle considerazioni di cui sopra, è stata appassionante. Si è ripreso dal momento subito successivo alla chiusura della prima stagione, quando erano saltati in aria i CDC di Atlanta (il centro per il controllo delle malattie americano). Ed è ricominciato il viaggio, la grande fuga, in macchina, in camper, in moto. Magari lo hanno fatto anche nella prima stagione e non me lo ricordo, ma vedere ora Norman Reedus (che interpreta Daryl Dixon) su una motocicletta non può non far tornare alla mente la sua partecipazione al video di Lady Gaga, Judas, cosa che mi pare voluta. C’è stata la tensione dell’orda di zombie putrescenti da cui hanno dovuto nascondersi, cercando di rimanere silenziosi e immobili, la scomparsa della piccola Sophia (Madison Lintz), e un memorabile colpo di scena finale che non rivelo per evitare spoiler.  
Oltre a quello della sopravvivenza è emerso in modo molto forte il tema di non perdere la fede. In apertura sentiamo Rick (Andrew Lincoln) proprio dire che è quello che cercano di preservare, a dispetto di tutto. Per fine puntata lo vediamo in chiesa, davanti ad una statua lignea di Gesù in croce. Si chiede se lo stia guardando con tristezza, disprezzo, pietà, amore, o forse indifferenza. E chiede un segno. Un segno per avere fede in un futuro diverso. E subito dopo ne riceve uno, non c’è che dire, sempre a proposito del colpo di scena finale che non voglio rivelare.
Su Slate, Torie Bosch riflette sul fatto che gli zombie hanno ufficialmente smesso di essere il genere amato da ragazzini adolescenti soli e vergini, lato macabro di quello che sono per le ragazzine gli unicorni, per diventare una storia dell’orrore fiscale, rappresentazione delle paure della recessione economica, incubo dei colletti bianchi di un mondo dove le loro competenze sono inutili e dove loro diventano un peso  e dove chi sopravvive meglio sono i colletti blu (poliziotti, meccanici, cacciatori…). Forse.

lunedì 31 ottobre 2011

Speciale di Halloween per PRETTY LITTLE LIARS (2.13)


Pretty Little Liars ha confezionato una puntata di Halloween -  2.13, andata in onda il 19 ottobre negli USA - davvero cool. Ci ha dato dolcetto e scherzetto. Dolcetto, è un episodio speciale. La prima tranche della seconda stagione è terminata a fine agosto e la seconda non comincia prima dell’anno nuovo, quindi questa è una puntata a sé. Scherzetto, è ambientata qualche anno prima dell’inizio delle vicende, nel 2008: Aria ha le mesh violette ai capelli, Hanna è soprappeso, Spencer porta occhialoni, Emily non è ancora “uscita dall’armadio” e, naturalmente, Alison è ancora viva.
La puntata è stata una vera goduria per i fan, a cominciare dalla sigla (sotto), modificata appositamente per l’occasione: i flash nella pupilla dell’occhio, con  la maschera che nella puntata le perseguita; rossetto e smalto neri al cadavere; i lampi e il sangue che cola dall’alto dello schermo quando si stacca sulle quattro davanti alla bara; e poi la chiusura con le impronte di sangue alla fine. Magnifica.
Scritta dall’ideatrice I. Marlene King e girata da Dana W. Gonzales, “The First Secret” (così era intitolata) è stata un continuo piccolo riferimento ed eco di avvenimenti futuri, alcuni importanti e ben noti (Aria che vede il padre tradire la madre, ad esempio), altre volte appena accennati (Aria che passando per un corridoio sbatte inavvertitamente, senza badarci, contro Ezra; la madre di Hanna che cerca lavoro e vede un annuncio per personale in banca…). Abbiamo avuto modo di vedere in prospettiva diversa alcuni personaggi (Mona quando era una “ragazza sfigata”, Jenna prima di diventare cieca quando ancora Alison nemmeno la conosceva, Alison che riceveva lei stessa messaggi minacciosi da una fantomatica A), e momenti di tensione (l’aggressione ad Alison).   
Il dialogo era scoppiettante, dall’umorismo (“che peccato, tutto questo testosterone e nemmeno una pecora in vista” scherza Alison a un gruppo di amici), alle allusioni vagamente minacciose in cui la serie riesce così bene e che sono un suo classico. Ho trovato assolutamente perfetta quella con Emily che guarda Jenna mentre balla. Alison le si avvicina all’orecchio e avviene questo scambio (la traduzione è mia):
Alison: Stavi desiderando di assaggiare il suo Labello alla ciliegia?
Emily: Che cosa?
 Alison: Non ti preoccupare, Em. Il tuo segreto è al sicuro con me.
Quello che io ho tradotto come “Labello alla ciliegia” era in originale “cherry chapstick” (la marca Chapstick è venduta anche da noi, ma mi pare meno nota del Labello, da cui il mio adattamento). Comunque, era chiaramente un riferimento alla canzone di Katy Perry I kissed a girl, uscita proprio nel 2008, qualche mese prima della festa a cui partecipano le ragazze (28 ottobre). Il testo della canzone dice, nel ritornello tradotto, “Ho baciato una ragazza e mi è piaciuto / il gusto del suo Labello alla ciliegia”). Noi sappiamo già bene che Emily è lesbica, e anche se qui lei non coglie il riferimento di Alison, allo spettatore arriva in modo forte e chiaro, attraverso una godibilissima citazione indiretta.   
Anche i costumi della festa erano convincenti: Spencer era Maria Stuarda, regina di scozia, Hanna Britney Spears nella versione …Baby one more time, Aria era una strega, Emily era un'indiana, e tanto Alison quanto Jenna si sono presentate da Lady Gaga. Trick AND treat.


venerdì 28 ottobre 2011

ONCE UPON A TIME: una favola per adulti



C’era una volta
Una foresta incantata piena di tutti i classici personaggi che conosciamo.
O che pensiamo di conoscere.
Un giorno si trovarono intrappolati in un luogo dove tutti i loro lieti fine erano stati rubati.
Il nostro mondo.
Questo è quello che è successo…

Con questa scritta, nella mia traduzione, comincia la nuova serie Once Upon a Time, C’era Una Volta cioè, una favola fatta coi personaggi delle favole, potremmo dire. Il principe Azzurro (Josh Dallas) bacia e risveglia così Biancaneve (Ginnifer Goodwin, Big Love). Si sposano, ma proprio durante le nozze la Regina Cattiva (Lana Parrilla, Swingtown) lancia loro una maledizione. Per ora che la maledizione arriva come un potente fumo nero – che ferma la città nel tempo e fa sì che tutti si dimentichino chi sono e vivano una realtà simile alla nostra – Biancaneve ha partorito una bambina, Emma, che messa dal padre in un portale magico (un armadio a forma di albero) riesce a passare nel mondo reale. La leggenda, come raccontata dal cattivo Rumplestiltskin (Tremotino in italiano), vuole che questa bimba a 28 anni di distanza torni per liberare i personaggi delle favole dalla maledizione.
Il giorno del suo ventottesimo compleanno Emma Swan (Jennifer Morrison, House), una donna che era stata abbandonata dai genitori in fasce, riceve la visita di un bambino, Henry (Jared S. Gilmore) che le dice che, secondo il suo libro di fiabe, è lei la salvatrice, la figlia di Biancaneve e del Principe Azzurro. Si fa riaccompagnare a Storybrooke, nel Maine, dove tutti gli abitanti sono appunto delle versioni “umane” dei personaggi delle fiabe, anche se non lo sanno. La Regina Cattiva è Regina, la madre adottiva del piccolo, sindaco della città. Biancaneve è Mary Margaret Blanchard, una maestra delle elementari. Il Principe Azzurro, che nel regno delle fiabe era rimasto ferito per assicurare la salvezza a Emma, è qui John Doe, un uomo privo di identità perciò – in inglese sono chiamati John Doe tutti gli uomini senza un’identità conosciuta – in coma. Il Grillo Parlante è Archie Hopper. Tremotino è Mr. Gold, il proprietario della locanda dove alla fine Emma decide di fermarsi. E in tutte le persone apparentemente comuni si intravedono i personaggi che erano nelle fiabe.
Ideata da Edward Kitsis e Adam Horowitz, già autori di Lost (la cui lezione si vede, su più piani), Once Upon a Time è una storia fantasy piena di stupore e commozione, avventura e amore, ambiziosa ed epica. Non vuole essere una semplice favoletta, e se anche è adatta a un pubblico molto giovane, si rivolge senz’altro anche a uno adulto. La storia si sposta avanti e indietro su due dimensioni, quella delle favole e quella più reale. C’è una grande cura ai dettagli: Regina che offre ad Emma del sidro di mele, ad esempio, o che si guarda allo specchio; una bimba a scuola che regala alla maestra al posto della tradizionale mela una pera; nei nomi - il Grillo Parlante che da umano si chiama Hopper (Saltatore), Biancaneve che ha il cognome che comincia con Blanch(e)… Il cast è eccellente.
In primissimo piano c’è il tema della speranza. I poster pubblicitari scrivono The Hope (La Speranza) sotto l’immagine di Emma, poiché lei è la Salvatrice (cosa che fa molto Buffy) e Mary dice che proprio la speranza, la possibilità di un lieto fine, è una delle forse più importanti nella vita. L’importanza delle storie, come modo per dare un senso al mondo, e il potere che credere in qualcosa ha nel renderlo vero sono delle altre colonne portanti. Al di là degli effetti speciali e dell’affabulazione, già dal trascinante pilot  si nota lo spessore di una storia leggibile al di là dell’allegoria. Pur non avendo tinte religiose, più volte ne ho sentito parallelismi con la religione cristiana peraltro.
Le favole, eredità culturale presente un po’ nel DNA di tutti, nel tempo sono state oggetto di feroci critiche e terreno di battaglia per il modo in cui la società costruisce e intende i generi sessuali. In estrema sintesi, l’accusa maggiore è stata quella di rendere le donne o impotenti vittime che devono essere salvate, il cui solo ideale è ottenere l’amore del principe di turno che aspettano passivamente o malvage megere, e di converso di rendere gli uomini superflui e irrilevanti, premio finale di vicende che hanno come protagoniste donne. Qui le donne sono sicuramente molto protagoniste, ma sono tutt’altro che inermi: quando la Regina Cattiva si presenta al matrimonio del Principe Azzurro e Biancaneve, quest’ultima prende la spada dal marito e la punta contro la nemica, anche solo per cominciare. Quello dei generi sarà uno degli elementi che sarà affascinante vedere come verrà sviluppato, così come la reinterpretazione in chiave moderna delle favole, che hanno la potenzialità di prendere nuovo smalto e nuovo significato.    
La serie ha debuttato sull’americana ABC lo scorso 23 ottobre. Su IMDB si può vedere (in inglese) il pilot.  

giovedì 27 ottobre 2011

LEGENDS: cominciano le riprese della serie fantasy per il web


Nasce la serie per il web Legends. Questo è il comunicato stampa:
Venerdì 28 Ottobre, a partire dalle ore 14, presso il locale S' Move Light Bar (Vico Dei Sospiri, 10 a Napoli nel quartiere/zona Chiaia) si terranno le prime riprese della Web Series fantasy LEGENDS, realizzata da Mondo Cult/Sm Production col fondamentale supporto di Scuola di Cinema di Napoli.
Il progetto nasce da un racconto dello scrittore Bruno Pezone incentrato sulle paure e le attese per il dicembre 2012, riadattato per l'audiovisivo da Giuseppe Cozzolino e sceneggiato dal gruppo di studenti del Corso di Scrittura Mistery/Noir 2010-11 tenutosi presso la sede della Scuola di Cinema di Napoli diretta da Roberta Inarta (con alcuni dei migliori giallisti napoletani come docenti: Maurizio de Giovanni, Diana Lama, Simonetta Santamaria, Ugo Mazzotta).

Sulla scia delle serie come LOST, HEROES, BUFFY THE VAMPIRE SLAYER il plot di questo telefilm per il Web si basa su un gruppo di ragazzi che, per caso (o forse no) si ritrovano al centro della Battaglie fra le Forze della Luce e delle Tenebre, rappresentati dagli dei e dai demoni delle antiche mitologie.

Il progetto prevede la realizzazione di una miniserie di sei episodi (di 10 minuti l'una) che verranno programmati sui canali web a disposizione dell'associazione Mondo Cult e della Scuola di Cinema di Napoli, ma verrà anche sottoposto all'attenzione dei media-partners della nuovissima NOIR FACTORY, il nuovo corso/laboratorio di scrittura per cinema & tv che partirà quest'anno con Scuola di Cinema e Mondo Cult dal mese di Novembre 2011 fino al mese di Maggio 2012. Fra questi partner, il canale STEEL di Mediaset Premium.
Per informazioni: 347/6603194.

THE LYING GAME (1.08): l’inside joke con Annie


Ho notato con molto piacere che in The Lying Game ad interpretare la madre biologica di Sutton ed Emma, Annie Hobbs, la donna confinata in un ospedale psichiatrico, è stata assunta Stacy Edwards. Ha dato il volto a Hayley Benson in Santa Barbara negli anni ’80. Ho pensato: ecco che Chuck Pratt jr., che ha sviluppato la serie per la ABC Family, si porta dietro qualcuno del suo passato (è stato fra gli sceneggiatori della soap).
Poi, nella puntata “Never have I ever” (1.08), a una convention Ted (Andy Buckley) incontra un collega che scambia sua moglie per Annie, e dice che si erano visti in passato, a Santa Barbara. L’ho trovato un bel tocco e un bel inside joke, ed è stato fatto in modo così indiretto da risultare davvero per intenditori.  
La foto sopra è tratta dall’episodio 1.07.

martedì 25 ottobre 2011

MA COME TI VESTI?! Per manichini, non persone


Forse sarei io stessa ad abbisognare dell’intervento di Enzo Miccio e Carla Gozzi, di Ma come ti vesti?! (Real Time, mercoledì, ore 21.10), eppure mai mi rivolgerei a loro perché, sebbene mi paiano competenti, trovo che facciano un cattivo lavoro, omogeneizzando e depersonalizzando quelli che si rivolgono alla loro professionalità, imponendo il proprio gusto su quello degli altri, invece di indirizzare le persone a scoprirne uno proprio. I casi senza speranza della moda vengono osservati nel loro look quotidiano, spesso decisamente terrificante. I due stylist affettano un anche divertente, e immagino in parte genuino, orrore per gli errori-orrori di vestiario che vedono. Fatto questo, attaccano capo per capo il guardaroba della persona che vogliono trasformare, dividendolo in tre cesti: uno nero con quello che si butta, che finisce per riempirsi parecchio; uno rosa, con ciò che si può tenere, spesso ben poco, ma che va reinventato; e uno oro con quello che può essere riciclato.
Poi propongono dei look alternativi e qui dimostrano che son bravi a essere spietati, son bravi nella pars destruens, ma molto meno in quella construens, dove danno sì buoni suggerimenti (ad esempio a una ragazza in una puntata che ho visto recentemente dicevano che aveva un bel corpo e che non doveva nasconderlo, ma imparare a valorizzarlo), ma poi non ascoltano e non costruiscono le proprie proposte sui gusti della persona, ma la etichettano come “senza gusto”. Quando una si è lamentata che i modelli che le proponevano non le piacevano Enzo ha rimarcato: “non abbiamo chiesto se ti piaceva!”. Urrà per l’interessata che ha avuto il coraggio di esprimere la propria opinione. La frase però è emblematica di quello che fanno, che è vestire manichini e non persone. Certo, ad affinare il gusto ci vuole competenza, che spesso le persone che si rivolgono a loro non hanno, ma ci vuole anche personalità. Non c’è niente di più triste invece del loro atteggiamento, che vuole dire spingere a non pensare e a bersi qualunque cosa acriticamente solo perché qualcun altro decide che è bello, vuole dire essere pecoroni e significa anche scarsità di fantasia da parte loro che sono incapaci di cogliere la prospettiva di qualcun altro. Penso dovrebbero potersi conciliare moda ed estetica al gusto personale. Qui non succede.
La trasmissione dà un budget di 1500 euro, da spendere. Non voglio dire che spendere quella cifra per soli tre look significhi essere aiutato nel buon gusto. Ovviamente è irrilevante, ma è anche vero che nella vita quotidiana molte persone non possono certo affidarsi a simili cifre per pochissimi capi e in parte conta anche quello. Nel loro atteggiarsi a fashion police dovrebbero tenere anche conto del portafoglio delle persone, per lo meno nei loro giudizi così trancianti, e del fatto che non tutti aspirano ad essere delle o dei fashionista. Le mise che alla fine mettono insieme potranno anche rivaleggiare con quelle di Vogue, forse, ma mi sembrano tanto piatte e stereotipate. Qui l’arbiter elegatiae dei programmi TV sono io, e a seguire il loro esempio, butto il programma nel cesto dei programmi da non rivedere.

venerdì 21 ottobre 2011

BOSS: una serie politica per Kelsey Grammer


È già stata confermata per una seconda stagione, ancor prima della partenza, la serie politica Boss, che debutta oggi sull’americana Starz. Protagonista è un fittizio sindaco della Chicago contemporanea, Tom Kane (Kelsey Grammer, Frasier), che siede come un ragno al centro della ragnatela di potere della sua città, per prendere a prestito le parole che il sito ufficiale usa per definirlo. Il suo credo, come spiega al giovane ambizioso ex-avvocato di umili origini Ben Zajac (Jeff Hephner, Hellcats), è che la gente voglia essere guidata, che voglia che ci sia qualcuno a dirimere le proprie dispute, a negoziare e punire i crimini al post suo, a distribuire posti di lavoro, a vedere premiata la propria lealtà e, in un tacito contratto, in cambio dà potere a chi si assume questo compito. Lui è potente e senza scrupoli, è il boss del titolo, e sa di esserlo.  Solo, nessuno ne è ancora a conoscenza, ma gli è stata diagnosticata una malattia neurodegenerativa che nel giro di qualche anno lo porterà all’atrofia delle regioni frontali e temporali del cervello, e a un lento, inesorabile, devastante disfacimento delle sue capacità mentali e fisiche e, alla fine, alla morte.
Tom ha un matrimonio di facciata con Meredith (Connie Nielsen), una donna formalmente impeccabile impegnata a migliorare il sistema scolastico cittadino davanti alle telecamere, ma a cui importa sopra ogni casa di come le cose appaiono. La figlia con possibili problemi di droga Emma (Hannah Ware) è rettore della First Episcopal Church, la chiesa episcopale per la quale dirige anche una clinica sanitaria per l’assistenza ai poveri, attività che la porta a conoscere Darius Morrison (Rotimi Akinosho), un giovane che vuole sfuggire dai confini della periferia malfamata dove abita. L’assistente personale di Kane, Kitty O’Neil (Kathleen Robertson, Beverly Hills, 90210), è una donna efficientissima; Ezra Stone (Martin Donovan) è il suo brillante consigliere anziano; McCall Cullen (Francis Guinam) è il volubile governatore dell’Illinois che apparentemente Kane appoggia per la rielezione, ma che è consapevole che è solo una finta. Un giornalista politico che lavora per The Sentinel, Sam Miller (Troy Garrity), vuole far luce sulla figura di Kane: bisogno di arrestare la corruzione e necessità di qualcuno con muscolatura morale, spina dorsale, integrità e operosità sono parole di cui il sindaco si riempie solo la bocca.
Ideata dall’autore iraniano Farhad Safinia, che ha scritto un pilot che porta la prima regia televisiva di Gus Van Sant (premio oscar per Good Will Hunting e Milk), dalla prima puntata la serie è apparsa solida. Ci sono stati momenti di scrittura davvero pregnanti (la conversazione privata di Meredith, o il fulminante scambio di battute fra Kane a la sua assistente mentre lui è steso al buio ad esempio, o ancora l’intimidazione della sua dottoressa in auto) e momenti di regia che hanno spiccato (l’uso ripetuto del primissimo piano, il montaggio a flash nella scena di sesso fra Kitty e Ben, l’elisione di alcuni edifici della città per rendere visiva la spiegazione di Kane a Ben), ma la sensazione di fondo che è rimasta è che questa sia particolarmente una serie in cui il pilot è solo la radice di qualcosa che si costruisce sul serio solo nell’arco degli otto episodi previsti. E per ora un difetto grande emerge: manca chiaroscuro – a fronte di una sotterranea, quando non esplicita brutalità e ipocrisia, non si scorge alcun idealismo, alcuna nota positiva.
È un incrocio fra The West Wing e I Soprano, con echi di Boardwalk Empire e Kings (un leader autocrate e facoltà mentali che cominciano a vacillare). Il cognome pesante che porta il personaggio, Kane, non può non richiamare alla mente Citizen Kane – Quarto Potere, e guardarlo mi ha senz’altro richiamato la lettura di Tutti gli uomini del re, di Robert Sean Warren (con le eventuali versioni cinematografiche). Mira anche a un certo realismo alla The Wire, come si può intuire sin dalla sigla d’apertura. C’è Machiavelli e una concezione shakespeariana della politica, osservava lo stesso Grammer.
Ho lasciato una considerazione su quest’ultimo alla fine, di proposito. Siamo così tanto abituati a identificarlo con ruoli comici che vederlo in un ruolo drammatico è un’autentica sorpresa. L’interpretazione è davvero riuscita, intensa, credibile, autorevole e in qualche maniera minacciosa. Ho trovato coraggioso da parte sua decidere di fare una simile svolta a questo punto della sua carriera. Notare questo come una cosa audace, e vederlo per la prima volta in un contesto che fa della violenza parte del suo contenuto, mi ha fatto ripensare anche al suo coraggioso atteggiamento personale. Anni fa, ha ammesso pubblicamente di essere stato la vittima di violenza domestica da parte della moglie (qui c’è una clip in cui ne parla). Il tema è da sempre delicato e spinoso, in più quando si parla di violenza domestica si pensa di solito sempre alle donne come alle possibili vittime. Per gli uomini è ancora di più un tabù, nonostante le cifre rivelino che sia un fenomeno più esteso di quanto non si creda. Ho ammirato molto a suo tempo Grammer per averne parlato. È l’unico uomo che “conosco” che lo abbia fatto. Penso ci sia voluta molta forza. È una nota tangenziale, che non ha veramente a fare con il programma, ma a cui ho ripensato e che mi sento per questo di condividere.

giovedì 20 ottobre 2011

BAILA: ha chiuso un talent "alla buona"


Ha chiuso anticipatamente rispetto al previsto il flop “Baila” (Canale5, lunedì, prima serata). Non potevano aspettarsi qualcosa di diverso. “La Rai ha diffidato RTI ed Endemol dal trasmettere il programma ‘Baila’, anche con titolo diverso o con simili caratteristiche e a dare attuazione al provvedimento del Giudice. La Rai riserva ogni altra iniziativa all’esito dei comportamenti di RTI ed Endemol” era stato il comunicato apparso sul sito della TV pubblica poco prima della messa in onda del nuovo talent-reality di Barbara D’Urso. Le ben note vicende avevano alimentato la curiosità: la Rai aveva accusato “Baila” di essere un plagio di “Ballando con le stelle” e il giudice aveva bloccato la messa in onda del programma, a meno di non fare alcune modifiche. Canale5 ha debuttato come previsto lunedì 26 settembre e ci si domanda perché lo abbia proprio fatto, invece di aspettare ed eventualmente posticipare la messa in onda e offrire un programma più curato.
La prima puntata è stata pasticciata - problemi di regia che apparentemente schiacciava tasti audio quando non doveva e infilava inquadrature che non si capiva che c’entrassero, la conduttrice che doveva essere richiamata per ricordarsi di aprire il televoto, la grafica che doveva apparire sotto un giudice, ma che non c’era… “ma che c’importa” ha commentato allegra la padrona di casa, dopo che il mantra della serata è stato in pratica “abbiamo messo in piedi un programma nuovo in due ore oggi pomeriggio, ce l’abbiamo fatta e che la sorte ce la mandi buona”. Si sono dovuti accontentare, la sorte l’ha mandata “alla buona”.
Il format, da quel che si è visto in questa incarnazione, era parecchio diverso dal rivale danzerino. C’erano cinque squadre, ciascuna composta da una coppia di nip, come vengono chiamati, persone comuni, che amano e sanno (almeno come non professionisti) ballare, e una di vip, noti per attività diverse dal ballo. Si esibivano e venivano giudicati in stili estratti a sorte: cha cha, rumba, valzer inglese, jive, salsa… Nella luminosa scenografia si scontravano per vincere e poter così realizzare un sogno – per qualcuno avere un cavallo tutto proprio, per qualcun altro andare a vivere a New York, per un altro ancora aiutare la figura paterna a costruire un’officina… Si poteva votarli (ottenendo crediti) anche via Facebook, cosa davvero nuova.
La cancellazione di questo genere di programmi mi lascia in realtà indifferente, ma vedo lo spreco e penso che se solo si fossero dati un po’ di cura e di tempo in più, forse lo avrebbero potuto evitare.

mercoledì 19 ottobre 2011

AMERICAN HORROR STORY: un thriller psicosessuale


Gli autori Ryan Murphy e Brad Falchuck (entrambi di Glee e Nip/Tuck) lo avevano definito, già in occasione del primo promo, come un thriller psicosessuale, e ora che American Horror Story ha debuttato (sull’americana FX dallo scorso 5 ottobre, in Italia su Fox da novembre) la definizione sembra appropriata.
Ben (Dylan McDermott, The Practice) e Vivien (Connie Britton, Friday Night Lights) Harmon per superare un periodo difficile - hanno perso il bambino che aspettavano e lei ha trovato lui a letto con una studente – hanno deciso di trasferirsi da Boston a Los Angeles, insieme alla figlia Violet (Taissa Farmiga), un’adolescente che si autoferisce procurandosi dei tagli alle braccia. Acquistano una casa, dove sono avvenuti degli omicidi e che è infestata da varie presenze e apparizioni.
Fanno presto conoscenza con la governante Moira, ma mentre tutti la vedono come una signora anziana (Frances Conroy, Six Feet Under), Ben la vede come una giovane affamata di sesso (Alex Breckenridge) che cerca di sedurlo. E ricevono le visite inaspettate della ragazza con la sindrome di down Adelaide (Jamie Brewer) - che dice a tutti che in quella casa moriranno, cosa effettivamente avvenuta a due gemelli molti anni prima, e non solo a loro – e della madre di lei, la loro sinistra vicina di casa Constance (Jessica Lange), che chiama la figlia “mongoloide” e dice che se avesse saputo come sarebbe uscita avrebbe abortito – è in poche parole una versione drammatico-horror di Sue Sylverster di Glee, molto insultante e molto poco politically correct. Ben viene seguito da Larry (Danis O’Hare, True Blood), un uomo sfigurato da un incendio (ma potremmo scherzosamente dire dalla serie precedente, dove era un vampiro lasciato ustionare al sole) e il solo sopravvissuto a quella casa. Vivien, che non fa sesso con il marito da praticamente un anno, ha un incontro sessuale con un uomo in una tuta di lattice, che lei crede il marito (lo è o no?). La giovane Violet a scuola è oggetto di un feroce bullismo (un tema molto caro a Murphy e Falchuck) e fa amicizia con uno dei pazienti del padre, che è uno psicologo, il coetaneo Tate (Evan Peters) che ha molte fantasie omicide. 
American Horror Story: prendo una parola alla volta.
American. Troy Patterson su Slate scrive: “Per ora, American Horror Story non è la grande storia d’orrore americana ma piuttosto una nottata di spavento veramente buona. Il titolo porta più peso di quanto il suo contenuto possa reggere. Mi fa ricordare la recensione di Joyce Carol Oates di American Wife di Curtis Sittenfeld: ‘C’è un’esperienza distintamente americana? L’Americano, di Henry James; Una Tragedia Americana, di Theodore Dreiser; Un Americano Tranquillo, di Graham Greene; Il brutto americano, di William Lederer e Eugene Burdick; Pastorale Americana, di Philip Roth; e American Psycho di Bret Easton Ellis – ciascuno suggerisce, nel suo stesso titolo, una dimensione mitica in cui personaggi fittizi intendono rappresentare tipi o predilezioni… ‘Americano’ è una identità carica di ambiguità, e di quelle parabole allegoriche di Hawthorne in cui ‘bene’ e ‘male’ sono misteriosamente congiunte.’ Non preoccupatevi troppo di tutto questo. Questo cibo spazzatura gourmet vi dà puro male (…)”.

Horror. Non c’è stato alcunché che mi abbia provocato la più minima paura e la serie è più adeguatamente descritta come un thriller che non una vicenda dell’orrore. Mira a disturbare, ad inquietare, con la sigla (sotto) che ben trasmette il senso generale del programma. L’uso di immagini a flash e soprattutto un sapiente utilizzo del montaggio, che togliendo alcuni fotogrammi stacca di continuo scene che diversamente sarebbero lineari, sono quello che stilisticamente colpisce di più. Come riferimenti sono stati citati Psycho, Rosemary’s Baby, The Others, al cinema, e in tv mi ha fatto ripensare soprattutto a Twin Peaks, e alla soap gotica cult degli anni ’60 Dark Shadows – la prima immagine, della casa vittoriana che è il fulcro delle vicende, tanto protagonista quanto le persone in carne ed ossa, mi ha immediatamente richiamato alla memoria Collinwood. C’è anche una buona dose di kink, come c’è da aspettarsi coerentemente alla premessa, e non ricordo di averne mai visto in partenza di così esplicito, in TV. In qualche modo la memoria mi ha anche richiamato, in proposito, la puntata “Baba Yaga” della serie nostrana Valentina, ma dato che l’ho vista una sola volta nell’anno della messa in onda (il 1988) ed il ricordo è quello che è, non so quanto dar credito a questo parallelismo. Da subito in ogni caso risulta chiaro che il vero orrore non è tanto quello sovrannaturale, ma quello della vita quotidiana, dei demoni personali e relazionali, del mondo, un luogo che l’originale definisce filthy, lurido, sporco, perverso, turpe, schifoso. La vita è il vero orrore.  
Story. Il sopracitato critico di Slate ha osservato, in modo che ho trovato simpatico e azzeccato, che se questo telefilm fosse un libro sarebbe un incrocio fra un volume che raccoglie critiche cinematografiche, vista la pletora di horror da cui “ruba”, e il DSM-IV. Forte è anche la valenza meta testuale. Che cosa ci fa paura? Le storie sono modi in cui controlliamo la paura, dice Ben al suo paziente. È perciò una storia intesa come modo di mostrare, affrontare e controllare la paura? La TV non ha avuto molte serie vagamente definibili come horror – e finché sono come Harper’s Island, si capisce anche il perché. American Horror Story è un originale. Il pilot è stato convincente. Già la seconda puntata, ispirata a veri omicidi, ha avuto un calo e sono stati più i momenti che a me hanno procurato ilarità che non terrore. Murphy e Falchuck non sono noti per la sottigliezza, amano il gridato, le tinte forti. Credo che American Horror Story sia un programma da non perdere, uno di quelli a cui in futuro si farà spesso riferimento. Quanto buono sia però, lo dirà solo il tempo.

martedì 18 ottobre 2011

LE 50 PERSONE PIÙ POTENTI DELLA TELEVISIONE (2011)



The Hollywood Reporter, per la quarta volta, ha stilato la lista di quelli che ritiene siano i 50 showrunner più potenti e di valore della televisione contemporanea (americana), leader creativi che aiutano a scrivere, produrre e ridefinire la televisione. Il metodo usato per sceglierli ha tenuto conto della loro diretta responsabilità nel constante output creativo, di quanto sono prolifici, degli ascolti, della critica e degli Emmy, della loro professionalità e reputazione. Per ciascuno ha steso anche un profilo, e per quello vi rimando al sito che li divide in autori drammatici e autori comici. Qui riporto l’elenco dei nomi con l’indicazione dei programmi a cui fanno riferimento in questo momento specifico della loro carriera.

Drama:
Alan Ball (True Blood); Carol Mendelsohn (CSI), Ann Donahue (CSI:Miami) e Pam Veasey (CSI: NY); Steven S. DeKnight (Spartacus); Vince Gilligan (Breaking Bad); Brenda Hampton (La vita segreta di una teenager americana); Hart Hanson (Bones, The Finder); Bruno Heller (The Mentalist); Neil Jordan (I Borgia); Jason Katims (Parenthood); Michelle King and Robert King (The Good Wife); Peter Lenkov (Hawaii 5-0); Ryan Murphy e Brad Falchuck (Glee, American Horror Story); Shane Brennan (NCIS: LA) e Gary Glasberg (NCIS); Matt Nix (Burn Notice); Jeff Pinkner e J.H. Wyman (Fringe); Shonda Rhimes (Grey’s Anatomy, The Practice, Revenge); Michael Rauch e Andrew Lenchewski (Royal Pains); Josh Schwartz e Stephanie Savage (Gossip Girl, Chuck, Hart of Dixie); Craig Silverstein (Nikita); David Simon (Treme); Veena Sud (The Killing); Kurt Sutter (Sons of Anarchy); Janet Tamaro (Rizzoli & Isles); Matthew Weiner (Mad Men); D.B. Weiss e David Benioff (Game of Thrones); John Wells (Shameless); Kevin Williamson e Julie Plec (The Vampire Diaries); Terence Winter (Boardwalk Empire); Graham Yost (Justified).

Comedy:

Salim e Mara Brock Akil (The Game); Carter Bays e Craig Thomas (E alla fine arriva mamma); Jenny Bicks (The Big C); Liz Brixius e Linda Wallem (Nurse Jackie); Louis C.K. (Louie); Tina Fey e Robert Carlock (30 Rock); Greg Garcia (Raising Hope); Dan Harmon (Community); Al Jean (I Simpson); Bill Lawrence (Cougar Town); Steven Levitan e Christopher Lloyd (Modern Family); Paul Lieberstein (The Office); il “Team Lorre”: Chuck Lorre e Lee Aronsohn (Due uomini e mezzo), Bill Prady (The Big Bang Theory), Mark Roberts (Mike & Molly); Seth MacFarlane (Family Guy); Suzanne Martin (Hot in Cleveland); Rob McElhenney, Glenn Howerton e Charlie Day (It’s Always Sunny in Philadelphia); Trey Parker e Matt Stone (South Park); Tyler Perry (House of Payne); Mike Schur (Parks and Recreation); David Zuckerman (Wilfred).
Per una riflessione sul termine showrunner, e su quando e come si è cominciato ad usarlo, si legga qui.

lunedì 17 ottobre 2011

PAN AM: hostess in volo negli anni '60


Sono belle, aggraziate, colte, plurilingue, e single. Sono le hostess della Pan Am, la compagnia aerea del telefilm dal titolo omonimo (sull’americana ABC dallo scorso 25 settembre), anno 1963: vengono scelte secondo rigidi criteri, pesate una volta arrivate al lavoro, attente che cappello e giarrettiera siano come si deve, e non devono sposarsi, altrimenti addio lavoro.
Sono Maggie (Christina Ricci), che è il commissario di bordo, ed è una donna che vuole poter vedere il mondo per poterlo cambiare; Colette (Karine Vanasse), una ragazza francese che scopre nel pilot di aver avuto, inconsapevolmente, una relazione con un uomo sposato; Kate (Kelli Garner) che, in un’epoca di guerra fredda, lavora anche come spia per la CIA, complice la possibilità di spostarsi agevolmente da un luogo all’altro, e che sostituisce un’altra hostess che aveva il suo stesso ruolo, Bridget (Annabelle Wallis); e Laura (Margot Robbie), la sorella di Kate, che il giorno delle nozze, scappa con ancora su l’abito bianco per seguire la sorella e lasciarsi alle spalle, idealmente per tutte, la vita della generazione precedente alla sua, per cui il matrimonio era la sola opzione possibile. Sono un po’ delle pioniere, accanto al giovane pilota di Boeing 707, Dean (Jonah Lotan), da poco promosso capitano e nel pilot – parola più che mai appropriata - al suo primo volo internazionale, e al suo primo ufficiale Ted (Michael Mosley).
La serie, ideata da Jack Orman (ER), così come The Playboy Club questa stagione, ha inteso capitalizzare sul successo di Mad Men e guardare al passato, in un momento di storici cambiamenti. Per l’accuratezza in questo senso si conta anche su una delle produttrici esecutive, Nancy Hult Ganis, che ha svolto quel lavoro alla fine degli anni ’60. Lo si fa in questo caso con senso di nostalgia, con entusiasmo, con un certo senso epico anche. Dopotutto si dice che chi vola Pan Am non si sposta solo, va da qualche parte. Le storie sono gradevoli, ma condivido l’osservazione di Slate che c’è una sorta di “gioia aggressiva” nelle vicende, costruite anche attraverso dei flashback che raccontano il recente passato delle protagoniste.  
Nella prima puntata Laura viene ammirata da tutti perché il suo volto è apparso sulla copertina della rivista “Life”, a rappresentare la compagnia aerea. Una delle colleghe osserva che quella è solo l’apparenza, la fantasia di quello che loro sono e fanno (il glamour, il jet-set, la vita indipendente e “liberata”). Quell’immagine è quello che rappresentano più che non la realtà. Lo stesso si può dire della serie, che alla fine sembra “ritoccata”, un’illusione,  uno spot. La regia di Thomas Schlamme (The West Wing) nel pilot enfatizza questa sensazione. Prima vediamo le quattro hostess camminare come una squadra, una accanto all’altra. Poi, impeccabili nella loro uniformi blu, entrano in aereo in fila indiana, in modo quasi marziale, determinato e professionale. L’ultima si gira e fa un occhiolino: lo fa a una bimba che le guarda incantata. Lo fa alle generazioni future che anche grazie a loro possono sognare una vita diversa. Sembra una pubblicità.