lunedì 1 giugno 2015

CRITICS' CHOICE TELEVISION AWARDS: i vincitori


Sono stati consegnati i Critics’ Choice Television Awards che, lo ricordo, non sono i premi dei critici televisivi, come potrebbe forse supporsi dal nome del premio, ma sono i premi dati dall’associazione dei giornalisti che lavorano in televisione.

Ecco i vincitori:
Miglior drama: The Americans
Miglior attore in un drama. Bob Oderkirk, Better Call Saul
Miglior attrice in un drama: Taraji P. Henson, Empire
Miglior attore non protagonista in un drama: Jonathan Banks, Better Call Saul
Miglior attrice non protagonista in un drama: Lorraine Toussaint, Orange is the New Black
Miglior ospite in una drama: Sam Elliott, Justified

Miglior Comedy: Silicon Valley
Miglior attore in una comedy: Jeffrey Tambor, Transparent
Miglior attrice in una comedy: Amy Schumer, Inside Amy Schumer
Miglior attore non protagonista in una comedy: TJ Miller, Silicon Valley
Miglior attrice non protagonista in una comedy: Allison Janney, Mom
Miglior ospite in una comedy: Bradley Whitford, Transparent

Miglior film per la TV: Bessie
Miglior miniserie: Olive Kitteridge
Miglior attore in un film per la TV / miniserie: David Oyelowo, Nightingale
Miglior attrice in un film per la TV /Miniserie: Frances McDormand, Olive Kitteridge
Miglior attore non protagonista in un film per la TV / miniserie: Bill Burray, Olive Kitteridge
Miglior attrice non protagonista in un film per la TV / miniserie: Sarah Paulson, American Horror Story

Miglior Reality: Shark Tank
Miglior reality di competizione: Face Off
Miglior presentatore di reality: Cat Deeley, So You Think You Can Dance
Miglior serie animate: Archer
Miglior talk show: the Daily Show with Jon Stweart

sabato 30 maggio 2015

UPFRONTS 2015-2016: NBC



Oltre al varietà Best Time Ever With Neil Patrick Harris, la NBC ha presentato agli upfronts 2015-2016 i seguenti programmi:
Blindspot: una Jane Doe (Jaimie Alexander), ovvero una donna di cui non si conosce l’identità, si risveglia priva di memoria, nuda e completamente ricoperta di tatuaggi. Uno di questi è il nome di un agente dell’FBI, Kurt Weller (Sullivan Stapleton), che viene perciò contattato. Ne segue un thriller cospiratorio in cui i due cercano di scoprire chi è la giovane e ogni tatuaggio è legato a un crimine da risolvere. Dal produttore Greg Berlanti (The Flash, Arrow) e lo sceneggiatore Martin Gero (The L.A. Complex). Si è notato che la premessa ricorda molto The After, un pilot di Chris Carter(The X-Files) che era stato scelto da Amazon Prime, ma poi quietamente messo da parte. Qui il trailer.

Heartbreaker: è un drama ideato da Jill Gordon (The Wonder Years, My So-Called Life) dove protagonista è la dottoressa Alex Panttiere (Melissa George, The Slap, Grey’s Anatomy), una cardiologa di fama mondiale molto determinata e schietta, che pretende il meglio dai suoi interni e cerca di portare la medicina a nuovi elevati livelli anche di fronte allo scetticismo dei colleghi. Basato sulla vera storia della dottoressa Kathy Magliato, mescola vicende mediche e storie d’amore. Nel cast c’è anche Dave Annable (Brothers and Sisters). Originariamente il titolo doveva essere Heart Matters.  Trailer.

The Player: ideato da John Rogers (Leverage, The Librarians), è un thriller d’azione ambientato a Las Vegas su una sinistra organizzazione di uomini danarosi che, attraverso i servigi di Mr Johnson (Wesley Snipes), arruolano un ex-militare esperto in questioni di sicurezza, Alex Kane (Philip Winchester), per evitare che vangano compiuti dei crimini, scommettondo sulla sua riuscita. Lui cerca anche vendetta per la morte di sua moglie. La serie, che doveva intitolarsi Endgame, è stato paragonata a Person of Interest. Qui un primo sguardo.

Heores Reborn: il revival di Heroes, ideato da Tim Kring, era già stato annunciato per la scorsa stagione. Finalmente dovrebbe tornare sul serio con 13 episodi. I personaggi confermati dalla serie originaria sono stati Noah Bennet (Jack Coleman), Hiro Nakamura (Masi Oka) e “l’Haitiano” (Jimmy Jean-Louis). Qui qualche fugace immagine.



People Are Talking: la sola nuova sit-com della NBC a debuttare in autunno è ideata da DJ Nash (Up All Night) e ha come protagoniste due coppie di vicini di casa e amici a cui piace parlare apertamente di sesso e questioni razziali. Nel cast ci sono Mark-Paul Gosselaar, Tone Bell e Bresha Webb, mentre Meaghan Rath, che compare in un’altra serie della Fox, verrà sostituita.  Qui un primo sguardo.

Per mid-season, oltre al varietà di Ellen Degeneres Little Big Shots, in cui protagonisti sono i bambini, sono previsti:
Chicago Med: dopo Chicago Fire e Chicago PD, completa la tripletta questa serie, sempre dalla penna di Dick Wolf.
Coach: Graig T. Nelson (Parenthood) riprende per 13 puntate il ruolo di Hayden Fox, che gli è valso l’Emmy, nel revival della serie ideata da Barry Kemp. Il nuovo programma è ambientato a 18 anni di distanza dal precedente. Fox è in pensione a lavora come assistente per suo figlio, allenatore in una scuola della Ivy league, dove lo sport non è una priorità.
Crowded: in questa sit-com multi-camera ideata da Suzanne Martin (Hot in Cleveland) Mike (Patrick Warburton) e Martina (Carrie Preston, The Good Wife, True Blood) sono una coppia che finalmente si gode il “nido vuoto” finché le due figlie adulte e i genitori di lui non decidono di andare a vivere da loro. Nel cast anche Stacy Keach.

Game of Silence: è un drama in 10 puntate scritto da David Hudgins (Parenthood, Friday Night Lights) e adattato dalla serie turca Suskunlar, a sua volta ispirata al romanzo Sleepers (che in passato ha già avuto un adattamento da parte di Barry Levinson). La carriera di un giovane promettente avvocato (David Lyons, Revolution) di Atlanta, in Georgia, viene improvvisamente minacciata dal ritorno di alcuni suoi amici d’infanzia che non vedeva da tempo e con loro di un oscuro segreto che credevano sepolto per sempre. Insieme vogliono riparare gli errori del passato e questo metterà alla prova la loro lealtà e li spingerà a soddisfare la propria sete di vendetta.  Prodotta da Carol Mendelsohn (CSI) si prospetta come una serie dark, nello stile di quelle della TV via cavo.
Hot and Bothered: questa comedy di cui sono stati già ordinati 13 episodi ha come protagonista Eva Longoria nel ruolo di una star di una telenovela (la serie era in precedenza proprio conosciuta come Telenovela) la cui vita personale è molto più folle di quella della finzione. Ideata da Chrissy Pietrosh e Jessica Goldstein (Cougar Town) da un’idea della Longoria, ha come produttori Josh Bycel e Jonathan Fener (Happy Endings).
Shades of Blue: Jennifer Lopez interpreta Harlee Santos, una detective della polizia costretta dall’FBI a un’investigazione sottocopertura per individuare i poliziotti corrotti all’interno della sua stessa squadra. È anche una madre single che vuole assicurare un futuro alla figlia, tenendosi in un delicato equilibrio fra amore, lealtà, onore e tradimento. Nel cast ci sono anche Ray Liotta e Drea de Matteo. È ideata da Adi Hasak e fra i produttori esecutivi c’è Barry Levinson.

Superstore: ambientata in un ipermercato, questa commedia single-camera è scritta da Justin Spitzer (un ex-produttore di The Office) e ha come interpreti principali America Ferrera (Ugly Betty) e Ben Feldman (A to Z), che sono parte di una “famiglia di dipendenti” del negozio.
You, Me and the End of the World: già considerata come promettente, questa co-produzione di Sky1 andrà probabilmente in onda prima nel Regno Unito, con il titolo Apocalypse Slough. È un dramedy di 10 puntate ambientato nei giorni successivi alla rivelazione che una enorme cometa sta per schiantarsi sulla terra e ne distruggerà gran parte della popolazione. Un gruppo di persone – fra cui un prete sboccato (Rob Lowe, Parks and Recreations), una supremazista bianca con qualche rotella fuori posto (Megan Mullally, Will & Grace), il manager di una banca (Jenna Fischer, The Office), un generale americano, un cyber-terrorista germofobico… - cercano protezione in un bunker a est di Londra per aspettare e guardare la fine del mondo in TV e preparare una nuova società. La serie è ideata da Iain Hollands (Beaver Falls).



lunedì 25 maggio 2015

HUMANS: il promo


Ecco sotto il trailer della serie Humans, remake in otto puntate dello svedese Ӓkta Mӓnniskor noto anche come Real Humans, realizzato per l’americana AMC e la britannica Channel 4. Il debutto è previsto per il 28 giugno.  

Ambientata a Londra, la serie mostra un tempo presente parallelo in cui gli umani possono avvalersi di robot umanoidi molto sofisticati, chiamati Synth (nell’originale svedese erano Hubots), che entrano nelle loro vite come servitori e in qualche caso qualcosa di più.

La serie è scritta da Sam Vincent e Jonathan Brackley.  


Avendo visto l’originale svedese, ammetto che il promo del remake mi delude un po’, ma si sa che i rifacimenti difficilmente soddisfano. Aspetto di vedere il prodotto completo. 

venerdì 22 maggio 2015

QUEENS OF DRAMA: squallido


Avendo un passato di grande appassionata di soap opera non ho potuto resistere alla tentazione di guardare il reality Queens of Drama, dove alcune ex-star di questo genere, per la maggior parte provenienti dal daytime, decidono di filmarsi mentre fanno gruppo per creare un programma TV da poi proporre a un network. L'idea di fondo è quella di essere solo donne che pensano e realizzano un progetto secondo i propri termini, senza che nessuno debba loro dire che cosa va bene e che cosa no. Ebbene, il risultato l'ho trovato disgustoso, su più livelli.
 

Le attrici in questione sono Donna Mills (KL, Melrore Place), Vanessa Marcil (GH, Vegas), Hunter Tylo (B&B), Lindsay Hartley (AMC, Passions), Crystal Hunt (GL, OLTL) e Chrystee Parris (Passions, GH), più qualche comparsata di altri nomi. Ho familiarità con tutte loro e in particolare adoro la Marcil che mi ha davvero conquistata nel suo ruolo di Brenda in General Hospital. Alcuni dei momenti più memorabili delle soap coinvolgono lei (chi si dimentica la famosissima scena del "wire", del filo indossato per fare una soffiata alle forze dell'ordine su Sonny?). Ma veniamo al programma...
 

Parto dal look delle professioniste in questione. Non è qualcosa a cui io, di mio, tenda di solito a dare molto peso, ma qui ne ha - "I don't do ugly" sentenzia la Mills, con un'espressione che diventa il titolo della prima puntata e che mi è difficile tradurre in italiano, ma ha il senso di dire che non partecipa a programmi in cui appaia brutta o in cui c’è del brutto. Se è così falliscono in partenza. Tutte loro, purtroppo, chi più chi meno, mi sono sembrate degli spaventapasseri, un po' per gli eccessi di cattiva chirurgia plastica (e qui puntare il dito verso Hunter Tylo è fin troppo facile, e la questione viene pure sollevata in episodi successivi al primo, che ho visto io), un po' per diete dimagranti che le fanno sembrare emaciate e scarnificate, un po' per le scelte d'acconciatura (se le farfallone sui capelli della Parris sono un vezzo kitsch che posso anche condonare, e che in fondo nemmeno mi dispiace, i lunghi capelli della Marcil, pur belli, mescolati a disordinati accessori e abbigliamento, mi davano l'orticaria. Ma basta criticare il loro aspetto fisico.
 
 
L'immagine delle donne e delle relazioni che esce dal programma è terrificante. Intanto appaiono fatue, vapide, e volatili,  e se la prendono l'una con l'altra per osservazioni innocue e innocenti, fanno grandi scenate per cretinate e sono sempre sulla difensiva, non si sanno ascoltare e rispettare. E poi si dimostrano completamente incompetenti. Giocano a fare le signore arrivate con grandi idee che non si capisce nemmeno quali siano e men che meno in che modo vogliano realizzarle. Ed è chiaro che il programma amplifica questi aspetti volontariamente per creare dramma, apparentemente, ma primo è fatto male, secondo lascia addosso una sensazione di schifo verso le protagoniste, quando singolarmente non farebbero magari nemmeno una cattiva figura. Che magro e patetico esempio di relazioni umane.
 

Si direbbe un programma anti-donne. Le attrici in questione fanno tanto il ruolo di galline del pollaio (sarà per questo che la Marcil ci mostra il suo nella prima puntata? Voleva essere metaforica?). Sono sicura che gli uomini sappiamo essere stronzi e impreparati come e peggio di loro, e dietro le quinte magari si comportano in modo altrettanto simile al triste spettacolo messo in scena qui. Quello che è avvilente è che queste qui puntano proprio a farsi valere sulla premessa che sono donne. Per quel che mi riguarda, non c'è differenza di genere sessuale di appartenenza, penso in termini di persone. Proprio per questo voglio che emergano le donne, spesso trascurate. Ma voglio che emergano donne che hanno talento e competenza, e che abbiamo successo per queste loro qualità. Ce ne sono tante, e non devono essere messe da parte solo perché femmine. È sessista. Allo stesso modo non voglio che si dia spazio a quelle donne che talento e competenza non ne hanno, solo perché femmine. È altrettanto sessista. E qui, queste donne, non dimostrano né talento né competenza in quello che stanno cercando di realizzare. Fanno sol una figura meschina. Squallido.  

 

martedì 12 maggio 2015

THE GOOD WIFE: la sesta stagione


The Good Wife è sempre così denso e articolato che tante volte non ne scrivo proprio per una sorta di timore reverenziale. Ogni puntata meriterebbe una complessa analisi. Anche con la sesta stagione si è confermata una delle migliori serie in circolazione. Con la scesa in campagna elettorale di Alicia in lizza come Procuratore dello Stato la serie si è fatta ancora più politica di quanto non fosse già e ha ben esaminato i labili, porosi confini fra il mondo della gestione della cosa pubblica e quello della legge, fra giustizia e criminalità  - anche con la prima metà della stagione che ha visto Cary Agos (Matt Czuchry) ingiustamente dietro le sbarre, o nel rapporto di tutti i personaggi con lo scomodo Bishop (Mike Colter) -, fra ruoli personali e pubblici. Mi sono molto interrogata, ad esempio, su che cosa intendessero realmente dire in “Read Meat” (1.16) quando Alicia (Julianna Margulies) e Finn (Matthew Goode), dopo la vittoria di lei, uccidono vari nemici in un videogioco, mentre Diane (Christine Baranski), riluttantemente in compagnia repubblicana a seguito del marito Kurt (Gary Cole), si unisce a una battuta di caccia con il potente Gil Berridge (Oliver Platt). Sembra quasi che il senso sia che la politica vera è in fondo un gioco e che la vera politica “accade” spesso altrove, nelle occasioni sociali.

Se c’è una e una sola lezione che mi porto dietro da questa stagione è che non c’è spazio in politica per l’ironia, quel “sorriso della ragione” che tanto mi sta a cuore. Alicia ha dovuto impararlo in fretta. Sempre di più e in modo sempre più esplicito hanno messo in primo piano il tema delle modalità di costruzione e controllo della narrativa: la costruzione ad uso del pubblico di come i personaggi pubblici vengono costruiti per essere percepiti in un modo piuttosto che in un altro e la manipolazione a proprio vantaggio della prospettiva in cui una “storia” (personale, politica, sociale) va raccontata per veicolare il messaggio voluto. Tutto è narrativa e come la costruisci fa la differenza fra vincere e perdere, fra persuadere o dissuadere. Come ci si gioca il rapporto fra sostanza e apparenza può essere tutto. Nella rivalità elettorale fra Alicia e Frank Prady (David Hyde Pierce), che cercano di essere corretti l’uno nei confronti dell’altra, e attraverso i consigli professionali di Johnny (Steven Pasquale), si ritorna con insistenza su questo punto, così come emerge nel rapporto con la stampa, in particolare con Petra Moritz (Lily Rabe) che intervista Alicia dopo la vittoria. Ma puntare il dito su un dettaglio specifico è superfluo, perché tutta la serie, davvero, esplora questa tematica in modo intenso. E affidandola spesso alle esagerate preoccupazioni di Eli (Alan Cumming) si fanno notare strategie e tattiche in modo estremamente umoristico. Le scene con lui, così come quelle con David Lee (Zach Grenier), sono dosate con il contagocce, ma forse anche per questo sempre attese e godibilissime.

Si fa notare anche la concezione per cui la legge deve essere equa, non impersonale. È sempre personale, altrimenti sarebbe senza significato, per parafrasare quanto detto da Diane Lockhart (6.18). Ed è interessante anche notare come il praticarla porti Alicia a non considerarla più come una cosa buona, ma neutrale, anche consapevoli che ciò che è giusto e ciò che è legale non sempre vanno a braccetto (6.21). 

Continua poi il forte interesse per il collegamento fra legge e tecnologia. Un esempio è stato quello sul malfunzionamento di un arma realizzata in casa con una stampante 3D con le istruzioni trovate online (1.15). E, anche se solo accennato, è affascinante il rapporto con la religione. Non si può non notare che, mutatis mutandis, The Good Wife e The Americans affrontano la stessa tematica di giovani adolescenti che si avvicinano alla fede lì dove i genitori sono indifferenti o contrari. Grace, la figlia di Alicia, ha una crisi di fede poi nel corso di questa stagione, ma la tematica è rimasta aperta.
L’attesa uscita di scena di Kalinda (6.20) è stata costruita in modo certosino e credibile, e non è mancato un momento di commozione quando, apparentemente rivolta a Grace, la figlia di Alicia, si è rivolta in camera e ha detto al pubblico il suo “goodbye” definitivo, pur comparendo anche nelle due puntate successive. Ben calibrata poi la “solidificazione” nel cast di Finley “Finn” Polmar, entrato nella scorsa stagione.  


Una stagione avvincente, con un cast sempre superbo, guest star comprese, per un programma pregno che mi lascia sempre ispirata. E una finale che, ancora una volta, sorprende e si apre a mille nuove possibilità. 

martedì 5 maggio 2015

A to Z: inizialmente deliziosa, poi piatta


Non rimpiango che abbiano cancellato A to Z, ideata da Ben Queen, dopo una sola stagione di 13 episodi.
 
Questa rom-com, narrata in originale dalla voce di Katey Segal (Sons of Anarchy), ha come protagonisti Andrew (Ben Feldman), una ragazzo che lavora presso una agenzia di incontri sentimentali chiamata Wallflower, e Zelda (Cristin Milioti), un’avvocatessa che lavora nell’edificio di fronte al suo, tanto che se si telefonano possono guardarsi dalla finestra. In due si innamorano e si frequentano, come si dice nella sigla, per 8 mesi, 3 settimane, 5 giorni e un’ora e il programma è la cronistoria della loro relazione, dalla A alla Z, che peraltro sono anche le iniziali dei nomi dei protagonisti, se non si fosse notato.
 
Ad affiancarli ci sono i rispettivi migliori amici, Stu (Henry Zebrowski) e Stephie (Lenora Crichlow), un tempo una coppia, ma ora ai ferri corti, ma con qualche occasionale residua scintilla fra loro. Completa il cast la temibile Lydia (Christina Kirk) il capo di lui, uno dei suoi personaggi più riusciti della serie, costantemente in bilico fra il desiderio di essere temuta e (segretamente) benvoluta e completamente impreparata nel gestire i suoi dipendenti, fra cui spicca la coppia costituita da Lora (Hong Chau) e Dinesh (Parvesh Cheena), veri esperti di computer sempre appiccicati l’uno all’altra.

La storia era zuccherosa, ma non guastava,  era partita in modo delizioso, piena di romanticismo e lieve umorismo, ma l’entusiasmo si è presto sgonfiato su entrambi i fronti, e nonostante l’occasionale guizzo – come il riferimento al Bechdel Test (1.08) - è sempre rimasta piuttosto piatta. 

martedì 28 aprile 2015

MASTERS OF SEX: la seconda stagione


Attenzione spoiler. La seconda stagione di Masters of Sex si è tenuta qualitativamente sullo stesso livello della prima – di cui ho parlato estesamente in Osservatorio TV del 2014. Come avevano promesso gli autori però, si è concentrata su aspetti diversi rispetto alla prima, e in particolare sulla relazione, progressivamente sempre più intima, fra i protagonisti principali, William Masters e Virginia Johnson, esaminata in dettaglio, soprattutto attraverso il loro rapporto lavorativo-personale degli incontri clandestini in un hotel ad Alton. La scrittura qui ha raggiunto livelli davvero impareggiabili, e penso in particolare alla puntata “Fight” (2.03) scritta da Amy Lippman (Party of Five), quasi un bottle episode, in cui i due si rivelano l’un l’altra con sullo sfondo il contrappunto di un tanto scontro di boxe che va in onda sullo schermo della TV nella camera d’albergo in cui si trovano, tanto reale quanto metaforico – il tema della mascolinità nello specifico è eviscerato in modo acuto qui.
Nello stesso episodio il “caso medico” di un bimbo nato con organi sessuali ambigui ha reso la puntata ulteriormente pregnante su un altro livello, tratteggiando con pennellate tanto essenziali quanto efficaci la tematica molto attuale della discriminazione e della necessità di giustizia sociale nei confronti delle persone transgender.  Accanto a questa si è continuato ad approfondire quella già toccata nella prima stagione dell’orientamento sessuale. La terapia di conversione di Barton (Beau Bridges) seguita da un frustrato tentativo di fare l’amore con la moglie Margaret (Uallison janney) – doloroso da guardare per la sua violenta autenticità - e il suo successivo tentato suicidio sventato dalla figlia Vivian (Rose McIver) hanno aperto la stagione e veicolato l’uscita di scena di questi personaggi per altri vincoli contrattuali degli attori: Beau Bridges e Allison Janney sono impegnati sul fronte delle sit-com, e Rose McIver è diventata la protagonista di iZombie. Il testimone della famiglia Scully lo hanno raccolto Betty (Annaleigh Ashford) ed Helen (la comica Sarah Silverman in un ruolo drammatico), in una storia lesbica di forzate menzogne che ha danneggiato tutti.   
Il fondo della serie è rimasto quello che Bill ha bene espresso in una intervista per una stazione televisiva: “L’obiettivo è provocare una conversazione sulla sessualità umana che non sia condotta in sussurri fatti sottovoce. Il vocabolario del sesso (…) dovrebbe essere comune. (…) La censura perpetua la vergogna, che a sua volta favorisce l’ignoranza, e l’ignoranza impedisce il cambiamento, per cui è una traiettoria pericolosa ritirarsi intimiditi dal linguaggio del corpo” (2.11) È perfino sorprendente quanto ancora attuali siano le sue parole. E il come parlarne è emerso proprio rispetto al medium televisivo con Bill inizialmente riluttante,  poi comunque impacciato, a spiegare la propria ricerca attraverso un mezzo che, ancora agli esordi, doveva autocensurarsi molto e utilizzare circonlocuzioni e modalità costrittive e antitetiche all’essenza del messaggio che il ricercatore voleva trasmettere.
Questo arco è stato di fatto diviso in due parti, con uno stacco temporale di alcuni mesi fra la prima e la seconda parte della stagione – la prima fase si è chiusa con la morte per cancro della dottoressa DePaul (Julianne Nicholson): l’intenso rapporto fra lei e Virginia è culminato con decisioni difficili da entrambe le parti (Lillian di non continuare la terapia chemoterapica, Ginny di non chiamare i soccorsi quando l’ha trovata morente) che hanno mostrato quanta forzo e rispetto ci fosse in entrambe. E la seconda parte, con il dottor Masters che all’improvviso si è trovato non solo medico e scienziato, ma uomo incapace di avere un’erezione se non masturbandosi, ha spinto i due ricercatori verso una nuova tappa dei loro studi, quella non solo di osservare e descrivere il sesso da un punto di vista fisiologico, ma di cercare delle soluzioni per coloro che soffrono per disfunzioni di varia natura nel campo della sessualità. L’eterodosso approccio di Virginia alla psicologia ha reso giustizia sia a quest’ultima come disciplina autonoma con forti potenzialità che all’ignoranza dell’epoca sull’argomento.
Diverse altre le storie sono state sotto i riflettori: dal dottor Austin (Teddy Sears) che si è visto costretto a cedere alle avance sessuali del suo capo, Flo (Artemis Pebdani);  alle difficoltà fisico-relazionali di Barbara (Betsy Brandt), nuova segretaria, e Lester (Kevin Christy), documentarista del loro lavoro, poi divenuti pazienti; al fratello di William, Francis (Christina Borle, Smash), e l’alcolismo suo (di Francis) e del padre; fino alla storia di scoperta della realtà nera da parte di Libby (Caitlin Fitgerals), che si immagina dispensatrice di buone maniere e saggezza nei confronti della sua giovane baby sitter Coral (Keke Palmer) e scopre un mondo a colori e si impegna accanto al fratello di lei Robert (Jocko Sims) per la causa dell’uguaglianza razziale, su esempio e guida di Martin Luther King. La sua trasformazione è stata graduale e insieme alla maggiore consapevolezza c’è stata anche una certa disillusione: “Forse questa è la chiave, lasciar andare un qualche ideale per vivere la vita che hai, non la vita che pensavi che avresti avuto, per finalmente accettare ciò che è” (2.12).  
Su tutto però brillano sempre loro: William Masters e Virginia Johnson, e il merito è sì della scrittura, e nella regia – si pensi solo anche al significato e alla potenza dell’immagine Bill inginocchiato davanti a Ginny per praticarle sesso orale in “Giants” (2.05) - ma molto anche degli interpreti, sempre eccellenti,  Michael Sheen e Lizzy Caplan.
Il 12 luglio la serie torna con una terza stagione.

lunedì 20 aprile 2015

THE MESSENGERS: mal realizzata


Avrebbero fatto meglio a mandare in onda le prime due puntate una attaccata all’altra, probabilmente, perché il pilot di The Messengers da solo non svolge la sua funzione: spiegare che cosa vuol essere la serie. Per questo risulta lento e fuori fuoco. L’idea portata sullo schermo da Eoghan O’Donnell poteva anche essere entusiasmante, peccato che sia stata così mal scritta. Quando un uomo scopre che la moglie incinta in realtà l’ha ingravidata il padre e questi, senza il minimo cenno di ironia, gli dice che in fondo che il bambino sia suo figlio o suo fratello non importa perché sarà pur sempre di famiglia, si tocca il fondo con quella che potrebbe facilmente essere una delle peggiori battute dell’anno.

Un meteorite, o qualcosa di relativamente similare, cade sulla terra lasciando un grosso cratere. Coperto di sporco, non visto, ne esce  un uomo, L’Uomo (Diogo Morgado). Si mente alla popolazione su quello che è accaduto, ma i militari si fiondano sul luogo. Al momento dell’impatto si sprigiona un potente onda che investe e fa morire alcune persone che si risvegliano subito dopo. Si tratta di Erin (Sofia Black-D’Elia), mamma dell’Arizona, che vuole proteggere la figlia dal comportamento negativo dell’ex-marito poliziotto; di Vera (Shantel Van Santen), una radio-astronoma del New Mexico, il cui figlio è scomparso anni prima e che, per ritrovarlo, viene presto indirizzata da un’infermiera in coma, Rosa (Anna Diop); di Joshua (Jon Fletcher), tele-evangelista di seconda generazione del Texas, la cui moglie aspetta un bambino; di Peter (Joel Courtney), un ragazzo del Arkansas che vive in una casa-famiglia, è vittima di bullismo da parte dei compagni di scuola e ha un tentato suicidio alle spalle; di Raul (JD Pardo), un agente federale che si trova in Messico sotto copertura. Geograficamente insomma siano sul confine fra Stati Uniti e Messico. Al loro risveglio i protagonisti hanno dei poteri, anche se non se ne rendono ancora conto, e anche a noi non è così chiaro del tutto in che cosa consistano. Se li si guarda attraverso specchi, vetri, lenti si vede che delle enormi ali hanno dietro la schiena e questo significa che in qualche modo sono diventati degli angeli.

In un cliffhanger che nonostante il contenuto della rivelazione risulta fiacco, la puntata si chiude con un voice over di Joshua (per noi, nella diegesi è invece una voce che proviene dal televisore) che lancia un avvertimento: il Diavolo è qui in carne ed ossa, usa contro di noi i nostri segreti e le nostre paure, è tentazione e peccato, è il male incarnato, è il principe delle tenebre. Intanto, c’è un movimento di camera che si avvicina per un primo piano dell’Uomo, a cui gli occhi diventano neri e poi cominciano a fiammeggiare -  è il Lucifero meno carismatico della storia.

Che i protagonisti sono angeli dell’apocalisse e che il loro compito sarà combattere, e si spera sconfiggere, il demonio, non si viene a sapere se non dai flash che annunciano la puntata successiva e dal materiale promozionale. Ecco perché dico che il pilot non ha saputo svolgere il suo compito. La recitazione è passabile, ma non di più, e del resto saranno anche angeli, ma non si possono pretendere miracoli lì dove il materiale non lo consente. The Messengers, che va in onda sulla CW, è il classico esempio di una buona idea andata sprecata perché non la si è saputa realizzare.  

giovedì 16 aprile 2015

PEABODY AWARDS: i vincitori


Sono appena stati annunciati i vincitori dei Peabody Awards. Sotto (in ordine alfabetico) i vincitori e qui maggiori dettagli. Proprio belle le scelte, le condivido.

The Americans
Black Mirror
Fargo
The Honorable Woman
Inside Amy Schumer
Jane the Virgin
The Knick
Last Week Tonight with John Oliver
Rectify
Personal Award: Sir David Attenborough
Institutional Award: Afropop Worldwide

mercoledì 15 aprile 2015

ORPHAN BLACK: un poster nuovo per ogni episodio

 
Orphan Black, che riparte con una terza stagione il prossimo 18 aprile, farà uscire ogni settimana un poster diverso con indizi su quello che avverrà nella puntata successiva.
Sopra vedete il primo, ma potrete via via trovare gli altri cliccando qui.

mercoledì 8 aprile 2015

UPFRONTS 2015 - 2016: USA NETWORK

 
La maggior parte degli upfronts, ovvero delle presentazioni dei nuovi programmi televisivi scelti per la stagione 2015-2016, sarà presentata a maggio. Intanto però abbiamo quelli del USA Network. La programmazione di questa rete, sulla base degli anni passati, non è mai stata di eccellenza, ma allo stesso tempo non è nemmeno mai stata becera. Non si vedranno programmi di questa rete sulle passerelle delle premiazioni, ma spesso ci sono idee solide che vengono realizzate in modo dignitoso e anche apprezzabile (un esempio recente è Satisfaction). I programmi che seguono sulla carta sono sicuramente accattivanti e originali. Cerco di non farmi troppe illusioni aspettandomi una qualità eccelsa (ma sono prontissima a ricredermi), ma voglio sperare che siano comunque buone serie. La fonte delle notizie è in questo caso l’Hollywood Reporter e per notizie più dettagliate le trovate qui.  Per ora non sono disponibili foto. Se/quando lo fossero le aggiungerò a questo stesso post, eventualmente.
Allora, di seguito ci sono le nuove serie presentate (è previsto anche un reality che non indico).
 
PARADISE PICTURES
Siamo a Hollywood, negli anni ’40, nell’età dell’oro della “fabbrica dei sogni”, prima della fine del monopolio degli studios, della lista nera e dell’arrivo della televisione, e un gruppo di persone ambiziose cerca di scalare i vertici dell’ambiente. L’autore è Rick Muirragui (Suits).
 
STARCHITECTS
Scritto da Mark Steilen (Mozart in the Jungle), questo workplace drama serializzato è ambientato del mondo dell’architettura internazionale e del design e segue l’ascesa di giovani architetti di talento in uno studio di Los Angeles dove la competizione è feroce.  
 
AMPED
Un nevrotico uomo di famiglia compra online una “smart pill”, una pillola che lo aiuta a diventare più brillante e focalizzato, ma ottiene più di quello che si aspettava, ottenendo molta forza e potere. Basato su un fumetto di prossima uscita di Eric Kripke (Supernatural), intende esaminare i portentosi alti e gli umilianti bassi dell’essere un supereroe nella vita reale.
 
THE TAP
Siamo all’Università di Yale, nel 1969, e si esplora il culmine delle rivoluzioni politiche e culturali dell’America di quegli altri attraverso uno studente, Jay Butler, reclutato contemporaneamente dalla CIA e dalla Skull and Bones.  La serie è scritta da Andrew Lenchewski (Royal Pains) e Aaron Tracy (Law and Order: SVU).
 
MYTHOS
Dalla penna di Spenser Cohen (Macklemore’s Big Surprise), questa serie è ambientata in un mondo in cui tutto ciò che abbiamo creduto essere un mito in realtà è una verità segreta custodita dai membri di due gruppi rivali che hanno idee opposte su quello che debba essere il destino dell’umanità. Nel mezzo di ritrova Nate Brigman, uomo ordinario catapultato in circostanze straordinarie dalla misteriosa scomparsa della moglie.  Fra i produttori esecutivi c’è Charlize Theron (Monster).
 
AWOL
Un ex-militare torna a casa ma ha difficoltà a reinserirsi e a mantenere la sua famiglia. Disperato, entra in contatto con la criminalità di Los Angeles dove utilizza il suo expertise miliare in modi inaspettati. È scritto da Carey e Shane Van Dyke (Chernobyl Diaries).
 
SWAMPLANDIA!
Sviluppato per la TV da Liz Tigelaar (Life Unexpected), sulla base dell’omonimo best-seller finalista al Pulitzer di Karen Russell, si concentra sulla famiglia Bigtree, proprietaria di una parco a tema in cui si fa wrestling con gli alligatori. Sono stati colpiti di recente da una tragedia e faticano a mantenersi quando alla palude arriva la concorrenza.
 
COOLEY & THE TANK
Pensato come omaggio alla decade che ha portato alla televisione moderna, Cooley & The Tank va dietro le quinte di un telefilm di detective degli anni ’80 e esplora le vite dei due attori protagonisti, fra cui non scorre buon sangue. Autori sono Daniel Arkin e Anton Cropper (Suits).  
 
MILE HIGH
Due migliori amici, un broker di Wall Street e un imprenditore in difficoltà, decidono di avviare una attività di vendita di marijuana in Colorado, dove è legale, ma sebbene gli affari siano lucrativi e in crescita, devono vedersela sia con pericolosi criminali che con le forze dell’ordine. La serie è scritta da Josh Parkinson (Eastbound & Down).
 
THE RECESSIONISTAS
Scritto da Melissa London Hilfers, sulla base di un libro della dirigente di Wall Street Alexandra Lebenthal, questo drama segue le vicende un gruppo di donne dell’elite di Manhattan e dei loro mariti senza scrupoli che lavorano a Wall Street e mostra come devono adattarsi alla nuova situazione subito dopo il tracollo finanziario del 2008. È una limited series.

mercoledì 1 aprile 2015

DOWNTON ABBEY: la quinta stagione

 
È stato da poco annunciato che la prossima stagione di Downton Abbey, la sesta, sarà l’ultima, e va bene così, ritengo, perché ha fatto il suo corso.
La quinta stagione intanto è stata davvero impeccabile, molto misurata e senza quei cedimenti melodrammatici che in passato ne hanno indebolito la vocazione.
Di questa porzione della storia ho particolarmente apprezzato che siano state affrontate due tematiche. La prima è quella della vergogna personale e sociale, con storie come il passato in carcere di Miss Baxton (Raquel Cassidy),  la storia di droga di Thomas (Rob James-Collier) o il figlio fuori dal matrimonio di Edith (Laura Carmichael). La seconda è il nuovo ruolo che le donne cominciano ad avere nella società, e le nuove libertà, con Cora (Elisabeth McGovern) che esce di casa da sola, Daisy (Sophie McShera) che decide di studiare matematica per migliorare se stessa e le proprie possibilità lavorative in futuro, e Mary (Michelle Dockery) che concepisce il sesso come slegato dal matrimonio e rivendica per sé la possibilità di goderselo facendo uso di anticoncezionali.
La puntata finale dello speciale natalizio è stata lussureggiante, in un tripudio di sensi e di equilibrata perfezione, con l’appagamento emotivo di “lieto fine” che la serie tende di regola ad abbracciare, e che qui, con la pacata unione di Carson (Jim Carter) e Mrs Hughes (Phyllis Logan), è stata particolarmente gradita.