mercoledì 8 febbraio 2023

IL 13 NEWS: si parla di ME/CFS e "NONSOLOFATICA"

IL 13 NEWS, il telegiornale del canale TV il 13, ha avuto ospite nell’edizione di ieri me e il professor Tirelli, che parliamo del libro “NONSOLOFATICA” di cui siamo co-autori. Potete vedere l’intervento qui, oppure la trasmissione intera qui (noi siamo ospiti dal minuto 9.30 al 14.30 circa). Sono grata e contenta dello spazio che ci è stato concesso, cosa rara.

Purtroppo, come critica televisiva che evidentemente conosce a fondo l’argomento, devo anche lamentare il tipo di immagini che sono state scelte come sottofondo: gente al computer che appoggia le mani alla testa, gente che sbadiglia, gente che fa terapia di tipo fisico, tutte immagini classiche utilizzate sempre per descrivere l’Encefalomielite Mialgica / Sindrome da Fatica Cronica (ME/CFS), la patologia di cui si parla qui e di cui soffro io, e che sono state criticate dalla comunità dei pazienti come fuorvianti. Purtroppo non avere più occasioni di confrontarsi con l’argomento porta proprio a questo genere di problematiche. Nell’intervista il collega giornalista Gigi Di Meo di dice interessato a invitarmi ancora per parlare del problema, e magari potrebbe essere una buona occasione per parlare anche di questo problema di comunicazione e rappresentazione mediatica.

Ricordo che il libro, per Edizioni Mondo Nuovo, è acquistabile ed ordinabile in alcune libreria, anche online. Su Amazon lo trovate qui. Sono 150 domande e relative risposte. Fra queste, dato che questo è un blog di televisione, anche: “Ci sono rappresentazioni della ME/CFS in cinema e in televisione?”. Poche, ma ci sono. Rimando al libro per scoprire quali.

lunedì 30 gennaio 2023

CONVERSATIONS WITH FRIENDS: malinconica

Conversations with Friends – Parlarne tra amici (BBC3 – Hulu, RTÉ one, per ora inedita in Italia), il romanzo di Sally Rooney da cui è stata tratta l’omonima miniserie televisiva, è stato quello che meno mi è piaciuto dei suoi tre che ho letto, e questo forse si è riversato un po’ anche sulla trasposizione televisiva, che ho trovato molto ben realizzata e fedele allo spirito del testo, ma non imperdibile come lo è stato Normal People – Persone Normali.  In scena c’è comunque, come sempre con il materiale di questa autrice, un’interiorità cerebrale autoconsapevole, ma che non rende felici nella conoscenza di sé, ma al contrario mesti, a momenti agonizzanti.

Siamo nell’Irlanda dei giorni nostri. Frances (Alison Oliver) e Bobbi (Sasha Lane), due studentesse universitarie molto amiche che in passato erano state amanti e che ora sono impegnate insieme in progetti di spoken-word poetry, una forma di performance art poetica orale, incontrano e cominciano a frequentare una coppia sposata, Melissa (Jemina Kirke, Sex Education), scrittrice (nel libro anche fotografa, qui no), e Nick (Joe Alwyn), attore. Bobbi si avvicina a Melissa (si scambiano un bacio), mentre Frances intreccia una relazione erotico-sentimentale con Nick, cosa rispetto alla quale poi escono allo scoperto. Insieme passano molti momenti, anche una vacanza in Croazia, e parlano della propria vita. Frances, probabilmente il personaggio di maggior rilevanza e di cui più in dettaglio è tratteggiato il ritratto psicologico, è molto riservata e quieta, aspira a fare la scrittrice, ha un padre alcolista e soffre di grandi problemi di endometriosi, anche se inizialmente non sa che si tratta di quello: sta male, ma non sa il motivo.

Due aspetti, che si intersecano e riavvolgono l’uno nell’altro, sono fulcro dell’interesse speculativo di questa serie: l’espressione delle emozioni e la creazione di intimità, e le relazioni interpersonali e la loro natura. Francis tende a tenere molto per sé, non è molto aperta, e questo fa sì che venga criticata o fraintesa. Spesso è a disagio nelle situazioni sociali. Sostiene che non tutti abbiano una vita emotiva intensa (1.06), e critica la posizione di chi ritiene che chi non ne parla nasconda qualcosa, i fatti però la smentiscono. Si riconosce che non c’è nessuno che non stia affrontando qualcosa, più o meno intenso che sia. Come creare connessione e comunicare è un’esigenza narrativa che traspare dal testo verbale come da quello visuale. E che cosa comporta avere una relazione sentimentale è declinato in un intreccio di reciproci avvicinamenti e allontanamenti su cui sembra non scriversi mai la parola fine. Si ripudia la monogamia come scelta pre-confezionata, si parla in termini di “consenso spontaneo” come alternativa, come modo di creare legami forse impermanenti, ma autentici e onesti e rispettosi. Di fronte ai tormenti emotivi dei protagonisti è chiaro però che è un esperimento per creare delle alternative alla norma che non sono necessariamente riuscite o ideali, ma appunto tentativi.

In una serie dove la protagonista discute con un ragazzo incontrato su Tinder se Yeats sia fascista o meno (1.08) e dove la Francis anche teme il proprio snobismo culturale, ci si interroga – forse in modo meno diretto e pregnante di quanto avrei voluto – sulla permanenza o meno dell’arte. Le protagoniste non la vogliono “impacchettata”, perché qualcuno la possieda, ed è lo stesso approccio che hanno all’amore. Qui, come in Normal People, ci sono abbondanti scene di sesso, ma non altrettanto carnali o voraci. Il desiderio con le sue contraddizioni e i suoi scatti inaspettati sfugge anche all’iper-analisi e all’overthinking della protagonista che, presa nelle sue contraddizioni, passa da momenti di profonda vulnerabilità e fragilità ad altri di apparente freddezza e distacco.

Applaudo la rappresentazione dell’endometriosi, che credo sia l’unica che ho visto, a mia memoria. Tra l’altro su dodici puntate, solo in 1.11 lei riceve una diagnosi, prima la vediamo solo stare male: avere perdite improvvise, crampi, cicli molto dolorosi e vomito. Una volta addirittura sviene (1.09) e viene portata in ospedale per delle indagini.

La serie è scritta da Alice Birch, Mark O'Halloran, Meadhbh McHugh e Susan Soon He Stanton, ed è diretta da Lenny Abrahamson e Leanne Welham. Il tono è pacato, understated, dimesso. L’atmosfera sgombra da eccessi e malinconica.

giovedì 19 gennaio 2023

THE LAST OF US: una serie dal videogioco

Tutto il buzz, tutto il chiacchiericcio, intorno alla serie apocalittico-zombie The Last of us (dell’americana HBO Max dal 16 gennaio, in Italia in contemporanea con sottotitoli su Sky Atlantic e NOW, e dal 23 gennaio doppiata) mi ha convinto ad assaggiarla subito. La terra è stata messa sotto attacco da una pandemia di origine fungina: se i funghi infettano gli esseri umani infatti, sono in grado di piegarli alla propria volontà trasformandoli in una specie di zombie, detti Cordyceps. Tutto ha inizio nel 2003 e venti anni dopo l’umanità è disastrata, le città un cumulo di macerie. Sono state istituite delle zone di quarantena (QZ) che sono nelle mani di un regime militare autoritario, la FEDRA (Federal Disaster Response Agency – Agenzia Federale di Risposta ai Disastri). Si spara a vista sugli infetti, si bruciano i cadaveri e si impiccano quelli che cercano di entrare o uscire senza le necessarie autorizzazioni.

Non conosco il videogioco da cui è stata tratta, ma avendo da poco terminato la lettura del libro “L’ordine nascosto – La vita segreta dei funghi” di Merlin Sheldrake (Universale Economica Feltrinelli), ero già a conoscenza di quelle effettive potenti e terrificanti proprietà dei funghi di cui la serie ci mette al corrente. Nel teaser pre-sigla si mostra un’intervista televisiva del 1968 (un’intervista nella diegesi cioè, reale nel mondo che ritrae, non per noi) a due epidemiologi che lo spiegano, paventando questo pericolo. Poi si lancia la sigla, che è costruita proprio come l’espandersi del micelio micorrizico. Davvero cool che siano andati in quella direzione.

LIEVI SPOILER DEL PILOT. Siamo a Boston. Joel Miller (Pedro Pascal), che ha perso la figlia adolescente (Nico Parker) agli inizi della pandemia, è un contrabbandiere che sta cercando di rimettersi in contatto con il fratello minore Tommy (Gabriel Luna), un ex-militare, insieme anche alla sua attuale compagna, Tess (Anna Torv, Fringe). Per avere le risorse per farlo, accetta l’incarico di portare fuori dalla zona di quarantena una volitiva ragazza quattordicenne, Ellie Williams (Bella Ramsey, Game of Thrones) che è immune all’infezione e potrebbe essere la chiave per creare un vaccino, e si impegna ad attraversare gli Stati Uniti con lei. A chiedergli di farlo è Marlene (Merle Dandridge) a capo delle Luci (Fireflies, ovvero Lucciole, in originale), un movimento di resistenza che combatte il regime ed è bollato come terroristico.

Ideata e scritta da Craig Mazin (Chernobyl) e Neil Druckmann (già ideatore del videogioco), sembra una solida trasposizione, ma allo stesso tempo il pilot non si presenta nemmeno particolarmente originale o innovativo, né da un punto di vista narrativo che formale. Per ora posso dire che mi piace molto di più di The Walking Dead che per me è sempre stato troppo misogino per poterlo stomacare (me ne ero lamentata qui). Non sembra avere la stessa luminosità di Station Eleven, e non intendo visuale, ma umana, e d’altro canto lì c’era più l'impressione che il mondo fosse finito davvero. Questa realtà sembra più una fase di guerra che alla fine l’umanità supererà. La realtà militare di quarantena si avvicina più a quando abbiamo visto in La Valla – La Barriera. Non sembrano esserci nemmeno la disperazione o lo spessore di The Leftovers. Non sono ancora sicuro della "morale" della serie, ma sono curiosa di vedere cosa mi dice sulla vita e sulla morte e su tutte le idee di oscurità e luce che vengono accennate dall’incipit.

Mi convince il casting e i critici americani, che già hanno avuto modo di vedere in anteprima altre puntate e l’evolversi delle vicende, ne parlano con entusiasmo e ne lodano l’intenso impatto emozionale, oltre alle scene ricche di azione: in particolare è apprezzata la costruzione del rapporto, non svolto in modo sentimentale, ma via via sempre più profondo e toccante fra Joel ed Ellie, che si stratifica in corso di via. L’esperienza di visione “Chernobyl” mi lascia fiduciosa che possa essere davvero così e una stagione la concedo.   

lunedì 9 gennaio 2023

MOONHAVEN: fantascienza hippy

Siamo nel futuro. La Terra è diventata un intollerabile inferno e sta morendo, la gente vive nello smog più oppressivo, non ha cibo e acqua pulita, ci sono guerre e conflitti costanti. Un’intelligenza artificiale (IO), la matrice computerizzata più sofisticata mai costruita, è stata spedita sulla Luna perché si creasse un ambiente e una società utopica che, tre generazioni dopo, tornasse sulla terra a salvarla. Ora è arrivato quel momento: questa è la premessa di Moonhaven (AMC+), che dopo le prime 6 puntate della prima stagione era stata già confermata per una seconda, anche se poi purtroppo la rete ha fatto marcia indietro cancellandola per un piano generale di riduzione dei costi. 

Bella Sway (Emma MacDonald) un nome che, ci viene ricordato, è legato a bellezza in italiano, ma alla guerra pensando al latino —, una pilota terrestre, ha intenzione di contrabbandare della merce con la scusa di accompagnare sulla luna l’Inviata umana (la Envoy, in originale) dell’intelligenza artificiale Indira Mare (Amara Karan) per dare inizio al “Ponte” perché i Lunari possano ritornare sulla Terra ad aiutarla. Arrivata lì però, viene uccisa la sorellastra che non sapeva di avere, Chill (Nina Barker-Francis), e due detective (anzi ‘tective, nel gergo) della polizia locale, Paul (Dominic Monaghan, Lost – come non sorridere quando gli fanno pronunciare la battuta “I am lost”) e Arlo (Kadeem Hardison) indagano: a uccidere la ragazza è stato un certo Strego (Adam Isla O’Brian). Appare presto chiaro che sotto c’è una cospirazione, in cui è coinvolta anche la guardia del corpo dell’Inviata terrestre, Tomm (Joe Maganiello), e forse la stessa “reggente” della Luna, a capo del Consiglio, Maite (Ayelet Zurer), che ha come sua seconda Sonda (Yazzmin Newell). Alcuni giovani, fra cui Wish (Josh Tedeku), figlio di Arlo, si accingono alla partenza, perché sono quelli che chiamano “First Wavers”, i giovani della prima ondata che si sono preparati per la missione di rendere ri-abitabile la superficie del terzo pianeta dal sole. I ribelli separatisti che vogliono l'autonomia della Luna e lasciare la Terra al suo destino però aumentano: “Liberate Lune! Fermate il Ponte!” (1.04). Già in passato, peraltro, sul nostro satellite, era stata inviata una colonia, ma la situazione era andata male e l’esperimento terminato e ricominciato: con il nome di “Primo”, è una parte ancora selvaggia dove i vecchi coloni sono sepolti. Paul, insieme alla compagna Lone (Elaine Tan), cresce anche una figlioletta molto precoce per la sua età, Elma (Martha Malone), mentre sul lavoro viene affiancato da una giovane apprendista, Blu (Robyn Holdaway)

Di fronte alla situazione distopica del nostro pianeta, c’è quella utopica della Luna (Moon, Lune), e qui sta proprio l’originalità delle creazione di Peter Ocko (Lodge 49, che viene richiamato in certi modi di sentire la realtà) che mescola fantascienza, fantasy, giallo e atmosfere hippy. È stato pubblicizzato come thriller di suspense, e colpi di scena ce ne sono diversi, fino in ultimo. ma a dominare è l’atteggiamento un po’ new age, non proprio da setta ma quasi. I Lunari, vestiti di colori sgargianti di ogni tipo, dall’aspetto vagamente induista, si intrattengono nel verde in balli e canti, con cui punteggiano le loro giornate, sono motivati da nobili sentimenti, e gli stessi detective sono più interessati ad aiutare le persone emotivamente, che altro. Del resto nulla sfugge all’intelligenza artificiale che sa tutto di loro, grazie anche a un impianto sottopelle nella schiena, e che i ribelli si tolgono. Anche se, sottolinea l’idealista Paul, non li controlla, ma impara da loro – hanno letto Orwell, Kazuo e Mwangi, dice (1.01), e lo ribadisce in seguito anche Arlo (1.06). Parte del loro obiettivo nel ritornare sulla terra è anche di portarsi dietro un modo di pensare nella convinzione che il potere tecnologico di risolvere i problemi del pianeta possa distruggere gli umani se non si accompagna a una cultura in grado di contenerla.

In questa società, pacifica e in sintonia con la natura, figli e genitori biologici si vedono solo al momento della nascita e della morte - in cui si è elevati verso il cielo appesi su delle lettighe a degli alberi, non sotterrati (1.04). Tutti crescono i figli altrui, nella convinzione che il sangue porti sangue e che darci peso porti alla costruzione di famiglie e conseguentemente di tribù, di nazioni e così alle guerre. Loro credono in quelli che chiamano legami d’acqua. Io non sono molto convinta, ideologicamente parlando, ma è affascinante da contemplare. Mi sono domandata che senso avesse vedere i propri progenitori al momento del trapasso, dal momento che di fatto sono estranei, ma mi sono venuti incontro proprio rispondendo a questo quesito formulato dalle labbra di Bella: è solo un tributo ai vecchi costumi.

Ogni realtà porta con sé un linguaggio e qui ci sono numerosi neologismi (almeno in inglese) che si apprendono in modo naturale a mano a mano che si procede con la visione: come “gratz” per dire “grazie” o “doda” per dire “papà”, “mada” per dire “mamma”.

Moonhaven si interroga sulla natura umana, e se sia destinata al male, e su quali siano i meccanismi che la spingano ad autodistruggersi o al contrario a migliorarsi. Si riflette sul ruolo della conoscenza – e c’è un effettivo “albero della conoscenza” in questa sorta di Eden. “Non sopravviviamo a dispetto delle nostre ferite, ma sopravviviamo a causa di esse” (1.05), asserisce Bella. Nel nuovo mondo c’è armonia, o forse un’illusione di armonia, ma io ci ho visto una sorta di valore protrettico, di esortazione a una nuova filosofia, a un nuovo modo di concepire i rapporti umani e con la natura che ci circonda, ma non è una paternale ambientalista e anti-capitalista. È un’esperienza delicata ed eterea, stravagante e con un che di magico, con cui bisogna entrare in sintonia, e non necessariamente adatta al palato di tutti.

Apprezzarlo alla fine è questione di feeling. Io sono riuscita a lasciarmi trasportare anche con un po’ di stupore per i loro riti e, a sentimento, mi è piaciuta parecchio.

sabato 31 dicembre 2022

LA LISTA DELLE LISTE di METACRITIC, sui migliori programmi TV dell'anno

 

Chiudo l’anno come sempre segnalando “la lista delle liste”, ovvero l’elenco che Metacritic compila riunendo moltissime liste di migliori programmi stilata dai critici televisivi. È sempre un buon punto di riferimento per capire quali sono quelli meglio considerati nell’opinione prevalente.

La lista viene aggiornata grosso modo fino a fine gennaio e si può trovare qui.  

Sotto trovate lo screenshot delle prime posizioni in lista (sono in tutto 30) per come è oggi. 



martedì 27 dicembre 2022

LE MIGLIORI NUOVE SERIE DEL 2022, secondo me

Ogni anno scelgo quelle che ritengo essere state le nuove migliori serie dell’anno. Non ci provo nemmeno a selezionare le migliori in assoluto, perché già è complicato scegliere i nuovi debutti. Con la selezione sempre più ampia che si offre, non si riesce nemmeno, o almeno io non riesco nemmeno, a vedere in tempo utile quelle che si vocifera siano meritevoli: Mo? Bad Sisters? Saranno meravigliosi esempi di televisione seriale, ma io non ho ancora avuto modo di darci una possibilità. Se non fosse del 2015, ad esempio, nella mia lista ci sarebbe indubbiamente Patriot, che io ho guardato solo quest’anno.

Alla fine tutte le liste lasciano il tempo che trovano, quindi mi sta bene semplicemente segnalare programmi che hanno debuttato quest’anno che ho trovato meritevoli. Senza ulteriori indugi, ecco la mia selezione:

Severance: per me la più elettrizzante dell’anno. Non vedo l’ora che ricominci. Ne ho parlato qui.

This is going to hurt: una serie inglese, di cui ho scritto qui.

The Bear: di cuore l’ho amata meno di altre, un po’ troppo ruvida per me, ma intellettualmente è indubbiamente nell’Olimpo: qui.

Somebody Somewhere: una chicca d’autrice di cui parlerò prossimamente.

Heartstopper: perché questo YA LGTBQ+ ha saputo davvero scaldare il cuore: qui.

House of the Dragon: il prequel-sequel del Trono di Spade è stato appassionante: qui.

Pachinko: già a giugno la indicavo fra le migliori dell’anno – qui.

Interview with the Vampire: una notevole rendition dell’omonimo romanzo della scomparsa Anne Rice. Ne parlerò prossimamente.


Ho apprezzato parecchio anche The Rehersal, che tanti stanno indicando fra le migliori serie dell’anno, ma non ho terminato di vederla, e mi sembra più un esperimento che altro, e non sono sicura del tutto di ciò che ne penso umanamente. Dovrei metterci anche Wednesday? Se valuto il buzz e l’impatto culturale, non posso non indicarla fra le migliori dell’anno, diversamente ho qualche riserva, nonostante la sua godibilità. Che dire di Station Eleven? Alla fine mi ha deluso. Vedo in qualche lista altrui anche Star Trek. Strange New Worlds, che sicuramente caldeggio, ma fra le migliori dell’anno addirittura? Nonostante il mio amore per quell’universo, sono perplessa. Vedo indicate anche Yellowjackets ed Abbott Elementary, ma per me è decisamente no per entrambe, sopravvalutate. Sono sempre combattuta nello scegliere. Per inserirle fra le migliori, non devono solo piacermi, possono di fatto piacermi di più anche serie che ho trovato meno buone, ma devono darmi uno specifico brivido che mi fa dire “wow”. In modo più semplice in questo momento non saprei come diversamente spiegarlo.

Che cosa rende una serie meritevole di essere giudicata la migliore, secondo voi? Quali sono i vostri debutti migliori dell’anno?

venerdì 23 dicembre 2022

WEDNESDAY: un gustoso YA creepy

Wednesday, o se preferite Mercoledì, la rivisitazione per Netflix ad opera di Tim Burton del noto personaggio, è diventato un successo istantaneo, già un culto, ed è facile capire il perché: è un sapiente cocktail che miscela umorismo macabro, rivalità e riti di passaggio adolescenziali, mistero e investigazione che incrocia Nancy Drew a  Stranger Things, con un pizzichino di Riverdale e una spruzzata di Buffy, sullo sfondo di un look che mescola l’attuale trend per l’estetica dark-academia e studenti con poteri sovrannaturali alla Harry Potter, pure inseriti in un simile contesto scolastico e di corpo docenti, con un’eroina sicura di sé, ma in fondo vulnerabile, che sardonicamente enuncia battute graffianti. In più è ancorata a un cult della TV, e lo reinterpreta dando anche letture nuove ad elementi ricorsivi ben noti, come lo schioccare delle dita che i protagonisti fanno nella sigla originaria. Godibilissimo.

Mercoledì Addams - una Jenna Ortega che in questo ruolo non viene mai vista battere le ciglia, cosa che ne aumenta l’aria vagamente inquietante, e che si merita tutti gli applausi che sta ricevendo per la sua memorabile iconica interpretazione – viene espulsa da scuola per aver liberato dei piraña in una piscina della scuola, piena di compagni, che avevano maltrattato suo fratello minore, Pugsley. È ormai l’ottava scuola da cui viene cacciata e i genitori, la madre Morticia (Catherine Zeta-Jones) e il padre Gomez (Luis Guzmán), decidono di iscriverla nella loro alma mater, la Nevermore Academy (nome che è un riferimento ad Edgar Allan Poe), che accoglie emarginati di ogni genere, vampiri, lupi mannari, gorgoni, sirene, e persone con poteri particolari, come ad esempio Xavier (Percy Hynes White ), che ha il potere di far vivere la propria arte (se disegna un ragno, questo può animarsi e uscire dal figlio) o Eugene Otinger (Moosa Mostafa) che ha il potere di controllare le api…

La preside Weems (Gwendoline Christie, Il Trono di Spade), ex-allieva della scuola nonché vecchia compagna di Morticia, la accoglie con entusiasmo e Mercoledì, pur contro la sua volontà, si vede costretta a frequentare la scuola e a frequentare sedute di psicoterapia con la dottoressa Valerie Kinbott (Riki Lindhome, del duo comico Garfunkel and Oates). Punto di riferimento adulto per ogni necessità è la “normie”, come chiamano i “normali”, Marilyn Thornhill (Christina Ricci, che ricordiamo ha interpretato lei stessa Mercoledì nel film La Famiglia Addams degli anni ‘90), insegnante di botanica. A “vegliare” su di lei c’è in ogni caso Mano (Thing in originale, Victor Dorobantu), una mano senziente che riesce a vedere e comunicare con lei. Anche zio Fester fa una comparsata (1.07) – e chi avrebbe detto che Fred Armisen (Portlandia) sarebbe stato così perfetto per la parte?

La giovane Addams, che accompagna il look gotico e un atteggiamento nichilista a un broncio d’ordinanza, si vede pure costretta a dividere la sua stanza con la gioiosa, radiosa, sorridente e coloratissima Enid (Emma Myers), una licantropa, che ha una cotta per un gorgone, Ajax (Georgie Farmer), che cerca comunque di farsela amica. Raccoglie immediatamente la dichiarata rivalità di una sirena, Bianca Barclay (Joy Sunday), brillante studentessa. Mercoledì scopre di avere il potere psichico di visioni del passato e del futuro, che la colgono all’improvviso, senza che lei possa controllarlo o prevederlo. Un compagno di classe viene ucciso da una misteriosa creatura e lei indaga, nonostante questo le attiri l’ostilità dello sceriffo Donovan Galpin (Jamie McShane) della Jericho, la cittadina del Vermont dove si trova la scuola. Il figlio di lui, Tyler (Hunter Doohan), che non ha un buon rapporto col padre, e lavora al locale coffee shop, dimostra un interesse per lei.

Se dalla seconda puntata ne ho capito lo spirito, il pilot non mi aveva troppo entusiasmata, devo ammettere. Mi ha preso in contropiede perché trovavo la protagonista spocchiosa e che si reputava superiore agli altri (cosa che lei esplicitamente in seguito dice di non sentirsi), e non gradivo il disprezzo che dimostrava nei confronti dei compagni: non trovavo affatto divertenti le battute dirette a ferirli. Non ci ho visto nemmeno sadismo, solo noia.  Non sono mancati i detrattori in generale, che hanno accusato Netflix di aver confezionato un prodotto troppo alla CW, ovvero una classica storiella adolescenziale, solo decorativamente gotica, poco realistica e prevedibile, incapace di staccarsi dai classici tropi delle rivalità scolastiche, rivelazioni sul passato dei genitori e indecisioni romantiche, e di sguazzare in modo derivativo in quei cliché tribali dell’adolescenza a cui la protagonista dice di non essere interessata. Non basta darle qualche tratto autistico, renderla asociale e non farle volere un cellulare per renderla anticonvenzionale.

Parte delle critiche a questa creazione di Alfred Gough e Miles Millar (entrambi già ideatori di Smallville) hanno fondamento, ma in realtà la serie funziona ugualmente, e in parte anche perché dietro alle risate che l’eccesso di impassibilità, il gusto per il macabro e le battute taglienti garantiscono – se guardi gli Addams non è il realismo dei dialoghi che cerchi - si vede comunque una persona che si percepisce come diversa, e che non ha timore di mostrarlo, come celebra la gloriosa scena di ballo alla festa della scuola in “Woe what a Night” (1.04) ormai diventata virale: è un inno alla propria bizzarra individualità e indubbiamente una delle scene televisive memorabili dell’anno.

Intrattenimento YA creepy mortalmente gustoso.

mercoledì 14 dicembre 2022

THE BEAR: televisione stellata

Intenso, serrato, gridato, anche nelle inquadrature che si affidano a primissimi piani, ansiogeno, con ritmi incalzanti, The Bear (Hulu, in Italia su Disney+), che è il nomignolo con cui è conosciuto il protagonista, porta dietro le quinte di una paninoteca-tavola calda di Chicago.

Carmen “Carmy” Berzatto (Jeremy Allen White), un brillante chef di origine italiana abituato a lavorare nell’alta ristorazione, dove si confezionano manicaretti che finiscono sulle riviste patinate ma dove si subiscono anche pensati abusi verbali sul lavoro, torna a casa per gestire il locale di famiglia dopo il suicidio del fratello maggiore Mikey (Jon Bernthal, The Walking Dead), che si è sparato quattro mesi prima di quando cominciano le vicende. Co-proprietaria del locale, che si chiama The Beef ed è in un mare di debiti, è la sorella minore dei due, Natalie detta "Sugar", ma il manager di fatto dell’umile ristorante è Richard "Richie" Jerimovich (Ebon Moss-Bachrach), loro cugino e miglior amico del defunto. Carmy, si ritrova una cucina fatiscente e uno staff mal organizzato. Assume come sous-chef la giovane Sydney Adamu (Ayo Edebiri) desiderosa di fare esperienza con il talentuoso Carmen, riconoscendone la bravura: lei ha una formazione accademica assicurata dalla CIA (l’Istituto Culinario Americano) e l’impazienza di lasciare la propria impronta. Insieme riorganizzano la cucina, nonostante l’iniziale ostilità di alcuni dello staff che presto però comprende la svolta che possono avere sotto la nuova guida. Fra loro spiccano Tina (Liza Colón-Zayas), determinata cuoca storica del posto, e Marcus (Lionel Boyce), panettiere che aspira a diventare pasticcere.

Ideata da Christopher Storer, che ha scritto una buona porzione degli episodi e ne ha diretti diversi, condividendo i credits della regia con Joanna Calo, la serie, con otto episodi di circa 30 minuti (ma variabili a seconda della puntata) racconta dei ritmi frenetici delle cucine di trincea, ma si trattano temi come il lutto, le ambizioni fallite e quelle nascenti, il mentoring, la famiglia, il cibo, la mascolinità, la salute mentale. Carmy vuole che come forma di rispetto tutti si riferiscano gli uni con gli altri come “chef”, e per evitare incidenti in un luogo ristretto dove c’è continuo movimento e pressione si gridi "Angolo!" o "Dietro!" quando ci si muove vicino a uno spigolo o dietro a qualcuno. È un’impresa corale, dove ciascuno ha un suo ruolo ben definito, che deve funzionare alla perfezione per non crollare nella pressione frenetica delle richieste. Il pianosequenza di quasi venti minuti di 1.07, in cui esplode la tensione in cucina, che The Atlantic (qui) ha definito “semi-sadistico”, e il monologo di circa sette minuti di Carmy nel successivo ultimo episodio (tempesta e quiete), sono memorabili.

Ho trovato molto acuta Lucy Mangan su The Guardian quando osserva come parte della genialità di questo programma consiste nel non rendere Carmy torturato dalla propria brillantezza. Lo è dal dolore, ma “il suo genio è una cosa imbrigliata e controllata. Non lo usa per alimentare un ego mostruoso o per giustificare l'aggressività verso i sottoposti, o per fare altre cose narcisistiche che siamo abituati a credere siano la naturale conseguenza di doni smisurati. Quando perde il controllo, nel penultimo episodio, deve lavorare per fare ammenda. The Bear non perde mai di vista l'impegno necessario non solo per guadagnarsi da vivere, ma anche per essere un essere umano funzionante e semi-decente”.

Se siete disposti a immergervi in un ambiente caotico e fenetico che è certo di provocarvi ansia al solo guardarlo, chiamatela feel-bad television se volete, potete essere certi di venire premiati con un manicaretto di primordine. Televisione stellata. 

lunedì 5 dicembre 2022

THIS IS GOING TO HURT: crudo e venato di umorismo

This is going to hurt, ovvero “Farà male”: questo è il titolo della serie della BBC1 (e co-prodotta dalla AMC, in Italia disponibile su Disney+) ideata e interamente scritta da Adam Kay che l’ha basata sul suo memoir dallo stesso titolo, che racconta le vicende in un reparto di ostetricia e ginecologia di un ospedale inglese del servizio sanitario nazionale. Perciò non si può certo dire che non ci abbiano avvertito. È stato in effetti doloroso, e per la migliore delle ragioni possibili. L’episodio 6 è stata una delle pagine di televisione più belle e devastanti che abbia visto quest’anno: costruita lentamente, montata puntata dopo puntata. Ineccepibile nel dire senza dire, come nessuno meglio degli inglesi sa fare. Se penso all’ultima battuta del personaggio di Shruti (Ambika Mod) in quella puntata, sono capace di mettermi a piangere anche ora. E c’è il dolore fisico ginecologico, che è difficile venga mostrato in un simile ventaglio di situazioni.

All’esordio, nonostante le eccellenti recensioni che la preannunciavano, ero rimasta un po’ infastidita dai commenti sarcastici del protagonista che rompeva la quarta parete, alla Fleabag. Mi parevano inadeguati. Poi si sono fatti più soft o io ho imparato a conoscerlo, chissà…in ogni caso mi ha conquistata. Adam (Ben Whishaw, A Very English Scandal) è un giovane medico completamente assorbito e sfinito per il proprio lavoro nel reparto maternità, tanto che commette l’errore di mandare a casa una paziente che poi necessita un parto cesareo perché in pericolo. Nigel Lockhart (Alex Jennings), suo diretto superiore, deve intervenire e anche Tracy (Michele Austin), la capo ostetrica lo tiene d’occhio. La sua vita privata ne soffre molto perché trascura il ragazzo con cui esce, Harry (Rory Fleck Byrne), e inizialmente lo tiene nascosto ai colleghi e alla madre (Harriet Walter). Il suo affrontare le tensioni con sarcasmo non gli impedisce di sentirsi pressato dal ritmo incalzante delle richieste, dalla scarsità delle risorse, dalla burocrazia e dagli interessi personali, dalle aspettative altrui. Shruti, un’empatica tirocinante, pure è sopraffatta dal lavoro e dallo studio: un collega la invita fuori, ma non ha tempo; i genitori sono orgogliosi di lei, ma ne sente la pressione; scoppia e avere il lavoro che per lei era il sogno di una vita non si rivela quello che si aspettava. Vicky (Ahsley McGuire), sua supervisora al lavoro, la avverte che è sempre così, è molto stressante (1.04), e non tutti ci sono portati.

Le descrizioni delle situazioni sono molto oneste e anche brutali. Io credo di poter dire di sapere una cosa o due sulla fatica, e non so se l’ho mai l’ho vista rappresentata così bene. I protagonisti sono davvero esausti e sono spesso lì per crollare, fisicamente, ma anche proprio per le responsabilità e il burn-out, tirati continuamente da tutte le parti. In questo senso ha particolarmente brillato la summenzionata puntata numero 6, dove si fa un confronto fra il servizio delle cliniche private e quello delle strutture pubbliche e non si dice quello che ci si aspetterebbe: è un applauso ai medici pubblici sottopagati e sovraccarichi di lavoro che fanno davvero miracoli in situazioni impossibili.  Anche sul fronte delle pazienti le situazioni sono toste: c’è quella razzista, quella che subisce abusi in ambito domestico, quella che si taglia con la forbice le grandi labbra perché le trova esteticamente strane…E il parto nella season finale (1.07) è un unicum: non ne ho mai visto uno mostrato in tale dettaglio e realismo, con la telecamera sparata in mezzo alle gambe della partoriente. Non poteva essere più appropriato e di impatto.

Cruda, ma venata di un umorismo che alla fine è necessario, la serie evita il melodramma, anche lì dove sarebbe facile caderci. La recitazione è al massimo livello. Da non perdere.

mercoledì 23 novembre 2022

VAMPIRE ACADEMY: avvincente

Con una narrazione veloce e una mitologia estremamente densa e delineata, Vampire Academy (su Peacock), tratta dagli omonimi libri YA di libri di Richelle Mead (6 volumi pubblicati in Italia da Rizzoli), è una godibilissima, trascinante serie adolescenzial-vampiresca, portata sullo schermo dall’esperienza di Julie Plec (fra gli altri The Vampire Diaries, The Originals, Legacies) e Marguerite MacIntyre. È un po’ The Vampire Diaries (ovviamente, viste le autrici appena citate), ma anche Buffy, True Blood, Bridgerton, Harry Potter, the Hunger Games e perfino The Handmaid’s Tale, come sarà facile intuire già dal paragrafo successivo.  In più c’è un forte legame con alcune figure tradizionali folkloristiche di questo genere di racconti.

Siamo in un mondo in cui i vampiri vivono separati dagli esseri umani, in un regno chiamato Dominion, dove sopravvivono grazie al sangue di donatori che ne hanno in cambio effetti simil-droga. Sono i Moroi, e fra loro ci sono alcuni che sono di sangue reale, divisi in casate. I giovani entrano in società con un rituale di passaggio in cui dichiarano il proprio elemento di appartenenza: acqua, fuoco, terra o aria. Presto si scopre che non per tutti è però così: alcuni non si "specializzano" perché c'è un "quinto" elemento, lo Spirito. A difenderli e proteggerli ci sono i Dhampir (o Dhampyr, secondo uno spelling alternativo), una sorta di casta inferiore, incroci fra vampiri e umani. Le donne che non vengono addestrate come guardie del corpo sono confinate in comuni e destinate alla procreazione con i vampiri che decidono di averle come compagne di sesso. I Moroi vengono minacciati, e per quello hanno bisogno di protezione, dagli Strigoi, i cattivi della situazione, una sorta di ferali vampiri-zombie molto veloci e aggressivi. Moroi, Dhampir e Strigoi non sono invenzioni dei libri o della serie, ma sono appunto legati ad antiche leggende e mitologie dei Balcani e rumene. E questa tripartizione viene spiegata subito e ripetuta all’inizio delle nuove puntate, quindi si entra subito nel vivo.

Le due protagoniste principali della serie sono Vasilissa “Lissa” Dragomir (Daniela Nieves), una principessa moroi, e la sua guardiana ancora in formazione Rosemarie “Rose” Hathaway (Sisi Stringer), una dhampyr che frequenta la St Vladimir’s Academy, una scuola estremamente rigorosa. Le due sono come sorelle, ma si scopre in corso di via che fra loro c’è un legame molto diverso e più forte (a scanso di equivoci, non è di natura sessuale). Rose presto si innamora di Dimitri (Kieron Moore), suo superiore, anche se a lei è interessato il suo compagno di Accademia, Mason (Andrew Liner), mentre il cuore di Lissa batte per Christian (André Dae Kim), osteggiato perché i suoi genitori sono diventati strigoi. Dal momento che Lissa ha perso i genitori, suo tutore è lo zio Viktor Dashkov (J. August Richard, Angel), membro del coniglio reale e consulente della regina, malato, sposato con Robert e padre di Sonya (Jonetta Kaiser) e dell’adottata Mia (Mia McKenna-Bruce), che diversamente dal padre non sono però reali. Sonya è la ragazza di Mikhail (Max Parker), Mia è quella di Meredith (Rhian Blundell), una delle più brave studentesse dell’Accademia di St Vladimir, e compagna di corso di Rose. La regina (Pik-Sen Lim) deve annunciare chi la succederà sul trono. Victor si vede forzato ad ambire alla carica per ostacolare le ambizioni politiche di Tatiana Vogel (Anita-Joy Uwajeh), estremista che rischia di portare il regno indietro di secoli.

Con un cast multiculturale – quando mai prima si è vista una protagonista attratta da un ragazzo dai tratti orientali, tanto per dirne una? –, e un’ambientazione opulenta con scenografie che ti trasportano subito in modo convincente in una realtà alternativa, Vampire Academy tratta temi come l’amicizia, l’amore, il potere, il dovere, il lutto, i rapporti genitori-figli, le differenze sociali, i rapporti stato-chiesa, la dialettica tradizione-progresso…lo fa con dinamismo. Le redini sulla mitologia, il gergo e i rituali sociali sono da esperte e, anche se se ne sente la sovrabbondanza, non ci si sente persi, ma si riesce a seguire tutto con agio. C’è poco spazio per l’approfondimento però, lì dove si è presi dal vortice degli eventi. È un melodramma sovrannaturale che non teme di essere anche cheesy, mescolato a un pizzico di intrigo politico, recitato con sufficiente dignità, pieno di colpi di scena e coppie per cui schippare. Non sarà alta televisione, ma è facile immergervisi: avvincente.

lunedì 14 novembre 2022

DANGEROUS LIAISONS: non è Le Relazioni Pericolose, ma una origin story

“L’amore è letale, Camille. Esplora il tuo cuore, ma studia il cuore degli altri. Credimi quando ti dico che il tuo amante è il tuo futuro nemico”: dice così Genevieve de Merteuil (Lesley Manville), nobildonna della Francia pre-rivouzionaria a Camille (Alice Englert) nel pilot di Dangerous Liaisons (sull’americana Starz). Ma non è Le Relazioni Pericolose di Choderlos de Laclos questa serie in 8 puntate, e per me questa è stata la vera delusione, ma una sorta di origin story della Marchesa de Merteuil e del Visconte di Valmont, una specie di prequel, se vogliamo.

Camille è una giovane prostituta che è legata da un debito verso la responsabile del bordello per cui lavora, Madame Jericho (Clare Higgins), ma vorrebbe smettere di esserlo da momento che si è innamorata di Pascal Valmont (Nicholas Denton) un cartografo che ha perso denaro e titolo quando il padre ha lasciato tutto alla matrigna, Ondine de Valmont (Colette Dalal Tchantcho). Dice di amare Camille e di volerla sposare, ma ha donne in ogni parte di Parigi. Gli hanno scritto appassionate lettere e lui le ha conservate. Con quelle scrittegli da Genevieve de Marteuil la ricatta minacciandola di inviarle al marito se lei non gli procura un titolo nobiliare e del denaro. Contro i consigli dell’amica Victoire (Kosar Ali), cameriera del bordello, Camille accetta di sposare Pascal, salvo poi scoprire tutto questo. Si rivolge perciò alla nobildonna e in cambio delle lettere chiede di trasformarla in un’aristocratica. Lei accetta, ed è allora che le dice quello di cui sopra, suggerendole di nascondere il proprio dolore e chiudere il suo cuore all’amore e alla rovina che minaccia. Lei ha esperienza. Il marito è spesso via, ma può contare sull’amicizia del maggiordomo (Hakeem Kae-Kazim). Gabriel Carrè (Hilton Pelser), un ufficiale della morale, si è invaghito di Camille e, respinto, confessa ad un prete che il male si abbatterà su di loro.

Io ho amato il libro a cui la serie è liberamente ispirata, ho trovato eccellente anche l'omonimo film con Glenn Close e John Malkovich, così come la pellicola Valmont diretto da Forman, e pure la rivisitazione in teen drama Cruel Intentions l’avevo trovata a suo tempo gustosa, per cui la mia insoddisfazione di primo acchito è stata per qualcosa che a mio modo di vedere ha usurpato il titolo del romanzo epistolare da cui è tratta: l’ideatrice e showrunner Harriet Warner, pare si sia ispirata a una lettera in particolare contenuta nel testo. Se non mi rovinasse il ricordo dei personaggi, il cui fascino era soprattutto essere così sofisticati e smaliziati, sarei stata forse più indulgente nei confronti di un’idea che non ho trovato priva di pregi. All’esordio, dal pilot che è la sola puntata che ho visto, l’aspetto più interessante sembra l’amicizia, chiamiamola così, fra le due donne, una giovane e l’altra anziana, e un apprendistato non solo evidentemente al bel mondo, ma alla manipolazione. Un dettaglio come mostrare le cicatrici dei polsi tagliati della ragazza, che vengono coperti da dei magnifici nastri, lascia capire che quello c’è: la bellezza apparentemente frivola è una copertura per le proprie ferite.

Il romanzo è uno studio sulla seduzione e sui meccanismi del cuore umano, sui virtuosismi verbali capaci di ammaliare, ed è una graffiante meditazione sulla morale e la società dell’epoca, sul peso delle reputazioni, dell’apparenza versus la realtà. In fondo anche sull'idea di come sedurre non sia amare. E come a giocare troppo si rischi il cuore. Dal primo approccio però qui, sotto parrucche importanti e visi incipriati, abiti lussuosi e ricchezza, non c’è molta sostanza, e si è a un passo dal trash. Amore, desiderio, ambizione, rabbia, delusione, amor proprio, tradimento, vendetta sembrano in fondo di poco conto, volatili. Non capiamo davvero perché Camille e Pascal siano attratti l’uno dall’altra se non perché gli sceneggiatori hanno deciso che sia così, o perché tante donne siano rimaste sedotte da Valmont. E la lussuria, che apparentemente muove molti di loro, è ben poco lussuriosa. Sì, ci sono scene di sesso, ma completamente dimenticabili.

Gli intrighi di nobili francesi di fine ‘700 possono anche essere un godibile divertimento. Qui lo sono troppo poco, tanto che in futuro potrei ri-considerare di seguire la serie, già rinnovata per una seconda stagione, ma per ora passo. 

sabato 5 novembre 2022

BOO, BITCH: esasperata e fastidiosa

Boo, Bitch (Netflix) è una commedia soprannatural-adolescenziale insipida e dimenticabile, nonostante qualche elemento che la redime.

Erika Vu (Lana Condor) e la sua migliore amica Gia (Zoe Colletti), due ragazze dell’ultimo anno di liceo, si rammaricano di non essere popolari, ma completamente invisibili. Sono le ultime sei settimane di scuola, e decidono di non aver più niente da perdere, partecipano a una festa, ma tornando a casa mezze ubriache vengono investite. Quando si risvegliano scoprono che da sotto un alce spuntano i piedi di un cadavere che ha le scarpe di Erika. Presto perciò si rendono conto che, se è ancora visibile, deve essere diventata un fantasma. Erika si interroga su come mai sia ancora legata alla terra, e capisce che ha ancora questioni irrisolte nella vita e decide perciò di recuperare il tempo perduto, anche con l’aiuto dell’amica. Uno dei suoi desideri è conquistare Jake C (Mason Versaw), che ha da poco rotto la sua relazione a intermittenza con Riley (Aparna Brielle), che è molto ammirata socialmente e diventa presto una “frenemy” di Erika. Gia, dal canto suo, si interessa a Gavin (Tenzing Norgay Trainor), leader degli Afterlifers, un gruppo di compagni di scuola appassionati di occulto, composto anche dalla sensitiva Raven (Abigail Achiri), l'aspirante mago Brad (Reid Miller) e da Sail (Savira Windyani)

Ideata da Tim Schauer, Kuba Soltysiak, Erin Ehrlich e Lauren Iungerich, questa improbabile sit-com ha un inaspettato significativo colpo di scena in “Who Dat Bitch?” (1.06), si fonda soprattutto sull’amicizia fra le due protagoniste principali e prende in giro il linguaggio “giovane” fatto di abbreviazioni e parole troncate, volutamente così complicate che è necessaria la sovrimpressione per capire a che cosa fanno riferimento.

Ci sono troppe situazioni irrealistiche ed esasperate e tanti cliché, che rendono insulsa la visione. L’invisibilità, la sensazione che sia tutto questione di vita o di morte, i primi amori, la pressione sociale, l’amicizia e le rivalità sono tutte tematiche che potevano offrire molto se non fosse stato così cringy e ridicolo. Gli eccessi di Erika che, raggiunto lo status a cui agognava, manipola e guarda dall’alto in basso chi considera inferiore, risultano fastidiosi. Per la gran parte la serie manca di arguzia, e invece di un tagliente divertimento, si ha la sensazione di assistere a della sciocca, gratuita cattiveria. Ossessionata dal suo stato e dalla popolarità ottenuta, manda all’aria le priorità, salvo poi rendersi conto di essere diventata squallida come essere umano. E i cambiamenti improvvisi di 180°, quando alla fine si pente e si ravvede, hanno davvero poca credibilità e anche l’aspetto didascalico ne rimane schiacciato.