mercoledì 14 gennaio 2026

PLURIBUS: il ritorno di Vince Gilligan

Salutata fin dal pilot, giudicato da molti fra i migliori di tutti i tempi, come una serie imperdibile, Pluribus (AppleTV+), o meglio PLUR1BUS, è una serie drammatico-satirico-fantascientifica e post-apocalittica dalla penna di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul, ma anche sceneggiatore di The X-Files).

LIEVI SPOILER. Siamo nella Albuquerque che è un paesaggio feticcio di questo autore. Carol Sturka (Rhea Seehorn, Better Call Saul) è una scrittrice best-seller di romanzi romantasy. Disprezza il proprio pubblico e ritiene di scrivere “stronzate”, parole sue, sebbene la sua partner e agente letteraria, Helen (Miriam Shor, Younger), cerchi di ricordarle che se anche la sua non è arte, se rende felici le persone è comunque qualcosa di importante, oltre a darle sicurezza economica.

Da 600 anni luce di distanza arriva un segnale, un virus extraterrestre che contagia tutta la popolazione terrestre. All’improvviso diventano tutti un unicum, una mente collettiva con una memoria condivisa, solo in corpi diversi, si riferiscono a loro stessi con il “noi” e sono apparentemente perennemente inquietantemente felici e come-ipnotizzati, simil-zombie. Quando arrivano, le persone vengono prese da convulsioni e alcuni muoiono, compresa Helen, e solo una manciata di persone, 12 per la precisione, è immune, prima di tutte Carol, che nonostante le ripetano continuamente “vogliamo solo renderti felice” e le possano dare tutto ciò che chiede, non vuole perdere se stessa nella collettività amorfa. Zosia (Karolina Wydra), che le viene affiancata come assistente, come rappresentante di tutti, cerca di convincerla di quanto sia bella una realtà in cui tutti condividono ogni pensiero, non ci sono gerarchie né conflitti, ma lei non ne vuole sapere e vuole riportare il mondo a come era. Cerca di studiare questi alieni facendo una lista di caratteristiche, ad esempio il fatto che non riescono a mentire o che non possono ferire nessuno, né animali né piante. E nel suo sforzo per salvare il mondo cerca la collaborazione degli altri non contagiati, ma i più sono solo infastiditi. C’è chi come Koumba (Samba Schutte), un mauritano, si gode la nuova vita in cui può avere tutto ciò che desidera. Il solo che sembra pensarla come lei, e che rifiuta qualunque aiuto o contatto con la nuova realtà, è il paraguaiano Manousos (Carlos Manuel Vesga).

Rhea Seehorn, che per questo ruolo ha appena vinto un Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica, è una forza della natura, straordinaria sia nella tragedia che nella commedia: feroce, vulnerabile, reattiva, determinata. In più di un’intervista l’autore ha dichiarato di aver pensato il ruolo per lei, sapendo quanto fosse brava e non c’è un dubbio al mondo specie per un programma che di fatto poggia quasi esclusivamente sulle sue spalle. Sono moltissime le situazioni in cui recita da sola. Spettacolosa.

L’idea di invasori alieni che si impossessano dei corpi degli umani sicuramente non è nuova, la troviamo già negli anni ’50 con il classico L'invasione degli ultracorpi, e la serie trae ispirazione e fa riferimento anche esplicito ad altra fantascienza, non ultima Ursula K. Le Guin, di cui vediamo Carol leggere a bordo piscina (1.09) la sua celeberrima “La mano sinistra delle tenebre”. Naturalmente non può non ricordare la mente alveare dei borg di Star Trek: The Next Generation e Picard che vogliono assimilare gli individui nel collettivo, sebbene qui in apparenza almeno assumino una forma più benigna o, come qualcuno ha notato, fa pensare anche alla prima stagione della serie classica di Star Trek dell’episodio “Il ritorno degli Arconti”.

Gilligan ha un approccio realistico, poco verbale ma con molta azione, di tipo operazionale e cerebrale, lento anche, ma brillante, sofisticato, sottile, ricco di sfumature, ed è denso di tematiche con molte possibili interpretazioni e decodificazioni, sebbene risulti di fatto ideologicamente aperto. Prima facie è probabilmente infusa anche dello spirito della pandemia, anche se è più una super-imposizione mentale nostra che l’abbiamo appena vissuta. Un argomento importante è quello dell’individualità. Se si elimina l’io si eliminano i conflitti, ma c’è appiattimento, si elimina la preziosità dell’esperienza personale. C’è omologazione. Quello che rende diversa Carol è quello che gli alieni vogliono aggiustare, ma questo significa anche rinunciare all’indipendenza di pensiero e alla forza della sorpresa e alla gioia che può derivarne. La rabbia in questa prospettiva anche è considerata sbagliata – letteralmente causa la morte di questi alieni – ma invece è moralmente legittima, motrice per agire contro quello che si ritiene sbagliato. Naturalmente individualità vs. collettività può avere molteplici letture, in primis politiche. Il New Yorker (si ascolti il podcast qui) ci vede anche un parallelismo con la propaganda sovietica e il comunismo, ad esempio. È un commento anche della realtà americana degli ultimi anni – non si può dimenticare peraltro che un motto statunitense, anche presente sui passaporti sebbene originariamente nato con la fusione delle tredici colonie, è “E Pluribus Unum” (Dai molti, uno).

Una riflessione è anche sull’intelligenza artificiale – il collettivo di Pluribus sa tutto alla stessa maniera e alla stessa maniera informe e distaccata risponde; Gilligan è stato esplicito nella sua ostilità per l’AI che giudica la macchina da plagio più costosa e dispendiosa di energia del mondo e nei credits della serie scrive che “il programma è stato realizzato da umani”. Si presta pure come metafora dell’estremismo religioso e repressivo, o comunque di qualunque ideologia che non ammetta la possibilità di dissenso e alterità, per quanto piacevole possa apparire o desiderabile, o per quanto felici possano dichiararsi quelli che sono sotto una simile influenza (e in questo senso viene in mente anche il Mulo nella terza stagione di Foundation, dove coloro che sono da lui mentalmente schiavizzati contro la propria volontà dichiarano di non aver mai provato un amore simile). Il femminismo, i diritti LGBTQ, l’empatia…le lenti attraverso cui dare senso all’allegoria sono variegate.

Un grande tema è quello della solitudine – ci insegna che le esperienze vanno condivise per essere davvero godute, ci servono gli altri, anche solo per confrontarsi nel parlare. E un quesito centrale riguarda la felicità. Che cos’è? È davvero avere tutti i propri desideri realizzati? E se uno vuole la bomba atomica? Questo ultimo esempio è significativo nella diegesi. L’esperienza personale mi ha insegnato che non sempre riusciamo a prevedere che cosa ci rende felici, anche se pensiamo di saperlo. In questo mondo infestato dal virus alieno non c’è spazio per questa possibilità, per la scoperta. E su questo la serie mette un riflettore. Per me sarà quello che ne segnerà la disfatta.    

Se è una fine del mondo, è una fine del mondo diversa da come ce la si aspettava. Sono argomenti densi ed importanti, ma trattati con originalità e anche con umorismo. Sai di essere nelle mai di un narratore esperto quando riveli che hai alieni che si nutrono di esseri umani (Ricordate V-Visitors?)  e l’informazione si sgonfia immediatamente risultando volutamente anticlimatica. Un seconda stagione è già prevista, e Vince Gilligan ha dichiarato che per lui almeno quattro sono sicuramente possibili.