mercoledì 11 marzo 2015

MAISON CLOSE - La Casa del Piacere: la prima stagione


Si è da poco chiusa su La Effe la prima stagione di Maison Close – La Casa del Piacere (Canal+, 2010), che ora la rete fa seguire, senza soluzione di continuità, dalla seconda stagione. Siamo nella capitale francese, nel 1871, poco dopo l’esperienza della Comune di Parigi e, come è facile capire dal titolo, siamo in un bordello, il Paradis. Padrona è Hortence Gaillac (Valérie Karsenti), lesbica innamorata di una delle prostitute più apprezzate di questa casa di tolleranza di lusso, Véra (Anna Charrier). Quest’ultima vorrebbe essere libera, e per un momento quasi ci riesce - il tema della libertà è molto presente in questa serie ideata da Jacques Ouaniche, che ritrae queste professioniste del sesso come prigioniere e vittime, spesso pressate dai debiti a quel genere di vita. Una di queste è Rose (Jemima West), arrivata in città in cerca della madre, che faceva il mestiere. La sua verginità messa all’asta al maggior offerente è emblematica di questa schiavitù. Un’altra delle ragazze protagoniste, Angèle (Blandine Bellavoir), sogna di costruirsi una vita con l’uomo di cui è innamorata. Margerite (Catherine Hosmalin) apre la porta ai clienti e si assicura che le ragazze righino dritto. Per il resto ci pensa la legge, molto rigida nei loro confronti.
La serie parte con un’estetica da telenovela, sia nell’aspetto narrativo che in quello stilistico, da cui si affranca un po’ nel corso delle puntate, anche se mai del tutto. Ho trovato coraggioso ad esempio che abbia cercato di affrontare il tema della prostituzione di bambine (1.07), salvo poi risolvere la questione con modalità da feuilleton tutto raggiri, coincidenze e omicidi. È magari anche avvincente, ma un maggiore realismo sarebbe risultato più di impatto. Per questo la serie non convince mai del tutto.
C’è poco coinvolgimento emotivo con i personaggi e in parte questo è dovuto al fatto che i rapporti fra di loro sono poco approfonditi. Si sviluppano infatti magari anche sul piano della trama e dell’intrigo, ma da un punto di vista relazionale sono abbastanza piatti o proprio inesistenti. I personaggi fra loro di fatto, pur condividendo uno spazio fisico ristretto, risultano abbastanza isolati. I momenti in cui la serie è riuscita infatti a elevarsi è lì dove è stato creato un ponte fra loro (come è stata la conversazione fra Véra e Rose, stese a letto a giocare e scambiarsi due chiacchiere). Il più delle volte, al di là delle macchinazioni, non condividono realmente aspetti della vita. Questo l’ho percepito come un grosso difetto della sceneggiatura, anche perché non mi pare realizzato volontariamente con il senso di dire che in quel genere di ambiente, pur nella vicinanza fisica con altre persone che condividono la tua stessa sorte, in realtà sei solo e abbandonato e spesso disperato, perché non trovi né amicizia, né amore, né alcuna intimità emotiva.
Alcuni colpi di scena li ho trovati exploitative, come si direbbe in inglese, ovvero un po’ “approfittatori”, per facile effetto shock del momento e per mandare avanti il plot, ma con scarso peso umano. L’ho pensato nella modalità in cui hanno fatto perdere la verginità a Rose, ma lì l’ho condonato perché mi è parso voler essere un mezzo per caricare emotivamente il suo personaggio come qualcuna che di fatto è fatta schiava contro la sua volontà. Emblematica però per me è stata a questo proposito la vicenda dell’acido gettato in faccia a una delle ragazze (1.02) come forma di ritorsione di un malvivente verso Hortence. Al di fuori dalla funzionalità per la trama, c’è stata troppa poca empatia da parte delle colleghe per quello che aveva vissuto la ragazza, per l’atto subito, per il futuro che le sarebbe aspettato, per i possibili risvolti per loro stesse se si fosse ripresentata la situazione. Mi ha immediatamente richiamato una vicenda similare, mutatis mutandis, in Bomb Girls, dove una delle operaie rimane sfigurata sul lavoro. Lì siamo su un altro pianeta. Pur non essendo nemmeno stato sviluppato in modo particolarmente approfondito, con poche pennellate lì si è reso il dramma della persona che qui non c’è.
La cosa che ho invece trovato interessante è il fatto che salvo pochissime  eccezioni, Pierre Gaillac (il fratello di Hortense, effettivo proprietario del bordello) e Brise Caboche (l’innamorato di Angèle) in particolare, o pochi clienti, di per sé gli uomini non esistono, sono solo una sorta di massa indistinta e casuale e non hanno un vero senso, ma sono relegati a quel ruolo che di solito hanno le donne nel film medio. Sono tutte femmine e questo è sì voluto, per come l’ho percepito, e l’ho trovato interessante.  
Per quanto riguarda specificatamente la messa in onda da parte di La Effe, mi ha scandalizzato che sia stato indicato come un programma adatto a “bambini accompagnati”: a un certo punto devono essersene resi conto perché in chiusura di stagione hanno cambiato e lo hanno indicato come adatto solo a un pubblico adulto; mi ha vagamente insultato la pubblicità che diceva che “essere donne è sempre stato un lavoro a tempo pieno”, facendo equivalere l’essere donne all’essere prostitute (e lo dico pur non provando io riprovazione morale per la prostituzione); e ho invece apprezzato molto l’acuto suggerimento commercial-letterario, giustapposto al programma, di leggere Il Petalo Cremisi e il Bianco di Michel Faber, libro che si avvicina alla serie per tematica ed epoca, e che ho amato molto.      

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