sabato 10 dicembre 2016

THE CROWN: regale


Regale, sontuosa, elegante, precisa, misurata: può sicuramente vantarsi di essere tutto questo la serie di Netflix The Crown, ideata e scritta da Peter Morgan (The Queen e Frost/Nixon al cinema), incentrata sulla vita personale e politica della regina Elisabetta II d’Inghilterra ed erede ideale, come tipo di sensibilità, di Downton Abbey. La prima stagione di 10 episodi sarà seguita da una confermata seconda, ma il progetto totale è di 6 stagioni che dovrebbero ripercorrere in gran parte tutto il suo regno, con cambi di attori principali in corso di via (ogni due stagioni), presumibilmente per una questione di età degli interpreti. Si tratta di una delle serie più costose di sempre, spettacolosa in quanto a scenografie, costumi, cinematografia e valori produttivi in generale.

Si esordisce nel 1947 all’epoca delle nozze di Elisabetta (Claire Foy) con Filippo (Matt Smith, Doctor Who). A regnare è ancora il padre re Giorgio VI (Jared Harris, Mad Men) che morirà di lì a poco, alla Corona dopo l’abdicazione del fratello re Edward (Alex Jennings) che vi ha rinunciato per amore di Wallis Simpson (Lia Williams). La giovane regina, consigliata anche dal primo ministro Winston Churchill (John Lithgow), deve imparare a gestire la propria posizione, e con questo a ridefinire anche il proprio ruolo nei confronti dei propri familiari  - così come loro peraltro  dovranno fare con lei -, con il marito in primis, ma anche con la madre, la regina Mary (Eileen Atkins),  e con la sorella, la principessa Margaret (Vanessa Kirby), innamorata del colonnello Peter Townsend (Ben Miles).

Centrali nella costruzione della narrazione sono questioni di filosofia del diritto: da chi deriva il potere del sovrano, quali sono i suoi limiti, quali sono i rapporti fra la Corona e il Governo… Si insiste molto sul fatto che, nella concezione della monarchia britannica il potere rappresentativo della Corona viene da Dio: lo ricorda alla figlia la regina Mary (1.04), lo ribadiscono in occasione della solennissima cerimonia di incoronazione, mostrata in televisione, ma nascosta nel momento sacro dell’unzione (1.05), lo ripete Elisabetta bambina, in un flashback che la mostra impegnata a studiare diritto costituzionale (1.07). Indossare il diadema è un peso fisico, ma soprattutto metaforico, elemento enfatizzano anche nella diegesi, e il fardello che comporta è pure un concetto su cui si insiste molto: re Edward è disprezzato e ritenuto egoista per non aver voluto portarlo ed Elisabetta ritiene che lo zio avrebbe dovuto scusarsi con lei per averla messa nella posizione di farlo, così come Churchill la istruisce a non mostrare mai la fatica, ma a sorridere sempre di fronte al suo popolo (1.08). In campo c’è la difficile negoziazione del potere fra le istituzioni, ma anche e forse soprattutto l’equilibrio fra l’istituzione e la persona che la incarna (Elisabetta, Churchill), con un ventaglio di situazioni collegate, nell’intreccio fra vita pubblica e vita privata, che tenere separate comporta sacrifici continui.

Elisabetta non può andare a vivere dove vorrebbe così come non può scegliere il segretario personale che vorrebbe, il principe consorte non può volare o fare alcune manovre in volo senza il permesso del Governo (1.04), Churchill non accetta di vedersi fragile in un ritratto che gli viene regalato dal Parlamento per i suoi 80 anni perché nella sua immagine vede anche rappresentato l’esecutivo (1.09). Philip si sente minato nella sua mascolinità – una tematica che viene ripresa in più occasioni - e si lamenta che la moglie gli ha tolto la carriera, la casa, il nome (1.03); la sorella che vorrebbe sposarsi (1.06) deve rinunciare all’amore con il suo innamorato (1.10), inizialmente di fatto esiliato fuori dallo stato per due anni, perché il Gabinetto e la Chiesa non approvano; lo zio, escluso dalla cerimonia di incoronazione e ostracizzato di continuo per aver scelto l’amore, si esprime in più di un’occasione sulla crudeltà del sistema e dei suoi parenti; perfino la regina Mary si rammarica di come sia stata messa da parte proprio in un momento in cui avrebbe avuto più bisogno di sentirsi occupata, dopo la morte del marito (1.08).

Apparenza e sostanza viaggiano su due binari separati e per Philip è come il circo (1.08; 1.10). Quando intraprendono un lungo viaggio nei Paesi del Commonwealth, lui la vive come un equivalente di una tournee. La loro presenza è come dare una mano di vernice a una carretta arrugginita per dare l’impressione che vada tutto bene anche quando non è così. “È il nostro lavoro, è quello che siamo. La mano di vernice. Se i costumi sono abbastanza imponenti, se la tiara è abbastanza brillante, se i titoli sono abbastanza assurdi, la mitologia abbastanza incomprensibile, allora va ancora tutto bene”. Un valore su cui si insiste molto è quello dell’impassibilità e del silenzio, come modo per essere super partes e astenersi dal prendere posizione. La regina rappresenta tutti e come tale non deve mostrare la propria opinione. Non fare, non dire, restare neutrale: difficilissimo. Questa “freddezza” e questo riserbo sono condivisi dalla scrittura che sa utilizzare con molta finezza il non-detto, come è ben evidente dal pilot in cui re Giorgio capisce che deve morire presto da una seconda domanda al medico che non pone mai – quanto mi resta da vivere? - e che non ha bisogno di porre, o dalla realizzazione della morte del padre da parte di Elisabetta dal solo sguardo del marito (1.02).

Si tratta in fin dei conti di una sorta di Bildungsroman di una regina, con anche delle riflessioni su quello che è necessario per svolgere questo ruolo. Elisabetta, istruita nell’infanzia esclusivamente in diritto costituzionale ed esperta per il resto solo di cani e cavalli, capisce di non poter reggere una conversazione con i leader di stato che è chiamata a incontrare, si sente inadeguata, rimprovera la madre per averle impartito un’educazione insufficiente, assume un precettore. Sa solo l’essenziale, ma è un processo di apprendimento costante. La serie, si direbbe, crede nell’importanza di fare la differenza nel mondo, ma il modo in cui si fa questa differenza, a volte è inaspettato. Con impegno, una ragazzina che lo zio chiama Shirley Temple e la maggior parte di quelli che la circondano considerano mediocre, ma di cui Churchill vede la perspicacia e la potenzialità, riesce a condursi in modo esemplare. Una segretaria che legge a guarda ammirata il primo ministro, compara i propri risultati a quelli dello statista e si rammarica della differenza fra loro due, di fatto è morendo durante la grande nebbia londinese del 1952 (1.04) che fa la differenza.

La recitazione è di prim’ordine. Spiccano in particolare l’eccellente John Lithgow nel ruolo del residente al 10 di Downing Street, potente e in declino nello stesso momento, in parte motivato dall’ambizione in parte dal senso dell’onore e dell’impegno di dover guidare la giovane regina prima che su di lui cada il sipario; poi Claire Foy, fulcro di tutto quanto accade intorno a Buckingham Palace, in equilibrio fra innocenza e scaltrezza, fra volere e dovere, fra umanità e iconicità; e se non può non venire alla mente l’interpretazione al cinema di re Giorgio VI interpretato da Colin Firth ne Il Discorso del Re, Jared Harris non è sicuramente meno convincente. Vanessa Kirby, Matt Smith… tutti fanno davvero un lavoro eccellente.

In chiusura (1.10) si riprende in modo forte il tema conduttore di tutta la prima stagione. Ci sono due Elisabette, una in contrasto  con l’altra: la persona e la regina. La persona deve sopprimersi per il bene del regno. Non respira nemmeno, per usare le parole del fotografo che la immortala in un servizio nella season finale.  Il dovere ha la meglio sul resto (come sarà forzato destino per Margaret e Peter). Tutto questo perché, come ricorda la regina Mary alla figlia (1.02), “La Corona deve vincere. Deve vincere sempre”. 

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