giovedì 13 aprile 2017

BIG LITTLE LIES: irresistibile


Basato sul libro “Piccole Grandi Bugie” di Liane Moriarty, Big Little Lies è stato previsto come miniserie, quindi come una sola stagione autoconclusiva (7 puntate), ma non sono pochi quelli che come me si augurano che alla HBO ci ripensino e trovino un modo per continuare una serie che, liberata dall’omicidio che alimenta la trama della prima stagione, ha comunque ampio potenziale per continuare a indagare la realtà messa in scena con successo. Anzi, se vogliamo, senza la parte investigativa, che è in fondo il pretesto per entrare nelle vite di queste persone,  la serie ne guadagnerebbe anche, per quanto la parte di thriller sia stata decisamente appagante. Qualche speranza c’è (si legga qui in proposito).  

Jane (Shailene Woodley) è una madre single, che era rimasta incinta in seguito a uno strupro, che si trasferisce nella piccola comunità di Monterey (California) insieme al figlio Ziggy (Iain Armitage). Il primo giorno di prima elementare, il piccolo viene accusato dalla compagna Amabella (Ivy George) di aver cercato di strozzarla e la madre della piccola, Renata Klein (Laura Dern),  sposata con Gordon (Jeffrey Nordling), vuole tenerlo a distanza. Dal momento che non ci sono vere prove, e che Ziggy è un bambino sensibile che dice di non averlo fatto, la madre le crede e riceve il sostegno e l’amicizia di altre due madri. Si tratta di Madeline (Reese Whitherspoon), sposata in seconde nozze con Ed (Adam Scott), dopo il divorzio da Nathan (James Tupper), risposatosi con Bonnie (Zoë Kravitz), e con una figlia adolescente, Abigail (Kathryn Newton), dal primo marito e una bimba, Chloe (Darby Camp), compagna di classe di Ziggy, che si dedica agli spettacoli teatrali della scuola; e di Celeste (Nicole Kidman), madre di due gemelli, una ex-avvocatessa che per far piacere al marito Perry (Alexander Skarsgård) ha rinunciato al lavoro fuori casa e che ha con lui un rapporto violento. I loro rapporti vengono messi in scena nella consapevolezza che qualcuno di loro, non sappiamo chi, è stato ucciso: questo inquadra e interrompe occasionalmente le vicende con i brevi flash di interviste che gli investigatori fanno alle persone della comunità, che danno la propria opinione su quello che sapevano.

Il cast di nomi di prim’ordine è indubbiamente un catalizzatore di attenzione per questa serie che, di fatto, sarebbe stata forte a sufficienza anche senza cotante star. David E. Kelley, ideatore e sceneggiatore della totalità delle puntate (e la regia è tutta di Jean-Marc Vallée), è sempre stato un autore di prim’ordine, basti pensare ai vari Picket Fences, Chicago Hope e The Practice. Dopo Ally McBeal però era “andato un po’ a male”, nel senso che si era fatto troppo spesso prendere la mano dai suoi tic letterari e umoristici ed era diventato inguardabile, accumulando parecchi insuccessi (Snoops, The Wedding Bells, The Brotherhood of Poland, New Hampshire, Harry’s Law, The Crazy Ones). Qui, ora, sembra tornato in forma smagliante ed è facile ricordarsi quanto acuto ha sempre saputo essere.

La serie esamina i rapporti di una piccola comunità, di come piccole eventi possano portare a cascata conseguenze massicce, di come qualcuno possa facilmente venire ostracizzato. Un tema fondante è quello della violenza domestica, un argomento tradizionalmente molto difficile ma portare sullo schermo trattato con realismo e intelligenza. Si mostra come possa esserci un’escalation di violenza anche fra persone che magari in partenza si amano genuinamente e di come non sia facile uscire da situazioni simili anche quando dall’esterno sembrerebbe la cosa scontata da fare. Con Ziggy frutto di uno stupro, rimane sempre in sottofondo la percezione che forse, nella sua apparenza mite, il piccolo porta in sé i geni di qualcuno violento, mentre i figli Celeste e Perry, che vivono in un contesto violento anche quando i genitori fanno tutto per nasconderlo, magari crescono apparentemente come bambini normali. Importano genetica o ambiente? Con la fine (1.08) a questo viene in qualche modo data una risposta. Si è sottilissimi nel far riflettere su diversi aspetti. Così come  si parla molto di educazione dei figli – Abigail, ad esempio, decide di mettere all’asta la sua verginità su Internet per dare i proventi ad Amnesty International come forma di protesta per lo sfruttamento sessuale che c’è nel mondo, cosa non incontra il favore dei genitori e crea contrasti fra i genitori divorziati su come va gestito – e del ruolo dei genitori nella vita dei figli – Renata e Jane alla fine sono due madri entrambe preoccupate del possibile bullismo nei confronti dei propri figli-, di rapporti di coppia, di amicizia fra donne. Si è onesti e pregnanti con un commento sociale e intimo psicologicamente acuto. Si aggiungano scenari mozzafiato ed il gioco è fatto: irresistibile.

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