domenica 2 settembre 2018

VIDA: una vitale serie messicano-americana



Due sorelle che si rivolgono appena la parola, Emma (Mishel Prada) e Lyn (Melissa Barrera), tornano nel vecchio quartiere ispanico nell’Est di Los Angeles dove un tempo vivevano, Boyle Heights, per l’improvvisa morte della madre Vidalia, il cui nomignolo dà il titolo alla serie Vida.

Al loro arrivo incontrano la “compagna di stanza della madre”, Eddy (Ser Anzoatugui), che si rendono conto presto esserne stata la moglie. A quest’ultima Vida ha lasciato in eredità una parte del bar di famiglia e una serie di appartamenti, che per il resto vanno divisi fra le due figlie e che però non sono finanziariamente floridi. Eddy non vuole vendere e le sorelle devono decidere che cosa fare: Emma, che ha un lavoro a Chicago e che da ragazzina era stata mandata via dalla madre per una ragione che scopriremo solo in chiusura del primo arco, è piuttosto fredda e operativa e non sembra sentire una grande connessione con i locali; Lynn, più giovane e sprovveduta, lascia fare alla sorella ed è più che altro desiderosa di riconquistarsi il suo vecchio amore Johnny (Carlos Miranda), senza tener conto che lui ora ha una fidanzata ed è in attesa di un figlio. Alcuni investitori sono interessati alle proprietà, ma la comunità Latinx – dove Latinx è il modo gender-neutrale per latino o latina -  in cui vivono è in subbuglio perché vedono queste offerte economiche come un modo di mandare via la loro gente distruggendo così la loro cultura e il loro stile di vita. Voce di questo dissenso, con un suo popolare vlog, è la giovane arrabbiata Mari (Chelsea Rendon). 
  
Ideata da Tanya Saracho sulla base del racconto Pour Vida di Richard Villegas Jr., questa serie, del canale Starz con un cast interamente ispanico, affronta molti temi della vita, come è evidente dal titolo: della famiglia, della casa e dell’amore, del diventare adulti, del denaro e della gentrificazione, dell’identità culturale e sessuale (“Non mi identifico in niente, sono solo me” dice Emma in 1.03); e il tema della morte, sia come lutto, ma soprattutto nel senso di indagare il modo migliore per onorare la memoria di un persona amata che si è persa. Ci si concentra sulle vite intime di pochi personaggi, prevalentemente donne, sullo sfondo di un contesto sociale molto definito, offrendo una sorta di commentario biunivoco. E i momenti personali mostrati sono sia emotivi – particolarmente toccante e delicata l’esplorazione della sofferenza di Eddy, anche in contrasto con quella delle figlie di Vidalia – che sessuali – le scene di sesso sono molte, sia etero che omo, e sorprendentemente esplicite.  

L’uso della lingua anche è calibrato in un misto di americano, Spanglish, spagnolo non sottotitolato (un po’ alla Junot Diaz), con anche molto slang messicano che riflette l’autentico modo di parlare di alcune aree losangeline. Gli sceneggiatori infatti sono tutti Latinx, americani di origine dominicana, cilena, salvadoregna e messicana. E, come spiega l’autrice in un’intervista all’Hollywood Reporter (THR), cercano di riappropriarsi del termine derogatorio “pocha” che i messicani usano nei confronti dei messicano-americani, a indicare che sono una sorta di ibrido, né di qui né di lì, usandolo in un nuovo modo.

Il miscuglio culturale e linguistico rende questa fugace serie un’esperienza sorprendentemente stimolante e inusuale. C’è da rallegrarsi che alle sei puntate della prima faccia seguito una confermata seconda stagione.  

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