martedì 5 febbraio 2019

PICNIC A HANGING ROCK: una miniserie dal libro


Mi è forse piaciuta più del libro la miniserie Picnic at Hanging Rock (Showcase, Sky Atlantic), tratta dall’omonimo classico australiano  di Joan Lindsay, e la ragione principale è che ha saputo fare un buon fill in the blanks, ovvero ha saputo colmare gli spazi vuoti, avanzando ipotesi sul perché e il per come gli eventi si siano sviluppati nel modo in cui hanno fatto, senza per questo stravolgerne il contenuto. Approccio inusuale per me, ho guardato la prima puntata della serie arrivata a metà della lettura del libro, la seconda mentre finivo di leggerlo e le successive una volta terminato il testo. Se sulla pagina scritta ci sono dei voli pindarici, delle volute lacune che lasciano più interrogativi di quanti ne risolvano, il programma televisivo di Beatrix Christian e Alice Addison riesce a spiegare di più probabilmente, prendendosi il lusso di fare delle aggiunte. Il taglio è più gotico e sovrannaturale, con tinte più lesbo-sessuali di quanto non fosse nel libro.

ATTENZIONE SPOILER. Siamo a Victoria, in Australia. Il giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di giovani donne che frequentano l’Appleyard College, una scuola per signorine di buona famiglia diretto dalla inflessibile preside dal passato misterioso Hester Appleyard (Natalie Dormer, Game of Thrones), fanno con le proprie insegnanti un picnic in una località chiamata Hanging Rock, dove c’è un monolite geologico. Quattro studentesse si allontanano per vederlo da vicino e si arrampicano lungo le rocce. Una di loro, Edith (Ruby Rees,) ritorna urlante ma non sa raccontare nulla di utile su quello che potrebbe essere successo, mentre le altre tre – Miranda (Lily Sullivan), Irma (Samara Weaving) e Marion (Madeline Madden),  più la loro insegnante di matematica, Miss McCraw (Anna McGahan), spariscono nel nulla. Quando Mademoiselle Dianne de Poitier (Lola Bessis), l’insegnante di francese che pure le accompagnava, rientra al collegio, cominciano le ricerche e le teorie su quello che può essere accaduto. Il giovane Michael Fitzhubert (Harrison Gilbertson), che le aveva viste e per un tratto seguite, con l’aiuto dell’amico Albert Crundall (James Hoare), uno stalliere che lavora presso i suoi zii, dopo molti giorni riesce a ritrovare viva Irma. Ripresasi, non ricorda o non vuole ricordare quello che è accaduto. Tutto rimane avvolto nel mistero, e la scuola comincia a perdere prestigio. Sembra che le giovani donne avessero fatto un voto a se stesse, ma che cosa sia accaduto non si saprà mai. L’insegnante di religione e ginnastica Miss Dora Lumley (Yael Stone), insieme anche al fratello, lascia l’istituto, e finirà bruciata in un incendio. Non molto dopo, la giovanissima orfana Sara Waybourne (Inez Curro) viene trovata morta in un cespuglio. La preside Appleyard, tormentata dai ricordi dell’infanzia, del defunto marito Arthur (Philip Quast) e da un passato che ha cercato di rinnegare costruendosi un’immagine nuova nel Nuovo Mondo, vede sgretolarsi la realtà educativa che ha costruito, e decide di andare lei stessa e di lanciarsi nel vuoto da quelle rocce.  

Le vicende già avevano avuto un adattamento cinematografico, con un film di Peter Weir del 1967. Se nell’opera letteraria si abbonda di descrizioni naturalistiche mozzafiato, qui la cinematografia non è forte a sufficienza da trasmettere quello stesso stupore e magnificenza, per quanto la natura rigogliosa offra scenari sontuosi. L’estetica insiste soprattutto sul senso del mistero, mostrando a volte atmosfere rarefatte e oniriche, colori molto saturi (su cui si stagliano i vestiti bianchissini delle ragazze), premonizioni, inquietanti sonni improvvisi che colgono i personaggi, e si insiste sul campo magnetico inusuale fra quelle formazioni rocciose, tanto che gli orologi non funzionano, ma sono bloccati sulle dodici. Allo stesso tempo si scava di più sulla backstory dei personaggi (il passato di Mrs Appleyard in particolare) e sui loro rapporti.

Spiriti liberi in una società che le opprime e le vuole confinate in ruoli che non appartengono loro, vincolate a valori di purezza e raffinatezza, sono fuggite, dopo aver lanciato nell’aria i propri corsetti, o hanno deciso di togliersi la vita o forse ancora sono state uccise? Se la relazione saffica fra Miss McCraw e Marion ha senso, così come il legame non solo platonico fra Miranda, Irma e Marion e la passione di sorellanza di Sara per Miranda, una nota stonata è stata per me il cenno di una attrazione omoerotica fra Michael e Albert: inutile, oltre che uscita dal nulla. Mi verrebbe da dire “ridondante”, anche se lo fa suonare come frutto di eteronomia obbligata. Spiego meglio: per ridondante intento che già si è data una lettura omosessuale alle relazioni fra le ragazze, serviva fare tutti gay e suggerirlo anche fra i ragazzi? Mi critico da sola l’osservazione dicendomi che questo forse è frutto dell’idea che le relazioni omosessuali sono l’eccezione di fronte alla regola dell’eterosessualità e che una presenza sia sufficiente ad escluderne altre, quando non c’è ragione invece di fatto per la presenza dell’uno e dell’altro. A rigore in effetti non sarebbe un problema, ma insinuarlo senza un vero appiglio al testo per poi nemmeno svilupparlo mi è parso controproducente e falso e, reitero, appunto ridondante.

La scomparsa delle giovani donne coinvolge tutta la città, ma alla fine rimane scarsa sostanza.  Il ritmo è lento e quello che rimane sono soprattutto le sensazioni. Da un punto di vista speculativo, non è pregnante l’interrogazione sul genere di istituzione educativa rappresentata, sulla costruzione dei rapporti fra docenti e studenti, sui rapporti fra donne della stessa età e di età diverse, sulla sessualità, ma si rimane solo con un’aura di indefinitezza e  di irrisolvibilità dei misteri in cui la natura fa da padrone.

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