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venerdì 18 maggio 2012

SUICIDIO: se ne parla nel modo giusto?


Ci sono alcuni argomenti che, per ragioni varie, sono tabù nella fiction che passa in televisione. Uno di questi è ad esempio quello  della violenza domestica. La giustificazione è che è difficile far simpatizzare il pubblico per chiunque si macchi di questo crimine e quindi una narrativa che non riduca simili persone ai “cattivi di turno”, ma che li rappresenti in modo complesso, è molto difficile da realizzare. Un altro grosso tabù è sempre stato quello del suicidio, e qui la ragione è sempre stata il timore di emulazione da parte di persone vulnerabili. È una preoccupazione ragionevole e non penso che la cautela dimostrata in questo senso sia un male.

Qualche occasionale storia di suicidio è stata fatta egli anni. Le prime serie che mi sono venute in mente quando ho pensato a questo argomento sono state: Saranno Famosi: ho questo ricordo di Doris che, recitando una scena, invita Danny a non buttarsi dal cornicione; Hooperman, con il protagonista che fa cadere dall’alto di un condominio un cocomero per far capire che fine fa la testa di un uomo quando incontra il pavimento dopo un lancio da altezze elevate; Febbre d’amore, con uno dei personaggi che, malata terminale con niente da perdere, decide di buttarsi dal balcone per far ricadere la colpa della sua morte sulla nuora che non sopporta e che vuole incastrare per omicidio;  L.A. LAW, con uno degli avvocati che si spara in bocca in tribunale; NYPD Blue, con uno dei protagonisti che inaspettatamente decide di farla finita; Queer As Folk, con Alexander che si chiama l’ambulanza da solo dopo aver ingerito alcune pillole; Damages, con l’avvocato Ray Fiske che si spara; Treme, con Creighton Bernette (John Goodman) che prende esplicita ispirazione dal classico della letteratura The Awakening – Il Risveglio di Kate Chopin, e già leggere il titolo del romanzo scritto sulla lavagna lascia presagire quello che accadrà; Big Love, con un personaggio che si impicca quando la sua famiglia viene a sapere che è gay (nella foto); Glee (3.14) con il tentativo in questo senso di David Karofsky, come reazione al bullismo…

Sicuramente ce ne sono altre. Al momento del mio scrivere non si sa ancora se sarà così, ma mi aspetto che House termini con il suicidio del protagonista: sarebbe la prima volta che accade, lo troverei sensato e coerente con il personaggio, e sarebbe una scelta narrativa che applaudirei.

Quando si parla di realtà, invece, e non di fantasia, c’è meno moderazione nel parlarne, mi pare. Ma, in un certo senso, tutto è narrazione in TV, anche quello che apparentemente non lo è, e con tutto questo parlare di suicidi in TV, recentemente, legati alla crisi economica, mi sono chiesta se si stia facendo davvero un servizio utile. Se un fenomeno sociale si estende molto è sicuramente opportuno parlarne, ma lo stiamo facendo nel modo giusto? Non voglio dire che non lo stiamo facendo nel modo giusto. Il quesito è autentico. E non ho una risposta. Non so a sufficienza dell’argomento per azzardarne una. Non posso non domandarmi se tutto questo parlare di suicidi, non porti qualcuno a farlo con più facilità. Di certo ne ho la preoccupazione.

mercoledì 3 agosto 2011

BIG LOVE: la quinta e ultima stagione


Con la sua quinta stagione si è chiuso quest’anno Big Love. La serie ideata da Mark V. Olsen e Will Scheffer che si concentra attorno alla vita di una famiglia poligama, gli Henrickson,  è stata un crescendo in intensità, complessità e qualità nelle prime tre stagioni – con un apice forse nella puntata “Prom Queen – La regina del ballo” (3.03) scritta da Eileen Myers. Poi la serie ha avuto un drastico calo nella quarta stagione, con l’esclusione della storia di Alby Grant (Matt Ross), un personaggio sempre straordinario recitato in modo mozzafiato - la sua glaciale follia dopo che è stato distrutto dal dolore per la perdita dell’uomo amato ha retto fino alla fine. Si è risaliti qualitativamente nella quinta stagione. Per me, la nota caratterizzante della serie nei momenti in cui più ha brillato è stata la disperazione: le talvolta quiete, piccole disperazioni e finte felicità quotidiane. E concordo con The Daily Beast su quelli che sono stati i momenti più memorabili.

La quinta stagione, caratterizzata atmosfericamente e metaforicamente dall’inverno, si apre (5.01) con la famiglia riunita insieme in campeggio, dove sono scappati per ritrovare la calma dopo la loro “uscita allo scoperto” come famiglia poligama. Tutti si sentono isolati e attaccati: Barb (Jeanne Tripplehorn) beve, il figlio di Nicki (Chloë Sevigny) è oggetto di bullismo, Margie (Ginnifer Goodwin) perde il lavoro, e Bill (Bill Paxton) viene attaccato su più fronti: i cittadini che lo hanno sostenuto e creduto gli voltano le spalle  (uno gli sputa), quelli che lavorano per lui al negozio si licenziano, al senato si dimette uno che lui aveva sostenuto e si ritrova senza alleati, perfino famiglie poligame come loro non vogliono essere a loro associate. Ciascuno cerca di ritrovare se stesso, e insieme tentano di trovare uno spazio all’interno della comunità.

Il tema che si nota di più in questa stagione è probabilmente quello del femminismo, soprattutto attraverso la figura della prima moglie Barbara, nella sua convinzione che anche alle donne spetti il sacerdozio, leit motiv di tutto il segmento: con lei che vuole la possibilità di poter impartire una benedizione (5.02); con la sua delusione per il fatto che a Natale il marito fa benedire il sacramento al figlio Ben e non a lei, in una cerimonia che si apre con uno speciale saluto alle donne, madri e figlie (5.03); con il suo scagliarsi contro la dottrina e il rivendicare per sé il sacerdozio (5.05), pur non vedendosi femminista per questo (5.06) e consapevole che, come le viene ricordato, l’emancipazione della donna dai dettami vittoriani nella comunità mormona è avvenuta proprio attraverso la poligamia, ma convinta che le donne siano uguali agli uomini nella loro relazione con il Padre Celeste; dispensatrice di un’ultima benedizione, su sua richiesta, al marito morente. Un po’ mi dispiace, devo ammettere, che ci sia dovuta essere “la morte dell’uomo” perché la donna potesse avere ciò che riteneva essere giusto.

Barb non è il solo personaggio a cui questo tema è stato legato nel corso della stagione: Nicki vuole che sua figlia studi (5.02), vuole evitarle il matrimonio precoce che è toccato a lei, e si impegna a trovare un tetto per quelle donne che vogliono scappare dalla tenuta di Juniper Creek; Margie rivela che ha mentito sulla sua età (5.03) per potersi sposare e avere la vita che desiderava, e cerca un nuovo lavoro tutto suo vendendo succhi di frutta Goji e poi parte per un viaggio missionario (5.10). “Il gran segreto del programma è che è sempre stato uno show femminista”, ha sottolineato l’ideatore Will Scheffer in un’intervista all’“Hollywood Reporter”: “E anche se [la serie] metteva in scena un sistema in qualche modo molto patriarcale, le opportunità che le donne hanno trovato – particolarmente in questo sistema in cui ci sono molti abusi – per supportarsi reciprocamente è stato quello che ci ha attirato verso il materiale come prima cosa, e ci ha dato una ragione per volerlo esplorare”.

Anche in questa stagione poi un tema forte è stato quello della famiglia. Bill dice che non gli interessano né lo Stato, né la Chiesa, gli importa solo della sua famiglia, in apertura di stagione (5.01), e lo ribadisce in chiusura (5.10) quando arriva alla realizzazione definitiva che dei pilastri che guidano la sua vita, famiglia e fede – le due colonne che hanno sempre retto le vicende – è la prima da cui deriva la seconda, non viceversa. Anche quando sembra che il Padre Celeste li abbia abbandonati, lo rendono reale attraverso l’amore reciproco (5.09). In questa prospettiva ma non solo, un altro tema della stagione è stato quello dell’unione e della dissoluzione (con il divorzio fra Bill e Barb ad esempio, ma anche con la demenza della madre di Bill).

E forte qui, come in fondo eredità della stessa esistenza della serie, è stato il discorso politico e il tema della necessità o meno della legalizzazione della poligamia. E sull’opportunità di definirsi Mormoni per i protagonisti. L’invito ad amare anche quelli che ci perseguitano (5.02) e la speranza dichiarata di Bill di essere visti come riformatori della chiesa, come quelli che la tolgono dall’oscurità, dalla segretezza e dall’abuso sono stati pensieri reiterati. Per questi ideali Bill agisce come senatore ed è per lui un modo per onorare la fede organizzare una tavola rotonda con rappresentati della comunità poligama e dello Stato. Fino in fondo i personaggi e la serie rimangono idealisti. E se nessuno si era presentato alla “casa aperta” degli Henrickson, se non approfittando della notte per non essere visti, quando fuori era buio e nevicava (5.01), nell’ultima puntata alla luce del sole la gente va ad appoggiare Bill e a festeggiare la Pasqua (5.10).

La puntata finale, “Where Men and Mountains Meet”, scritta da Olsen e Scheffer, è stata un po’ una chiusura anticlimatica, dopo che lo scontro epico vero e proprio – quasi da sfida all’OK Korall -  fra Alby e Bill avviene nel sottofinale (5.09), scritto da Roberto Aguirre-Sacasa. Ci si è concessi un fugace momento metatestuale con Don che guarda Bill in TV (in uno spot pubblicitario) e piangendo gli dice “È la fine Bill”, frase che lui riferisce alla catena di negozi “Home Plus” di cui sono stati proprietari, ma che chiaramente leggiamo come riferito alla serie stessa. La scena in macchina delle tre mogli è stato uno dei momenti più toccanti e racchiude in sé il senso della conclusione. Il colpo di scena della morte inaspettata di Bill non riesco a valutarlo a dovere perché mi rendo conto che doveva essere molto inaspettato, ma lo sapevo in anticipo per averlo inavvertitamente letto. Al momento mi è parso appropriato e inappropriato allo stesso tempo, ma il sigillo della coda che mostra le vite dei protagonisti a 11 mesi di distanza me lo ha reso adeguato.

Durante la quinta stagione gli Henrickson vanno a pattinare, cosa che ha richiamato alla mente la sigla delle prime tre stagioni (la quarta e la quinta stagione hanno un’altra sigla), in cui appunto pattinano tenendosi per mano e ad un certo punto il ghiaccio si spacca costringendoli a staccarsi uno dall’altro. Sulla chiusura di serie riparte la canzone, “God only knows” dei Beach Boys, ri-registrata da  Natalie Maines delle Dixie Chicks, che era quella che accompagnava quella sigla d’apertura all’inizio. “Solo Dio sa che cosa sarei senza di te” dice il testo. Qui, quelle parole, cantate ora da una donna, trovano compimento. E allora i protagonisti li si mostravano attorno a un tavolo su un pianeta diverso dalla terra – erano in qualche modo “alieni” – ora ci stacchiamo da loro lasciandoli a casa. Il cerchio si chiude, e non siamo più estranei.

lunedì 1 novembre 2010

SISTER WIVES: un reality sulla poligamia


Sister Wives è un reality in 7 puntate (di cui la prima di un’ora, le altre di mezz’ora al lordo della pubblicità), andato in onda sulla rete americana TLC dal 26 settembre 2010 al 17 ottobre 2010, con la regia di Timothy Gibbons, che ha come protagonista una famiglia poligama dello Utah: Kody Brown è il marito, un rappresentante nel campo della pubblicità; Meri è la sua prima moglie, sposata venti anni fa, dalla quale ha una figlia di 14 anni; Janelle è la seconda moglie, sposata 17 anni fa, dalla quale ha 6 figli; Christine è la terza moglie, sposata 16 anni fa, dalla quale ha 5 figli, più un’altra in arrivo all’inizio della serie, che viene partorita proprio nel corso delle puntate; Robyn è solo fidanzata con Kody all’inizio, ma durante il corso delle puntate le veniamo venir presentata al resto della famiglia, fino a diventare la quarta moglie per la fine della prima stagione, in un ricevimento che per loro è una sorta di ufficiale uscita allo scoperto. Il reality, che ha avuto un buon successo di pubblico, è stato confermato per una seconda stagione.  

In TV la poligamia ha come punta di diamante l’eccellente serie Big Love, ma in quel caso si tratta di fiction. Qui invece è la prima volta che si tratta questo tema all’interno di un reality. I Brown, nel condurre questo stile di vita, ne fanno dichiaratamente una scelta d’amore e di fede. Sono una famiglia di mormoni fondamentalisti - da cui si dissociano altri mormoni (la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni) per cui vi è un divieto di poligamia - che hanno deciso ci  farsi filmare e di raccontare la propria realtà per il fatto che sono consapevoli che si tratta di una cultura nascosta (per altro piuttosto diffusa, in alcuni stati americani) che vogliono portare alla luce. La vivono con gioia e con convinzione e non vogliono più essere costretti a vivere la loro vita in segreto. Ciascuno dei “protagonisti” nella sigla di apertura viene presentato con una propria tagline: credo in questo stile di vita, rende ciascuno di noi migliore (Meri), mi aspettavo che ci sarebbero state altre mogli, penso che ci sia spazio per tutti (Janelle), mi piacciono le mogli sorelle, volevo una famiglia, non volevo solo un uomo (Christine), l’amore dovrebbe venire moltiplicato, non diviso (Kody). 

La poligamia è illegale negli Stati Uniti, e nella presentazione del programma prima della messa in onda questo è stato ripetuto più volte, anche per rendere chiaro che nel mostrarsi nel loro stile di vita i Brown corrono il rischio di essere perseguiti penalmente, e Kody e le sue mogli potrebbero rischiare parecchi anni di carcere. Kody è legalmente sposato solo con la prima delle mogli, e con le altre esiste solo un matrimonio religioso, un “impegno”, tuttavia la legge dello Stato dello Utah considera bigamia non solo il caso di matrimonio legale, ma anche quello di convivenza, e nel caso di convivenze prolungate negli USA si può ricadere nel “matrimonio per il common law”, una sorta di matrimonio di fatto. Quindi il rischio legale è effettivo, tanto che la produzione ha contattato il procuratore generale dello Stato alcuni mesi prima che la serie andasse in onda, per sincerarsi che non ci sarebbero state conseguenze. Non si sono sentiti di garantirlo, ma di norma i poligami non vengono perseguiti a meno che non ci siano situazioni di abuso nei confronti dei minori o di traffico di minori. In caso di incriminazione, che tutt’ora non è esclusa, Jonathan Turley, un costituzionalista noto per la sua posizione contro le leggi anti-poligamia, ha già pronta la difesa. I Brown in ogni caso sono disposti a correre questo rischio, perché ritengono sia importante abbattere i pregiudizi nei confronti delle famiglie come la loro, mostrando come possa essere una famiglia amorevole e felice.

Pur lasciando molto da esplorare, cosa che spero possa essere fatta in stagioni successive, Sister Wives è stato un interessate sguardo a una realtà per la maggior parte di noi aliena. Quasi uno studio antropologico. Sotto i riflettori ci sono il rapporto fra le mogli-sorelle del titolo, ma ancor di più il rapporto fra ciascuna di loro e il marito. In modo esplicito vengono raccontate le difficoltà logistiche e emotive di una simile condivisione di vite, che è sì scelta, viene ripetuto spesso, ma porta anche lotte interiori di accettazione reciproca che una famiglia monogama non si trova a dover affrontare. Se entrambi i tipi di famiglia hanno alti e bassi, nelle famiglie plurime la necessità di ritagliasi spazi autonomi è più significativa. Accanto alle difficoltà, il reality è bene attento anche a mostrare i piaceri e i vantaggi di una simile scelta: avere una famiglia numerosa su cui contare, sapere di non essere mai soli e non temere per il futuro e l’educazione dei propri figli nel caso in cui qualcuno dei genitori venga a mancare, godere dell’amore reciproco e del supporto reciproco, potersi dividere i compiti… Un grande peso viene dato ala procreazione e nel corso delle puntate non solo assistiamo al parto di Christine, ma sull’argomento si discute parecchio. Uno degli aspetti più interessanti è anche vedere l’attenzione con cui si ascoltano, mentre si confessano davanti alle telecamere.

Dall’esterno vorrei anche sapere di più sui piccoli dettagli di gestione quotidiana e sulle scelte spirituali che portano a vivere con convinzione una situazione del genere. Se accetto la poligamia, non capisco perché non possano esserci più mariti, oltre che più mogli, e perché ci debbano essere solo rapporti sessuali fra il marito e una delle mogli alla volta e non di tutti con tutti in ogni combinazione e possibile variabile numerica. Dopotutto tutti sono sposati con tutti. Qui però è solo l’uomo che può avere più mogli, e può fare sesso solo con una di loro alla volta. È, appunto, una scelta di fede. Uno dei valori fondamentali di questo programma, oltre a far venire in contatto con una realtà “altra”,  credo sia quello di spingere lo spettatore a chiedersi come si comporterebbe in una situazione del genere e a domandarsi una volta in più in che cosa crede, in che valore e ruolo abbiamo per lui o lei le relazioni d’amore e familiari. Affascinante.

venerdì 8 ottobre 2010

Cancellato dopo solo due episodi il promettente LONE STAR


Prima del debutto era una delle serie della stagione 2010-2011 più apprezzate dai critici, ma Lone Star (sull’americana FOX), è stata la prima della nuova informata ad essere cancellata, dopo solo due episodi. Si era detto che aveva un ‘feeling da TV via cavo’, un complimento che è sinonimo di qualità e complessità psicologica di personaggi ricchi di chiaroscuri. I nomi fra i produttori esecutivi di Peter Horton e di Christopher Keyser ed Amy Lippman (Party of Five) erano una garanzia.

Sin da bambino è stato introdotto dal padre John (David Keith) ad una vita di crimine. Fa un colpo grosso e sparisce truffando la gente di migliaia, quando non milioni di dollari, fino a che non trova la sua vittima successiva. Robert Allen (James Wolk) – il miglior imbroglione dopo Sawyer di Lost secondo TV Guide, e con un fascino alla Grande Gatsby secondo Entertainment Weekly – è ora adulto e vuole una vita diversa, una vita reale. Vive in Texas ed è sposato con l’ereditiera Cat (la Adrienne Palicki di Friday Night Lights). Il padre di lei, Clint Thatcher (un brillantissimo, scaltro, vagamente minaccioso Jon Voight) gli ha appena affidato una posizione di rilievo nella sua azienda, che ha a che vedere con il petrolio. In questa versione è un serio uomo d’affari in giacca e cravatta. Per una parte del tempo però, compiuto il rituale di sostituire portafogli e cellulare, vive una doppia vita in jeans e stivali da cow-boy, accanto alla fidanzata Lindsay (Eloise Mumford), la classica ragazza della porta accanto. Robert dice di amare entrambe le donne, e vuole finalmente una vita da cui non debba fuggire, un lavoro regolare, contro la diversa opinione di suo padre che si sente tradito.

Il telefilm, ideato da Kyle Killen, è stato accostato più volte a Dallas, per l’ambientazione texana nel mondo del petrolio, chiaramente, ma anche per una certa vaga tinta di complicazioni da soap, e anche a Big Love, per il fatto che il protagonista si ritrova con due mogli. Come sensibilità e tematiche però a me ha fatto più pensare a The Riches: vite ai margini della legalità; necessità di mantenere costantemente una facciata di finzione, per la quale è spesso necessario re-inventarsi di continuo ed essere sempre un passo avanti a quelli che ti circondano (che sia inventare una menzogna quando uno dei due figli di Clint scopre che no ha mai alloggiato nell’albergo dove tutti lo credevano nelle trasferte, o escogitare che cosa raccontare alla sua ragazza che in occasione dei preparativi per il matrimonio cerca di scavare nel suo passato per trovare gente da invitare); costante timore di venire scoperti – una tensione di suspense per lo spettatore; desiderio di una vita normale – Robert sa che si trova dentro castello di carte che potrebbe crollare da un momento a un altro, ma vuole viverci; fragilità dei rapporti familiari che il diverso equilibrio spinge a rivalutare (qui il padre si sente prima escluso da una decisione che non condivide, poi accusato per il passato); significato del matrimonio; costante interrogativo sulla moralità delle proprie azioni; difficoltà a trovare il confine fra vero e falso, fra il sogno e la realtà – Robert vuole tutto. Peccato ci siano solo due puntate (più tre mai andate in onda), perché non solo ero pronta a vederne di più, ma con un numero così ridotto di episodi c’è poca speranza di averlo, volendo, in DVD. Del resto, con il clima economico che c’è, è anche comprensibile che agli americani non vada di avere un eroe, fosse anche un anti-eroe, che li truffa di grossi quantitativi di denaro.