giovedì 17 settembre 2015

THE BASTARD EXECUTIONER: un esordio brutale


“Galles, all’alba del 14° secolo. Il cattolicesimo romano domina il panorama religioso. I gallesi, combattendo ferocemente per l’indipendenza, sono stati schiacciati da Edward Longshanks, re Edoardo I di Inghilterra. Dopo la morte di Longshanks, il suo impulsivo figlio, Edoardo II, prende il trono. Cresce la tensione nei turbolenti terreni paludosi fra Galles e Inghilterra. Temendo la ribellione, i baroni inglesi comandano i loro territori feudali con inflessibile brutalità. Mentre i contadini di queste province si aggrappano disperatamente alla speranza che un Dio amorevole vegli su di loro”. Così recita l’incipit di The Bastard Executioner, l’attesa nuova serie di Kurt Sutter (Sons of Anarchy), che in una bellissima sigla (sotto) fa una carrellata di strumenti di tortura e di morte.
Dopo due truculente carneficine che avrebbero reso fiero George RR Martin, il protagonista principale, Wilkin Brattle (un Lee Jones  prima facie poco carismatico, ma forse solo un po’ verde), un ex soldato che aveva lasciato la spada per una vita da contadino accanto alla moglie Petra (Elen Rhys), nella fittizia provincia del Ventrishire, decide di farsi coinvolgere nella ribellione contro il locale feudatario, il barone Erik Ventris (Brain F. O’Byrne) che ha innalzato le tasse, e il suo ciambellano Milus Corbett (Stephen Moyers, True Blood), uomo senza scrupoli sempre pronto a complottare, che non esita a schierasi contro il suo stesso fratello, Leonn Tell (Alec Newman). Nel doppio pilot (1.01-1.02) facciamo anche la conoscenza di uno dei leader della rivolta, Gruffudd y Blaidd, che si traduce più o meno come Griffith il Lupo, interpretato da Matthew Rhys (il protagonista maschile di The Americans, che è un attore gallese), in un momento che qui è apparentemente insignificante, ma che promettono sarà carico di conseguenze nello svolgimento futuro della storia (TV Guide, 14 Sept, 2015)
Wilkin attraverso una serie di vicissitudini si appropria della vita di un altro uomo, il boia itinerante sadico, violento e autolesionista Gawain Maddox (Felix Scott), con un imbroglio che è uno dei più coinvolgenti colpi di scena – e che Sutter dice di aver preso in prestito dal film del 1982 con Gerard Depardieu The Return of Martin Guerre. (cfr. Entertainment Weekly). Diventa così lui il Bastard Executioner del titolo, il Boia Bastardo, tenuto a torturare e a provvedere alle esecuzioni capitali dei fuorilegge, un mestiere moralmente complesso in un mondo in cui cristianesimo e misticismo pagano si intersecano e mescolano. È anche guidato da spiriti che gli appaiono in sogni e visioni e dall’incontro di una strega/guaritrice dall’accento slavo che gli preannuncia un destino particolare. Si tratta di Annora, interpretata dall’attrice Katey Sagal, con un look dai lunghi capelli striati di bianco, già star di Sons of Anarchy nonché moglie nella vita dell’ideatore, che ha ritagliato anche per sé un piccolo ruolo in cui è praticamente irriconoscibile perché truccato come se fosse interamente ustionato, il Dark Mute. Wilkin presterà i suoi servigi, accompagnato dal suo braccio destro Toran Pritchard (Sam Spruell),  presso Castello Ventris dove risiede baronessa Lady Love Ventris (Flora Spencer-Longhurst), che farà da ago della bilancia fra lui e Milus.
Un misto di Game of Thrones, Vikings, Outlander e Braveheart, The Bastard Executioner, è fedele alla reputazione del suo autore. Al di là di qualche fugace momento umoristico, assicurato da Ash (Darren Evans), pastore con un particolare attaccamento per la propria pecora Miriam, non mancano squartamenti, sgozzamenti, corpi trafitti secondo ogni possibile angolazione e violenza a profusione. Forse è vero che, come si affretta a chiarire Sutter, i soprusi accadono in modo organico, non sono gratuiti ma hanno un loro significato e soprattutto non sono privi di conseguenze, ma hanno ramificazioni emotive o narrative (The Hollywood Reporter), ma per il momento le varie battaglie e scontri sono risultati piuttosto piatti e mono-tono. La sensazione è che si sia solo assistito a una non troppo convinta lunga premessa per arrivare, dopo le prime due puntate unite insieme, al vero inizio della storia. Molti dei personaggi introdotti hanno già fatto una brutta fine e forse solo ora si avrà il tempo di esplorare quello di cui si vorrebbe parlare ovvero di fratellanza, lealtà, responsabilità verso gli altri membri di una comunità e dei rapporto uomo-donna.
Non sono rimasta troppo ben impressionata dall’inizio, ma nemmeno delusa. Nonostante manchi un vero stimolo trascinante, e non si sia riusciti a compartecipare nelle battaglie alla carica emotiva che avrebbe dovuto animarle, non mi sono mai impantanata nella noia. I personaggi erano forse poco tridimensionali, ma avranno tempo di svilupparsi. Trattandosi di Kurt Sutter sono disposta a concedergli il beneficio del dubbio che sappia dove ci sta conducendo. Mi aspetto possa valerne la pena anche se di una cosa possiamo essere certi: sarà brutale.

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