domenica 28 luglio 2019

UPFRONTS 2019- 2020: CBS


La CBS ha presentato agli upfronts i seguenti programmi per la stagione 2019-2020:


 
All Rise. Ideato da Greg Spottiswood, è un procedurale legale che esamina tutti gli aspetti del sistema penale, dai giudici, ai giurati, ai procuratori distrettuali, agli ufficiali giudiziari… Nel cast Marg Helgenberger, Simone Missick, Jessica Camacho, e Wilson Bethel. Qui il promo.

Bob (Hearts) Abishola. Tecnicamente, è "Bob ❤ Abishola", ed è ideata da Chuck Lorre (The Big Bang Theory), dalla comica Gina Yashere, da Eddie Gorodetsky, e Al Higgins (che in precedenza ha collaborato con Lorre nella serie di Netflix The Kominsky Method). Billy Gardell (il Mike titolare della precedente Mike & Molly) è Bob, un "uomo d'affari di mezza età di Detroit" che ha un infarto. Quando si riprende, si innamora immediatamente della sua infermiera, un’immigrata nigeriana di nome Abishola (Folake Olowofofoyeyeku), e fa di tutto per conquistarla. Qui il promo.

Broke. Mantenuto dal fondo fiduciario del padre, oltraggiosamente ricco, che all’improvviso gli taglia i viveri, il protagonista (Jaime Camil, Jane the Virgin) decide con la moglie (Natasha Leggero) di trasferirsi a casa della sorella di lei, nella San Fernando Valley. La serie viene dallo scrittore/produttore Alex Herschlag (Will & Grace). Qui il promo.

Carol’s Second Act. Patricia Heaton (The Middle, Everybody Loves Raymond) interpreta  una madre che, dopo essersi ritirata dall'insegnamento e aver tirato su due figli, decide di diventare medico, e si ritrova circondata da neolaureati molto più giovani di lei. Ideata da Emily Halpern e Sarah Haskins (Trophy Wife), è una commedia multi-camera con nel cast anche Kyle MacLachlan. Qui il promo.

Evil. Ideato da Michelle e Robert King (The Good Wife, The Good Fight) questo procedurale esplora la possibilità di possessione demoniaca, fenomeni paranormali e miracoli seguendo una psicologa clinica (Katja Herbers, Westworld), scettica, un sacerdote in formazione (Mike Colter, The Good Wife) e un falegname. Nel cast ci sono anche Michael Emerson (Lost) e Aasif Mandvi. Qui il promo.

The Unicorn. Un padre (Walton Goggins) vedovo con due figlie  - una tendenza della prossima stagione, si direbbe – cerca di conciliare il ruolo di genitore col desiderio di costruire una nuova vita sentimentale. Attorniato da un affiatato gruppo di amici e familiari. Corddry e Michaela Watkins completano il cast principale. È una sit-com single-camera ideata da Bill Martin e Mike Schiff (Grounded for life). Qui il promo.


E per mid-season:

FBI: Most Wanted. Se non fosse già chiaro dal titolo, questo spin-off di FBI di Dick Wolf si concentrerà sulla divisione incaricata di rintracciare i criminali sulla lista dei "più ricercati" dell'Ufficio. Nel cast Kellan Lutz, Julian McMahon (Nip/Tuck), Alana De La Garza e Keisha Castle-Hughes.


Tommy. È un procedurale ideato da Paul Attanasio (Bull, Homicide: Life on the Street) che ha come protagonista Edie Falco nel ruolo di una poliziotta di New York che si trasferisce sulla costa opposta per diventare la prima donna capo della polizia di Los Angeles e usa la sua onestà e le sue tattiche dure per conciliare questioni sociali, politiche e di sicurezza nazionale con l'applicazione della legge. Qui il promo.



domenica 21 luglio 2019

UPFRONTS 2019-2020: ABC


La ABC ha presentato agli upfronts i seguenti programmi per la stagione 2019-2020:


Emergence. Orginariamente ordinato come pilot dalla NBC, questo thriller è incentrato su un capo della polizia (Allison Tolman, Fargo, Downward Dog) che accoglie una bambina che trova sula spiaggia vicino al luogo di un misterioso incidente e che non ha memoria di ciò che è successo. Le fa scoprire una congiura più grande di quanto potesse immaginare, e l'identità della bambina è al centro di tutto. La serie proviene dal duo Michele Fazekas e Tara Butters (Agent Carter). Qui il promo.

Mixed-ish. Questo spin-off prequel di Black-ish, è ambiantato negli anni ’80 e si concentra sulla vita da giovane di Rainbow Johnson (qui interpretata da Arica Himmell), quando i suoi genitori si trasferiscono in periferia dopo aver vissuto in una comune hippie. È una commedia single-camera scritta da Kenya Barris e Peter Saji che esplora che cosa significa vivere in una famiglia di razza mista. Qui il promo.

Stumptown. Tratto dalla graphic novel della Oni Press, adattata da Jason Richman, questo drama ha come protagonista Dex Parios (Cobie Smulders, Avengers, How I Met Your Mother), una investigatrice privata, già veterana dell’esercito, molto diretta e assertiva, che ha una complicata vita amorosa, un debito di gioco d'azzardo e un fratello (Cole Sibus) di cui prendersi cura a Portland (“Stumptown” è un nomignolo della città). Il suo stile duro la rende perfetta per agire lì dove seguire le regole può essere un ostacolo alla giustizia, ma allo stesso tempo rende difficili i suoi rapporti con la polizia. Qui il promo.


E per mid-season:

The Baker and the Beauty. Basato su una serie israeliana, questa commedia romantica un po’ alla Notting Hill ambientata a Miami, ha come protagonisti un fornaio (Victor Rasuk) e una superstar internazionale (Nathalie Kelley). È ideata da Dean Goergaris, che ha anche in partenza Bluff City Law sulla NBC.

For Life. Prodotto da 50 Cent, e ideato da Hank Steinberg (The Last Ship), questo drama è ispirato alla vera storia di Isaac Wright, Jr., un magnate della droga (Nicholas Pinnock), condannato ingiustamente, che alla fine è stato esonerato ed è diventato un avvocato, discutendo casi nella stessa corte dove è stato condannato all’ergastolo. Si inizia quando il protagonista è ancora in prigione.

United we fall. Questa commedia familiare multi-camera ideata da Julius Sharpe (Making History, e già sceneggiatore in quasi tutte le serie di Seth MacFarlane), segue una coppia sposata (Will Sasso e Christina Vidal), che deve gestire le rispettive famiglie, molto giudicanti, compresa una suocera che vive con loro (Jane Curtin).

venerdì 12 luglio 2019

UPFRONTS 2019-2020: NBC


Ecco i programmi presentati dalla NBC agli upfronts per la stagione 2019-2020.


Bluff City Law. Dopo L.A. Law che lo ha reso famoso negli anni ’80, Jimmy Smits torna per un nuovo dramma legale che lo vede interpretare un avvocato di Memphis che chiede alla figlia con cui ha scarsi contatti (Caitlin McGee) di unirsi al suo studio dopo la morte improvvisa della madre. La serie viene da Dean Georgaris (The Brave) e ha come protagonisti anche Michael Luwoye, Scott Shepherd e Barry Sloane. Qui il promo.

Perfect Harmony. Bradley Whitford interpreta un ex professore di musica di Princeton che per caso sente le prove del coro della chiesa di una piccola città, finisce per rimanere e crea con loro un rapporto simil-familiare. È una sit-com single-camera dalla sceneggiatrice di di Life in Pieces Lesley Wake Webster. Qui il promo.

Sunnyside. Kal Penn è il co-ideatore (con Matt Murray) e protagonista di questa commedia su un politico newyorkese, il più giovane consigliere comunale della città, caduto in disgrazia dopo un incidente in cui era intossicato in pubblico. Ha l'opportunità di ricostruire la sua vita quando viene assunto da un gruppo di immigrati che sperano di diventare cittadini americani. Tra i produttori c’è anche Mike Schur (The Good Place, Parks and Recreation). Qui il promo.

Zoey’s Extraordinary Playlist. Jane Levy interpreta una codificatrice di San Francisco che improvvisamente acquisisce la capacità di ascoltare i pensieri e i desideri delle persone intorno a lei attraverso le canzoni. È una serie piena di realismo magico, da Austin Winsberg (Jake in Progress) e del produttore Paul Feig.


Per midseason sono invece previsti:

Council of Dads. La serie ruota intorno a un marito e un padre che arruola i suoi amici per servire come padri di riserva per i suoi figli dopo che gli è stato diagnosticato un cancro. Prodotto da Jerry Bruckheimer e ideato da Joan Rater e Tony Phelan è liberamente ispirato alle memorie di Bruce Feiler (che la Fox aveva precedentemente tentato di trasformare in una sitcom).

Indebted. Adam Pally e Abby Elliott son una giovane coppia di sposi con figli. Improvvisamente, si vedono costretti ad accogliere i genitori di lui (Fran Drescher e Steven Weber) dopo che si trovano sommersi dai debiti. È una sit-com single-camera ideata da Dan Levy (The Goldbergs, Mulaney).

The Kenan Show. Un vedovo (Kenan Thompson, il membro più longevo del cast del Saturday Night Live) si trova a dover crescere da solo le due giovani figlie, o meglio, quasi da solo, perché cerca di aiutarlo, con scarso successo, il suocero (Andy Garcia). Ideato dallo scrittore di Superstore Jackie Clarke, è diretto e prodotto da Chris Rock, e prodotto anche da Lorne Michaels.


Lincoln. Adattamento del romanzo “Il collezionista di ossa” di Jeffery Deaver, già in passato trasformato in film, questo drama ha come protagonista Lincoln Rhyme, un ex specialista forense della polizia di New York che è stato costretto a ritirarsi quando un incontro con un serial killer lo ha lasciato paralizzato. Torna ad occuparsi delle indagini quando una giovane detective (Arielle Kebbel, Midnight, Texas) ha una pista su quel killer. L’adattamento viene da Mark Bianculli e dall'ex scrittore/produttore di Justified V.J. Boyd.

giovedì 4 luglio 2019

UPFRONTS 2019-2020: FOX

Ecco i programmi presentati dalla FOX agli upfronts per la stagione 2019-2020.

9-1-1: Lone star. Questa aggiunta dell’ultimo minuto che debutterà a gennaio è teoricamente uno spin-off di 9-1-1 di Ryan Murphy, anche se in realtà non ne condivide i personaggi, ma solo nome e formato. Si concentra su un poliziotto di New York (Rob Lowe) che si trasferisce ad Austin, Texas, con suo figlio. Il casting aggiuntivo non è stato ancora annunciato.

Bless the Harts. È una commedia animata, con già un ordine di 13 episodi, dall’ideatrice di Up All Night Emily Spivey, e annovera anche Phil Lord e Christopher Miller tra i suoi produttori. È incentrata su un gruppo di meridionali degli USA (ispirato alla famiglia dell’ideatrice, proveniente dal North Carolina).

Filthy Rich. Ovvero Schifosamente ricchi. È un drama dalle tinte soap-opera della scrittrice e regista Tate Taylor (The Help) tratto da un’omonima serie neozelandese. Segue le vicende di una ricca famiglia del sud famosa per aver fondato una televisione cristiana. Quando il patriarca di famiglia muore improvvisamente in un incidente aereo (ma forse è ancora vivo?), i membri sopravvissuti della famiglia sono scioccati nello scoprire che il suo testamento include tre figli illegittimi. Nel cast, Kim Cattrall e Gerald McRaney. Qui il promo.


Not Just Me. Ovvero, Non Solo Io. Si tratta di un adattamento della serie australiana Sisters per mano di Jason Katims (Friday Night Lights, Parenthood) e del team di Annie Weisman (The Path). La serie è incentrata su una donna (Brittany Snow) che si crede di essere figlia unica fino a quando non scopre che suo padre (Timothy Hutton), un medico della fertilità, ha usato segretamente il proprio sperma generando oltre 100 figli. Ora, si ritrova con due nuove sorelle (Megalyn Echikunwoke e Emily Osment). Qui il promo.


Outmached. Precedentemente noto come Geniuses, è una sit-com ideata da Lon Zimmet che si concentra su una coppia di colletti blu (Jason Biggs e Maggie Lawson) che vivono nel South Jersey. Insieme, stanno cercando di allevare quattro figli, tre dei quali sono considerati veri e propri geni. Qui il promo.

Prodigal Son. Ovvero, Il Figliol Prodigo. Viene dal produttore televisivo più impegnato della televisione, Greg Berlanti, questo crime procedurale con tinte di commedia dark su un giovane e brillante psicologo criminale della polizia di New York (Tom Payne, che sostituisce Finn Jones a cui era originariamente andata la parte) il cui padre (Michael Sheen) era un noto serial killer conosciuto come “il Chirurgo”. Nel cast anche Bellamy Young (The 100). La serie è ideata da Chris Fedak (Chuck) e Sam Sklaver. Qui il promo.


The Great North. Ovvero Il Grande Nord. Ideato dal Lizzie Molyneux e Wendy Molyneux di Bob’s Burger insieme alla sceneggiatrice Minty Lewis, è una serie animata che si concentra su Beef Tobin, un padre single. La serie non è ancora pronta e potrebbe essere disponibile solo per il tardo 2020.


Per mid-season sono invece previste:

NeXt. Questo thriller fantascientifico viene dallo sceneggiatore Manny Coto (Dexter, 24) e dai registi Glenn Ficarra e John Requa (Crazy, Stupid, Love). La serie è ambientata in un futuro prossimo e immagina che una potente intelligenza artificiale, sviluppata da un pioniere della Silicon Valley (John Slattery, Mad Men), prenda il controllo di se stessa diventando una minaccia per il mondo. Qui il promo.

Deputy.  Ideata dallo sceneggiatore di Castle Will Beall, segue il dipartimento dello sceriffo della contea di Los Angeles, e in particolare un uomo (Stephen Dorff) che ottiene il lavoro migliore del dipartimento dopo la morte dell'ex sceriffo grazie a "una arcana regola forgiata nel selvaggio West". David Ayer (Suicide Squad), anche produttore, è alla regia del il pilot. Qui il promo.


Duncanville. Ideata da Amy Poehler e Mike Scully (insieme a Julie Thacker Scully, che ha lavorato a I Simpsons), le tredici puntate di questa serie animata  seguono le avventure di un ragazzo quindicenne "spettacolarmente ordinario" di nome Duncan. L'animazione viene da Bento Box, lo studio di Bob's Burgers.

giovedì 27 giugno 2019

OSMOSIS: l'algoritmo dell'amore


Osmosis (Netflix), che dà il nome alla serie, nella finzione televisiva è una innovativa app che un fratello e una sorella, Paul (Hugo Baker) ed Esther (Agathe Bonizter) Vanhove hanno sviluppato per trovare l’anima gemella, l’amore eterno con cui rimanere costantemente connessi. Siamo a Parigi, in un prossimo futuro, e alcuni soggetti sono stati reclutati per un trial per valutarne il funzionamento: ingoiano una pillola, si liberano dei nano robot che scannerizzano il subconscio, viene fatta una ricerca sui social network per un profilo compatibile, mentre tutti i dati fisiologici vengono monitorati dai realizzatori dell’impianto.

I protagonisti tutti, che siano gli sviluppatori dell’algoritmo o i partecipanti, sono tetramente soli e disillusi, stato d’animo di fondo che permea tutta la serie. Esther è solo interessata a far uscire la madre dal stato vegetativo permanente in cui si trova ed eventualmente al sesso virtuale occasionale; l’innamorata di Paul, Joséphine  (Philypa Phoenix) è stata rapita non si sa bene per quale ragione e lui la cerca disperatamente, poi si scopre che ha voluto staccarsi da lui; Billie (Yming Hey), un personaggio gender-fluido che usa tacchi alti e pronomi femminili e che è colui che tiene i contatti con i tester, non rivela mai nulla rispetto alla propria vita personale; Ana (Luna Silva), reclutata da quelli che si fanno chiamare Umanisti per sabotare il progetto, è una ragazza sovrappeso che si sente perennemente una fallita in amore; Lucas (Stephane Patti) ha un fidanzato, Antoine, ma lo lascia perché la app gli dice che il suo autentico amore è il suo ex; Niels (Manoel Dupont), minorenne e tecnicamente senza i requisiti per partecipare, spera trovando il sentimento di superare una dipendenza dal sesso che gli impedisce di essere felice…

L’idea di fondo è entusiasmante: tutti hanno diritto all’amore, all’intimità, alla passione, perché sono necessità umane fondamentali, e all’obiettivo finale della felicità. È una fabbrica dei sogni, strombazzano, e non per nulla le loro fondamenta sono sul quello che in precedenza era uno studio cinematografico (1.03). A fronte di questa concezione filosofica dell’amore, come eterno, destinato, unico, se ne suggeriscono dialetticamente delle altre, attraverso i tentativi di discredito da parte della concorrenza e attraverso le osservazioni di osservatori e detrattori.

La “Perfect Match”, ad esempio, accusa questa impostazione di creare persone che sono “prigionieri emozionali”, proponendo piuttosto come ideale la possibilità di cambiare perché le persone nel tempo cambiano. Qual è l’ideale? Una possibile investitrice, che fa parte di un gruppo chiamato i Moicani,  domanda: “è tollerabile uno stato di permanente felicità?”. E ancora, non viene forse imposta una “tirannia della gioia” (1.07) dimenticando che l’amore a volte può anche far male? Una posizione critica intradiegetica viene da un intervistato in TV che lo vede come un atto di forza contro l’umanità, un progetto totalitario attraverso l’idea del’amore. Sarebbe da ingenui non notare che il nome del personaggio è Mathieu Christo. Cristo? Amore? E poi, perché la app funzioni i personaggi debbono essere monitorati da uno staff che registra il livello di ormoni e altri impulsi elettrici e reazioni chimiche che si accompagnano  all’esperienza dell’amore, tanto che Ana lamenta il fatto di sentirsi una “sorvegliata sentimentale”. Però sembra crearsi genuina intesa con l’istruttore di fitness che lei non si aspettava potesse essere la persona giusta. Che rapporto c’è fra sesso e amore? È un’illusione credere che esista una persona giusta? Come si fa a saperlo e a saperlo con certezza? Non è meglio ignorarlo? Paul torna con il suo ex perché glielo ha detto la app, ma si domanda se sia la decisione giusta, vuole non avere dubbi sull’amore che prova, ma almeno nella versione che stanno testando c’è un margine di errore del 20%. L’essere umano è sempre al centro, garantisce Paul al lancio (1.08), con i suoi dubbi e le sue scelte e c’è sempre un rischio, mentre allo stesso tempo definisce gli utilizzatori i “pionieri di una nuova umanità”. Martin, una macchina creata da Esther, di innamora di lei: è possibile un amore simile? Nel virtuale tutto e possibile, ma c’è differenza fra virtuale e reale?

La forza e la bellezza del programma ideato da Audrey Fouché (Les Revenants), ripreso da un’omonima web series di Arte, sta proprio nel presentare diverse istanze filosofiche che contendono il campo alla premessa principale e ne minano le fondamenta facendoci riflettere su più versanti sul concetto di “anima gemella”. La serie però delude, è pesante e troppo fredda, e con dei limiti di scrittura  notevoli - penso in particolare alla conclusione dell’arco di Ana come talpa, ma più in generale alla costruzione dei personaggi poco definiti, fuori dalle pennellate macroscopiche, e ai dialoghi dimenticabili. È bello ritrovarsi a guardare una serie in cui si citano Flubert  e Stendhal. Immersi in serie di prevalenza anglofona, è raro trovare riferimenti ad autori che esulano da quel contesto culturale. Qui ci sono echi di Her, Maniac, Black Mirror, Äkta Människor, e c’è molto materiale fecondo di possibilità, però si assiste a un’ambizione narrativa e speculativa mai davvero compiuta. 

lunedì 17 giugno 2019

THE ORVILLE: la seconda stagione


Se fossimo in un fumetto ambientato a Paperopoli, questo sarebbe il  momento in cui io sarei costretta a mangiarmi il cappello. La ragione è la mia condanna della serie The Orville (Fox), che qui mi rimangio. Ho continuato a seguirla nonostante l’avessi stroncata al debutto della prima stagione, e non posso negarne dei pregi, nonostante di fatto io continui a pensare quello che ho scritto allora. 

La ragione è che The Orville è più Star Trek delle più recenti incarnazioni di Star Trek stesse. Con la vocazione all’esplorazione. Lo spirito è quello, aggiornato ai giorni nostri, e lo stile dello storytelling è quello, anche nella gestione del rapporto fra plot verticale e orizzontale. Le battute continuano il più delle volte ad essere a mala pena tiepide, ma qui l’obiettivo non è ridere, è solo allentare la tensione drammatica con quel tipo di “scemata” che magari si farebbe in un gruppo di amici. Anche se ci scappa qualche irrisione ben piazzata, come Dolly Parton presa come inno di rivolta (2.12), o WTF (what the fuck – ma che cazzo) interpretato come Wireless Telecommunication Facility (Struttura di telecomunciazione wireless), che ci fa pensare a quante cantonate è facile prendere interpretando il passato con gli occhi del presente.

La solidità del racconto varia a seconda di chi la scrive. Non è mai alta televisione, il più delle volte si sospira proprio per la sua mediocrità, ma ha punti di forza: nell’episodio autoconclusivo presenta la sua favoletta morale confezionata in modo allegorico, ma diretto ed efficace, con la critica alla realtà contemporanea molto evidente, che è nella tradizione della saga e del genere sci-fi più in generale; nella poiesi dell’equipaggio la narrazione è porosa, nel senso che c’è un “ideale spazio vuoto” in cui lo spettatore si possa immaginarsi come personaggio altro, presente nel propria fantasia con loro, coinvolto nelle loro vicende, elemento spesso trascurato nelle indagini televisive, ma significativo nella costruzione del fandom e nell’appagamento del fan, specie giovane mi verrebbe da dire pensando a me bambina; c’è più in primo piano una considerazione dell’equipaggio non solo come personale scientifico e militare, ma come esseri viventi che interagiscono e imparano a conoscersi.

Potrebbe facilmente esserci più spessore. Nella seconda stagione, ATTENZIONE SPOILER, in “Identity” (parte I e parte II, 2.08 e 2.09) si arriva su Kaylon-1, il pianeta di Issac (Marc Jackson), dove abita una razza non biologica che vede quelli che lo sono come inferiori. La terrificante scoperta che viene fatta è stata costruita con acume: Kai (Ty Finn), il figlio più piccolo della dottoressa Finn (Penny Johnson Jerald), si cala in una botola. Scherzosamente mi viene da dire che non è grande a sufficienza per aver seguito Lost ed essere sospettoso delle botole a prescindere, ma soprassediamo. Si addentra in una caverna e vediamo che rimane sorpreso e impaurito, ma non sappiamo perché, poi in un momento subito successivo lo vediamo scioccato e ancora non sappiamo perché. Quando la madre, insieme a Bortus (Peter Macon) e Talla (Jessica Szohr, Gossip Girl) lo trova, e vengono indirizzati a guardare, con tanto di dito puntato, da horror, ci viene svelata la prima parte di quello che ha visto il bambino: teschi e ossa che nemmeno nella Cattedrale di Otranto o al Duomo di Gemona del Friuli. Ma si aspetta ancora per il secondo passaggio, si contatta la nave e solo allora si mostra in tutta la sua portata l’’orrore, che noi vediamo quando viene trasmessa al ponte di comando: montagne a perdita d’occhio di resti simili. La tensione della rivelazione di un olocausto che ha sterminato l’intera razza biologica che ha costruito quella attuale dei kayloniani c’è stata. E l’impatto visivo è stato forte. Il regista Jon Cassar si è anche divertito un bel po’ nel pim pum pam (termine tecnico) dello scontro fra navi dell’unione, kayleiane e krill nella seconda parte. L’evidenza di un genocidio non si è portata dietro tutto quella riflessione che ha dato un Battlestar Galactica, che ha usato pure questa metafora, ma nessuno nemmeno si aspetta una cosa del genere.

Intanto si ha contatto con una “razza” aliena che vuole sterminare gli esseri biologici perché inferiori e la ratio che li spinge ad una tale epurazione è che gli esseri umani (e per estensione tutti gli altri) hanno comportamenti che portano alla schiavizzazione dei propri simili e si fanno la guerra: ma non è una contraddizione logica condannare qualcuno per quello che loro stessi compiono? E anche ammesso e non concesso che ci siano esseri superiori e inferiori, sulla base di quale principio l’essere superiori giustifica la soppressione degli inferiori? Il fatto che creerebbero potenziale destabilizzazione sembra un po’ deboluccia come argomentazione. Quello che però è mancato e poteva esserci con pochissimo è l’interrogarsi su che cosa sia l’intelligenza. Essere intelligenti non è solo avere un mucchio di informazioni e fare bene i calcoli. E poco importa se si è dei genocidi, si è comunque più intelligenti. L’intelligenza morale e l’empatia sono forme di intelligenza, e non mostrarlo, o quanto meno non porsi degli interrogativi sulla definizione e la natura dell’intelligenza e su come la valutiamo e misuriamo è…beh, poco intelligente. Questa è l’occasione sprecata di The Orville che ha davanti a sé un problema filosofico che non ha saputo non dico approfondire e discutere, ma nemmeno accennare o suggerire. Grave. Tragico. Non si è fatto né nella prima parte, scritta da Brannon Braga e Andre Bormanis, né nella seconda parte scritta da Seth MacFarlane, che in fondo per la sua creatura ha scritto alcune delle puntate più riuscite della seconda stagione. E il problema si è ripetuto altrove, basti pensare anche a come si è affrontato il tema della malattia quando l’addetta alla sicurezza Alara viene costretta a lasciare il lavoro per problemi di salute. Bisogna ammette però in questo caso che non si potevano in generale avere chissà quali aspettative dalla puntata “Home” (2.03), scritta da Cherry Chevapravatdumrong, una delle peggiori di questo ciclo.

Uno degli episodi più riusciti, “Lasting Impressions” (2.11), invece, scritto da Seth MacFarlane, riesce ad incorporare delle pillole di riflessione filosofica: L’idea di fondo era forte e lineare: viene recuperata una capsula del tempo con degli oggetti risalenti alla nostra epoca. Se la storia secondaria, umoristica, vedeva i mocleiani scoprire il piacere e la dipendenza dal fumo, la primaria si è concentrata su Gordon Malloy che immette un telefono cellulare con tutti i suoi dati nel simulatore, ricreando così in virtuale la vita di Laura (Leighton Meester, Gossip Girl), che ha lasciato a testimonianza di sé. Si innamora di questa donna e si ha l’occasione di riflettere su più temi: dall’aristotelico “uomo come essere sociale”, all’impatto degli altri nelle nostre vite e della nostra su quella degli altri (un tema ripreso nella due puntate finali di “viaggio nel tempo” – 2.13, 2.14), al ricordo di noi e dalla portata temporale di quello che facciamo… Dolce, romantico, semplice, efficace.

Lo stesso dicasi per un altro tema caro alla serie, quello della discriminazione di genere. In “Sanctuary” (2.12), scritta da Joe Menosky con la regia di Jonathan Frakes (sì, il comandante Riker della Next Generation), si scopre una colonia di mocleiani femmine, scappate dal proprio pianeta dove, in quanto considerate più deboli e inferiori, sarebbero state assegnate ad una chirurgia ricostruttiva per trasformarle in maschi. Chiedono di essere riconosciute come Stato, ma Moclon si oppone e minaccia di uscire dall’Unione Planetaria, ricordando che loro producono la gran parte delle armi di cui l’Unione ha bisogno. La brillantezza qui è stata sì di mettere in scena valori versus interessi, ma anche quella di mostrarsi consapevoli del delicato bilanciamento fra tolleranza culturale e negligenza etica. Ed è bastata una sola frase del capitano nel dire questa cosa a sintetizzare la tensione filosofica in proposito.

Quello che si è riusciti a fare bene è fare il verso, ma senza essere poi così parodistici se si prende una prospettiva antropologica, alle tradizioni klingoniane, quando l’equipaggio si reca sul pianeta Moclus, da cui viene Bortus per una cerimonia in cui lo si assiste pisciare, cosa che la sua specie fa solo una volta all’anno, con un rituale apposito, Ja’loja (2.01). E si riprende la tematica sulla sessualità in senso ampio con “Deflectors” (2.07 – in italiano è diventata “Scudi” invece di “Deflettori”, ma probabilmente perché anche in originale originariamente era indicata come “Shilelds” (“scudi” appunto) sull’attrazione etero-erotica considerata innaturale e illegale su Moclus, e con “Primal urges – Bisogni primordiali” (2.02) sulla dipendenza dalla pornografia di Bortus. E poi il senso dell’oroscopo (2.05) e la complessità delle relazioni sentimentali umane, dal rapporto fra Ed (Seth MacFarlane) e Kelly (Adrianne Palicki) a quello fra la dottoressa Finn e Isaac (2.06 e successive).

Alla fine, mi accorgo di desiderare merchandising della serie, e se non è un segno che ne sono presa a dispetto della valutazione intellettuale più o meno positiva, non so quale lo sia. Attendo una terza stagione.

venerdì 7 giugno 2019

SHRILL: "Hey, sono grassa"


La protagonista di Shrill, Annie (Aidy Bryant, Saturday Night Live, anche ideatrice), che da bambina andava in piscina da sola di notte ma fingeva di non volerlo fare di giorno perché si vergognava a farsi vedere perché grassa, passa una giornata autenticamente gioiosa ad un pool party di gente sovrappeso, tanto che si dimentica della corsa in bici programmata dal suo capo Gabe (John Cameron Mitchell, The Good Fight) come “divertimento forzato” inteso a promuovere la salute dei dipendenti e arriva in ritardo, ricevendo da questi una veemente lavata di testa all’insegna di “corpi pigri, menti pigre”. Rientrata a casa, si sfoga con le amiche che erano a quella festa, in un misto di rabbia e sconforto, e dice (nella mia traduzione):

“Ha fatto intendere che devo essere meno grassa per fare un buon lavoro. Dio, come se non fosse duro a sufficienza che scriva costantemente dell’epidemia di obesità come fosse questa cosa astratta e distante, quando quella sono io, sapete, io sono l’epidemia di obesità, e tu mi conosci. Ero alla festa oggi e c’erano così tante persone che semplicemente vivevano nel proprio corpo e si godevano la vita e questo è stato così fottutamente incredibile per me. E OK, va bene amico, va bene cazzo, argomento originale, non mi dire, non pensi che l’intero mondo mi dica costantemente che sono un grasso pezzo di merda che non ci prova abbastanza? Ogni fottuto giornale e pubblicità e strani annunci personalizzati che mi dicono di congelare il mio grasso o bere tè fino a farmi cacare il cervello dal culo. E a questo punto potrei essere una fottuta nutrizionista professionista perché sto letteralmente facendo formazione da quando ero in quarta elementare, che è la prima volta in cui mia mamma mi ha detto che avrei dovuto  mangiare solo una tazza di K Special e non la cena che aveva preparato per tutti gli altri, in modo da essere un pochino più piccola e così da piacere ai cazzo di ragazzi. (…) Onestamente, non la biasimo nemmeno. Perché, perché è una prigione della mente, sapete? Che ogni cazzo di donna ovunque è stata programmata a credere, sapete? E ho sprecato così tanto tempo, ed energia e soldi per che cosa? Per che cosa? Sono grassa. Sono fottutamente grassa. Hey, sono grassa” (“Pool”, 1.04)

Una delle amiche le risponde che avrebbe voluto che qualcuno le dicesse una cosa del genere quando era giovane. Anche lei, ammette, perché si sarebbe risparmiata tanto tempo e dolore.

Questo monologo contiene il nucleo tematico della commedia di Hulu, con una prima stagione di 6 puntate di mezz’ora ciascuna basata sul libro Shrill: Notes from a Loud Woman di Lindy West (che non mi risulta disponibile in edizione italiana). Si parla dell’essere grassi; delle micro e macro-umiliazioni e del body shaming condotto talvolta in modi sottili con quelli che sono solo all’apparenza dei compimenti e che provengono da ogni dove, dall’estraneo che si permette di forzarti a condividere la propria opinione sul tuo corpo, al familiare che ricorda episodi sgradevoli, al ragazzo che frequenti, in questo caso Ryan (Luka Jones), che si vergogna di presentarla agli amici e la fa uscire dal retro; in un mondo che spinge ad essere magre a tutti i costi, si affronta il problema di riuscire ad avere una buona autostima e la difficoltà, paradossalmente, ad essere viste: all’amica del cuore Fran (Lolly Adefope) confessa che ha pensato, rispetto ad andare a letto con un ragazzo, che  “c’è un certo modo in cui il corpo dovrebbe essere e io non sono quello. E che forse se fossi stata dolce a sufficienza e gentile a sufficienza e rilassata a sufficienza con qualunque ragazzo, che quello sarebbe stato sufficiente per qualcuno” – 1.01; si mostrano i problemi a venire considerate, sia sul lavoro, dove come aspirante giornalista impiegata per “The Weekly Thorn” fatica a far accettare delle proprie idee per dei pezzi, sia dal farmacista che non le spiega che la pillola del giorno dopo non funziona con persone sopra un certo peso (cosa che la porta a rimanere incinta e ad abortire), sia dal mondo della moda che non prevede vestiti decenti per chi è sopra una certa taglia (cosa in cui è invece impegnato il programma); l’esclusione, etero o autoimposta; i canoni di bellezza… C’è dolore, ma c’è anche cuore e umanità,  e si parla di amore, amicizia, con un sapore anche alla Girls.

Quella della protagonista è una parabola di comprensione e accettazione di sé e, anche se non mi hanno lasciato soddisfattissime le scene finali della prima stagione per un atto di vandalismo che, per quanto emotivamente giustificabile, io avrei preferito che evitassero, in questo percorso che attiene alla politica dell’identità si vede come sia liberatorio accettare quello che si è e l’etichetta che ti viene affibbiata.

Nell’interessante intervista fatta ad Aidy Bryant a Fresh Air (puntata del 14 marzo 2019) vengono fate notare alcune intenzioni che ho ritrovato nella visione: l’importanza di imparare a respingere le posizioni altrui, non solo ad evitarle standosene zitti; la difficoltà di vedere qualcuno in un’altra luce quando l’hai visto in un certo modo per tanto tempo; la necessità di ascoltare – anche da un punto di vista sociale: è difficile far capire ai gruppi dominanti, che non hanno mai dovuto farlo, che è necessario sentire le voci di persone a cui in passato non si è mai ritenuto rilevante prestare ascolto, e imparare da loro.

Una serie acuta e rivelatoria.

mercoledì 29 maggio 2019

THE GOOD FIGHT: la terza stagione


Nella sua terza stagione The Good Fight riesce ad essere una delle migliori serie in circolazione, ricca di riferimenti a The Good Wife, ma ormai anche completamente affrancata dalla serie madre. Lo studio legale in questo arco ha un nuovo inizio, e ricominciando si interroga sulla propria identità, soprattutto razziale e politica, due dei pilastri di speculazione su cui poggia l’intera narrazione.  

Si continua con l’ossessione per Trump, in modo scoperto, con tanto di nomi e cognomi, e immagini, e la tensione a trovare un modo per fermarlo, per diminuire il suo margine di approvazione pubblica. Scrive bene Haaretz (qui) quando dice che la serie è un “porno politico” con un feticcio per l’attuale presidente e la sua famiglia, che a volte è oppressivo (e ipocrita – secondo loro, non me in questo caso), ma intelligente.

La serie indaga i comportamenti, interrogandosi su quanto politiche o meno debbano essere certe scelte e mostrando quanto possa essere labile il confine. Un misterioso personaggio (che poi si rivela essere una persona diversa da chi diceva di essere), fa notare a Diane (Christine Baranski), Liz (Audra McDonald) e a un gruppo di altre donne come i democratici parlino come se Trump fosse il nemico, ma che non si comportano come se lo fosse, che ci sono nuove regole: “muoviti velocemente, sii brillante, attacca, menti, non farti beccare”. E Diane, assetata di giustizia, disperata di non vederla, e aizzata anche ad ammettere che Trump vince perché vede la vita come una battaglia e usa la forza, viene tentata da queste nuove regole: il fine giustifica i mezzi? Si cita Machiavelli in più di un’occasione e, cosa più importante, si mostra nel concreto, nell’individuale, come certi meccanismi, giusti o sbagliati che siano, funzionano.

Il personaggio viene forse moralmente “sporcato” per un po’, ma per lo spettatore è affascinante osservare proprio l’illustrazione di dinamiche che accadono nella realtà, dove il “che cosa” facilmente fa da prepotente nei confronti del “come”. Chi vince? Come vince? Il solo modo di vincere è rinunciando a comportarsi in modo etico? Io personalmente non sono di questa scuola, ma vedere un personaggio, che pure non lo è, essere tentato in questa direzione è affascinante. Diane flirta con il giocare scorretto, ma non viene compromessa. Di fronte alla possibilità di manomettere gli strumenti elettronici per togliere voti a Trump (3.07), prende le distanze, non solo perché è illegale, ma perché sbagliato. “I nostri voti contano” dichiara con idealismo, anche se poi le sue parole servono un fine opposto a quello in cui lei crede.

Si dà voce, in un equilibrio sbalorditivo di pressioni concorrenti, alle ragioni che spingono coloro che optano per la via scorretta: Che cos’è la democrazia? Per tanti neri non esiste perché viene loro impedito il voto e non è solo un aneddoto: imbrogliare non è forse correggere un imbroglio e assicurare che così giustizia sia fatta? È probabile che Trump vinca nel 2020 e i democratici non vogliono vederlo perché vivono in una bolla, ma per quelli consapevoli l’ansia è tanta e qui viene esposta in tutta la sua capacità corrosiva. E insieme a questa anche la rabbia. Si dice che sia un argomento scomodo quello della rabbia, specie femminile. Qui si permette che emerga, attraverso Diane, ancora una volta, che impara a sfogarla tirando delle accette, ma anche attraverso Maia (Rose Leslie), che si ribella a ingranaggi che, ingiustamente, l’anno usata.

Si scava a fondo sulle dinamiche razziali - uno degli argomenti principali, e mi dispiace dedicarvi così poca riflessione -  all’interno dell’ufficio, fa bianchi e neri, fra neri e “troppo poco neri”, come proprio Lucca (Cush Jumbo) viene considerata (1.10), quando proprio perché nera si mette in dubbio che sia la madre del proprio figlio (3.04). E quello che si vede non è bello, anche di fatto in un ambiente che tiene all’uguaglianza.

Un nucleo importante di riflessione è stato quello su mascolinità: Diane (3.01) si domanda che cosa sia successo agli uomini, che fine abbiano fatto gli uomini “veri”, che identifica con Paul Newman e Burt Lancaster, uomini come suo marito, uomini che credono nella verità, e che si comportano in modo onesto, lenti ad arrabbiarsi, responsabili e non facili a piagnucolare. “Quand’è che Trump e Kavanaugh sono diventati la nostra idea di uomo afflitto? Labbra che tremano, che incolpano tutti tranne se stessi?” Sembra quasi una laudator temporis acti.

Lucca dal canto suo ha sollevato l’eterno dibattito fra carriera e famiglia, fra prendersi cura del piccolo Joseph da poco nato e il proporsi come legale di punta che si occupa di divorzi per lo studio.
Attraverso la storia del deceduto Carl Reddick, icona dei diritti civili che ora si scopre molestasse diverse donne dell’ufficio, un importante messaggio, che si ripropone nell’arco della storia umana, ma che raramente ho visto affrontato è stato il fatto che “le persone che cambiano la storia e fanno del bene non sono tutte buone” (3.01), ovvero è importante saper riconoscere quello che di buono qualcuno ha fatto, senza per questo negare quello che di male ha magari pure fatto, e una persona non è una santa da ammirare incondizionatamente solo perché ha fatto qualcosa di grandioso per l’umanità. Questo è riconoscere l’essere umano come tale, con chiaroscuri, ed è riconoscere che aver fatto del bene non significa non aver fatto anche del male. La serie in questo senso ha il coraggio di dibattere questi temi senza svilirli.

“Le storie battono sempre i fatti”  si dice in 3.02. Il potere della narrazione e il ruolo che raccontare una storia in un modo invece che in un altro ha nell’influenzare l’opinione è essenziale, ed è una tematica che ci portiamo dietro già dai tempi di The Good Wife, di cui questa serie è lo spin-off. La terza stagione introduce Roland Blum (un sempre esaltante Michael Sheen, Masters of Sex), nel ruolo di un avvocato eccentrico, blandamente egotico e sopra le righe che collabora con Maia in una causa di omicidio. Teatrale, fuori dagli schemi e malato con la necessità di usare costantemente supposte di morfina, pronto a usare qualunque mezzo per vincere, ricopre qui una posizione similare a quella che aveva Micheal J. Fox in The Good Wife, e lui è il giullare triste che crede nel potere poietico di una storia ben raccontata. Assume un attore, Gary Carr (Downton Abbey, come funzionalmente ricordato dalla diegesi stessa) nel ruolo di se stesso, che ha un breve ma significativo scambio verbale con Lucca (3.07):

Lucca: questo è il motivo per cui non mi piace la televisione, perché è una menzogna.
Gary: però che cosa non è una menzogna di questi tempi. La politica, l’arte, la scienza. Tutto è televisione. 
Lucca: e questa è una cosa buona?
Gary: no, è una cosa importante da sapere.

E con questo si ragiona sul ruolo della serie, sul ruolo delle immagini, sulla competenza e la percezione di competenza (anche nella presidenza Trump), nel ruolo dei media e delle fake news, uno degli altri punti caldi di riflessione.

Il “previously” (nelle puntate precedenti), ci viene mostrato all’interno di uno schermo televisivo che ci riporta concettualmente ad una finzione che in corso di diegesi rischiamo di dimenticare, vista l’attualità degli argomenti.  E, un po’ al Black-ish, il plot si prende il lusso di una pausa educativa di animazione canora, “The Good Fight Short”, in siparietti di spiegazione.

Il tempo atmosferico pure è stato centrale in questa stagione: pioggia e grigio, praticamente senza sosta, e i fulmini globulari che quasi atterriscono i personaggi. Un brutto  tempo dello spirito. Si sopravvive fregandosene (3.10), è la ricetta che Lucca suggerisce a Marissa (Sarah Steele), si sconfigge solo con l’amore, si rende conto Diane serie di fronte alla iniziale perplessità di Boseman (Delroy Lindo). L’obiettivo rimane lo spesso: continuare nella “giusta lotta”.