venerdì 29 agosto 2025

THE STUDIO: esilarante satira cinematografica

Si dice che solo chi ama veramente qualcuno o qualcosa può, conoscendolo a fondo e rispettandolo pur consapevole dei difetti, criticarlo e prenderlo in giro come si deve. Questo è sicuramente vero per The Studio (AppleTV+), una serie che professa un grande amore per il cinema e i suoi talenti, che conosce dall’interno, e proprio per questo riesce a metterne a nudo le idiosincrasie e le follie, ricavandone un umorismo pungente ma amorevole, creando una satira a un tempo riconoscibile anche a chi non è del settore, ma con un livello di lettura molto più pungente ed acuto per chi conosce i meccanismi interni dell’ambiente  che sono molto reali. La serie è dinamica, veloce, piena di energia. Parte da un’idea e con un effetto a valanga la fa diventare via via più grande fino a travolgere tutto. L’effetto è esilarante e ricorda un po’ Curb Your Enthusiasm per il modo in cui si vede passo dopo passo arrivare a rovinose catastrofi con l’accumulo di elementi piccoli e di buone intenzioni che vanno storti. Molti critici l’hanno subito salutata come un delle migliori serie comiche del 2025 e io mi associo.

Protagonista principale è Matt Remick, il dirigente di fittizi studi cinematografici, i Continental Studios, interpretato da Seth Rogen (Platonic, sempre per Apple TV+), che ha ideato il programma insieme a Evan Goldberg, con cui divide il lavoro alla regia, co-creato insieme anche a Peter Huyck, Alex Gregory, e Frida Perez. Sulla base di quanto riporta Variety, il progetto è liberamente ispirato alle esperienze di Rogen e del suo partner creativo di lunga data Evan Goldberg con la Sony, una collaborazione durata anni che è implosa in modo spettacolare quando la loro satira politica "The Interview" ha scatenato un hackeraggio di e-mail nel 2014 che ha offerto uno sguardo rivelatore e spesso dannoso sui meccanismi interni dell'industria.

Il presidente della Continental, Griffin Mill (Bryan Cranston – il nome nella finzione è un omaggio al ben diverso personaggio del film di Robert Altman The Player, interpretato da Tim Robbins) ha appena licenziato Patty Leigh (Catherine O’Hara, Schitt’s Creek), che dirigeva gli studio -  con quello che è stato visto come un evidente parallelismo con Amy Pascal, capo della Sony e produttrice di "Spider-Man", una delle vittime dell'hackeraggio di cui sopra – e promuove Matt con la richiesta che produca film di cassetta. In particolare gli affida il compito di sviluppare in un grande successo attira-pubblico un film dedicato al Kool-Aid Man, il personaggio immaginario di un marchio di bevande in polvere molto noto negli USA. Lui, che brama a quel ruolo, accetta pur dispiaciuto per Patty che è stata sua mentore, e pur nell’equilibrio che deve riuscire a mantenere: è un vero cinefilo che sogna di produrre film di grande qualità e merito artistico che vegano ricordati nella storia, ma è consapevole delle obbligazioni professionali che vedono nella grandi produzioni di IP (proprietà intellettuale) il maggior margine di profitto.  

Grande tensione, sofferenza per lui e materiale per l’umorismo, sono proprio legati a questa tensione fra produrre mega successi al botteghino, anche se qualitativamente scadenti, e dare spazio agli artisti, di cui si sente un mecenate; in una misura minore si ritiene lui stesso tale, perché sa riconoscere il talento e lo nutre, considerandosi un amico delle star. È costretto continuamente a scendere a compromessi, ma il suo cuore è pieno di passione e rispetto per la settima arte. In “L’oncologo Pediatrico” (1.06, la traduzione in italiano avrebbe dovuto essere al femminile!) che mi ha visto empaticamente partecipe, comincia a frequentare un’oncologa pediatrica. Invitato a una festa di colleghi di lei, tutti lo trattano con snobismo perché ritengono che il loro lavoro sia di maggiore pressione e valore di quello di uno che dirige uno studio cinematografico. Ignoranti, disprezzano e deridono qualcosa di cui non conoscono nemmeno le basi, non lo rispettano: lui, genuino, difende il proprio lavoro, arringa sull’argomento che cosa sia arte e che cosa non lo sia – tutti i film sono arte fintanto che esprimono emozioni umane, ritiene – un argomento di riflessione di filosofia estetica che probabilmente Tolstoj avrebbe condiviso (si legga il suo “Che cos’è l’arte?”).

A lavorare con lui c’è un team composto da Sal Saperstein (Ike Barinholtz), vicepresidente della produzione alla Continental e amico intimo di Matt, che non dimenticherete nella sua esilarante ribalta in occasione dei Golden Globe (1.08) – non è atteso oramai da tutti che ai veri Golden Globe qualcuno lo ringrazi? Vedremo. Ci sono poi Quinn Hackett (Chase Sui Wonders), la sua ex-assistente che lui promuove a dirigente junior e Maya Mason (Kathryn Hahn), la dinamica addetta al marketing, di grande intuito commerciale. Condividono con lui successi e delusioni. Come non trovare fantastico “Casting” (1.07), che riflette sui limiti e le difficoltà di essere politicamente corretti e non offendere nessuno, quando il team si interroga se far interpretare il Kool Aid Man ad Ice Cube sia razzista. Cercano di non esserlo. Cambiano tutto il cast e poi gli stessi autori, per finire a ritrovarsi con un problema completamente diverso. È stato uno dei miei episodi preferiti, che per la gran parte sono grosso modo autoconclusivi.

Il più lodato, e lo capisco per la sua intelligenza, è “Il piano sequenza” (1.02). Matt visita il set della produzione della regista Sarah Polley mentre lei sta cercando di realizzare un piano sequenza, con il risultato di disturbare le riprese, tutto girato in modo metatestuale proprio con quella modalità. Scrive acutamente The Hollywood Reporter: “Ciò che eleva The Studio a livelli di imbarazzo viscerale quasi insopportabili (complimenti) è il modo in cui è girato. Goldberg e Rogen, che hanno diretto tutti e dieci gli episodi di mezz'ora, privilegiano riprese lunghe e cinetiche che seguono i personaggi lungo i corridoi o dentro e fuori le sale riunioni. Anche se non raggiungono mai le proporzioni di quella ripresa di 18 minuti di un episodio di The Bear, riconoscerete un effetto simile. Senza il sollievo di tagli frequenti, siamo risucchiati direttamente nel continuo attacco di panico della vita di Matt. (...) Le riprese sgranate di The Studio, le palette di colori terrosi e i costumi di ispirazione retrò evocano l'era della New Hollywood per disegnare il contrasto tra le fantasie vecchia-scuola di Matt e situazioni da mal di testa molto moderni”.

La serie vanta anche un lungo elenco di guest star nel ruolo di se stessi. Solo per citarne alcuni: Martin Scorsese, Steve Buscemi, Ron Howard, Ice Cube, Charlize Theron, Adam Scott, Aaron Sorkin, Ramy Youssef, Jean Smart, Zac Efron, Quinta Brunson, Olivia Wilde, Lucia Aniello, Ted Sarandos, Matt Belloni, Zoë Kravitz…Quest’ultima è il fulcro di una spassosissimo equivoco (1.09) perché non si rende conto che un “buffet stile vecchia Hollywood” significa di droghe di vario tipo, per cui finisce involontariamente strafatta  la sera prima di un’importante presentazione.

La nevrosi di Matt sono ciò che lo rendono umano e creano connessione, e nel suo cercare di mantenere le redini e tutti contenti, spesso bastonato e umiliato, reagiamo a un umorismo molto pregnante, forse anche perché riusciamo a vedere il catartico ammettere le follie e le piccolezze dietro a un settore che nelle apparenze vorrebbe mostrare solo lustrini e magia.

martedì 19 agosto 2025

MURDERBOT: un androide ribelle

La serie Murderbot (Apple TV+), ideata da Paul Weitz e Chris Weitz, è basata su All Systems Red, il primo libro della serie The Murderbot Diaries di Martha Wells: non la conoscevo, né mi rendevo conto fosse molto amata, quindi non avevo grandi aspettative – di certo non credevo sarebbe stata così umana e pregnante come di fatto è stata; agrodolce. Sono contenta sia stata rinnovata per una seconda stagione.

Una commedia di fantascienza e azione, ha come protagonista un androide realizzato con parti meccaniche e tessuto umano clonato che è addetto alla sicurezza dei clienti a cui viene consegnato. Per questa ragione lo chiamano SecUnit (da security unit), anche se chiama se stesso Murderbot (Alexander Skarsgård). Lui – perché ha fattezze maschili sebbene là sotto, nudo, sua come il Ken della Barbie, per intenderci – ha acquisito autonomia di pensiero e azione, hackerando il modulo governativo che lo tiene soggiogato, anche se non vuole farlo sapere. Ha una grade passione per l’intrattenimento televisivo, per le soap opera fantascientifiche in primo luogo, e in particolare per “The Rise and Fall of Sanctuary Moon” alla cui biblioteca di quasi 3000 episodi fa spesso riferimento per sapere come comportarsi. È molto dozzinale (ed è una serie dentro la serie con John Cho nel ruolo del capitano e DeWanda Wise in quello della Navigation Bot sua amante), ma lui la considera intrattenimento di qualità premium, tanto che non vorrebbe far altro che stare a guardarla  ̶  l’esigenza di una narrazione melodrammatica dà informazioni rilevanti per capire la sua interiorità. Sebbene sia libero di fare ciò che vuole, si sente però sente in obbligo di “proteggere gli umani che mediamente sono stronzi” per il timore di essere scoperto, nonostante sia vagamente disgustato da loro e li giudichi negativamente – e noi sentiamo i suoi commenti misantropi silenziosi nei pensieri in voice-over, che spesso sono esilaranti. È disgustato dal sesso, non comprende il contatto visivo, non ha capacità sociali, e si interroga se sia peggio dover tenere un discorso o fare un bagno nell’acido. Non sorprende che i fan lo abbiano letto metaforicamente come autistico e asessuale. C’è una certa innocenza in lui.

Per la Corporation Rim che lo ha costruito è un pezzo di equipaggiamento ed è costretto ad eseguire gli ordini, mentre la squadra di rilevamento PreservationAux, che lo ha avuto in dotazione e che fa parte della Preservation Alliance, ha una filosofia per cui le intelligenze artificiali sono persone, e con capacità di autodeterminazione, non schiave. Non sono a proprio agio con l'idea che un costrutto senziente debba lavorare per loro, ma non hanno l’autorizzazione a fare quanto voglio se non hanno con sé un’unità simile, e quindi si sono presi lui, il più economico, tecnologicamente sorpassato e “ricondizionato” e con un passato che lui stesso non ricorda, ma che potrebbe essere molto violento (anche se loro non ne sono consapevoli). La saggia e carismatica Ayda Mensah (Noma Dumezweni), presidente della Alliance e leader del progetto scientifico che sta esplorando un nuovo pianeta e che è protetto da Murderbot, esperta in terraforming, gli si rivolge sempre con gentilezza e umanità. Chi è sospettoso di lui è Gurathin (David Dastmalchian), un umano aumentato ed esperto di tecnologia, poiché teme che possa ribellarsi e ammazzarli tutti. I vari membri della squadra, Pin-Lee (Sabrina Wu), scienziata ed esperta legale, Ratthi (Akshay Khanna), un esperto di wormhole, la biologa Arada (Tattiawna Jones), che sono una “throupple” (hanno una relazione sessual-sentimentale a tre insomma), e la geochimica Bharadwaj (Tamara Podemski) vengono tutti aiutati in un modo o nell’altro da lui.

In realtà l’avventura è abbastanza risicata, solo quando una squadra di ricerca sullo stesso pianeta viene massacrata e una sopravvissuta, Leebeebee (Anna Konkle), si unisce a loro, c’è un po’ più di azione e, al di là del protagonista, solo Mensah e Gurathin sono in qualche modo sviluppati, gli altri rimangono appena abbozzati. Nondimeno le interazioni fra la squadra di scienziati un po’ hippie e Murderbot, il cui volto glaciale, anche quando non è coperto da un’armatura che gli nasconde il volto, non fa trapelare i suoi pensieri di insofferenza nei confronti degli umani e di desiderio di essere lasciato un pace, sono gustosissime, così come la lenta costruzione della fiducia reciproca: con loro che imparano ad abbassare la guardia nonostante il timore e lui che diventa un po’ umano trattato come tale e non solo come macchina. Si riflette con leggerezza sui temi come schiavitù, interessi economici, intelligenza artificiale, empatia, libero arbitrio, identità, libertà…

Un cuore ribelle, consapevolezza di sé e dry humor, distacco e spirito di osservazione fanno di Murderbot un personaggio accattivante, molto ben portato in scena dal suo interprete che gli dà quel mix di noia, glacialità e germogliante emozione da renderlo credibile. E capace alla fine di “sacrificio”. Scrive bene Erin Underwood su Medium quando dice “Alexander Skarsgård interpreta Murderbot con un senso di moderazione e sarcasmo perfetto per il personaggio. È goffo, attento, sempre calcolatore e abbastanza distaccato emotivamente da far credere che preferisca passare il tempo a guardare soap opera piuttosto che parlare con gli esseri umani. Ma sotto la superficie ci sono comunque una compassione e una profondità inaspettate, e Aleksander Skarsgård azzecca questo equilibrio”.

Il finale fa scendere una lacrimuccia.

sabato 9 agosto 2025

ĖTOILE: il ritorno al balletto dei Palladino

Non è la prima volta che Amy Sherman-Palladino e Daniel Palladino scrivono una serie ambientata nel mondo del balletto: rispetto alla loro nuova produzione, Ėtoile (Prime), Bunheads si avvicinava di più allo spirito di quel Gilmore Girls che li aveva resi famosi ed era di fatto più convincente sebbene qui il livello della danza effettiva sia incomparabilmente migliore. Il tono è incostante, per lo più umoristico ma, soprattutto inizialmente l’effetto è più cringe che esilarante, nonostante qualche battuta o scena davvero ben riuscita. Non sorprende né rammarica che la serie sia stata cancellata dopo una sola stagione di 8 episodi, nonostante ne fossero in partenza già ordinate due.

Il direttore artistico del Metropolitan Ballet Theater di New York, Jack McMillan (Luke Kirby, La Fantastica Signora Maisel) e la direttrice ad interim del Ballet National di Parigi, Geneviève Lavigne (Charlotte Gainsbourg), per risollevare le magre sorti delle loro compagnie di balletto decidono di scambiarsi i talenti di punta.

Negli Stati Uniti arriva Cheyenne Toussaint (Lou de Laâge), star di prima grandezza tanto apprezzata quanto ruvida, che viene strappata da una protesta ecologista in mare  - in scene che posso valutare come autenticamente pietose, posticce e poco credibili. Rifiuta di essere accoppiata sul palco con chiunque  ̶  e come elimina di proposti partner in 1.02 è a contrario stato un primo vero segnale della vis comica che si voleva infondere. Accetta solo Gael Rodriguez (David Alvarez), con cui inizia una storia, che ha però vecchie ruggini con Jack dopo che ha mandato a monte un matrimonio con la sorella di lui. Nonostante la salute scarsissima, nella gestione del teatro rimane un vecchio ballerino Nicholas Leutwylek (David Haig), che Jack vede come un punto di riferimento, mentre è stringendo i denti che accoglie il supporto economico di Crispin Shamblee (Simon Callow), mecenate appassionato di balletto che finanzia generosamente entrambe le compagnie, ma il cui denaro ha una criticata provenienza che lascia tutti a disagio. Grazie all’intervento di Cheyenne, al Metropolitan viene accolta gratuitamente ad imparare anche la piccola SuSu Li (LaMay Zhang), figlia della donna delle pulizie, che non può permettersi la scuola, ma che si allena guardando le registrazioni delle prove in sala quando non c’è nessuno e la madre lavora.

In Francia arriva un geniale e iper-perfezionista quanto socialmente imbranato e nevrotico coreografo, Tobias Bell (Gideon Glick), che indossa perennemente cuffie con musica ad alto volume. Non senza iniziali contrasti, affida i suoi passi al talento del ballerino Gabin Roux (Ivan du Pontavice) con il quale c’è anche attrazione sentimentale. Grazie allo scambio torna a casa anche la giovane Mishi Duplessis (Taïs Vinolo), mal vista dalle altre per nepotismo, ma brava e appassionata e in contrasto con i genitori, tanto che le si trova una sistemazione presso l’eccentrica madre di Cheyenne, Bruna (Marie Berto). A fare le veci di Geneviève in sua assenza è Raphaël Marchand (Yanic Truesdale, Gilmore Girls), ma fra lei e Jack c’è un intenso rapporto, a momenti di rivalità, a momenti di collaborazione, che va oltre il mero piano professionale.

Ispirata in parte ai documentari sul balletto di Frederick Wiseman e girata a New York e Parigi, con parti del dialogo in inglese e parti in francese, Ėtoile mostra personaggi fortemente carismatici e incredibilmente bizzarri, forse proprio come sembra essere l’autrice, al limite della credibilità. Cheyenne e Tobias qui la fanno da padroni in questo senso e sulla prima in particolare, iperaggressiva ed assertiva, poggia il carico umoristico, con risultati altalenanti, perché si ha la sensazione di andare effettivamente troppo in là. Il secondo fatica a diventare più di una macchietta. Magari non condivido che “Étoile" sia uno spettacolo estenuante incentrato su una serie di persone insopportabili e ossessionate dal sentirsi parlare”, come scrive Variety, ma dialoghi o in questo caso spesso monologhi ad alta velocità sono una caratteristica della Palladino che non manca nemmeno qui e i personaggi di punta sono anche fortemente arroganti e questo in qualche modo viene sopportato di fronte alla declamata unicità e genialità di personaggi che finiscono per essere anche respingenti, finché non si intravede qualche sprazzo di umanità.

Le coreografie sono autenticamente mozzafiato e non è un caso che la serie abbia ricevuto una nomination agli Emmy per questo, oltre che per il casting. Si vede l’amore per questa disciplina e il rammarico della crisi del settore, in bilico fra l’ideale di proporre arte e la necessità pragmatica di guadagnare nel farla. Poca satira, inesistente indagine sugli schemi potenzialmente pericolosi quando non abusanti che possono crearsi nel mondo della danza classica, niente metafore della vita alla Flesh and Bone, ma una commedia leggera e molte bizzarrie.

mercoledì 30 luglio 2025

YOUR FRIENDS & NEIGHBORS: da finanziere a ladro

Ho avuto di Your Friends and Neighbors (Apple TV+), la più recente serie con protagonista Jon Hamm (Mad Men), ideata da Jonathan Tropper, la stessa impressione che ho avuto anni fa nel leggere il suo romanzo This is where I leave you, divenuto poi un film che non ho visto: c’è una grande capacità di tracciare i rapporti umani, ma tutto rimane un po’ volatile, con la sensazione di leggerezza. Non superficialità, perché le questioni trattate hanno il loro peso, ma decisamente mancanza di approfondimento. Questo dark comedy crime drama, come viene definito, con un cast di prim’ordine, convince ma non conquista, si segue con piacere e lascia con perle di riflessione, ma non appaga con un bottino intellettuale ed emotivo a fine visione. Con note in voice-over da parte del protagonista, ha come fulcro di interesse la quieta disperazione dell’uomo di mezza età (1.03), quando vede la sua vita apparentemente perfetta frantumarsi in mille pezzi e, come ha ben scritto Variety, smaschera la fragilità nel sogno americano.

Andrew "Coop" Cooper (Jon Hamm) è un ricco finanziere che viene licenziato senza mezze misure dal suo capo (Corbin Bernsen), con la scusa posticcia (lei non lo accusa) di avere molestato una collega. Per mantenere il suo livello di vita, lo status e le apparenze, grande filo conduttore del programma, si riduce a rubacchiare ai vicini di casa, spesso suoi amici: orologi, vini pregiati, borse di lusso, quadri, diamanti… Di ciascuno indica quanto costano, ma solo cose, senza un interesse sentimentale, sono oggetti che non mancheranno a nessuno, spesso dimenticati in un cassetto o acquisiti come investimento. Pur essendone ancora innamorato, Coop è divorziato da Mel (Amanda Peet), una psicoterapeuta con la quale ha due figli, Tori (Isabel Marie Gravitt) e Hunter (Donovan Colan). L’ex-moglie, che pure ha ancora sentimenti per lui, dopo anni che ha cercato di far sì che lui le prestasse attenzione, si sentiva sparire e lo ha tradito con Nick Brandes (Mark Tallman), un giocatore della NBA che era il suo migliore amico. Lui ora ha una storia con Samantha ‘Sam’ Levitt (Olivia Munn), separata e amica della sua ex; come autentico amico gli rimane il suo business manager, Barney Choi (Hoon Lee), sposato con Grace (Eunice Bae); dato che non è più in grado di pagarle una clinica, e che i genitori se ne fregano, accoglie in casa la sorella musicista Allison "Ali" (Lena Hall) che ha problemi di squilibrio mentale. Pagare gli alimenti, il mantenimento dei figli, la retta di una scuola privata, il mutuo, l'affitto dell’appartamento dove vive come sigle e spese varie, nascondendo di aver perso il lavoro, lo spingono ai furti, stringe una collaborazione criminale con la domestica di Nick, Elena (Aimee Carrero). La vita delittuosa lo conduce inevitabilmente a situazioni molto pericolose, compreso essere arrestato per un omicidio che non ha commesso (1.07).

Coop riscopre i veri valori della vita e, dopo la delusione di aver perso tutto pur essendo partiti da zero e aver lavorato molto sodo per ottenerlo, riesce a riavere quello che gli spetta, questa volta più saggio. Questo sembra essere il sunto dell’arco di questa prima stagione di 9 episodi per cui è già previsto un prosieguo di una seconda stagione, che insiste troppo esplicitamente proprio dall’incipit che tutto è una metafora. In chiusura si fa una citazione di non ricordo quale autore che dice che “tutto diventa simbolo e ironia quando sei stato tradito”, ma in corso di via questo torna in modo costante e un po’ forzato. Per il resto, molti sono temi trattati, dall’amore all’amicizia, dal senso della vita al proprio ruolo di genitori, figli, partner, al condividere la propria vita con qualcuno in contrasto al vivere da soli, dal valore degli oggetti (quando è che la nostra vita è diventata così vuota che la riempiamo di tutte queste cose?) all’importanza o meno dell’apparenza, dal senso e del valore dell’arte, alle differenze di classe (per quanto il privilegio delle classi abbienti non viene in definitiva scalfito granché) a quello che conta davvero. Nick organizza a Mel una festa spettacolosa (1.04) dove gli invitati le fanno regali presi da Cartier, ma quello che la rende felice è saltare sul tappeto elastico con Coop che le regala un pacchetto di caramelle. C’è chi si impegna per darti il meglio, ed è apprezzabile, ma poi c’è chi con te ha una vera importante connessione di vita e basta qualcosa di piccolo e semplice a creare magia. Molto si riflette anche sugli errori che uno commette, giungendo alla conclusione che raramente si distrugge la propria vita in un singolo momento, di solito ci vogliono più momenti ripetuti nel tempo (1.08).

C’è una buona dose di avventura e si rimane con il fiato sospeso, la risoluzione del giallo è anche appagante e inaspettata, Jon Hamm è un personaggio nuovo ma con flash del Don Draper che lo ha reso famoso: aspetto e cuore da gentiluomo che ogni tanto si è perso lunga la via. Godibile, ma trascurabile.

domenica 20 luglio 2025

THE LISTENERS: intenso

Tratto dal romanzo omonimo di Jordan Tannahill che lo ha portato lui stesso sul piccolo schermo con la regia di Janicza Bravo, e basato su un vero fenomeno noto come The Hum o anche come brusio di Taos o ronzio di Taos in italiano, The Listeners (BBC1) è una potente miniserie in 4 puntate che si presta in molti punti anche a una lettura metaforica. Nella realtà il brusio in questione è stato un fenomeno a lungo indagato e mai spiegato nonostante le ipotesi, e nella finzione televisiva se ne è parlato in passato anche in un episodio di The X-Files.

Un’insegnante di inglese, Claire Kutty (Rebecca Hall, con un’interpretazione molto intensa) comincia a sentire uno strano rumore di sottofondo, una sorta di costante mormorio. Né il marito Paul (Prasanna Puwanarajah) né la figlia diciasettenne Ashley (Mia Tharia) né altre persone nella sua vita sentono alcunché. Non si tratta di acufeni, perché se si tappa le orecchie non lo sente più. Cerca di fare ogni possibile analisi che le venga in mente ma tutti i test medici risultano negativi. La dottoressa le dice che è semplicemente ipersensibile al rumore bianco probabilmente, e cause possibili sono la perimenopausa, l'ansia o lo stress. La psicologa ipotizza una causa psicosomatica. Lei non è convinta. Non capisce più a un certo punto che cosa sia reale e cosa no, e questo la spaventa: ha paura di perdere sé stessa, in qualche maniera, ma contemporaneamente è convinta che non sia tutto nella sua testa. È un percorso molto familiare a chi ha una malattia difficile da diagnosticare, ho pensato guardandola.

Un suo studente adolescente, Kyle Francis (Ollie West), le rivela di sentire lo stesso brontolio, e insieme cercano di capire cosa possa essere che causa questo problema: forse sono le pale di energia eolica? fabbriche vicine e quindi inquinamento acustico industrale? il 5G? Insieme poi si  rivolgono a un gruppo di supporto, dove ci sono persone che convivono con questo problema da tempi differenti.  Il leader del gruppo, Omar (Amr Waked), dice che la maggior parte delle persone non percepiscono le frequenze sotto i 20 Hertz, loro forse sono fra i pochi che invece percepiscono qualcosa di simile; la sua ipotesi è che ci siano dei fulmini che causano questo rumore nell’atmosfera per via della risonanza Schumann e che loro riescono a percepire. Questa vicenda per Claire crea tensioni in casa con il marito, che la lascia, e appena si scopre che è uscita sola con un suo studente fuori dalla scuola viene aperta un’investigazione e lei perde il lavoro.  

Le domande sono però più delle risposte. Perché non lo sentono da tutta la vita? Qual è il trigger? Altre culture e persone di altri periodi storici lo sentivano? C’è anche spazio per i complotti: che sia qualcosa di controllato dal governo? Le ipotesi portate avanti sono alcune delle spiegazioni proposte nella vita vera e si arriva in questo specifico caso a una spiegazione (la perdita di un gasdotto), ma fino in ultimo si rimane con il dubbio che sia altro.

Quello a cui assistiamo è una epifania personale. Claire comincia ad essere sempre più trascinata dall’esperienza che diventa al di là dell’estati. La dimensione mistico-religiosa fa percepire questo rumore come “il suono dell’eternità” o “il suono della terra” e ad agitarsi come una tarantolata sdraiata a terra. Ha sconvolto la sua vita, con qualcosa che apparentemente è piccolo, ma lei percepisce come enorme. Comincia a fare sogni strani, allucinati. Non cerca più di allontanarlo con fastidio, ma lo cerca e incanala. Sono forse episodi psicotici, è soggetta a manipolazione mentale da quando è entrata in un gruppo che da molti è descritto come una setta? Il sedicente leader ha un passato torbido, e lui e la moglie Jo (Gayle Rankin) sono stati accusati già in passato di aver formato un cult  sessuali.   

La forza principale della narrazione sta nel tenersi in buon equilibro fra il sospetto che ci sia sotto qualcosa di poco limpido e la soggettiva, genuina, coinvolgente, reale esperienza di chi vive quella realtà. Per questa ragione è al contrario lo spettatore in disequilibrio. Non c’è dubbio che è legittimo che i familiari dei coinvolti temano un influsso del gruppo di persone percepite come pazze. Il marito e la figlia che vedono allontanarsi sempre di più la persona che amano, la madre del diciassettenne che vuole che esca dalla casa dove si incontrano e chiama la polizia, o che teme che ci sia grooming dell’insegnante nel confronti del proprio studente, che si rivolge all’autorità scolastica e non vuole che ci siano più contatti fra loro sono sensati e ragionevoli. Vediamo anche l’altra parte e siamo consapevoli che non sono matti, contemporaneamente c’è una punta di sospetto che ci sia qualche possibile problema altro; se fosse un nostro familiare non avremmo la stessa preoccupazione che si approfitti della sua vulnerabilità allontanandolo da noi? Sono due punti di vista che si scontrano, ma in cui ci sono valide ragioni da entrambe le parti. Si comprende perché chi sente questo rumore graviti verso un luogo che accoglie la loro “stranezza”, dove si sentono compresi e accettati, e queste persone non sono viste come ignoranti o ingenue. Sono persone anche messe in crisi dalla propria percezione della realtà, dal loro cervello. Sono credibili tutti, anche i capi della presunta setta, che non sono macchiettistici cattivi, non vengono deumanizzati. Anche il finale è inaspettato.

Con il fatto che la protagonista è un’insegnante, le scritte sulla sua lavagna danno possibili chiavi di lettura di quanto accade. Si incrociano vari aspetti tematici e stilistici: l’amore come malattia, il realismo magico, la non linearità del tempo, il narratore non attendibile…Il tono generale di questo thriller psicologico è teso, snervante, a tratti allucinatorio, comunque delicato.

giovedì 10 luglio 2025

TASTEFULLY YOURS: gustosamente romantico e umoristico

Mi mancheranno i personaggi di Tastefully Yours (Netflix), una miniserie umoristico-romantica in 10 puntate (ma ne sarebbero benvenute altre), che di primo acchito ho trovato poco convincente, ma  poi mi ha conquistata con il suo cuore. È una favola con lieto fine, in parte prevedibile sulla base degli stilemi del genere, dove al massimo fra i protagonisti si arriva a un paio di baci e un “ti amo”, ma realizzata con garbo. È una di quelle storie  che sai che andrà a finire bene, ma vuoi vedere come e con i tuoi occhi, e se le immagini dei fotogrammi scelti alla fine di ogni puntata mi ha trasportato nostalgicamente all’infanzia perché mi ha ricordato fortemente gli album di figurine dei vari programmi TV, ho molto gradito anche il saluto finale di autori e attori che hanno ciascuno lasciato un messaggio personale in linea con il tema del programma.

ATTENZIONE SPOILER

Il potenziale erede dell’impero culinario del Gruppo Hansang, il direttore esecutivo Han Beom-woo (Kang Ha-neul), vuole a tutti i costi far sì che il proprio ristorante, il Motto, riceva tre stelle. Per questo è in competizione col fratello Han sun-woo (Bae Na-Ra) che ha un ristorante chiamato La Lecel, che pure cerca di raggiungere lo stesso obiettivo. Chi prima otterrà il riconoscimento avrà in eredità l’intero impero. A metterli l’uno contro l’altro è la madre anaffettiva, Han Yeo-ul (Oh Min-ae ), unicamente interessata al proprio conglomerato. Il cibo e i suoi ristoranti sono più importanti dei suoi figli, non è nemmeno andata al funerale della madre, anche se era giustificata dal fatto che l’azienda sarebbe fallita se non fosse andata, mentre questa è stata una nonna amorevole verso i nipoti facendo loro apprezzare piatti deliziosi (1.10), e se la si vede piangere sulla tomba della defunta è solo per il tempo in cui viene filmata dalle telecamere ai fini pubblicitari.

Beom-woo non ha una grande cultura culinaria, per lui un ingrediente vale l’altro, gli interessa solo il successo a cui viene spinto dalla genitrice. Per questo ha assunto una valente cuoca Jang Young-hye (Hong Hwa-yeon) che, molto ambiziosa, inizialmente è più interessata ai riflettori che non a essere messa sotto pressione in cucina. Quando stanno per lanciare il loro nuovo menu con un piatto esclusivo, si rende conto che c’è un altro locale che lo propone. Vi si reca e scopre con sorpresa che è una piccola locanda gestita da una giovane cuoca in bolletta, Mo Yeon-joo (Go Min-si) che al contrario è appassionata di quello che rende la cucina veramente speciale, dei sapori, degli ingredienti accuratamente selezionati, anche per stagionalità e biologici, della maestria con cui si realizzano i piatti che impara a pensare per le persone che li mangeranno. Chef Mo, che è stata abbandonata in fasce davanti a un convento e lì cresciuta, si è in seguito laureata con lode alla prestigiosa scuola di cucina CIA e ha esperienza in un rinomato ristorante, dal quale se ne è andata dopo essersi presa la colpa di un errore compiuto dal ragazzo di cui era innamorata, Jeon Min (Yoo Yeon-seok), pure lui uno chef.

Quando il giovane protagonista perde il suo locale a favore del fratello, a causa di uno sgambetto di quest’ultimo, decide perciò di fare una proposta a questa giovane cuoca mirando a diventare lui il numero uno sulla piazza. Segretamente vuole fare quello che ha fatto sempre ovvero rilevare ristoranti più piccoli, rubarne le ricette e poi chiuderli. Dovrebbe farlo anche in questo caso, ma si innamora, scopre il valore della cucina fatta non solo per soldi, l’esserci gli uni per gli altri. A condividere le avventure culinarie di Beom-woo e Yeon-Joo ci sono Jin Myeong-sook (Kim Shin-rok) la dipendente di punta del ristorante di gukbap più famoso della zona che sogna lei stessa di diventare un’autentica cuoca, e Shin Chun-seung (Yoo Su-bin) figlio del proprietario di quel ristorante di gukbap, che tutti considerano un buono a nulla finché in questo contesto non riesce a dimostrare le proprie capacità. Lavorano insieme a imparano a volersi bene.

Rispetto alle storie occidentali di questa natura, i personaggi si preoccupano meno di spiegare i propri comportamenti o errori per arrivare al perdono e all’avvicinamento reciproco. Lo vediamo noi e tanto basta. Sono più riservati. Spesso quando c’erano dissapori avrei voluto gridare ai personaggi: spiega all’altro che cosa ti spinge a comportarti così, non aspettare che ti legga nel pensiero! Il bello in ogni caso, quello che tante produzioni occidentali sembrano spesso aver dimenticato è vedere la costruzione del rapporto e come l’innamoramento non sia istantaneo, ma graduale, quando ci si conosce.   Ci sono momenti delicati, minimi, di attrazione accennata: lui la vede che si addormenta sull’autobus e le cade la testa contro il vetro e si siede accanto a lei e lei appoggia la testa contro la sua spalla, lui la prende per mano per correre a ripararsi dalla pioggia, lei lo tira verso di sé quando vede che la pensilina della fermata dell’autobus ha un buco sulla tettoia che rischia di bagnarlo… C’è il primo castissimo bacio su fuochi d’artificio a forma di cuore e quando lui vuole mettersi con lei arriva l’ex di lei (1.05) l’ostacolo-tropo per eccellenza. Ci sono le innocue schermaglie amorose e battute. Quando lui la accompagna al mercato a comprare dei granchi, la invita con entusiasmo a guardare come al maschio piaccia la femmina, lei lo fredda ribattendo che sono tutte femmine, cosa che spegne il suo sorriso in modo per noi esilarante.

Scritta da Jung Soo-yoon, con la regia di Park Dan-hee mostra anche cibo da far venire l’acquolina in bocca ha un peso notevole, sia sul fronte propriamente gustativo che su quello valoriale: una competizione di food truck dove loro presentano Gimbap classico avvicina i quattro come squadra. Un padre opposto a matrimonio del figlio con una francese cena con i genitori di lei e, sebbene ostile, attraverso il cibo si avvicinano (1.05). Veniamo da Paesi diversi ma il palato non fa distinzioni, osservano. Un pasto casalingo fuori competizione (1.10) costringe i due fratelli a sedersi con la madre intorno a un tavolo e a riassaporare piatti che evocano ricordi intimamente connessi con sentimenti radicati aprendo spiragli emozionali.

Si riflette sui rapporti familiari (i fratelli con la madre, dei due fratelli che si riavvicinano, Chef Mo con la monaca che le ha fatto da madre o sempre lei con il cuoco del ristorante da cui si è licenziata, in una storia secondaria, Shin Chun-seung con il proprio padre), sul valore dell’onestà e dell’importanza delle persone che contano più del denaro. La recitazione è solida.

lunedì 30 giugno 2025

THE HANDMAID'S TALE: la stagione finale

ATTENZIONE SPOLIER

Un’avvincente sesta stagione ha chiuso in modo definitivo The Handmaid’s Tale, che ha regalato una series finale  anticlimatica, ma ugualmente molto convincente. I colpi di scena maggiori si sono verificati nel sottofinale (6.09), mentre nell’effettiva ultimissima puntata (6.10) si è fatto calare il sipario solo puntando su alcuni obiettivi: chiudere le storie rimaste ancora sospese, in particolare facendo sì che Janine (Madeline Brewer) si riunisse alla figlia; lasciare su una nota positiva zia Lydia (Ann Dowd), che ha cominciato il suo percorso di redenzione nel corso della stagione, e che sarà trainante nel prosieguo della storia che ci attende poi con The Testaments, serie dal successivo omonimo libro della Atwood su cui si sta già lavorando; chiudere il cerchio tornando agli eventi del pilot e a June (Elisabeth Moss) in quella camera nella casa ora diroccata dei Waterford in cui l’abbiamo conosciuta all’inizio; dare un valore spirituale a quella lotta che l’ha vista impegnata in questi anni. È stata chiusura morale, potremmo dire, più che altro.

Io non ho la competenza per vedere, al di là delle apparenze, tutti i riferimenti alla contemporanea realtà americana sotto Trump che molti sono stati in grado di individuare: a quanto pare, sono espliciti rispetto a certe persone e certi eventi. Nondimeno la denuncia di una realtà fascista misogina che varca i confini statunitensi è affidata proprio alla consapevolezza di voler narrare per testimoniare, per lasciare alle generazioni future, ma di fatto anche contemporanee, una riflessione vissuta sui mali a cui portano ideologie ultraconservatrici repressive e teocratiche, che non sono sconfitte una volta per tutte. June decide di scrivere un libro, spinta dalla madre e dal marito, e a quel proposito torna dove tutto è cominciato. Il valore metatestuale ed etico della serie sono stati appunto il senso e la vera eredità di questa chiusura. Ed è stata una stagione in cui oltre alla rabbia, la rabbia ragionevole di chi viene calpestato e abusato, c’è il perdono, quello di June nei confronti di Serena (Yvonne Strahovski) in primis, e di zia Lydia.  

Facendo un passo indietro, la stagione ha regalato molti snodi di trama avvincenti. il momento in “Esecuzione” (6.09) in cui Joseph  (Bradley Whitford) e Nick (Max Minghella) salgono sull’aereo che esploderà con a bordo tutti i comandanti leader, fra cui Wharton (Josh Charles), è stato il momento clou della stagione. Il primo è stato fra gli architetti della società di Gilead, che si è reso conto essere diventata una perversione. Doveva piazzare la bomba sull’aereo e andarsene, ma l’arrivo anticipato degli altri gli ha permesso di raggiungere il proprio obiettivo solo scegliendo consapevolmente di sacrificarsi, e così ha fatto. Il momento in cui guarda verso June mettendosi la mano sul cuore prima di entrare nell’aereo è stato forse il momento più alto, nel sue essere understated, di tutta la stagione. È un atto di eroismo di qualcuno che ha creduto in un ideale che si è rilevato fallace e ha saputo ammettere il proprio errore e lo ha pagato con la vita pur di rimediare. Spesso si sono fatti parallelismi con il nazismo nel corso della stagione, e in questa prospettiva non posso che fare io un parallelismo con The Man in The High Castle dove gerarchi nazisti pentiti affrontano una sorte similare. E poi su quell’aereo è salito Nick, l’amore di June e il padre di sua figlia, che la ha tradita poco prima, e forse per impossibilità di immaginare un’alternativa, forse per interesse nel non perdere la posizione di potere che ha conquistato nel tempo è salito su quell’aereo, non dopo un momento di titubanza in cui guarda in direzione di una June che lui non vede ma che lei vede. Sa che l’uomo che ama salendo su quell’aereo morirà. Il suo è un sacrificio per la causa che non ha altra scelta che liberarsi dei leader. Si è trattato di una puntata intensa, affascinante, memorabile.

E la stagione ha avuto i numerosi ripensamenti di Serena, che fra i responsabili di quella realtà in cui in fondo ancora crede, altalena fra posizioni contrastanti, desiderosa fino in ultimo che il progetto per cui si era battuta. Sperava in una versione 2.0 con  New Bethlehem, ma i problemi di base rimanevano. Alla fine rimane disillusa. Il suo matrimonio è stato un evento di grande tensione perché ha segnato l’inizio della ribellione della Mayday, in cui June e gli altri sono riusciti a liberare Boston e lo Stato del Massachusetts (6.08). Rifiutatole l'ingresso in Canada e nell'Unione Europea diventa una rifugiata, con un posto temporaneo in un insediamento delle Nazioni Unite procuratole da Mark (Sam Jaeger).

Per volontà di Margaret Atwood non si è mai trattato di una serie distopica, ma di fiction speculativa, come la chiama lei, ovvero gli eventi, mutatis mutandis, si sono effettivamente verificati da qualche parte nel mondo del corso della storia, non sono purtroppo perversa pura fantasia. Il messaggio che lascia è tragicamente attuale e vivo. Inattesa guest star è stata Emily (Alexis Bledel), che aveva lasciato lo show dopo la quarta stagione. Con June guardano un grande murale che è un inno alla libertà, alla pace, al combattere per i propri diritti, e pieno di “my name is…”, quindi “il mio nome è…, mi chiamo…” seguito dal nome di battesimo effettivo di molte donne, non quello che le indicava come proprietà di un comandante come durante il regime. Contro qualunque tentativo di cancellare l’identità personale delle persone nessuno è al sicuro, non noi, non i nostri figli o i nostri nipoti. “Gilead non ha bisogno di essere sconfitta, ha bisogno di essere spezzata". Jane sogna, fantastica durante il corso della series finale di esser riunita con la figlia Hannah, qualcosa che ancora non è ottenuto. Non è una conquista definitiva, ma una che va fatta giorno per giorno, ancora e ancora. Vale anche nella vita e personalmente l'ho sentito molto come un invito ad impegnarsi perché realtà come Gilead non prendano il sopravvento. 

venerdì 20 giugno 2025

EVERYONE ELSE BURNS: religione da ridere

È vagamente spiazzante, oltre che esilarante, la serie umoristica inglese (Channel4) Everyone Else Burns, su una famiglia di Manchester ultrareligiosa, che crede che presto arriverà la fine del mondo e “tutti gli altri bruceranno” (traduzione del titolo), ma evidentemente non loro. Appartenenti a una setta cristiana puritana, il fittizio Order of the Divine Rod (Ordine della Verga Divina – lo lascio in inglese, perché non c’è ancora una traduzione ufficiale e potrebbe poi essere diversa), sono estremamente rigidi: non è ammesso nessun divertimento - “come la Corea del Nord, ma almeno loro hanno le parate” (1.01); si viene allontanati dalla comunità per aver semplicemente consumato caffeina, e non si può più avere contatto con gli apostati; nel caso dei Lewis, i nostri protagonisti, si fanno anche “pratiche di apocalisse”, magari svegliati nel mezzo della notte per mettersi in salvo…

David (Simon Bird), il padre della famiglia, con il suo taglio di capelli a ciotola capovolta, lavora in un certo di smistamento pacchetti ed è maniacalmente preciso nel suo lavoro, ma quello a cui aspira è diventare un Anziano della sua comunità e si aspetta di diventarlo a breve perché, narcisista, si ritiene il migliore in tutto, ma i leader della sua chiesa hanno altre idee. Mamma Fiona (Kate O'Flynn) è completamente investita nella vita della sua famiglia e della sua comunità, ma vuole di più: quando il marito si rifiuta di acquistare un nuovo televisore quando il loro si rompe, va a guardare la TV dalla vicina e impara presto che ha talento per vendere oggettistica online, e si fa da fare in questo senso, sapendo mettere a tacere il marito quando serve. La diciassettenne Rachel (Amy James-Kelly) vorrebbe diventare medico, ma i suoi genitori le impongono sempre che trascorra piuttosto il tempo a predicare: vuoi studiare o salvare le anime per tutta l’eternità? Nei suoi giri nel cercare di convertire la gente incontra un ex-membro della chiesa, che come tale non dovrebbe frequentare, Joshua (Ali Khan), che guadagna qualcosa portando a spasso cani, e i due diventano presto amici. Il dodicenne Aaron (Harry Connor), bullizzato dai compagni, sfoga e sue emozioni disegnando, ed è un vero credente e non vede l’ora che l’apocalisse si verifichi, e rimane deluso quando non accade.

Everyone Else Burns riesce ad essere esilarante senza essere offensiva per i credenti o per la fede. Parte del bersaglio è indubbiamente in ogni caso la religione e i paraocchi che impone se diventa fanatismo. Si irride anche la pomposità di chi si ritiene superiore agli altri per il fatto di avere determinate credenze, ma allo stesso tempo non si disprezzano o svalutano queste persone, che sono guardate con affetto, con cuore.

Una parte dell’umorismo viene dalla sovversione delle aspettative. Quando Rachel torna a casa con un’ottima pagella, i genitori si domandano dove abbiano sbagliato con lei: sono delusi perché evidentemente ha trascorso troppo tempo sui libri e troppo poco a predicare, e il fatto che voglia frequentare poi l’università lo vedono come un crollo morale; David ritiene di aver tradito la moglie per pensieri da lui giudicati impuri che nessun altro vede come tali. Un'altra fonte di risate è la ripetizione di alcuni pattern: Aaron disegna sempre nuovi atroci modi in cui il padre soffre la dannazione eterna, o Gesù Cristo in modalità che lasciano intendere che il bambino possa avere desideri omosessuali non riconosciuti; i leader della chiesa deflettono in modo costante domande su questioni spinose.

A mano a mano che si procede con gli episodi i personaggi diventano più tridimensionali, e la serie finisce per essere un modo per guardare alla famiglia, alla crescita alle relazioni. David è il più esaltato, egoista e inconsapevole di esserlo, ma a modo suo ama la sua famiglia e si impegna ad essere un buon padre, ma è talmente preso nel suo mondo che non vede altro e dalla sua bocca possono uscire con nonchalant le frasi più atroci.

Rachel è quella che più spezza il cuore perché è quella che di più si scontra con il mondo esterno. La gente non le risponde, le sbatte la porta in faccia, la deride, e lei deve farsi scivolare tutto addosso. I genitori boicottano le sue legittime aspirazioni - penso al colpo di scena alla fine di 1.05, ad esempio, e quello che fa la madre al computer. Cerca di comportarsi al meglio e per lei mangiare una fetta di torta per festeggiare il proprio compleanno è già una grande trasgressione per cui si sente in colpa. In più viene a contatto con la realtà esterna per cui magari ha aspettative e desideri diversi da quelli ristretti che la sua religione le impone. Finché conosci solo una realtà non la metti in discussione tanto quanto quando vedi delle alternative. Nel seguire le stroyline che la riguardano, non ho potuto non pensare a libri come L’educazione di Tara Westover, che ho letto, o How to Say Babylon, di Safiya Sinclair, che non ho letto ma di cui ho sentito un’intervista all’autrice. Raccontano la loro vita in un contesto religioso estremamente patriarcale, chiuso, limitante e anche perverso nella rigidità dei suoi dogmi e nella impossibilità di confronto con chi la pensa in modo diverso, il primo di matrice mormona, il secondo rastafari, e raccontano sia della percezione che gli altri avevano di loro, sia le loro scoperte e difficoltà nel vivere nella realtà ordinaria. In questa sit-com single-camera ci vedo scintille di quel tipo di vissuto.

Quello che è messo in scena in Everyone Else Burns nella vita vera suona folle e anche crudele nei confronti di chi non lo sceglie per sé, ma nella finzione immaginata da Dillon Mapletoft e Oliver Taylor fa ridere di gusto. La prima stagione ha sei puntate ed è previsto l'arrivo in Italia, anche se non è chiaro quando e dove. Una seconda stagione è già stata realizzata. 

martedì 10 giugno 2025

BLACK MIRROR: la settima stagione

Black Mirror, dopo una virata verso un Red Mirror (ne avevo parlato qui), con la settimana stagione è tornata quella di prima, con mia soddisfazione. Gli episodi sono tutti scritti da Charlie Brooker, in qualche caso accostato da altri sceneggiatori. Tecnologia, vita digitale e intelligenze artificiali sono perciò al centro delle vicende. Forse non dice nulla di particolarmente originale, ma è una solida stagione. Segue un’analisi episodio per episodio.

ATTENZIONE SPOILER

 


COMMON PEOPLE – GENTE COMUNE

Tristissima e graffiante, disperata e accusatoria, la prima delle nuove puntate, “Common people” (7.01) è una caustica denuncia della mercificazione della salute e della medicina che impone costi sanitari proibitivi alla gente che, persone comuni appunto, non possono sostenerle se non rinunciando alla propria dignità e umanità. Gli esseri umani non sono visti come tali, ma come abbonati di servizi che ti succhiano sempre di più con la promessa di qualcosa di sempre migliore, con il risultato di offrirtelo sì, ma di rovinarti la vita nel frattempo. Siamo in un prossimo futuro in cui sono api robot ad impollinare i fiori. Una giovane insegnante, Amanda (Rashida Jones), che con il marito Mike (Chris O'Dowd), che lavora come saldatore, sta da tempo cercando di avere dei figli, ha un malore ed entra in coma a causa di un tumore al cervello. Mike viene approcciato da Gaynor (Tracee Ellis Ross) della Rivermind, che gli parla di una nuova tecnologia capace di risanare la moglie. Clonano la parte del cervello che poi le asportano, che viene rimpiazzata da tessuto sintetico. Dal back-up del loro server, poi, ritrasmettono in modalità wireless i dati della funzione cognitiva al cervello della donna, dietro pagamento di un canone mensile. La copertura geografica è limitata e Amanda è costretta a dormire molto, ma il marito si sobbarca volentieri turni extra di lavoro pur di tenere in vita la moglie. A poco a poco, il piano della Rivermind ha delle funzioni sempre più sofisticate a un prezzo sempre più alto a cui ci si può abbonare, diversamente, Amanda si ritrova a pronunciare frasi pubblicitarie di cui non è consapevole nel bel mezzo della conversazione, ad esempio promuovere una marca di cereali al miele quando parla delle api ai propri studenti, o suggerire un lubrificante mentre fa sesso col marito e altre cose ancora più problematiche, tanto che le costano il lavoro. Ed è costretta a dormire sempre di più. Pur di far sopravvivere la moglie, Mike fa ogni tipo di lavoro e comincia a far soldi un Internet prestandosi alle sfide più umilianti (tipo bere la propria urina, usare una trappola per topi sulla propria lingua o togliersi un dente in diretta). La situazione diventa sempre più insostenibile: per avere un figlio dovrebbero pagare una cifra ulteriore. Un anno dopo sono allo stremo: Mike, su richiesta della moglie, la soffoca con un cuscino mentre lei promuove l’ennesimo prodotto. La denuncia di un mondo che dà un prezzo ad ogni cosa, di come questo diventi sempre più alto e insostenibile dalla gente comune non potrebbe essere più esplicito e tagliente.

 


BÊTE NOIRE – BESTIA NERA

Una brillante creatrice di nuovi cibi al cioccolato, Maria (Siena Kelly), si vede assumere nella sua azienda una vecchia compagna di scuola, Verity (Rosy McEwen), che lei ricorda come una tipa strana, una nerd del computer che veniva pesantemente bullizzata e isolata. All’improvviso Maria inizia a notare che nella sua vita ci sono piccoli eventi che sono diversi da come lei li ricordava, anche se avrebbe giurato di che la sua versione fosse quella corretta e di avere ragione. Ad esempio era convinta di aver mandato una mail con una specifica indicazione e non era così, o ricorda il nome di un locale con una lettera diversa…La situazione peggiora e lei si rende conto che dietro c’è Verity, che vuole vendicarsi degli abusi subiti da ragazza, finché non scopre che lei riesce a cambiare la realtà attraverso una  serie di computer collegati a un suo pendente, sintonizzando le frequenze a una delle realtà parallele in cui quei che lei dice è sempre stato vero. In questo modo la realtà è qualunque cosa lei voglia. L’episodio, pur con il suo fascino e la sua inquietudine nel mostrare qualcuno la cui realtà e verità cambiano in modo non riconoscibile, alla “Ai confini della Realtà”, minando le certezze sulla propria sanità mentale, è la più irreale delle puntate, soprattutto nelle estreme conseguenze in cui la si vede arrivare, tuttavia riflette sulla manipolazione delle informazioni, poiché ci si trova in una sorta di deep fake portato alle estreme conseguenze, oltre che su come le cattiverie e le maldicenze che si è costretti a subire non te le scrolli di dosso facilmente rimangono anche se diventi “imperatrice dell’universo”.

 


HOTEL REVERIE (titolo invariato in italiano)

Un’attrice di successo che ama i vecchi film che le fanno sognare l’amore, Brandy Friday (Issa Ray), accetta di partecipare a un remake di un grande classico romantico che adora, “Hotel Reverie”, non sapendo esattamente a che cosa va incontro, nel ruolo della protagonista che nell’originale era un uomo. Quello che rende speciale la produzione è che le riprese non sono tradizionali, ma immergono la sua coscienza in una quinta dimensione facendo sì che le sue sinapsi di interfaccino con la storia che per i personaggi del film è una realtà vera e l’unica che conoscono. Inizialmente tutto procede per il meglio, finché una serie di incidenti di percorso non la costringono ad andare fuori copione e a rivelare la situazione alla protagonista femminile della storia, Dorothy (Emma Corrin), con cui vive un’autentica storia d’amore. Se non chiude però con le battute finali del copione originario, lei rischia di rimanere intrappolata della realtà della pellicola per sempre. La puntata, malinconica e delicata e con una certa tensione, riflette su un tema che già in passato è stato trattato dalla fantascienza (penso ad esempio a Star Trek: TNG) ovvero quello della possibilità di una coscienza dei personaggi di finzione, confinati dalla storia in un ruolo ma passibili di una propria identità, e della possibilità che una simile situazione si verifichi ora che abbiamo l’intelligenza artificiale.

 


PLAYTHING – COME UN GIOCATTOLO

Un talentuoso ma timido recensore di videogiochi, Cameron Walker (Lewis Gribben) sottrae l’ultimo progetto di un famoso ideatore (Will Poulter, The Bear) di nuovi games, dal titolo “Thronglet”. Da anziano (Peter Capaldi) viene arrestato, o meglio fa in modo di farsi arrestare, come presto si scopre, e racconta la sua storia a un poliziotto e una psicologa che lo interrogano rispetto all’omicidio di un uomo di cui non conoscono l’identità che è stato trovato a pezzi in una valigia. Spiega così di aver sviluppato un profondo legame con le creature digitali del videogioco, con cui riusciva a comunicare grazie all’utilizzo di droghe che il defunto gli procurava. Quando questi le aveva uccise per puro divertimento, lui che curava amorevolmente queste creature, per le quali si era anche fatto impiantare nel cranio una porta  cerebrale per ospitarli dentro di sé, aveva reagito con violenza uccidendolo. Il suo obiettivo di farsi arrestare ora, era di permettere ai Thronglets di prendere il controllo del server centrale del governo attraverso le telecamere di sicurezza e riprogrammare la mente umana. La puntata, in cui si possono leggere dei riferimenti biblici (la mela del paradiso terrestre, Caino e Abele), indaga la violenza dell’umanità come specie, e anche in questa prospettiva ci si interroga sull’apprendimento delle intelligenze artificiali. Il protagonista sviluppa una coesistenza simbiotica con degli esserini digitali, che imparano tutto da lui e da quello che lui immette loro. Mimano il comportamento sociale umano. Se vedono violenza, imparano violenza. Che cosa stiamo insegnando alle intelligenze artificiali con cui noi interagiamo ogni giorno?

 


EULOGY  (titolo invariato in italiano)

Un uomo maturo, Philip (Paul Giamatti) viene a sapere della morte di un suo vecchio amore, Carol, una donna con cui ha perso i contatti da tempo e che da ragazzo lo ha fatto molto soffrire, quando viene contattato da Eulogy, una compagnia che realizza dei funerali di esperienza immersiva, grazie alla condivisione dei ricordi delle persone che avevano conosciuto la defunta in vita. Lui ha fatto di tutto per dimenticare, compreso eliminare il volto dell’amata da tutte le foto che li ritraevano insieme. Grazie all’aiuto di un avatar, The Guide (Patsy Ferran, Miss Austen), cerca di ricostruire quella parte del proprio passato, ripercorre quando era accaduto finendo anche per rileggere gli eventi in una nuova luce. Nel più lirico e nostalgico degli episodi di questa stagione, si affronta il tema della memoria, del valore dell’essere ricordati e di quello che ci spinge a conservare le nostre tracce mnestiche o a volerle cancellare, sulla necessità o meno di dimenticare, sul valore delle foto per come riportano in vita sentimenti ed esperienze passate e di come ricostruiscono per noi realtà lontane, sulla possibilità di riesaminare il passato con occhi nuovi, propri e di altri, e sull’appropriatezza di condividere aspetti della vita più o meno privati. Una puntata delicata, eppure incisiva, fatta anche di rimpianti. E poi, più che dalla puntata da un evento che troppo spesso si verifica nella vita reale, un monito: assicuriamoci che i messaggi rilevanti di vita che siamo convinti di aver trasmesso a qualcuno, siano davvero stati ricevuti – anche se non c’entra, come ho ripensato alla vita reale di William Howell Masters a questo proposito (che si era dichiarato al suo grande amore, si era creduto respinto quando lei in realtà non aveva mai ricevuto il suo messaggio).

 


USS CALLISTER: INTO INFINITY - USS CALLISTER: INFINITY

Sequel dell’episodio della quarta stagione USS Callister, che partiva da una rivisitazione parodistica di Star Trek, questo “Into Infinity” vede l’equipaggio della USS Callister intrappolato nel videogioco Infinity. Per sopravvivere, guidati da Nan (clone di Nanette) Cole (Cristin Milioti), vivono come pirati digitali che rubano ai milioni di utenti della vita reale il necessario per non essere cancellati. Per loro non è una vita virtuale da cui possono staccarsi a piacimento, è la vita reale. Per sfuggire da questa situazione intendono anche hackerare i server per ottenere uno spazio tutto loro. Attraverso Walt, il clone rigenerato del CEO James Walton (Jimmi Simpson), che scoprono essere vivo, e che nella sua controparte reale vuole in realtà eliminarli, vogliono raggiungere il cuore di Infinity dove chiedono alla versione digitale dell’ideatore del gioco Robert Daly (Jesse Plemons), morto nella vita reale, di fondere le loro coscienze con quelle del loro mondo reale. Lui, pur vedendosi come un eroe, è uno psicotico disperato di contatti che cerca di ottenere con la forza quando viene respinto. Aveva creato cloni digitali senzienti di persone reali, una tecnologia in sé fuorilegge, con l’obiettivo di abusare di loro. Messa alle strette dall’ennesimo tentativo di abuso, per salvarsi la vita, Nan lo uccide e si attiva l’autodistruzione del gioco, ma non prima che i suoi compagni siano stati copiati nella sua testa. Ricca di suspense e colpi di scena l’episodio si apre anche alla possibilità di un ulteriore sequel, esamina un tema caro a questa stagione che è quello della identità e della coscienza delle creature virtuali, ponendosi interrogativi etici sulla natura della vita digitale e sulle sue potenziali conseguenze, compreso il diritto alla vita della creature virtuali. Come ben argomentato su Nocturno in un notevole pezzo, si affrontano anche i temi della depressione, dell’isolamento, della misoginia e della cultura incel.  

sabato 31 maggio 2025

MISS AUSTEN: misurata, credibile e coinvolgente

Basata sull’omonimo romanzo di Gill Hornby, Miss Austen (BBC1 e per ora inedita in Italia), è una miniserie in 4 puntate che catapulta in atmosfere simili a quelle delle famosa scrittrice Jane Austen di cui quest’anno ricorre il 250esimo anniversario della nascita.

Ci si muove su due linee temporali: nel 1830, tredici anni dopo la morte della sorella Jane (Patsy Ferran), le vicende seguono Cassandra (Keeley Hawes, Orphan Black: Echoes) che si reca a Kintbury, presso la casa della famiglia Fowle. Ufficialmente è lì per aiutare Isabella (Rose Leslie, Game of Thrones), figlia della defunta amica Eliza, che dopo la morte del padre è costretta a traslocare in fretta e furia e ha un futuro incerto; è innamorata del dott. Lidderdale (Alfred Enoch), ma con lui non vede futuro. In realtà l’obiettivo di Cassandra è un altro: trovare e distruggere le lettere private di Jane, che potrebbero compromettere la reputazione della sorella se divulgate.

ATTENZIONE SPOILER

Attraverso una serie di flashback, si svelano episodi della giovinezza delle sorelle Austen: il promesso sposo di una giovanissima Cassandra (Synnøve Karlsen) muore subito prima di sposarla, ma dal momento che lei aveva promesso che non si sarebbe sposata con nessun altro, rifiuta le avance di un giovane di cui si era successivamente innamorata, nonostante le pressioni della sorella Jane che al contrario vuole poter dedicare la propria vita alla scrittura e, come Cassandra stessa, vive con i genitori, mentre loro fratello è diventato il marito di Mary (Liv Hill da giovane, Jessica Hynes da adulta), sorella di Eliza, la migliore amica di Jane a cui aveva scritto tutte quelle lettere che ora da adulta Cassandra intende recuperare. Anche Mary, piuttosto odiosa a tutti e manipolatrice, che esalta il marito come scrittore non riconoscendo la maggiore grandezza letteraria di Jane, arriva a casa Fowle e cerca quelle stesse lettere.

È molto pacata e sensibile questa miniserie, diretta da Aisling Walsh e sceneggiata da Andrea Gibb, che ricalca quelli che erano le passioni e le difficoltà e le sfide nel XIX° secolo per le donne, limitate nella possibilità di esprimere se stesse e spesso rassegnate a ruoli molto specifici, oltre che completamente dipendenti dagli uomini da un punto di vista economico. C’è affetto nei confronti dei personaggi e della narrativa dell’illustre scrittrice britannica, verso Persuasione in particolare, che viene letto dai personaggi nella diegesi e punteggia le vicende offrendo anche lo spunto per una soluzione alla vita amorosa di Isabella, permettendole così un lieto fine. Il restraint, la moderazione, la compostezza, la misura, il controllo delle proprie reazioni, la mancanza di ostentazione sono la nota distintiva. L’amore per l’autrice la cui memoria viene omaggiata non la fanno eroina sopra le altre, anzi, si vede come la sua brillantezza è anche consentita dal supporto e dall’amore delle persone che le stanno vicine e la sostengono nella propria vita.

Le interpretazioni sono di prim’ordine e dimostrano molta profondità emozionale, e anche i valori produttivi sono elevati. C’è chi ha lamentato una tensione drammatica limitata. Dal momento che la serie è più incentrata su una tranquilla riflessione emotiva e sui ricordi personali piuttosto che su drammi o conflitti esterni, alcuni ritengono sia un po' troppo sommessa o priva di slancio per coloro che si aspettano una narrazione più dinamica. Chi conosce la letteratura a cui fa riferimento però non può rimanere deluso da questa caratteristica, anzi, perché è proprio un suo punto di forza. Diversa l’obiezione di chi ha visto un eccesso di empatia nei confronti di Cassandra, plasmata negli anni dal proprio dolore e dall’amore per la sorella, nel suo atto di distruggere le lettere di quest’ultima per proteggere la reputazione, il decoro e la privacy suoi e dei propri familiari, mal giudicata per aver compiuto un atto di vandalismo culturale – di circa 3000 lettere stimate ne sono sopravvissute solo 160, probabilmente le più “innocue” (fonte: wikipedia). Personalmente vedo buone ragioni in entrambe le posizioni (distruggere o preservare le lettere cioè) e non so scegliere quella più meritevole da sostenere, perciò mi sta bene la scelta della serie che rimane sospesa sul giudizio. Lo comprende e non lo condanna e questa è, volendo, una presa di posizione, ma preferisco interpretarla come una presa di posizione rimandata a eventuali considerazioni successive quando qui si guarda solo alle motivazioni di Cassandra che agiva come persona del suo tempo con un rapporto personale con un’autrice che poteva stimare ma non poteva sapere quanto importante sarebbe divenuta per i posteri.

Questa specifica narrazione è finzione, ma sembra vera, credibile e coinvolgente, svolta con ragione e sentimento, è il caso di dirlo.

mercoledì 21 maggio 2025

THE WHITE LOTUS: la terza stagione, in Thailandia

La conclusione è stata degna di una tragedia classica, e il cast è di prim’ordine, ma per il resto, la terza stagione di The White Lotus (HBO, Sky Atlantic), sempre naturalmentre firmata da Mike White, è stata sottotono rispetto alle precedenti, pur comunque appassionante.

Ci siamo spostati in Thailandia e al resort vanno tre gruppi che seguiremo durante la vacanza. Ci sono tre amiche dai tempi della scuola, Jaclyn Lemon (Michelle Monaghan), che è diventata una famosa attrice e ha deciso di pagare l’esperienza alle altre due, Laurie Duffy (Carrie Coon), avvocata a New York recentemente divorziata, e Kate Bohr (Leslie Bibb), una texana conservatrice. Presto sono attratte da Valentin (Arnas Fedaravicius), aiutante coach del benessere.

C’è la famiglia Ratliff: padre Timothy (Jason Isaacs), un ricco uomo d’affari che sta avendo gravi problemi finanziari di cui non vuole dire nulla agli altri, la madre Victoria (Parker Posey) amante del lusso e perennemente impasticcata, e i loro tre figli. Saxon (Patrick Schwarzenegger), il figlio maggiore che lavora con il padre, sa di essere un ragazzo dalle attrattive non indifferenti ed è sicuro di sé come seduttore. Piper (Sarah Catherine Hook) è stata la causa del loro viaggio. Convertitasi al buddismo ha infatti detto di voler scrivere una tesi di laurea intervistando un monaco locale, quando in realtà la sua intenzione è quella di trasferirsi per un anno a vivere in monastero e ha voluto cogliere questa occasione per capire se possa andarle a genio; Lochlan (Sam Nivola) è il figlio più giovane e un po’ timido a cui il fratello maggiore vuole insegnare come far colpo sulle donne.

C’è poi una coppia. Rick Hatchett (Walton Goggins), il cui obiettivo non è quello di rilassarsi nel resort di proprietà dell’ex attrice e cantante Sritala (Lek Patravadi) ma di affrontare l’anziano marito di lei e co-proprietario, Jim Hollinger (Scott Glenn), che ritiene responsabile della morte del proprio padre, ha portato con sè anche la ben più giovane fidanzata Chelsea (Aimee Lou Wood, Sex Education) che, a dispetto della differenza di età, è genuinamente innamorata di lui. In loco Rick contatta un vecchio amico, Frank (Sam Rockwell).

In trasferta per imparare in Thailandia dal direttore del centro di wellness Pornchai (Dom Hetrakul) nuove tecniche di massaggio, c’è anche Belinda Lindsey (Natasha Rothwell), che avevamo già conosciuto perché direttrice della spa del White Lotus alle Hawaii, che viene poi raggiunta dal figlio Zion (Nicholas Duvernay). Con sorpresa trova lì Gary (Jon Gries), che riconosce come il vedovo e lei sospetta l’assassino di Tanya McQuoid con cui in passato era intenzionata a mettersi in affari prima che quest’ultima si tirasse indietro. Lui, divenutone l’erede, è ricchissimo e frequenta una giovane donna, Chloe (Charlotte Le Bon). Al resort, sotto la direzione di Fabian (Christian Friedel) lavorano anche Mook (Lalisa Manobal, a quanto pare una superstar nel suo Paese), coach del benessere, e Gaitok (Tayme Thapthimthong), timida guardia di sicurezza che è innamorato di lei.

SPOILER PER LA TERZA STAGIONE

Il percorso più affascinante e forse quello più affine a un tema conduttore di tutte le stagioni della serie, ovvero quello che il denaro corrompe, è quello di Belinda e di Piper, che arrivano a delle scelte diametralmente opposte a quelle con cui hanno iniziato. Piper, che si era vantata di dare poco peso al denaro e alle comodità, tutta protesa a una vita spirituale, ha conosciuto se stessa meglio realizzando di essere molto più attaccata alla bella vita di quanto non credesse; Belinda si considerava integerrima nel non sorvolare sul fatto che si trova davanti un presunto assassino, anche di fronte alla più grossa somma di denaro, salvo poi cedere invece e, cosa emotivamente ustionante, la vediamo fare a Pornchai, con cui aveva fatto progetti di aprire un’attività, quello che Tanya aveva fatto a lei, noncurante della sua situazione e dei suoi sentimenti. Davvero caustico, graffiante, corrosivo. E per quest’ultima in particolare davvero una corruzione dell’io che abbiamo visto sbriciolarsi più gradatamente, memori anche del suo storico. In fondo, per motivi diversi anche Gaitok tradisce se stesso, mite e non violento, per conquistare il cuore di Mook che lo vuole più ambizioso e macho.

La vicenda più piccante e chiacchierata, e godibile anche perché a tratti giocata in termini umoristici, è stata quella di Saxon e il fratello Lochlan e il loro rapporto incestuoso: Lochlan bacia il fratello (3.05) e poi successivamente Saxon si rende conto con dei flashback di semi-lucidità che quest’ultimo lo ha masturbato (3.06), e il suo imbarazzo e disgusto, sono stati fulcro di tanta attenzione. Con il fatto che entrambi erano sotto l’effetto di sostanze in quello che è partito come un ménage à trois con Chloe ha fatto sì che la questione diventasse meno “problematica” di quanto non avrebbe potuto diversamente essere, ma ugualmente è stata significativa, anche perché ha messo in crisi la mascolinità performativa del fratello maggiore, rivelandone la fragilità e rendendolo  molto più umano e di spessore di quanto non sembrasse inizialmente, indagando anche questioni di potere e identità. I tre fratelli Ratliff, mostrati all’arrivo metaforicamente come le tre scimmiette “non vedo, non sento, non parlo”, sono ri-mostrati come trio al ritorno con un parallelo ma ben diverso aspetto.

Le tre amiche, apparentemente legatissime ma poi pronte a sparlare l’una dell’altra fra loro alla prima occasione in cui una si assenta, è stata una disamina veritiera di alcune dinamiche femminili, ma concordo con chi ritiene che la serie non si sia guadagnata attraverso una adeguata costruzione narrativa quella che è la conclusione finale del loro rapporto, espressa in chiusura di vacanza da Laurie, durante l’ultima cena al resort, anche se per me rimane vero almeno per alcuni dei personaggi, e penso in particolare a Timothy, che ha avuto pensieri intrusivi di suicidio per tutta la stagione. Vista anche l’ambientazione, uno dei focus è stata la spiritualità. Che cosa ci fa andare aventi e che cosa è qualcosa a cui ci aggrappiamo come se fosse una religione? Per tutti i personaggi è qualcosa di diverso. Laurie in un breve monologo dice che per lei questo qualcosa è stato il lavoro, poi ha creduto lo fosse l’amore, che si è rivelata una religione dolorosa, successivamente ha sperato che a salvarla fosse il diventare madre. Alla fine la sua illuminazione è stata quella di non avere un sistema di credenze, ma si è resa conto – e questa è la lezione morale ultima della stagione – che non ha bisogno di religione e di Dio per dare un senso alla propria vita, perché è l’hic et nunc del tempo trascorso con le persone a cui si vuole bene quello che dà senso, quello che conta.  

Il marchio di fabbrica del ritrovamento di un cadavere nella scene d'apertura, con la soluzione riservata per la chiusura, rimane un espediente tensivo che funziona, rinforzato da piccoli dettagli in corso di via che ti fanno immaginare ora l’uno ora l’altro come possibile vittima. Questa eccitazione immaginativa rimane un buon propulsore. Ammetto che è stata una delusione la variazione della musica sui tableaux animati dei titoli di testa. Per il resto visivamente la serie rimane uno spettacolo, e ti porta in vacanza, ma in quel senso non c’è dubbio che la satira del capitalismo che mette in scena  ̶ dei soldi che non ti rendono meno infelice, dello stress che non ti fa mai staccare da una tecnologia che porta miseria, degli eccessi che non riescono ad anestetizzarti, delle apparenze che nascondono tensioni sommerse, del privilegio di gente che vede gli altri come persone da fruttare a proprio vantaggio  ̶ , riguardano gli americani, e americani in vacanza appunto. I locali, nel senso delle persone del luogo, per quanto presenti, sono un pensiero secondario.  C’è stato tanto su cui riflettere in ogni caso, anche sul potere corrosivo dei propri pensieri (penso a Rick in particolare).  

Già ci sono ipotesi su dove potrà essere ambientata la quarta stagione.