Si
dice che solo chi ama veramente qualcuno o qualcosa può, conoscendolo a fondo e
rispettandolo pur consapevole dei difetti, criticarlo e prenderlo in giro come
si deve. Questo è sicuramente vero per The Studio (AppleTV+), una serie
che professa un grande amore per il cinema e i suoi talenti, che conosce
dall’interno, e proprio per questo riesce a metterne a nudo le idiosincrasie e
le follie, ricavandone un umorismo pungente ma amorevole, creando una satira a
un tempo riconoscibile anche a chi non è del settore, ma con un livello di
lettura molto più pungente ed acuto per chi conosce i meccanismi interni dell’ambiente che sono molto reali. La serie è dinamica,
veloce, piena di energia. Parte da un’idea e con un effetto a valanga la fa
diventare via via più grande fino a travolgere tutto. L’effetto è esilarante e
ricorda un po’ Curb Your Enthusiasm per il modo in cui si vede passo
dopo passo arrivare a rovinose catastrofi con l’accumulo di elementi piccoli e
di buone intenzioni che vanno storti. Molti critici l’hanno subito salutata
come un delle migliori serie comiche del 2025 e io mi associo.
Protagonista
principale è Matt Remick, il dirigente di fittizi studi cinematografici, i
Continental Studios, interpretato da Seth Rogen (Platonic, sempre per
Apple TV+), che ha ideato il programma insieme a Evan Goldberg, con cui divide
il lavoro alla regia, co-creato insieme anche a Peter Huyck, Alex Gregory, e
Frida Perez. Sulla base di quanto riporta Variety, il
progetto è liberamente ispirato alle esperienze di Rogen e del suo partner
creativo di lunga data Evan Goldberg con la Sony, una collaborazione durata
anni che è implosa in modo spettacolare quando la loro satira politica
"The Interview" ha scatenato un hackeraggio di e-mail nel 2014 che ha
offerto uno sguardo rivelatore e spesso dannoso sui meccanismi interni
dell'industria.
Il
presidente della Continental, Griffin Mill (Bryan Cranston – il nome nella
finzione è un omaggio al ben diverso personaggio del film di Robert Altman The
Player, interpretato da Tim Robbins) ha appena licenziato Patty Leigh
(Catherine O’Hara, Schitt’s Creek), che dirigeva gli studio - con quello che è stato visto come un evidente
parallelismo con Amy Pascal, capo della Sony e produttrice di
"Spider-Man", una delle vittime dell'hackeraggio di cui sopra – e promuove Matt
con la richiesta che produca film di cassetta. In particolare gli affida il
compito di sviluppare in un grande successo attira-pubblico un film dedicato al
Kool-Aid Man, il personaggio immaginario di un marchio di bevande in polvere
molto noto negli USA. Lui, che brama a quel ruolo, accetta pur dispiaciuto per
Patty che è stata sua mentore, e pur nell’equilibrio che deve riuscire a
mantenere: è un vero cinefilo che sogna di produrre film di grande qualità e
merito artistico che vegano ricordati nella storia, ma è consapevole delle
obbligazioni professionali che vedono nella grandi produzioni di IP (proprietà
intellettuale) il maggior margine di profitto.
Grande
tensione, sofferenza per lui e materiale per l’umorismo, sono proprio legati a
questa tensione fra produrre mega successi al botteghino, anche se qualitativamente
scadenti, e dare spazio agli artisti, di cui si sente un mecenate; in una
misura minore si ritiene lui stesso tale, perché sa riconoscere il talento e lo
nutre, considerandosi un amico delle star. È costretto continuamente a scendere a
compromessi, ma il suo cuore è pieno di passione e rispetto per la settima arte.
In “L’oncologo Pediatrico” (1.06, la traduzione in italiano avrebbe dovuto
essere al femminile!) che mi ha visto empaticamente partecipe, comincia a
frequentare un’oncologa pediatrica. Invitato a una festa di colleghi di lei,
tutti lo trattano con snobismo perché ritengono che il loro lavoro sia di
maggiore pressione e valore di quello di uno che dirige uno studio
cinematografico. Ignoranti, disprezzano e deridono qualcosa di cui non
conoscono nemmeno le basi, non lo rispettano: lui, genuino, difende il proprio
lavoro, arringa sull’argomento che cosa sia arte e che cosa non lo sia – tutti
i film sono arte fintanto che esprimono emozioni umane, ritiene – un argomento
di riflessione di filosofia estetica che probabilmente Tolstoj avrebbe
condiviso (si legga il suo “Che cos’è l’arte?”).
A
lavorare con lui c’è un team composto da Sal Saperstein (Ike Barinholtz), vicepresidente
della produzione alla Continental e amico intimo di Matt, che non
dimenticherete nella sua esilarante ribalta in occasione dei Golden Globe
(1.08) – non è atteso oramai da tutti che ai veri Golden Globe qualcuno lo
ringrazi? Vedremo. Ci sono poi Quinn Hackett (Chase Sui Wonders), la sua
ex-assistente che lui promuove a dirigente junior e Maya Mason (Kathryn Hahn),
la dinamica addetta al marketing, di grande intuito commerciale. Condividono
con lui successi e delusioni. Come non trovare fantastico “Casting” (1.07), che
riflette sui limiti e le difficoltà di essere politicamente corretti e non
offendere nessuno, quando il team si interroga se far interpretare il Kool Aid
Man ad Ice Cube sia razzista. Cercano di non esserlo. Cambiano tutto il
cast e poi gli stessi autori, per finire a ritrovarsi con un problema
completamente diverso. È stato
uno dei miei episodi preferiti, che per la gran parte sono grosso modo autoconclusivi.
Il
più lodato, e lo capisco per la sua intelligenza, è “Il piano sequenza” (1.02).
Matt visita il set della produzione della regista Sarah Polley mentre lei sta
cercando di realizzare un piano sequenza, con il risultato di disturbare le
riprese, tutto girato in modo metatestuale proprio con quella modalità. Scrive acutamente The
Hollywood Reporter: “Ciò che eleva The Studio a livelli di
imbarazzo viscerale quasi insopportabili (complimenti) è il modo in cui è
girato. Goldberg e Rogen, che hanno diretto tutti e dieci gli episodi di
mezz'ora, privilegiano riprese lunghe e cinetiche che seguono i personaggi
lungo i corridoi o dentro e fuori le sale riunioni. Anche se non raggiungono
mai le proporzioni di quella ripresa di 18 minuti di un episodio di The Bear,
riconoscerete un effetto simile. Senza il sollievo di tagli frequenti, siamo
risucchiati direttamente nel continuo attacco di panico della vita di Matt.
(...) Le riprese sgranate di The Studio, le palette di colori terrosi e
i costumi di ispirazione retrò evocano l'era della New Hollywood per disegnare
il contrasto tra le fantasie vecchia-scuola di Matt e situazioni da mal di
testa molto moderni”.
La
serie vanta anche un lungo elenco di guest star nel ruolo di se stessi. Solo
per citarne alcuni: Martin Scorsese, Steve Buscemi, Ron Howard, Ice Cube,
Charlize Theron, Adam Scott, Aaron Sorkin, Ramy Youssef, Jean Smart, Zac Efron,
Quinta Brunson, Olivia Wilde, Lucia Aniello, Ted Sarandos, Matt Belloni, Zoë
Kravitz…Quest’ultima è il fulcro di una spassosissimo equivoco (1.09) perché
non si rende conto che un “buffet stile vecchia Hollywood” significa di droghe
di vario tipo, per cui finisce involontariamente strafatta la sera prima di un’importante presentazione.
La nevrosi di Matt sono ciò che lo rendono umano e creano connessione, e nel suo cercare di mantenere le redini e tutti contenti, spesso bastonato e umiliato, reagiamo a un umorismo molto pregnante, forse anche perché riusciamo a vedere il catartico ammettere le follie e le piccolezze dietro a un settore che nelle apparenze vorrebbe mostrare solo lustrini e magia.