lunedì 17 ottobre 2011

PAN AM: hostess in volo negli anni '60


Sono belle, aggraziate, colte, plurilingue, e single. Sono le hostess della Pan Am, la compagnia aerea del telefilm dal titolo omonimo (sull’americana ABC dallo scorso 25 settembre), anno 1963: vengono scelte secondo rigidi criteri, pesate una volta arrivate al lavoro, attente che cappello e giarrettiera siano come si deve, e non devono sposarsi, altrimenti addio lavoro.
Sono Maggie (Christina Ricci), che è il commissario di bordo, ed è una donna che vuole poter vedere il mondo per poterlo cambiare; Colette (Karine Vanasse), una ragazza francese che scopre nel pilot di aver avuto, inconsapevolmente, una relazione con un uomo sposato; Kate (Kelli Garner) che, in un’epoca di guerra fredda, lavora anche come spia per la CIA, complice la possibilità di spostarsi agevolmente da un luogo all’altro, e che sostituisce un’altra hostess che aveva il suo stesso ruolo, Bridget (Annabelle Wallis); e Laura (Margot Robbie), la sorella di Kate, che il giorno delle nozze, scappa con ancora su l’abito bianco per seguire la sorella e lasciarsi alle spalle, idealmente per tutte, la vita della generazione precedente alla sua, per cui il matrimonio era la sola opzione possibile. Sono un po’ delle pioniere, accanto al giovane pilota di Boeing 707, Dean (Jonah Lotan), da poco promosso capitano e nel pilot – parola più che mai appropriata - al suo primo volo internazionale, e al suo primo ufficiale Ted (Michael Mosley).
La serie, ideata da Jack Orman (ER), così come The Playboy Club questa stagione, ha inteso capitalizzare sul successo di Mad Men e guardare al passato, in un momento di storici cambiamenti. Per l’accuratezza in questo senso si conta anche su una delle produttrici esecutive, Nancy Hult Ganis, che ha svolto quel lavoro alla fine degli anni ’60. Lo si fa in questo caso con senso di nostalgia, con entusiasmo, con un certo senso epico anche. Dopotutto si dice che chi vola Pan Am non si sposta solo, va da qualche parte. Le storie sono gradevoli, ma condivido l’osservazione di Slate che c’è una sorta di “gioia aggressiva” nelle vicende, costruite anche attraverso dei flashback che raccontano il recente passato delle protagoniste.  
Nella prima puntata Laura viene ammirata da tutti perché il suo volto è apparso sulla copertina della rivista “Life”, a rappresentare la compagnia aerea. Una delle colleghe osserva che quella è solo l’apparenza, la fantasia di quello che loro sono e fanno (il glamour, il jet-set, la vita indipendente e “liberata”). Quell’immagine è quello che rappresentano più che non la realtà. Lo stesso si può dire della serie, che alla fine sembra “ritoccata”, un’illusione,  uno spot. La regia di Thomas Schlamme (The West Wing) nel pilot enfatizza questa sensazione. Prima vediamo le quattro hostess camminare come una squadra, una accanto all’altra. Poi, impeccabili nella loro uniformi blu, entrano in aereo in fila indiana, in modo quasi marziale, determinato e professionale. L’ultima si gira e fa un occhiolino: lo fa a una bimba che le guarda incantata. Lo fa alle generazioni future che anche grazie a loro possono sognare una vita diversa. Sembra una pubblicità.  

venerdì 14 ottobre 2011

HOMELAND: la paura del terrorismo, il sospetto


 
Uno dei migliori appuntamenti della stagione – su Metacritic ha ricevuto un punteggio di 91 -  è sicuramente quello del nuovo telefilm dedicato al tema del terrorismo, Homeland (sull’americana Showtime dallo scorso 2 ottobre), un incrocio, come sensibilità, fra 24 e Rubicon, ma che evita gli eccessi da supereroi del primo e la esasperante immobilità del secondo. Sviluppato per la televisione americana da Alex Gansa e Howard Gordon (24) sulla base di una serie israeliana chiamata Hatufim e conosciuta anche come Prisoners of War (ovvero Prigionieri di Guerra, noti anche come POW), ideata da Gideon Raff, ha il pilot scritto dai tre ed è facilmente riassumibile con la tagline del poster del programma: “La nazione vede un eroe. Lei vede una minaccia”.   
Un marine disperso in azione, il sergente Nicholas Brody (Damian Lewis, Life) viene ritrovato dopo otto anni dalla sua cattura in Iraq e torna negli Stati Uniti come un eroe. Una analista della CIA però, Carrie Mathison (Claire Danes, al suo primo ruolo televisivo dopo quello che l’ha ressa famosa, nell’inedito da noi My So-Called Life), alcuni mesi prima ha ricevuto una soffiata in Iraq che le diceva che un militare americano in realtà era un terrorista convertito, e lei è convinta che quel terrorista sia il sergente Brody e vuole dimostrare la sua connessione con il leader di Al Qaeda, Abu Nazir. Nonostante qualche titubanza da parte dei suoi superiori, fra cui il suo mentore Saul Berenson (Mandy Patinkin, Chicago Hope, Criminal Minds), Carrie decide perciò di investigare e sorvegliarlo, mentre l’ex POW cerca di riprendere la sua vita con la moglie Jessica (Morena Baccarin, V) e i figli. 
Se la risposta telefilmica a ridosso degli eventi dell’11 settembre è stata Jack Bauer (24), viscerale e machista, a dieci anni di distanza, la reazione alla pressione di una minaccia alla propria sicurezza è Carrie Mathison, è psicologica, consapevole degli errori del passato, tinta di ansia e di sospetto, e nell’altra parte della medaglia è Nicholas Brody, il corpo e lo spirito segnati dalle torture di anni, dalla paura e dalla fatica. L’immagine della nazione non è quella del  terrore dello shock, è quella della forza logorante del terrore prolungato, vissuto e atteso.
Homeland, grazie anche ad una recitazione di prim’ordine da parte di tutti i coinvolti, riesce a intrigare e a tenere in sospeso. Vediamo l’urgenza di una donna che, sul fronte personale deve combattere i suoi demoni (le è stato diagnosticato un disordine bipolare e prende pastiglie di clozapina) – sineddoche dello stato della società –, e sul fronte professionale non può permettersi di lasciarsi sfuggire indizi che vogliono dire la differenza fra la vita e la morte, ma non deve permettere alla paranoia di avere il sopravvento. Vediamo la quieta distruzione di un uomo che, da un punto di vista personale deve imparare la vita da capo, mostrando le cicatrici nascoste (emblematiche a questo proposito le scene d’amore con la moglie nel pilot, o il suo rincantucciarsi in un angolo in 1.02), e da un punto di vista pubblico deve mascherare la propria fragilità e far fronte al sospetto.
Questo è il grande tema del programma, mi pare, all’esordio, quello del sospetto. Noi non sappiamo se Carrie abbia ragione o meno. Non sappiamo se Nicholas è il grande eroe che tutti vedono o no. Sappiamo che mente. E questo è l’elemento che ci instaura il dubbio e ci mette sullo stesso piano di Carrie. Non sappiamo la verità: dubbio, sospetto.  Efficace, anche, narrativamente e per regia, il modo in cui è costruita la sua scoperta di Allah come, quasi letteralmente, il momento in cui Brody “ha visto la luce” (1.02).
Alex Gansa, su Entertainment Weekly (#1171/1172; Sept. 9/16, 2011, p.21) ha dichiarato che quando hanno sviluppato la serie sono partiti da un quesito centrale: gli americani devono ancora temere oggi le stesse cose che temevano nei momenti subito successivi all’11 settembre? E che da lì sono nati altri quesiti: che cosa significa essere un patriota? In che modo l’America rende onore ai veterani? È giusto rinunciare ai propri diritti costituzionali in cambio delle sicurezza? Perché siamo andati in guerra e perché stiamo ancora combattendo? Numerose attualissime tematiche si intrecciano, e alcune di queste risuonano anche nella realtà italiana (le intercettazioni e il rapporto escort-politica, ad esempio).
Quello che è certo è che Homeland si prospetta una grande serie, avvincente da un punto di vista superficiale di affabulazione e suspense, e occasione di riflessione a un livello più profondo sulle paure, reali e no, fondate e no, della vita contemporanea e su come le affrontiamo.           

giovedì 13 ottobre 2011

SWITCHED AT BIRTH e la Lingua dei Segni


La prima stagione di Switched at Birth è terminata agli inizi di agosto (1.10) con l’arrivo del padre biologico di Bay (Gilles Marini, il Luc di Brothers and Sisters), cosa che assicurerà ampio foraggio per una seconda stagione. Nel primo ciclo intanto oltre a qualche colpo di scena (quello che Regina sapeva) e a un po’ di romanticherie (Bay-Emmet) si è continuato in quello che già avevo notato a debutto di serie, ovvero ad affrontare efficacemente, senza prediche e senza tono da pubblicità progresso, alcune delle tematiche legate alla cultura sorda (in chiusura ad esempio si è accennato alla opportunità o meno per Emmett, sordo, di seguire dei corsi di terapia logopedistica). Quello che ancora in partenza ragionevolmente non c’era, e che ho apprezzato nella continuazione, è il modo in cui si sta sviluppando il discorso linguistico.
Ritengo opportuno fare una premessa per chi non avesse dimestichezza con le lingue dei segni, prima di tornare a paralare della serie. L’ASL, l’American Sign Language, la Lingua Americana dei Segni è una lingua a tutti gli effetti, con un suo vocabolario, ma anche con una sua grammatica e una sua sintassi, che si costruiscono sullo spazio, in modo quindi molto differente dal lineare susseguirsi delle parole così come siamo abituati a concepirle nelle lingue verbali. Esiste anche il Signed English, l’Inglese Segnato, che utilizza gli stessi vocaboli dell’ASL, ma che non è una lingua perché si appoggia poi di fatto sulla grammatica e sulla sintassi della lingua parlata di cui riproduce in segni ogni singola parola. Sebbene si chiami Signed English non bisogna confonderlo con la lingua dei segni britannica, ma si tratta sempre di americano. Se da un punto di vista vocale infatti l’americano ha le sue radici nell’inglese d’Inghilterra, da un punto di vista di segni l’americano è legato alla Francia. Storicamente, gli inglesi insulari non hanno voluto condividere il proprio modo di esprimersi con le colonie e sono stati i monaci francesi ad esportare la loro lingua dei segni nel nuovo continente. Chi avesse piacere di approfondire questi argomenti non ha che da prendere una copia di “Vedere Voci” di Oliver Sacks, ed eventualmente farsi guidare dall’ottima bibliografia, o nel caso leggere l’eccellente “Deaf in America – Voices from a Culture” di Padden e Humphries.
Tornando alla serie, nella seconda parte della prima stagione ci sono state numerose conversazioni, anche estese, fra sordi in cui si è rinunciato in maniera completa e totale ad accompagnarle ad alcuna espressione verbale, ma si è fatto ricorso esclusivo ai sottotitoli. E questo è stato fantastico, perché  è così stato possibile far parlare i personaggi in autentica ASL, in tutta la sua plasticità, ricchezza e iconicità. C’è una capacità di sintesi con i segni che difficilmente si raggiunge con la parola orale. Chi si è mai provato a tradurre dai segni al vocale sa quanto sia frustrante talvolta dover fare lunghe perifrasi per esprimere concetti che in Lingua dei Segni sono così immediate e potenti. Chi poi avesse dimestichezza anche con la Lingua Italiana dei Segni avrà notato anche come, rispetto alla LIS, l’ASL si affida di più al fingerspelling, alla compitazione delle lettere con la mano cioè, e usa di meno le labbra e i movimenti del volto rispetto a noi. In ogni caso quello che Switched at Birth ha fatto è mostrare l’ASL in sé e per sé, in modo che, anche se si è già visto, è sufficientemente abbastanza raro.
Nelle interazioni fra sordi e udenti, ci si è affidati al doppio binario parlato-segni, e qui necessariamente non si è utilizzato un ALS “puro”, ma ci si è affidati anche in buona parte alla struttura linguistica dell’americano parlato, o oscillando fra ASL e Signed English, cosa che è la via più comune quando si vedono i segni in TV (penso a programmi come The L Word o Reasonable Doubts, o a tutte le numerose serie in cui è apparsa Marlee Matlin). Si rimane comunque almeno idealmente nel territorio dell’ASL, evitando i pedanti ipercorrettismi del Signed English.
Una delle prime storie che ricordo legate alla Lingua dei Segni è quella di Days of Our Lives - Il tempo della nostra vita, andata in onda nel 1988 negli USA (sulla NBC, all’epoca attenta alla questione che ha trovato spazio anche in Santa Barbara) e agli inizi degli anni ’90 in Italia (su Italia7). Lì, l’infermiera Kayla veniva aggredita e perdeva l’udito, non per ragioni fisiche, ma psicologiche. A poco a poco aveva imparato a vivere la sua nuova condizione di sorda, fra paura e scoperte di un nuovo mondo e una nuova cultura. I tempi quotidiani della soap opera hanno consentito un sufficiente realismo nell’apprendimento che è durato mesi e ha coinvolto il suo ragazzo Steve-Patch e sua sorella Kim (che conosceva già la lingua), prevalentemente, oltre a qualche personaggio minore (Peggy, Benji). Nonostante il messaggio di fondo fosse chiaro – esprimersi in lingua dei segni è magnifico ed è un modo vitale per farlo e di altrettanto valore che farlo attraverso una lingua parlata – e nonostante io la consideri tutt’ora ancora una storia molto ben sviluppata (e non dimentichiamo che nell’88 c’è stato un lungo sciopero degli sceneggiatori che in alcuni casi si è sentito pesantemente nella programmazione del daytime), non c’è dubbio che fosse una storia di udenti per udenti. Lì quello che veniva usato era il Signed English, puntuale e dettagliatissimo fino a ogni preposizione e articolo. Per certi versi il Signed English uccide la lingua dei segni pura.
Non è quello che si sta facendo in Switched at Birth, dove si è optato per segni che evitano una eccessiva aderenza al Signed English, ma che spingono con decisione verso l’ASL. Il solo altro programma che mi venga in mente in cui sia stato fatto in modo continuato è Sentieri dove Rick Bauer alla fine degli anni ’90 ha imparato a segnare avendo sposato una ragazza Amish sorda, Abigal Blume. Le storie di apprendimento da parte di udenti di lingue dei segni si contano sulle dita di una mano. Switched at Birth sta davvero facendo le cose per bene.  Sul sito, attraverso i personaggi della serie si possono anche imparare le lettere dell’alfabeto, che ricordo, salvo un paio di lettere (la “s” e la “t”), sono le stesse che usiamo in Italia nella LIS.

mercoledì 12 ottobre 2011

AVANTI UN ALTRO: un quiz che funziona


Avanti un altro, il nuovo quiz del preserale di Canale5 che ha debuttato lo scorso 5 settembre, funziona. La prima ragione è che è stato costruito in modo solido. Santucci e Bonolis, che oltre che conduttore è co-autore, sono riusciti in un impresa che sembra facile ma non lo è: hanno confezionato un quiz semplice, diretto, non troppo estraneo al già visto da disorientare e così alienare il pubblico, ma non troppo uguale al già visto da sembrare l’ennesima fotocopia.

Un concorrente si cimenta in una batteria di quattro domande a risposta binaria (o è una o è l’altra fra due opzioni insomma) e deve rispondere correttamente almeno a tre. Se non riesce, viene eliminato e avanti un altro. Se riesce, può pescare da un’urna una provetta che indica la somma che potenzialmente può vincere. Può continuare con un’altra batteria di domande per inalzare il montepremi, o può decidere di fermarsi lì e viene così accompagnato al trono del potenziale campione, e in quel caso pure avanti un altro. Verrà scalzato dalla sua posizione solo se il concorrente successivo riesce nella pescata a raggiungere una somma più alta della sua.

Chi è seduto sul trono per quando la puntata si avvia a conclusione ha la possibilità di portare effettivamente a casa la somma che ha pescato (più altri 100.000 euro messi dal programma) se riesce a rispondere in 150 secondi a 21 domande. La difficoltà del gioco (che imbroglia facilmente), e il punto di forza e originalità dello show, è che la risposta da dare è quella sbagliata. Ad esempio, la domanda può essere “Qual è il gatto? Tom o Jerry?” La risposta da dare (sbagliata) è Jerry. Rivolte a raffica fanno lo sgambetto al giocatore che se sbaglia deve ricominciare da capo tutte e 21 le risposte, e vince la somma che gli rimane alla fine. Ci sono altre regole minori di quante non ne riveli la mia descrizione, ma la formula è più facile a vedersi che a spiegarsi.

Tutto poi prende quota con la solita vitale presentazione di Bonolis, che soffre e lotta, si scalmana e suda, compartecipa ed è presente “anima e core”, tanto che, finché non esagera,  gli perdoni una certa ilare condiscendenza verso “popolino e casi umani”, che è un po’ una sua nota distintiva, e il fatto di essersi portato dietro Laurenti, un suo portafortuna si direbbe, ma superfluo qui.

martedì 11 ottobre 2011

NEW GIRL: "adorkabile"


L’unica cosa che probabilmente non mi è piaciuta del pilot di New Girl (dal 20 settembre sull’americana Fox) è il look della protagonista, Jess Day (Zooey Deschanel) che con quell’acconciatura e occhialoni sembra Katy Perry nella versione parodistica di se stessa in Last Friday Night (TGIF) meno l’apparecchio per i denti. Il suo personaggio potrebbe essere sognante e genuino senza per questo sembrare una dork, però mi rendo conto che quello è il punto, Jess intende essere una dork oltre ad essere totalmente e assolutamente adorabile. Per lei infatti hanno coniato un nuovo aggettivo: adorkable, adorkabile.
Come ha scritto Mary McNamara sul Los Angeles Times: “l’essenziale sexitudine della Deschanel è impossibile da sradicare, ma la usa in tutti i suoi elementi - gli occhi, quella voce, quelle curve – per un fine effetto comico, facendo la dork alla maniera in cui  Judy Holliday, Carole Lombard  o anche Lucille Ball facevano le tonte”. E, come ha rincarato Robert Bianco su USA Today, “lei e l’ideatrice dello show Liz Meriwether hanno dato forma con Jess a qualcosa che non avevamo del tutto visto prima – una donna che è dolce eppure crassa, innocente eppure sexy, bellissima eppure goffa, e sfacciata eppure irresistibilmente adorabile”.
Jess scopre che il suo ragazzo ha un’altra, lo pianta e cerca un nuovo posto in cui andare a vivere. Trovato un annuncio fa un colloquio per dividere un appartamento in cui abitano già tre ragazzi, Nik (Jake M. Johnson),  Schmidt (Max Greenfield, Veronica Mars, Ugly Betty) e Coach (Damon Wayans jr), che dalla seconda puntata viene sostituito da Winston (Lamorne Morris). Nonostante qualche titubanza iniziale perché si tratta di una persona dell’altro sesso, i tre la accettano, anche incentivati dal fatto che Jess dice di avere numerose amiche modelle. Comincia così non solo una coabitazione, ma quella che si rivela subito come un’autentica amicizia.
Un po’ come accade con la ben diversa Modern Family il  punto di forza sembra essere quello di saper dosare bene umorismo e tenerezza – se nel pilot si ride di gusto a vederla frignare all’ennesimo riguardarsi Dirty Dancing, o a vedere Coach che cerca di capire come comunicare meglio con le donne, a fine puntata ci si commuove dei tre ragazzi che vengono in suo soccorso, o di nuovo in 1.02 quando la aiutano a tener testa alla sua “Criptonite”, ovvero il suo ex Spencer (Ian Walterstorff) o in 1.03 quando ballano tutti insieme un molto originale ballo del qua qua ad un matrimonio.
E la sit-com non ha timore di mischiare situazioni un po’ sceme con altre più sottili. Il dialogo peraltro è fraseggiato in modo tale da sembrare fresco e vero. Nel pilot, ad esempio, Schmidt, con l’intenzione di fare il buon padrone di casa e far colpo sulla migliore amica di Jess, Cece (Hannah Simone), le offre del tè, per finire in modo imbarazzante, inappropriato quanto divertente, a parlare di bustine di tè (chi non avesse idea del doppio senso sessuale delle bustine di tè legga qui alla voce tea bag). La scena è stata costruita in modo tale per cui il contorcersi verbale del personaggio è risultato assolutamente autentico.  
New Girl, che nel farci divertire intende esplorare i rapporti uomo-donna nel mondo contemporaneo, è stato il primo telefilm di quest’annata  a ricevere l’ordine per una stagione completa. Sotto, la sigla a partire dalla seconda puntata.

lunedì 10 ottobre 2011

LA MALA EDUCAXXXION: donne che parlano di sesso


In La Mala EducaXXXion (la7d – canale 29 del telecomando-, martedì, ore 23.10), titolo che gioca evidentemente con il titolo di un film di Almodovar, come è facile intuire dalle tre ics, è una trasmissione in cui si parla di sesso, e specificatamente si tratta di un talk show al femminile in cui 40 donne, sotto la direzione dell’ex-iena Elena Di Cioccio, e 4 uomini, parlano in modo libero rispetto al tema di volta in volta scelto. Viene ripetuto più volte, nel corso delle serate ideate da Chiara Salvo e Katiuscia Salerno, che in video non ci sono dottori, esperti o sessuologi, e che non si cerca di capire come il sesso lo si dovrebbe fare, ma ci si racconta come di fatto lo si fa, condividendo con franchezza le proprie esperienze e inesperienze, in modo esplicito, confessando tecniche così come imbarazzi e ingenuità, senza che venga dato alcun tipo di giudizio e senza entrare in conflitto. Il primo argomento in un ciclo di 6 (o sono 8? Ho fonti contrastanti), è stato la fellatio, il secondo sarà la masturbazione, e altri argomenti in puntate a venire, saranno il cunnilingus,  i preliminari, le trasgressioni e il sesso come modo per dare solidità a un rapporto. La prospettiva è eterosessuale. 
La puntata, se la prima del 4 ottobre la possiamo prendere come modello, esordisce con la padrona di casa che recita una citazione letteraria: all’esordio “Le particelle elementari” di Houellebecq. Poi le donne invitate cominciano a raccontare di sé. In un secondo momento  entrano i 4 uomini che fino ad allora erano rimasti in disparte, e nella seconda parte del programma si entra più nel vivo del tema parlando anche di tecniche. Qui e lì il programma è punteggiato da qualche video-intervista con persone famose che aggiungono anche la loro prospettiva e costituiscono uno spunto in più per la riflessione. La discussione continua in internet, sul sito del programma, dove oltre a poter rivedere degli spezzoni (ed eventualmente la puntata intera attraverso il servizio di la7.tv) si possono lasciare commenti e osservazioni.
Il punto di forza di questa arena verbale, e quello che me la ha fatta apprezzare, è quello dell’intimità, e non nel senso che si parla di argomenti intimi, per qualcuno forse anche tabù, cosa pure vera, ma il fatto che la sensazione che viene trasmessa è quella di una condivisione autenticamente interiore. Nella prima puntata si è anche riso e sorriso molto, specie all’inizio, quando le prima a parlare raccontavano della loro reazione all’exploit finale, inteso in senso molto fisico, dei loro esperimenti di fellatio. Fra loro, e con lo spettatore, si è creata una cerca complicità che rimane la nota distintiva del talk-show. Si trattano gli argomenti seriamente, ma senza medicalizzare e imporre così una professionalità che tiene imbrigliate le reazioni emotive. Qui c’è spazio per quel pizzico di malizia che si avrebbe parlando di queste cose nella vita di tutti i giorni, e sempre mantenendo un atteggiamento rispettoso. Mai è stato volgare, ma pruriginoso e dolce. E costruttivo nella misura in cui lo è sempre il confronto con l’esperienza e la saggezza di vita di altri. Si è parlato come si sarebbe fatto fra amiche prima e fra amici poi.
Il campione di donne scelto copre varie fasce di età – la più giovane ha 19 anni, ma si entra bene negli “anta” - e questo è importante non solo perché è un argomento che attiene a presone effettivamente di età diverse, ma perché la prospettiva con l’età cambia, e qui se ne tiene conto. Anche se non viene esplicitato, diverso è anche il contesto da cui vengono queste donne. Una, ad esempio, era velata e le si è chiesto il motivo per cui lo fosse: ha risposto che era mussulmana e che per parlare di questi temi preferiva in parte celare la propria identità (le si vedevano solo gli occhi).  
Proprio recentemente in un saggio dal titolo “Sexual Outlaw”, contenuto nella raccolta Best Sex Writing 2010, ho letto che l’autrice Betty Dodson rifletteva: “Ho cominciato a capire il concetto che tutte le forme di sesso sono uno scambio di potere, sia che sia conscio o non conscio. Mi focalizzavo  esclusivamente sullo scambio di piacere nel sesso. Non avevo mai considerato il sesso in termini di potere”. Per questa autrice, la rivelazione è arrivata incontrando un gruppo di lesbiche che praticavano sesso sado-masochistico, ma ha presto applicato quest’idea al sesso in tutte le sue forme. Ho subito notato che il programma si è espresso sì in termini di piacere, individuale e dell’altro, ma più volte anche in termini di potere, ed è stato un taglio che ho trovato pregnante.
In un’intervista sul blog di Davide Maggio da Di Cioccio cita come modello di ispirazione Pasolini: “ricordi Comizi d’amore di Pasolini? Pierpaolo girava per tutta l’Italia e chiedeva nei posti più disparati e nelle più disparate condizioni sociali di parlare di sesso. Erano anche altri anni, ma il senso è ancora questo: raccontare la propria esperienza, non le esperienze dei massimi sistemi lette o apprese per sentito dire”.

venerdì 7 ottobre 2011

DUE UOMINI E MEZZO: benvenuto Ashton Kutcher



Due uomini e mezzo avrà pensato: che cosa c’è di meglio di Ashton Kutcher? Ashton Kutcher nudo. E così non ha perso tempo e lo ha fatto vedere in tutta la sua adamitica bellezza nel suo arrivo nel ruolo di Walden Schmidt (9.01), in sostituzione del dipartito Charlie (Charlie Sheen). Beh, proprio vedere no, ma vedere con l’immaginazione sì, dando qualche piccolo suggerimento qui e là. Suggerimenti graditi.  

La prima puntata della nuova stagione è cominciata con il funerale di Charlie, e diciamo pure che con tutto quello che è emerso di Charlie Sheen in contesto extra-diegetico, è stato davvero difficile non leggere un forte sottotesto nell’elogio funebre, per cui le risate sono state fatte anche un po’ a denti stretti.

Poi Alan (Jon Cryer) si è trovato nella situazione di dover vendere la casa, che non poteva più mantenere, e questa è stata l’occasione per la fugace apparizione di due guest star: John Stamos prima e “Dharma & Greg” (Jenna Elfman e Thomas Gibson) poi - che chicca! Ma alla fine è apparso lui, Waden, con il cuore spezzato, la vita in pezzi e la necessità di trovarsi un posto dove stare: esilarante. Ah, e ho detto che ad un certo punto era nudo? Esilarante (oltre che qualcos’altro) anche quello.  

 Charlie è stato cenere.   

giovedì 6 ottobre 2011

DIRTY SOAP: un reality con le star delle soap


Dirty Soap, in onda dallo scorso 25 settembre sull’americana E! per sei puntate, è un reality che ha come protagonisti alcuni attori di soap opera che per gli appassionati del genere non hanno bisogno di presentazioni: Kelly Monaco, che lavora da 13 anni in General Hospital nel ruolo di Sam, ma che è anche vincitrice della prima edizione di Ballando con le Stelle americana, nonché ex playmate di Playboy (qui trovate il suo scatto come Miss Aprile 1997); Kirsten Storms (Maxie, General Hospital, ex DAYS), una delle migliori amiche, oltre che collega di Kelly; Nadia Bjorlin (Chloe, Days of Our Lives) e Brandon Beemer (Owen, Beautiful, ex-DAYS), che fanno coppia nella vita; Farah Fath (Gigi, One Life To Live, ex-DAYS) e il suo compagno John-Paul Lavoisier, chiamato “JP” nel reality (Rex, One Life To Live); Galen Gering (Rafe, Days of Our Lives, ex-Passions) e sua moglie Jenna Gering, una ex-attrice, sebbene in questo caso non di soap, e ora mamma a tempo pieno.
Co-prodotto da Kelly Ripa (ex-Hayley Vaughan Santos in All My Children e co-presentatrice del Live with Regis and Kelly) e dal marito e sua metà anche nella soap di cui facevano parte Mark Consuelos (ex-Mateo Santos), Dirty Soap sbircia dietro le quinte delle vite di questi giovani, avvenenti attori: sul set, nei camerini, nelle apparizioni dei fan club, alle feste, nella vita quotidiana... All’esordio Kelly si è appena separata dopo 18 anni dall’uomo che amava, e Kirsten l’aiuta a non buttarsi giù e a liberarsi dei fantasmi del passato; Nadia è pronta a girare la sua ultima l’ultima puntata sul set della soap in cui ha trascorso, per più di un decennio, tutta la sua vita adulta e Brandon le è vicino. Farah si ritrasferisce a Los Angeles, seguita (o no?) con riluttanza da JP che vorrebbe rimanere a New York, ma vede con ansia la prospettiva di re-incontrare Kirsten. Sebbene fossero migliori amiche, hanno rotto e non si parlano da due anni. Jenna si fa prendere dall’ansia all’idea che Galen per una scena al lavoro debba baciare qualcun altro che non sia lei. Con la seconda puntata si parla di famiglia (il fratello di Kirsten, la madre di Nadia, quella di JP…) e l’impressione è di andare ancora più a fondo nelle loro vite.
Kelly Monaco lo ha voluto definire una sorta di docureality, nel tentativo di darci legittimità. In un momento in cui il genere soap opera sembra spacciato e ai suoi ultimi rantoli, Dirty Soap vuole anche essere una forma di promozione delle soap stesse. Di certo i fan se lo divoreranno, anche perché possono sbirciare un pochino di più di quanto non sono abituati nel dietro le quinte e nelle vite degli attori che seguono, e magari vedere “sullo sfondo” cose come  Bradford Anderson (Spinelli, GH) che si prepara per una scena o Ronn Moss (Ridge, B&B) che si diverte a una festa.
Come programma a sé ha quel misto di gossip, amicizie, scontri, drammi e spiegazioni e semi-interviste guardando la telecamera che inframmezzano le riprese a cui ci ha abituato il genere reality. Alcune situazioni sono sembrate un po’ montate: davvero Jenna reagisce così al fatto che il marito deve baciare un'altra? Non era un’attrice anche lei? Non è una vita che il marito fa quel lavoro? Che cos’ha di diverso questa scena da rendere Jenna insicura? Certo è esemplificativa di una “questione tipo” per chi lavora in questo settore, altrimenti non si spiega nella circostanza specifica. Peccato solo che in corrispondenza degli stacchi pubblicitari ci siano anticipazioni di scene a venire che in pratica ti rovinano tutta la sorpresa. Alla fine quando vedi veramente il momento, ti pare di saperlo a memoria. Magari lo show è un po’ trash, e ti ritrovi a fare commenti altamente culturali come “che teneri Nadia e Brandon” (1.01) o “certo che la madre di Nadia è proprio dura con Brandon” (1.02), ma scivola via che nemmeno te ne accorgi e, appunto, se fossero sconosciuti non importerebbe un fico secco, ma a essere fan non si resiste. E il programma lo sa bene, e infatti si è notato prestato particolare attenzione proprio ai fan, in diverse occasioni.
Sotto, la sigla.

mercoledì 5 ottobre 2011

CHARLIE'S ANGELS: l'originale, al confronto, era alta televisione





Matt Roush di TV Guide ha sintetizzato al meglio l’esperienza della visione del remake di Charlie’s Angels: “È come un programma del USA Network dopo una lobotomia. Per elaborare: Bleah. (...) Non solo è un’ idea pigra, è eseguita in modo atroce, recitata in modo patetico e concepita in modo cinico”.

Dopo che Gloria, uno degli “angeli” di Charlie, muore in un’esplosione, le altre due del trio, Abby (Rachael Taylor, Grey’s Anatomy), una ex-ladra, e Kate (Annie Ilonzeh, General Hospital), una ex-poliziotta, decidono di investigare e nonostante qualche scontro iniziale trovano l’aiuto di Eve (Minka Kelly di Friday Night Lights, Parenthood), pilota in corse d’auto e amica d’infanzia di Gloria. Quattro scazzottate, un’esplosione, un tuffo in mare sotto le raffiche di un mitra (o almeno un’arma che a me è parsa un mitra) e una tortura dopo l’inizio, la puntata è finita e loro catturano e assicurano alla giustizia il gran cattivo del giorno; Eve viene convinta da  Bosley (Ramon Rodriguez), un piacente giovane esperto di tecnologia, a lavorare anche lei per il misterioso Charlie - la cui voce in originale doveva essere quella di Robert Wagner, ma alla fine questi per altri impegni non ha potuto ed è stato sostituito con Victor Garber (Alias) - e il trio è ricostituito.

Sopra una colonna che è partita con S&M di Rihanna passando per On the Floor di J Lo, si è tontonato con: “non sembrate poliziotti”, “non lo siamo, siamo angeli”; siete “angeli di giustizia, non di vendetta”; siamo “angeli, non sante”, siete state chiamate angeli perché intervenite “quando meno te lo aspetti e quando più  ne hai bisogno”, perle di dialogo che volevano essere sicure, nel caso in cui avessimo problemi di memoria a breve termine, che stavamo guardando gli “angeli di Charlie”. E il camioncino con scritto sopra “Cloud Nine” (Nuvola Nove)? Questo è quello che in americano si chiama overkill, esagerare. Forse  Alfred Gough e Miles Millar, che hanno sviluppato la sere per la ABC sulla base di quella degli anni ’70 ideata da Ivan Goff e Ben Roberts, volevano ricordarlo a se stessi, visto che a momenti il telefilm, dai gadget, sembrava più Mission: Impossible che altro.

Non butto al macero proprio tutto: l’ambientazione di Miami è bella; l’idea di inserire in qualche momento un riquadro dentro l’inquadratura con la stessa immagine, quasi ci fosse una cornice, non mi è dispiaciuta; il colpo di scena dell’aereo che non era veramente in volo (1.01) l’ho vissuto come tale; e ho notato le “pari opportunità” nella tortura. Di solito quando si torturano donne non si tralascia mai un attacco di tipo sessuale di qualche tipo. Qui no. Le scene di azione in generale mi sono sembrate molto "maschili".

Non pensavo che lo avrei mai detto, ma l’originale in confronto era alta televisione.

martedì 4 ottobre 2011

THE PLAYBOY CLUB: prima cancellazione dlla stagione


La NBC ha annunciato oggi la cancellazione di The Playboy Club, che è così il primo programma della nuova stagione a subire questa sorte.  

2 BROKE GIRLS: due ragazze squattrinate


Qualcuno le ha definite le possibili Laverne & Shirley degli anni 2000 e ha evocato la classica Alice. La bruna Max (Kat Dennings) e la bionda Caroline (Beth Behrs) sono 2 broke girls (dal 19 settembre sulla CBS), “due ragazze squattrinate”, che lavorano in una tavola calda insieme a Oleg (Jonathan Kite), un cuoco di origine russa che cerca di far colpo sulle ragazze, e Earl Garrett Morris), l’anziano cassiere, alle dipendenze del signor Han Lee (Matthew Moy), un coreano che per sembrare più americano usa come primo nome Bryce, in modo tale che alla fine suona Bryce Lee (simile a Bruce Lee, insomma).
Max ha fatto la cameriera praticamente tutta la vita, e ha pure un secondo lavoro come baby-sitter presso una ricca famiglia, Caroline è un ex-miliardaria finita sul lastrico dopo l’arresto del padre e il congelamento di tutti i beni di famiglia che si presenta al colloquio di lavoro con un abito di Chanel bianco, ma è costretta a dormire in metropolitana perché tutti i cosiddetti amici si sono rifiutati di offrirle aiuto. Le due si incontrano sul  posto di lavoro e diventano amiche. Max molla il ragazzo che la tradisce e invita Caroline a trasferirsi da lei. Insieme hanno un sogno: aprire una pasticceria in cui vendere cupcakes, muffin insomma. Nell’ideale porcellino mettono via una piccola cifra ogni settimana per mettere in piedi il progetto che necessita di una base di partenza di 250.000 dollari - e alla fine della puntata appare il prezzo di quanto hanno raggiunto. La storia delle sit-com, ha ben ricordato Pomatters, ha visto solidi successi nascere dall’entrata in un bar/ristorante/café di una persona con la vita in frantumi (Cin cin, Friends).
Co-ideata da Whitney Cummings (Whitney) e Michael Patrick King (Sex and the City), questa sit-com dalla fin troppo udibile laugh track (la traccia di risate pre-registrate insomma), ha qualche battuta davvero ben riuscita, ma alla fine non convince completamente perché è troppo caricata, soprattutto in una delle vene umoristiche che sembra voler cavalcare, quella della differenza fra ricchi e poveri. Il potenziale c’è anche. Tutto sta a vedere come verrà sviluppato.


Più di qualcuno ha trovato le rappresentazioni etniche ai limiti del razzismo. Come spiega Wide Lantern, il copione originario prevedeva ad esempio che Bryce non riuscisse a pronunciare bene il suo nome e alla fine si dicesse Rice Lee (con riferimento al riso). Alcune organizzazioni, come Racebending.com (che ha una recensione della serie qui), MANAA e altre, hanno incontrato i rappresentati della CBS Diversity e hanno chiesto che lo script venisse modificato, cosa che è avvenuta, in parte, con l’eliminazione di altre battute considerate offensive. Qualcosa è rimasto, così come l’accento coreano, che nella pronuncia di Moy ondeggia fra coreano e cinese, dicono (mi fido sulla parola).

lunedì 3 ottobre 2011

TERRA NOVA: con potenziale, ma mediocre


Co-prodotto da Spielberg, e ideato da Kelly Marcel e Craig Silverstein, debutta in Italia su Fox il 4 ottobre, in quasi-contemporanea con gli USA (dove è partito lo scorso 26 settembre), Terra Nova. Siamo all’alba del ventiduesimo secolo, anno 2149 per l’esattezza, la Terra è tutta giallina perché malata e sul punto di un collasso ambientalistico, gli esseri umani faticano a respirare e devono girare con tecnologiche mascherine che filtrano l’aria, un’arancia è un bene prezioso e se una coppia decide di avere più di due figli rischia grosso perché “Una famiglia è quattro persone” e “la sovrappopolazione equivale all’estinzione”   (come recitano dei cartelli video in città). La speranza è 85 milioni di anni nel passato, all’epoca dei dinosauri, in una colonia nota come Terra Nova (le location sono filmate in Australia) raggiungibile attraverso un portale dopo uno specifico reclutamento: da lì è possibile sperare di costruire un futuro migliore.
Superando qualche intoppo iniziale, a Terra Nova arriva la famiglia Shannon: il padre Jim (Jason O’Mara), un ex poliziotto che viene presto assunto alla sicurezza dal capo locale, il comandante Nathaniel Taylor (Stephen Lang, Avatar), la madre Elisabeth (l’attrice inglese Shelley Conn), un medico, e i loro tre figli: Josh (Landon Liboiron), dispiaciuto di lasciare nel futuro la sua ragazza, ma che fa presto amicizia con Skye (Allison Miller, Kings) una giovane lì da anni che ha perso i genitori, e un altro gruppo di ragazzi con cui presto si mette nei guai; Maddy (Naomi Scott), una quindicenne che sa un sacco di cose di storia, geografia e scienze; e Zoe (Alana Mansour) una bimba di cinque anni che si diverte a dare da mangiare ai dinosauri erbivori, e che è la figlia in più che secondo le regole non sarebbe mai dovuta nascere. I pericoli non mancano: minacciosi dinosauri che mangiano gli esseri umani e usano la coda come fosse una frusta, chiamati Slasher in originale, e i Sixers, un gruppo ribelle che si è staccato dalla colonia, guidato da Mira (Christine Adams), così chiamato perché è nato dalle persone del sesto pellegrinaggio  verso Terra Nova – quello degli Shannon è il decimo.
Il futuro distopico messo in scena da questa serie non conquista completamente, ma nemmeno delude completamente. Dopo un inizio un po’ melodrammatico, ma non in modo eccessivo, la serie come sensazione generale ha ricordato un po’ Lost, per la giungla, per le fazioni rivali, per il senso del tempo, perfino per l’inquadratura di Jim che finito a terra nel suo arrivo nel passato guarda in aria fra i rami degli alberi verso il sole, cosa che spero fosse intesa come citazione di qualche tipo. La storia si vede che è costruita in modo solido, con la mitologia ben delineata in anticipo e anche un pizzico di  gergo, un po’ alla maniera di “Star Trek”, come tanto piace agli amanti della fantascienza – conoscere un linguaggio è conoscere un mondo. Come percezione, per il tipo di immagini, mi ha richiamato un po’ anche McGyver, pur essendo narrativamente molto distante, e c’è qualche eco di Battlestar Galactica, di The Walking Dead, di Enterprise, di Caprica, di Blade Runner e naturalmente di Jurassic Park. Gli effetti speciali sono riusciti, il più delle volte. Parole chiave e temi portanti sono “famiglia” e “nuovo inizio”, il senso del ricominciare e della frontiera.
 Ad un certo punto viene detto “chi controlla il passato, controlla il futuro”, ma che volesse essere un cenno alla famosa citazione di Orwell “chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato” non è così sicuro. Il dialogo, deludente, è privo di risonanza in generale. Tutto è molto carico, ma privo di sottigliezze, e manca il più minimo senso di meraviglia, autentica meraviglia, per la bellezza naturalistica che era la Terra. Si fermano anche a dire che è  bella, in un paio di momenti (e con la luna alla fine), ma non sembrano crederci veramente. E quello e il senso di scoperta, in una simile situazione, non dovevano mancare. Alla fantascienza migliore di solito si accompagna anche a una critica etico-sociale e magari una proposta alternativa. Qui non c’è. La coscienza ecologica della famiglia che ha visto il proprio pianeta agonizzante sembra più superficiale che il risveglio intellettuale ed emotivo di una generazione che lo necessita per la propria sopravvivenza. E la Cina attuale ha misure più drastiche contro la sovrappopolazione dell’immaginata Terra del 2149.  Dirlo di un pilot, che è quasi sempre un abbozzo, e soprattutto di uno epico e ambizioso come questo, è presuntuoso, ma l’aggettivo mediocre si attanaglia bene a questa serie che dimostra di non arrivare al potenziale presente nella premessa.  
 Sotto, un promo italiano della serie.